Uscito nel 1971, Aqualung è il momento in cui i Jethro Tull smettono definitivamente di essere una band difficile da incasellare e diventano qualcosa di unico. Gli album precedenti, che conosco ancora meno, infatti non sono mai riuscito a capire bene dove volessero andare. Qui è tutto più chiaro e convivono rock duro, folk, blues, accenni prog e una scrittura che non ha nessuna voglia di compiacere. È un disco ruvido, a tratti sporco, lontano dall’idea di raffinatezza che spesso si associa al progressive.
La copertina è già una dichiarazione di intenti: quel barbone curvo, logoro, quasi sgradevole da guardare, mette subito in chiaro che questo non sarà un album elegante o consolatorio. Aqualung parla di emarginati, di ipocrisie, di religione, di solitudine, senza metafore rassicuranti. Ian Anderson scrive testi che osservano, giudicano, a volte sembrano persino sputare sentenze. Come lo so tutto questo? Mi son letto due o tre recensioni di chi quegli anni li ha vissuti.
Musicalmente il disco è meno compatto di quanto si ricordi. Alterna brani aggressivi e taglienti a momenti molto più acustici e introversi, quasi come se fossero due anime che convivono senza fondersi del tutto. Ed è forse proprio questa irregolarità a renderlo interessante: Aqualung non scorre liscio, si incaglia, rallenta, poi riparte all’improvviso.
Anderson domina tutto, nel bene e nel male. Il flauto, che in mano a chiunque altro sarebbe un vezzo, qui diventa uno strumento rock a tutti gli effetti. La sua voce è teatrale, sarcastica, a volte persino fastidiosa, ma sempre riconoscibile. Non cerca empatia: pretende attenzione.
Riascoltato oggi, Aqualung non mi sembra un disco “perfetto”, né un album da venerare a prescindere. È un lavoro fortemente figlio del suo tempo, con qualche eccesso e qualche passaggio meno ispirato. Ma è anche uno di quei dischi che hanno personalità da vendere, e che non cercano mai di piacere a tutti.
Aqualung resta per me l’ingresso più naturale nel mondo dei Jethro Tull. Non perché sia il più completo o il più sofisticato, ma perché è diretto, scomodo, umano. Un album che non ho mai sentito il bisogno di idolatrare, ma che continua a tornare fuori dagli scaffali con una naturalezza che, alla lunga, dice molto più di qualsiasi entusiasmo momentaneo.

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