lunedì 17 agosto 2026

Le Cirque de Gavarnie, Pirenei

 


Oggi lascio la Spagna e comincia la seconda parte del viaggio: i Pirenei francesi. Il trasferimento da Torla a Gavarnie non è esattamente una passeggiata. La strada attraversa un susseguirsi continuo di vallate, salite, discese e panorami che fanno passare in secondo piano il fatto che, per buona parte del tragitto, io sia semplicemente seduto in macchina. Da Torla scendo verso Broto e Biescas, poi attraverso la zona di Sallent de Gállego e Formigal, prima di entrare definitivamente in Francia dal colle del Portalet. Da lì comincia una delle parti più spettacolari del viaggio: Laruns, il Col d’Aubisque, il Col du Soulor, la discesa verso Argelès-Gazost e poi la valle che porta a Luz-Saint-Sauveur e Gavarnie. Una strada che sembra progettata apposta per ricordarti che i Pirenei non sono soltanto un posto dove andare a fare trekking. Sono anche un gigantesco parco giochi per ciclisti. E infatti ce ne sono ovunque. Ma proprio ovunque. Gente che pedala su queste strade come se fosse una cosa perfettamente normale, mentre io, comodamente seduto in macchina, li guardo e penso che una volta posata aggiungerò la mia fatica alla loro. 

Del resto siamo nel territorio sacro del Tour de France. Il Tourmalet, l’Aubisque, l’Aspin, il Soulor, il Peyresourde: sono nomi che appartengono alla storia del ciclismo e ammetto di averli dovuti cercare incuriosito. E non è soltanto il Tour: anche La Vuelta ha attraversato più volte i Pirenei francesi. Anzi, proprio quest'anno il Tour è passato da queste parti: una tappa è arrivata a Gavarnie-Gèdre, dopo aver affrontato alcuni dei mostri sacri del ciclismo pirenaico. Sull'asfalto compaiono continuamente scritte dedicate ai corridori, ai campioni, alle imprese del passato. A un certo punto ne vedo una che mi fa inevitabilmente sorridere:

FORZA PANTANI.

In mezzo ai Pirenei francesi, a distanza di quasi trent'anni dalle sue imprese, ritrovare il nome del Pirata scritto sull'asfalto è una di quelle piccole cose che raccontano quanto certi personaggi siano diventati patrimonio collettivo dello sport. Pantani, del resto, sulle montagne del Tour ci ha costruito una parte enorme della sua leggenda. Passo davanti al Col d’Aubisque e mi trovo davanti le gigantesche biciclette decorative che celebrano il Tour de France: una specie di piccolo monumento al ciclismo che sembra messo lì apposta per ricordarti dove ti trovi. Finalmente arrivo a Gavarnie. È già pieno di gente. Anzi, pienissimo. Comincio a prepararmi mentalmente a perdere un'ora cercando parcheggio, quando davanti a me succede il miracolo: vedo una macchina che sta uscendo dal parcheggio più vicino possibile alla partenza del sentiero. Non faccio neanche in tempo a formulare il pensiero. Mi infilo. E così posso fare subito quello per cui sono venuto: il Cirque de Gavarnie. Il trekking è semplicemente bellissimo. La parete del circo si apre davanti a me man mano che avanzo e il paesaggio diventa sempre più spettacolare. Il Cirque de Gavarnie è uno di quei posti in cui la fotografia rischia quasi di essere inutile: puoi fare tutte le foto che vuoi, ma dal vivo la dimensione del luogo è un'altra cosa. La cascata, le pareti verticali, i pascoli, le montagne che chiudono la valle. È uno scenario enorme, quasi teatrale. E soprattutto è un ambiente che si presta perfettamente al modo in cui sto vivendo questi giorni: camminare per ore dentro paesaggi che cambiano continuamente, senza dover necessariamente arrivare da qualche parte. Finito il trekking, però, non c'è molto tempo per contemplare l'esistenza. Mi rimetto immediatamente in macchina. Perché Saint-Lary-Soulan non è esattamente dietro l'angolo. E qui la giornata decide di aggiungere un altro piccolo episodio alla collezione. Dietro una curva trovo due ragazzi che fanno autostop. Direzione Lourdes. Sono francesi: lei viene da Grenoble, lui da un posto dalle parti di Andorra che, neanche so riscrivere. La cosa interessante è che sono entrambi completamente fissati con l'atletica leggera. E, soprattutto, sono entusiasti degli italiani. Mi raccontano che i nostri stanno vincendo una quantità impressionante di medaglie e cominciano a esaltare gli atleti azzurri. Io annuisco con grande partecipazione. Il problema è che, di atletica leggera, non so praticamente una sega. Quindi per qualche chilometro cambiamo discorso e sosteniamo una conversazione basata principalmente sui nostri trekking. Li lascio molto vicino alla loro destinazione e riprendo la strada verso Saint-Lary: però non sto esattamente "a Saint-Lary". Sto alla fine della funivia, dove cominciano gli impianti da sci del Pla d'Adet. Il che, è comunque perfetto: domani mattina mi sveglio e sono già praticamente sul posto di partenza del trekking.

PS: non c'è WiFi quindi scrocco una rete aperta che però è lontana almeno duecento metri da casa. Stasera ho caricato le foto. Domani non è detto. 

Album fotografico Cirque de Gavarnie 

domenica 16 agosto 2026

Bujaruello e Laberinto, Pirenei

 

Oggi ultimo trekking sul versante spagnolo dei Pirenei, e devo ammettere che se dovessi stilare una classifica di tutti quelli fatti in questi giorni, risulterebbe il più deludente. Forse perché arrivato per ultimo e carico di aspettative, forse perché troppo simile alla parte extra di ieri lungo il fiume. Sto parlando della valle di Bujaruelo, che per la prima parte, quella che sale un po' in quota lungo la gola scavata dal fiume Ara, è pure divertente, con un breve tratto attrezzato di cavo metallico che regala un po' di brivido, anche se in realtà non presenta vere difficoltà. Il resto però, sempre lungo il corso del fiume e dentro il bosco, è un po' tutto uguale a se stesso.

Si passa anche dal ponte di San Nicolás de Bujaruelo, a un solo arco di tradizione medievale che un tempo segnava la fine di un ospitale per pellegrini e viandanti, oggi ridotto ai resti dell'abside della chiesa, e da lì si prosegue lungo il tracciato che coincide per un buon tratto con il GR-11, il grande sentiero pirenaico che attraversa la catena da un capo all'altro. Lungo il percorso si incontra anche il salto di Carpín, una cascata con più di cento metri di dislivello che precipita a lato della pista. Siccome farlo tutto uguale andata e ritorno mi urtava il sistema nervoso, ho provveduto a creare una sorta di anello fai da te, ma è servito a poco. Ciò non toglie che i panorami montani restano affascinanti, con la valle che si allarga a tratti lasciando intravedere le cime che chiudono il confine con la Francia poco più a nord.

Visto che anche questo l'ho finito in mattinata, e pensando che non piovesse come ieri, ho deciso di andare anche a visitare il Laberinto de los Pirineos. Ho un debole per i labirinti, anche perché sembrano difficili ma in realtà col mio hack riesco sempre a finirli senza problemi. Oggi però c'era il fattore meteo a darmi fastidio, ha iniziato a diluviare e me la son presa tutta, armato solo del cappellino. Lo ho comunque terminato in 32 minuti grazie al mio saggio trucchetto.

Album fotografico Bujaruello e Laberinto 

sabato 15 agosto 2026

Anello del Cotatuero e Faja Recon, Pirenei

 

Oggi la giornata inizia subito con un problema, per fortuna risolto. Come sempre mi sveglio al buio per prendere uno dei primi autobus che salgono a Ordesa, perché l'escursione di oggi prevede di nuovo salite e discese impegnative e voglio affrontarle senza pioggia. Ma quando provo a uscire da Casa Lordán, il portone principale è chiuso a chiave. Sono imprigionato dentro? Cerco un'altra via d'uscita, magari una finestra, ma non trovo nulla. Devo svegliare Manuel, il padrone del bnb, che tra mille scuse e visibilmente imbarazzato per l'accaduto mi apre il portone, e mi dà pure una chiave nel caso dovesse, e perché mai, risuccedere. Corro fino alla fermata e salgo sull'autobus appena in tempo.

Oggi ho in programma di percorrere in quota il versante opposto a quello di ieri, seguendo l'anello del Circo de Carriata e la Faja Racón. Si sale con pendenza costante e diversi tornanti attraverso un bosco di faggi e abeti fino a circa 1.800 metri, un tratto quasi interamente all'ombra, che passa anche da un rifugio libero in legno. Come salita è simile a quella di ieri, ma mi risulta meno impegnativa, forse un po' meno dislivello e qualche tornante in più che alleggerisce lo sforzo, o forse è solo che oggi sono completamente solo lungo questo tragitto meno battuto, e quindi ho una marcia in più.

Arrivato in quota, con il Tozal de Mallo che si staglia imponente da un lato e il Circo de Carriata che si apre alle spalle, ammiro il solito spettacolo mozzafiato e "segno" il territorio, (quando scappa, scappa) prima di imboccare la Faja Racón. Da qui il cammino si fa più comodo, con la vallata di Ordesa che si apre sulla destra e le pareti del Gallinero a fare da quinta sulla sinistra. Evidentemente qualcuno deve aver odorato il mio segnaposto, perché ho la fortuna di vedere a pochi metri un camoscio dei Pirenei che viene a studiarmi e salutarmi. Terminato l'incontro amichevole riprendo il cammino stando sempre attento a dove metto i piedi, perché questo tratto oltre a essere più esposto comporta un paio di traversi che, per quanto larghi rispetto a quelli apuani che sono abituato a percorrere, oggi sono bagnati e quindi scivolosi.

Il paesaggio si apre poi sulla spettacolare cascata di Cotatuero, verso cui scendo gradualmente . Da lì, passando per un altro rifugio libero, il sentiero scende con continuità fino a ricongiungersi alla pradera di Ordesa. Sebbene nel complesso questa sia un'escursione molto più corta rispetto a quella di ieri, questo versante è più tecnico e divertente, con quella Faja Racón che resta uno dei tratti più belli e più esposti di tutto il parco.

Ed a proposito il parco nazionale di Ordesa e Monte Perdido, (since 1918) è uno dei più antichi di Spagna e fa parte, insieme al versante francese del massiccio, di un sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO condiviso tra i due paesi, un'area che comprende oltre alla valle di Ordesa anche i canyon di Añisclo, le gole di Escuaín e la valle di Pineta, con il Monte Perdido a fare da spartiacque naturale tra Francia e Spagna. Avendo terminato il percorso abbastanza velocemente, decido di scendere fino a Torla a piedi, tanto è tutto in discesa, non piove, ho le gambe allenate e il tempo a disposizione per godermi un nuovo tratto di circa dieci chilometri aggiuntivi, l'ennesimo regalo di una giornata che, nonostante la partenza complicata, si è rivelata una delle più belle di tutto il viaggio.

Album fotografico Anello del Cotatuero e Faja Recon 

venerdì 14 agosto 2026

Faja Pelay e Cola de Caballo, Pirenei

 

Secondo giorno qui a Torla Ordesa, che già mi aveva incantato con il suo arrivo di ieri sera. Questa mattina, per l'ennesima volta in questo viaggio, sveglia presto, quando per evitare il caldo, quando per evitare la pioggia, ormai ci ho fatto il callo. Prendo il primo autobus che porta al parcheggio di Ordesa, visto che d'estate la strada è chiusa ai mezzi privati proprio per gestire l'afflusso di visitatori, ma stavolta non sono solo. Anzi, arrivo e trovo già una discreta fila di escursionisti che, come me, vogliono partire il prima possibile.

Arrivato alla pradera inizio subito con la frontale accesa perché è ancora buio, e nel bosco lo resterà per un bel pezzo. Dopo il ponte sul fiume Arazas si stacca la senda dei Cacciatori, e da qui parte la salita vera, oltre 600 metri di dislivello concentrati in pochissima distanza, anche se il sentiero fa parecchie svolte che rendono tutto più gestibile del previsto. Arrivo al Mirador de Calcilarruego, incastonato su uno sperone di roccia a quasi duemila metri che dal basso sembrava irraggiungibile, appena in tempo per vedere il sole sorgere sull'altro versante del canyon. Un'esperienza già di per sé bellissima, che vale da sola la sveglia notturna, con la pradera di Ordesa distesa proprio sotto di me e di fronte il circo di Cotatuero con la sua cascata.

Da lì il percorso prosegue lungo la Faja de Pelay, una cengia comoda e priva di passaggi esposti, quasi in piano, da cui iniziano ad aprirsi scorci sempre più ampi, la Brecha de Roland e il Taillón, e poco più avanti le tre cime chiamate le Tres Serols, il Cilindro, il Monte Perdido e il Soum de Ramond, che si stagliano una accanto all'altra a chiudere il fondo valle. Quasi tutto il dislivello positivo della giornata è ormai alle spalle, perché da qui in avanti diventa praticamente una piacevole passeggiata, quasi sempre in discesa costante e mai impegnativa, fino alla Cola de Caballo, la grande cascata che chiude il circo di Soaso e dove, complice l'alta stagione, iniziano a comparire i primi gruppi di turisti saliti dal fondovalle.

Il ritorno segue la via normale lungo il fondo della valle, tra le cascate dell'Estrecho e della Cueva, con una deviazione fino al mirador de los Bucardos sull'altra sponda del fiume, prima di rientrare alla pradera. Concludo i miei ventidue chilometri in meno di sette ore e mi rimetto sull'autobus per tornare a Torla.

E qui, sul pullman, faccio la solita osservazione di questi giorni, tutte queste signore spagnole si sono ridate il profumo pure dopo il trekking e non puzzano, profumano. Io invece ho usato il classico eau de sudór, che rimane sempre il mio inseparabile compagno di viaggio nei sentieri di montagna. A Torla faccio giusto in tempo a mordere il mio bocadillo con jamón serrano che alle 14.15 spaccate inizia il diluvio universale. E non ha ancora smesso. Domani chissà.

Album fotografico Faja Pelay e Cola de Caballo 

giovedì 13 agosto 2026

Camino del Solano, Ainsa e Torla, Pirenei

 

Sesto giorno, giornata di raccordo tra due valli. Lascio Castejón de Sos per raggiungere Torla, dove soggiornerò le prossime quattro notti, ma prima di rimettermi in macchina trovo il tempo per un piccolo trekking extra partendo direttamente dall'hotel, il Camino Solano, un anello tranquillo e piacevole nonostante il pieno agosto, quasi interamente all'ombra tranne il breve tratto lungo la strada, immerso in un ambiente rurale. Il percorso tocca l'ermita del Cueso, la cascata di Liri e l'ermita di Santa Bárbara, una mattinata gradevole per sgranchirsi le gambe prima di una giornata che sarà soprattutto di trasferimento.

Poi si parte davvero, direzione Aínsa, e il tragitto in macchina è bellissimo nonostante i 35 gradi, tra canyon e montagne che accompagnano la strada per tutto il tempo. Ad Aínsa mi fermo il tempo di visitare il piccolo centro storico, uno dei più belli e meglio conservati d'Aragona, arroccato su un promontorio alla confluenza dei fiumi Cinca e Ara. La Plaza Mayor, di origine duecentesca, con i suoi portici e le case in pietra, ha quell'aria di essere rimasta ferma nel tempo, e proprio lì mi fermo per un pranzo veloce, ovviamente con limonata e qualche pincho.

Dopo pranzo riprendo la strada per Torla, che si rivela davvero una chicca, sia il paese che l'accogliente Casa Lordán dove alloggerò. Torla è conosciuta come la porta del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido, un piccolo borgo di pietra affacciato sul fiume Ara, con vicoli stretti e case che sembrano non essere cambiate da secoli. Giro un po' per il paese e passo dall'ufficio informazioni per organizzare, salvo maltempo, il trekking di domani. E qui, mentre parlo con l'impiegato, fuori inizia a diluviare sul serio, viene giù di tutto. Resto comunque ottimista, domani partirò molto presto per sfruttare le ore migliori e il fresco della mattina, e in caso di necessità ho già in mente un piano B. Ma al di là del tempo, sono davvero entusiasta della bellezza di Torla e di tutto quello che mi circonda.

Album fotografico Camino del Solano, Ainsa e Torla 

mercoledì 12 agosto 2026

Las Tres Cascadas e Mirador Cerler, Pirenei

 

Altro giro, altra corsa, anzi altro trekking. Oggi, pur essendo tecnicamente più semplice di quello di ieri, ho alzato l'asticella sulla distanza, oltre ventidue chilometri e quasi 1.300 metri di dislivello complessivo. Anche stanotte ha piovuto un po' e stamattina, quando parto da Benasque, ci sono quindici gradi piacevolissimi, la stessa aria fresca e pulita che mi ha accompagnato ieri all'alba. La salita è costante, senza veri strappi, sia nel primo tratto da Benasque verso Cerler, passando dal Mirador del Tozal, sia proseguendo da Cerler verso le cascate.

Cerler è il paese più alto dei Pirenei aragonesi ed è il primo punto fermo della giornata, prima di dirigermi verso le Tres Cascadas, la Mascarada, l'Ardonés e la del Bom, un percorso molto turistico e ben segnato. Fortunatamente anche oggi, , non trovo la calca che spesso caratterizza questo tratto, ma becco fiumi di persone al mio ritorno, che come al solito salgono mentre io scendo. Da qui decido di allungare ulteriormente il percorso rispetto alla traccia originale che avevo preso come riferimento, spingendomi fino al Mirador de Cerler, e qui la salita si fa più ripida perché seguo la strada dritta per dritta sotto la funicolare, una vera direttissima che ripaga la fatica con una vista che vale ogni passo in più. Peccato che al rifugio abbiano solo limonata in lattina (Fanta per giunta). 

Il ritorno segue il camino di Anciles attraverso il bosco, partendo dal parcheggio del Molino, quello della stazione sciistica, più o meno parallelo al torrente Remáscaro. Si entra ad Anciles da sud est (lo so perché era scritto sulla mappa, non sono americano) , attraversando brevemente il centro storico prima di uscire verso la strada che lo collega a Benasque. 

Una giornata lunga ma di quelle che si affrontano bene, tra paesi di quota, cascate e un allungo finale fino al mirador che non era in programma ma che alla fine si è rivelato uno dei momenti migliori di tutto il percorso. La gamba c'è!

Album fotografico Las Tres Cascadas e Mirador Cerler 

martedì 11 agosto 2026

Circular Estós, Pirenei

 


Quarto giorno, e il fulcro di oggi è un trekking vero, il "circular" Estós, Ibonet de Batisielles, Ibón Grande de Batisielles, Ibón de Escarpinosa (da pronunciare come una cantilena in processione) , circa sedici chilometri con mille metri di dislivello. Ieri sera un temporale ha spazzato via un po' di afa e questa mattina, quando parto dal parcheggio di Estós, il termometro segna 13 gradi. Una vera goduria. Affronto la prima parte del percorso, lungo il fiume Estós e poi su tra i boschi verso il Ibonet, con la felpa tecnica a maniche lunghe addosso, e mi godo davvero ogni passo di questa salita iniziale, fresca e regolare. Poi il sentiero cambia carattere e diventa più rognoso, quindi meno godibile, eh eh eh.

Arrivato al primo laghetto, il piccolo Ibonet de Batisielles, incastonato tra prati verdi sotto le pareti delle Agujas de Perramó, decido di percorrere l'anello in senso antiorario seguendo le indicazioni della traccia. Salgo così fino all'Ibón Grande de Batisielles, dove arrivo davvero in solitaria. Non c'è un'anima. Solo io, i monti che circondano il lago e un silenzio di tomba. Qui il turismo è prevalentemente spagnolo, quindi mentre io scendo, loro salgono, e ci si incrocia appena a fine (mia) giornata. 

A proposito di discesa, quella che porta dal Ibón Grande all'Ibón de Escarpinosa è davvero tosta ed epica, soprattutto nel lunghissimo tratto di sfasciume, sassaia e pietrame. Non c'è più una traccia segnata, se non gli omini di pietra che devi individuare o intuire di tanto in tanto, ma tra gruppi di sassi sui sassi non è che aiutino granché a orientarsi. Scendere è reso complicato dal terreno instabile e dal caldo che nel frattempo è tornato a farsi sentire. Se qualcuno arriva su questa traccia da Wikiloc con in programma questa discesa in caso di pioggia o brutto tempo, ci pensi dieci volte prima di affrontarla. All'Ibón de Escarpinosa si arriva anche dall'altro lato, in salita, ed è probabilmente l'opzione più sensata per chi non vuole rischiare sulla pietraia. Anche questo lago merita davvero, con le sue acque che riflettono il Pico Perdiguero e i boschi di pino nero tutt'intorno.

Il ritorno al parcheggio, lungo la discesa normale che ripercorre il valico di Estós, è stato invece riposante, quasi una passeggiata dopo la sassaia. Una giornata di quelle che restano impresse, tra freddo mattutino, solitudine in quota e un po' di sana adrenalina da orientamento.

Album fotografico Circular Estós, Pirenei 

lunedì 10 agosto 2026

Castejon de Sos, Pirenei

 

Terzo giorno, terza avventura, e anche stavolta il viaggio è lungo: da Gréoux-les-Bains a Castejón de Sos si attraversa mezza Francia, ma il vantaggio è che si arriva dritti nei Pirenei senza troppi giri. Superata Tolosa il paesaggio si distende e diventa rilassante, tra colline morbide e un traffico finalmente civile dopo il delirio ligure di due giorni fa. Non faccio fatica ad attraversare il confine, facendo il portoghese: le guardie spagnole credono al mio travestimento e mi lasciano passare. Obrigado. Jack 1 - Sanchez e Meloni 0

Ho scelto Castejón de Sos come base perché costa  meno di Benasque e per i trekking che ho in programma non cambia praticamente nulla in termini di distanza. Il paese in sé non ha niente di particolare, lo giri tutto a piedi in cinque minuti, una specie di Canazei dei Pirenei, ma è conosciuto in tutta la Spagna come la culla del parapendio, con la prima scuola fondata qui nel 1985 e da allora meta di campionati nazionali e internazionali, grazie alla posizione nella valle dell'Esera e alla vicinanza con vette come l'Aneto, che con i suoi 3.404 metri è la cima più alta dei Pirenei. Quelli che credevo fossero storni, son quindi umani che volano. 

Nonostante le oltre sette ore di auto, decido di fare una breve escursione fuori programma andando a esplorare i boschi e la Roqueta, l'eremo che domina il paese da un promontorio roccioso. Praticamente nessun dislivello, e seguo per un tratto il Camino del Esera, che non ho idea di cosa sia ma era ben segnato, giusto per sgranchire le gambe, e faccio otto chilometri. Seguo in parte il percorso del fiume, ammiro i crinali che mi sovrastano e mi spavento quando un lupo mi osserva dalla collinetta. Poco dopo sento fischiare il padrone e capisco che è solo un cane.

Torno con calma al mio Hotel Pirineos, semplice, ma confortevole come un van super accessoriato.

Album fotografico Castejon de Sos, Pirenei 

10 Agosto #12

 


E siamo ancora qui, a ricordarti in questo giorno di stelle che cadono e segnano i cieli. Questa volta ne son successe davvero tante dall'ultima chiamata ufficiale che ci siamo fatti, ma so che le sai tutte e che ti sei goduto dall'alto. Sicuramente hai anche scosso il capo o avresti voluto abbracciarmi per consolarmi o stringermi per esultare. E tranchisi, ti sentivo. 

domenica 9 agosto 2026

Gole del Verdon dall'alto e Moustiers-Sainte-Marie

 

Secondo giorno, e anche stavolta la sveglia suona presto come ieri. Il nemico di oggi non sono le code ma il sole, con circa 800 metri di dislivello da smaltire e la certezza che dopo le dieci il caldo sarebbe diventato un problema serio. Quindi il mio terrore era quello di arrivare troppo tardi e beccarmi tutto il sole. Arrivo al parcheggio di Félines, deserto, che sono ancora le 7.30 del mattino, e la scelta si rivela subito quella giusta: il sole resta nascosto dietro il Col de l'Âne per tutta la salita, un regalo che a quest'ora e con queste temperature vale più di qualsiasi panorama.

Imbocco l'anello del sentiero numero 5 in senso orario, così da affrontare la salita più dolce all'andata e lasciarmi la discesa più ripida per il ritorno, quando le gambe sono già calde. Si sale tra i boschi di Félines, si tocca il Col de l'Âne a poco più di 1.090 metri, e poi si prosegue sulla cresta verso il Col de Plein Voir, oltre i 1.160 metri. Qui il sole inizia a farsi sentire, ma la vegetazione che accompagna il tratto di cresta fa ancora da schermo naturale, e io ne approfitto senza lamentarmi. La discesa verso valle si rivela più impegnativa di quanto avessi previsto, tra tratti ripidi e sassosi, ma ricompensa ogni passo con scorci sulle gole del Verdon che meritano davvero la fatica.

Torno al parcheggio dopo circa quattro ore di cammino e non lo riconosco più: da deserto che era all'alba si è riempito di auto di gente diretta al lago, anche se per un attimo mi è scappato di pensare "al mare". Mi concedo una pausa, poi risalgo su Suzukina e punto verso Moustiers-Sainte-Marie, che non è famoso per il gemellaggio con Montelupo Fiorentino  ma ha ben altri motivi: è un borgo che sembra incastrato dentro la roccia. Le gambe avrebbero anche diritto al riposo, ma non resisto e mi faccio un'altra piccola camminata fino alla terrazza panoramica, per poi salire fino alla cappella di Notre-Dame de Beauvoir, arroccata in alto sopra il paese fin dal dodicesimo secolo, da cui il borgo si vede tutto raccolto ai piedi delle rocce, con quello strapiombo che gli dà il carattere che ha reso Moustiers uno dei villaggi più fotografati della zona.

Limonata d'obbligo per rinfrescarmi, poi si riparte verso Valensole, anche se ormai la fioritura della lavanda è finita da qualche giorno e i campi che avrei voluto vedere viola sono già stati raccolti. Pazienza, resta comunque un paesaggio che vale la deviazione.

Album fotografico Gole del Verdon dall'alto e Moustiers-Sainte-Marie 

sabato 8 agosto 2026

Arrivo a Gréoux-les-Bains

 

:Sabato 8 agosto, giornata da bollino nero per chi si mette in viaggio, e infatti io sono parte in causa non possedendo ancora il modulo per il teletrasporto . Sveglia alle 6.30, direzione Provenza, con la consolazione che almeno l'orario mi avrebbe risparmiato il grosso del delirio autostradale. Fino a Genova tutto tranquillo, quasi sospetto. Poi la temperatura ha iniziato a salire e con lei, in maniera perfettamente proporzionale, le code. La Liguria mi ha regalato ore di fila che definire epiche è poco: se Nolan cercava un'ambientazione più moderna per la sua Odissea poteva prendere spunto  tra i caselli liguri d'agosto.

Sono comunque sopravvissuto e arrivato nel primo pomeriggio a Esparron de Verdon, un paesino arroccato che si affaccia su un lago turchese incastonato tra calanchi e boschi, uno di quei laghi artificiali nati negli anni Sessanta dallo sbarramento del Verdon, ma con un pedigree ben più antico alle spalle:  in centro si trovano ancora resti medievali, tra cui un castello. Peccato che io ci sia rimasto giusto il tempo di due foto, perché con 38 gradi reali e temperatura percepita da fusione nucleare non c'era verso di fermarsi più di dieci minuti senza sciogliersi sull'asfalto.

Da lì è stato un attimo arrivare a Gréoux-les-Bains, dove dormirò le prossime due notti e che ho iniziato a girare in lungo e in largo, cotto come un uovo al tegamino ma con la curiosità intatta. È  l'oasi romantica del Verdon, e passeggiando tra le viuzze del centro storico, con le case dalle porte colorate e i passaggi a volte, l'immagine calza bene. Sopra il paese domina quel che resta del castello dei Templari. 

La Provenza di agosto non è quella patinata delle cartoline con i campi di lavanda in fiore, quella stagione è già passata anche se da poco , ma il paesaggio rurale resta comunque il vero protagonista: colline pettinate da ulivi e vigne, boschi che d'improvviso lasciano il posto a pareti calcaree, un'agricoltura che qui convive da sempre con l'attività termale e che ha fatto di questa zona un riferimento per olio, vino e allevamento ovino. Il Verdon, che dà il nome a mezza regione, è il grande filo conduttore di questi giorni, tra laghi color turchese nati da dighe e gole scavate nel calcare del Giurassico, ma di quello che farò domani non dico ancora niente, perché non ho deciso con precisione quale sentiero prendere e mi piace lasciarmi ancora un margine di improvvisazione.

Dopo un buon sorbetto con limoni di Mentone e vaniglia aromatizzata a lavanda, per cena ho optato per un caratteristico Broufado de bœuf.. Ma mi hanno portato un'insalata... 

Album fotografico Arrivo a Gréoux-les-Bains 

mercoledì 5 agosto 2026

David Weber - Il Cadetto Harrington

 

Autore: David Weber
Anno: 2001
Titolo originale: Ms. Midshipwoman Harrington
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 180

Trama del libro e quarta di copertina:
Prima di salvare la Galassia, lei era soltanto il guardiamarina Harrington, poi l'incontro con "pirati" che erano molto più di quanto sembrassero diede inizio alla brillante carriera di "Honor" Harrington.

Commento personale e recensione:

Il cadetto Harrington di David Weber è arrivato nella mia rassegna di letture Delos attraverso l'antologia "I signori della guerra", una raccolta che mette insieme tre romanzi brevi inediti di autori specializzati in fantascienza militare, curata da Bill Fawcett e uscita originariamente nel 2002 con il titolo "The Warmasters". Si tratta del primo capitolo, in ordine cronologico, della lunghissima saga di Honor Harrington, la protagonista che negli Stati Uniti conta ormai oltre una decina di romanzi e milioni di copie vendute, ma che da noi, purtroppo, resta ancora poco tradotta.

La storia segue il primo imbarco della giovane guardiamarina Honor Harrington sull'incrociatore pesante manticoriano War Maiden, tra un carico di lavoro durissimo e l'ostilità di un ufficiale superiore che sembra averla presa di mira fin da subito, fino allo scontro con dei sedicenti pirati che si rivelano essere qualcosa di ben più grande e pericoloso. Più di una volta, leggendo, ho avuto la sensazione che l'impianto fantascientifico fosse più che altro una cornice, uno sfondo su cui Weber innesta una storia che avrebbe potuto funzionare quasi identica in qualunque epoca o ambientazione, storica compresa.

Quello su cui l'autore punta davvero è l'aspetto umano: le dinamiche psicologiche, i rapporti di potere, il senso del comando e i meccanismi politici e gerarchici all'interno di una marina spaziale che, nello spirito, richiama molto da vicino le marine militari del passato. Sono queste riflessioni, più che l'ambientazione futuristica in sé, a reggere il romanzo, e lo fanno con una scrittura solida e ben calibrata. Detto questo, Weber non si limita a usare la fantascienza come semplice tappezzeria: le descrizioni della vita di bordo e soprattutto della battaglia finale sono scritte con mano sicura, e si vede la competenza di un autore che della fantascienza militare ha fatto il suo terreno di elezione.

Nel complesso un buon inizio di saga, capace di far intuire perché il personaggio di Honor Harrington abbia poi avuto una carriera editoriale così lunga e fortunata, anche se qui in Italia, almeno per ora, resta un assaggio isolato di un universo molto più ampio.

martedì 4 agosto 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 4]

 


Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2021
Episodi: 10
Stagione: 4
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Finita anche la quarta stagione di The Handmaid's Tale, vista pure questa in tempi record. Devo però dire una cosa che forse stupirà chi ha seguito i pezzi precedenti: è quella che, fin qui, mi è piaciuta meno. La storia era già stata allungata parecchio anche nelle stagioni precedenti, ma qui almeno si può assistere a una conclusione giusta e, quasi, completa di un lungo arco narrativo. Uso il condizionale perché lo sappiamo tutti che poi si continua, ma come chiusura di un ciclo funziona.

Da qui in poi faccio alcuni spoiler, tanto chi arriva a leggere questo pezzo su VER credo difficilmente non abbia già visto la quarta stagione.

June qui è cambiata moltissimo. Oltre a evitare in maniera quasi sistematica ogni tipo di punizione capitale, nonostante le mille occasioni in cui Gilead avrebbe tutto il diritto e la voglia di farla fuori, continua imperterrita a scappare, a ribellarsi, a colpire. È molto più vendicativa rispetto alle stagioni precedenti, ma anche decisamente più capace, quasi come se nella prima parte della stagione fosse una sorta di Sarah Connor, quella scattante e quasi indistruttibile di Terminator, e nella seconda parte si trasformasse in una specie di Churchill, tutta strategia fredda e determinazione da leader in tempo di guerra. Un cambio di passo notevole rispetto alla June più vulnerabile e reattiva delle prime stagioni.

Questa volta gli episodi sono solo dieci, contro i tredici delle due stagioni precedenti, e nonostante in questi dieci episodi succeda oggettivamente più che nelle altre stagioni messe insieme, il mordente complessivo non è alto quanto mi aspettavo. È come se la quantità di eventi non riuscisse sempre a tradursi in intensità emotiva paragonabile a quella delle stagioni precedenti, forse proprio per l'accelerazione impressa al personaggio di June, che perdendo un po' di fragilità perde anche, inevitabilmente, un po' di quella tensione empatica che mi teneva incollato allo schermo.

Il momento che comunque resta impresso più di tutti è la resa dei conti finale con Fred Waterford,quello in cui June, insieme alle altre ex ancelle, si prende letteralmente la sua vendetta nel bosco, fuori da ogni logica di giustizia formale. Una scena durissima, difficile da guardare, ma che chiude simbolicamente un cerchio aperto fin dal primo episodio della prima stagione, restituendo a June un potere che le era stato negato per troppo tempo.

Nonostante le mie riserve su questa quarta stagione, ci son rimasto sotto lo stesso e procederò sicuramente con la quinta. Nel complesso resta una serie tv davvero bella, di quelle che ti restano addosso anche quando l'episodio finisce, e che continuano a farti pensare a quanto sottile possa essere il confine tra il mondo che conosciamo e quello di Gilead.

lunedì 3 agosto 2026

Queen - The Game

 

Artista: Queen
Anno: 1980
Tracce: 10
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Torniamo adesso sui Queen. Con loro era così, a metà anni Novanta per me: qualsiasi cosa portasse la firma di Mercury e compagni aveva un posto garantito nella collezione, senza bisogno di troppa analisi. The Game  non fa eccezione, e lo tengo in collezione con affetto anche sapendo che non è il loro disco più ispirato.

È un disco di svolta, e si sente. Per la prima volta, mi suggerisce VIKI, nella loro carriera i Queen usano un sintetizzatore (un Oberheim OB-X), abbandonando quella scritta "No synthesizers!" che aveva campeggiato sulle copertine dei lavori precedenti come un punto d'onore. Cambia anche il look, con Mercury che si presenta nei video con capelli corti e baffi in quello che diventerà il suo look definitivo. È l'inizio degli anni Ottanta, e la band lo sa: il suono si fa più diretto, più radiofonico, con singoli costruiti per arrivare ovunque. I puristi storsero il naso; il pubblico rispose comprando dischi. Io, circa tre lustri dopo, facevo parte di quel pubblico. 

Crazy Little Thing Called Love è rockabilly puro, scritta da Mercury in dieci minuti nella vasca da bagno dell'hotel Bayerischer Hof di Monaco di Baviera (non ero lì, ma VIKI sì) : primo numero uno negli Stati Uniti per la band. Another One Bites the Dust, scritta dal bassista John Deacon su un giro funk che ricordava da vicino certi Chic di Nile Rodgers, rischiò di non entrare nella tracklist perché Roger Taylor la trovava troppo lontana dal suono Queen; fu Michael Jackson in persona, che aveva frequentato gli studi durante le registrazioni, a convincere la band a pubblicarla come singolo. Vendette sette milioni di copie. Play the Game è la ballata più melodica, con Mercury al piano, mentre Save Me chiude il disco nel modo più malinconico e riuscito.

Non è il loro disco più ambizioso né quello con la scrittura più alta, e la seconda metà scivola senza particolari picchi. Ma ha due singoli immortali, un paio di ballate riuscite, e soprattutto ha quella voce che a metà anni Novanta bastava da sola a giustificare qualsiasi acquisto. Alcune cose non cambiano.

sabato 1 agosto 2026

TIMVISION con DAZN MyClubPass e Prime

 
Eh, ebbene sì. Anche quest'anno ci riprovo con un abbonamento per vedere qualche partita della Juventus. Ho approfittato dell'attuale offerta di TIM (la potete attivare fino al 9 settembre) per linea fissa. Ce ne è una simile per linea mobile, ma è limitata alla sola fruizione via smartphone. Quindi per avere più comodità ho scelto questa che comprende DAZN MyClub Pass, Amazon Prime Video e Infinity+ (e ovviamente TIMVISION Play) 

Quindi e siete tifosi di una sola squadra di Serie A, TIM ha lanciato un'offerta che potrebbe essere una delle più interessanti della stagione. 

Ho letto le condizioni economiche e contrattuali per capire come funziona davvero, al di là dello slogan pubblicitario. Ecco i punti più importanti.

Cosa comprende l'offerta

Con un unico abbonamento si ottengono:

  • DAZN MyClub Pass, che permette di seguire tutte le partite di una squadra di Serie A a scelta;
  • Amazon Prime, con tutti i vantaggi del servizio (Prime Video, spedizioni rapide, ecc.);
  • Infinity+, con film, serie TV e la miglior partita del mercoledì di UEFA Champions League;
  • TIMVISION Play.

Il prezzo

L'offerta è proposta in promozione a 9,99 euro al mese per il primo anno. Poi passa a 29,99€ al mese per il secondo. 

Si tratta di un prezzo decisamente competitivo considerando tutti i servizi inclusi, soprattutto per chi non è interessato a seguire l'intero campionato ma soltanto la propria squadra.

Attenzione: è un contratto annuale

Questo è probabilmente l'aspetto più importante.

L'offerta non è un classico abbonamento mensile che si può interrompere in qualsiasi momento senza conseguenze. Il contratto ha infatti durata annuale e viene pagato tramite rate mensili.

Se si decide di recedere prima della fine dei dodici mesi, si continueranno comunque a pagare tutte le rate previste fino al termine dell'annualità.

Posso fare solo il primo anno?

Sì.

Al termine dei dodici mesi l'offerta si rinnova automaticamente, ma è possibile evitare il rinnovo inviando la disdetta almeno 15 giorni prima della scadenza annuale.

In questo modo si usufruisce dell'offerta per una sola stagione calcistica senza proseguire con il secondo anno.

Il decoder TIMVISION è obbligatorio?

No.

Molti pensano che sia necessario utilizzare il TIMVISION Box, ma non è così. Il decoder può essere tranquillamente non richiesto e tutti i contenuti possono essere fruiti attraverso le app ufficiali disponibili per:

  • Smart TV;
  • smartphone Android e iPhone;
  • tablet;
  • PC;
  • Fire TV Stick;
  • Chromecast;
  • Apple TV e altri dispositivi compatibili.

Posso guardare le partite anche fuori casa?

Assolutamente sì.

Una volta attivato l'account DAZN, è possibile accedere anche dall'app per smartphone o tablet e vedere le partite ovunque ci sia una connessione Internet, sia tramite rete Wi-Fi sia utilizzando i dati mobili.

Non è necessario essere collegati alla linea TIM di casa.

Ovviamente ci sono da tenere in considerazione i limiti riguardanti la fruizione contemporanea del servizio. Possiamo usare un solo device per volta. 

Vale la pena?

Per chi segue esclusivamente la propria squadra di Serie A, questa promozione è probabilmente una delle più convenienti attualmente disponibili.

Con meno di dieci euro al mese si ottengono infatti DAZN MyClub Pass, Amazon Prime, Infinity+ e TIMVISION Play, con la possibilità di vedere le partite anche fuori casa e senza alcun obbligo di utilizzare il decoder TIMVISION.

L'unico vero elemento da tenere presente è il vincolo annuale: se si decide di aderire, è consigliabile sfruttare l'offerta per tutta la stagione e ricordarsi di inviare la disdetta almeno quindici giorni prima della scadenza, qualora non si voglia rinnovare automaticamente per un altro anno.

Per il resto, soprattutto al prezzo promozionale di 9,99 euro al mese, si tratta di una proposta decisamente interessante per molti tifosi.



Daniel Keyes - Fiori Per Algernon

 

Autore: Daniel Keyes
Anno: 1966
Titolo originale: Flowers For Algernon
Voto e recensione: 4/5
Pagine: 296
Acquista su Amazon 

 Trama del libro e quarta di copertina:
 Algernon è un topo, ma non un topo qualunque. Con un'audace operazione, uno scienziato ha triplicato il suo QI, rendendolo forse più intelligente di alcuni esseri umani. Di certo più di Charlie Gordon, che fino all'età di trentadue anni, ha vissuto nella dolorosa consapevolezza di non essere molto... sveglio. Ma cosa succederà quando la stessa operazione verrà effettuata su Charlie? Quale sorte accomunerà la sua esistenza e quella del fedele amico Algernon?
Fiori per Algernon è ormai considerato uno dei grandi romanzi del XX secolo, un capolavoro della narrativa di anticipazione: il diario di un uomo che «voleva soltanto essere come gli altri», un romanzo definito dal New York Times «magistrale e profondamente toccante», un'opera che ha ispirato film, serie televisive, musical, che ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula e ha venduto oltre cinque milioni di copie nel mondo.
 
Commento personale e recensione:
"Fiori per Algernon" l'ho preso quasi per caso in libreria pochi giorni fa, l'ho notato sullo scaffale e l'ho comprato lì per lì, senza troppi pensieri perchè sapevo già che si trattava di un cult. Il racconto breve di Daniel Keyes lo avevo letto tantissimi anni fa, ma l'avevo praticamente dimenticato del tutto, e in generale sono sempre stato uno che apprezza di più i romanzi lunghi e ben strutturati rispetto ai racconti brevi. Il romanzo che ho appena finito nasce infatti come ampliamento di quella storia originale del 1959, che valse a Keyes il premio Hugo, mentre la versione estesa del 1966 vinse poi il Nebula.
È un romanzo fragile e insieme straziante, di quelli che lasciano il segno. La cornice fantascientifica non è mai il vero fulcro della storia, ma solo lo strumento attraverso cui Keyes scava a fondo nella psiche del protagonista e nel modo in cui la società tratta chi considera diverso. Non si limita a suscitare empatia verso Charlie: costringe chi legge a riconoscere in lui una parte di sé, quel bambino fragile e silenzioso che continua a osservarci da un angolo della nostra memoria, ancora impegnato, senza saperlo, a inseguire l'approvazione di un passato che non lo ha mai davvero accolto.

Nella parabola che il protagonista attraversa, tra crescita e caduta, il libro mostra con lucidità come la conoscenza, l'arte e la cultura possano dare senso e ricchezza alla vita, ma restino strutture vuote se non sono attraversate dal calore e dall'affetto di un'altra persona. La gentilezza e la fiducia di Charlie vengono continuamente calpestate da un mondo che lo deride o lo tratta come un semplice caso da studiare, con solo qualche rara eccezione capace di commuovere davvero.

Fa male pensare a quanto il diventare adulti, il maturare, somigli spesso a uno scambio ingiusto, dove si cede la purezza di un tempo in cambio di una lucidità che ci lascia esposti e indifesi. Ed è proprio in quella vulnerabilità che ogni traguardo raggiunto con la mente, ogni fatica dell'animo, mostra la sua vera natura: il segno di un bisogno d'amore che appartiene a chiunque, senza eccezioni.

Charlie Gordon, insieme al suo Algernon, non è rimasto nella mia memoria come un semplice personaggio di un libro, ma quasi come una persona reale. Credo che ciascuno di noi, a modo suo, sia un po' Charlie Gordon: sempre impegnato a far pace con quello che è stato e quello che vorrebbe diventare, sempre alle prese con un mondo non sempre accogliente, con la sola speranza di arrivare alla fine del percorso conservando ancora abbastanza tenerezza da fermarsi a lasciare un fiore.

Ho chiuso l'ultima pagina e mi sono accorto di avere gli occhi lucidi.

venerdì 31 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 3]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2019
Episodi: 13
Stagione: 3
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Finita anche la terza stagione di The Handmaid's Tale, e ormai devo ammetterlo: ci sono rimasto sotto. Non riesco più a farne a meno, e ogni volta che chiudo un episodio mi ritrovo già a pensare al prossimo. È evidente che June resti in scena (o meglio in Gilead) per pura volontà di sceneggiatura, per allungare la storia oltre i confini naturali che il romanzo le aveva dato, eppure nonostante questa consapevolezza tutto prende una piega talmente accattivante da farmi passare sopra volentieri all'espediente narrativo.

Non si abbassa affatto l'asticella della pesantezza. Le violenze fisiche e psicologiche continuano a scorrere senza sconti, così come il senso di oppressione claustrofobica generato dal regime teocratico. Se nelle prime due stagioni c'era ancora spazio per un minimo di respiro tra un episodio e l'altro, qui la tensione resta costante, quasi soffocante, e proprio per questo funziona: non permette mai allo spettatore di abituarsi troppo a Gilead, di considerarlo normale.

Per mio puro piacere personale, quello di scoprire pian piano sempre più dettagli sul mondo che circonda la vicenda, questa stagione è stata generosa. Emergono nuovi indizi su Gilead, sul Canada che accoglie i profughi e fa da base per la resistenza, e persino su cosa resti effettivamente degli Stati Uniti dopo il collasso. Ho pure fatto una foto a una cartina geopolitica visibile per pochi secondi durante una scena, di quelle immagini che se ti distrai un attimo ti perdi per sempre. E in effetti non sono l'unico ad averla notata: la produzione stessa, proprio in coincidenza con questa terza stagione, aveva condiviso una mappa ufficiale dei territori contesi di Gilead, la stessa che si può intravedere fuori fuoco anche in una scena  nello studio di un Comandante. Serve proprio a dare finalmente una collocazione più precisa a questo mondo, con la parte orientale degli Stati Uniti sotto il controllo diretto di Gilead, ampie zone del Midwest e del Sud ancora terreno di scontro attivo tra le forze del regime e quel che resta dell'esercito americano, e sacche di resistenza organizzata nel New England, oltre naturalmente al governo legittimo rifugiato in Alaska.

La figura di June mi piace, anche se percepisco che stia evolvendo forse un po' troppo nella direzione dell'eroina, quasi un simbolo vivente della resistenza più che una donna reale alle prese con scelte impossibili. Ma può darsi che quello che leggo come spavalderia sia in realtà dettato da pura disperazione, dal non avere più nulla da perdere dopo tutto quello che le è stato tolto. È una lettura che mi convince più della prima, a pensarci bene: chi ha visto morire davanti a sé le persone che ama e ha perso ogni certezza sul futuro delle proprie figlie smette a un certo punto di calcolare il rischio nel modo in cui lo farebbe una persona con ancora qualcosa da salvaguardare. Nonostante appunto una spinta nel rimanere sia dettata dalla volontà (disperata) di portare via anche Annah.. 



giovedì 30 luglio 2026

I Dominatori Dell'Universo (1987)

 

Regia. Gary Goddard
Anno: 1987
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB (5.4)
Pagina di I Check Movies
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Mi sono finalmente visto quello "originale" del 1987. Non mi ci ero mai avvicinato, meno male perché probabilmente mi avrebbe traumatizzato la crescita, e ne ho approfittato adesso perché su Prime Video lo tolgono dal catalogo proprio domani sera. Decisamente indegno rispetto a quello del 2026 di cui ho scritto qualche giorno fa, che come sappiamo non è certo un capolavoro. Ma il suo lo fa. Questo del 1987 invece risente troppo di un budget inadeguato, ventidue milioni di dollari che al botteghino ne sono tornati indietro appena diciassette, e di una produzione fin troppo casereccia, diretta da Gary Goddard con Dolph Lundgren nei panni di He-Man e Frank Langella sotto la maschera di Skeletor.

La sceneggiatura non risulta per niente vicina ai personaggi; sono davvero pochi quelli della linea Mattel messi in scena, con una serie di libertà esagerate. He-Man usa più i fucili laser che la spada, quasi tutto si svolge sulla Terra invece che su Eternia, molte situazioni sembrano scopiazzate addirittura da Star Wars, i dialoghi fanno pena. Anche Courteney Cox, anni prima di diventare Monica di Friends, non riesce a salvare granché in un ruolo così scritto male.

Insomma davvero evitabile, se non fosse per la curiosità storica  e per il fascino un po' involontario di certe scelte tanto naif quanto sincere. Ma tra i due film, se dovessi consigliarne uno solo, la scelta è scontata.

mercoledì 29 luglio 2026

Masters Of The Universe (2026)

 

Regia: Travis Knight
Anno: 2026
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 


 

Sono un figlio degli anni Ottanta, quindi per me gli Imén, mica li chiamavo Masters, erano un vero cult. Avevo quasi tutti i personaggi in action figure, castello di Grayskull compreso (ne avevo pure parlato tempo fa in un articolo sui giochi dell'infanzia). Guardavo i cartoni e leggevo i mini fumetti a corredo delle confezioni. I miei preferiti erano sempre i cattivi, anche se poi nei giochi di fantasia in camera mia non c'erano vere fazioni, tutti quanti, Skeletor compreso lottavano per un unico obiettivo: farmi divertire per un pomeriggio intero.

Torniamo al film però. Ho passato abbondantemente i quaranta, quindi non mi è venuta voglia di gridare "per il potere di Grayskuuuull" davanti allo schermo, ma la visione è stata comunque piacevole. L'effetto nostalgia ha avuto la meglio sugli aspetti negativi che un film del genere può portarsi dietro. 

È una boiata? Senza dubbio. Ma fatta bene. Simpatica, forse un po' troppo calcata in alcune gag, ma strizza l'occhio a una trama volutamente puerile in cui puoi riconoscere praticamente tutti i personaggi della serie originale. Qui He-Man è un po' troppo legato al lato bonaccione di Adam, però ci sta che si sia voluto sviluppare un solo protagonista invece di disperdersi su due identità. Un po' dubbioso sulle parti ambientate nel mondo reale, che fortunatamente sono poche, mentre ho apprezzato il bombardamento di CGI nella parte fantasy e fantascientifica di Eternia. Anche i costumi sono coerenti e pure come vengono rappresentati i vari coprotagonisti. Secondo me il lavoro è stato abbastanza epico su questo lato, cattivi in primis.

Colonna sonora cool, che sa quando calcare la mano epica e quando lasciar respirare le scene più leggere. E che altro dire: lo consiglio a chi vuole sorridere per due ore con la piena consapevolezza di guardare un film che probabilmente non dirà ai quattro venti di aver apprezzato.

martedì 28 luglio 2026

Marilyn Manson - Smells Like Children

 

Artista: Marilyn Manson
Anno: 1995
Tracce: 16
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con Marilyn Manson ero parecchio titubante. Il personaggio, ancora prima della musica, era costruito apposta per spaventare: il nome che unisce quello di due icone americane agli antipodi, il trucco pesante, le provocazioni continue, le accuse di ogni tipo che gli piovevano addosso dai benpensanti americani, figuriamoci nella piccola Italia. Non era esattamente il tipo di artista che uno come me, abituato al metal classico e all'hard rock, avrebbe cercato spontaneamente.

Poi arrivò Sweet Dreams in televisione, alla radio, ovunque , e la storia cambiò. Il video, , era disturbante nel modo giusto: quella melodia degli Eurythmics del 1983 trasformata in qualcosa di più lento, più cupo, più minaccioso. Manson ha raccontato che l'idea di coverizzarla gli era venuta durante il suo primo trip acido; il risultato è uno di quei casi in cui la versione cover supera quasi l'originale, o quantomeno la affianca con dignità piena. C'è una cura nella costruzione del suono che va ben oltre il semplice arrangiamento heavy.

Quello che tecnicamente ho tra le mani è un EP, non un album vero e proprio: Smells Like Children è una raccolta di cover, remix e qualche originale, pubblicata tra il debut Portrait of an American Family e il successivo Antichrist Superstar. Oltre a Sweet Dreams ci sono una versione di I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins (trasformata in un incubo lisergico e poi finita nella colonna sonora di Lost Highway di Lynch) e qualche remix e brano sperimentale di diverso livello. Non tutto funziona allo stesso modo: alcune tracce sono più esperimenti di studio che canzoni vere, e certe scelte sono chiaramente fatte per provocare più che per convincere musicalmente.

La sorpresa, comunque, è stata che Manson non mi sembrava poi così estremo. Non conoscendo bene l'inglese i testi non arrivavano a colpirmi nel modo in cui probabilmente erano pensati; e musicalmente, per qualcuno che aveva già digerito metal classico, hard rock pesante e qualche incursione nel nu metal, non era esattamente roba da tapparsi le orecchie. Più industrial e più elettronico di quello a cui ero abituato, certo, ma non il muro invalicabile che il personaggio lasciava immaginare. Quasi una delusione, in senso positivo.

lunedì 27 luglio 2026

Marcello Simoni - L'Isola Dei Monaci Senza Nome

 

Autore: Marcello Simoni
Anno: 2013
Titolo originale: L'Isola Dei Monaci Senza Nome
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 390
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Il 2 luglio 1544 l’armata del corsaro ottomano Khayr al-Din Barbarossa mette sotto assedio le coste dell’isola d’Elba.
Lo scopo è liberare il figlio di Sinan il Giudeo, suo generale delle galee, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Il vero interesse del corsaro non è però il giovane, bensì il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan è infatti l’ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare le basi della fede cattolica. Ma il Rex Deus è stato occultato per oltre quindici secoli ed entrarne in possesso sarà tutt’altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un’antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della Loggia dei Nascosti, intenzionata a mettere le mani su quell’antico segreto…

Commento personale e recensione:
Sono arrivato a "L'isola dei monaci senza nome" di Marcello Simoni in un modo un po' curioso: Zizzi mi ha chiesto se conoscessi questo autore, noto per i suoi romanzi di avventura storica, e così mi sono messo a cercare un suo titolo che non facesse parte di una delle tante saghe che ha scritto nel corso degli anni. La scelta è caduta su questo, e la sorpresa più grande è arrivata fin dalle prime pagine, quando ho scoperto che le vicende si svolgono proprio nei nostri mari e sulle nostre coste: Piombino, Portoferraio, Rio Elba, il Volterraio, Castiglione della Pescaia, Talamone, il Giglio e, naturalmente, Montecristo.

La storia parte da un fatto storico reale, l'assedio dell'isola d'Elba del luglio 1544 da parte del corsaro ottomano Khayr al-Din Barbarossa, che aveva come obiettivo la liberazione del figlio di Sinan il Giudeo, suo generale delle galee, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Da qui Simoni costruisce una trama avventurosa che segue il giovane, in bilico tra le sue origini cristiane e quelle musulmane del padre, alla ricerca di un segreto antichissimo custodito da un misterioso ordine templare, tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali.

Come romanzo d'avventura funziona bene: si vede la mano di chi sa gestire ritmo e ambientazione storica, e l'uso di personaggi e avvenimenti realmente accaduti aggiunge un buon livello di credibilità a tutto l'impianto narrativo. Il mistero alla base della vicenda, però, il famoso segreto che tutti cercano, non mi ha lasciato quello stupore o quella curiosità che avrei sperato: resta più che altro un pretesto per far muovere i personaggi lungo la trama, senza avere davvero la forza di sorprendere il lettore.

Nel complesso resta comunque un buon romanzo di intrattenimento, capace di intrattenere piacevolmente grazie soprattutto al fascino di ritrovare luoghi che conosco bene trasformati in scenario di un'avventura del sedicesimo secolo.

domenica 26 luglio 2026

Tramonto a Roccatederighi

 

Allerta meteo arancione in tutta la Toscana... Così ci avevano raccontato, ma almeno da noi ha fatto 3,14 gocce e un po' di vento che cambia direzione con regolarità. Mare mosso un po' ovunque, quindi dopo aver osservato e scartato qualche spiaggia si opta per Salivoli. Giusto per fare come i vecchi che guardano al passato e si lamentano di come fosse prima.. Ovviamente meglio e più bella. Per il pomeriggio però accetto l'invito gradito per una mini escursione al tramonto ai massi di Roccatederighi. Non è dietro l'angolo, ma il viaggio in Maremma vale la candela. Piccolo giro al paese vecchio, che è decisamente vivo e con molti tedeschi e poi salita alla rocca. Ci abbarbichiamo sui massi per godere a trecentosessanta gradi del panorama sottostante. Aspettiamo che il sole cali e si nasconda con uno spumante Ribolla Gialla proprio estratto a km 0 e ci godiamo il nuovo spettacolo.

Album fotografico Tramonto a Roccatederighi 

sabato 25 luglio 2026

Elisabetta Vernier - Clipart

 

Autore: Elisabetta Vernier
Anno: 2003
Titolo originale: Clipart
Voto e recensione: 1/5
Pagine: 164
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Qual è il terribile segreto celato nella clip video che minaccia di distruggere la reputazione di David Xander, il più ammirato uomo d'affari della City, bello come una rockstar e ricco come pochi al mondo? Deve scoprirlo Alexandra Hill, la sua responsabile della sicurezza, in una caccia senza tregua attraverso la Periferia e le Wastelands sulle tracce di un misterioso ricattatore. Intorno a lei si muovono personaggi curiosi e indimenticabili, come Rue la ragazza hacker, gli squinternati Faxer, i nomadi del deserto radioattivo e Candy la bomba sexy.

Commento personale e recensione:
Sono arrivato a "Clipart" di Elisabetta Vernier, romanzo che ha vinto il Premio Italia nel 2004 e che è stato poi riproposto da Delos nella collana Odissea Fantascienza, e devo dire che il cyberpunk, purtroppo, è un genere che invecchia parecchio male. Quello che negli anni novanta o nei primi duemila poteva sembrare originale, oggi rischia di apparire già visto, un po' come capita a certi effetti speciali che al cinema, con il passare del tempo, perdono tutto il loro fascino.

La storia segue Alexandra Hill, guardia del corpo di un ricco uomo d'affari, alle prese con la ricerca di chi lo sta ricattando con un video compromettente, in una città degradata e in un mondo ambientalmente compromesso, tra Periferia e Wastelands. Il problema è che ho trovato la struttura della trama piuttosto acerba e debole, con uno sviluppo che fatica a reggersi su basi solide e che lascia la sensazione di un'impalcatura non del tutto rifinita.

Anche l'ambientazione, che dovrebbe essere il punto di forza di ogni romanzo cyberpunk che si rispetti, qui non brilla: è piena di luoghi comuni già visti e rivisti in decine di altre opere del genere, città degradate, innesti cibernetici, un'estetica che richiama fumetti e manga senza però aggiungere granché di nuovo al filone. Stessa cosa per i personaggi: si percepisce la volontà dell'autrice di dare centralità al mondo femminile, con una protagonista donna e diverse figure femminili attorno a lei, ma il risultato non riesce a essere del tutto convincente, restando personaggi poco strutturati e privi della profondità che avrebbero meritato.

Nel complesso una lettura veloce, ma che non lascia il segno quanto altri titoli della stessa collana.

giovedì 23 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 2]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2018
Episodi: 13
Stagione: 2
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Finita anche la seconda stagione di The Handmaid's Tale, in una sorta di gara a chi la terminava prima con La Volpe. L'ho vinta io, va detto, ma non senza fatica: l'inizio non è stato semplice, con un ritmo se possibile ancora più lento di quello, già compassato, della prima stagione. Dal sesto episodio in poi però c'è una piacevole accelerata, e i miei tre preferiti sono proprio gli ultimi, quelli in cui tutto quello che si era accumulato lentamente finalmente esplode. Questa stagione si compone di tredici episodi, tre in più della prima, e servono tutti per raccontare quanto Gilead sappia essere marcio anche nei dettagli apparentemente minori. Tra i volti nuovi c'è una giovanissima Sydney Sweeney, all'epoca ventenne, prima del successo di Euphoria o del grande schermo che l'avrebbe consacrata negli anni successivi. Interpreta Eden, quindicenne cresciuta come vera credente del regime, data in sposa a Nick praticamente ancora adolescente. Il suo personaggio non ha un peso enorme sulla trama principale, ma la parabola che le viene riservata, dall'entusiasmo ingenuo per il matrimonio fino alla fine tragica per essersi innamorata di un altro ragazzo, resta una delle cose più amare della stagione, proprio perché mostra come il sistema riesca a divorare anche chi ci crede sinceramente. Il personaggio di Serena (Hannah di Dexter) ha alti e bassi che, secondo me, tradiscono un po' la mano degli autori nel tentativo di renderla più simpatetica al pubblico, di darle sfumature che la rendano meno odiosa senza però mai davvero assolverla. Un lavoro di cesello che a tratti funziona e a tratti si sente fin troppo, come se si cercasse un compromesso tra la voglia di mostrarla vittima a sua volta del sistema e la necessità di non farla sembrare innocente. Resto comunque della mia idea di fondo: in questa serie le mogli e le zie sono gli esseri più spregevoli in assoluto. Non subiscono soltanto il sistema, lo accettano e vi partecipano attivamente, tenendo ferme le ancelle durante le cerimonie, cioè durante gli stupri di Stato, ma non solo quello. Sono parte integrante e consapevole della macchina malata di Gilead, e questo le rende, ai miei occhi, ancora più colpevoli dei Comandanti che quel sistema lo hanno inventato. June, dal canto suo, dimostra sempre una forza e una determinazione che la rendono il centro indiscutibile della narrazione. Devo però dire che la sceneggiatura, anche nelle sue fughe, tende ad aggiustare un po' troppo facilmente il "ritorno in famiglia", quasi fosse una parentesi che si richiude senza lasciare troppe cicatrici narrative. Capisco l'esigenza di far proseguire la storia, ma certe soluzioni sembrano scorciatoie più che sviluppi organici, e un po' mi stonano rispetto alla cura con cui viene costruito il resto. Tra i miei interessi principali in una storia come questa c'è sempre quello di scoprire piano piano di più sul mondo che sta attorno alla vicenda principale, sia Gilead che quello che resta all'esterno. In questa stagione questo avviene, ma solo in piccola parte. Qualche squarcio in più sulla vita fuori dai confini del regime, qualche dettaglio sul funzionamento interno del potere, e li apprezzo tutti, ma resto con la sensazione di grattare ancora solo la superficie di un mondo che avrebbe tanto altro da raccontare. Spero che le prossime stagioni allarghino un po' di più lo sguardo, perché è proprio quella cornice più ampia a rendere davvero credibile e inquietante una distopia. Peccato per gli ultimi sessanta secondi della stagione...

Il pisolino pomeridiano

 


C'è un momento della giornata, d'estate soprattutto, in cui l'unica cosa sensata da fare è arrendersi. Finito il primo turno, con il sole che picchia e l'aria che sembra uscita da un forno, non esiste impegno, commissione o buona intenzione che regga il confronto con il letto. Neanche andare al mare è sempre la più buona delle idee. Così negli ultimi mesi mi sono ritrovato a spostare tutta la mia vita attiva più tardi: niente più palestra, pausa estiva , ma corsa nel tardo pomeriggio o la sera, quando il caldo molla un po' la presa e si può respirare senza sentirsi in un sauna. E in mezzo, tra il turno e la corsa, ci sta lui: il pisolino, che nei mesi caldi smette di essere breve e diventa una faccenda seria, un'ora e mezza, a volte due.

Il calo di energia del primo pomeriggio non è un difetto di carattere, è scritto nel nostro orologio circadiano, che tra l'una e le quattro produce un naturale abbassamento di vigilanza indipendente da quanto abbiamo dormito la notte prima. La cosa buffa è che noi italiani questa verità l'avevamo capita per intuito molto prima che la scienza la certificasse con l'elettroencefalogramma, solo che l'abbiamo chiamata pisolino e ce ne siamo un po' vergognati, complici decenni di cultura aziendalista anglosassone che ci ha convinti che dormire di giorno sia da fannulloni.

Il caso più citato, quello che ha reso rispettabile il pisolino anche agli occhi dei più scettici, arriva dalla NASA, che negli anni novanta studiò i piloti durante i lunghi voli intercontinentali. Ai piloti veniva data una finestra di quaranta minuti per riposare in cabina, e in media si addormentavano per circa ventisei minuti. Il risultato fu che chi si concedeva questo pisolino mostrava un miglioramento della prontezza di attenzione fino al cinquantaquattro per cento e della performance sul lavoro di circa un terzo, rispetto a chi restava sveglio tutto il turno. Considerando che parliamo di gente che deve far atterrare un aereo, non è un dettaglio da poco.

Qui però va fatta una distinzione che mi riguarda da vicino, perché io d'estate raramente mi fermo ai fatidici venti minuti. Il sonno si articola in cicli di circa novanta minuti ciascuno, e nei primi venti-trenta minuti si resta nelle fasi leggere, quelle che rigenerano la mente senza scivolare nel sonno profondo. Se ci si sveglia proprio in quella fase profonda, a metà di un ciclo, si prova la cosiddetta inerzia del sonno: quella sensazione di essere stati tirati fuori da un pozzo, con la testa impastata per la mezz'ora successiva. Il trucco, quando il caldo e la stanchezza chiedono più di un quarto d'ora, è allora arrivare a completare uno o due cicli interi, cioè attorno ai novanta o ai centottanta minuti, così ci si sveglia comunque a fine ciclo e non nel mezzo. Non è un caso che le mie ore e mezza o due di sonnellino estivo, che a un osservatore esterno sembrano un eccesso, dal punto di vista della fisiologia del sonno hanno più senso di un pisolino di quaranta minuti lasciato a metà.

Detto questo, vale la pena essere onesti sui limiti della faccenda. Un conto è concedersi ogni tanto un recupero lungo nei giorni più torridi, un altro è farne un'abitudine quotidiana per tutto l'anno: alcuni studi hanno collegato i sonnellini lunghi e frequenti a un rischio cardiovascolare maggiore, oltre al fatto che dormire troppo a lungo di pomeriggio può rubare pressione al sonno notturno, soprattutto per chi già fatica ad addormentarsi la sera. Nel mio caso il fatto di spostare la corsa a sera tardi aiuta proprio a smaltire quell'energia in eccesso e a ritrovare la stanchezza giusta per dormire bene la notte, altrimenti il rischio di ribaltare completamente i ritmi sarebbe concreto.

Resta il fatto che io, dopo aver passato una vita a considerare il pisolino un lusso da vacanza, oggi lo tratto come una risposta fisiologica a un clima che d'estate diventa ostile a qualsiasi cosa non sia stare fermi all'ombra. Corro quando il sole è basso, dormo quando il sole è alto, e in mezzo cerco di far quadrare tutto il resto. Funziona, e soprattutto adesso ho anche la scusa scientifica pronta per chi mi guarda storto quando esco dal sonnellino delle due ore con l'aria di chi si è appena svegliato in un altro fuso orario.

martedì 21 luglio 2026

Odissea (2026)

 
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2026
Titolo originale: The Odyssey
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (8.4)
Pagina di I Check Movies

Sono uscito dal cinema con quella sensazione che provo raramente, quella di aver visto qualcosa che valeva davvero la pena vedere su un grande schermo e non su un divano tra sei mesi in streaming. The Odyssey di Christopher Nolan era uno dei film che aspettavo con più curiosità di questa stagione, anche perché l'idea stessa di affrontare Omero al cinema, con tutto il peso culturale che si porta dietro, mi sembrava un azzardo persino per uno come Nolan, abituato a costruire i suoi film su idee originali più che su testi sacri della letteratura occidentale.

E qui parte già la prima differenza, quasi banale ma che mi ha accompagnato per tutta la visione: l'Odissea di Omero non è mai stata pensata per essere raccontata in un arco temporale di due ore e mezza o tre, con un inizio e una fine chiusi dentro i confini di un film. Era un poema pensato per essere recitato, ascoltato in più serate, dilatato, con digressioni continue e un pubblico che già conosceva a memoria buona parte della storia. Nolan deve quindi necessariamente scegliere, tagliare, comprimere dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio in qualcosa che stia in piedi come esperienza cinematografica unica, e la cosa che mi ha colpito è che invece di annacquare tutto sceglie di intensificare, di rendere ogni tappa un blocco quasi autonomo, un piccolo film nel film.

Il montaggio a flashback o il giocare sui tempi, che in altri film di Nolan è quasi un marchio di fabbrica usato per spiazzare lo spettatore o giocare con la percezione del tempo, qui è più contenuto, più al servizio della storia che della sperimentazione. La cosa buffa è che leggendo qualche articolo ho scoperto che questa struttura non è nemmeno un'invenzione sua, perché l'Odissea originale è già così, con Ulisse che racconta in prima persona alla corte dei Feaci buona parte delle sue disavventure, cliclope compreso. Quindi in un certo senso Nolan non ha imposto la sua ossessione per la memoria e il tempo non lineare sul materiale di partenza, l'ha semplicemente trovata già lì, pronta all'uso, ed è un dettaglio che mi ha fatto sorridere pensando a quanto le sue ossessioni degli ultimi vent'anni di cinema potessero avere vita facile qui dentro.
Detto questo, è innegabile che qui Nolan giochi meno con i tempi rispetto a Tenet (vabbeh) o a Inception e Dunkirk dove la sceneggiatura era tutta sua e quindi libera di piegarsi come voleva lui senza dover rendere conto a nessun testo di partenza. Lì il tempo stesso era il soggetto del film, qui diventa uno strumento narrativo, usato con più misura, quasi con rispetto verso la materia che sta adattando. Devo dire che questa scelta mi ha convinto, perché i flashback non sono buttati lì per confondere ma arrivano sempre nel momento in cui serve un chiarimento, e alla fine la trama, che è lunghissima e piena di personaggi e di tappe, risulta comunque comprensibile senza bisogno di prendere appunti.

Sul fronte del cast, che è a dir poco stellare, mi aspettavo il solito rischio dei troppi nomi noti messi lì solo per attirare pubblico, e invece devo ricredermi. Matt Damon costruisce un Ulisse pieno di contraddizioni, un uomo di guerra segnato nel corpo e nella testa da quello che ha visto e fatto a Troia, devoto agli dei ma allo stesso tempo pronto a sfidarli quando la devozione diventa un ostacolo al ritorno a casa, e questa ambiguità psicologica secondo me è il cuore vero del film, più delle battaglie con i mostri. Ma se devo essere onesto, la figura che mi ha convinto ancora di più è quella di Penelope, interpretata da Anne Hathaway con una compostezza che diventa quasi politica, una donna che deve tenere in piedi un regno mentre aspetta un uomo che potrebbe non tornare mai più, e che gestisce corteggiatori, sospetti e lutto con un controllo che sullo schermo funziona benissimo. Tom Holland nei panni di Telemaco, Zendaya (forse la più "inutile") come presenza quasi eterea di Atena, Robert Pattinson e Charlize Theron in ruoli che non voglio rovinare a chi non ha ancora visto il film, tutti restano dentro il personaggio senza mai strafare, cosa rara quando hai un cast così pieno di volti che il pubblico riconoscerebbe ovunque. Menzione speciale per Samantha Morton nei panni di Circe, che riesce a rendere inquietante e magnetica allo stesso tempo una scena che potrebbe facilmente scivolare nel ridicolo, quella della trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali.

Le parti più propriamente fantastiche, il ciclope Polifemo, i giganti Lestrigoni, le sirene, sono trattate con un approccio  come agnostico rispetto al testo originale: gli dei qui non sono presenze dirette e onnipotenti come in Omero, ma esistono più che altro nel modo timoroso in cui gli uomini ne parlano, e persino i mostri sono girati con un piglio quasi documentaristico, effetti pratici, poca computer grafica, come se Nolan volesse convincerti che queste creature avrebbero potuto davvero esistere in un passato remoto invece di trattarle come pure invenzioni fantasy. Questa scelta mi è piaciuta proprio per questo approccio così fisico e concreto alla materia mitologica, sebbene siano presenze quasi timide, come se  volesse liquidarle in fretta per tornare al dramma umano. Ho trovato che queste sequenze si inseriscano bene nel racconto, senza mai avere la sensazione di un intermezzo forzato buttato lì per lo spettacolo fine a se stesso.

Sulla durata, che è quella tipica di un Nolan ambizioso, avvicinandosi alle tre ore, non ho sentito il peso che temevo. È un film che scorre, forse anche perché ogni tappa del viaggio ha un tono diverso dalla precedente, si passa dall'horror quasi puro della caverna del ciclope alla malinconia sospesa delle sirene, dalla tensione bellica dei flashback su Troia al dramma quasi da camera delle scene a Itaca. 

Non posso chiudere senza spendere due parole sul comparto tecnico, che è probabilmente il livello più alto che Nolan abbia mai raggiunto senza utilizzare esplosioni o artefatti fantascientifici.. La fotografia  sceglie toni desaturati, quasi spogli di qualsiasi nostalgia dorata verso un'epoca mitica, e restituisce un mondo antico che sembra vero, sporco, faticoso da attraversare. Le musiche  accompagnano senza mai sovrastare, sapendo quando ritirarsi e lasciare spazio al silenzio. I costumi hanno quella cura filologica che si nota senza diventare mai un esercizio da museo. E gli effetti pratici, con le riprese dal vero e pochissima grafica digitale, danno a tutto il film una consistenza fisica che oggi si vede sempre più raramente nel cinema di grande scala.

Chi conosce l'Odissea originale (ed io non mi metto tra quelli) noterà ovviamente parecchie libertà, inevitabili quando si trasforma un poema fatto di digressioni infinite in un racconto cinematografico con un suo arco chiuso, ma trovo che Nolan abbia saputo rispettare lo spirito del testo più che la sua lettera, mettendo al centro non tanto le imprese eroiche quanto il conflitto interiore di un uomo diviso tra il dovere verso gli dei, il senso di colpa per i compagni perduti e il desiderio quasi ostinato di tornare a casa. Un'epica nel senso più pieno del termine, sia per respiro visivo che per ambizione tematica, e uno dei rari casi in cui l'aggettivo epico non sembra usato a sproposito.