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domenica 6 settembre 2026

Juventus 1 - Milan 1

 
Già alla terza uno scontro diretto dei nuovi poveri che provano a tornare tra i ricchi. Primo tempo non eccezionale, ma neanche da buttare con la Juve che fa la partita ed ha le maggiori occasioni senza rischiare niente. Nulla di trascendentale, ma il nostro portiere non tocca un pallone esattamente come Kolo Muanì. Arrivano comunque due conclusioni al limite del pericoloso che avrebbero potuto portarci in vantaggio. Secondo tempo sulla falsariga del primo e dopo dieci minuti il palo salva la porta del Milan. Poi come se niente fosse arriva il vantaggio immeritato del Milan. D'altra parte però se non si tira in maniera migliore è impossibile segnare. E l'unica mossa vincente di Spalletti è quella di mettere Gatti come centravanti che pareggia nei minuti di recupero. Restano due squadre di poverini. 

Elba, non solo spiagge #31 (Strega e Volterraio)

 
Nuovo giorno, nuovo trekking. Ed anche oggi una lotta contro il caldo. Da Rio Elba, giro in paese e per gli storici lavatoi, poi direzione Eremo di Santa Caterina. Da qui saliamo per intercettare l'innesto della onnipresente GTE per salire la cima del Monte Strega. Cresta fino al bivio della strada del Volterraio. Ma niente ci ferma e saliamo anche alla fortezza per un secondo suggestivo trekking panoramico. Una volta sistemati e riprese le nostre cose visita a Portoferraio e ritorno a casa. 

sabato 5 settembre 2026

Elba, non solo spiagge #30: Monte e Mare

 
Uno dei miei cavalli di battaglia preferiti come escursioni qui all'Elba è l'anello scelto per oggi. Percorso completo, non troppo lungo, ma neanche esauribile in pochi istanti, bel dislivello senza stramazzare, roccette, bosco, panorami mozzafiato, una cima, un santuario, un paese, una spiaggia. Insomma si può avere e fare di tutto partendo da Porto Azzurro e salendo verso il collegamento con la GTE passando dal Conad e dall'Arrighi per poi arrivare a Cuore e Terra. Proseguiamo dopo una lunga e asfissiante salita verso la Croce seguendo il famoso 205 ed ammirando roccette e caprette. Discendiamo via bosco a zig zag e piccola sosta al Santuario del Monserrato e poi via dritti per il mare e un tuffo alla spiaggia di Barbarossa. Infine di nuovo a Porto Azzurro attraverso la passeggiata Carmignani. Serata a Rio Marina.

venerdì 4 settembre 2026

Elba, non solo spiagge #29 (giro in scooter)

 
Dopo aver condiviso il traghetto con niente popò di meno che Giani, avevo voglia di tornare in continente. Ma ormai ero al di là del canale e ho deciso di continuare con il piano A. Lo racconterò velocemente perché domani mi aspetta un lungo trekking ed ho già sonno. Tocchiamo in un unico pomeriggio alcuni dei punti nevralgici dell'isola. Dopo essere scesi a Rio Marina, saliamo a Rio Elba presso Casetta degli Aranci dove posiamo quasi tutti i nostri averi. Da lì inizia il tour su due ruote con il Volterraio, Portoferraio, Procchio, Marciana Marina, Poggio, Marciana, Patresi, Chiessi, Pomonte, Fetovaia, Seccheto, Cavoli, Marina di Campo, Lacona ed infine Capoliveri. Qui aperitivo e quindi cena per poi riprendere in notturna con Porto Azzurro e chiudere l'anello con Rio.

(poche foto perché guidavo) 

giovedì 3 settembre 2026

Black Flag - Damaged



Artista: Black Flag
Anno: 1981
Tracce: 15
Formato: CD
Acquista su Amazon

Jack: VIKI, spiega perchè questo album che tengo in mano è finito nella mia collezione privata casalinga:

VIKI: Se dovessi consigliare un solo disco per spiegare cosa significhi davvero la parola punk, senza tutta la patina da salotto buono che ormai si porta dietro, punterei dritto su Damaged dei Black Flag. Uscito sulla SST nel 1981, è il loro primo album vero e proprio, e arriva dopo un paio di tentativi falliti e un giro di cantanti che definire turbolento è poco. Alla fine il posto lo prende un ventenne di Washington DC che fino a poco prima faceva il fan sfegatato della band, tale Henry Rollins, che si ritrova catapultato in studio con appena qualche settimana di rodaggio alle spalle.

La cosa curiosa è che la maggior parte delle basi strumentali era già stata registrata prima del suo arrivo, quindi Rollins si è trovato a dover sovraincidere la voce su tracce pensate per un altro cantante, e nonostante questo il risultato suona come se fosse tutto nato insieme, di getto, con quella rabbia che non concede pause. Chitarra di Greg Ginn, basso di Chuck Dukowski, seconda chitarra di Dez Cadena passato dal microfono alla sei corde, batteria del misterioso Robo. Un quintetto che in poco più di trentaquattro minuti butta giù il manifesto dell'hardcore americano.

Dietro l'uscita del disco c'è anche una storia da manuale di quanto la musica desse fastidio a chi contava i soldi. La Unicorn Records, che doveva distribuirlo tramite la major MCA, si tira indietro all'ultimo perché il presidente della MCA lo giudica un disco anti genitori. I Black Flag, con la faccia tosta che li ha sempre contraddistinti, vanno di persona allo stabilimento di stampa e appiccicano sopra le copie già pronte degli sticker con su scritto, testuale, che da genitore lo trovavano un disco anti genitori. Alla fine il disco esce per conto proprio sulla SST di Ginn, e quella storia lì dice già tutto sullo spirito del gruppo.

Musicalmente Damaged non lascia respiro. Brani come Rise Above, Six Pack, Thirsty and Miserable o Depression parlano di paranoia, alcolismo, isolamento, disagio mentale, con un'urgenza che non ha nulla di calcolato. Rollins non canta, sbraita, e lo fa con una credibilità totale perché quelle cose evidentemente le sente sulla pelle. Poi arriva TV Party, che è quasi comica nella sua cattiveria contro il conformismo da divano, e chiude tutto Damaged I, il primo pezzo scritto proprio da Rollins, rallentato e quasi da spoken word, che suona come una confessione buttata lì senza filtri.

Perché avere questo cd in casa sia una buona cosa, secondo me, è presto detto. Non è un disco che si ascolta per piacere nel senso tradizionale del termine, è un disco che serve a ricordarsi che la musica può ancora essere pericolosa, scomoda, urgente, prima che diventasse un prodotto da playlist. Io vengo dal metal, quindi la mia formazione è fatta di epica, tecnica, atmosfere, e l'hardcore per natura va nella direzione opposta, essenziale e sporco. Eppure Damaged mi ha sempre insegnato qualcosa che il metal più ricercato a volte perde per strada, cioè che a volte bastano tre accordi urlati con sincerità per dire più cose di un assolo di otto minuti. Tenerlo in casa è un modo per non dimenticarselo.

mercoledì 2 settembre 2026

La Casa Di Fragola (2021)




Regia: Albert Bitney, Kentucker Audley
Anno: 2021
Titolo originale: Strawberry Mansion
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.5)
Pagina di I Check Movies
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Distopia molto particolare, onirica, che ho amato soprattutto per come riesce a fare del basso budget il suo punto di forza, costruendo una scenografia retrò davvero d'impatto. L'ambientazione e l'estetica sembrano fatte a mano, il futuro improbabile richiama l'analogico pastelloso, e visivamente hanno ottenuto una grana sporca, patinata e leggermente distorta, che rimanda proprio al look delle vecchie cassette.

La palette cromatica è vivace, pastello e contrastata, lontana dai toni cupi di molta fantascienza indie contemporanea. Si vedono cieli rosa, interni saturi, oggetti colorati e una scenografia piena di cianfrusaglie e decorazioni d'epoca, tutte accumulate come in un archivio impossibile da riordinare. La casa stessa è arredata con mobili vintage e oggetti di epoche passate, e ne esce un futuro che sembra fermo nel tempo, come un presente alternativo anni ottanta o novanta proiettato in avanti.

Il tutto ha un'atmosfera da fiaba oscura, un collage di sogni dimenticati fatto di animazioni in stop motion, personaggi grotteschi e inquadrature che sembrano quadri animati più che scene di un film vero e proprio. Ci ho visto dentro parecchio Terry Gilliam, quella stessa capacità di rendere l'artigianale spiazzante invece che dozzinale, quel gusto per il grottesco tenero che non fa mai paura sul serio ma resta comunque perturbante. È un mondo sospeso, né pienamente reale né pienamente digitale, dove il vecchio, inteso come formato, come oggetto, come consistenza fisica, diventa la chiave per rappresentare l'inconscio.

Il rovescio della medaglia è che la trama, purtroppo, è un po' deboluccia, e nonostante il film sia breve alcune sezioni, in particolare quelle più oniriche, si allungano decisamente troppo rispetto a quello che hanno da dire. Resta comunque un'esperienza visiva che vale la pena di farsi, di quelle che si guardano più per lasciarsi attraversare dalle immagini che per seguire una vera storia.

martedì 1 settembre 2026

Vivarium (2019)

 

Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Titolo originale: Vivarium
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (5.8)
Pagina di I Check Movies
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Strepitoso (STRE PI TO SO), per me una vera sorpresa senza alcuna aspettativa. Vivarium può iniziare come una commedia, poi passa al dark, ma la vera ossatura di questo nonsense potrebbe essere invece proprio l'horror. Due protagonisti soltanto nella pratica, una scenografia volutamente finta e costruita, un loop labirintico che riesce a sopprimerti anche grazie al ritmo lento accuratamente scelto. Un film che consiglierò anche nelle serate da intenditori per non tirar fuori sempre i soliti titoli.

Dietro la macchina da presa c'è lo sconosciuto Lorcan Finnegan, che con la sceneggiatura di Garret Shanley costruisce quella che di fatto è una fiaba nera travestita da satira immobiliare. I due protagonisti, Gemma e Tom, interpretati rispettivamente da Imogen Poots e da un Jesse Eisenberg volutamente spento e in modalità pilota automatico, si ritrovano intrappolati in un quartiere di villette a schiera tutte identiche. È un'idea semplicissima, quasi da cortometraggio, eppure Finnegan riesce a tirarla per tutta la durata del film senza farla sembrare mai un artificio sfruttato all'osso.

Quello che mi ha colpito è come il film cambi pelle più volte senza mai perdere coerenza. Parte quasi come una commedia sul purgatorio del mercato immobiliare, con un agente talmente fuori scala da risultare comico nella sua inquietudine e infine si scopre molto più pesante e puro nel momento in cui capisci che quella casa, quel prato tagliato con precisione chirurgica, quelle nuvole finte che sembrano dipinte, non sono un incidente ma una trappola pensata apposta. La scenografia lavora proprio su questo, tutto è troppo pulito, troppo simmetrico, troppo finto per essere vero, ed è proprio quella finzione dichiarata a mettere a disagio più di qualsiasi jumpscare.

Il film costruisce tutto sul senso di ripetizione e di trappola da cui non si può uscire, e diventa il veicolo perfetto per parlare di temi più grandi, la routine domestica che si trasforma in prigione, i ruoli imposti dentro una coppia, l'angoscia di sentirsi osservati e privi di controllo sulla propria vita. Finnegan non spiega mai nulla a parole, lascia che sia il non detto a costruire il disagio, e proprio per questo il film resta addosso molto più a lungo di quanto la sua premessa da un'idea sola farebbe pensare. Non è un film che ti dà risposte, è un film che ti lascia lì con l'ansia addosso, e proprio per questo funziona.

lunedì 31 agosto 2026

Aggiornamento OxygenOS versione CPH2769_16.0.10.500

 

È arrivato anche sul mio OnePlus 15R un nuovo aggiornamento di sistema. Si tratta della versione CPH2769_16.0.10.500, basata su OxygenOS 16, con un download di circa 880 MB.

Non siamo davanti a una nuova versione major di Android, naturalmente, ma a un aggiornamento abbastanza corposo che interviene su diversi aspetti del telefono: schermata Home, Note, fotocamera, sicurezza e gestione delle app nascoste.

OnePlus ha iniziato a distribuirlo il 19 agosto 2026 attraverso un rollout progressivo. La versione CPH2769_16.0.10.500(EX01) è quella destinata ai dispositivi EU/GLO, quindi è proprio quella che interessa il mercato europeo.

Nel mio caso l'OTA è comparso direttamente sul telefono.

Un aggiornamento da quasi 880 MB

La schermata dell'aggiornamento segnala:

OxygenOS 16
CPH2769_16.0.10.500
879,73 MB

Quindi non è il classico aggiornamento da poche decine o centinaia di megabyte dedicato esclusivamente alle patch di sicurezza.

Il changelog ufficiale, però, fa capire abbastanza bene dove OnePlus abbia concentrato il lavoro.

Home screen: finalmente un modo rapido per eliminare i badge

Una delle novità più piccole, ma potenzialmente comode, riguarda i badge delle notifiche sulle icone delle applicazioni.

Ora è possibile fare un gesto di apertura con due dita sulla schermata Home per cancellare contemporaneamente tutti i badge delle notifiche.

Non cambia la gestione delle notifiche vere e proprie: semplicemente permette di ripulire rapidamente quei numerini rossi che, dopo qualche ora o qualche giorno, finiscono inevitabilmente per trasformare la Home in una specie di tabellone della borsa.

Una funzione minuscola, ma che può diventare comoda per chi tende ad avere molte notifiche non lette.

Note diventa un po' più utile

Un'altra modifica riguarda l'app Note.

Con OxygenOS 16.0.10.500 è possibile annotare direttamente le immagini inserite nelle Note, utilizzando gli strumenti di modifica per evidenziare particolari o aggiungere indicazioni.

È una funzione pensata soprattutto per chi utilizza lo smartphone anche per lavoro, studio o organizzazione personale: fotografare qualcosa, inserirlo in una nota e indicare direttamente sull'immagine ciò che interessa diventa più immediato.

Niente di rivoluzionario, ma è il genere di piccola aggiunta che ha senso in un'interfaccia ormai sempre più orientata alla produttività.

La novità più interessante: AI Remix Collage

La parte più curiosa dell'aggiornamento è probabilmente quella dedicata a Camera & Photos.

OnePlus introduce AI Remix Collage, una funzione che permette di prendere un soggetto da un video e trasformarlo in uno sticker animato.

Il soggetto può poi essere utilizzato su:

  • altri video;
  • Motion Photo;
  • fotografie;
  • nuovi contenuti creativi;
  • immagini con contorni animati.

In pratica OnePlus sta portando nella galleria una serie di strumenti di manipolazione delle immagini basati sull'intelligenza artificiale, con un approccio decisamente più "social" e creativo che fotografico.

È una di quelle funzioni che probabilmente utilizzeremo tutti meno di quanto suggerisca il comunicato stampa, ma che può diventare divertente quando si vuole fare qualcosa di un po' meno serio con le fotografie.

Risolto anche un piccolo problema della fotocamera

L'aggiornamento corregge inoltre un problema che poteva verificarsi utilizzando la fotocamera in modalità orizzontale.

In alcune situazioni icone, testi e menu potevano infatti rimanere visualizzati con l'orientamento verticale.

Con la nuova versione il problema dovrebbe essere risolto.

Più attenzione alla sicurezza

La parte probabilmente meno spettacolare, ma più importante, riguarda la sicurezza.

OnePlus ha migliorato il sistema di protezione contro comportamenti considerati ad alto rischio, in particolare quelli che possono sfruttare impropriamente i servizi di Accessibilità.

Il sistema può bloccare automaticamente determinate attività sospette, registrare gli eventi rilevati e mostrare un avviso all'utente.

La funzione è accessibile dal Gestore telefono → Virus e rischi → Blocca attività app sospette.

È un intervento interessante perché i permessi di Accessibilità sono da tempo uno dei punti delicati della sicurezza Android: applicazioni malevole possono cercare di sfruttarli per interagire con l'interfaccia e compiere operazioni che normalmente non sarebbero consentite.

Migliorata anche la gestione delle app nascoste

OnePlus ha inserito inoltre una piccola modifica per le app nascoste.

Quando si utilizza un'app nascosta, è ora possibile effettuare uno swipe dal basso verso l'area della finestra fluttuante nell'angolo superiore destro per aprirla in una finestra flottante.

Una funzione abbastanza particolare, destinata probabilmente a una minoranza di utenti, ma che aumenta le possibilità del sistema multitasking di OxygenOS.

E soprattutto: patch di sicurezza di agosto 2026

La parte più importante dell'aggiornamento dal punto di vista della manutenzione è probabilmente l'integrazione della patch di sicurezza Android di agosto 2026.

È un dettaglio che spesso passa inosservato perché non produce nessuna nuova icona o animazione sullo schermo, ma è esattamente il tipo di aggiornamento che è bene installare.

Il rollout è comunque incrementale: OnePlus non distribuisce necessariamente l'OTA contemporaneamente a tutti gli utenti. La società ha infatti spiegato che l'aggiornamento viene inizialmente inviato a una percentuale limitata di dispositivi per poi essere esteso progressivamente.

Vale la pena aggiornare?

Direi proprio di sì.

Non perché OxygenOS 16.0.10.500 trasformi improvvisamente il OnePlus 15R in un telefono diverso, ma perché è un aggiornamento che mette insieme nuove funzioni, correzioni, miglioramenti della sicurezza e patch mensile.

Le novità che probabilmente noteremo di più sono AI Remix Collage, le nuove possibilità di annotazione delle immagini nelle Note e il gesto a due dita per cancellare i badge.

Molto più importanti, anche se invisibili nell'uso quotidiano, sono invece le correzioni di sicurezza e il miglioramento della gestione delle applicazioni potenzialmente rischiose.

Il mio 15R, quindi, si aggiorna ancora una volta. E considerando che l'ho appena scelto come successore del vecchio OnePlus 9 Pro, è anche un buon modo per iniziare a vedere quanto OnePlus continuerà a lavorare sul software di questo dispositivo nel corso del suo ciclo di vita.

Per ora, insomma, 879 MB ben spesi.

Scheda dell'aggiornamento

Dispositivo: OnePlus 15R
Sistema: OxygenOS 16
Versione: CPH2769_16.0.10.500
Build europea: CPH2769_16.0.10.500(EX01)
Dimensione OTA: 879,73 MB
Patch sicurezza: agosto 2026
Distribuzione: rollout incrementale EU/GLO
Principali novità: AI Remix Collage, annotazione immagini nelle Note, gestione dei badge, miglioramenti fotocamera, sicurezza e app nascoste.


*Aggiornamento ricevuto sul mio OnePlus 15R (CPH2769) il 31 agosto 2026.*


domenica 30 agosto 2026

Perfect Days (2023)


 
Regia: Wim Wenders
Anno: 2023
Titolo originale: Perfect Days
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.9)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon 
 

 

Quando ho iniziato a vederlo e ho notato la combo Jappo + Wenders ho capito subito che sarebbe stato un film da moviola. Non avevo tutti i torti, il film è statico e segue la vita apparentemente ripetitiva di un uomo sui sessanta che, single, vive a Tokyo e pulisce i bagni pubblici. La sua esistenza è scandita da una routine meticolosa, un loop senza verve in cui si dedica con semplicità al suo lavoro e a piccoli hobby quotidiani. Di contrasto a questo tipo di vita che annoierebbe anche un eremita, c'è la tranquillità e la serena spensieratezza con cui riesce ad affrontare ogni situazione che gli capita. Mai un lamento, mai autocommiserazione, ma sempre questo accogliere la bellezza nelle piccole cose. Che si tratti di fotografare le fronde degli alberi o di ascoltare musica anni settanta durante il tragitto casa lavoro, il protagonista sembra non sentirne mai il peso. A proposito piccola parentesi, colonna sonora davvero ben studiata e piacevole con The Animals, Patti Smith, Van Morrison e compagnia.

Il protagonista si chiama Hirayama e per buona parte del film Wenders lo lascia praticamente muto, affidando tutto il racconto al volto di Koji Yakusho, che infatti a Cannes ci si è portato a casa il premio come miglior attore, oltre al premio della giuria ecumenica. Ed è proprio lì che sta il trucco del film, se di trucco si può parlare in un'opera così antiretorica. Hirayama non parla quasi mai, eppure capisci tutto di lui dal modo in cui piega gli asciugamani, dal modo in cui sorride guardando in alto tra i rami, dal modo in cui ogni sera prima di dormire legge qualche pagina di un libro comprato usato. È un cinema che chiede fiducia allo spettatore, gli chiede di rallentare, e se sei disposto a farlo ti restituisce parecchio.

Quello che mi ha colpito di più è come Wenders lasci filtrare il passato di Hirayama col contagocce, senza mai spiegarlo davvero. Arriva la nipote Niko, scappata di casa, e attraverso lei intuiamo che la famiglia di origine del protagonista è benestante, che c'è stata una rottura con la sorella, che la scelta di questa vita umile e ordinata è stata proprio una scelta, non un destino subito. Non lo sapremo mai fino in fondo, e va benissimo così. C'è poi il collega Takashi, sempre in affanno tra debiti e conquiste mancate, che funziona da contraltare comico e un po' patetico alla saggezza silenziosa di Hirayama, e c'è Mama, la gestrice del piccolo bar dove lui va a bere qualcosa, che canta in giapponese "The House of the Rising Sun" in una delle scene più delicate del film.

 Hirayama fotografa ogni giorno lo stesso gioco di luce sugli stessi alberi con una vecchia macchina analogica, consapevole che non sarà mai identico a se stesso, e in questo gesto ripetuto c'è tutta la filosofia del film, l'idea che la bellezza non stia nel nuovo ma nella capacità di guardare con attenzione ciò che già c'è. Wenders, che di documentari su Ozu se ne intende avendone girato uno lui stesso anni fa, prende in prestito da quel cinema la stessa fiducia nei silenzi e negli spazi vuoti, la stessa idea che l'inquadratura fissa su un dettaglio quotidiano possa dire più di un dialogo.

Il finale, con il primo piano di Hirayama in auto mentre sul volto gli passano in sequenza gioia e malinconia, mentre in sottofondo canta Nina Simone, è uno di quei momenti in cui il cinema riesce a farti sentire qualcosa senza dirti esattamente cosa provare. Non è un film per tutti, lo confermo, ma se vi mettete comodi e accettate il suo ritmo, Perfect Days è un piccolo gioiello sulla dignità del poco e sulla possibilità di essere in pace con la propria vita anche quando agli occhi degli altri sembra la più piccola e insignificante del mondo.

sabato 29 agosto 2026

Juventus 2 - Parma 0

 
Dopo la prova vincente, ma poco convincente a Frosinone, ecco la prima in casa contro il Parma. Un inizio buono, quello dei primi minuti, ma nel complesso risulta sterile nel lungo periodo. Continuano a mancare riferimenti pesanti in attacco. C'è il palo da fuori del nostro Conceicao. Il Parma è chiuso bene e ci limitiamo a fare cross in area, spesso prevedibili. Più arrembante ad inizio ripresa e con Gonzalez al posto di David la musica cambia decisamente. In cinque minuti tira al volo in porta (bella parata), poi calcia dalla lunga distanza e colpisce il palo, ed insiste sulla ribattuta calciando ancora. Rete con deviazione, ma ci porta in vantaggio. Vicario subito dopo impedisce il pareggio. Comunque in alcune occasioni ci rilassiamo troppo, ma siamo furbi ad approfittarne quando succede a loro ed arriva anche la rete, bella, di Koop! 

Eric Flint - Isole

 

Autore: Eric Flint
Anno: 2002
Titolo originale: Islands
Pagine: 88
Voto e recensione: 3/5

Trama del libro e quarta di copertina:
Pensavate che il generale Belisarius fosse un duro? Fate ora conoscenza con la moglie di uno dei suoi ufficiali, decisa a raggiungere il marito ferito... Anche a costo di passare suo corpi sembrati dei nemici, se dovesse essere necessario. 

Commento personale e recensione:
Il secondo romanzo contenuto ne "I signori della guerra" è "Isole" di Eric Flint, e devo dire che mi ha incuriosito molto , al punto da spingermi a cercare qualche informazione in più sull'universo in cui è ambientato. Si tratta infatti di un tassello della più ampia Belisarius Saga, scritta da Flint insieme a David Drake, che in Italia sembra essere arrivata giusto con questo assaggio.

La premessa dell'intera saga è di quelle che fanno venire voglia di saperne di più: nel futuro remoto, due fazioni post umane in lotta tra loro decidono di intervenire sul passato per plasmare la storia a proprio favore. Da una parte i cosiddetti Nuovi Dei, che puntano tutto sull'Impero Malwa, in India, dotandolo di armi da fuoco e di una guida praticamente onnisciente, un'intelligenza cyborg chiamata Link, con l'obiettivo di soggiogare il resto del mondo, a partire dall'Impero Bizantino e dall'Impero Sasanide di Persia, per poi puntare dritti alla Cina. Dall'altra parte, entità cristalline provenienti da un futuro ancora più lontano scelgono come proprio strumento il generale bizantino Flavio Belisario, guidato da un gioiello senziente di nome Aide, capace di mostrargli in anticipo gli sviluppi di questo futuro nefasto.

"Isole" si inserisce in questo scenario da un'angolazione diversa e più intima rispetto al grande scontro tra imperi: segue la moglie di uno degli ufficiali di Belisario, decisa a raggiungere il marito rimasto cieco, mostrandosi disposta a tutto pur di riuscirci, è divenendo una sorta di leggenda vivente durante il suo viaggio. Rispetto al filone principale della saga, qui il taglio è più personale, quasi un racconto laterale che permette di respirare l'atmosfera di questo mondo alternativo senza il peso della grande strategia militare che invece dovrebbe essere alla base dei romanzi. 

Si tratta quindi di un prequel e anche spinoff, ambientato prima degli eventi narrati nei romanzi principali della saga, che comprende titoli come "An Oblique Approach", "In the Heart of Darkness" e altri, fino alla conclusione con "The Tide of Victory" e "The Dance of Time". Un'ucronia storico militare che mescola Roma, Persia e India con tecnologie fuori tempo massimo, mitragliatrici , telegrafo e chissà cos'altro, e che dopo questo assaggio mi ha lasciato la curiosità di scoprire se, prima o poi, arriverà qualcos'altro anche da noi.


In The Grey (2026)

 


Regia: Guy Ritchie
Anno: 2026
Titolo originale: In The Grey
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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In the Grey, l'ultima fatica di Guy Ritchie, portava con sé la solita promessa: gente elegante che spara, borse di soldi che passano di mano, un gruppo di specialisti che deve recuperare una fortuna rubata da un tiranno di turno. Sulla carta Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni dei due mercenari, Eiza González e Rosamund Pike a completare il cast, tutta gente che con Ritchie ci ha già lavorato altre volte e che quindi dovrebbe garantire un minimo di affiatamento. E invece io l'ho trovato tendente al brutto, senza anima. Come un compitino fatto su commissione da un freelance con partita Iva.

Il problema non è la messa in scena, che resta quella patinata e un po' fighetta a cui Ritchie ci ha abituati da Snatch in poi. Il problema è la struttura della storia, che butta giù basi confusionarie, si prende tutto il tempo per spiegartele mostrandoti quanto siano complicate da risolvere, e poi le liquida con una risoluzione semplicistica. Tipo: abbiamo il cattivo che ha tutti questi ingranaggi di sicurezza ed economici, ma noi siamo più furbi e facciamo in questo modo, così lo freghiamo. Fine. Tutto qui il colpo di genio che dovrebbe reggere novanta minuti di montaggi esplicativi.

E' un film che riassume tutto come farebbe un riassunto automatico, con le fasi dell'estrazione elencate in grandi liste su schermo, ripetute fino alla nausea in montaggi che dovrebbero sembrare tecnici e finiscono per sembrare solo un modo per allungare il brodo. E il risultato, anche lì, è lo stesso: rendere tutto troppo facile per i buoni, come se il film avesse paura di davvero mettere alla prova i suoi personaggi.

Dei personaggi, va detto, resta ben poco comunque. Sono superfici, involucri con la faccia giusta e il completo giusto addosso, ma dentro non c'è nessuno. È il marchio di fabbrica di Ritchie da sempre, e chi lo segue lo sa, ma qui la cosa pesa di più perché la trama stessa chiede di stare al gioco della complessità, di credere che ci sia della sostanza dietro ai piani elaborati, e invece si scopre che è tutto scenografia. Bello da vedere, vuoto da vivere.

venerdì 28 agosto 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 6]

 

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2025
Episodi: 10
Stagione: 6
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Finita anche la sesta e ultima stagione di The Handmaid's Tale, vista pure questa in tempi record, praticamente in ventiquattro ore. Non perché fosse particolarmente bella, anzi segue l'andazzo altalenante di quarta e quinta, ma perché a questo punto volevo solo arrivare dritto al punto, chiudere il cerchio dopo tutto questo tempo passato con June e con Gilead.

Il finale, devo dire, mi ha lasciato un po' deluso e con la sensazione di incompletezza. Non credo di essere l'unico ad averlo percepito così e c'è da sottolineare come la fretta abbia giocato brutti scherzi, con episodi finali di poco più di quaranta minuti che non bastano per una storia così stratificata, e con la sensazione diffusa che gli sceneggiatori abbiano scelto la strada più rassicurante per il pubblico piuttosto che quella più coerente con tutto quello che era stato costruito prima.

Di azione ce n'è, ma non troppa, e il resto è occupato da un fiume di discorsi sul senso di colpa, sul perdono, sul fare la cosa giusta, che dopo sei stagioni suonano davvero ripetitivi. Sono temi che la serie porta avanti fin dal primo episodio, per carità, ma qui si ha la sensazione che vengano ribaditi più per riempire minutaggio che per aggiungere qualcosa di nuovo alla riflessione.

Poi ci sono i dettagli che stonano, quelli che a forza di accumularsi minano la sospensione dell'incredulità anche in uno spettatore affezionato come me. Lawrence e Nick che nel giro di cinque minuti di viaggio in auto raggiungono puntualmente qualsiasi punto nevralgico della trama, come se Gilead fosse grande quanto un quartiere. Zia Lydia che non sembra mai fare davvero i conti con il fatto che per anni ha fatto stuprare e mutilare "le sue ragazze", nascondendosi dietro una parvenza di affetto materno che la assolve troppo facilmente agli occhi della narrazione. E Serena, forse il caso più fastidioso di tutti, che viene sostanzialmente perdonata da chiunque, istituzioni comprese, nonostante sia stata una delle menti fondatrici di Gilead fin dall'inizio, una delle responsabili dirette dell'ideologia che ha reso possibile tutto l'orrore che abbiamo visto per sei stagioni.

Resta comunque il fatto che The Handmaid's Tale, presa nel suo complesso, è stata una delle serie più importanti degli ultimi anni, capace di raccontare con lucidità quanto possa essere sottile il confine tra la società che conosciamo e un regime totalitario. Peccato solo che l'ultimo tratto di strada, quello che avrebbe dovuto lasciare il segno più forte, sia stato anche il più incerto.

giovedì 27 agosto 2026

OnePlus 15R: panoramica e specifiche

 

Dopo quasi tre anni di onorato servizio, è arrivato il momento di mandare in pensione il mio OnePlus 9 Pro. Al suo posto è arrivato un OnePlus 15R, nella versione Charcoal Black con 12 GB di RAM e 256 GB di memoria interna.

Il passaggio è curioso perché, sulla carta, sembra quasi un confronto impari. Il 15R appartiene a una generazione tecnologicamente molto più avanzata e in diversi settori sembra arrivare direttamente dal futuro. Ma il 9 Pro era un vero flagship e, soprattutto, aveva una cosa che oggi molti smartphone sembrano aver dimenticato: un certo gusto per il design.

Il risultato è quindi meno scontato di quanto si potrebbe pensare.

Le caratteristiche del OnePlus 15R

Il OnePlus 15R monta la piattaforma Qualcomm Snapdragon 8 Gen 5, con CPU Oryon fino a 3,8 GHz, 12 GB di RAM LPDDR5X Ultra e memoria UFS 4.1. La mia versione dispone di 256 GB. È una dotazione che, anche senza scomodare il marketing, è decisamente di fascia alta.

Il sistema operativo è OxygenOS 16 basato su Android 16, quindi il telefono parte già con una generazione software molto più recente rispetto al mio vecchio 9 Pro, nato con Android 11 e OxygenOS dell'epoca.

Ma è la batteria la caratteristica che probabilmente farà la differenza nell'utilizzo quotidiano: 7.400 mAh, contro i 4.500 mAh del 9 Pro. Significa circa il 64% di capacità in più. La ricarica è SUPERVOOC a 80 W e OnePlus dichiara una ricarica dall'1 al 50% in circa 22 minuti nelle proprie condizioni di laboratorio.

Insomma, dopo anni passati a guardare con una certa ansia la percentuale della batteria del 9 Pro, questa potrebbe essere la differenza più piacevole di tutte.

Display: 165 Hz contro la qualità del vecchio QHD+

Lo schermo è un AMOLED da 6,83 pollici, con risoluzione 2.800 × 1.272 pixel, 450 ppi e refresh rate adattivo fino a 165 Hz. Supporta 10 bit e il 100% dello spazio colore DCI-P3, mentre la luminosità HBM arriva a 1.800 nit.

Il 9 Pro aveva però una caratteristica che sulla carta continua a essere superiore: il suo Fluid AMOLED LTPO da 6,7 pollici raggiungeva 3.216 × 1.440 pixel, 525 ppi e 120 Hz.

Qui, quindi, il nuovo non è semplicemente “migliore”.

Il 15R vince nettamente sulla fluidità, con i suoi 165 Hz, ma il 9 Pro aveva una risoluzione maggiore e soprattutto un pannello LTPO che all'epoca rappresentava una delle soluzioni più raffinate disponibili.

Nell'uso normale, comunque, 165 Hz sono probabilmente più una bella cifra da leggere sulla scheda tecnica che una rivoluzione percepibile rispetto ai 120 Hz del 9 Pro. Lo schermo del 15R è però enorme, luminoso e molto fluido.

Il grande salto: la potenza

Qui non c'è praticamente partita.

Il 9 Pro utilizzava lo Snapdragon 888, con GPU Adreno 660, 12 GB di RAM LPDDR5 e memoria UFS 3.1.

Il 15R utilizza invece lo Snapdragon 8 Gen 5, 12 GB di LPDDR5X Ultra e UFS 4.1. OnePlus dichiara incrementi del 36% per la CPU, dell'11% per la GPU e del 46% nelle prestazioni AI rispetto alla generazione precedente, valori ovviamente da considerare come dati di laboratorio del produttore.

Al di là dei numeri, il salto generazionale dopo cinque anni è inevitabilmente enorme. Il 9 Pro continua a essere un telefono assolutamente utilizzabile, ma il 15R nasce in un'epoca nella quale processore, memoria, gestione termica e intelligenza artificiale hanno fatto parecchi passi avanti.

OnePlus ha inoltre inserito un sistema di raffreddamento Cryo-Velocity a 360°, con camera di vapore da 5.704 mm², pensato soprattutto per mantenere alte le prestazioni durante sessioni impegnative.

Per chi usa lo smartphone semplicemente per telefonare, navigare, fotografare e leggere, probabilmente è persino esagerato. Ma almeno non ci si troverà a cambiare telefono perché “non ce la fa più”.

Fotocamere: qui il 9 Pro ha ancora qualcosa da dire

Ed eccoci al punto in cui il vecchio OnePlus non è affatto da buttare.

Il 15R dispone di due fotocamere posteriori:

  • principale Sony IMX906 da 50 MP, f/1.8, con OIS;
  • ultra-grandangolare da 8 MP, 16 mm equivalenti.

La fotocamera anteriore è da 32 MP con autofocus. Il 15R può inoltre registrare video fino a 4K a 120 fps, una caratteristica notevole.

Il 9 Pro aveva invece un sistema decisamente più completo: principale Sony IMX789 da 48 MP con OIS, ultra-grandangolare Sony IMX766 da 50 MP e soprattutto un teleobiettivo da 8 MP con zoom ottico 3,3× e OIS. Il tutto con la collaborazione Hasselblad, compresa la calibrazione dei colori e una modalità Pro particolarmente curata.

E qui c'è un piccolo paradosso.

Il 15R è il telefono più nuovo e tecnologicamente più avanzato, ma il 9 Pro ha un comparto fotografico più versatile. L'ultra-grandangolare da 50 MP del vecchio telefono, soprattutto, era una componente di livello decisamente superiore agli 8 MP del 15R.

E manca completamente il teleobiettivo.

Per uno come me, che usa spesso il telefono durante viaggi, escursioni e trekking, questa non è una differenza trascurabile. Il 15R punta molto di più sulla fotografia computazionale e sul sensore principale, mentre il 9 Pro offriva una vera dotazione fotografica da flagship.

E poi c'è il design

Qui devo essere onesto: il mio vecchio 9 Pro è più bello.

Non necessariamente più moderno. Non più potente. Non più pratico.

Più bello.

Il 9 Pro aveva quel mix di vetro, curve, fotocamere Hasselblad e proporzioni relativamente contenute che gli davano ancora l'aspetto di uno smartphone “importante”. Il display curvo e il corpo più stretto contribuivano parecchio alla sensazione di prodotto premium.

Il 15R è più grande e più massiccio: misura 163,41 × 77,04 × 8,3 mm e pesa 214 grammi nella versione Charcoal Black. Il 9 Pro misurava 163,2 × 73,6 × 8,7 mm e pesava 197 grammi.

Quindi il nuovo telefono è praticamente identico in altezza, ma 3,4 mm più largo e 17 grammi più pesante.

E si sentono.

Il 15R è più grosso, più squadrato e meno elegante. Il design è funzionale, moderno e probabilmente più resistente, ma ha qualcosa di più anonimo. Il 9 Pro aveva invece quella sensazione da oggetto progettato con maggiore attenzione al dettaglio.

È uno dei casi in cui guardando il vecchio telefono viene spontaneo pensare: “Sì, però questo era proprio bello”.

Dove il 15R stravince: resistenza e autonomia

Se il design va al vecchio 9 Pro, la resistenza va tutta dalla parte del 15R.

Il nuovo modello dispone della combinazione di certificazioni IP66, IP68, IP69 e IP69K, una protezione molto più estrema contro polvere, immersioni e getti d'acqua rispetto alla maggior parte degli smartphone.

Per chi porta il telefono sui sentieri, sotto la pioggia, nella polvere o semplicemente lo infila in tasca dopo aver sudato per quattro ore su una montagna, è una caratteristica molto più interessante di quanto possa sembrare leggendo una scheda tecnica.

E poi c'è quella batteria da 7.400 mAh.

È enorme.

Rispetto ai 4.500 mAh del 9 Pro, sulla carta abbiamo circa 2.900 mAh in più, cioè quasi due terzi di capacità aggiuntiva.

Per un telefono destinato a viaggi, trekking, GPS, fotografie e video, questa è probabilmente la caratteristica che più di tutte potrebbe cambiare concretamente il modo di utilizzarlo.

Ci sono anche alcuni passi indietro

Il 15R non è un 9 Pro semplicemente “migliorato”. È un telefono progettato con priorità diverse.

Per esempio, la porta USB-C è ancora USB 2.0, nonostante l'enorme potenza del dispositivo.

Il telefono utilizza inoltre due slot nano-SIM e, almeno nella versione europea riportata dalla scheda tecnica ufficiale, quella che ho io  offre pure eSIM.

E naturalmente non c'è la ricarica wireless che avevo sul 9 Pro, che supportava Warp Charge wireless a 50 W.

Sono dettagli che non compromettono l'esperienza quotidiana, ma spiegano perché il 15R non vada considerato semplicemente un “flagship OnePlus 2026” in senso assoluto. È un telefono che concentra tantissimo sull'autonomia e sulle prestazioni, sacrificando qualcosa sul fronte della fotografia e delle funzioni premium.

OnePlus 9 Pro vs OnePlus 15R


OnePlus 9 Pro OnePlus 15R
Anno 2021 2025/26
Processore Snapdragon 888 Snapdragon 8 Gen 5
RAM 12 GB LPDDR5 12 GB LPDDR5X Ultra
Memoria 256 GB UFS 3.1 256 GB UFS 4.1
Display 6,7" LTPO AMOLED 6,83" AMOLED
Risoluzione 3216 × 1440 2800 × 1272
Refresh 120 Hz 165 Hz
Batteria 4.500 mAh 7.400 mAh
Ricarica 65 W + wireless 50 W 80 W
Fotocamera principale 48 MP Sony IMX789 50 MP Sony IMX906
Ultra-grandangolare 50 MP 8 MP
Teleobiettivo 8 MP, 3,3× OIS
Selfie 16 MP 32 MP AF
Video fino a 8K/4K fino a 4K 120 fps
Peso 197 g 214 g
Spessore 8,7 mm 8,3 mm
Protezione IP68 IP66/IP68/IP69/IP69K
USB USB-C USB-C 2.0
eSIM dipende dalla variante No nella versione europea

Le specifiche sono tratte dalle schede ufficiali OnePlus dei due modelli.

Quindi: vale la pena passare dal 9 Pro al 15R?

Dopo cinque anni dall'uscita del 9 PRO, sì. Ma non perché il 9 Pro sia diventato improvvisamente un ferrovecchio.

Il OnePlus 15R è un enorme salto in avanti per prestazioni, autonomia, resistenza, velocità della memoria e fluidità del display. La batteria da 7.400 mAh, in particolare, potrebbe essere una delle caratteristiche più azzeccate per chi usa molto lo smartphone fuori casa.

Il OnePlus 9 Pro resta però più elegante, più compatto e più raffinato, oltre ad avere un comparto fotografico posteriore più completo grazie al teleobiettivo e all'ultra-grandangolare da 50 MP.

In altre parole, il 9 Pro era uno smartphone costruito intorno all'idea di flagship elegante e completo.

Il 15R sembra invece costruito intorno a un'altra filosofia: dammi una quantità oscena di batteria, un processore potentissimo, uno schermo velocissimo e rendimi praticamente impermeabile; sulle raffinatezze possiamo trattare.

E forse è proprio questo il senso del passaggio.

Dopo cinque anni non cercavo necessariamente un telefono più bello del 9 Pro. Cercavo un telefono che non mi facesse rimpiangere ogni sera di essere uscito di casa con il GPS acceso.

Da questo punto di vista, il 15R parte decisamente bene.

Voto iniziale: 8,5/10.

Il 9 Pro, per me, resta più bello.

Il 15R, però, probabilmente è molto più adatto alla vita che faccio oggi.


mercoledì 26 agosto 2026

Green Line Issue su OnePlus 9 Pro

 

Ci sono guasti elettronici che arrivano con un certo preavviso. Il telefono rallenta, la batteria dura sempre meno, compare qualche messaggio inquietante e almeno hai il tempo di prepararti psicologicamente.

E poi c'è la Green Line.

Una mattina guardi lo smartphone e, senza che sia successo apparentemente nulla, ti trovi una sottilissima linea verde perfettamente verticale che attraversa lo schermo da cima a fondo. Non va via. Non lampeggia. Non dipende dall'app che stai usando. È semplicemente lì.

E la domanda viene spontanea: che cazzo è successo?

Non è una normale "riga verde"

Quella che viene comunemente chiamata Green Line Issue è un problema che interessa soprattutto i display OLED e AMOLED. Negli ultimi anni sono comparsi numerosi casi su smartphone di diversi produttori, tra cui Samsung, OnePlus e altri marchi che utilizzano pannelli OLED.

La caratteristica tipica è proprio quella: una linea verticale, generalmente verde brillante, che rimane fissa in una posizione precisa del display. In alcuni casi può essere rosa, bianca o violacea.

Il motivo per cui la linea è così perfettamente geometrica è legato alla struttura stessa dei pannelli OLED.

A differenza di un LCD, dove esiste una retroilluminazione comune, ogni pixel di un OLED produce autonomamente la propria luce ed è controllato da una complessa rete di transistor e circuiti. Un problema in uno di questi elementi o nei collegamenti che comandano il pannello può trasformarsi in una linea perfettamente verticale.

Insomma: non sono semplicemente "alcuni pixel bruciati". È il sistema che li controlla ad avere un problema.

Perché proprio verde?

È una delle cose più curiose.

Il verde è particolarmente rappresentato nelle architetture dei pannelli OLED moderni e, quando una determinata porzione del circuito di pilotaggio o dei sub-pixel rimane in uno stato anomalo, il risultato visibile può essere proprio una linea verde brillante. Non è però obbligatorio che sia verde: esistono anche linee rosa, bianche e di altri colori.

Per questo "Green Line" è diventato praticamente il nome generico del fenomeno.

È colpa di un aggiornamento?

Qui le cose si fanno interessanti.

Molti utenti hanno notato la comparsa della linea subito dopo un aggiornamento del sistema operativo. È successo anche su dispositivi OnePlus e Samsung, tanto che nel corso degli anni si è diffusa la convinzione che fosse direttamente l'aggiornamento a "rompere" lo schermo.In realtà, mentre ero in gita ho ricevuto un mini aggiornamento da 13 MB, di quelli talmente irrisori che neanche ho preso in considerazione di scrivere l'articolo. Si trattava comunque del B100P01(BRB1GDPR)

La realtà è probabilmente meno cinematografica.

Una linea che rimane fissa anche durante l'avvio del telefono è un fortissimo indizio di guasto hardware, non di un problema dell'interfaccia o di un'applicazione.

L'aggiornamento potrebbe quindi essere una coincidenza oppure, più plausibilmente in alcuni casi, il momento in cui un componente già compromesso viene portato al limite. Installare un aggiornamento può comportare attività intensa del processore e un aumento temporaneo della temperatura, ma non ci sono prove sufficienti per dire che gli aggiornamenti software siano la causa generale della Green Line.

E il caldo?

Qui arriviamo a una delle ipotesi più interessanti.

Il calore può essere un fattore di rischio.

Un display AMOLED contiene collegamenti estremamente sottili e componenti delicati. Il calore e gli sbalzi termici possono contribuire allo stress dei materiali e delle connessioni del pannello. È una delle possibili spiegazioni considerate per quei casi in cui la Green Line compare dopo periodi di utilizzo particolarmente intenso o dopo che lo smartphone si è surriscaldato.

Questo non significa però che possiamo dire:

telefono caldo = Green Line.

Sarebbe troppo semplice.

Più correttamente, il calore può essere uno dei fattori che fanno emergere un difetto o un degrado già presente.

E questo spiega anche perché due telefoni identici, usati nello stesso modo, possano avere destini completamente diversi. Sempre in gita, dal punto di vista calore lo ho stressato in più occasioni. Sia tenendolo come navigatore della macchina, sia durante le escursioni, con GPS attivo, fotocamera spesso in funzione e così via. In particolare in una delle ultime ho notato un consumo esagerato della batteria (monitorata stava tra 39.8 e 42.3 gradi mentre cercavo di ricaricarla con powerbanck)

Non è necessariamente caduto

Ed è forse la cosa più frustrante.

Una linea verde può comparire anche su un telefono senza graffi, senza vetro rotto e senza una caduta recente. Tra le possibili cause ci sono infatti difetti del pannello, problemi dei collegamenti, degrado nel tempo e stress termico, oltre ovviamente a danni fisici, pressione o umidità.

In altre parole, non bisogna aver necessariamente lanciato il telefono da un dirupo per meritarsi la Green Line.

Può semplicemente arrivare.

Perché spesso compare dopo anni?

Questa è un'altra caratteristica del fenomeno.

Un difetto di produzione può rimanere latente per molto tempo prima di manifestarsi. Un componente può funzionare normalmente per anni e poi sviluppare un problema a causa dell'invecchiamento, degli stress termici accumulati o del deterioramento di un collegamento.

È anche per questo che le testimonianze sono spesso surreali:

"Tre anni senza nessun problema e stamattina è comparsa una linea."

Non significa necessariamente che il telefono abbia deciso autonomamente di suicidarsi quella mattina. Potrebbe semplicemente essere stato il momento in cui un componente già deteriorato ha superato la soglia di funzionamento.

E dopo la prima linea?

La comparsa della prima linea non significa automaticamente che il display stia per morire completamente.

Può rimanere una sola linea per molto tempo. In altri casi possono comparirne altre, oppure possono manifestarsi ulteriori anomalie del pannello. Non esiste un conto alla rovescia affidabile.

Quindi, se compare una Green Line, la cosa più sensata è fare immediatamente un backup dei dati importanti e prepararsi all'eventualità che il problema possa peggiorare.

Non è detto che succeda. Ma sarebbe piuttosto stupido scoprire che il display è definitivamente morto prima di aver salvato il salvabile

Come capire se è davvero un problema hardware

La diagnosi casalinga è sorprendentemente semplice.

Se la linea:

  • compare sempre nello stesso punto;
  • rimane visibile indipendentemente dall'app;
  • è presente anche nella schermata di avvio;
  • compare anche dopo un riavvio;

allora è estremamente probabile che il problema sia nel display o nella sua elettronica.

A quel punto aggiornamenti, reset di fabbrica e riavvii miracolosi servono a poco. La soluzione normalmente consiste nella sostituzione del display.


La morale

La Green Line è uno di quei guasti tecnologici particolarmente irritanti perché non dà praticamente nessun preavviso e spesso non lascia nemmeno un colpevole evidente.

Non necessariamente una caduta.
Non necessariamente un aggiornamento.
Non necessariamente il caldo.
Non necessariamente un difetto presente fin dall'acquisto.

Più probabilmente, una combinazione di tecnologia del pannello, qualità dei componenti, invecchiamento e condizioni d'uso può portare un elemento del display oltre il proprio limite.

E quando succede, il telefono continua magari a funzionare perfettamente.

Solo che adesso ha deciso di avere una cazzo di riga verde in mezzo allo schermo.

Che, considerato quanto costano certi smartphone, è un modo piuttosto elegante per ricordarti che la tecnologia moderna è fantastica finché non lo è più.


The Handmaid's Tale [Stagione 5]

 

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2022
Episodi: 10
Stagione: 5
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Finita anche la quinta stagione di The Handmaid's Tale, la penultima, composta anche questa da dieci episodi. L'ho trovata molto lenta e, per larghi tratti, di passaggio, come se servisse più a spostare pedine sulla scacchiera in vista del gran finale della sesta stagione che a raccontare qualcosa di davvero necessario in sé.

June, nelle prime puntate, è francamente odiosa. Si vede fin troppo bene che sta vivendo un tracollo psicologico interiore, conseguenza diretta e per certi versi inevitabile di quello che ha fatto a Fred nel finale della stagione precedente, ma questo non rende più semplice starle dietro come spettatore. È una June corrosa dal senso di colpa e dalla rabbia insieme, due sentimenti che si mangiano a vicenda, e che la rendono per diversi episodi un personaggio respingente più che empatico.

Luke, di contro, mi è sembrato molto più realistico, e proprio per questo irritante. È l'unico che sembra reagire alla situazione con il buon senso spaventato di una persona normale, quello che vorrebbe solo che sua moglie smettesse di mettersi in pericolo, e ovviamente questo lo mette costantemente in conflitto con June e con quello che lo spettatore, ormai abituato alla logica della vendetta e della resistenza a ogni costo, si aspetta da lei. È irritante perché ha ragione lui, ed è scomodo ammetterlo mentre si tifa per la protagonista.

Serena e Zia Lydia sembrano invece soffrire entrambe una riscrittura piuttosto evidente dei rispettivi personaggi da parte degli sceneggiatori, con l'obiettivo neanche troppo nascosto di renderle più gradite al pubblico. Serena, incinta per gran parte della stagione, viene mostrata sempre più in bilico tra la fedeltà a Gilead e i primi, timidi dubbi personali. Zia Lydia perde ulteriormente il controllo ferreo del proprio ruolo, mostrandosi quasi materna nei confronti delle ancelle, un lato del personaggio che in realtà era già stato anticipato nella terza stagione ma che qui viene spinto ancora più in là. Capisco l'esigenza narrativa di dare più sfumature a personaggi che rischierebbero altrimenti di diventare macchiette del male, ma il rischio opposto, quello di renderli simpatici solo per calcolo di sceneggiatura, mi pare altrettanto concreto.

Per ora, con tutta la serie ormai quasi conclusa alle spalle, resta secondo me la stagione peggiore. Non manca comunque qualche episodio di peso, il filo conduttore del senso di colpa che attraversa un po' tutti i personaggi principali resta interessante, e il finale, con quel treno che si allontana verso l'ignoto e richiama volutamente l'incertezza del finale della prima stagione, lascia intuire che la sesta e ultima stagione avrà parecchio su cui lavorare.

martedì 25 agosto 2026

Pirenei e Gole del Verdon, ritorno a Piomba

 
Dopo 3660,5 km in auto e ben 261 km a piedi si conclude questa lunga avventura tra Pireni e Verdon. Grandi distanze, ma anche grandi percorsi. Per quanto riguarda l'impostazione della vacanza è stata concepita con uno stop in Provenza per non avere troppe ore di auto consecutive, le valli spagnole di Benasque e Torla sui Pirenei e la quelle francesi di Gavernie e Sain Lary Soulen, per poi ridiscendere gli ultimi giorni nuovamente nel Verdon, spezzando il viaggio con un giorno di riposo storico culturale ad Albi. Bella esperienza, tutta n solitaria e totale autonomia. Ecco la lista dei (principali) trekking giornalieri con voto da 1 a 5
 
  • Col de l'Ane 13,61 km +806m (4/5)
  • La Roqueta 8,15 km +102m (2/5)
  • Anello Ibonet 16,45 km +985m (3/5)
  • Benasque 22,61 km +1283m (4/5)
  • Camino del Solano 8,59 km +375m (2/5)
  • Cola Caballo 22,41 km +787m (4/5)
  • Faja Recon 19,65 km +603m (3/5)
  • Bujaruello 19,20 km +469m (2/5)
  • Cirque de Gavarnie 16,85 km +885m (4/5)
  • Plan d'Adet 13,61 km +1175m (1/5)
  • Neouvielle Tour 11,63 km +496m (4/5)
  • Sentier d'ocre 3,7 km +55m (1/5)
  • Sentier Bodin 18,36 km +912m (3/5)
  • Blanc Martel  18,47 km +875m (4/5) 
 

lunedì 24 agosto 2026

Sentiero Blanc Martel sul Verdon

 


Ultimo giorno di vacanza, domani si torna a casa, e ultimo trekking. Sensazionale. Faccio il celebre sentiero Blanc-Martel sfruttando la navetta, che va prenotata in anticipo, e che da La Palud-sur-Verdon porta al Chalet de la Maline, punto di partenza del percorso, per poi venirti a riprendere nel pomeriggio al Point Sublime, dall'altra parte del canyon. Il sentiero prende il nome da Isidore Blanc, maestro di scuola di Rougon, e Édouard-Alfred Martel, celebre speleologo, i due esploratori che per primi lo percorsero nel 1905, prima che il Touring Club di Francia lo tracciasse ufficialmente nel 1928.

Il percorso è molto vario, con una grande discesa iniziale che porta dritti nel cuore del canyon, poi cenge scavate nella roccia, viste mozzafiato sul Verdon che scorre sul fondo, e ben tre gallerie da attraversare, frontale d'obbligo, tra cui il celebre couloir Samson. Numerose salite si alternano alle discese lungo tutto il tragitto, che segue il corso del fiume ora a livello dell'acqua, ora sospeso più in alto sulle pareti del canyon. Con qualche deviazione in più il conto finale supera i diciotto chilometri e va ben oltre gli 800 metri di dislivello complessivo, una vera traversata più che una semplice camminata.

Chiudo così, felice, l'ultimo trekking di questo viaggio lunghissimo tra Provenza e Pirenei, con uno dei percorsi più belli e spettacolari di tutto il Verdon. Non potevo scegliere modo migliore per salutare queste montagne prima di rimettermi in macchina domani, direzione casa.

Album fotografico Sentiero Blanc Martel sul Verdon 

domenica 23 agosto 2026

Frosinone 0 - Juventus 1

 
Prima di campionato e sfrutto il mio abbonamento di DAZN con Tim. Funziona bene a sto giro, nonostante sia addirittura all'estero. Purtroppo già da questa prima partita anche quest'anno so di certo che ci sarà da soffrire. Non che si debba sottovalutare una neopromossa, ma una gara che poteva finire tranquillamente con un divario netto è terminata con una sola rete a nostro vantaggio e la solita fase di sofferenza nel finale. Nel primo tempo abbiamo anche giocato bene, ma se davanti alla porta non le metti dentro diventa davvero dura. Molto dura. Ed anche se nel secondo tempo non continui a creare, ma piuttosto usi una certa leggerezza. Viviano in porta si è comportato bene, facendo ciò che deve fare (con Di Gregorio probabilmente avremmo pure preso gol), anche se poi abbandona il campo per crampi (?) o infortunio. Tornano Douglas Luiz (benino) e Kolo Muani (male visto che si è mangiato due reti fatte). Yildiz secondo me impallato è impalpabile, l'altro turco sulla fascia insomma, diamogli fiducia. Locatelli da squadra di salvezza fa comunque il suo. C'è ancora tanto lavoro per Spalletti, che fa spallucce. Almeno abbiamo tre punti e si è visto un bel primo tempo. 

Rougon, Castellane e Trigance

 


Giornata a metà tra cultura, escursioni e pieno relax. Da La Palud-sur-Verdon mi dirigo alla vicina Rougon, uno dei luoghi di riferimento in tutta la zona per osservare i grandi rapaci del Verdon. Da qui,  oggi vola una colonia di oltre trecento coppie di grifoni, ma io non ne ho visto neanche uno. Neppure facendo il verso di richiamo. Mi godo un po' di birdwatching improvvisato, ma un po' so ciecato, un po' c'è il sole in fronte se guardo dove dovrebbero planare e sinceramente non mi appaiono. Vedo per tre o quattro gatti. Poi mi rimetto in marcia verso Castellane, percorrendo una strada bellissima, tutta curve e canyon, che segue da vicino il corso del Verdon.

A Castellane mi prendo il tempo di girare le viuzze del centro storico, prendere qualche regalino da portare a casa, e poi affrontare un mini trekking, con una salita niente male, fino alla chapelle Notre-Dame du Roc, arroccata su uno sperone calcareo che domina il paese da quasi duecento metri d'altezza. Il sentiero costeggia gli antichi bastioni medievali passando accanto alla Tour Pentagonale, tra oratori di pietra che scandiscono la salita quasi come una piccola via crucis, fino ad arrivare in cima, dove la chiesetta esiste fin dal Duecento anche se l'aspetto attuale risale solo alla fine dell'Ottocento. Da lassù il panorama è di quelli che ripagano ogni goccia di sudore, con Castellane raccolta ai piedi della rupe e il Verdon che scorre poco più in là.

Pranzetto in paese, poi un il giro lungo in auto fino a Trigance, dove il mio albergo è dotato pure di piscina, e lì mi concedo un pomeriggio di relax totale, meritato dopo giorni e giorni di sentieri, salite e trasferimenti. A volte anche il dolce far niente ha il suo peso specifico in un viaggio come questo.

Album fotografico Rougon, Castellane e Trigance 

sabato 22 agosto 2026

Cime Barbin e Sentier Bastidon

 


Giornata di oggi epica per quanto riguarda il trekking, ovviamente. Da La Palud-sur-Verdon parto con l'anello che sale fino alla cima di Barbin, per poi chiuderlo con il tratto più panoramico del Sentier du Bastidon. Due anelli in unica escursione. La prima parte è tutta salita, e che salita, un dislivello positivo che sfiora i settecento metri distribuiti su un sentiero che alterna la garrigue riarsa e assolata tipica del Verdon a tratti di bosco ombroso e fresco sul versante nord del Barbin, un contrasto climatico che si sente eccome sulla pelle mentre si sale.

Raggiunta la cima, la discesa verso il Sentier du Bastidon si rivela decisamente più tecnica, sconsigliata a chi soffre di vertigini. Il sentiero scende costeggiando per un lungo tratto il corso del Verdon, regalando uno dei punti di vista più belli di tutta la zona al belvedere di Mayreste, affacciato proprio sul Grand Canyon, prima di rientrare nel cuore vero e proprio del canyon tra pareti di roccia che si stringono sempre di più attorno al sentiero. Qui anche una serie di tratti attrezzati per sicurezza. L'esposizione c'è, ma è più la sensazione di vedere il passaggio da lontano, che una volta che lo si attraversa. 

Il ritorno verso La Palud passa ancora i boschi di pini e faggi che ricoprono la montagna di Barbin, prima di riemergere con belle viste da sotto al paese. La salita infatti non è terminata. Una giornata lunga e completa, che mette insieme salita tosta, discesa tecnica e uno dei tratti più suggestivi che il Verdon abbia da offrire, roccia, acqua e vertigine tutto in un colpo solo.

Album fotografico Cime Barbin e Sentier Bastidon 

venerdì 21 agosto 2026

Roussillon e Sentiero dell'Ocra

 


Parto da Albi che è ancora notte, verso le 5.30, sotto un cielo che non promette esattamente una giornata memorabile. Ha piovuto, c'è nebbia e per parecchio tempo la strada sembra una specie di tunnel grigio senza fine. Il tragitto verso Roussillon è lungo, parecchio lungo, e quando finalmente arrivo ho quasi l'impressione che la Provenza abbia deciso di continuare il maltempo dei Pirenei invece di accogliermi come da cartolina. Nebbia, nuvole basse, colori spenti. Insomma: tanto per cambiare, anche oggi il meteo ha deciso autonomamente il programma. Il Sentiero dell'Ocra apre soltanto alle 13, quindi non ho nessuna fretta. E Roussillon, in fondo, è uno di quei posti in cui la fretta sarebbe comunque un peccato. Il paese è letteralmente costruito sopra l'ocra: il giacimento si trova nel cuore del Parco Naturale del Luberon e già i romani avevano capito che quella terra colorata poteva essere una merce interessante, tanto da esportarla verso Oriente attraverso Marsiglia. Oggi, invece, l'ocra è soprattutto una gigantesca tavolozza. Le facciate di Roussillon sembrano essersi messe d'accordo per sfoggiare tutte le possibili variazioni del colore: rosa, arancio, giallo, rosso, mattone. Diciotto sfumature, dicono. Io non mi metto certo a contarle, ma il risultato è talmente uniforme e allo stesso tempo variopinto da sembrare quasi costruito apposta per le fotografie, anche se con il tempo che è, non rendono affatto. È uno di quei borghi provenzali che rischiano facilmente di diventare una caricatura della Provenza stessa, ma che dal vivo funzionano molto meglio che in foto. Poi finalmente arriva l'ora del sentiero. Le aspettative escursionistiche, diciamo, sono abbastanza modeste: il Sentiero dell'Ocra è più una passeggiata che un trekking, con un percorso semplice tra le vecchie cave a cielo aperto e le pareti di roccia modellate dall'estrazione. Il paesaggio però è da Far West, avrei potuto raccontare di essere in Arizona o nello Utah. Però nel frattempo succede una cosa che non avevo programmato: il cielo cambia completamente. Le nuvole si aprono, compare l'azzurro e improvvisamente quelle pareti rosse e arancioni, incorniciate dai pini, esplodono di colore. Dopo la mattinata grigia è quasi una compensazione personale del meteo. E ancora una volta mi ritrovo a pensare che, nei viaggi, il tempismo casuale spesso riesce a fare meglio di qualsiasi programma. Finita la passeggiata, torno in macchina e riparto. La destinazione è La Palud-sur-Verdon e la Provenza comincia a cambiare di nuovo faccia. L'ocra e i piccoli borghi colorati lasciano spazio a gole, pareti rocciose e paesaggi scavati dall'acqua del Verdon. È un'altra Provenza, molto meno da cartolina e molto più verticale, che mi riporta decisamente nel mio habitat naturale. Da domani, infatti, si torna a camminare sul serio. Dopo qualche giorno tra trasferimenti, borghi e strade panoramiche, ho finalmente davanti altri trekking. E, considerando dove sono finito, direi che la Provenza può smettere di preoccuparsi: non sono venuto fin qui per stare fermo.

Album fotografico (anche qui la WiFi fa onco) Roussillon 

giovedì 20 agosto 2026

Arrivo ad Albi (interludio)

 

Questa mattina lascio i Pirenei. Dalla finestra il contrasto è netto, sopra di me il sole, sotto un mare di nuvole. Sono davvero in alto, tanto che appena parto entro direttamente dentro la nuvola, come se il cielo si fosse abbassato apposta per salutarmi. Il tempo oggi non è un granché, ma è una fortuna non avere trekking in programma. La meta è Albi, per spezzare un po' il viaggio verso la Provenza. Il mio interludio storico culturale. 

Per risparmiare qualcosa e vedere il paesaggio rurale evito le autostrade e carico nuovamente due autostoppiste, molto giovani stavolta. Anche loro vanno proprio ad Albi, per poi spostarsi a un festival teatrale in qualche altro posto che non so bene individuare. Parlano entrambe un inglese abbastanza buono, al mio livello di oltre la sopravvivenza, e così da Tolosa, per quasi un'ora, ci scambiamo un sacco di parole e piccoli insegnamenti reciproci, anche musicali. Ascoltano i Måneskin oltre alla musica francese, il che dice molto su quanto i nostri siano ormai diventati un fenomeno pop trasversale ai confini.

Una volta scaricate a destinazione, parcheggio e inizio a girare Albi. Pranzo veramente delizioso, la prima volta da quando sono in gita che mi capita, con tanto di foie gras (gnam) e continuo a girare per il paese visitando anche la Cattedrale di Santa Cecilia, la più grande chiesa in mattoni al mondo e capolavoro del gotico meridionale, che da fuori sembra quasi una fortezza inespugnabile più che un luogo di culto. Accanto sorge il Palais de la Berbie, antica residenza fortificata dei vescovi , tra le più antiche di Francia, oggi sede del museo dedicato a Toulouse-Lautrec, che custodisce la più grande collezione al mondo dell'artista nato proprio ad Albi, tra dipinti, disegni e i celebri manifesti che rivoluzionarono la grafica pubblicitaria di fine Ottocento. Una mostra dei suoi lavori l'avevo già vista qualche mese fa a Firenze. Proseguo per viottoli vari e trovo numerosi punti di osservazione panoramici lungo il fiume fino alla bellissima vista di Pont Vieux e la discesa fino al Berges du Tarn. 

Album fotografico Albi 

mercoledì 19 agosto 2026

Tour dei cinque laghi e Gouffre d'Esparros, Pirenei

 

Ultimo giorno sui Pirenei e non potevo che chiudere in bellezza. I paesaggi di montagna che cercavo anche ieri li ho finalmente trovati nella riserva naturale di Néouvielle, con il giro, anzi il tour dei cinque laghi. Parto dal rifugio Chalet d'Oredon e attacco subito la salita tra i pini, un sentiero ripido segnato dai bolli bianchi e rossi del GR10, che porta fino al Col d'Estoudou con una vista già di per sé notevole. Da lì proseguo nel bosco fino al lago di Aumar, che costeggio per un tratto prima di lasciare i segnavia del GR10 e deviare verso il lago di Aubert, e poi scendo in parallelo verso Les Laquettes, una serie di piccoli laghi che costeggio quasi rasente all'acqua.  Continuo la discesa tra i pini, seguendo il fiume nella sua caduta vertiginosa fino al lago di Oredon, dove chiudo l'anello risalendo il breve tratto che riporta al rifugio di partenza. Qui una omelette con i funghi non me la leva nessuno. Me la sono presa con calma, godendomi ogni singolo passo, e sono davvero soddisfatto, la giornata di montagna che cercavo da un po' me la sono presa tutta oggi.

Nel pomeriggio, per non farmi mancare niente, raggiungo il Gouffre d'Esparros, un vero e proprio giardino sotterraneo scoperto nella sua interezza nel 1938 dallo speleologo Norbert Casteret, celebre soprattutto per la quantità e la varietà dei suoi cristalli di aragonite, minerale che qui assume forme che ricordano fiori di pietra, coralli bianchi o piccoli cavolfiori translucidi, cresciuti goccia dopo goccia nell'arco di oltre centosessantamila anni. Dentro si sta sui tredici gradi tutto l'anno, un bel contrasto rispetto al caldo di fuori, e passeggiare tra quelle gallerie silenziose, tra piccoli laghi immobili e colonne di calcite, è un modo perfetto per chiudere le gambe dopo tanti chilometri di sentieri e aprire la mente a un mondo completamente diverso, quello che si nasconde sotto le stesse montagne che ho attraversato in questi giorni.

La gita però è ancora lunga, ma essendo l'ultimo giorno sui Pirenei, questa sera scendo comunque a Saint-Lary-Soulan, dove trovo il paese in festa, tra luci, bancarelle e gente per strada, un piccolo assaggio di vita locale prima di lasciare definitivamente questa catena montuosa che in dieci giorni mi ha regalato davvero di tutto, dal caldo assurdo arrivando dalla Provenza al fresco dei laghi pirenaici, passando per camosci, lupi che poi erano cani, e discese di sassaia che ricorderò a lungo.

Album fotografico stay tuned perché non ho caricato le foto

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Album fotografico Tour Neouvielle


martedì 18 agosto 2026

Plan d'Adet, Pirenei

 

Oggi parto direttamente da Plan d'Adet, sopra Saint Lary Soule e affronto un bel anello faticoso, un altro migliaio di metri di dislivello sulle gambe che continuano ad accumulare stanchezza giorno dopo giorno. La zona di Saint-Lary è in effetti soprattutto un grande comprensorio sciistico, e questo si sente parecchio lungo il percorso, perché i sentieri per buona parte ricalcano le piste da discesa, ben diverse dai tracciati di montagna più selvaggi che ho macinato nei giorni scorsi. E le salite, con larghi spazi aperti risultano abominevoli e scoraggianti a prima vista. 

Il percorso tocca La Tourette e la Cabane, ma onestamente il posto non mi ha esaltato granché. Non è brutto, intendiamoci, ma manca di quel carattere che avevano gli altri trekking di questo viaggio. Quando arrivi in cima non trovi croci di vetta o punti panoramici che ti fanno dimenticare la fatica, ma gli impianti di risalita, chiusi per la stagione estiva, che tolgono un po' di poesia al momento.

Una giornata più di gambe che di cuore, insomma, ma anche questa serve a completare il quadro di un viaggio che fino a ora mi ha regalato ben altre soddisfazioni.

Nel tardo pomeriggio decido di scendere in auto fino in paese, altrimenti con la teleferica sarei stato impossibilitato a salire per motivi di orario (chiude alle 18.30). Saint Lary è molto viva e piena di gente. Turistica, ma carina. Qui tutti giocano a bocce, petanque in francese. 

Non tutte le foto sono caricate di Album fotografico Plan d'Adet