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domenica 4 aprile 2010

Koushun Takami - Battle Royale


Autore: Koushun Takami
Pagine: 663
Editore: Mondadori
Voto:  
Pagina di Anobii



Descrizione del libro:
  
Repubblica della Grande Asia dell'Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d'istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un'isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un "gioco" il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo... Edito nel 1999, "Battle Royale" è un bestseller assoluto in Giappone, il libro più venduto di tutti i tempi; diventato fenomeno di culto, ha ispirato celebri film, manga sceneggiati dallo stesso Takami e videogiochi. Scritto con uno stile insieme freddo e violento, "Battle Royale" è un classico del pulp, un libro controverso e ricco di implicazioni, nel quale molti hanno visto una potente metafora di cosa significhi essere giovani in un mondo dominato dal più feroce darwinismo sociale.


Commento personale:
Tre stelle su cinque, ma un po' amare. Accade quando sei convinto  di avere tra le mani un capolavoro, ma ne rimani in parte deluso. Il libro è bello, non c'è dubbio, mi è piaciuto, e lo consiglierò a molti amici lettori. Mi aspettavo però il non plus ultra, una lettura che ti fa scottare gli occhi, che ti inebria, come è capitato già per altri romanzi. Divido quindi la recensione in pregi e difetti.
Cosa mi ha deluso:
Il tipo di scrittura è semplice, non ricercato e può andare benissimo. Qualche volta però l'autore si perde in pensieri che poco hanno a che vedere con il proseguo della narrazione rendendo le pagine più lunghe di quello che dovrebbero essere. Le situazioni che vengono a crearsi sono spesso assurde, il che va benissimo in un libro fantastico, ma non amo le esagerazioni. Un giubbotto antiproiettile non ti salva da 8 colpi consecutivi sparati a bruciapelo e neanche da un fucile a pompa. L'assortimento degli alunni della classe terza B è un vero cocktail di fenomeni. Ragazzi di quindici anni che sanno fare un po' quasi tutto. C'è l'esperto karateka, la campionessa di velocità, l'hacker informatico, il McGyver della situazione e così via. Lo splatter pulp alla Kill Bill può essere un ingrediente positivo anche se non sempre è coerente con il resto del libro e delle situazioni irreali che si alternano a quelle più sentimentali. Nota più negativa è però il modo in cui sono stati costruiti i personaggi. La caratteristica principale di ognuno è stata accentuata ed esasperata fino all'inverosimile. Se uno è cinico lo è fino all'ultimo secondo, segue la sua parte leggendo il copione. Shuya, personaggio principale è un bamboccio preso e messo lì: non sa fare niente rispetto a tutti gli altri e passa pagine e pagine a rimuginare sul fatto di quanto sia sbagliato uccidere i proprio compagni. Cavolo, capisco i sensi di colpa, ma non devi essere buono per forza: o te o loro. Il cattivo è talmente cattivo e spietato che l'autore fa in modo che questo non provi sentimenti. La ragazzina che ha ricevuto violenze sessuali da piccola, è già un'adulta che ha provato ogni genere di situazione difficile sulla propria pelle. Il ricco e benestante figlio di papà si schifa a strisciare nel fango sebbene rischi la vita...
Cosa mi è piaciuto:
Il romanzo è un must di uno dei generi letterari che preferisco: quello che narra di distopia. L'idea è intelligente, macabra e spietata. Prende spunto ovviamente da "il Signore delle mosche" e da "1984". Il tipo di violenza che amo leggere non è tanto quella fisica quanto quella psicologica. La storia supera quella di Golding, nonostante gli aspetti negativi che ho già elencato, ma non si raggiunge e neanche ci avviciniamo ad Orwell. La dittatura (una pazzocrazia direi) sebbene non sia cupa e potente come quella del Grande Fratello, è ugualmente meschina e schizofrenica. Per certi versi irreversibile e pur non respirando a pieni polmoni l'oppressione, il "gioco" ideato è di una crudeltà inaudita. Terrificante anche il fatto che sia fine a se stesso, e pubblicizzato in tv. Il tutto sta nel minare la fiducia che si può avere nel prossimo. Non possono esistere legami, se vivo io, muore te. Ne resterà soltanto uno, e non c'è via di scampo. Il tutto riversato nelle menti di una classe di adolescenti che si trovano a fare i conti con la morale, con il tempo e soprattutto con la morte. Ingiusta, ma certa.

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