Autore: Genesis
Anno: 1972
Trace: 6
Formato: vinile
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I Genesis so chi sono, ma non li conosco. O meglio, il mio sapere nei loro confronti è davvero poco e si limita qualche traccia sparsa ad esclusione di Foxtrot, unico loro album di cui possiedo gelosamente anche la versione in vinile. Perchè? Non c'è una motivazione, nè particolare, nè generale. E' semplicemente così e per questa recensione, mi son pure fatto aiutare da VIKI perchè, mentre li riascoltavo sentivo che mi mancava qualcosa di più tecnico e storico per concludere l'articolo. Foxtrot è il disco in cui i Genesis smettono di chiedere permesso e iniziano a occupare spazio. Tanto spazio. È il momento in cui il gruppo prende definitivamente la rincorsa e si lancia nel progressive “serio”, quello ambizioso, colto, un filo pomposo ma irresistibile. E sì, anche un po’ folle. Ma è una follia calcolata.
Siamo nel 1972: Peter Gabriel comincia a trasformarsi nel profeta mascherato che tutti conosciamo, Tony Banks erige cattedrali con le tastiere, Hackett infila la chitarra in territori che allora sembravano fantascienza, Rutherford e Collins tengono insieme tutto con una precisione quasi sospetta. Il risultato è un album che non ha paura di sembrare troppo. Troppo lungo, troppo complesso, troppo barocco. Ed è proprio per questo che funziona.
La copertina è già un manifesto: quella volpe in abito rosso, elegante e inquietante, sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm raccontata dopo una nottata pesante. È l’immagine perfetta per la musica che c’è dentro: fiabesca, teatrale, ma con una vena sinistra che non ti lascia mai del tutto tranquillo. Non è decorazione, è atmosfera. Forse è anche il motivo per cui decisi di acquistare il vinile invece del CD.
Foxtrot è un disco che va ascoltato come un racconto, non come una raccolta di canzoni. Ogni brano è un capitolo con un suo carattere preciso, ma il vero collante è l’idea di fondo: la musica come viaggio, come messa in scena. Non c’è nulla di radiofonico, nulla di accomodante. Qui i Genesis parlano a chi ha voglia di seguirli, non a chi cerca il ritornello da canticchiare.
E poi c’è “Supper’s Ready”, che più che una canzone è un evento. Ventitré minuti che ancora oggi mettono in imbarazzo metà delle band progressive venute dopo. Bibbia, Apocalisse, surrealismo inglese, ironia sottile e momenti di pura epica musicale: tutto insieme, senza chiedere scusa. È il cuore dell’album, ma non lo schiaccia: Foxtrot regge benissimo anche tutto ciò che gli gira attorno, segno di una band già sorprendentemente matura.
Riascoltato oggi, Foxtrot non suona affatto come un reperto da museo. Certo, è figlio del suo tempo, ma non è invecchiato male: anzi, sembra quasi più libero di tanta musica contemporanea, spesso terrorizzata dall’idea di osare. Qui invece si osa eccome, con una naturalezza disarmante.
In breve: Foxtrot non è solo uno dei grandi dischi dei Genesis, è uno di quei lavori che spiegano perché il progressive rock, quando è fatto bene, non è mai stato un semplice esercizio di stile. È immaginazione pura, messa su vinile. E una volta entrati nel bosco, con quella volpe che ti guarda storto, uscire non è poi così urgente.
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