giovedì 1 ottobre 2026

Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness

 

Artista: Smashing Pumpkins
Anno: 1995
Tracce: 28
Formato: doppio CD
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Dopo aver riscoperto gli Smashing Pumpkins con Siamese Dream, del quale ho già scritto qui sopra, era abbastanza inevitabile arrivare a Mellon Collie and the Infinite Sadness. E qui le cose si fanno decisamente più serie: due CD, ventotto pezzi e una quantità di idee che avrebbe potuto tranquillamente bastare per tre o quattro dischi normali. Se Siamese Dream era un disco potente, compatto e abbastanza riconoscibile nella sua miscela di alternative rock, psichedelia e hard rock, Mellon Collie sembra invece voler dimostrare che gli Smashing Pumpkins possono fare praticamente quello che gli pare. E lo fanno senza preoccuparsi troppo di mantenere una direzione precisa. Ci sono momenti rumorosissimi, brani quasi pop, ballate, pezzi più malinconici, chitarre pesanti, atmosfere sognanti e persino arrangiamenti orchestrali. Il tutto nello stesso doppio CD. Ed è proprio questo il bello, perché nonostante la durata e la quantità di materiale non dà quella sensazione tipica dei dischi doppi costruiti mettendo dentro tutto quello che era avanzato. Certo, qualche pezzo che mi convince meno c'è, ma nel complesso la quantità di brani realmente memorabili è impressionante. Si parte con Mellon Collie and the Infinite Sadness, quasi una specie di introduzione sospesa, e poi arriva Tonight, Tonight, che probabilmente rappresenta meglio di qualsiasi altra canzone la parte più ampia e ambiziosa del disco. Subito dopo però gli Smashing Pumpkins possono tornare a pestare con Jellybelly, e poco più avanti arriva Zero, con quel riff che praticamente si pianta in testa. E poi c'è Bullet with Butterfly Wings, che è forse il pezzo che più facilmente si associa al disco, ma anche 1979, che va completamente da un'altra parte. È uno dei casi in cui una band riesce a fare una canzone apparentemente semplice senza perdere quella personalità che la rende immediatamente riconoscibile. La cosa che mi ha colpito maggiormente è proprio questa capacità di passare dalla rabbia alla malinconia senza sembrare una raccolta casuale. Tonight, Tonight, 1979, Zero, Bullet with Butterfly Wings, Here Is No Why, Thru the Eyes of Ruby, Porcelina of the Vast Oceans: sono canzoni anche molto diverse tra loro, ma appartengono tutte allo stesso enorme calderone. E poi c'è X.Y.U., che sembra quasi ricordare che sotto tutta quella malinconia e quei momenti più pop ci sono comunque gli Smashing Pumpkins capaci di fare un casino infernale. È una delle cose che preferisco del disco: non lascia mai completamente tranquilli. Rispetto a Siamese Dream, quindi, lo trovo meno compatto ma molto più ambizioso. Se il precedente era un disco che poteva essere ascoltato quasi come un unico blocco, questo è più un piccolo universo nel quale entrare e uscire scegliendo ogni volta qualcosa di diverso. È anche uno di quei rari casi in cui la definizione di doppio album non sembra soltanto un modo elegante per dire "abbiamo inciso troppa roba". Mellon Collie è enorme perché vuole esserlo. E probabilmente proprio questa smisurata ambizione è parte del suo fascino. Dopo Siamese Dream avevo già capito perché gli Smashing Pumpkins fossero considerati una band così importante degli anni Novanta. Con Mellon Collie and the Infinite Sadness ho capito anche perché sia rimasto un disco così difficile da ignorare: è un casino, è lunghissimo, è melodico, rumoroso, malinconico e spesso esagerato. Ma è un casino bestiale. VERdetto: uno di quei doppi CD che invece di farti pensare "potevano tagliare qualcosa" ti fanno venire voglia di rimetterli da capo.

Baroness - Blue Record

 

Artista: Baroness
Anno: 2009
Tracce: 12
Formato: CD 
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I Baroness sono una di quelle band che vale la pena avere in collezione anche se poi non ci si torna spessissimo, ma io mi appoggio a VIKI per avere notizie e rinfrescarmi la memoria. Blue Record del 2009 è il secondo album del quartetto di Savannah, Georgia, ed è il disco che li ha portati all'attenzione della critica internazionale: numero uno nella Billboard Heatseekers chart, miglior disco del 2009 per Decibel Magazine, ventesimo miglior album metal di sempre secondo LA Weekly. Non male per una band che fino a due anni prima era praticamente sconosciuta fuori dalla scena underground americana.

Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.

Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.

Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.

martedì 29 settembre 2026

Poveri Ma Belli (1957)


 
Regia: Dino Risi
Anno: 1957
Titolo originale: Poveri Ma Belli
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
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Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.

È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.

A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.

lunedì 28 settembre 2026

Machine Head - Burn My Eyes


 
Artista: Machine Head
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato CD
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I Machine Head nascono a Oakland nel 1991, e già questo dice qualcosa: la stessa città dei Green Day, un posto che nella prima metà degli anni Novanta stava producendo musica da ogni angolo possibile. Burn My Eyes  è il loro esordio, e arriva in un momento in cui il grunge stava ancora dominando l'attenzione generale mentre il metal cercava una nuova direzione.

La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.

Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.

Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.

sabato 26 settembre 2026

When Evil Lurks (2023)


 
Regia: Demian Rugna
Anno: 2023
Titolo originale. Cuando Acecha La Maldad
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.9)
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When Evil Lurks mi ha incuriosito praticamente fin dall'inizio. È un horror ben fatto, con un'ambientazione che trovo particolarmente interessante e anche abbastanza atipica rispetto a quello a cui siamo abituati: siamo in Argentina, lontani dai soliti scenari che accompagnano questo genere di film. La prima parte mi ha convinto parecchio, sia per l'atmosfera sia per il modo in cui viene costruita la storia. C'è qualcosa di sporco e imprevedibile che funziona bene e che mi ha fatto pensare che potesse essere uno di quegli horror capaci di lasciare davvero il segno. Poi, per i miei gusti, il film si perde un po' strada facendo. L'idea di partenza rimane interessante e ci sono comunque momenti riusciti, ma l'effetto iniziale si attenua progressivamente e nella seconda parte mi ha coinvolto meno. Rimane comunque un film che considero interessante e soprattutto mi ha fatto drizzare le antenne sul suo regista, Demián Rugna. Da tenere quindi sotto la lente di ingrandimento: sicuramente cercherò di recuperare anche qualche altro suo film.

venerdì 25 settembre 2026

Forza Maggiore (2014)

 

Regia: Ruben Ostlund
Anno: 2014
Titolo originale: Turist
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.2)
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Forza maggiore è un film indipendente e drammatico (di Ruben Ostlund), senza troppe pretese, che parte da una situazione interessante: durante una vacanza sulla neve, una famiglia svedese si trova coinvolta in quella che sembra una valanga imminente e la reazione del padre mette in crisi il rapporto con la moglie.

Il tema non è male, soprattutto perché permette di riflettere su come possiamo comportarci quando ci troviamo improvvisamente davanti a una situazione di pericolo e su quanto sia facile giudicare le reazioni degli altri quando siamo al sicuro. Più che una rappresentazione particolarmente realistica di una crisi familiare, però, l'ho visto soprattutto come uno spunto di riflessione sulla crisi di coppia.

A livello personale ho fatto un po' fatica a farmelo piacere. Non è girato in maniera casereccia, ma per lunghi tratti ho avuto una strana sensazione da "documentario per le vacanze": albergo, piste da sci, pranzi, panorami innevati, famiglia che si muove qua e là... Forse dipende anche dal doppiaggio, che non mi ha aiutato a entrare nei personaggi, ma in certi momenti sembrava quasi di guardare il filmato delle ferie di qualcun altro.

Non mi hanno aiutato nemmeno i due bambini, che ho trovato spesso goffi e quasi d'intralcio alla storia invece che realmente coinvolti nella dinamica familiare. E, più in generale, non sono riuscito a provare particolare simpatia per nessuno dei due protagonisti. Tomas ed Ebba sono proprio il genere di coppia che dovrebbe incuriosirti attraverso i loro comportamenti, ma io sono rimasto piuttosto distante da entrambi.

Resta quindi un film con un'idea di fondo interessante e qualche situazione capace di far riflettere, ma che personalmente ho trovato poco coinvolgente. Forse è proprio quella freddezza nordica che molti possono apprezzare: a me, questa volta, ha dato soprattutto la sensazione di assistere per due ore alle vacanze sulla neve di una coppia che non conoscevo.

giovedì 24 settembre 2026

Converge - Jane Doe

 

Artista: Converge
Anno: 2001
Tracce: 12
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Con i Converge sono caduto nella trappola delle recensioni entusiastiche. Jane Doe  compare in quasi tutte le liste dei migliori album metal e hardcore del decennio: migliore disco del 2001 per Terrorizer, miglior album dell'intera decade per Sputnikmusic, sessantunesimo miglior album metal di sempre secondo Rolling Stone. Con queste credenziali era difficile non cedere alla curiosità.

Il disco è il quarto dei Converge, band di Salem, Massachusetts, nata nel 1990 e considerata tra i pionieri del metalcore e del mathcore. Il cantante Jacob Bannon lo scrisse in un periodo di fine di una relazione importante, e tutta quell'urgenza emotiva è finita dentro la musica in modo talmente diretto da non lasciare quasi spazio all'ascoltatore. La copertina, un volto di donna anonimo che sembra disintegrarsi, l'ha disegnata lo stesso Bannon: anche quella è un documento di quel periodo.

Il problema è che per me è parecchio rumore. Non nel senso figurato: nel senso letterale del termine. Jacob Bannon alla voce urla, stria e graffia in modo così estremo che seguire un testo è praticamente impossibile, e aprire il booklet per leggere le parole non aiuta più di tanto perché quello che è scritto lì dentro difficilmente coincide con quello che si riesce a percepire nell'ascolto. I ritmi sono spezzati, i tempi dispari, i brani si interrompono e ripartono in modo imprevedibile. Per chi ha i codici giusti per decifrarlo è probabilmente tutto questo a renderlo affascinante. Per me, abituato al metal classico e all'hard rock, resta un muro di suono che non riesce a comunicarmi molto.
 

Tra l'altro, mentre cercavo il CD per riascoltarlo, mi sono accorto di un'altra cosa curiosa:  non è affatto un album che oggi si trovi facilmente in formato fisico. L'edizione europea del 2001 uscì per Epitaph Records, con il CD dentro un caratteristico slipcase di cartoncino, e la prima stampa comprendeva anche un foglio con i testi e un patch. Esistono naturalmente ristampe e altre edizioni, ma il vecchio CD sembra essere diventato uno di quei dischi che, nonostante l'importanza che gli viene attribuita, non sono poi così facili da recuperare. E la cosa mi ha fatto venire un dubbio ancora più strano: io sono quasi sicuro di averlo (avuto?). Lo devo cercare, è finito da qualche parte. Ricordo perfettamente quella copertina e il CD fisico, quindi è difficile pensare che il mio rapporto con Jane Doe sia nato semplicemente da un MP3 scaricato qualche anno dopo. Adesso, quindi devo anche ritrovare il mio. 

mercoledì 23 settembre 2026

Bring Her Back - Torna Da Me (2025)


 
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou
Anno: 2025
Titolo originale: Bring Her Back
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (7.1)
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Ho letto parecchi pareri molto positivi su Bring Her Back, spesso descritto anche come un horror disturbante e capace di mettere a disagio. Così sono corso a guardarmelo. A me, invece, è sembrato soprattutto un film troppo lento. Il problema principale è la prima ora, che ho trovato decisamente noiosa: la componente drammatica prende talmente tanto spazio che per parecchio tempo sembra non succedere praticamente nulla. Capisco la necessità di costruire l'atmosfera e di preparare quello che verrà dopo, ma per un horror mi è sembrato un ritmo eccessivamente dilatato. E soprattutto non ho trovato quella sensazione di inquietudine crescente che evidentemente ha colpito altri spettatori. Anche sul versante del disturbo, quindi, sono rimasto abbastanza freddo. Ci sono alcune scene forti e immagini che vorrebbero lasciare il segno, ma non mi hanno provocato quella reazione che mi aspettavo leggendo le recensioni. Più che disturbante, in diversi momenti l'ho trovato semplicemente lento. A questo si aggiunge un'altra cosa che mi ha lasciato perplesso: diverse situazioni e scene sembrano rimanere appese, senza una vera conclusione. Non è necessariamente un problema lasciare qualcosa all'interpretazione, ma qui ho avuto più volte l'impressione che alcune idee venissero introdotte e poi abbandonate, invece di essere sviluppate fino in fondo. Alla fine Bring Her Back non è un film che considero brutto, ma nemmeno quell'horror disturbante e coinvolgente che mi aspettavo. Ha sicuramente delle trovate interessanti e qualche momento riuscito, però il ritmo troppo lento, soprattutto nella prima parte, e alcune situazioni lasciate in sospeso hanno finito per farmelo vivere più con noia che con inquietudine.

martedì 22 settembre 2026

Cranberries - No Need To Argue



 Artista: The Cranberries
Anno: 1994
Tracce: 13 + 6
Formato: CD doppio 
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Colpevolmente non avevo ancora parlato dei Cranberries su queste pagine, e già questo è un torto da riparare chiedendo un aiuto veloce a VIKI che è brava a fare ricerche. No Need to Argue (del 1994 con un Festivalbar spettacolare l'anno successivo) è il disco che li ha consacrati definitivamente, il secondo della loro breve e intensa discografia, e quello che più di tutti porta il segno di quello che erano: una band irlandese di Limerick con una voce al centro che bastava da sola a distinguerli da chiunque altro.

Quella voce è Dolores O'Riordan: un timbro unico, fragile e potente insieme, con quel vibrato singhiozzante che è diventato uno dei marchi sonori degli anni Novanta. Intorno a lei la chitarra acustica ed elettrica di Noel Hogan costruisce un folk pop rock che bilancia evocazioni irlandesi e alternative rock con una naturalezza che poche band sapevano trovare in quel periodo. Il disco è già maturo e coeso, con tredici canzoni che tengono insieme registri molto diversi senza mai perdere il filo.

Il centro di tutto è Zombie, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Dolores la scrisse dopo l'attentato IRA di Warrington del 20 marzo 1993, in cui vennero uccisi due bambini, Jonathan Ball e Tim Parry: una risposta rabbiosa e disperata, con le chitarre distorte in modo insolito per la band e la voce che sale fino all'urlo. La Island Records era titubante sul pubblicarla come singolo, convinta che una canzone politicamente militante potesse danneggiare la carriera della band. Nel frattempo però il brano aveva già cominciato a girare nei live, e mentre spopolava accadde qualcosa di incredibile: il 31 agosto 1994 l'IRA dichiarò il cessate il fuoco dopo venticinque anni di conflitto armato. Qualcuno insinuò che l'esposizione mediatica di un brano simile non fosse del tutto estranea alla decisione. La canzone uscì come singolo il 19 settembre e divenne il loro più grande successo commerciale.

Ma il disco vale molto oltre Zombie. Ode to My Family è malinconica e nostalgica, con i tubi tradizionali irlandesi uilleann pipes a colorare il sottofondo. I Can't Be with You è una delle ballate più riuscite, essenziale e diretta. Ridiculous Thoughts porta il suono alternative rock più vicino alla superficie. E poi c'è Daffodil's Lament, con quella sua atmosfera sospesa e celtica che sembra arrivare da un posto senza tempo.

Dolores è scomparsa nel 2018, e la sua assenza ha reso tutto questo ancora più prezioso e irreparabile. No Need to Argue non invecchia perché non ha mai cercato di essere moderno: cercava solo di essere onesto, e ci riusciva benissimo. 

lunedì 21 settembre 2026

The Protégé (2021)



 Regia: Martin Campbell
Anno: 2021
Titolo originale: The Protégé 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
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The Protégé (miracolo indovinare gli accenti) è un action thriller del 2021 diretto da Martin Campbell, quello di Casino Royale, con Maggie Q nei panni di Anna, la killer più abile al mondo, cresciuta fin da bambina da Moody, un leggendario sicario interpretato da Samuel L. Jackson dopo averla salvata da un massacro a Saigon in cui perse i genitori. Quando Moody viene ucciso, Anna parte per vendicarlo e finisce invischiata con un altro killer enigmatico interpretato da Michael Keaton, con cui il rapporto tra caccia e attrazione diventa via via più ambiguo.

La prima parte, quella con la bambina salvata da un massacro e cresciuta da un assassino solitario che le insegna il mestiere, sembra quasi un incipit alternativo di Léon, con Moody nel ruolo che fu di Jean Reno, anche se qui il rapporto tra i due resta più professionale e meno malinconico di quello tra Léon e Mathilda. Una volta chiuso questo preambolo però il film si trasforma rapidamente in un classico action di vendetta, con Anna che deve fare fuori il cattivo di turno per motivi che, a pensarci con un minimo di logica, non reggerebbero neanche troppo.

Il tandem tra Maggie Q, decisamente convincente nelle coreografie d'azione, e un Michael Keaton che si diverte parecchio nei panni del villain elegante e ambiguo, tiene comunque in piedi il film anche nei momenti in cui la trama scricchiola, e Martin Campbell sa come girare uno scontro corpo a corpo senza perdere ritmo. Non è un film che lascia il segno, ma per una serata action senza troppe pretese fa il suo lavoro egregiamente.

domenica 20 settembre 2026

Juventus - Atalanta

 
Quinta giornata e dopo la sconfitta di Sassuolo ci dobbiamo aspettare qualche cosa di più. Non bastano come giustificazioni gli infortuni ed abbiamo bisogno di punti. Inizio primo tempo un po' macchinoso e con tanto traffico a centrocampo. Prove di occasioni che non arrivano con facilità fino al 28 esimo in cui dobbiamo attendere il primo tiro e la rete del vantaggio. E nei primi 45 minuti non succede proprio altro. Né da una parte né dall'altra. Il secondo tempo inizia più frizzante e con meno inerzia. Possiamo raddoppiare e loro possono pareggiare, c'è un bel equilibrio da questo punto di vista. Su calcio d'angolo però ci pensa Bremer e ci portiamo finalmente sul 2 - 0. Quindi ottimo risultato e conclusione felice. 

Concerto Per Pistola Solista (1970)

 

Regia: Michele Lupo
Anno: 1970
Titolo originale: Concerto Per Pistola Solista
Voto: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
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Film:

Concerto per pistola solista (conosciuto all'estero come The Weekend Murders) è un giallo italiano del 1970 diretto da Michele Lupo, con un cast decisamente misto e internazionale che mescola nomi nostrani come Gastone Moschin e Giacomo Rossi Stuart ad attori stranieri come il soprano Anna Moffo, l'inglese Lance Percival e persino Beryl Cunningham, cantante e attrice guyanese. La trama è un giallo di ambientazione British quasi da manuale, con una famiglia aristocratica inglese che si riunisce per la lettura del testamento del capofamiglia, l'eredità che finisce inaspettatamente tutta a Barbara, la figlia preferita, e a quel punto parte una catena di omicidi in stile Agatha Christie, con il maggiordomo pugnalato per primo e a seguire il resto della famiglia.

È un lavoro decisamente minore nel filone del giallo e del poliziesco all'italiana di quegli anni, girato anche in parte in Inghilterra, nella tenuta di Somerleyton Hall, il che gli dà un'ambientazione più autentica del solito rispetto a tanti gialli nostrani spacciati per stranieri con qualche cartello in inglese. Quello che lo rende più interessante della media è la punta ironica quasi da commedia che attraversa tutto il film, con il sergente Thorpe di Moschin che fa un po' da spalla comica mentre le indagini procedono, un tono leggero che stempera la formula un po' rigida del giallo con delitti in serie.

Nel complesso è un prodotto ben fatto per quello che si propone, con un ritmo che non annoia mai nella sua durata contenuta e una colonna sonora di Francesco De Masi che accompagna bene le atmosfere. Non è certo un capitolo memorabile del genere, ma dentro la sua fascia, quella dei gialli minori dell'epoca fatti con un minimo di cura, si difende benissimo.


 
Edizione: DVD 
Oblivion, che difficilmente delude, con questa uscita numero #12 ci ha riportato un ottimo film con qualità medio alta per l'età ed il formato, traccia audio italiana in stereo ed i seguenti extra:
  • Giallo nel Suffolk (30 minuti)
  • Delitto imperfetti (27 minuti)
  •  Comparazione versione italiana vs internazionale (5 minuti)

sabato 19 settembre 2026

R.E.M. - Out Of Time

 

Artista: R.E.M.
Anno: 1991
Tracce: 11
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Con i R.E.M. il percorso è stato quello di chi li ha ascoltati di rimando, per contagio: li ascoltavano soprattutto i miei amici negli anni Novanta, e quando una musica gira intorno a te con quella frequenza finisce inevitabilmente per diventare parte della tua colonna sonora personale, che tu l'abbia cercata o no. Out of Time è il disco che più di tutti ha reso questo meccanismo inevitabile.

Il settimo album degli R.E.M. è quello che li trasforma da band di culto a fenomeno di massa internazionale: numero uno in America e in Gran Bretagna, diciotto milioni di copie vendute nel mondo, 183 settimane nelle classifiche britanniche secondo VIKI. E il motore di tutto questo è un mandolino. Peter Buck ne aveva appena comprato uno e se ne stava in poltrona davanti alla tv strimpellando qualcosa, cercando di capire come funzionasse quello strumento che non sapeva suonare; da quell'improvvisazione nacque il riff di Losing My Religion, il singolo che aprì le porte del mainstream alla band di Athens. Michael Stipe ha spiegato che il titolo riprende un'espressione idiomatica del Sud degli Stati Uniti che significa "perdere la pazienza", non la fede religiosa; il testo parla di un amore non corrisposto che rischia di diventare ossessione, e si ispira dichiaratamente a Every Breath You Take dei Police. Il video, diretto da Tarsem Singh con citazioni da Tarkovskij e Caravaggio, vinse il Grammy e l'MTV Video of the Year. Non male per una canzone nata per caso su una poltrona.

Il disco però vale molto di più del singolo che lo ha oscurato. Il sound è folk rock e chamber pop, con arrangiamenti orchestrali curati dal produttore Scott Litt, e ha una morbidezza e una gradevolezza che lo rendono adatto a qualsiasi ora del giorno senza mai stancare. Shiny Happy People, secondo singolo, è il momento più solare e spensierato; lo stesso Stipe l'ha definita in seguito una canzone scritta per i bambini, e non lo diceva come un complimento. Half a World Away è la perla nascosta del disco, malinconica e toccante in un modo che le tracce più famose non raggiungono. Near Wild Heaven e Texarkana, cantate principalmente da Mike Mills, sono le sorprese del lotto: più leggere, quasi pop, lontanissime dall'immagine austera che spesso si associa alla band.

Non è musica che ho cercato. È musica che mi è entrata addosso per osmosi, passando dai cd degli amici all'aria di un certo periodo. E questi sono i dischi che non muoiono mai, proprio perché non li hai scelti tu: li ha scelti il tempo per te.

venerdì 18 settembre 2026

The Assessment - La Valutazione (2024)

 

Regia. Fleur Fortunè
Anno: 2024
Titolo originale: The Assessment
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
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Mi piacciono quei film di fantascienza che non hanno bisogno di astronavi, battaglie intergalattiche o effetti speciali da centinaia di milioni di dollari per costruire un mondo interessante. The Assessment, esordio alla regia di Fleur Fortuné, appartiene proprio a questa categoria: un film semplice, ambientato quasi interamente in pochi spazi, che attraverso una situazione apparentemente ordinaria riesce a introdurre lo spettatore in una realtà futura decisamente curiosa.

In questo futuro, segnato dal collasso ambientale e da una società che ha scelto di regolamentare praticamente ogni aspetto dell'esistenza, avere un figlio non è più una questione privata. Le coppie devono dimostrare di essere adatte alla genitorialità attraverso una valutazione di sette giorni, durante la quale un'esaminatrice osserva ogni loro comportamento. È quello che succede a Mia e Aaryan, interpretati da Elizabeth Olsen e Himesh Patel, quando nella loro casa arriva Virginia, una donna incaricata di sottoporli a una serie di prove sempre più bizzarre, invasive e destabilizzanti.

Il punto di forza del film è proprio questo meccanismo. Non servono grandi ambientazioni futuristiche per creare inquietudine: basta una casa, una coppia che dovrebbe sentirsi al sicuro e una presenza estranea che, giorno dopo giorno, trasforma l'ambiente domestico in una sorta di laboratorio psicologico. La valutazione diventa un gioco perverso nel quale non è mai chiaro cosa ci si aspetti dai protagonisti e quali siano le regole. Virginia può comportarsi come una bambina, mettere alla prova la pazienza della coppia, provocare reazioni imprevedibili. E più si va avanti, più diventa difficile distinguere un esame ufficiale da una manipolazione emotiva.

L'ambientazione, pur non essendo completamente asettica, può ricordare per certi aspetti Ex Machina di Alex Garland. Non soltanto per la fantascienza contenuta e quasi claustrofobica, ma anche per la presenza di Alicia Vikander, che in quel film interpretava l'indimenticabile Ava. Qui l'attrice veste i panni di Virginia e offre una prova particolarmente efficace, capace di passare dal grottesco all'inquietante con una certa naturalezza. Anche qui la stessa Vikander è dentro ad un esperimento controllato, solo che è in un ruolo invertito. Il confronto con Ex Machina, comunque, si ferma soprattutto alle atmosfere e alla costruzione degli spazi: The Assessment segue una strada diversa, più concentrata sui rapporti umani, sul desiderio di avere figli e sul modo in cui un sistema può arrivare a controllare persino gli aspetti più intimi della vita.

Il film funziona anche perché lascia emergere gradualmente il proprio mondo. Non ci viene spiegato tutto subito, e questo contribuisce a mantenere viva la curiosità. Si intuisce che dietro la possibilità di diventare genitori ci sono regole molto più complesse, una società divisa e un passato che continua a pesare sul presente. La fantascienza rimane soprattutto uno strumento per parlare di controllo, conformismo, maternità e bisogno di sentirsi accettati. Temi interessanti, sviluppati attraverso una storia che non ha fretta di mostrare tutte le proprie carte.

Il problema, almeno per quanto mi riguarda, arriva nella parte finale. Non è tanto il fatto che il film allarghi improvvisamente lo sguardo oltre la casa e mostri qualcosa in più del mondo futuro. Anzi, l'idea di aprire la storia a una dimensione più ampia è comprensibile e, sulla carta, anche interessante. È il modo in cui questa apertura viene gestita a lasciarmi un po' perplesso. Alcuni passaggi sembrano meno solidi rispetto a quello che il film aveva costruito fino a quel momento, mentre certe svolte finiscono per apparire un po' slegate dal percorso precedente. La curiosità rimane, ma la sensazione è che la sceneggiatura faccia più fatica a tenere insieme i diversi elementi proprio quando dovrebbe dare loro un significato complessivo.

The Assessment resta comunque una fantascienza intrigante, con un'idea di partenza efficace, pochi ambienti sfruttati bene e una buona capacità di generare tensione attraverso situazioni assurde ma non così lontane, almeno concettualmente, da alcune ossessioni del nostro presente. Non è un film che rivoluziona il genere, né uno di quelli che riescono a chiudere perfettamente tutte le questioni sollevate. Però ha una sua personalità e, soprattutto, riesce a incuriosire. Peccato che, proprio quando decide di mostrare qualcosa in più, perda parte di quella compattezza che aveva reso così interessante la prima metà.
 
 

giovedì 17 settembre 2026

Reacher [Stagione 4]

 

Anno: 2026
Titolo originale: Reacher 
Episodi: 8
Stagione: 4
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Quarta stagione di Reacher, e siamo ormai al punto in cui uno queste serie le guarda più per abitudine affettiva che per reale sorpresa. L'ho detto anche per le prime tre, lo ripeto qui: è un prodotto sempliciotto, costruito su uno schema che si ripete quasi identico a ogni giro, eppure funziona, e funziona proprio perché non pretende di essere altro da quello che è.

Questa volta la storia parte da Gone Tomorrow, tredicesimo romanzo della saga di Lee Child, uscito nel 2009 e in italiano intitolato I dodici segni. Non è tra i libri che ho letto io, e infatti non posso fare il solito gioco del confronto pedante tra pagina e schermo. Tutto comincia in metropolitana a New York, con Reacher che si imbatte in una donna che gli sembra sul punto di farsi esplodere, e da lì, come sempre, quello che pareva un episodio isolato si allarga a macchia d'olio fino a coinvolgere gente molto più in alto nella catena del potere di quanto ci si aspetterebbe.

Alan Ritchson è sempre lui, la montagna di muscoli che ragiona più di quanto menica, e questo continua a essere l'ingrediente segreto della serie: non è solo botte, anche se le botte ci sono e stavolta mi è parso che il sangue scorra un po' più abbondante rispetto alle stagioni precedenti, quasi che gli sceneggiatori avessero deciso di alzare il tiro sulla violenza per tenere sveglio chi si fosse assuefatto alla formula. Accanto a lui arriva Sydelle Noel nei panni di una detective, ma c'è soprattutto Anggun. Sì, proprio lei. 

Per il resto la macchina è quella collaudata: un mistero che parte piccolo, una cospirazione che si allarga, un protagonista che osserva tutto prima di agire e che intanto si porta dietro quel misto di ironia spiccia e fatalismo da uomo senza fissa dimora. Chi ha amato le stagioni precedenti troverà pane per i suoi denti, chi si aspettava un cambio di passo resterà con lo stesso sospetto che ho io da tre stagioni a questa parte: che Reacher sia una macchina da intrattenimento onesta, senza troppe ambizioni, che sa esattamente cosa vuole essere e lo fa con un mestiere sempre più rodato.

mercoledì 16 settembre 2026

Lady Vendetta (2005)

 

Regia: Park Chan-wook
Anno: 2005
Titolo originale: Chinjeolhan Geum-ja-ssi (친절한 금자씨) 
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon

Film:
Lady Vendetta (conosciuto anche come Sympathy for Lady Vengeance) è il film del 2005 diretto da Park Chan-wook che chiude la sua trilogia della vendetta , iniziata con Mr. Vendetta nel 2002 e proseguita con Oldboy l'anno successivo. Protagonista è Geum-ja, interpretata da Lee Yeong-ae, una donna dipinta dai media come un mostro dopo essere stata condannata per l'omicidio di un bambino di sei anni. Passa tredici anni in carcere, dove pianifica nei minimi dettagli la propria vendetta, che una volta uscita mette in atto contro chi l'ha realmente incastrata, il signor Baek, interpretato da Choi Min-sik, lo stesso attore che avevamo visto nei panni del protagonista di Oldboy.

Se Mr. Vendetta era spietato e senza vie di fuga, e Oldboy costruiva la sua vendetta attorno a un mistero da svelare, qui Park Chan-wook sposta il baricentro sul femminile e su un registro quasi spirituale, sommando i temi dei due capitoli precedenti, il rapimento e la prigionia, dentro un'unica figura di madre a cui è stata sottratta la vita. Stilisticamente il film è vicinissimo a Oldboy più che al rigore quasi documentaristico di Mr. Vendetta, con una fotografia curatissima e un montaggio che gioca parecchio con i salti temporali, alternando presente e flashback in modo tutt'altro che lineare.

Ed è proprio qui che il film comincia a scricchiolare. La cura formale è fuori discussione, i campi lunghi e la colonna sonora delicata costruiscono un'atmosfera elegante, quasi ovattata, ma la scelta di raccontare la vicenda per frammenti finisce per rendere la storia più confusa del necessario, con un ritmo che nella parte centrale rallenta fino quasi a spegnersi. Si resta catturati dall'estetica, ma più di una volta ci si sorprende a perdere il filo di chi sia chi e di quando stia succedendo cosa, un difetto che i primi due capitoli della trilogia non avevano.

Il film si riprende alla grande nell'ultima mezz'ora, quando la vendetta si materializza in un processo sommario ai danni del colpevole, orchestrato insieme ai genitori delle altre vittime di Baek. È il momento in cui Park Chan-wook torna a essere quello spietato e lucido che conosciamo, capace di mettere in scena la violenza senza sconti ma anche senza compiacimento gratuito, e in cui il senso ultimo dell'opera, il rifiuto di dividere nettamente il bene dal male, trova finalmente una forma compiuta.

Nel complesso Lady Vendetta resta il capitolo meno riuscito della trilogia, quello che paga di più la ricerca di raffinatezza a scapito della tenuta narrativa, ma anche l'unico che prova a spostare il discorso sulla vendetta verso un territorio più ambiguo, quasi catartico, lasciando aperta la possibilità di una redenzione che nei primi due film era del tutto assente. Non il miglior Park Chan-wook, ma un finale degno per chiudere un percorso che ha ridefinito il genere.

Edizione: 4K e bluray
Edizione bellissima e adesso a prezzi davvero sostenuti della Midnight Factory. Custodia in cartoncino rigido con un artwork e all'interno alloggiamento a libro, sempre rigido con artwork differente. Oltre ai due dischi, 4K e bluray trovano posto una cartolina da collezione della Midnight Classics ed un booklet a colori di 22 pagine. Qualità video impeccabile e per entrambi i dischi traccia audio italiana in DTS HD Master Audio 5.1, mentre gli extra sono tutti contenuti nel disco bluray (nel 4K abbiamo solo il commento audio):
  • Commento audio del regista Park Chan-wook e dell'attrice Lee Young-Ae
  • Making of
  • Interviste a: Lee Young-Ae, Choi Min-Sik, le detenute, i familiari delle vittime 
  • Lo stile di Lady Vendetta: la fotografia, costumi e make up, gli effetti speciali, la computer grafica, la scenografia. 
  • Get together - Film a confronto 
  • Lady Vendetta a Venezia 
  • Park Chan-wook: fotografo sul set 
  • Scene alternative con commento
  • La vendetta secondo Kim Newman 
  • Trailer 


La mappa del mondo ci ha mentito

 
Nel mio studio (non) ovale ho una mappa gigante della National Geographic Pacifico centrica di cui vado fiero, presa a Londra. Solitamente invece abbiamo quelle "normali" con l'Europa al centro. Questo per dire che mi sono sempre piaciuti i punti di vista differenti, anche in geografia. 
Guardiamo una cartina geografica e pensiamo di guardare il mondo. In realtà stiamo guardando una delle sue tante possibili rappresentazioni. Sembra una distinzione da fissati della geografia, ma basta fare una cosa semplicissima per accorgersene: prendere una cartina e chiedersi perché la Groenlandia sembri enorme quasi quanto l'Africa. Non lo è. L'Africa è circa quattordici volte più grande della Groenlandia. Eppure siamo cresciuti vedendole rappresentate in modo apparentemente simile. Non è un errore del cartografo e nemmeno un complotto geografico: è il risultato di una scelta matematica. E in queste settimane la questione è tornata sorprendentemente d'attualità perché il 4 settembre 2026 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 164 voti favorevoli, uno contrario e sei astensioni una risoluzione che incoraggia l'utilizzo di proiezioni capaci di rappresentare in modo più corretto le dimensioni relative dei continenti, citando in particolare la proiezione Equal Earth. Il problema nasce da una cosa apparentemente banale: la Terra è una sfera e una carta geografica è piatta. Non si può trasferire perfettamente una superficie curva su un foglio senza deformarla. Qualcosa deve necessariamente cambiare: le superfici, le forme, le distanze oppure le direzioni. Non esiste quindi la "mappa perfetta". Esistono mappe progettate per scopi diversi. La famosa proiezione di Mercatore, elaborata da Gerardus Mercator nel 1569, fu pensata soprattutto per la navigazione. Ha una caratteristica fondamentale: permette di rappresentare le rotte a direzione costante in maniera particolarmente utile ai navigatori. Il prezzo da pagare è che le terre vengono progressivamente ingrandite man mano che ci si avvicina ai poli. E così la Groenlandia diventa gigantesca, il Canada sembra quasi spropositato e l'Europa assume dimensioni che il nostro cervello finisce per considerare normali. L'Africa invece, trovandosi molto più vicina all'Equatore, appare relativamente piccola. Se prendiamo una cartina di Mercatore e la confrontiamo con una rappresentazione che conserva correttamente le proporzioni delle superfici, il risultato è quasi straniante. Il continente africano improvvisamente sembra molto più grande di quello che ricordavamo. E non è perché qualcuno lo abbia "ingrandito": è perché per una volta non lo stiamo rimpicciolendo. La cosa interessante è che Mercatore non aveva progettato una mappa per insegnare alle persone quanto fossero grandi i continenti. Aveva risolto un problema pratico della navigazione. Per quello scopo la sua proiezione era straordinariamente utile. Il problema è arrivato molto dopo, quando quella stessa rappresentazione è diventata una sorta di immagine mentale standard del pianeta. L'abbiamo appesa nelle scuole, stampata sugli atlanti, utilizzata nei libri e poi trasferita sul mondo digitale. La proiezione Web Mercator è diventata infatti uno standard di fatto per le mappe online, perché funziona molto bene con le mappe interattive e permette di spostarsi e fare zoom in maniera efficiente. E qui arriva la parte che trovo più interessante: una mappa non è mai soltanto una fotografia del territorio. È una scelta su cosa vogliamo vedere bene. La storia della cartografia lo dimostra benissimo. Nel 1154 il geografo arabo al-Idrisi realizzò per il re normanno Ruggero II di Sicilia una delle più importanti rappresentazioni geografiche del Medioevo. La sua carta aveva il Sud in alto e il Nord in basso. Per noi appare immediatamente "sbagliata", perché siamo abituati all'esatto contrario. Ma non esisteva nessuna legge naturale secondo cui il Nord dovesse stare sopra. Era una convenzione. Nella cartografia islamica medievale l'orientamento con il Sud in alto era tutt'altro che strano, e nella carta di al-Idrisi la Mecca assumeva una posizione centrale e particolarmente importante. Ancora prima, molte mappe europee medievali non avevano nemmeno l'obiettivo di essere strumenti geografici nel senso moderno del termine. Alcune erano soprattutto rappresentazioni religiose e simboliche del mondo. La celebre mappa di Hereford, per esempio, era concepita come una rappresentazione della storia cristiana più che come una guida per attraversare l'Europa. Il punto non era sapere con precisione quanto fosse distante Parigi da Roma: il punto era rappresentare il mondo secondo una determinata visione religiosa. Anche il concetto di "centro del mondo" è quindi meno innocente di quanto sembri. Mettiamo l'Europa al centro e ci sembra normale. Mettiamo l'Asia al centro e improvvisamente cambia tutto. Mettiamo il Pacifico al centro e l'Europa finisce ai margini della carta, in alcuni casi divisa addirittura in due. Non è cambiata la Terra. È cambiato il modo in cui l'abbiamo tagliata. E la storia continua ancora oggi. La risoluzione approvata dall'ONU non vieta la proiezione di Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte geografiche del pianeta debbano essere sostituite. Il testo riguarda soprattutto finalità educative e di consapevolezza e riconosce esplicitamente che ogni proiezione comporta dei compromessi. La stessa risoluzione chiarisce che non modifica questioni relative a confini, sovranità o status territoriale. La proposta che ha ricevuto il sostegno dell'Assemblea è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 che cerca soprattutto di mantenere corrette le proporzioni delle superfici. Ma anche questa non è "la vera mappa del mondo". È semplicemente una mappa costruita per rispondere meglio a una domanda precisa: quanto è grande davvero una parte della Terra rispetto a un'altra? Se invece dobbiamo tracciare una rotta navale, abbiamo bisogno di altre proprietà. Se vogliamo rappresentare correttamente le distanze, ne servono altre ancora. Se vogliamo una carta del mondo che abbia una forma gradevole e facilmente leggibile, probabilmente faremo un altro compromesso. È una cosa che vale la pena ricordare anche quando usiamo Google Maps. Noi siamo ormai abituati a pensare alle mappe come a qualcosa di oggettivo e quasi magico. Il telefono sa dove siamo, vede la strada, ci dice dove girare e sembra mostrarci il territorio così com'è. In realtà anche lì dietro ci sono proiezioni, sistemi di coordinate, algoritmi, semplificazioni e scelte grafiche. La tecnologia ha reso le mappe infinitamente più comode, ma non le ha trasformate in una copia della realtà. Forse è proprio questa la cosa più affascinante della faccenda. Una carta geografica è un po' come una fotografia: ci sembra di vedere la realtà, ma qualcuno ha deciso da dove guardarla, cosa includere, cosa escludere, quale scala utilizzare e quali caratteristiche mettere in evidenza. Una mappa non mente necessariamente. Sceglie. E questa consapevolezza cambia parecchio il modo in cui possiamo guardarla. La prossima volta che vedremo la Groenlandia gigantesca accanto all'Africa non sarà necessario indignarsi contro Mercatore, né buttare nel cestino tutti gli atlanti di casa. Possiamo semplicemente ricordarci che quella carta sta facendo bene il lavoro per cui era stata progettata. E che se vogliamo capire quanto è grande davvero il mondo, forse dobbiamo cambiare mappa. Alla fine, è una lezione piuttosto bella: per secoli abbiamo cercato di rappresentare il mondo su un foglio. Abbiamo costruito mappe sempre più precise, inventato proiezioni, coordinate, satelliti e sistemi GPS. Eppure il problema fondamentale è rimasto lo stesso del primo cartografo che ha provato a disegnare la Terra: non possiamo mettere una sfera su un piano senza modificarla. Possiamo soltanto decidere come modificarla.

martedì 15 settembre 2026

Isaac Asimov: alcuni consigli

 
Se c'è uno scrittore che per me coincide quasi con l'idea stessa di fantascienza, quello è Isaac Asimov. È stato uno dei primi autori di fantascienza che ho letto e, soprattutto, uno di quelli che mi hanno fatto capire quanto questo genere potesse essere molto più di astronavi, alieni e pistole laser. Asimov parlava di robot, imperi galattici, intelligenza artificiale e civiltà lontanissime nel tempo, certo, ma alla fine continuava a parlare soprattutto dell'uomo: delle sue paure, della politica, della scienza, del potere, della conoscenza e del modo in cui cerchiamo di controllare ciò che abbiamo creato. E forse non è un caso che proprio oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, il suo nome sia tornato così spesso fuori. Asimov è morto nel 1992, ma molte delle domande che poneva quando computer e robot erano ancora fantascienza sono diventate improvvisamente parecchio concrete. Anche Repubblica gli ha recentemente dedicato una nuova collana di libri, partita a maggio 2026 e arrivata a comprendere diciotto titoli, dai racconti dei robot alla Fondazione, passando per alcuni dei suoi romanzi più importanti. E da una pubblicità di Repubblica mi è venuto in mente di buttare giù due righe. Come feci anche per gli esami di terza media, in cui lo portai come autore letterario. 

Naturalmente Asimov non si esaurisce nei libri che si trovano in questa collana e, soprattutto, non è soltanto l'autore della Fondazione. La sua produzione è enorme e comprende fantascienza, divulgazione scientifica, saggi e narrativa di ogni genere. Ma se vogliamo restringere il campo alla fantascienza che vale la pena avere in biblioteca, io partirei proprio dai due grandi mondi che hanno costruito la sua fama: i robot e la Fondazione.

Il primo titolo da avere, secondo me, è quasi obbligatorio: Io, Robot. E qui c'è anche una piccola precisazione che spesso si perde quando si parla di questo libro: non è propriamente un romanzo nel senso tradizionale, ma una raccolta di racconti collegati fra loro, costruita intorno ai robot e alle famose Tre Leggi della Robotica. La cosa straordinaria è che Asimov non usa queste leggi come una semplice trovata narrativa. Le prende sul serio e comincia a chiedersi cosa succede quando una regola apparentemente perfetta entra in conflitto con un'altra. Cosa significa davvero "non fare del male a un essere umano"? E se per salvare una persona fosse necessario disobbedire a un ordine? E se un robot interpretasse una frase in maniera perfettamente logica ma completamente assurda per noi? È da queste contraddizioni che nascono molte delle storie più belle di Asimov. E rileggerle oggi, con tutto quello che discutiamo sull'intelligenza artificiale, fa un certo effetto. 

Dopo Io, Robot c'è però un'altra parte del mondo dei robot che secondo me merita assolutamente di essere recuperata: i romanzi con Elijah Baley e R. Daneel Olivaw. Il primo è Abissi d'acciaio, uno dei libri più riusciti di Asimov perché prende la fantascienza e ci mette dentro addirittura il giallo, come comunque accade spesso. La Terra del futuro è diventata un enorme mondo urbano coperto da città chiuse e sovraffollate, mentre gli Spaziali hanno sviluppato una civiltà completamente diversa. Quando un omicidio viene commesso e uno dei sospettati è un robot, Baley deve collaborare proprio con un robot per risolverlo. È fantascienza, poliziesco e riflessione sul rapporto fra esseri umani e macchine nello stesso libro. Non male per un romanzo scritto negli anni Cinquanta.

E poi ci sono Il sole nudo, I robot dell'alba e I robot e l'Impero. Qui vale la pena fare una cosa che con Asimov capita spesso: non considerarli semplicemente come quattro romanzi isolati. Con il tempo Asimov ha collegato sempre più strettamente il ciclo dei Robot con quello dell'Impero e infine con la Fondazione, costruendo retroattivamente un gigantesco universo narrativo. La cosa divertente è che non era stato progettato tutto così fin dall'inizio: le varie serie erano nate separatamente e soltanto molto più tardi Asimov cercò di unirle in un'unica grande storia futura dell'umanità.

E poi arriviamo alla Fondazione. Qui, per me, non c'è neanche da discutere: Fondazione, Fondazione e Impero ( che per me Il Crollo Della Galassia Centrale) e Seconda Fondazione sono il cuore della biblioteca asimoviana. La trilogia originale nasce negli anni Quaranta sotto forma di racconti pubblicati su rivista e viene poi raccolta nei tre volumi che conosciamo. Al centro c'è Hari Seldon, matematico capace di sviluppare la psicostoria, una disciplina immaginaria che permette di prevedere statisticamente il comportamento delle grandi masse umane. Seldon scopre che l'Impero Galattico è destinato a crollare e che seguiranno migliaia di anni di caos. Il suo progetto consiste allora nel cercare di ridurre quel periodo e conservare la conoscenza necessaria per costruire una nuova civiltà. È un'idea semplicissima e gigantesca allo stesso tempo: non prevedere il futuro di una persona, ma quello di una civiltà intera.

La cosa che trovo più affascinante della Fondazione, però, è che Asimov non costruisce una space opera tradizionale. Non siamo davanti a una storia nella quale l'eroe deve salvare il mondo sparando al cattivo di turno. Le vere protagoniste sono le idee, la politica, l'economia, la conoscenza e il modo in cui le società cambiano. È una fantascienza molto razionale, quasi matematica, e proprio per questo può risultare ancora sorprendentemente moderna.

Se dovessi consigliare una sola saga di Asimov a qualcuno che non ha mai letto nulla di suo, probabilmente sceglierei proprio la trilogia originale della Fondazione. E la leggerei nell'ordine in cui è stata pubblicata: Fondazione,Fondazione e Impero, Seconda Fondazione. Non comincerei invece dai prequel (che ho adorato davvero tanto proprio perché prequel) , anche se cronologicamente vengono prima. La cronologia interna dell'universo asimoviano è infatti molto più complicata dell'ordine nel quale sono usciti i libri, anche perché Asimov ha costruito e collegato queste storie nell'arco di decenni.

Dopo la trilogia arrivano L'orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, scritti negli anni Ottanta quando Asimov tornò sul ciclo dopo una lunghissima pausa. Qui la scala della storia si allarga ancora e soprattutto cominciano a diventare evidenti i collegamenti con il ciclo dei Robot. Non sono indispensabili per scoprire Asimov, perché la trilogia originale funziona benissimo da sola, ma se la Fondazione vi ha conquistato è difficile fermarsi lì. E sì, vale la pena continuare.

Lo stesso discorso vale per i due prequel, Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero. Il primo segue Hari Seldon e racconta le origini della psicostoria; il secondo arriva fino agli ultimi anni della vita di Seldon ed è stato pubblicato postumo nel 1993. Sono libri interessanti soprattutto per chi ormai è entrato completamente nell'universo della Fondazione. Non li consiglierei invece come porta d'ingresso: conoscere già Seldon e la sua storia rende molto più interessante quello che raccontano.

Poi c'è il cosiddetto ciclo dell'Impero, composto da Paria dei cieli (tra i primi che ho letto) , Le correnti dello spazio e Il tiranno dei mondi. È probabilmente la parte meno imprescindibile dell'intero grande universo asimoviano, almeno se l'obiettivo è scegliere pochi libri da avere assolutamente. Ma contiene un Asimov molto interessante, soprattutto perché racconta una fase precedente rispetto alla grande civiltà galattica della Fondazione. Sono libri che personalmente metterei nella categoria "se vi piace Asimov, prima o poi li dovete leggere", più che in quella "correte subito in libreria".
E qui mi fermerei, almeno per questa prima biblioteca: Asimov ha scritto talmente tanto che cercare di trasformare una lista di consigli in un catalogo completo rischia di farci perdere il punto.

Peraltro, la nuova collana di Repubblica è abbastanza intelligente proprio perché mescola i nuclei fondamentali con qualche titolo che permette di allargare il discorso. Dopo i dieci volumi inizialmente annunciati, la serie è stata infatti estesa a diciotto: oltre ai libri della Fondazione e ai quattro romanzi dei Robot, comprende anche anche altri titoli come Viaggio allucinante (eh eh eh, mai letto) e Neanche gli dèi. Quest'ultimi, tra l'altro, sono completamente al di fuori del grande universo Robot-Fondazione e quindi un buon promemoria del fatto che ridurre Asimov a Seldon e ai robot significa perdersi parecchia roba.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui Asimov continua a essere uno dei miei autori di fantascienza preferiti. Non aveva bisogno di inventare continuamente mondi incomprensibili o tecnologie impossibili. Gli bastava prendere un'idea apparentemente semplice e tirarla fino alle sue estreme conseguenze. Un robot deve obbedire. Un matematico può prevedere il comportamento delle masse. Un impero galattico può crollare. Una civiltà può cercare di progettare il proprio futuro. E improvvisamente dietro una storia di fantascienza ci troviamo a parlare di libertà, responsabilità, potere, scienza e natura umana.

Forse è questo il vero motivo per cui vale ancora la pena avere Asimov in biblioteca. Non perché avesse previsto esattamente il futuro (cosa che viene spesso esagerata o richiesta quando si parla di autori di Fantascienza), ma perché aveva capito quali sarebbero state alcune delle domande che il futuro ci avrebbe costretto a porci. E oggi, mentre discutiamo ogni giorno di intelligenza artificiale, automazione e macchine capaci di prendere decisioni al posto nostro, tornare a leggere un autore che queste domande se le faceva settant'anni fa è tutt'altro che un esercizio nostalgico. È quasi una buona forma di aggiornamento.

lunedì 14 settembre 2026

Kyuss - Welcome To Sky Valley

 

Artista. Kyuss
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queens of the Stone Age avevo già incontrato Josh Homme, e sapere che prima di loro c'erano stati i Kyuss era abbastanza per incuriosirmi. Welcome to Sky Valley  è il disco che li ha consacrati, e ascoltarlo spiega molte cose su quello che Homme avrebbe fatto dopo, e su come lo stoner rock abbia trovato la sua forma definitiva.

La storia dei Kyuss ha qualcosa di quasi leggendario: nati a Palm Desert, California, suonavano concerti nel deserto usando generatori a benzina per alimentare le apparecchiature, per piccoli gruppi di persone radunate nel nulla assoluto. Homme aveva quattordici anni quando fondò la band; nel 1993 aprivano per i Metallica in Australia; nel 1994 uscì questo disco. La copertina, una strada asfaltata che taglia il deserto e si perde nell'orizzonte sotto un tramonto rosso, è diventata un'immagine iconica dello stoner metal quasi quanto la musica che contiene.

Il disco è strutturato con dieci tracce e in tre suite senza titoli di sezione, con i brani che scorrono uno nell'altro senza pause evidenti, come se l'intenzione fosse quella di costruire un unico lungo viaggio piuttosto che una raccolta di canzoni. Le chitarre di Homme sono accordate verso il basso, con una distorsione secca e sabbiosa che suona come se il deserto fosse entrato nello studio. Il basso di Scott Reeder è così presente da sembrare una terza chitarra. John Garcia alla voce non urla e non sussurra: canta, con una naturalezza quasi soul che si incastra nella musica senza sovrastarla.

Gardenia apre il disco con un riff che sembra il motore di una muscle car che parte: cinque minuti di rock pesante e lento che stabiliscono subito le regole del gioco. Demon Cleaner è il singolo più noto, ipnotico e ossessivo, con quel giro di chitarra che si ripete fino a diventare quasi meditativo. Odyssey accelera come una moto in autostrada deserta al tramonto. Supa Scoopa and Mighty Scoop, col titolo più bizzarro del disco, è forse il momento più potente: Homme lascia che il groove faccia il lavoro invece del volume, e il risultato è devastante.

Non è musica da mettere su distrattamente, e non è musica per tutte le occasioni. È stoner rock nel senso più puro del termine: richiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione ad abbandonarsi al ritmo senza aspettarsi che arrivi da qualche parte in fretta. Ma quando ci si entra dentro, è difficile uscirne.

domenica 13 settembre 2026

Sassuolo 3 - Juventus 2

 
Eccoci con la quarta gara di campionato, questa volta fuori casa. Le assenze sono tante, e abbiamo un solo italiano in campo: Vicario. Primo tempo noioso, Juve che prova a fare la partita, ma soffre alcune ripartenza degli avversari. Subito nei primi minuti Nico scheggia la traversa e intorno alla mezzora Koop spreca un tiro pulitissimo che tre anni fa sarebbe stata rete sicura. Il secondo tempo inizia più o meno nel solito modo, ma Esposito segna il vantaggio del Sassuolo. Arriva nel finale il pareggio con la prima rete bianconera di Zhegrova. Le occasioni non mancano, ma è davvero difficile riuscire a metterla dentro. Essenzialmente per demeriti nostri. Tanto più che poco dopo il Sassuolo raddoppia, ma rimandiamo il finale da film di orrore ancora con Zhegrova. Sigla ai titoli di coda Adzic, che però non è più nostro. 

Tool - Undertow

 

Artista: Tool
Anno: 1993
Tracce: 10
Acquista su Amazon


Dopo aver ascoltato Lateralus mi è venuta la curiosità di tornare indietro nel tempo, fino al 1993, quando i Tool pubblicarono il loro vero esordio discografico, Undertow. Dico vero esordio perché prima c'era stato l'EP Opiate, ma è con questo disco che il gruppo di Los Angeles si presenta al mondo in formazione completa, con Paul D'Amour al basso, l'unico album in cui suonerà con loro prima di lasciare spazio a Justin Chancellor.

La prima cosa che colpisce, sapendo cosa verrà dopo, è quanto Undertow sia già loro e non ancora del tutto loro. C'è la stessa oscurità, la stessa capacità di costruire un pezzo su un giro ossessivo che si ripete e si trasforma, ma manca ancora quella raffinatezza quasi matematica che troveremo su Lateralus. Qui i Tool sono più grezzi, più arrabbiati, più vicini all'alternative metal dei primi anni novanta di quanto lo saranno mai più.

Intolerance apre il disco con un riff che non lascia dubbi su dove si sta andando a parare, ma è con Prison Sex che la band mostra per la prima volta quella capacità di scrivere qualcosa che assomiglia a una canzone vera, con un ritornello che si conficca in testa nonostante il testo parli di abusi e perdita dell'innocenza, uno dei temi ricorrenti del disco insieme all'ipocrisia religiosa che tornerà anche in Sober, probabilmente il pezzo più conosciuto dell'album.

Bottom merita una menzione a parte perché ospita Henry Rollins, che presta la voce in un pezzo lento e strisciante, di quelli che ti si attaccano addosso senza che tu te ne accorga. E poi c'è la chiusura, Flood che sfocia in Disgustipated, un blocco unico di oltre venti minuti che parte come un pezzo quasi tradizionale e finisce in un delirio di rumori, silenzi e voci recitate, una specie di manifesto di quello che i Tool avrebbero fatto negli anni successivi, solo ancora in forma acerba.

Non è un disco che ti fa dire subito wow, ci vuole pazienza, ma se gli dai tempo capisci da dove viene tutto il resto, Ænima, Lateralus, e tutto quello che sarebbe seguito. I Tool sono davvero una band particolare, difficile da avvicinare senza un minimo di predisposizione, ma quando ci sanno fare lo fanno davvero bene, e Undertow è la prova che ci sapevano fare già dal primo giorno.

Ultima Notte A Soho (2021)

 

Regia: Edgar Wright
Anno: 2021
Titolo originale: Last Night In Soho
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.0)
Pagina di I Check Movies 
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Ultima notte a Soho è il film del 2021 diretto da Edgar Wright, il regista della trilogia del Cornetto e di Baby Driver, che qui abbandona la comicità per infilarsi in un thriller psicologico venato di horror. Protagonista è Eloise, aspirante stilista appena arrivata a Londra, interpretata da Thomasin McKenzie, che scopre di poter in qualche modo entrare in contatto con gli anni Sessanta, dove incrocia Sandie, aspirante cantante interpretata da Anya Taylor-Joy. Nel cast anche  nel suo ultimo ruolo prima della morte, Diana Rigg.

Il film parte da premesse interessanti, il contrasto tra la Londra swinging idealizzata da Eloise e quella reale, molto più sporca e pericolosa, e per un bel pezzo regge grazie a un'estetica curatissima e a un montaggio che gioca con gli specchi tra le due protagoniste. Il problema è che, a conti fatti, stenta a decollare. Pur potendoci stare qualche segno onirico, tutto risulta troppo fantastico e senza alcun motivo apparente, come se Wright si fosse innamorato dell'idea visiva senza preoccuparsi troppo di darle una logica interna solida.

Il risultato è un thriller casuale e non spiegato, che accumula suggestioni e colpi di scena senza mai chiarire davvero le regole del proprio mondo. Resta un film piacevole da guardare, elegante nella forma, ma che alla fine lascia la sensazione di aver visto tanta atmosfera e poca sostanza.

sabato 12 settembre 2026

David Drake - Una Questione Di Scelta

 

Autore: David Drake 
Anno: 2002
Titolo originale: Choosing Sides
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 122
 Trama del libro e quarta di copertina:
Nello scendere dall'astronave, il tenente Huber si trovò nel bel mezzo di un'imboscata... Solo che non era previsto che gli Slammers venissero fatti oggetto di imboscate. Huber sarebbe riuscito a salvare la propria carriera, sempre che fosse uscito vivo da quella missione suicida?
 
Commento personale e recensione:
Chiudo la lettura di "I signori della guerra" (Il Cadetto Harrington e Isole) con "Una questione di scelta" di David Drake, terzo e ultimo romanzo breve della raccolta. Anche qui, come già per Weber e Flint, si tratta di un tassello a sé stante inserito in un universo narrativo molto più ampio, quello degli Hammer's Slammers, la serie di fantascienza militare che Drake porta avanti fin dal 1979 e che negli Stati Uniti conta ormai una decina tra romanzi e raccolte di racconti, ispirata peraltro alla sua esperienza diretta nella guerra del Vietnam.

La storia segue il tenente Arne Huber, mercenario al servizio degli Slammers, alle prese con uno sbarco sul pianeta Plattner finito male: qualcuno ha avvertito il nemico dell'arrivo delle truppe, il plotone cade in un'imboscata e, nonostante la vittoria sul campo, ci scappano vittime civili che costano a Huber la rimozione dal comando e la retrocessione in un ufficio logistico. Da lì parte il tentativo del protagonista di riscattarsi e di riguadagnare il proprio posto tra le truppe scelte del reggimento.

Come sospettavo, anche questo si configura come un episodio a parte, pensato più che altro per far conoscere al lettore italiano un autore e un universo che da noi restano quasi del tutto inediti: a quanto ho trovato, oltre a questo romanzo breve solo tre suoi romanzi sono stati tradotti nel nostro paese nel corso degli anni, ben poca cosa rispetto alla mole di materiale disponibile in lingua originale, compresa la lunga collaborazione con Eric Flint sulla saga di Belisario di cui ho già parlato.