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lunedì 28 settembre 2026

Machine Head - Burn My Eyes


 
Artista: Machine Head
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato CD
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I Machine Head nascono a Oakland nel 1991, e già questo dice qualcosa: la stessa città dei Green Day, un posto che nella prima metà degli anni Novanta stava producendo musica da ogni angolo possibile. Burn My Eyes  è il loro esordio, e arriva in un momento in cui il grunge stava ancora dominando l'attenzione generale mentre il metal cercava una nuova direzione.

La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.

Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.

Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.

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