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venerdì 9 aprile 2010

Philip Dick - Deus Irae


Autore: Philip Dick
Pagine: 250
Editore: Fanucci
Voto: 2/5
Pagina di Anobii

Descrizione del libro:

Dopo il grande disastro che ha sublimato la terza guerra mondiale, due Chiese si disputano i pochi sopravvissuti e i loro discendenti, flagellati dalle mutazioni. Una delle Chiese venera Deus Irae, il dio dell'ira, colui che ha causato nel mondo la devastazione ambientale. Un artista viene incaricato di realizzare il ritratto di Deus Irae per rianimare la fede dei seguaci. Dovrà intraprendere un viaggio alla sua ricerca attraverso una terra inaridita e popolata di esseri bizzarri e mortali.

Commento personale:

Mi attrae come una calamita. So che è mediocre secondo i miei gusti, ma fatico ad allontanarmi da questo autore. L'ultimo che avevo letto mi aveva risollevato il morale, ma con questo siamo alle solite. E lo punisco con sole due stelle su cinque. Sebbene possa meritarsene anche una terza. Come storia di fantascienza è pessima, ma chi legge Dick lo sa già. Usa questo genere solo come strumento. Tralascio la banalità di una ambientazione già risentita a mo' di cantilena e tralascio anche il personaggio principale spudoratamente copiato almeno nelle sembianze (è un focomelico) da se stesso in "Cronache del dopobomba". Forse queste somiglianze si devono anche al fatto che Dick ha inziato a scrivere la storia a metà anni sessenta (quando appunto ha scritto le cronache) per poi finirla oltre dieci anni dopo in collaborazione con Zelazny. Resta tuttavia un romanzo da non cestinare con tematiche profonde quali la morale e la religione. Dick la affronta con estrema intelligenza e con giudizio contrapponendo la Chiesa occidentale dei giorni d'oggi con una nuova Chiesa che venera il Male. Il viaggio tra queste due religioni viene effettuato con occhi cinici pur inserendo molti passi spirituali e prove di una presenza divina. Indotta o reale che sia. Il Pell (un pellegrinaggio) che il pittore intraprende non ha la sola funzione di scovare un'immagine da utilizzare per il proprio affresco, ma è la ricerca di qualcosa di più alto, di più profondo, la vera essenza del dio venerato. Una sorta di bizzarro cammino intrapreso in un mondo di Oz più futuristico. Ma qui il Mago di Oz.... non è psicologicamente attraente quanto quello originale. Interessanti anche alcune spiegazione etimologiche, ma noiosi ed abusati i vari richiami alla lingua tedesca.

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