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giovedì 2 aprile 2026

Slash's Snakepit - It's Five O'Clock Somewhere

 
Artista: Slash's Snakepit
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: Cd
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Come i più attenti avranno notato, in questo 2026 sto dando molto più spazio alla musica di quanto non  abbia fatto in passato e sto cercando di pubblicare pensieri e parole sulla mia vecchia collezione di album, sempre per averne traccia. Spesso capito dischi che ho ascoltato poco o a cui ho dato poco valore perchè non rientravano completamente nei miei gusti musicali, ma c'è quasi sempre stata (oltre alla componente "collezione") la voglia di scoprire ed ampliare il mio raggio d'azione, pur rientrando in comparti musicali che potessero essere compatibili con i miei gusti. A quei tempi però si navigava un po' a braccia, a sensazioni, a consigli da parte di amici e conoscenti o semplicemente per "vicinanza". Così, una volta "esaurita" la linea Guns, era impossibile non passare a recuperare pezzi da solisti come l'avventura intrapresa da Slash. Ricordo che fu ospite in un programma televisivo musicale (forse trasmesso da TMC? o Italia Uno?) in cui fece un paio di pezzi (al massimo) in unplugged e già pensai che si trattava di uno "spinoff" che non potevo lasciarmi sfuggire. D'altra parte alcune tracce erano state scritte, e poi bocciate, per i Guns ed anche i componenti stessi della "nuova" band avevano legami abbastanza forti con il passato: Gilby Clark era in The Spafhetti Incident? così come Sorum che batteva anche per il doppio Use Your Illusion (I e II) e la presenza di Reed in alcune canzoni, senza contare che testi e musica appunto erano il risultato anche dello sforzo di un po' di tutti. Prendendola un po' larga si poteva dire che erano i Guns senza Rose... Se vogliamo fare un'analisi musicale sull'album poi viene fuori una sorta di somiglianza ad un hard rock più puro, simile a quello apprezzato in Appetite. Anche se allora come oggi, ritengo questo album diversi gradini sotto. Ovviamente presentarlo come una copia del vecchio hard rock dei Guns sarebbe non solo un sacrilegio, ma anche poco veritiero, visto che le influenze blues di Slash sono molto evidenti qui e così ha maggior senso considerarlo come un album slegato dal vecchio progetto. Per me fu una ciliegina sulla torta, anche se lo ho sempre preso in considerazione come un disco minore. 
 

mercoledì 1 aprile 2026

Alice In Chains - Dirt

 

Artista: Alice In Chains
Anno: 1992
Tracce: 13
Formato: CD 
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Gli Alice in Chains sono la band che più di tutte, nella scena di Seattle, si è sempre mossa con un piede nel metal. Non il grunge californiano patinato, non il punk reinventato dei Nirvana, qualcosa di più pesante, più oscuro, che guarda ai Black Sabbath e in un certo modo anche ai Led Zeppelin e li porta dentro un presente fatto di dipendenza, solitudine e disagio autentico. Dirt  è il disco in cui tutto questo converge al massimo.

Il disco è inseparabile dalla storia di Layne Staley. La dipendenza dall'eroina non è un sottotesto, è il soggetto esplicito di buona parte dei testi, scritti da Staley e da Jerry Cantrell con una crudezza che non cerca redenzione né consolazione. Si sente. Quella voce nasale, luciferina, capace di armonizzarsi con quella di Cantrell in modi che sembrano impossibili porta il peso di qualcosa di reale, e questo trasforma brani come Junkhead, Down in a Hole e la title track in qualcosa di più di semplici canzoni rock. Cantrell dal canto suo è la spina dorsale musicale: i suoi riff sono pesanti, urticanti, spesso in tempi dispari, e tengono tutto in piedi con una solidità che non lascia scampo.

Them Bones apre il disco come uno schiaffo: due minuti e mezzo in 7/8 (così mi dicono dalla regia) , un muro di chitarre e un urlo che non lascia tempo di capire cosa stia succedendo. Rooster, scritta da Cantrell per il padre veterano del Vietnam, è il momento più epico e malinconico del disco. Would?, già scritta per la colonna sonora di Singles (nota privata: da recuperare) , chiude con una di quelle melodie che non si dimenticano. E Angry Chair, scritta interamente da Staley, è forse il pezzo che più di tutti fa capire dove stesse andando, e dove sarebbe arrivato, dieci anni dopo.

È un disco difficile da ascoltare con leggerezza, e probabilmente non ci si dovrebbe nemmeno provare. Ma è uno dei pochi dischi di quel periodo in cui il dolore suona vero fino in fondo, senza filtri e senza pose. Un capolavoro che non invecchia.