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martedì 3 marzo 2026

13 Peccati (2014)

 
Regia: Daniel Stamm
Anno. 2014
Titolo originale: 13 Sins
Voto e recensione: 4/10 
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Se c’è una cosa che 13 Peccati fa benissimo è farti dire: “Ok, adesso voglio vedere dove va a parare questa follia”. E nella prima parte ci riesce davvero.
Il film è il remake americano di un’opera thailandese, diretto da Daniel Stamm e interpretato da Mark Webber, che qui veste i panni di un uomo qualunque con una vita che definire complicata è poco: problemi economici, lavoro precario, responsabilità familiari che pesano come macigni. Poi arriva la telefonata. Un gioco. Tredici prove. Ogni prova superata, soldi. Sempre di più. Sempre peggio.
L’idea non è originalissima, diciamolo subito. Il meccanismo del “gioco perverso” che costringe il protagonista a oltrepassare progressivamente limiti morali lo abbiamo visto diverse volte, e si sente. Però funziona. Funziona perché la prima metà è costruita con un crescendo intelligente: ogni sfida è più disturbante della precedente, ma resta ancora in una zona di plausibilità. Ti chiedi cosa faresti tu. Ti immedesimi. E lì il film ti tiene.
C’è una tensione quasi da thriller sociale, con quel sottotesto sulla disperazione economica che rende il tutto più amaro. Non è solo voyeurismo della crudeltà: è la tentazione del denaro facile quando sei con le spalle al muro. E questo aggancio emotivo regge bene.
Il problema arriva dopo.
Quando la storia decide di alzare la posta in modo esagerato. Quando la sospensione dell’incredulità viene stirata fino a spezzarsi. Le prove diventano sempre più improbabili, l’organizzazione dietro al gioco assume contorni quasi onnipotenti, e i colpi di scena iniziano a sembrare inseriti più per scuotere lo spettatore che per vera necessità narrativa.
Si passa da “potrebbe succedere” a “ma dai, seriamente?”.
E lì qualcosa si rompe. Non perché il film diventi improvvisamente inguardabile, ma perché perde quella forza iniziale, quel senso di inquietudine concreta. Il finale prova a rilanciare con twist e rivelazioni, ma il risultato è più artificiale che sconvolgente. Sembra voler strafare quando invece avrebbe funzionato molto meglio restando più asciutto, più crudele nella sua semplicità.
Resta comunque un thriller che si lascia guardare, con un ritmo solido e un’idea di base intrigante. Non rivoluziona nulla, non lascia un segno profondo, ma per buona parte del tempo riesce a farti stare incollato allo schermo. E in un genere inflazionato, non è poco.
Peccato solo che, arrivato al momento decisivo, scelga la strada più rumorosa invece di quella più intelligente. 

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