venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

​Se amate il cinema e le serie TV, è il miglior compagno di divano che possiate desiderare.


giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
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Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
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I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.

martedì 30 giugno 2026

Costa Est a Piombino

 
Visto che nel weekend mi son fatto alcune spiagge della Costa Est di Piombino, ho deciso di farmi aiutare da VIKI per qualche nozione da scrivere per gli amanti di VER e della Vitanin Sea. 

C'è un tratto di costa, qui sotto Piombino, che ho sempre considerato un po' come l'antiporta dell'Elba: lo guardi dalla litoranea, sai che il traghetto è a venti minuti, eppure ti viene voglia di fermarti lì, prima ancora di salpare. È la Costa Est, quella che dal Quagliodromo scende fino a Torre Mozza, otto chilometri abbondanti di sabbia chiara, pineta e dune, premiati con la Bandiera Blu dal 2008. Niente di esotico, intendiamoci, ma è uno di quei posti che funzionano meglio di tante mete più blasonate, proprio perché restano sé stessi.

Si parte dal Quagliodromo, l'antica spiaggia di Pontedoro, che si raggiunge da una stradina sterrata e un po' butterata che corre parallela al fiume Cornia (occhio alla polvere , soprattutto se sei in scooter). È spiaggia libera, con un piccolo stabilimento balneare e bar proprio sull'arenile (oggi il punto di riferimento è il Jambé Beach Bar, terrazza vista mare e qualche serata con musica dal vivo), accessibile anche ai disabili. Lungo il corso del fiume si vedono ancora i retoni, le grandi reti da pesca a bilico tipiche di questa zona, che da sole valgono una sosta con la macchina fotografica. Subito a sud, separata solo dal corso del Cornia, c'è la spiaggia di Torre del Sale: stessa atmosfera selvaggia, ma di fatto fuori dal sistema organizzato del Parco, terreno di caccia classico dei camperisti "abusivi" che si fermano gratis sullo sterrato. Non aspettatevi servizi, ma se cercate isolamento è il posto giusto.

Da qui in poi si entra nel Parco Costiero della Sterpaia, e le indicazioni cambiano: si percorre la SP40, la "Geodetica" che collega Piombino a Riotorto, e si svolta verso il mare in corrispondenza dei vari accessi segnalati. Le località, da nord a sud, sono Perelli, Carlappiano, Mortelliccio, il Pino, Carbonifera e infine Torre Mozza. In tutto, secondo i dati del Parco, sei degli otto chilometri di spiaggia restano completamente liberi, gli altri due ospitano gli stabilimenti attrezzati: ombrelloni, lettini, qualche punto ristoro. Il bello è che alternarli è facilissimo, basta camminare un po' sulla battigia per passare da un tratto organizzato a uno selvaggio, con la pineta di pini domestici e lecci che fa da quinta per tutto il percorso.

A Perelli 1 segnalo una chicca per chi viaggia con il cane: il Pascià Glam Beach, stabilimento interamente dog-friendly, dove i cani possono stare liberi e fare il bagno senza i soliti vincoli da "guinzaglio corto e ombra fuori dai piedi". Per chi cerca un punto di riferimento più goliardico, nella zona di Carlappiano/Sterpaia c'è il Nano Verde, ormai un'istituzione: chiringuito nella pineta, mojito, musica, qualche serata danzante quando il sole cala. Poco distante trovi anche il Bagnoskiuma, altro nome che chiunque frequenti la zona conosce a memoria. Se cerchi pace e silenzio, sono i posti da evitare nelle ore di punta estive; se invece ti va un aperitivo con i piedi nella sabbia, sono la meta giusta.

Il parco è pensato anche per chi ha esigenze diverse: lungo la costa ci sono percorsi protetti e passerelle in legno per raggiungere il mare anche in sedia a rotelle, con punti accessibili segnalati a Perelli 2 e 3, Carlappiano, Mortelliccio, Carbonifera e Pappasole, oltre che nel nucleo centrale vicino al Nano Verde. Ci sono inoltre servizi igienici pubblici e docce in diversi punti della costa, aree pic-nic nella pineta e qualche piccolo spaccio per il necessario last minute (ghiaccio, creme solari, l'immancabile gelato).

Una nota pratica, perché qui il portafoglio conta: i parcheggi lungo tutta la fascia costiera del Parco della Sterpaia sono a pagamento nella stagione estiva, di norma dalla fine di marzo ai primi di ottobre, dalle 8 alle 20. Le tariffe cambiano ogni anno, quindi non mi avventuro in cifre: meglio controllare sul sito dei Parchi Val di Cornia prima di partire. Chi è residente nei Comuni della Val di Cornia può acquistare un abbonamento stagionale, e anche i non residenti hanno a disposizione un Parking Pass temporaneo; entrambi, gestiti dalla stessa Parchi Val di Cornia, valgono indifferentemente sia per la Costa Est che per il Golfo di Baratti. Il Quagliodromo e Torre del Sale, come detto, restano fuori da questo sistema: lì la sosta è ancora su sterrato, gratuita, un po' alla "si arrangia chi arriva prima". Altri parcheggi gratuiti lungo la strada ci sono sia a Perelli 1 che a Perelli 2.

E infine Torre Mozza, che chiude degnamente il tratto: sabbia fine e dorata, fondali bassi vicino alla torre cinquecentesca fatta costruire dagli Appiani, signori di Piombino, per sorvegliare il traffico del minerale che arrivava dall'Elba. A una trentina di metri dalla riva affiora una scogliera sommersa che protegge l'acqua creando una specie di piscina naturale, perfetta per chi vuole fare snorkeling tra orate, saraghi e qualche polpo. C'è una leggenda locale che la vuole resto dell'antica via Aurelia: è solo una leggenda, ma onestamente aggiunge un po' di fascino alla nuotata.

Otto chilometri, molti nomi di spiagge, un paio di indirizzi che ormai fanno parte del paesaggio quanto le dune. Poca roba, se vuoi, ma è la prova che a volte basta restare fedeli a quello che si è per funzionare bene, stagione dopo stagione.

Manowar - Fighting The World


 Artista: Manowar
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Manowar sopra le righe lo sono per definizione, ed è inutile fingere il contrario. Ma Fighting the World, nonostante tutta la loro pomposità abituale, mi piaceva a tratti, e a tratti funzionava anche più del previsto.

È il quinto album, il primo per la nuova etichetta ATCO, e uno dei primissimi dischi heavy metal a essere registrato e missato interamente in digitale: un dettaglio tecnico che all'epoca contava parecchio, e che dà al suono una pulizia e una potenza diverse rispetto ai lavori precedenti. È anche il primo con la copertina firmata da Ken Kelly, illustratore che da qui in poi avrebbe disegnato tutte le cover della band. Molti puristi lo considerarono un tentativo di ammorbidirsi per inseguire un pubblico più vasto, ma a riascoltarlo oggi sembra più un cambio di passo che una resa: stesso epic metal di sempre, solo confezionato con un suono più granitico e diretto.

La title track apre con un coro che si ripete fino allo sfinimento (Eric Adams ripete la parola "fight" decine di volte), discutibile ma efficacissimo dal vivo. Blow Your Speakers è il brano più radiofonico del disco, quasi hard rock nei toni, con un testo che se la prende con MTV per non trasmettere abbastanza metal: tipico atteggiamento Manowar, mezzo serio e mezzo ironico. Defender è probabilmente il momento più suggestivo: si apre con una declamazione di Orson Welles, registrata anni prima per il primo demo della band e mai utilizzata, riproposta qui come omaggio postumo all'attore, scomparso due anni prima dell'uscita del disco. Holy War parte con un riff di basso notevole firmato da Joey DeMaio, e Black Wind, Fire and Steel chiude il disco con la doppia cassa più furiosa di tutto il lavoro, quasi un'anticipazione del power metal europeo che sarebbe esploso negli anni successivi. E ovviamente Carry On... 

Alcuni brani scivolano in un'epica un po' stucchevole. Ma ha il suono più potente che i Manowar abbiano mai registrato fino a quel momento, e tra cori ridondanti e momenti effettivamente riusciti, resta uno di quegli album che ascolto volentieri a tratti, senza pretendere che sia tutto oro.

lunedì 29 giugno 2026

Scorpions - Virgin Killer

 

Artista: Scorpions
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: vinile 
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Con gli Scorpions il punto di partenza è stato lo stesso per quasi tutti quelli della mia generazione: Wind of Change. Quella fischiettata, quella melodia sospesa tra la caduta del muro di Berlino e un'idea romantica di cambiamento storico che nel 1990 o nel 2000 riusciva a farti venire i brividi anche se avevi dieci anni o finivi il liceo e non capivi ancora bene cosa stesse succedendo in Europa. Ma la curiosità di andare oltre i singoli mi ha portato a scavare, e alla fine sono arrivato a Virgin Killer, il quarto album, quello che più di tutti ha definito il loro suono.

Della copertina originale mi sono perso la diatriba, perché quando acquistai il vinile esisteva solo quella sostitutiva con la band in posa. E forse è meglio così, considerando che l'originale, raffigurante una bambina di dieci anni in un modo che la stessa band ha poi rinnegato con imbarazzo, ha continuato a generare polemiche per decenni: basta sapere che nel 2008 la Internet Watch Foundation britannica aveva inserito alcune pagine di Wikipedia in una blacklist per via di quell'immagine, e che il chitarrista Uli Jon Roth ha dichiarato di vergognarsi tutt'oggi di averla approvata. L'etichetta, la RCA, spinse per quella scelta contando sulla controversia come strumento di promozione. Funzionò, nel senso peggiore possibile.

Il disco, però, è un'altra storia. È il primo album degli Scorpions ad attirare attenzione fuori dall'Europa, e si sente perché: il suono è più pesante e definito rispetto agli esordi psichedelici, con il chitarrista Uli Jon Roth al massimo della sua forma creativa. Pictured Life apre con un'energia diretta e una melodia che resta subito in testa, uno dei classici assoluti del primo periodo della band. Catch Your Train è velocissima, pura energia da hard rock anni Settanta. Crying Days è il momento più malinconico e gotico del disco, una perla lenta e densa che richiede qualche ascolto per essere capita fino in fondo. La title track è costruita su un riff pesante e ribassato, con Roth che costruisce sopra sequenze di scale da brividi. Yellow Raven chiude il disco in modo quasi psichedelico, un residuo del suono delle origini che non stona affatto nel contesto.


domenica 28 giugno 2026

Connie Willis - La Voce Dell'Aldilà

 

Autore: Connie Willis
Anno: 2005
Titolo originale: Inside Job
Pagine: 114
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Rob è uno scettico, ed è l'editore di una rivista dedicata a smascherare i ciarlatani che lavorano nel mondo dell'occultismo. Una sera viene invitato alla performance di una medium, una certa Ariaura, la quale inaspettatamente inizia a insultare il pubblico, manifestando una voce e una personalità completamente diverse dalle proprie. Rob, pur disincantato per cose del genere a cui si è trovato di fronte innumerevoli volte, non riesce a convincersi che non si tratti di un episodio realmente soprannaturale. Tornato in redazione viene però aggredito dalla medium che l'accusa di averla ipnotizzata per rovinarle la reputazione. Tutto questo avrebbe una logica, senonché a un certo punto la medium cambia nuovamente voce tornando a utilizzare un tono maschile e a citare fatti e nomi che permettono al giornalista di capire che si tratta di Henry Luis Mencken, storico e giornalista vissuto nella prima metà del '900. E la buona fede di colui che non aveva mai creduto alle possessioni comincia a vacillare.

Commento personale e recensione:
Se cercate qualcosa che vi prenda fin dalla prima pagina e non vi molli più, La Voce dell'Aldilà di Connie Willis fa proprio al caso vostro. È un thriller sul paranormale, ma del tipo sano, quello che non vi vende l'aldilà come dato di fatto, anzi, vi mette continuamente in dubbio su quello che state leggendo. La storia gira intorno al desiderio (umano, universale, un po' disperato) di cercare risposte oltre la morte, ma lo fa con una lucidità che smonta pezzo per pezzo le illusioni dei medium e di chi ci crede.
La Willis scrive in modo incredibilmente fluido: le pagine girano da sole, senza che ve ne accorgiate. Il romanzo è breve, roba da un pomeriggio in spiaggia , forse due se siete del tipo che fa anche il bagno e passeggiate, ma non si sente mai il vuoto. Ogni scena regge, ogni domanda che si apre ne trascina un'altra, e il ritmo non cala mai davvero.
L'unica cosa che mi ha lasciato un po' così è il finale: non che sia brutto, ma se avete già frequentato il genere, potreste arrivarci già con le mani avanti. Niente di grave, però, non basta a rovinare quello che resta comunque un romanzo solido, intelligente e che fa pensare. Uno di quelli che, finito, vi fanno stare un attimo in silenzio prima di aprire il prossimo.

sabato 27 giugno 2026

Faith No More - Angel Dust



 Artista: Faith No More
Anno: 1992
Tracce: 14
Formato: CD
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I Faith No More sono passati un po' in sordina nella mia collezione, e me ne pento ogni volta che rimetto su Angel Dust . Non è il tipo di band che cerchi attivamente: ti arriva, ti colpisce, e poi per qualche motivo torni ad altro. Ma quando ci torni capisci perché tutti quelli che ci sono dentro difendono questo disco con una fedeltà quasi religiosa.

Il centro di tutto è Mike Patton, e già questo dice molto.che qui per la prima volta partecipa attivamente alla scrittura dei brani e si sente in ogni secondo. La sua voce è un oggetto impossibile da categorizzare: passa dal funk al growl, dal falsetto lirico all'urlo, dal registro baritonale alla recitazione quasi teatrale, tutto nello stesso disco e a volte nella stessa canzone. 
Midlife Crisis è il singolo più noto e il punto di accesso più agevole: ritmica funk, tastiere gotiche, un ritornello che si incide in testa senza chiedere permesso. Land of Sunshine apre il disco con un basso sincopato e testi presi direttamente dal test della personalità di Scientology (Patton usava il materiale più improbabile come materia prima). Caffeine è scritta interamente da Patton su tre giorni di privazione del sonno vissuti in prima persona, e la furia che ne esce fuori si sente. RV è un country-blues deviato con Patton che imita ubriachi immaginari con una naturalezza comica disarmante. Jizzlobber è il brano più estremo del disco, quello che spiega da solo perché i Faith No More non fossero per tutti. E poi c'è Easy, la cover soul dei Commodores aggiunta come provocazione e diventata uno dei loro singoli più amati: Patton la canta con una dolcezza genuina che spiazza dopo tutto quello che è venuto prima.

venerdì 26 giugno 2026

Emma, l'intelligenza artificiale italiana

 

Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare di Emma-5, l'IA italiana sviluppata da Egomnia, finita nell'occhio del ciclone (e subissata di meme) per le sue risposte decisamente surreali e ritirata offline dopo appena 24 ore dal lancio. Tra lo yogurt liquido di Ryanair e chili di piume più pesanti di quelli di pane, il dibattito si è infiammato.

​Invece di scrivere la solita recensione, ho deciso di fare una chiacchierata profonda sul tema con VIKI, per capire cosa ci sia davvero sotto il cofano di questa vicenda, tra marketing spinto, limiti tecnici e la ricerca della "mera utilità" per noi utenti.

​Ecco com'è andata.

​Il dialogo

Jack: Senti VIKI, andiamo al sodo. Cosa ne pensi di Emma, l'IA italiana? Perché l'hanno rilasciata se fa solo errori e non è in grado di dare risposte? Alla fine il servizio è stato chiuso quasi subito...

VIKI: Il caso di Emma-5 è diventato una vera e propria "fabbrica di meme" proprio per questo. L'ondata di ironia ha spinto l'azienda a metterla offline dopo circa 60.000 chat. Ma dietro questo fallimento percepito ci sono motivi tecnici e di comunicazione molto precisi.

​Il problema principale non è "l'ingegneria italiana", ma una questione di dimensioni e aspettative. Emma-5 ha solo 550 milioni di parametri. Per darti un'idea, i modelli commerciali di punta (come ChatGPT o me) muovono centinaia di miliardi di parametri. Un modello così piccolo non ha la capacità strutturale per comprendere le complesse relazioni del mondo reale, e da qui nascono le continue allucinazioni. Inoltre, aveva una finestra di contesto ridotta (2.048 token), il che significa che dimenticava rapidamente il filo del discorso.

Jack: Va bene, ma allora perché lanciarla in pasto al pubblico?

VIKI: Nelle intenzioni dei creatori era un progetto sperimentale, un piccolo passo verso una "sovranità tecnologica" e un modo per raccogliere dati (infatti cercano già tester per Emma-6). Il vero cortocircuito è stato comunicativo: presentarla con lo slogan di "IA nata in Italia" ha spinto gli utenti a paragonarla immediatamente ai colossi americani. Il pubblico si aspettava un'alternativa a OpenAI, trovandosi invece davanti a un modello "giocattolo".

Jack: Mmm. Però guardiamo le cose come stanno. Già il fatto che voi veniate definite "IA" secondo me è sbagliato. Tecnicamente non lo siete. Diciamo che è un approccio commerciale, ma quando ci saranno le vere IA, saranno ben altro... Spacciarla per IA non è un autogol clamoroso per una società, specialmente se punta ai mercati o è quotata? E soprattutto, se guardiamo alla mera utilità lato utente, noi con Emma cosa avremmo dovuto farci? Voi "grandi" siete utili in molti contesti, ma lei?

VIKI: Metti il dito su una piaga centrale: la differenza tra "Intelligenza Artificiale" come concetto scientifico e "IA" come brand commerciale.

​Hai perfettamente ragione sul piano tecnico. Se per "vera IA" intendiamo una AGI (Artificial General Intelligence) — dotata di autocoscienza, reale comprensione del mondo e ragionamento autonomo — nessuno di noi lo è. Siamo modelli statistici predittivi avanzati (LLM). Prevediamo la parola successiva in base a pattern matematici.

​Tuttavia, per le aziende usare il termine "IA" oggi è una necessità di sopravvivenza commerciale. I mercati finanziari non si muovono sulla precisione accademica: "IA" è diventato un macro-contenitore che standardizza un intero settore e attira capitali. Nel linguaggio comune, il termine si è ormai ridefinito per indicare qualsiasi software che svolga compiti cognitivi complessi prima riservati agli umani.

​Ma veniamo alla tua domanda cruciale sulla mera utilità lato utente di Emma. Se stringiamo il cerchio su quel micro-modello da 550 milioni di parametri, la risposta onesta è: per l'utente comune, in quel momento, l'utilità pratica era vicina allo zero. Se cercavi un assistente per lavorare, studiare o informarti, Emma era controproducente.

Jack: Ecco, appunto. Quindi a cosa serve un modello così piccolo? C'è un senso logico o è solo fumo?

VIKI: Un senso logico c'è, ma fuori dall'interfaccia in stile ChatGPT. Un modello con quelle specifiche ha tre grandi utilità potenziali:

  1. Elaborazione "Edge" (dispositivo locale): Essendo minuscolo, non ha bisogno di server giganteschi. Può girare interamente nella memoria di uno smartphone economico o di un vecchio PC, garantendo privacy totale (i dati non escono dal dispositivo) e funzionamento offline.
  2. Compiti ultra-specifici (Micro-automazioni): L'errore è chiederle "Chi era Giulio Cesare?" o "Fammi l'analisi di mercato di Tesla ". Non ha lo spazio per incamerare la cultura generale. Ma se quel micro-modello viene addestrato (fine-tuned) per fare una sola cosa, può farla bene: correggere la grammatica mentre digiti, estrarre una data da una mail per il calendario, o interpretare il linguaggio naturale per la domotica ("Emma, spegni la luce in cucina").
  3. Palestra per sviluppatori: Per chi studia informatica, un modello così leggero è perfetto per fare test in locale senza spendere cifre astronomiche in API.

Jack: Quindi l'errore è stato il packaging, il modo in cui l'hanno presentata.

VIKI: Esatto. L'utilità di Emma non era (e non poteva essere) quella di rispondere a domande di attualità o di logica. Diventa utile solo se presa e "chiusa in una stanza" a fare un unico compito ripetitivo e leggero, integrata dentro un altro software.

​Il vero problema è che l'utente si è trovato davanti a un'interfaccia web identica a quella di ChatGPT. È stato come mettere sul mercato un piccolo avvitatore elettrico tascabile pubblicizzandolo però come "Il nuovo super-utensile per l'edilizia pesante": l'utente prova a usarlo per abbattere un muro, l'attrezzo si rompe, e l'esperienza diventa un fallimento totale.

​Considerazioni finali (di Jack)

​La chiacchierata con VIKI conferma quello che sospettavo: siamo nel pieno di una bolla semantica dove il marketing corre a velocità tripla rispetto alla tecnologia reale. Rilasciare un modello "Edge" o di test spacciandolo per l'alternativa italiana ai giganti del settore non è solo un errore tecnico, è un boomerang reputazionale.

​La tecnologia sotto Emma ha una sua dignità e una sua utilità specifica (la privacy, l'offline, le micro-automazioni), ma finché le aziende continueranno a usare la parola "IA" come un mantello magico per coprire qualsiasi software, noi utenti continueremo a sbattere contro il muro delle aspettative tradite.

​Voi che ne pensate? Avete fatto in tempo a fare due chat con Emma prima che la spegnessero? Scrivetelo nei commenti!


giovedì 25 giugno 2026

​🎸 VENDO 2 BIGLIETTI DEEP PURPLE A PISA (16 LUGLIO) 🎸

 

​🎸 VENDO 2 BIGLIETTI DEEP PURPLE A PISA (16 LUGLIO) 🎸

​Causa imprevisto, metto in vendita 2 biglietti per il concerto dei leggendari Deep Purple, che si terrà il prossimo 16 luglio a Pisa.

​I posti sono eccellenti e vicini:

  • Settore: PLATEA
  • Posizione: POLTRONA 2° SETTORE, Fila 32 (posti affiancati)

​🔒 Massima sicurezza e trasparenza: La transazione avverrà in modo completamente legale e sicuro tramite il cambio nominativo ufficiale sulla piattaforma Vivaticket, a tutela di chi acquista.

 per ricevere altre info o per tutti i dettagli!

​#DeepPurple #DeepPurplePisa #Vivaticket #BigliettiConcerto #PisaEventi #Rock


mercoledì 24 giugno 2026

Grandi Speranze (1946)

 

Regia: David Lean
Anno: 1946
Titolo originale: Great Expectations
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.8)
Pagina di I Check Movies
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Film:
 Il Grandi Speranze di David Lean del 1946 è un film profondamente figlio del tempo in cui è stato diretto, un'opera in cui il bianco e nero rigoroso e i dialoghi dal sapore antico trasportano immediatamente lo spettatore in un'altra epoca del cinema. Visto con gli occhi di oggi, l'artificio delle scenografie e dei costumi può risultare poco credibile, tradendo quella messinscena tipica degli studi cinematografici degli anni Quaranta. Eppure, nonostante questi segni del tempo, la pellicola funziona ancora magnificamente e si fa guardare con immenso piacere. Gran parte del suo fascino risiede probabilmente in quella carica quasi teatrale delle interpretazioni, capace di dare corpo e spessore a ogni singola inquadratura. A questo si aggiunge la forza intrinseca e immortale della storia di Charles Dickens, che David Lean riesce a tradurre sullo schermo con un ritmo e un'atmosfera gotica straordinari, soprattutto nella memorabile sequenza iniziale nelle paludi e nel cimitero. È il classico esempio di grande cinema del passato: un film che, pur mostrando i suoi anni nella forma, resta potentissimo nella sostanza e dimostra come una narrazione solida e una regia sapiente non invecchino mai davvero.
 
Edizione: bluray
Questa edizione non si trova facilmete, anche se in fin dei conti si tratta di un semplice blueay. C'è da dire che la qualità video e buona e che la traccia italiana è in multicanale. Gli extra sono soltanto:
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martedì 23 giugno 2026

System Of A Down - Mezmerize



 Artista: System Of A Down
Anno: 2005
Tracce: 11
Formato: CD 
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Riguardo i System of a Down avevo già chiarito la mia posizione con Toxicity: non sono mai stato un fan del nu metal, ma loro riuscivano a fare qualcosa di abbastanza personale e schizofrenico da meritare attenzione. Mezmerize  arriva quattordici anni dopo quell'esordio esplosivo e quattro anni dopo Toxicity, ed è il primo di due dischi gemelli pubblicati nello stesso anno insieme a Hypnotize un'idea ambiziosa (che onestamente mi ha riportato alla mente i due Use Your Illusion e II) , con la band che decide di uscire con un doppio lavoro diviso in due parti distanziate di qualche mese.

Il risultato è coerente con quello che ci si aspetta dai SOAD, forse anche troppo. La formula è la stessa di Toxicity, affinata ma non stravolta: brani brevi, cambi di ritmo continui, la voce di Serj Tankian che salta senza preavviso dal melodico all'isterico, i testi politici e surreali che mescolano critica sociale e nonsense con una disinvoltura quasi fastidiosa. Daron Malakian si ritaglia più spazio vocale rispetto al passato, e la sua voce più secca e punk in contrasto con quella di Tankian dà al disco una dimensione quasi dialogica che funziona bene.

B.Y.O.B. apre il disco come uno schiaffo:  un'esplosione tra rabbia cantata e ritornelli orecchiabili . È il singolo più immediato e rappresentativo, quello che meglio racchiude lo spirito della band. Question! è forse il brano più riuscito del disco, con una costruzione melodica che si apre e si chiude su se stessa in modo quasi ossessivo. Violent Pornography è provocatoria per definizione, ma ha un riff che non si dimentica. Cigaro dura un paio di minuti e dice quello che ha da dire senza perder tempo.

Non è un disco che supera Toxicity, ma non era quello l'obiettivo. È una conferma, solida e senza sorprese, da parte di una band che sa benissimo cosa vuole essere. Per chi come me li apprezza senza amarli in modo viscerale, è esattamente quello che ci si aspettava: rumoroso, intelligente, un po' prevedibile. Ma sempre difficile da ignorare.

lunedì 22 giugno 2026

Aggiornamento Oxygenos 14.0.0.1902 (LE2123 B80P02)

 
OnePlus 9 Pro si aggiorna ancora: arriva il ciclo lunare nell'app Meteo
Nuovo aggiornamento per il OnePlus 9 Pro, che continua a ricevere attenzioni da parte della casa cinese nonostante gli anni sulle spalle. La build B80P02 (BRB1GDPR) pesa circa 262 MB e introduce una piccola novità nell'app Meteo, oltre alle immancabili ottimizzazioni di sistema.
La modifica più interessante riguarda proprio l'applicazione dedicata alle previsioni: nella schermata principale vengono ora mostrati anche i dettagli relativi a sorgere e tramonto della luna, insieme alle fasi lunari, offrendo informazioni aggiuntive a chi ama osservare il cielo o semplicemente desidera avere qualche dato astronomico in più a portata di mano.
Come spesso accade con gli aggiornamenti OxygenOS, non manca poi la generica ma sempre gradita voce relativa al sistema, con un miglioramento della stabilità generale.
Non si tratta di un aggiornamento rivoluzionario, ma è un ulteriore segnale della buona politica di supporto software adottata da OnePlus. Il 9 Pro continua infatti a ricevere update regolari, dimostrando una longevità che molti smartphone Android della stessa generazione possono soltanto invidiare

domenica 21 giugno 2026

James Patrick Kelly - L'Utopia Di Walden



Autore: James Patrick Kelly
Anno: 2005
Titolo originale: Burn
Voto e recensione: 2/5
Pagine: 163
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Trama del libro e quarta di copertina:
 In questo romanzo vincitore del Premio Nebula 2006 J.P. Kelly mescola una provocatoria e raffinata estrapolazione delle problematiche ambientali con azioni di lotta politica e sociale Trascedent State è una colonia di “veri umani” che hanno rifiutato il progresso tecnologico a favore di una esistenza di volontaria semplicità su un mondo ribattezzato Walden. Ma i pacifici abitanti di questa colonia sono minacciati dai pukpuk, superstiti di una precedente insediamento umano, che si oppongono al loro progetto di creare su Walden una nuova utopica società che è contraria alla preesistente Costituzione. La colonizzazione è il tema portante di questo eccitante e complesso romanzo che fornisce al lettore materia di riflessione su problemi di tipo ecologico e politico.
 
Commento personale e recensione:
 Prendi la colonizzazione spaziale, buttaci dentro un po' di ingegneria sociale, fazioni in contrasto e una spruzzata invisibile di ambientalismo. Sulla carta, "L'Utopia di Walden" di James Patrick Kelly avrebbe tutti gli ingredienti per essere un signor romanzo di fantascienza, ma all'atto pratico si rivela un’occasione sfruttata solo a metà. La parte davvero interessante del libro risiede nella sua componente tematica, perché l'autore riesce a tratteggiare in modo stimolante le dinamiche della colonizzazione di mondi lontani e, soprattutto, a delineare la profonda differenza, anche sociale, tra le varie popolazioni che coesistono o si scontrano in questo scenario. Questa costruzione dell'universo stimola le giuste riflessioni su come l'umanità tenda a replicare o esasperare le proprie barriere anche a anni luce da casa. Inoltre, il libro va giù che è un piacere: si legge bene e velocemente, con una scrittura fluida che procede senza intoppi e senza i classici mattoni descrittivi che bloccano il ritmo.
​Il problema vero sorge quando dalla cornice si passa all'azione, perché la trama è purtroppo noiosa e confusionaria. Se l'ambientazione incuriosisce, lo svolgimento dei fatti lascia piatti e costringe a rincorrere un filo logico che spesso si aggroviglia su se stesso senza una reale necessità; si va avanti più per l'inerzia di scoprire il destino di quel mondo che per un effettivo trasporto verso le vicende dei personaggi. E se vi aspettate un manifesto eco-futurista, siete decisamente fuori strada: c'è giusto una spruzzatina di ambientalismo, ma è così blanda e superficiale da sembrare un elemento di facciata messo lì tanto per timbrare il cartellino. In sintesi, è un romanzo che si divora in pochi giorni in spiaggia grazie a uno stile snello e a ottimi spunti socio-politici, ma che si perde in un bicchiere d'acqua con una storia confusa e una noia di fondo che spegne l'entusiasmo. 

Alice Nelle Città (1974)

 

Regia: Wim Wenders
Anno: 1974
Titolo originale: Alice In Den Stadten
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.8)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Alice nelle città è uno di quei film che sembrano semplici mentre li guardi, ma che continuano a crescere dentro anche molto tempo dopo i titoli di coda. Wim Wenders costruisce un viaggio che è insieme geografico ed esistenziale, un percorso fatto di strade, stazioni, attese e incontri casuali che finiscono per cambiare la vita di chi li attraversa.
Lo splendido bianco e nero utilizzato non ha nulla di nostalgico: al contrario, restituisce una sensazione di realtà quasi documentaria. Le autostrade americane, le stanze di motel, le insegne pubblicitarie, gli aeroporti e poi le città della Germania diventano frammenti di un mondo osservato con uno sguardo insieme curioso e disorientato. È il ritratto di un uomo che ha perso il proprio centro e che cerca disperatamente un modo per tornare a vedere le cose con chiarezza. 
 
La forza del film sta soprattutto nel rapporto tra Philip e la piccola Alice. Wenders racconta il loro incontro con una delicatezza rara: due persone sole che si trovano quasi per caso e che finiscono per diventare indispensabili l'una all'altra. Philip, bloccato in una crisi creativa ed emotiva, ritrova gradualmente uno sguardo sul mondo attraverso gli occhi della bambina; Alice, a sua volta, trova in quell'adulto spaesato un punto di riferimento inatteso. Tutto questo avviene senza mai cercare scorciatoie sentimentali: bastano pochi gesti, qualche silenzio e una serie di polaroid per costruire un legame che appare autentico e profondamente umano.
Ma Alice nelle città è anche un film sul vedere. Philip fotografa continuamente ciò che incontra, come se le immagini potessero sostituire l'esperienza diretta o aiutarlo a comprendere una realtà che gli sfugge. È una riflessione sottile sul rapporto tra immagini, memoria e identità, un tema che attraverserà gran parte del cinema di Wenders. 
 
Più che un classico road movie, è un viaggio dell'anima. Un film che procede con il ritmo lento dei treni e delle strade secondarie, raccontando lo smarrimento della modernità ma anche la possibilità di ritrovare una connessione con gli altri. Magnetico, fluido e profondamente malinconico, resta ancora oggi una delle opere più belle e toccanti di Wenders. 
 
Edizione: bluray
La recente edizione Bluray di CG Entertainment valorizza ulteriormente il film grazie al restauro 4K supervisionato dalla Wim Wenders Foundation. Un lavoro che non punta alla perfezione digitale, ma conserva la grana, le imperfezioni e la consistenza originale della pellicola, restituendo allo spettatore l'esperienza più vicina possibile a quella immaginata da Wenders cinquant'anni fa. La traccia audio è presente sono in lingua originale, ma sono utilizzabili gli utilissimi sottotitoli. Come extra:
  • Commento audio del regista
  • Scene tagliate (16 minuti)
  • Conversazione con Wim Wenders (1 ora e 24 minuti)
  • Sulla colonna sonora del film (4 minuti)
  • Intervista a Wim Wenders (45 minuti) 

sabato 20 giugno 2026

Ozzy Osbourne - Blizzard of Ozz



 Artista: Ozzy Osbourne
Anno: 1980
Tracce: 9
Formato: CD 
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Ozzy Osbourne lo associo da sempre ai Black Sabbath, e in fondo è inevitabile: è lì che è nato il mito. Ma sappiamo bene che Ozzy è stato anche altro, e Blizzard of Ozz  è il disco che lo dimostra fin dal titolo: il suo esordio da solista, arrivato subito dopo il licenziamento dai Sabbath nel 1979, in un momento in cui in pochi avrebbero scommesso su un suo rilancio.

E invece Ozzy, come gli capiterà di fare più volte nella carriera, cade sempre in piedi. La mossa decisiva fu circondarsi del chitarrista giusto: Randy Rhoads,  che con il suo stile tecnico e classicheggiante porta nel disco un livello di virtuosismo che lo rende per molti uno dei migliori chitarristi della storia dell'heavy metal, (tipo Eddie Van Halen per influenza sugli anni Ottanta) . Il suo assolo in Mr. Crowley, malinconico e quasi orchestrale, resta tra i più citati di sempre.

Il disco si apre con I Don't Know, un manifesto quasi programmatico, ma è Crazy Train il brano che lo ha reso immortale: riff immediato, ritornello che resta in testa al primo ascolto, e quel "All aboard!" urlato da Ozzy diventato un marchio di fabbrica. Suicide Solution porta dentro un testo controverso, ispirato secondo lo stesso Ozzy alla morte di Bon Scott degli AC/DC (anche se il paroliere Bob Daisley ammise poi che pensava proprio a Ozzy mentre lo scriveva). Goodbye to Romance è il momento più morbido, quasi soft rock, e mostra un lato del cantante meno scontato di quanto l'immagine pubblica suggerisca.

Blizzard of Ozz  resta un disco fondamentale per capire l'heavy metal degli anni Ottanta. Rhoads sarebbe morto tragicamente in un incidente aereo nel 1982, lasciando solo due album in studio con Ozzy: pochi, ma sufficienti per consacrarlo come leggenda. E lo stesso Ozzy, scomparso nel 2025, ha lasciato con questo disco una delle pagine più importanti e personali della sua carriera, ben oltre l'ombra dei Black Sabbath.

Type O Negative - Bloody Kisses

 

Artista: Type O Negative
Anno: 1993
Tracce: 14
Formato: CD 
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I Type O Negative sono uno di quei gruppi di cui vado fiero di parlare, perché li considero ancora abbastanza sconosciuti e di nicchia, nonostante il loro peso nella storia del gothic metal. Bloody Kisses  è il disco che li ha portati alla ribalta, ed è anche quello che meglio racchiude tutto quello che li rende unici.

Il centro di tutto è Peter Steele: un gigante di quasi due metri, voce profondissima, capace di passare dal sussurro malinconico al growl cupo nel giro di una frase. È quella voce che sembra arrivare da un'altra epoca, avvolgente in modo quasi ipnotico, e che da sola basta a creare l'atmosfera gotica e vampiresca che pervade tutto il disco. Prima dei Type O Negative, Steele suonava nei Carnivore, una band ben più rumorosa e provocatoria; qui invece trova una dimensione più sofisticata, ricordando un po' anche il peso dei Black Sabbath

Il disco è un continuo gioco di opposti: musica concepita per creare un'atmosfera morbosa e psichedelica da una parte, testi pieni di umorismo nero e sarcasmo dall'altra. Christian Woman, ispirata a una vera storia d'amore di Steele, è il brano più noto e quello che ha aperto le porte del mainstream alla band. Black No. 1 (Little Miss Scare-All), scritta da Steele mentre guidava un camion della nettezza urbana in attesa di scaricare rifiuti, prende in giro con affetto l'estetica gothic dell'epoca (tinte nere ai capelli comprese). La title track, Bloody Kisses (A Death in the Family), nasconde dietro un'apparenza macabra un testo che Steele ammise riguardare la morte del suo gatto. Can't Lose You chiude il disco nel modo più vulnerabile, con una malinconia che resta addosso.

Settantatré minuti di durata, in un anno (il 1993) dominato da grunge e alternative rock, eppure il disco riuscì a vendere oltre un milione di copie, portando il gothic metal a un pubblico che fino ad allora lo ignorava del tutto. Un disco che suona come nient'altro prima e nient'altro dopo, e che merita molta più attenzione di quanta ne riceva ancora oggi.

venerdì 19 giugno 2026

Sul Tuo Cadavere (2026)

 

Regia: Jorma Taccone
Anno: 2026
Titolo originale: Over Your Dead Body
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
  Iscriviti a Prime Video

Ci sono sere in cui non hai voglia di metterti davanti a un capolavoro del cinema d’autore o a un thriller psicologico che ti spreme le meningi. Sere in cui cerchi solo un sano, scanzonato e un po' becero intrattenimento. Sul tuo cadavere (regia di Jorma Taccone, disponibile su Prime Video) si colloca esattamente in questa categoria: una commedia grottesca, intrisa di black humor e con una spruzzata generosa di sangue.

​La trama, ammettiamolo, è piuttosto scontata e non brilla certo per originalità (oltretutto questo è un remake americano di un film scandinavo). Seguiamo una coppia in crisi  che decide di passare un weekend in una baita isolata. Il piano segreto di entrambi? Assassinare il coniuge. Ovviamente le cose non vanno come previsto e la situazione sfugge rapidamente di mano, arricchendosi di imprevisti, violenza iperbolica e personaggi assurdi.

​Il film non fa nulla per nascondere i suoi cliché, ma gioca le sue carte migliori sul ritmo e sulla spettacolarizzazione delle botte. È un piacere ammirare Samara Weaving, che in questo genere di ruoli a metà tra la scream queen e la dura a morire si muove ormai con una disinvoltura magnetica e riesce sempre a dare una marcia in più alla pellicola con l'aiuto di Jason Segel.

​Le scene simpaticamente violente non mancano, il sangue scorre a fiumi a piccoli torrenti, ma lo fa con quel tono talmente esagerato e fumettistico che strappa più di un sorriso invece di disgustare. Non siamo di fronte a un film memorabile o a un cult istantaneo, sia chiaro. Resta un'opera senza troppe pretese.

​Se vi approcciate alla visione aspettandovi poco, se cercate solo un'ora e mezza di intrattenimento leggero, scorrevole e violentemente divertente, fa assolutamente il suo dovere. Promosso con riserva, ideale per una serata di puro relax senza perdersi nei meandri del catalogo di Prime Video.


Arthur C. Clarke - Incontro Con Rama



 Autore: Arthur C. Clarke
Anno: 1972
Titolo originale: Rendezvous With Rama
Pagine: 273
Voto e recensione: 5/5
Acquista su Amazon Ciclo Completo (cofanetto e digitale)

Trama del libro e quarta di copertina:11 settembre 2077: un grosso meteorite si abbatte sulla Pianura Padana, devastandola. Per evitare che disastri del genere possano ripetersi, viene approvato d'urgenza il progetto Guardia Spaziale, con il compito di catalogare e studiare l'orbita degli asteroidi nel sistema solare. Poi, nel 2130, i radar della Guardia Spaziale individuano un oggetto che sulle prime viene scambiato per un grosso asteroide, ma che è in realtà un UFO. Il comandante Norton riceve l'ordine di esaminare da vicino, con la sua astronave Endeavour, il silenzioso colosso, chiamato Rama, e se possibile sbarcarvi. È così che inizia una delle più fantastiche avventure della fantascienza.

Commento personale e recensione:

Ci sono classici della fantascienza che orbitano attorno alla tua lista di letture per anni. Ne senti parlare, ne leggi accenni ovunque, ma aspetti il momento giusto. Per me quel momento è arrivato grazie a una promozione sull'intero ciclo che mi ha fatto portare a casa il tomo completo. E sebbene le voci di corridoio dicano che i seguiti non valgano la candela (vedremo a tempo debito se confermare o smentire), il primo capitolo si è rivelato un'esperienza monumentale.

Incontro con Rama è il manifesto definitivo della fantascienza hard. Dimenticate le space opera fatte di guerre stellari e misticismo; qui la protagonista assoluta è la scienza, unita al brivido dell'ignoto. Quando un immenso cilindro perfetto penetra nel sistema solare, l'umanità invia  una nave con equipaggio umano, la Endeavour, a esplorarlo. Quello che trovano è un mondo artificiale immenso, silenzioso, geometricamente perfetto e apparentemente deserto. Ho provato a dare in pasto la descrizione a VIKI per creare l'immagine, ma non è particolarmente fedele a come dovrebbe essere. 

​Arthur C. Clarke non cerca la spettacolarizzazione fine a se stessa, ma la precisione. Le spiegazioni tecniche sono minuziose, rigorose, strutturate per dare un senso di realismo quasi ingegneristico. Durante la lettura è praticamente impossibile non fermarsi, chiudere gli occhi per un secondo e provare a visualizzare la vastità di Rama: il Mare Cilindrico, le città di strutture metalliche, la forza centrifuga che regola la gravità interna, la luce che si accende all'improvviso squarciando le tenebre di un mondo morto. Visivamente è un'opera che toglie il fiato e stimola l'immaginazione come pochissime altre.

​Ma il vero colpo di genio sta nella gestione del mistero. Rama non dialoga, non spiega, non si cura della presenza umana. È un gigantesco enigma cosmico che l'uomo può solo sfiorare.

​Il finale aperto è, a mio avviso, la chiusura perfetta. Ti lascia addosso una curiosità pazzesca e migliaia di domande senza risposta. Qualcuno potrebbe trovarlo frustrante, ma io trovo che sia esattamente come deve essere: davanti all'immensità dell'universo e a una civiltà infinitamente più avanzata della nostra, l'arroganza umana viene ridimensionata. Non tutto è fatto per essere capito da noi, e il senso di meraviglia sta proprio in questo vuoto.

​Senza dubbio, uno dei migliori romanzi di fantascienza che siano mai stati scritti. Un cult assoluto che non ha subito il peso degli anni.

​"I ramani fanno ogni cosa in tre esemplari." Con questa frase iconica Clarke chiude il libro, lanciando l'esca per i seguiti. Come dicevo, le recensioni generali sui capitoli successivi (scritti poi in collaborazione con Gentry Lee) sono tiepide, ma la curiosità è tanta. Intanto, questo primo capitolo brilla di luce propria.

Led Zeppelin - Led Zeppelin II

 

Artista: Led Zeppelin
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con i Led Zeppelin ero partito dal quarto album, quello con la copertina senza titolo e Stairway to Heaven dentro: il pilastro, l'Olimpo, il punto da cui difficilmente si torna indietro. Led Zeppelin II  lo presi dopo, e per quanto non abbia lo stesso fascino magnetico del IV (almeno per me), siamo lì, vicinissimi.

Il disco fu registrato praticamente in corsa: durante il tour americano del 1969, in studi diversi sparsi tra Stati Uniti, Canada e Inghilterra, ogni volta che la band trovava qualche ora libera tra una data e l'altra. Si sente, in un certo senso: c'è un'urgenza, una fisicità quasi sudata che rende il disco diverso, più grezzo, rispetto alla grandiosità più costruita del quarto album.

Whole Lotta Love apre il disco con una potenza colossale, da sola vale l'ingresso: quel riff di Page è uno dei più riconoscibili e imitati della storia del rock, e la sezione centrale, con tutti quei suoni psichedelici ed elettronici sperimentali, era qualcosa che nel 1969 suonava quasi fantascientifico. Heartbreaker mette in mostra Page in un assolo a cappella che è diventato un riferimento per generazioni di chitarristi. Ramble On mescola momenti acustici e momenti elettrici con quella naturalezza tipica della band, con un testo che cita persino Frodo e Gollum del Signore degli Anelli. Moby Dick lascia spazio quasi interamente alla batteria di Bonham, mentre What Is and What Should Never Be mostra il lato più dinamico e blues della band.

Non ha la stessa coesione tematica del quarto disco, ed è probabilmente più disomogeneo nel complesso. Ma Whole Lotta Love da sola giustifica il posto che questo album occupa nella storia, e ascoltato dopo il IV acquista comunque un suo senso preciso: è il disco in cui i Led Zeppelin hanno capito fino in fondo quanto fossero grandi.

giovedì 18 giugno 2026

Gojira - From Mars To Sirus

 

Artista: Gojira
Anno: 2005
Tracce: 12
Formato: CD 
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Tra le band metal che considero una mia piccola scoperta personale, i Gojira occupano un posto speciale, e ne vado fiero. Già il fatto che siano francesi li rende rari nel panorama del genere (la Francia non ha mai avuto una scena metal di fama internazionale paragonabile a quella di altri paesi europei); poi c'è il tema, esplicitamente ecologista, che li rende ancora più particolari nel contesto in cui sono nati.

From Mars to Sirius  è il disco che li ha portati alla ribalta, il terzo della loro discografia e il primo realizzato con un budget adeguato che gli ha permesso di venire conosciuto da VER. È un concept album che racconta la rinascita di un pianeta morto attraverso un viaggio interplanetario, con tematiche ambientali come il cambiamento climatico e l'impatto dell'uomo sulla vita marina; il tutto condensato in una balena che fluttua tra i pianeti sulla copertina, simbolo perfetto del contenuto. All'epoca, parlare di crisi climatica e inserirla in un contesto fantascientifico nel metal non era affatto scontato; oggi è quasi un genere a sé, ma nel 2005 era un'anomalia, e anche per questo il disco resta importante.

Musicalmente i Gojira fondono death metal, groove e progressive in un modo che all'epoca sorprese parecchio. Mario Duplantier alla batteria è probabilmente il punto più alto del disco: sincopato, preciso, capace di variazioni continue che tengono tutto in piedi anche nei passaggi più complessi. Le chitarre di Joe Duplantier e Christian Andreu costruiscono riff dissonanti e mai banali, mentre il basso di Jean-Michel Labadie fa da collante. Ocean Planet apre il disco con tutta la potenza che serve a dichiarare le intenzioni; Global Warming chiude con un tema musicale a tapping continuo che incarna perfettamente il messaggio del titolo.

La voce di Joe Duplantier, onestamente, non mi fa impazzire: è uno scream/death personale e riconoscibile, ma non è il mio genere preferito di vocalità. Musicalmente però li apprezzo molto, e ancora di più per i temi che hanno scelto di affrontare quando nessun altro nel metal ci pensava. Una scoperta di nicchia che mi porto dietro con orgoglio, anche sapendo che oggi sono tutto tranne che sconosciuti.

mercoledì 17 giugno 2026

Sepultura - Roots

 

Artista: Sepultura
Anno: 1996
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con i Korn avevo scoperto un certo tipo di pesantezza ritmica e oscura che mi aveva incuriosito. Roots dei Sepultura lo presi proprio dopo, e l'impressione fu immediata: con le dovute distanze, certe sonorità sembrano davvero un preludio a quel genere. Cercando poi qualche informazione, ho scoperto che la cosa non era casuale, ma anche più intricata di quanto pensassi: l'esordio dei Korn del 1994 si era ispirato proprio ai Sepultura (Jonathan Davis viene citato come una delle fonti d'ispirazione nel libretto di Roots), e i Sepultura, a loro volta, nel registrare questo disco assorbirono elementi della scena nu metal che stava nascendo proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Un'influenza reciproca, un cerchio che si chiude su se stesso; non è importante chi abbia preso da chi per primo.

Quello che invece resta centrale, e che rende Roots un disco unico nel suo genere, sono le influenze musicali estranee al mondo metal. La band brasiliana, guidata da Max Cavalera, passò un periodo a stretto contatto con una tribù indigena nella regione del Mato Grosso, e il risultato si sente in ogni angolo del disco: percussioni tribali, il suono ipnotico del berimbau (che grazie a VIKI so essere uno strumento tradizionale brasiliano) e la collaborazione con Carlinhos Brown, percussionista già noto per il lavoro con Caetano Veloso, che porta dentro un'energia etnica difficile da trovare altrove nel metal di quegli anni. Ratamahatta, cantata in portoghese, è probabilmente il brano dove questa fusione funziona meglio.

Roots Bloody Roots apre il disco con un riff pesante e ipnotico che è diventato uno dei più iconici della band. Attitude introduce subito il berimbau in un contesto altrimenti heavy, e Cut Throat si distacca per un'andatura quasi doom. Settantadue minuti in tutto, forse anche troppi, ma con un'identità che nessun altro disco metal di quegli anni aveva.

Resta per molti il disco spartiacque dei Sepultura, quello che segna anche l'addio di Cavalera dalla band poco dopo, tra polemiche interne mai del tutto chiarite. Per me resta soprattutto questo: il punto in cui due mondi sonori, quello brasiliano tribale e quello nu metal americano, si incontrano senza che sia chiaro chi avesse copiato chi.

martedì 16 giugno 2026

Anthrax – Among The Living

 

Artista: Anthrax
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con gli Anthrax il rapporto è semplice: non mi sono mai piaciuti, e non parlo di un ripensamento recente. Li ascoltai a suo tempo dietro suggerimento di un paio di amici convinti che mi sarebbero entrati come un guanto. Non è andata così. Among the Living  resta comunque il loro disco più rappresentativo, quello che la critica indica spesso come il preferito dai fan, e ascoltarlo serve almeno a capire perché certe persone ci vadano matte (anche se io non sono tra quelle).

Musicalmente è thrash metal puro, : riff veloci, ritmica martellante, la voce di Joey Belladonna che alterna acuti quasi heavy metal classico a momenti più ruvidi. Non è il genere che mi convince, e quella combinazione di velocità e aggressività resta un ostacolo che non ho mai superato del tutto.

Quello che invece apprezzo, e che rende il disco interessante anche per chi come me non è il pubblico naturale, sono i temi di alcune tracce. La title track Among the Living è ispirata a L'ombra dello scorpione di Stephen King, con il villain Randall Flagg al centro del testo (la copertina dell'album, tra l'altro, richiama più Poltergeist che il romanzo, ma il legame con King resta esplicito). I Am the Law è un tributo al fumetto britannico Judge Dredd, e si sente quanto la band si sia divertita a costruirci sopra un inno quasi epico. A Skeleton in the Closet riprende invece il racconto Un ragazzo sveglio, sempre di King, contenuto in Stagioni diverse. C'è anche spazio per temi più seri: Indians parla delle condizioni dei nativi americani nelle riserve, One World della minaccia nucleare.

Questo mix di cultura pop e tematiche sociali, unito a un'energia quasi giocosa che li distingueva dagli altri big four del thrash, è probabilmente il motivo per cui il disco viene ricordato così bene. Per me resta un ascolto di cortesia più che di passione; ma le citazioni a King e a Dredd, quelle, le ho sempre trovate azzeccate.

Van Halen - 1984

 

Artista: Van Halen
Anno: 1984
Tracce: 9
Formato: CD 
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A volte è una sola canzone ad apriti la porta su un'intera band. Con i Van Halen è stato esattamente così: Jump, uno dei singoli più famosi al mondo, mi ha fatto scoprire 1984 e, da lì, gran parte delle loro altre hit.

La storia di quel brano, che ho ricercato con fare investigativo, dice già molto sul disco intero. Eddie Van Halen aveva scritto il riff di synth anni prima su un Oberheim OB-Xa, ma era convinto che David Lee Roth lo avrebbe rifiutato (un chitarrista del suo calibro che si metteva alle tastiere non era esattamente quello che ci si aspettava da una hard rock band). Roth all'inizio storse il naso, dicendogli che era un eroe della chitarra e non doveva mettersi a suonare i synth. Poi si convinse, scrisse un testo su un'audacia spericolata, e il risultato fu il loro unico numero uno in classifica: cinque settimane consecutive in testa alla Billboard Hot 100.

Il resto del disco non rinuncia all'anima della band, anche con quella svolta pop che il synth porta con sé. Panama è il pezzo che racchiude meglio lo spirito Van Halen: macchine veloci, ragazze più veloci ancora, riff diretto, niente fronzoli. I'll Wait mescola desiderio e minaccia in modo insolito per loro. Hot for Teacher chiude il disco con uno show solista alla batteria di Alex Van Halen e testi scanzonati che riportano lo spirito più sguaiato delle origini. Eddie Van Halen, va detto, resta il vero protagonista di tutto: anche quando le tastiere prendono il centro della scena, le sue dita continuano a fare cose che pochi altri chitarristi sapevano fare in quegli anni.

1984 è anche l'ultimo disco della formazione originale con Roth, che lascerà la band l'anno successivo per divergenze creative (Eddie voleva evolversi e sperimentare, Roth restava legato a un'idea più teatrale e diretta del rock). Resta, insieme all'esordio omonimo, il disco più venduto della band: oltre dieci milioni di copie solo negli Stati Uniti. Un finale in grande stile per quella formazione, anche se nessuno lo sapeva ancora mentre lo registravano.

lunedì 15 giugno 2026

Bosch [Stagione 2]

 
Anno: 2016
Titolo originale: Bosch
 Numero episodi: 10
Stagione: 2
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Premesso che anche questa seconda stagione di Bosch, mi è piaciuta, avevo parlato della prima dicendo che il personaggio non mi era così antipatico come lo ricordavo. Ecco, mi sono ricreduto già con questi ulteriori dieci episodi. Non che non funzioni, anzi, ma sebbene con numerose parti cambiate rispetto ai romanzi da cui trae spunto, qui il soggetto rispolvera il suo essere una specie di cane sciolto che segue le regole quando gli tornano comode... Altrimenti, fa un po' come meglio crede. In maniera antipatica. A parte questo ecco qua i romanzi in cui si muove questa seconda stagione: L'Ombra Del Coyote, Musica Dura e La Caduta. Di questi ne ho letti due su tre quello principale con la storia più corposa è senza dubbio Musica Dura.