mercoledì 21 gennaio 2026

Black Sabbath - Vol. 4

 
Autore: Black Sabbath
Anno: 1972
Tracce: 10
Formato: CD
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Ormai cavalco questa onda musicale che sta colpendo VER e ne approfitto per aumentare la percentuale di articoli sugli album. Ne ho diversi già pronti ed in cantiere, ma ascoltando giusto pochi minuti Foxtrot dei Genesis, mi sono venuti in mente i Black Sabbath che proprio negli stessi anni imperversavano con musica e stili completamente differenti da un lato, ma non poi così contrapposti. Vol. 4 è il disco in cui i Black Sabbath, invece di rifare la formula vincente di Paranoid e Master of Reality (potevo parlare di questo, ma mi piaceva più l'idea di scegliere un album uscito nel solito anno di Foxtrot), decidono di complicarsi la vita. E fanno benissimo. È l’album meno “compatto”, meno immediato, più sbilenco della loro prima fase. Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
Siamo nel 1972, a Los Angeles, e l’atmosfera è… come dire… poco salutista. I Sabbath sono all’apice del successo, pieni di soldi, completamente fuori controllo. Vol. 4 è figlio diretto di questo caos: un disco eccessivo, gonfio, a tratti confuso, ma incredibilmente umano. Qui non c’è più solo l’oscurità monolitica degli inizi: ci sono crepe, deviazioni, momenti quasi fragili.
La copertina, con Ozzy che sembra levitare in una posa a metà tra il mistico e l’esausto, è un’altra dichiarazione involontaria di intenti. Non è minacciosa come le precedenti, è straniante. Ti avvisa che questo non sarà un viaggio lineare. E infatti Vol. 4 non segue una direzione precisa: cambia umore, ritmo, pelle. A volte nello stesso brano.
Musicalmente è il disco in cui Iommi inizia a guardarsi attorno: riff giganteschi sì, ma anche aperture melodiche, rallentamenti quasi doom ante-litteram, improvvise accelerazioni. Geezer Butler continua a scrivere testi cupi, ma più introspettivi, meno “apocalittici”. Bill Ward suona come uno che ama il jazz ma è intrappolato in una band metal – e la cosa funziona alla grande. Ozzy, invece, è sempre più un’ombra instabile: non guida il disco, lo attraversa. E questo lo rende ancora più inquietante.
Vol. 4 è anche il primo vero album “sperimentale” dei Sabbath. Non tutto è perfettamente a fuoco, alcune idee sembrano buttate lì di getto, ma proprio questa imperfezione gli dà carattere. È un disco che respira, suda, sbaglia. Non cerca l’epica assoluta, cerca l’espressione.
Riascoltato oggi, Vol. 4 suona come un ponte: da una parte i Sabbath primordiali, dall’altra tutto quello che verrà dopo. Doom, sludge, stoner… qui c’è già tutto in embrione. Non è il loro album più iconico, ma è forse quello che dice di più sulla band come esseri umani, non come monumenti.
In conclusione: Vol. 4 non è il Sabbath più feroce né il più “perfetto”. È il Sabbath più vulnerabile. Un disco storto, pesante, a tratti magnifico e a tratti sfinito. Proprio come loro in quel momento. E forse anche per questo, incredibilmente vero.

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