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domenica 31 maggio 2026

Anello del Conero e Ancona

 
Secondo giorno nelle Marche e si cambia decisamente registro: si abbandona l’asfalto con suzukina e si infilano le comode Quechua basse. La sveglia suona presto per anticipare il meteo per quanto possibile, direzione Promontorio del Conero. L'obiettivo della mattina è  un bell'anello tosto da circa 15 chilometri che si snoda nel cuore del Parco Regionale.
​Il percorso parte subito senza troppi complimenti, regalando un profilo altimetrico che non concede sconti. Si parte dai circa 180 metri di quota per arrampicarsi subito, ma dolcemente su una prima gobba importante che sfiora i 560 metri, non lontano dalla cima del Monte Conero, per poi picchiare di nuovo giù quasi a livello del mare e risalire su un secondo dente intorno ai 400 metri. Un dislivello complessivo che si fa sentire nelle gambe, ma fortunatamente il tracciato concede una tregua climatica: gran parte della fatica si consuma sotto la fitta cupola di ombra della macchia mediterranea, tra lecci, corbezzoli e il profumo pungente della pineta. Ogni tanto, però, il bosco si apre all'improvviso e la vista si spalanca sul blu verticale dell'Adriatico, con le falesie bianche che si tuffano dritte nel mare sottostante. Il famoso sentiero del Lupo è però interrotto nel tratto finale in quanto inagibile (a detta della politica, ma sappiamo che sarebbe stato nelle mie corde se non ci fossero state le guardie sotto a fare le multe). Mi godo comunque la Spiaggia delle Due Sorelle da posizione invidiabile. D'altra parte è domenica, tempo da spiaggia ed i turisti sono veramente tanti. 
​Proprio durante una delle salite più arcigne, sotto i rami ma con un’umidità che si taglia col coltello, mi sono imbattuto in una scena da "soccorso alpino": una ragazza, visibilmente  stremata dal ripido dislivello, si era accovacciata svuotando gli ultimi sorsi della sua borraccia. Sentendomi improvvisamente investito del ruolo di angelo custode dei sentieri, ho tirato fuori la mia riserva e le ho donato metà della mia acqua. Un piccolo gesto di solidarietà escursionistica che le ha probabilmente evitato un brutto quarto d'ora, e che mi ha permesso di riprendere il cammino con qualche etto in meno nello zaino e un buon karma in più. Jack Salvavite. 
​Chiuso l’anello e recuperata l’auto, la seconda parte della giornata è dedicata ad Ancona. Qui mi ritrovo a camminare in una città che mi ha stupito per una sua strana, caldissima familiarità. Sarà per il carattere portuale, per quell'aria di mare mista ad un paio di canali , o per la parlata verace e scanzonata della gente, ma Ancona mi è sembrata a tratti incredibilmente "simil labronica". Ha la stessa anima ruvida, accogliente e un po' caotica di Livorno.
​Anche qui il sole non scherza, ma la camminata merita tutta la fatica, specialmente quando si sale verso la cattedrale di San Ciriaco, che domina il promontorio Guasco. Da lassù il porto antico si snoda come un serpente di ferro e cemento, e lo sguardo spazia su tutto il golfo. È una città di salite e discese calme, di scorci monumentali che si alternano a vecchi rioni di scaricatori e marinai. Dopo aver respirato un po' di questa atmosfera di mare e di porto, è tempo di riprendere la strada verso l'entroterra. Jesi mi aspetta per la serata, ottima base per tirare il fiato in vista delle vette di domani.

sabato 30 maggio 2026

Arrivo a Jesi

 
Primo giorno di questo lungo ponte Marchigiano per passare dal caldo che attanaglia Piombino a quello che attanaglia Jesi. Il termometro della macchina segna numeri da pieno luglio, eppure siamo solo a fine maggio. Lasciarsi alle spalle una Maremma che già bolle per infilarsi nell’entroterra marchigiano sembra una mossa da autolesionisti, ma c’è un metodo in questa follia. Il viaggio scorre via liscio e, prima di puntare dritto su Jesi, decido per una deviazione fuori programma. Direzione Arcevia, o meglio, una delle sue frazioni più minuscole e fotogeniche: Piticchio. È un castello medievale in miniatura, una di quelle chicche che sembrano rimaste sospese nel tempo, racchiusa dentro mura perfettamente conservate. Il problema è che oggi a Piticchio non gira un’anima: persino le pietre sembrano trasudare calore e i vicoli silenziosi sono così deserti che pare di camminare in un set cinematografico dopo il "vivi e lascia vivere" del regista. Una mezz'ora scarsa di cammino tra mattoni caldi e archi d'altri tempi, giusto il tempo di scattare due foto e ripartire prima di liquefarsi.

​Nel primo pomeriggio arrivo finalmente a Jesi per il check-in, e l’impatto con la città conferma la mia teoria: mentre le persone di buon senso sono sbracate sul bagnasciuga a scacciare l'afa o sigillate in casa con il condizionatore a palla alla faccia di Greta, delle crisi nello stretto di Hormuz e dei rubinetti di Gazprom, io decido che è il momento perfetto per esplorare il centro storico. Ed è una goduria perversa. Le imponenti mura quattrocentesche, che di solito racchiudono il viavai della vita cittadina, oggi racchiudono solo il silenzio e un sole che picchia duro.

​Passeggiare per Piazza Federico II, il punto esatto in cui l'imperatore svevo decise di nascere sotto una tenda in mezzo alla piazza (chicca per Funflus) , senza la solita folla intorno ha il suo fascino perverso. Jesi ha questa doppia anima: austera e nobiliare, con i suoi palazzi storici in mattoncini chiari e quel dedalo di vicoli che salgono e scendono, ma anche incredibilmente fiera del suo passato. Mi godo la desolazione urbana, il rumore dei miei passi sul selciato e quell'atmosfera da città che si sta prendendo una pausa prima di riaccendersi a sera.

​Qualcuno lo chiamerebbe masochismo, per me questo è il vero relax: muoversi senza fretta, respirare la storia di un posto e, soprattutto, ricaricare le batterie a modo mio. Da domani si fa sul serio. Jesi d'altronde è la base logistica perfetta (e poi economica) per i prossimi tre giorni: abbastanza vicina alla costa per andare a sfidare le falesie e i sentieri del Conero, e strategicamente piazzata per puntare l'auto verso l'entroterra, dove mi aspettano le pendenze e i profili dei monti marchigiani. Gli scarpon(cin)i sono pronti, le tracce Wikiloc pure. Che il viaggio abbia inizio.

Album fotografico Arrivo a Jesi 

giovedì 28 maggio 2026

Rush - A Farewell To Kings

 


Artista: Rush
Anno: 1977
Tracce: 6
Formato: CD 
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Con i Rush era stato 2112 ad aprire la porta con un disco futuristico e distopico, con quella suite monumentale che occupava metà del "vinile" e lasciava poco spazio al resto. Abbastanza però per incuriosirmi e andare avanti. A Farewell to Kings  è il disco successivo nella loro discografia, e si porta dietro tutta quella tensione tra grandiosità progressive e rock più diretto che già in 2112 si sentiva.

Il trio canadese con Geddy Lee alla voce e al basso, Alex Lifeson alla chitarra, Neil Peart alla batteria, era in quel periodo nel pieno della sua fase più ambiziosa. Peart aveva preso le redini della scrittura dei testi dopo l'ingresso nella band nel 1974, portando con sé riferimenti alla fantascienza e alla filosofia che avrebbero caratterizzato gli album di quegli anni. A Farewell to Kings non fa eccezione: testi densi, immagini epiche, una voglia di costruire qualcosa di grande che si sente in ogni brano.

Xanadu è il pezzo che più di tutti rappresenta questo disco con undici minuti ispirati alla poesia di Coleridge, con un intro acustico e percussivo che si trasforma progressivamente in qualcosa di più pesante e ipnotico, con Lee che canta di un viaggiatore intrappolato per l'eternità in un paradiso diventato prigione. Closer to the Heart è il brano più accessibile e immediato, quello che funziona anche senza il contesto del resto del disco. La title track apre il disco con una chitarra acustica classicheggiante che non ti aspetti, e che dimostra quanto Lifeson fosse un chitarrista più versatile di quanto il genere farebbe pensare. Cygnus X-1 chiude con quasi dieci minuti di space rock progressivo e la storia di un astronauta risucchiato in un buco nero, da continuare nell'album successivo.

Secondo me rispetto al precedente richiede qualche ascolto in più per entrare. Ma per chi aveva trovato in 2112 qualcosa di affascinante, A Farewell to Kings è il passo naturale, magari più maturo, più stratificato, con quella stessa ambizione applicata con maggiore consapevolezza.

mercoledì 27 maggio 2026

Blue Oyster Cult - Secret Treaties

 

Artista: Blue Oyster Cult
Anno: 1974
Tracce: 8 + 5
Formato: CD 
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Dopo Agents of Fortune era inevitabile curiosare nel resto della discografia dei Blue Öyster Cult. The Reaper aveva aperto una porta, e dietro quella porta c'era un mondo più oscuro e meno accessibile di quanto mi aspettassi. Secret Treaties  è il terzo album, quello che i fan e i critici indicano quasi unanimemente come il loro capolavoro, registrato prima che arrivasse il grande successo, quando la band aveva ancora quella fame che poi il mainstream tende a smussare.

È un disco che non ti viene incontro. Rispetto alla fluidità melodica di Agents of Fortune, qui c'è qualcosa di più spigoloso, di più oscuro, un hard rock che guarda al prog e al psichedelico senza rinunciare alla durezza, con testi che mescolano riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale, all'occulto e a immagini inquietanti che non sempre si lasciano decifrare facilmente. Già la copertina dice qualcosa: la band in tuta da volo davanti a un Messerschmitt ME 262, uno degli aerei da guerra tedeschi, una delle ossessioni dichiarate del gruppo. Non è rock da ombrellone.

Career of Evil  scritta da Patti Smith,  apre il disco con un riff che taglia come un coltello, con quel refrain inquietante che rimane in testa più del previsto. Subhuman è il brano più pesante e claustrofobico, con cambi di ritmo e atmosfere che evocano qualcosa di difficile da nominare. Dominance and Submission cresce su un riff asciutto e diretto fino a un finale che si apre in modo inatteso, con organo e chitarra che vanno da parti diverse e ci arrivano ugualmente. E poi c'è Astronomy, il brano conclusivo del disco originale (ma nel CD ci saranno altri 5 extra) il più amato dai fan, quello che molti considerano una delle grandi ballate rock del decennio, con le chitarre che si amalgamano alle tastiere in modo quasi cinematografico.

Non è il disco che avrei scelto per avvicinarmi alla band, per quello rimando ad Agents of Fortune. Ma è quello che spiega meglio cosa fossero davvero i Blue Öyster Cult: una band che stava costruendo qualcosa di nuovo, in un momento in cui l'heavy metal non aveva ancora un nome preciso, e loro stavano già contribuendo a darglielo. 

martedì 26 maggio 2026

Pantera - Vulgar Display Of Power

 
Artista: Pantera
Anno: 1992
Tracce: 11
 Formato: CD
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Con i Pantera il tentativo l'ho fatto nel modo più ragionato possibile: invece di prendere il primo disco che capitava, andai a cercare cosa consigliassero le riviste di settore. Vulgar Display of Power tornava fuori quasi ovunque, era uno dei più importanti della band, dicevano, e chi ero io per dubitarne. Lo presi, lo ascoltai, e aspettai che entrasse.

Non è entrato.

Non è una questione di qualità oggettiva perchè il disco è costruito bene,  Darrell alla chitarra è tecnicamente inattaccabile, e capisco perfettamente perché sia considerato un riferimento del groove metal. Ma c'è qualcosa nel suono dei Pantera che non riesce a fare breccia nel mio ascolto: le intro delle tracce si somigliano troppo, con quei riff martellanti che si ripetono in modo quasi rituale prima che il brano decolli davvero. E poi c'è Phil Anselmo con la sua voce rabbiosa, urlatissima, aggressiva per principio. Non è un difetto in assoluto, è un approccio vocale che funziona per chi ci entra dentro. Io non ci sono mai entrato.

Mouth for War apre il disco come una porta che si sfonda a spallate, efficace, diretto, indubitabilmente potente. Walk è il brano più noto, con quel riff che è diventato un classico del genere e un ritornello che ancora oggi riconosco istantaneamente. This Love sorprende per una dinamica insolita, con un'intro più morbida che poi esplode nel modo consueto. Sono brani che funzionano, e lo so.

Ma alla fine del disco resto sempre un po' fuori, come davanti a una festa in cui la musica è alta e tutti sembrano divertirsi, e tu non riesci a capire esattamente perché non ti stia divertendo anche tu. Il cd è in collezione, ci mancherebbe. Ma non è tra quelli che rimetto su volentieri.

lunedì 25 maggio 2026

Queen - Queen

 
Artista: Queen
Anno: 1973
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queen ho fatto il percorso che si fa quasi sempre con le grandi band: prima i dischi più celebrati, poi a ritroso verso le origini. Dopo Innuendo, The Miracle, A Kind of Magic e News of the World, prima o poi arriva il momento di chiudere il cerchio e tornare all'inizio. Il disco omonimo del 1973 è esattamente quello, l'inizio, nel senso più letterale del termine.

È un disco acerbo, e lo si sente. Non c'è ancora la grandiosità orchestrale che avrebbero sviluppato negli anni successivi, non ci sono gli inni da stadio, non c'è quel senso di inevitabilità che i Queen migliori trasmettono. C'è però già tutto il materiale grezzo: la chitarra di Brian May, costruita artigianalmente, che ha già un suono riconoscibile e unico. La voce di Freddie Mercury, che già qui mostra un'ampiezza e una duttilità fuori dal comune. E una voglia di mescolare hard rock, glam, prog e teatralità che non aveva ancora trovato la forma definitiva ma era già chiaramente lì.

Keep Yourself Alive è il singolo d'esordio con il riff di May potente e diretto, Mercury che canta come se stesse già riempiendo arene che all'epoca non aveva ancora visto. Liar è il brano più ambizioso del disco, quasi sei minuti in cui la band esplora cambi di tempo e dinamiche che anticipano quello che avrebbe fatto di lì in poi. Seven Seas of Rhye chiude in modo forse un po' brusco ma lascia intendere dove stessero andando anche se la versione completa sarebbe arrivata nell'album successivo.

Non è il disco da cui consiglio di iniziare. Ma è quello da avere e da ascoltare con la giusta prospettiva, non come un capolavoro, ma come il punto zero di una delle band più grandi della storia del rock. Ascoltato dopo tutto il resto, ha un suo fascino particolare: si riconoscono i semi di cose che sarebbero diventate enormi.

domenica 24 maggio 2026

Torino 2 - Juventus 2

 
Ultima partita di questo Campionato che per la Juve pare la quinta stagione di The Boys. Ma non si riprende neanche nel finale. Per un non meglio precisato incidente tra ultrà e forze dell'ordine addirittura la gara inizia con oltre un'ora di ritardo quindi non c'è la contemporaneità con gli altri campi. A fine primo tempo così sapevamo già i risultati finali dagli altri campi, che ci portano dritti dritti in Europa League. Tanto se i soldi della Champions devono essere spesi per De Gregorio, Openda, David etc etc etc, tanto vale averne meno e fare con poco. Ci sta pure che si vada più avanti. Ci sta, ma non si sa mai. Comunque il gol del vantaggio arriva in un primo tempo brutto in cui subiamo poco, ma concludiamo senza alcuna verve. Nella ripresa invece il Torino si è annientato totalmente almeno all'apparenza, anche in fase difensiva e riusciamo ad essere più belli e pericolosi in diverse occasioni. Il raddoppio arriva con semplicità, così come la rete granata pochissimi minuti dopo. Ci vuole qualcosa di più invece per il pareggio e per la conclusione horror di questa stagione. 

Clelia Farris - Nessun Uomo E' Mio Fratello

 
Autore: Clelia Farris
Anno: 2008
Titolo originale:  Nessun Uomo E' Mio Fratello
Pagine: 223
Voto: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 In un'Indonesia futuristica dove il progresso sembra essere rimasto lontano, un piccolo risicoltore di nome Enki Tath Minh deve affrontare gli squilibri che regolano una società composta da Carnefici e Vittime. Tutti, all'età di dodici anni, vengono a sapere se appartengono all'una o all'altra categoria attraverso un segno che si manifesta sul corpo. Segno che, da quel momento, tengono gelosamente nascosto per non svelare il loro segreto. Infatti, ogni Carnefice ha una Vittima a lui predestinata: in caso di omicidio non può essere perseguito dalla legge. Enki è una Vittima. Suo malgrado, pur timoroso dei fantasmi di un passato di sangue e dolore, si troverà a lottare per cambiare una società che altrimenti non può sperare in un futuro migliore.
 
Commento personale e recensione:
Spesso l’approccio con un romanzo di fantascienza speculativa richiede una sorta di periodo di acclimatamento, e Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris incarna perfettamente questa dinamica. L’inizio può risultare faticoso, complice anche la scelta della narrazione in prima persona che restringe inevitabilmente il campo visivo del lettore, costringendolo a guardare un mondo alieno e spiazzante solo attraverso gli occhi del protagonista. Eppure, superato lo scoglio iniziale, le pagine iniziano a scorrere con un ritmo diverso e il romanzo svela gradualmente il suo valore, catturando l'attenzione quasi senza farsi notare.

​Al centro del libro c'è un tema classico e universale, quello del legame distorto tra vittime e carnefici, una base che di per sé potrebbe non sembrare rivoluzionaria. Tuttavia, Farris ha il grande merito di declinare questo spunto attraverso un'ambientazione e un protagonista decisamente inusuali. Non siamo davanti alla solita space opera o ai paesaggi post-apocalittici standard; l'autrice sarda costruisce un contesto sporco, bizzarro e profondamente originale, dove le dinamiche di potere si riflettono nell'architettura stessa e nelle abitudini dei personaggi. In questo scenario si muove una figura centrale lontana da ogni stereotipo, le cui scelte e la cui psicologia deviano costantemente dai binari della fantascienza più commerciale.

​A guardare bene, si ha quasi l'impressione che la trama e gli eventi in sé siano quasi un pretesto, una scusa narrativa che l'autrice utilizza per esplorare e descrivere un contesto sociale e antropologico affascinante. La storia non cerca a tutti i costi l'azione avvincente, la svolta epica o l'evoluzione eroica del protagonista; preferisce invece concentrarsi sulle sfumature, sulle atmosfere e sulla coerenza interna di un mondo claustrofobico e disturbante. È proprio questa scelta a rendere il romanzo un'esperienza di lettura matura. Pur non partendo con il piede giusto, alla fine lascia addosso una sensazione di profonda soddisfazione, confermando la capacità dell'autrice di creare una fantascienza italiana dal respiro internazionale e dall'identità fortissima.

sabato 23 maggio 2026

Black Box - La Scatola Nera (2021)

 
Regia. Yann Gozlan
Anno: 2021
Titolo originale: Boite Noire
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.2)
Pagina di I Check Movies
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Con Black Box ci troviamo di fronte a un thriller francese solido ed estremamente godibile, che dimostra come per costruire una tensione magnetica non servano budget colossali o una sfilata di effetti speciali digitali. La vera originalità della pellicola risiede nella scelta di ambientare il mistero in un contesto insolito e raramente esplorato con così tanta precisione dal cinema contemporaneo: i laboratori della BEA, l'autorità francese che si occupa delle indagini sulla sicurezza dell'aviazione civile, e nello specifico l'analisi della scatola nera dopo un tragico disastro aereo.

​Il film segue il percorso ossessivo del protagonista, un analista acustico dal talento straordinario ma dalla personalità apparentemente fragile, che si ritrova a dover decifrare i suoni e i rumori registrati negli ultimi istanti prima dello schianto di un nuovissimo aereo di linea. È proprio questo minimalismo tecnico a fare la fortuna del ritmo narrativo. Lo spettatore viene letteralmente risucchiato in un vortice di ascolti ripetuti, frequenze isolate, respiri e impercettibili alterazioni metalliche, trasformando un lavoro apparentemente statico e d'ufficio in un'indagine sul filo del rasoio.

​La sceneggiatura gioca molto bene la carta del complotto aziendale e geopolitico, dosando gli ingredienti con notevole intelligenza. Non si scivola mai nelle esagerazioni grottesche o nei colpi di scena inverosimili tipici del cinema d'azione hollywoodiano di consumo; al contrario, il dubbio e la paranoia crescono in modo realistico, insinuandosi tra le pieghe di interessi economici miliardari, coperture istituzionali e l'errore umano. Pur non essendo un'opera d'essai sofisticata o rivoluzionaria, il film fa esattamente quello che un thriller di razza dovrebbe fare: mantiene la promessa di intrattenere con intelligenza, lasciando incollati alla sedia fino all'ultimo secondo utile per sbrogliare la matassa.

 

Soundgarden - Superunknown

 
Artista: Soundgarden
Anno: 1994
Tracce: 15
Formato: CD
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Meteora luminosa. Non trovo definizione migliore per i Soundgarden, una band che ha attraversato il cielo del rock degli anni Novanta in modo abbagliante, ha lasciato un segno indelebile, e poi è sparita. Dal mio radar intendo. Prima con lo scioglimento nel 1997, poi con la morte di Chris Cornell nel 2017, che ha chiuso ogni ipotesi di ritorno in modo definitivo e doloroso.

Superunknown  è il disco che me li rappresenta meglio (l'unico che conosco in realtà), il loro quarto album Qui i Soundgarden si aprono su territori più ampi rispetto ad un semplice grunge o rock alternativo: ci sono contaminazioni psichedeliche, influenze orientali con Half, affidata alla voce di Ben Shepherd, con basso, viola e violoncello, sembra arrivare da un altro continente  e persino echi dei Beatles in certi arrangiamenti. Non è un disco che rinuncia alla potenza, ma è un disco che sa usare la potenza in modo più consapevole.

Cornell è il centro di tutto. Vocalmente è in uno stato di grazia difficile da descrivere che passa dal sussurro all'urlo con una naturalezza che pochi possono permettersi, e su brani come The Day I Tried to Live e Fell on Black Days costruisce qualcosa di emotivamente devastante. Black Hole Sun è il singolo che li ha resi famosi al grande pubblico ed ovviamente a me: ipnotica, psichedelica, con quel videoclip disturbante che è rimasto nell'immaginario collettivo. Spoonman decisamente originale e alternativa, funziona meglio di quanto il concetto faccia pensare. Like Suicide chiude il disco con una claustrofobia che, sapendo la fine che ha fatto Cornell, si ascolta oggi con una malinconia diversa.

Quindici brani, settanta minuti, forse qualcosa di troppo, e il disco lo si sente ogni tanto. Ma è un eccesso che si perdona volentieri, perché quando i Soundgarden funzionano funzionano davvero. Una meteora luminosa, appunto. Ha gasato allora, e gasa ancora.

venerdì 22 maggio 2026

Deftones - White Pony

 

Artista: Deftones
Anno: 2000
Tracce: 11
Formato: CD 
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Ai tempi dell'università avevo un coinquilino che con i Deftones ci era andato in fissa sul serio e White Pony  girava in casa con una frequenza tale che alla fine lo presi anch'io, poco dopo l'uscita. Non tanto per convinzione profonda, quanto per capire cosa ci vedesse di così speciale.

Il nu metal, come sa chiunque mi conosca, non è esattamente il mio territorio naturale. Con i Korn avevo fatto un'eccezione ragionata  e reggeva. I Deftones sono un caso diverso: White Pony è il disco in cui la band di Sacramento decide esplicitamente di allontanarsi dall'etichetta nu metal, e in parte ci riesce. Le influenze quasi rap, il trip-hop notturno di certi passaggi, i silenzi usati come strumento... Tutto questo mette il disco in una categoria a parte rispetto ai colleghi di scena. Chino Moreno alla voce sa alternare l'urlo al sussurro in modo che pochi altri sanno fare, e su certi brani tipo Digital Bath, Passenger con la voce ospite di Maynard James Keenan dei Tool il risultato è davvero suggestivo.

Però. Le sonorità nu metal non spariscono del tutto, e nei momenti in cui riemergono come la ferocia grezza di Elite, certi passaggi più pesanti e diretti, il disco mi prende meno. Non è un problema di qualità oggettiva: è semplicemente che quel tipo di aggressività non mi entra dentro in modo naturale, e non è bastato White Pony a cambiare le cose.

È un buon album, probabilmente il migliore che quel movimento abbia prodotto. Capisco perché il mio coinquilino ci fosse andato in fissa. Ma rimane uno di quei dischi che apprezzo senza amare, rispettato a distanza, come si fa con certi vicini di casa educati con cui non diventi mai amico.

giovedì 21 maggio 2026

The Boys [Stagione 5]


 
Anno: 2026
Titolo originale: The Boys 
Numero episodi: 8
Stagione: 5
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Con la conclusione della quinta stagione di The Boys (stagione 1, 2, 3 e 4), cala definitivamente il sipario su una delle produzioni più iconiche, dissacranti e di successo di Amazon Prime Video. Sapere in anticipo che questo capitolo sarebbe stato l'ultimo aveva acceso nei fan, e in chi vi scrive, un’aspettativa altissima, la promessa di una resa dei conti finale epica, studiata nei minimi dettagli per far esplodere tutte le tensioni accumulate negli anni. Purtroppo, la realtà dello schermo si è rivelata profondamente diversa, trasformando quello che doveva essere il coronamento di un viaggio straordinario nella stagione più deludente in senso assoluto, un passo falso così evidente da riuscire persino nell'impresa di ridimensionare il valore emotivo e l'importanza dei capitoli precedenti.

​Guardando indietro, i limiti della sceneggiatura, che prima venivano camuffati dal ritmo e dal carisma dei personaggi, sono emersi in tutta la loro spietata chiarezza. Ci si rende conto, con un pizzico di amaro in bocca, che lo show è rimasto intrappolato per anni in un loop narrativo tanto ridondante quanto frustrante, con il gruppo di Butcher costantemente impegnato a tessere piani per abbattere un Patriota apparentemente intoccabile, fallendo puntualmente a ogni tentativo. Se questo schema ripetitivo poteva essere accettato e persino apprezzato nelle prime quattro stagioni, sorretto com'era da una reale e profonda evoluzione psicologica dei protagonisti, nell'atto finale questa giustificazione viene del tutto a mancare. La quinta stagione soffre di una scrittura pigra, costellata da buchi di trama enormi e da una costante, fastidiosa sensazione di "filler", di riempitivo purissimo creato solo per allungare il brodo e raggiungere il minutaggio stabilito, quando l'unica cosa che sarebbe servita era un'accelerazione brutale verso l'epilogo.

​A peggiorare le cose si aggiunge una gestione dei tempi e dei legami con l'universo espanso che lascia molto a desiderare. Chi ha amato e seguito con interesse lo spin-off Gen V (stagione 1 e stagione 2) si è ritrovato di fronte a una gestione frettolosa dei suoi elementi, liquidati troppo rapidamente per fare spazio a un'operazione commerciale fin troppo trasparente. La sensazione diffusa, condivisa anche da gran parte delle recensioni lette in questi giorni, è che l'attenzione degli sceneggiatori fosse tragicamente divisa tra la necessità di chiudere la storia principale e l'obbligo aziendale di inserire personaggi ed elementi utili solo a sponsorizzare e lanciare i futuri spin-off del franchise. Questa commercializzazione forzata ha sottratto spazio vitale al cuore drammatico della serie, disperdendo l'energia proprio quando la tensione avrebbe dovuto essere al culmine.

​Il paradosso più grande si consuma proprio nel tanto atteso scontro finale con Patriota. Quel momento rappresenta indubbiamente il punto più alto e memorabile dell'intera stagione, regalandoci l'immagine potentissima di un superuomo privato del suo potere divino, trasformato improvvisamente in un essere umano umile, vulnerabile e divorato dalla paura. Una scelta narrativa straordinaria, che mette a nudo l'essenza stessa della nemesi di Butcher e che avrebbe meritato di essere sviscerata, sofferta e dilatata. Invece, tutto si consuma in un lampo, una risoluzione velocissima che lascia quasi storditi per la sua rapidità e che non rende giustizia ad anni di attesa. Viene quasi da chiedersi se il tempo perso in sotto-trame inutili non potesse essere investito proprio qui, regalando una degna celebrazione a una delle figure più complesse della televisione recente. Il bilancio finale è quindi segnato dal rimpianto. Resta la gratitudine per il divertimento, la satira feroce e la straordinaria compagnia che questa serie ci ha garantito per anni, ma è impossibile non guardare a quest'ultima stagione come a un epilogo indegno, un finale sbrigativo che ha spento con troppa fretta un fuoco che avrebbe dovuto bruciare tutto.

Spoilerino:
A me sarebbe piaciuto che, esattamente ricalcando e prendendo spunto dall'iconica scena iniziale, quando Hughie tiene le mani di Starlight, lei venga travolta (magari non uccisa, ma menomata) da un altro super fuori controllo. 
Senza che questa cosa segnasse una nuova futura stagione, ma fosse comunque realistica con il fatto che il problema non era solo Patriota... 

mercoledì 20 maggio 2026

The Bang Bang Club (2010)

 
Regia: Steven Silver
Anno: 2010
Titolo originale: The Bng Bang Club
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.9)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Con The Bang Bang Club siamo su un terreno decisamente drammatico e concreto, toccando una pagina di storia recente complessa e dolorosa come la fine dell'apartheid in Sudafrica nei primi anni novanta. Il film sceglie di raccontare quelle violenze brutali attraverso gli occhi e gli obiettivi di quattro fotoreporter realmente esistiti, la cui missione quotidiana era documentare una realtà che il mondo non poteva e non doveva ignorare. Il contesto storico è ricostruito con grande impatto visivo, e la pellicola riesce a trasmettere tutta la tensione e il pericolo costante di un paese sull'orlo di una guerra civile interna. I protagonisti però spiegano sommariamente cosa sta succedendo, quindi se si è dei poveri ignoranti europei, bisogna fare qualche sforzo per comprendere chi è contro chi è perchè.
​Il vero fulcro dell'opera, però, non è solo la cronaca politica, ma il dilemma etico profondo che logora i protagonisti dal di dentro. Il contrasto tra l'adrenalina dello scatto perfetto e l'orrore della sofferenza umana che si consuma a pochi centimetri dall'obiettivo è il tema più forte e riuscito del film. C'è una domanda morale costante che fluttua tra un fotogramma e l'altro: fino a che punto è lecito spingersi per documentare la storia? Quando il dovere di testimoniare deve cedere il passo all'empatia e all'intervento umano? Questa dinamica psicologica, unita al peso  emotivo che i protagonisti si portano dietro, rappresenta la parte migliore della pellicola.
​Tuttavia, nonostante l'intensità delle tematiche e la bravura del cast nel restituire il senso di cameratismo e autodistruzione di questo gruppo di amici, il film soffre a tratti di una narrazione un po' convenzionale. A volte la sceneggiatura cede alla tentazione di spettacolarizzare il dolore o di scivolare nei cliché del dramma biografico, smussando quegli angoli più complessi e sporchi che una storia del genere avrebbe meritato. Resta comunque un'opera intensa e necessaria per riflettere sul ruolo del giornalismo di guerra e sul costo umano, spesso altissimo, che si nasconde dietro a una fotografia rimasta nella storia.

Edizione: bluray
Classica amaray, traccia italiana in DTS HD MA multicanale e come extra:
  • Trailer 

Megadeth - Peace Sells... But Who's Buying?

 

Artista: Megadeth
Anno: 1986
Tracce: 8 + 4
Formato: CD 
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Con i Megadeth il punto di partenza era stato Countdown to Extinction, il disco che me li aveva fatti conoscere e apprezzare, con quella fluidità metallica che non ti aspetti da una band con questa reputazione. Da lì, come spesso faccio, sono andato a ritroso. Peace Sells... but Who's Buying?  del 1986 è un'altra cosa rispetto a Countdown: più grezzo, più aggressivo, meno levigato, ma si capisce subito da dove venisse quella band.

Il contesto lo si conosce: Dave Mustaine era stato "cacciato" dai Metallica nel 1983, e i Megadeth erano nati in buona parte da quella rabbia. Non è un dettaglio biografico trascurabile e lo si sente nel suono, nella velocità, in un'aggressività che non fa prigionieri. Peace Sells è il secondo album, quello che li consacra definitivamente: probabilmente più maturo dell'esordio ma ancora sporco al punto giusto, con una produzione che non cerca di ammorbidire niente.

Il basso di apertura di Wake Up Dead è uno di quegli incipit che si ricordano con quattro note e il disco è già partito a velocità di crociera. The Conjuring è il brano più brutale, thrash puro e senza mediazioni. La title track Peace Sells è il pezzo che li ha resi famosi al grande pubblico grazie al riff iconico, testo politico cinico e sarcastico, un ritornello che è rimasto nella storia del metal. Devil's Island e My Last Words chiudono il disco senza abbassare mai il livello.

Mustaine alla chitarra è in stato di grazia, davvero tecnico, veloce, con quel gusto per le melodie acide che è il suo marchio di fabbrica. Rispetto a Countdown to Extinction manca la fluidità cinematografica che mi aveva colpito di più, ma c'è qualcosa di più diretto e viscerale che funziona a modo suo. Un passo indietro nel tempo necessario per capire meglio da dove venissero.

domenica 17 maggio 2026

Monte Macina dal Rifugio Puliti

 
Il Monte Macina dallo schienale dell'Asino è una delle escursioni top sulle Alpi Apuane. Perchè le rifaccio anche se le ho già fatte? Non c'è una risposta semplice, o forse è talmente semplice, che non necessita di spiegazioni. E' come quando si va al mare più volte a settimana o ordiniamo più volte la pizza con il salamino, anche se la alterniamo ad altri cibi. Lo facciamo perchè ci piace, ci ispira, non è mai la stessa cosa che si ripete. E' sempre una novità, una sfida, un'apertura sull'orizzonte, un guardare oltre nuvole, un godere nuovo di emozioni ed adrenalina. Non sempre si riesce ad esprimerle bene, ma ci sono. Anche se dentro ad una parete di roccia. Oggi partiamo dal Rifugio Puliti, dopo un'ottima cena ed aver dormito tutti insieme nella camerata comune. Colazione e partenza subito con la classica pettata. Poi tratti esposti, roccia, il vuoto a destra, a sinistra, sotto. Infine la risalita verso la cima, avvolti dalle nuvole che subentrano al sole caldo della giornata. La discesa verso  il Passo Sella ed il ritorno alla base, per un'ennesima escursione che ti riempie. 
 

sabato 16 maggio 2026

Monte Altissimo da Arni

 
Andare sul Monte Altissimo è praticamente un mio marchio di fabbrica. In ogni situazione meteo, in ogni periodo dell'anno con ogni meteo, da più vie. Ma ogni volta mi riempie lo sguardo. È tra le escursioni Apuane più complete. Tutto racchiuso in pochi chilometri: dislivello panorami, roccia, bosco, tecnica e discesa. Così quando si è presentata l'opportunità di partire da Arni, con addirittura notte al rifugio Puliti e secondo giorno con nuova escursione, non ho battuto ciglio. C'era poi la possibilità di staccare un attimo e salire sui miei monti. Tutto perfetto. 

Album fotografico Monte Altissimo da Arni 

giovedì 14 maggio 2026

976 - Chiamata Per Il Diavolo (1988)

 
Regia: Robert Englund
Anno: 1988
Titolo originale: 976-EVIL
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (5.1)
Pagina di I Check Movies
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Film:
 ​Il termine cult viene spesso usato come un paracadute di salvataggio per nobilitare pellicole horror datate o di bassa lega, quasi a voler giustificare con la nostalgia dei difetti altrimenti imperdonabili. Tuttavia, nel caso di 976 - Chiamata per il diavolo, l'etichetta sembra davvero fuori luogo. Ci troviamo davanti a un classico horror adolescenziale di serie B che non riesce mai a decollare, nonostante un'idea di partenza che poteva anche prestarsi a qualche spunto interessante legato alla tecnologia del tempo. Il film fa acqua praticamente da ogni lato: la recitazione è piatta, il ritmo è incerto e la tensione, che dovrebbe essere l’anima di un'opera del genere, è quasi del tutto assente.
​L’unica vera ragione per cui oggi si continua a citare questo titolo è legata esclusivamente al nome dietro la macchina da presa, ovvero Robert Englund. È stato il suo esordio alla regia e, di fatto, è rimasto il suo unico vero tentativo in questo senso, se si esclude qualche piccola incursione televisiva. Viene naturale pensare che ci sia un motivo preciso per questa carriera mai decollata dietro le quinte. Nonostante Englund sia un'icona assoluta del genere grazie al suo leggendario Freddy Krueger, dirigere un film richiede una visione d'insieme che qui sembra mancare del tutto. Se da un lato l'esperienza sul set di Nightmare gli ha dato dimestichezza con gli effetti speciali e le atmosfere cupe, dall'altro non è bastata a dare sostanza a una sceneggiatura debole che si perde in stereotipi e situazioni poco coinvolgenti. Alla fine della visione, resta la sensazione di un prodotto nato sull'onda del successo dell'horror anni Ottanta, ma privo di quella scintilla o di quel guizzo artistico necessari per farlo uscire dal dimenticatoio, se non come curiosità per i completisti della filmografia di Englund.
 
Edizione: DVD 
Qui abbiamo la traccia audio italiana in multicanale e come extra:
  • Versione estesa (1 ora e 40 minuti vs 1  e 28 minuti della standard)
  • Trailer 

mercoledì 13 maggio 2026

Suburbicon (2017)

 
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Titolo originale: Suburbicon
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (5.8)
Pagina di I Check Movies
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Nonostante le premesse fossero a dir poco eccitanti, Suburbicon si rivela purtroppo uno di quei casi in cui la somma dei singoli talenti non riesce a generare il capolavoro sperato. Il film poggia su una solida sceneggiatura originale dei fratelli Coen, rimasta nel cassetto per decenni, che George Clooney ha deciso di rispolverare e dirigere, aggiungendo però un sottotesto sociale molto marcato. L’estetica è impeccabile: siamo nell'America anni '50, un paradiso di villette pastello e prati perfettamente curati che, come spesso accade nel cinema noir, nasconde un cuore marcio e violento.

​Il problema principale della pellicola risiede proprio nella sua natura altalenante. Clooney tenta di far convivere due film diversi: da un lato c'è la commedia nerissima e grottesca tipica dei Coen, con Matt Damon nei panni di un padre di famiglia mediocre che sprofonda in un vortice di crimini maldestri; dall'altro c'è una denuncia politica sul razzismo sistemico dell'epoca, rappresentata dall'assedio che l'intera comunità riserva a una famiglia afroamericana appena trasferitasi nel quartiere.

​Sebbene le interpretazioni siano di alto livello con un Damon viscido al punto giusto e una Julianne Moore glaciale nel suo doppio ruolo, la regia non riesce a legare questi due binari in modo armonioso. Il tono passa dal satirico al tragico senza soluzione di continuità, lasciando lo spettatore con la sensazione di assistere a due storie che corrono parallele senza mai influenzarsi davvero. Alla fine, pur apprezzando la confezione tecnica e l'ironia pungente di alcuni scambi, resta l'amaro in bocca per un’occasione mancata. È un film che si lascia guardare, ma che manca di quell'anima coesa che avrebbe potuto trasformare un interessante esperimento in un grande classico del genere.

 

Metallica - Ride the Lightning

 

Artista: Metallica
Anno: 1984
Tracce: 8
Formato: CD 
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Con i Metallica il percorso l'ho fatto in modo non cronologico, come spesso capita quando si approfondisce una band a posteriori.  Ride the Lightning  lo presi in seguito, per ampliare la conoscenza di una discografia che meritava di essere esplorata oltre i dischi più celebrati come il Black Album, Master of Puppets e ...And Justice for All.

È il secondo album, registrato in tre settimane a Copenaghen negli Sweet Silence Studios con il produttore Flemming Rasmussen, lo stesso che avrebbe lavorato poi con i Blind Guardian. Le condizioni non erano esattamente di lusso: dormivano di giorno negli spazi dello studio e registravano di notte, dopo che parte dell'attrezzatura era stata rubata tre settimane prima di partire. Si sente, in senso positivo: c'è un'urgenza in questo disco che difficilmente si riproduce in condizioni comode.

Qui la velocità lascia spazio alla potenza ed i brani diventano più articolati, più pesanti, meno grezzi di quanto ci si possa aspettare da una band nata da poco. Il merito è in larga parte di Cliff Burton, il bassista, che introduce il gruppo alla teoria musicale e contribuisce alla composizione in modo determinante. Si sente su For Whom the Bell Tolls con quel riff di basso in apertura è diventato uno dei più riconoscibili della storia del metal e ancora di più su The Call of Ktulu, quasi nove minuti strumentali ispirati a Lovecraft, con una costruzione che cresce lentamente fino a diventare qualcosa di quasi ipnotico.

Fade to Black è l'altra grande sorpresa del disco: la prima ballata dei Metallica, con un intro acustico che si apre progressivamente in un finale catartico, e un testo che all'epoca fece storcere il naso ai fan della prima ora  già pronti a gridare alla commercializzazione. Creeping Death è il brano thrash più riuscito del disco, con riff monumentali e uno stacco centrale che diventerà un classico dei live. Qualcosa di meno convincente, come Trapped Under Ice ed Escape, c'è  ma sono peccati veniali in un contesto di livello generale molto alto.


martedì 12 maggio 2026

Trans-Siberian Orchestra - Christmas Eve And Other Stories



 Artista: Trans-Siberian Orchestra
Anno: 1996
Tracce: 15 + 2
Formato: CD 
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Con i Savatage avevo già capito che Paul O'Neill e Jon Oliva avevano in testa qualcosa di più grande di un semplice album metal. La conferma era arrivata con Dead Winter Dead e quel brano strumentale finale  (Christmas Eve (Sarajevo 12/24)) che sembrava già vivere in un contesto diverso da tutto il resto. Curioso di capire dove stessero andando, mi ero avvicinato al progetto parallelo che da lì era nato direttamente: i Trans-Siberian Orchestra e il loro disco d'esordio, Christmas Eve and Other Stories (che farà parte di una trilogia natalizia) 

La premessa è già di per sé insolita. Un'orchestra di sessanta elementi e coro completo uniti a una rock band, per raccontare la storia di un giovane che la vigilia di Natale entra in un bar e incontra un vecchio misterioso che gli narra come il Natale abbia il potere di cambiare gli esseri umani. Un concept natalizio, dunque, ma niente di convenzionale: i TSO prendono melodie classiche e le reinventano con arrangiamenti che mescolano progressive rock, metal sinfonico e Broadway, con un risultato che non assomiglia a nient'altro.

Christmas Eve/Sarajevo 12/24 è il brano che già conoscevo da Savatage, e qui torna in versione strumentale con le melodie natalizie trasfigurate da chitarre e orchestra in qualcosa di maestoso e malinconico che regge benissimo anche fuori dal contesto del disco originale. A Mad Russian's Christmas è forse il pezzo più spettacolare dal punto di vista tecnico, con il tema di Čajkovskij (così mi dice Viki) riletto in chiave metal con una velocità e una precisione che lasciano senza fiato. Old City Bar è il momento più intimo e narrativo del disco, quasi una ballata da musical. This Christmas Day porta Zak Stevens alla voce, lo stesso dei Savatage, e chiude il cerchio tra i due progetti.

È un disco sperimentale e originale nel senso più letterale: non ha un genere preciso, non ha un pubblico predefinito, e probabilmente non si sarebbe potuto realizzare senza la libertà creativa che O'Neill aveva conquistato con i Savatage. Non è qualcosa che metto su spesso, e per certi versi resta un oggetto curioso più che un ascolto quotidiano. Ma come esperimento è riuscito  e come punto di arrivo naturale di tutto il percorso sinfonico dei Savatage, ha perfettamente senso.

domenica 10 maggio 2026

Il Diavolo Veste Prada 2 (2026)

 The film's cast are seen on a white staircase, with the film's title in the center.
 Regia: David Frankel
Anno: 2026
Titolo originale: The Devil Wears Prada 2
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies 


 
 
Stesso cinema, stesso orario, un anno dopo la prima volta che ci siamo visti. Con Zizzi. Il film avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, peccato che Il Diavolo Veste Prada 2 non abbia reso particolarmente onore all'occasione.

Partiamo dall'ovvio: l'originale del 2006 lo avevo rivalutato con sorpresa, pur non essendo il mio genere. Aveva un'anima, una cattiveria, e soprattutto aveva Meryl Streep che con un sopracciglio appena alzato inceneriva chiunque le stesse di fronte. Tutto questo ritorna anche qui visto che abbiamo lo  stesso regista David Frankel, stessa sceneggiatrice, stesso cast compreso Stanley Tucci e Emily Blunt , ma il problema dei sequel è che non possono essere originali per definizione, e questo non fa eccezione.

La premessa ha un senso: vent'anni dopo, il mondo dell'editoria è cambiato radicalmente. Andy Sachs è diventata una giornalista affermata, licenziata via messaggio mentre riceveva un premio   (immagine abbastanza efficace del presente) e Miranda Priestly deve fare i conti con algoritmi, branded content e contenuti da scrollare mentre la gente fa pipì. C'è materiale per dire qualcosa di interessante. Ma il film lo usa a metà, perdendosi in una storia d'amore della Hathaway che occupa minuti preziosi senza aggiungere nulla di necessario, inserita evidentemente per allungare il brodo e dare una struttura romantica che il copione non richiedeva. Alcune scene sono forzate, buoniste e slegate dal contesto in modo che si sente.

Quello che funziona, come sempre, è il cast. Tucci è ancora il cuore emotivo di tutto, l'unico personaggio con un arco narrativo davvero riuscito. La Streep fa la Streep e già questo vale il biglietto. Però il suo personaggio è più debole, sterile, stanco. Ma il paradosso più grande è che il film parla di operazioni di marketing che svuotano il contenuto mentre è esso stesso una gigantesca operazione di marketing, con collaborazioni con brand, borse per popcorn a tema e ogni scena trasformata in una passerella. Lo espone quasi con compiacimento, come se l'autoconsapevolezza bastasse ad assolverlo.

Ne potevamo fare a meno? Probabilmente sì. 

Fallout [Stagione 2]

 
Anno: 2025 - 2026
Titolo originale: Fallout
Numero episodi: 8
Stagione: 2
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Dopo l'esperienza positiva con la prima stagione, mi son lasciato catturare anche dal seguito. Resta in me l'ignoranza sul format videoludico, ma almeno adesso no son partito da zero. Ci ho messo un po' di più ad ingranare, ma la seconda metà della stagione è stata intrigante e con numerosi colpi di scena. Si delinea il mondo del futuro, si risponde ad alcuni interrogativi e se ne creano altri. I personaggi risultano ancora una volta ben delineati, ci sono alcune forzature, ma non troppo evidenti, ed altri personaggi hanno una struttura di minore impatto (anche meno interessanti se vogliamo), però la linea narrativa è sempre piacevole. Mi aspetto che (purtroppo però) ci saranno altre stagioni, ma mi auguro anche che non sia uno di quei prodotti che tendono all'infinito. 

Lecce 0 - Juventus 1

 
Con una rete nei primi secondi di gioco e con un risultato unico da raggiungere a tutti i costi, puoi aspettarti la goleada. Non è così però quando si tratta di Juventus. Le occasioni ci sono e non mancano, ma anche i rischi. Sicuramente meglio della precedente partita contro il Verona, non solo per i tre punti conquistati, ma troppe disattenzioni ed un bel po' di pochezza. Distanza di sicurezza sulla Roma mantenuta e secondo me era il minimo sindacale vista la situazione globale del campionato. Adesso aspettiamo le prossime due gare, ancora decisive nel caso appunto che Roma e Milan vincano (ma non solo). 

sabato 9 maggio 2026

Libri letti dal 2016 al 2025


 
Sì vabbeh, lo so. Non è gennaio e nessun si ricorda della mia vecchia rubrica in cui ogni anno scrivevo qualche dato stati stico sulle mie letture. Che nel corso degli anni hanno avuto tale calo, da eliminare necessità e curiosità sui romanzi messi in libreria. Non ci sono scuse, spiegazioni, motivi particolare: è semplicemente andata così. L'ultima lista riguarda quelli del 2015, che già erano meno di un al mese. Gli altri anni ( 2010, 2011, 2012, 2013 e 2014), anche se in discesa, il trend era decisamente migliore. Senza stare a fare una suddivisione per anno, inserisco direttamente la lista delle letture quindi che parte dal 2016 e termina nel 2025. Dieci anni tondi. Per chi non lo ricorda tra le parentesi c'è il mio voto personale che va da 1 a 5, mentre a sto giro non inserisco la divisione tra cartacei i digitali.  E ahimè, non posso neanche più mettere la classifica degli autori più letti, perchè mancando Anobii non conosco le posizioni di quelli sotto la decima posizione...
  1. Dan Simmons - L'Estate Della Paura (4)
  2. David Baldacci - Il Controllo Totale (2)
  3. Ernest Hemingway - Fiesta (IL Sole Sorgerà Ancora) (4)
  4. Paulo Coelho - Manuale Del Guerriero Della Luce (1) 
  5. Patrick Suskind - Il Profumo  (3)
  6. AA,VV -  I Predatori degli easter egg di Ready Player One - il film: Guida non ufficiale (3)
  7. Haruki Murakami - L'Incolore Tazaki Tsukuro E I Suoi Anni Di Pellegrinaggio (3) 
  8. AA. VV - Futura Lex 
  9. Giovanni Buzi - Uragano. Storia Di Un Apprendista Schiavo (1) 
  10. Nancy Kress - Nessun Domani (2) 
  11. Stanley G. Weinbaum - Un'Odissea Marziana (3) 
  12. Michel Houellebecq - Le Particelle Elementari (3) 
  13. Charles Stross - Arresto Di Sistema (4) 
  14. Lucia Patrizi - Nightbird (4) 
  15. Cixin Liu - Il Problema Dei Tre Corpi (2) 
  16. Michael Chabon - Il Sindacato Dei Poliziotti Yiddish (4) 
  17. Stephen King - Elevation (2) 
  18. Arto Paasilinna - L'Anno Della Lepre (3) 
  19. Stephen King - Joyland (3) 
  20. Jeffery Deaver - La Stanza Della Morte (3) 
  21. Thomas Wolfe - Angelo, Guarda Il Passato (4) 
  22. Frederick Forsyth - La Lista Nera (2) 
  23. Jeffery Deaver - L'Ombra Del Collezionista (2) 
  24. Jeffery Deaver - Il Bacio D'Acciaio (2) 
  25. Frank Schatzing - Limit (1) 
  26. Patricia Gibney - L'Ospite Inatteso (2) 
  27. Robert Macfarlane - Montagne Della Mente. Storie Di Una Passione (2)
  28. Vernor Vinge - Il Mondo Di Grimm (4) 
  29. Greg Egan - La Scala Di Schild (3) 
  30. Elena Di Fazio - Resurrezione (3) 
  31. Oscar Guidi - Magia E Stregoneria In Garfagnana (3) 
  32. James G. Ballard - L'Isola Di Cemento (4) 
  33. Frank Herbert - L'Imperatore-Dio Di Dune (2) 
  34. James G, Ballard . Il Mondo Sommerso (3) 
  35. Frank Herbert - Gli Eretici Di Dune (4) 
  36. Frank Herbert - La Rifondazione Di Dune (3) 
  37. Mauro Rinaldi - L'Ultima Estate (2) 
  38. Stelio Montomoli - La Strega Di Baratti (3) 
  39. AA.VV. - Giallo Sardo 
  40. Gillian McAllister - Posto Sbagliato, Momento Sbagliato (4) 
  41. Dmitry Glukhovsky - Metro 2033 (3)
  42. Dmitry Glukhovsky - Metro 2034 (2)
  43. Dmitry Glukhovsky - Metro 2035 (3)
  44. Michael Ennis - La Congiura Machiavelli (3) 
  45. Stefano Mecorio - Di passi E Di Acqua 
  46. Giampietro Stocco - La Corona Perduta (3) 
  47. Jack Vance . Naufragio Su Tschai (4) 
  48. Jack Vance - Le Insidie Del Pianeta Tschai (3) 
  49. Giovanni Burgio - Infezione Genomica (3) 
  50. Kage Baker - L'Imperatrice Di Marte (2) 
  51. Joseph Conrad - Cuore Di Tenebra (5) 
  52. Terry Miles - Rabbits (4) 
  53. Robert Reed - Un Miliardo Di Donne Come Eva (3) 
  54.  Lois McMaster Bujold - Miles Vorkosigan L'Uomo Del Tempo (3)
  55. Charles Stross - Universo Distorto (3) 
  56. Jack Vance - I Tesori Di Tschai (2) 
  57. Jack Vance - Fuga Da Tschai (4) 
  58. Tullio Avoledo - L'Elenco Telefonico Di Atlantide (4) 
  59. Tullio Avoledo - Come Si Uccide Un Gentiluomo (3)

Eccoci quindi con neanche sei libri all'anno, ma poteva andare peggio. Totale pagine lette 19413 con una media di circa 329 a libro. E con questo chiudo, ci dovremmo risentire verso gennaio del 2027 con la lista di questo anno. 

 

 

 

 

venerdì 8 maggio 2026

Colour From The Dark (2008)

 
Regia: Ivan Zuccon
Anno: 2008
Titolo originale:  Colour From The Dark
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (4.8)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Premetto che all'inizio avevo quasi l'intenzione di demolirlo. In realtà, proseguendo, ho apprezzato lo sforzo di portare su schermo "Il Colore Venuto Dallo Spazio" Di Lovecraft. Operazione non semplice, come ho già notato nell'omonimo film con Nicholas Cage. Secondo me, nonostante l'apparenza troppo "casalinga" del girato, con una fotografica tutt'altro che sensazionale, la scenografia ed i costumi riescono a fare il loro dovere ed anche a sorprendere. La parte orrorifica qui vorrebbe essere quella trainante, lo fa a trattati, ma viene fuori fin da subito l'aspetto B movie. L'atmosfera inquietante, i lunghi silenzi, le scene con sangue, danno una visione meno fantascientifica di ciò che oggi si potrebbe pensare e Zuccon inserisce molto bene la carta del misticismo o del religioso, rendendo il racconto più vicino al fantastico. Insomma ha preso ispirazione e poi è andato avanti come meglio credeva. Poi vabbeh, ambientato in Italia, con attori stranieri e parlato solo in inglese...
 
Edizione: DVD
Formato in DVD con sola traccia inglese in stereo e sottotitoli in italiano. I numerosi extra dono:
  • Dietro le quinte (18 minuti)
  • Intervista al regista (7 minuti)
  • Interviste ai protagonisti (12 minuti) 
  • I Love New York (videoclip)
  • My memories of the Ghost we named Trevor (3 minuti)
  • Trailers
  • Galleria fotografica
  • "Una Favola Di Morte" (cortometraggio 19 minuti) 

56 Giorni [Stagione 1]

 
 Anno: 2026
Titolo originale: 56 Days
Numero episodi: 8
Stagione: 1
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Sia chiaro, è carina, ma non eccezionale. Anche se oggi trovo una certa difficoltà nell'attaccarmi a qualche serie TV che mi prenda molto. Quelle così dette "mini serie" a stagione unica come questa forse possono darmi maggiori soddisfazioni.Sono autoconclusive, non c'è da attendere un finale che gli sceneggiatori dovranno scrivere, ed ormai quel che è fatto è fatto senza modifiche in corso d'opera. 56 Giorni si sviluppa bene con flashback e salti in avanti per farci vedere l'evoluzione del mistero che sta alla base del racconto. Un buon thriller, mischiato ad una storia romantica e ad una di amicizia. In otto episodi succede molto, ma non ci sono troppe forzature, quindi il prodotto funziona. Se vogliamo trovare il pelo nell'uovo è proprio il finale ad essere più accomodante rispetto al resto, ma a mio avviso può starci alla grande senza problemi.  

mercoledì 6 maggio 2026

The Voices (2014)

 
Regia: Marjane Satrapi
Anno: 2014
Titolo originale: The Voices
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Immaginate un mondo dove i vostri animali domestici vi parlano, dispensando consigli tra il saggio e il catastrofico, mentre la vostra mente danza sul filo tra innocenza e orrore. È l'universo distorto di The Voices, il film del 2014 diretto da Marjane Satrapi (quella del più famoso Persepolis), con Ryan Reynolds nei panni di Jerry, un operaio eccentrico che vive in una piccola città americana, lottando con allucinazioni e un passato traumatico.
Quello che rende questo film una gemma originale è proprio il punto di vista: tutto è filtrato attraverso gli occhi di Jerry, un protagonista disarmantemente ingenuo e infantile. I gatti e i cani che lo popolano diventano i veri narratori non troppo comici, con il cane Bosco che incita alla bontà e il gatto Mr. Whiskers che spinge verso il caos. È una commedia nera grottesca, sì, ma mai gratuita: Satrapi dosa il sangue e l'umorismo nero con maestria, evitando di scadere nel frivolo o nel mero shock.
Il tema centrale ovvero la solitudine della malattia mentale, vista non come mostro da demonizzare ma come un prisma che deforma la realtà  è trattato con un equilibrio drammatico raro. Non c'è moralismo pesante né risate forzate; il film mantiene un tono serio, quasi tragico, anche nei momenti più assurdi. Reynolds brilla in un ruolo camaleontico, passando da tenero perdente a figura inquietante senza forzature, supportato da un cast eccellente come Gemma Arterton e Anna Kendrick.
The Voices non è per tutti: disturba, e ti lascia con un nodo in gola. Ma è ben fatto, originale e coraggioso, un promemoria che il cinema indipendente può ancora stupire. Da recuperare su streaming per chi ama il grottesco con cervello.
 
 

Savatage - Dead Winter Dead

 
Artista: Savatage
Anno: 1995
Tracce: 13
Formato: CD
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Con i Savatage avevo già capito da Handful of Rain in poi che la band stava andando da un'altra parte rispetto alle origini: più sinfonica, più teatrale, con un piede sempre più vicino all'opera rock. Dead Winter Dead  è il passo successivo, e forse più ambizioso: un concept album ambientato durante la guerra in Bosnia, con Sarajevo assediata come sfondo e una storia d'amore impossibile come filo narrativo.

Il punto di partenza è reale. Jon Oliva e il produttore Paul O'Neill si ispirano a due episodi di cronaca che li colpiscono nel profondo: i cosiddetti Romeo e Giulietta di Sarajevo cioè una coppia di innamorati, lui serbo e lei bosniaca, morti abbracciati sul ponte di Vrbanja nel tentativo di fuggire dalla città  e il violoncellista Vedran Smailović, che suonava in mezzo alle rovine per onorare le vittime, sfidando le bombe con la musica classica. Da questa immagine nasce il cuore del disco: un anziano musicista che ogni notte scende in piazza e suona, mentre intorno tutto brucia. I due protagonisti ovvero il soldato serbo Serdjan e la partigiana musulmana Katrina che si ritrovano uniti da quella melodia nel caos della guerra.

Musicalmente è il disco in cui i Savatage abbandonano definitivamente l'etichetta heavy metal nel senso tradizionale. Le chitarre  affidate questa volta ad Al Pitrelli e a Chris Caffery diventano spesso un supporto alla struttura orchestrale piuttosto che il centro di tutto. Le tastiere di Jon Oliva, i cori, gli arrangiamenti classici con richiami a Mozart e Beethoven prendono sempre più spazio. Overture apre il disco con una solennità che prepara bene a quello che viene. This Is the Time e Not What You See sono i momenti emotivamente più alti, con Zak Stevens alla voce che in certi passaggi dà il meglio di sé. E poi c'è Christmas Eve (Sarajevo 12/24): strumentale, con melodie natalizie trasfigurate in qualcosa di maestoso e malinconico  il brano che avrebbe ispirato direttamente la nascita della Trans-Siberian Orchestra.

Non raggiunge le vette emotive di Streets: A Rock Opera, che rimane un loro capolavoro irripetibile. Ma tra Sirens, Handful of Rain, Wake of Magellan e Poets and Madmen, Dead Winter Dead si inserisce perfettamente in quel percorso che ha reso i Savatage una delle band più uniche e sottovalutate dell'intera storia del metal. Un disco che parla di guerra senza retorica, che trasforma la brutalità in poesia senza perdere il peso. Uno di quelli che si ascoltano dall'inizio alla fine, senza saltare niente.

martedì 5 maggio 2026

Iron Maiden - Seventh Son Of A Seventh Son

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
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Tra tutti gli album degli Iron Maiden che ho ascoltato e recensito nel corso degli anni, Seventh Son of a Seventh Son  occupa un posto particolare. Non è il più celebrato, non è quello che si cita per primo quando si parla di loro, eppure è uno di quelli che tornano in testa più spesso, con quella sua atmosfera sospesa tra il mistico e il progressivo che lo rende unico nella loro discografia.

È il primo vero concept album della band con un unico filo narrativo che attraversa tutto il disco, ispirato ad un certo folklore quasi fantasy e costruito intorno alla figura del settimo figlio di un settimo figlio, un essere con poteri profetici condannato a vedere il futuro senza poterlo cambiare. Non è un pretesto narrativo buttato lì: la storia si sente, brano dopo brano, con una coerenza che tiene tutto insieme dall'apertura alla chiusura.

Le tastiere  e soprattutto i synth , già presenti anche in Somewhere In Times, danno al suono una dimensione quasi eterea che all'inizio sorprende e poi si rivela perfettamente coerente con il tema. Infinite Dreams non è uno dei brani più belli che la band abbia mai scritto eppure a mio avviso è di una eleganza disarmante, con quella melodia che si apre lentamente e poi esplode senza preavviso. The Clairvoyant è immediata e potente, uno di quei pezzi da live che funziona ancora meglio dal vivo. Can I Play with Madness il singolo, forse il più accessibile del disco  ha un ritornello che resta appiccicato in modo quasi irritante, nel senso migliore. E poi c'è la title track, lunga, stratificata, con Bruce Dickinson al massimo della sua forma teatrale.

È un disco che chiede un ascolto completo, dall'inizio alla fine, senza saltare. Non funziona a pezzi (infatti è difficile trovare una traccia che ho voglia di ascoltare singolarmente) funziona come un tutto unico, e in questo senso è forse l'album in cui i Maiden si sono avvicinati di più all'idea di opera rock. Mistico, come lo definisco io, è la parola giusta.