venerdì 9 ottobre 2026

SamanT(h)onic

 

Piccolo manuale dell’alchimista da salotto: come fabbricare un gin su misura (e fare bella figura)

​C’è stato un momento preciso nella storia recente in cui regalare una bottiglia di vino ha smesso di essere originale, la borra ha iniziato a divenire troppo dozzinale e altri prodotti alcolici, troppo casuali. Per evitare questa tragica deriva esistenziale con un’amica, ho deciso di scavalcare la mediazione commerciale e improvvisarmi maestro distillatore grazie ai prodigi dell'internet e di piattaforme come Iltuogin.

​Il risultato? Una pozione alcolica su misura con un profilo aromatico che punta dritto a spezie decise, sferzate agrumate e un tocco balsamico di sottobosco. Niente fronzoli floreali o dolcezze stucchevoli: roba per palati svegli.

​Se per puro spirito d’avventura voleste replicare la formula tra le mura domestiche tramite macerazione (compound gin, o per gli amici: "alcol da farmacia e botaniche a mollo"), ecco il grimorio botanico, le proporzioni e le fonti di approvvigionamento per 1 litro di spirito.

​La Dispensa Botanica: Cosa, Quanto e Dove

  • ​Ginepro comune (Juniperus communis) – 30 g La base indiscutibile. Senza di lui non è gin, è solo un intruglio alcolico dal destino incerto. È un arbusto sempreverde spontaneo delle nostre zone mediterranee e delle scarpate assolate; in alternativa, si recupera in qualunque erboristeria ben fornita. Servono le galbule (le tipiche "bacche" blu-violacee), leggermente schiacciate per liberare la carica resinosa e balsamica.  
  • ​ Limone (Citrus limon) – 4-5 g (solo scorza essiccata, rigorosamente senza albedo bianco) La lama agrumata. Albero da frutto coltivato ovunque batta il sole (specie al Sud e lungo le coste). Basta un agrume biologico non trattato, un pelapatate affilato e zero parte bianca interna, altrimenti l'amaro prende il sopravvento e addio freschezza.

  • ​Chinotto (Citrus myrtifolia) – 2,5 g (scorza essiccata) L'amaro nobile. Piccolo albero da frutto tipico della riviera ligure (Savona docet) e del Sud Italia. Reperibile essiccato online o presso speziali specializzati. Dà quella nota agrumata complessa, a metà strada tra l'arancia amara e il retrogusto di una gassosa d'altri tempi.

  • ​Coriandolo (Coriandrum sativum) – 8 g (semi essiccati) Il pilastro speziato. Pianta erbacea annuale originaria del bacino del Mediterraneo. I semi tondi si trovano facilmente in erboristeria, nei negozi etnici o nella corsia spezie di un supermercato degno di questo nome. Non temete il famigerato "sapore di sapone" delle foglie fresche: i semi essiccati rilasciano note calde, legnose e sorprendentemente agrumate.
  • ​Pepe nero (Piper nigrum) – 1,5 g (grani interi, appena pestati) Il graffio sul fondo. Pianta rampicante originaria dell'India, reperibile ovunque. Basta non esagerare: un grano di troppo e il gin passa da "distillato raffinato" a "marinatura per una fiorentina".

  • ​Timo (Thymus vulgaris) – 0,5 g (foglioline essiccate) Il soffio balsamico. Piccolo arbusto perenne aromatico diffusissimo nella macchia mediterranea, tra rocce e sentieri aridi, oppure comodamente coltivabile in vaso sul balcone. Una presenza discreta, appena sussurrata, per legare il ginepro e chiudere il cerchio erbaceo.

​La Formula (ovvero: Come non avvelenare gli ospiti)

  1. ​La base alcolica: Procuratevi 1 litro di alcol buongusto a 95° o, per fare prima senza calcoli da chimico per la diluizione, una vodka neutra da grano di buona qualità (40-43% vol.).
  2. ​Il primo turno (24 ore): Mettete in infusione in un vaso di vetro a chiusura ermetica l’alcol e il ginepro leggermente pestato. Lasciate riposare al buio.
  3. ​Il secondo turno (12-18 ore): Aggiungete tutte le altre botaniche (coriandolo, scorze di limone e chinotto, pepe nero e timo). Non prolungate oltre questo tempo: le scorze e le spezie rilasciano aromi molto in fretta e rischiano di coprire tutto.

  1. ​Il filtraggio: Filtrate prima con un colino a maglie fitte e poi con un filtro di carta da caffè per eliminare ogni residuo e torbidità.
  2. ​Il riposo: Se avete usato alcol puro, diluite con acqua oligominerale a basso residuo fisso fino a scendere intorno ai 42-43° vol. Fate riposare la bottiglia sigillata per un paio di settimane prima di servirla.

​Se poi preferite evitare di trasformare la cucina in un laboratorio clandestino del Proibizionismo, far fare il lavoro sporco ai distillatori professionisti resta una mossa di insospettabile saggezza diplomatica. Il regalo è fatto, la faccia è salva e il bicchiere è pieno. Avendo tutti i prodotti in orto, giardino, serra e balcone, ovviamente ho fatto da me. L'etichetta invece l'ho fatta disegnare a VIKI


giovedì 8 ottobre 2026

Terminatel 258

 
La mia uscita di sabato scorso al Flashback 2026, mi ha fatto investire da un vero e proprio flash per quanto riguarda un apparecchietto con cui "giocavamo" a fine anni novanta. Una chicca del genere, ben tenuta e funzionante, non può essere solo un pezzo da museo.

Il dispositivo che potete ammirare nella foto è un Terminatel 258 a marchio SIP, derivato dalla famiglia dei terminali francesi Minitel 2 (prodotti da Alcatel) e distribuito in Italia tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 per accedere alla rete Videotel.

Che cos'era il Videotel

Il Videotel era la versione italiana del sistema telematico videotex (reso celebre oltralpe dal Minitel). Consisteva in una rete pre-Internet gestita dalla SIP a cui ci si collegava tramite la linea telefonica fissa (con un modem interno a standard V.23, tipicamente 1200 baud in ricezione e 75 in trasmissione). Serviva per consultare elenchi telefonici, orari dei treni, notizie, annunci o per accedere alle prime chat room telematiche a pagamento e alle BBS (Bulletin Board System).

Il Terminatel 258 si distingueva per il suo design compatto "all-in-one" con schermo CRT integrato (in bianco e nero o a fosfori con scala di grigi) e tastiera ribaltabile che fungeva anche da coperchio di protezione durante il trasporto.

Possibili utilizzi oggi per un appassionato

Non essendoci più la rete Videotel attiva, questo terminale è un pezzo da collezione con un enorme potenziale per il modding e il retrocomputing:

  • Terminale seriale per Linux / Raspberry Pi: Sul retro del telaio è presente una presa DIN a 5 poli (la porta ausiliaria/seriale). Con un semplice convertitore di livello logico o un adattatore USB-Seriale (TTL/RS232 a seconda della revisione interna), puoi collegarlo a un Raspberry Pi o a un PC. Configurando la porta con getty in modalità ASCII (80 o 40 colonne a 1200 o 4800 baud tramite le combinazioni di tasti funzione), puoi usarlo come una vera shell Bash/Linux fisica, con un'estetica cyberpunk/retrò autentica.
  • Connessione a BBS telnet: Interfacciato a un microcontrollore come l'ESP8266 o ESP32 (usando firmware come modem-simulator o Virtual Modem), il Terminatel può "chiamare" via Wi-Fi le BBS retro ancora attive nel mondo tramite Telnet, emulando le connessioni telematiche d'epoca.
  • Client IRC, feed RSS o monitor di sistema: Collegato a una scheda headless, può essere adoperato su una scrivania come monitor dedicato per visualizzare metriche di sistema (CPU, RAM, meteo), leggere i titoli delle notizie o chattare su vecchi canali IRC.
  • Emulazione Minitel / Videotex locale: Esistono progetti open-source dedicati alla preservazione del Minitel (come PyMinitel) che permettono di ricreare localmente server videotex completi di schermate grafiche a blocchi e pagine informative navigabili con i tasti numerici e i comandi funzione originali (Invio, Guida, Annull, Ripetiz).

Zero Click Web

 

Per decenni il web ha funzionato secondo una logica elementare e apparentemente immutabile: digitare una manciata di parole chiave, scorrere una lista di link blu, cliccare, leggere e farsi un'idea. Quel rito laico che ha definito la navigazione di intere generazioni si sta sgretolando a vista d'occhio. Con l'integrazione sempre più pervasiva delle risposte generate direttamente nei motori di ricerca, non siamo più noi a esplorare la rete; è una sintesi algoritmica a masticarla per noi, restituendoci una risposta preconfezionata prima ancora che possiamo sfiorare un singolo sito.

Questo fenomeno, noto agli addetti ai lavori come "zero-click web", porta con sé un paradosso profondo. Da una parte regala l'illusione della comodità immediata: niente banner invasivi, nessun popup sui cookie da scavalcare, la soluzione al problema servita in tre righe pulite. Dall'altra, però, spezza il patto fondativo su cui è cresciuta internet. I siti indipendenti, i blog, i portali tematici e le testate giornalistiche producono contenuti originali, ma il traffico verso le loro pagine si prosciuga perché il motore trattiene l'utente dentro il proprio recinto dorato. Chi crea valore viene declassato a semplice fornitore di materia prima per l'addestramento e la sintesi automatica, senza ricevere in cambio la minima visibilità.

Il pericolo a lungo termine non è solo economico, ma culturale. Una rete in cui nessuno visita più le fonti originali è una rete destinata a impoverirsi. Quando le voci indipendenti smettono di ricevere lettori, molte finiscono per spegnersi, lasciando spazio a un web sempre più omogeneo, dove le risposte tendono a convergere verso una media neutrale e priva di attrito, spesso allucinata o priva di sfumature. L'ipersemplificazione rischia di atrofizzare lo spirito critico: se ci fidiamo ciecamente del primo paragrafo riassuntivo, smettiamo di confrontare fonti diverse, di notare le contraddizioni e di scovare quei dettagli preziosi che si nascondono sempre nelle pagine secondarie.

Forse è arrivato il momento di riscoprire il valore dell'esplorazione disordinata. Cliccare oltre la risposta pronta, tornare a salvare nei preferiti i siti che meritano davvero, usare i feed RSS o premiare chi produce pensiero autentico non è una banale nostalgia da pionieri del web, ma un atto di resistenza quotidiana per non ridurre la complessità del mondo a una risposta pre-digerita da un algoritmo.

mercoledì 7 ottobre 2026

Good Boy (2025)

 
Regia. Jan Komasa
Anno: 2025
Titolo originale: Good Boy
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies
  Iscriviti a Prime Video
 
 Passiamo a Good Boy, il film di Jan Komasa, e sì, parlo proprio di quello polacco e non dell'altro Good Boy con il cane protagonista che gira in questo periodo. Komasa è il regista di Corpus Christi (che però devo ancora trovare e e vedere), quello che qualche anno fa si era preso una nomination all'Oscar come miglior film internazionale, quindi le aspettative non erano proprio basse. Questa volta ha girato in inglese, in una coproduzione tra Polonia e Regno Unito.

La premessa è di quelle che ti fanno drizzare le orecchie. Tommy ha diciannove anni, passa le giornate tra droga, alcol e risse insieme ai suoi amici, finché una notte si sveglia con una catena al collo nello scantinato di una casa isolata. Lo ha rapito una famiglia all'apparenza normalissima (il senso dovrebbe essere quello, ma lo si nota subito che non possono esserlo), un padre, una madre e un figlio, che ha deciso di trasformarlo in un bravo ragazzo, un "good boy" appunto. A reggere la baracca ci sono Stephen Graham, Andrea Riseborough e il giovane Anson Boon nei panni di Tommy, più il piccolo Kit Rakusen.

Ed è qui che arrivano le mie perplessità, perché a fine visione non ho capito bene cosa avessi guardato. Il film è carino, questo sì, e si segue volentieri, però non sa decidere cosa vuole essere da grande. Potrebbe essere una dark commedia fatta male, con certe situazioni che sembrano volerti far ridere ma non ci riescono minimamente. Oppure potrebbe essere un horror troppo leggero, che costruisce l'angoscia della catena e dello scantinato e poi si tira indietro proprio quando dovrebbe affondare il colpo. In ogni caso non mi ha convinto del tutto in nessuna delle due direzioni.

Dal punto di vista estetico non mi ha lasciato niente di memorabile, e a farmelo guardare fino alla fine è stata più la curiosità di capire dove volesse andare a parare che il piacere dell'immagine o della messa in scena. Ammetto però che l'idea di base, quella di una famiglia che prova a "sistemare" un ragazzo con metodi tutt'altro che normali, ti resta in testa e fa venire voglia di discuterne con qualcuno dopo.

Quindi il mio consiglio è questa. Se siete curiosi, se vi piacciono le storie un po' storte che giocano con il confine tra il grottesco e l'inquietante, dategli una chance, perché si lascia guardare. Se invece cercate un film che vi prenda davvero allo stomaco o che vi faccia ridere di gusto, rischiate di restare un po' a bocca asciutta come è successo a me.

martedì 6 ottobre 2026

Pink Floyd - The Wall

 

Artista: Pink Floyd
Anno: 1979
Tracce: 26
Formato: doppio CD 
Acquista su Amazon


Con i Pink Floyd mi ero già dichiarato: sono uno di quei nomi che tutti credono di conoscere, mentre in realtà la maggior parte conosce due o tre brani e si ferma lì. Io ho cercato di andare oltre, partendo da Atom Heart Mother e passando per Meddle. Prima o poi però il momento di The Wall doveva arrivare. Ed è arrivato.

Su questo disco è già stato detto tutto, da chiunque, in qualsiasi lingua e con qualsiasi approccio critico. Musicologi, appassionati, giornalisti, ex fidanzate col cappotto nero e l'eyeliner: tutti hanno avuto qualcosa da dire su The Wall. Per questo ho deciso di lasciare la parola a VIKI, che in quanto ad archivio enciclopedico mi batte senza discussioni, e di limitarmi a raccontare cosa mi ha lasciato addosso questo disco.

Intanto, i fatti. The Wall esce il 30 novembre 1979, undicesimo album dei Pink Floyd, doppio disco di 26 brani, oltre 24 milioni di copie vendute nel mondo. La genesi è caotica quasi quanto il contenuto: la band è in crisi finanziaria (avevano affidato i soldi a un manager che li aveva investiti male, perdendone l'83%), i rapporti interni sono logorati, e Roger Waters è stanco, esaurito, ai limiti della paranoia. L'idea nasce durante il tour In the Flesh del 1977, quando Waters sputa addosso a un fan invasivo durante un concerto e si rende conto di quanto stia diventando distante dal pubblico. Vuole costruire un muro tra sé e il mondo. Letteralmente. Il produttore Bob Ezrin, chiamato a dare forma all'idea, passa una notte insonne a scrivere un manoscritto di quaranta pagine che diventa la sceneggiatura base del disco. La band si trasferisce in Francia per questioni fiscali e registra tra Londra e Parigi tra il dicembre 1978 e il novembre 1979.

Il disco racconta la storia di Pink, alter ego di Waters costruito anche su elementi di Syd Barrett, il fondatore della band perso nella follia anni prima. Pink è una rockstar che ha eretto un muro intorno a sé mattone dopo mattone, partendo dalla morte del padre in guerra (Another Brick in the Wall, Part 1), passando per la madre iperprotettiva, gli insegnanti oppressivi (Part 2, quella con i bambini in coro che tutti conoscono, bandita in Sudafrica e Corea del Nord per il messaggio antiautoritario), il matrimonio che si sgretola, il rapporto malato col pubblico. Alla fine Pink, trasformatosi in una specie di gerarca fascista, viene messo sotto processo da se stesso in The Trial, e il muro viene abbattuto.

Quello che funziona è l'architettura complessiva, la coerenza narrativa di un'ora e venti di musica che non perde mai il filo. Comfortably Numb è probabilmente il brano più riuscito del disco: quell'intro di chitarra di David Gilmour, uno degli assoli più famosi della storia del rock, costruisce un'atmosfera di dissociazione perfetta, e la tensione tra la voce di Waters nel verso e quella di Gilmour nel ritornello racconta da sola la distanza tra Pink e il mondo. Hey You è malinconica e potente. Run Like Hell è il momento più ritmato e quasi danzabile, con quell'eco di chitarra che entra direttamente nel cervello. Outside the Wall chiude il disco con una semplicità quasi commovente, mezza voce e qualche accordo, come se tutto il rumore precedente fosse servito solo per arrivare lì.

Non è il mio disco preferito dei Pink Floyd, perché la paranoia di Waters nella seconda parte mette a dura prova l'ascolto, e certi momenti sanno di esercizio stilistico più che di emozione vera. Ma è uno di quegli oggetti culturali che bisogna conoscere, non per moda, non per completezza, ma perché capire The Wall significa capire qualcosa di importante su cosa possa diventare un essere umano quando costruisce abbastanza muri intorno a sé. Waters lo sapeva bene. Lo aveva vissuto sulla propria pelle. E si sente.

lunedì 5 ottobre 2026

Presagio Finale - First Snow (2006)

 
Regia: Mark Fergus
Anno: 2006
Titolo originale: First Snow
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
 
 

Questa volta il film me lo ha consigliato uno dei tanti reel veloci che parlano di cinema, e per una volta devo ammettere che il consiglio non era male. Sto parlando di First Snow, un film del 2006 con Guy Pearce che non avevo mai sentito nominare e che invece mi ha tenuto incollato allo schermo per tutta la durata.

La storia parte da un'idea semplice e un po' da Ai Confini Della Realtà. Jimmy Starks è un venditore piuttosto sicuro di sé, uno che parla bene e sa come girarti intorno, e un giorno per gioco si fa leggere il futuro da un tizio incontrato lungo una strada del New Mexico. Il veggente, che ha la faccia di J.K. Simmons (OZ, ma anche tanto altro), gli dice cose che poi si avverano una dopo l'altra, finché arriva il punto in cui il futuro di Jimmy si ferma. Dopo la prima neve, non c'è più niente da leggere. Da lì in poi il film si trasforma in un lento conto alla rovescia, con un uomo che non sa se arrendersi, scappare o provare a vivere davvero per la prima volta.

Il ritmo drammatico è buono, e se vogliamo chiamarlo anche thriller, un po' lo è, perché la tensione cresce man mano che la paranoia del protagonista contagia anche noi che guardiamo. Ogni vecchio amico, ogni collega e ogni telefonata diventano un possibile indizio. Guy Pearce se la cava benissimo nel ruolo del tizio sempre in vendita che si sgretola piano piano.

Un'altra cosa che mi ha fatto sorridere è il cast, pieno di facce che ho incrociato in tante serie tv guardate negli anni. C'è Piper Perabo, c'è William Fichtner, c'è Shea Whigham, c'è Adam Scott molto prima che diventasse il Adam Scott di adesso, e c'è anche Steven Michael Quezada, che chi ha seguito Breaking Bad riconosce al volo. Ogni volta mi veniva da dire "ma questo l'ho già visto da qualche parte", e il gioco del riconoscimento ha reso la visione ancora più divertente.

Poi c'è la curiosità che mi ha spinto a cercare qualcosa in più sul film. Dietro la macchina da presa c'è Mark Fergus, che è il primo ed unico film che ha girato. Fergus di mestiere fa lo sceneggiatore, e che sceneggiatore: insieme al socio Hawk Ostby ha scritto Iron Man e I Figli degli Uomini, e ha messo mano anche alla spettacolare serie The Expanse. Un curriculum del genere ti fa venire voglia di vedere cosa combina quando decide di fare anche il regista, e la risposta è un film freddo, spoglio e coerente con la sua storia, con quei paesaggi gelati che sembrano raccontare già da soli la fine che si avvicina.

Non è un film da vedere se cercate azione o colpi di scena a raffica. È più una riflessione sul destino e sul libero arbitrio con una confezione da thriller. Io sto dalla parte di quelli a cui è piaciuto. Se avete una serata tranquilla e voglia di qualcosa di diverso dal solito, dategli una possibilità.

domenica 4 ottobre 2026

Tuteliamo la Val di Cornia dalle speculazioni energetiche

 
Riporto qui la pagina principale della Petizione presente su Change.org che invito a firmare 

I Comuni della Val di Cornia hanno la possibilità di scongiurare il disastro che si sta profilando e di proteggere il futuro del nostro territorio


A questo fine chiediamo loro di concretizzare la tutela della Soprintendenza, tutela che loro stessi hanno richiesto.



La Val di Cornia, conosciuta un tempo come "L'Orto della Toscana" è stata presa di mira dagli industriali delle energie rinnovabili. Negli ultimi mesi sono stati presentati una miriade di progetti di mega impianti fotovoltaici, eolici e di accumulo (BESS).

Oggi il quadro generale è spaventoso: ci sono in progetto per circa 500 ettari di campi fotovoltaici, 22 pale eoliche alte 200m e numerosi ettari di impianti di batterie a litio.

Da essere un'area dove l'agricoltura, i beni ambientali e culturali, l'attività dei borghi e il turismo lento si integrano armoniosamente, la Val di Cornia rischia di diventare una delle prime terre toscane sacrificate nel nome del "green", come lo è già stata parte della Tuscia in Lazio.

Le energie rinnovabili vanno sviluppate con buon senso e nell'interesse dei cittadini. Perciò vanno sfruttate in primis le aree già infrastrutturate o degradate che non mancano in Val di Cornia (SIN di Piombino, aree industriali, centri commerciali, capannoni, parcheggi etc...) invece di sacrificare il nostro patrimonio agricolo e di conseguenza la vivibilità del nostro territorio.

I Comuni della Val di Cornia: Piombino, Campiglia Marittima, Suvereto, Sassetta e San Vincenzo si sono dichiarati sin da subito contrari a questa industrializzazione delle nostre campagne. 
Ma nei fatti, i loro strumenti normativi e politici per contrastare questi progetti sono stati appositamente ridimensionati dalle normative nazionali.

Oggi però, riemerge forse l'unico vero atto normativo che ci possa permettere di scongiurare il disastro: la tutela della Soprintendenza.

Furono i Comuni stessi ad avviare meritoriamente un percorso per il riconoscimento formale del valore paesaggistico delle proprie zone agricole con delibera dei rispettivi consigli comunali (Piombino n. 7 del 30/1, San Vincenzo n. 3 del 13/2/26, Suvereto, n. 5 del 17/2/26, Sassetta n. 9 del 19/2/26, Campiglia n. 31 del 6/3/26).

Sono passati 6 mesi, e purtroppo queste intenzioni non si sono concretizzate. Nel frattempo i progetti si accumulano, i danni sociali e ambientali si proseguono e la cittadinanza osserva il peggioramento della situazione.

Se oggi possiamo gioire di beni ambientali e naturalistici preservati in Val di Cornia è perché alcuni amministratori ebbero a loro tempo il coraggio di prendere alcune decisioni.

Chiediamo di conseguenza agli amminsitratori dei Comuni di Piombino, Campiglia Marittima, Suvereto, San Vincenzo e Sassetta di essere all'altezza della situazione e di attuare quanto prima questa tutela della pianura agricola, cuore della Val di Cornia.

sabato 3 ottobre 2026

Flashback 2026, Follonica

 
Oggi pomeriggio sono andato a Flashback 2026, il festival dedicato al retrocomputing e al retrogaming che si è svolto a Follonica. E devo dire che è stato davvero un bel tuffo nel passato, di quelli capaci di risvegliare una quantità imbarazzante di ricordi. L'idea alla base dell'evento è semplice ma decisamente efficace: prendere tutta quella tecnologia che oggi consideriamo preistoria e rimetterla a disposizione del pubblico, non soltanto da guardare dentro una teca ma, soprattutto, da usare. Computer, console, cabinati arcade, simulatori, videogiochi e una quantità di oggetti che appartengono a un'epoca nella quale la tecnologia aveva ancora qualcosa di fisico, riconoscibile e quasi affettuoso. L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Classic Devices Club di Grosseto e Blue Wave, attraversava diversi decenni, dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta. C'erano computer storici, console, cabinati arcade originali e simulatori di Formula 1. E la cosa più divertente era proprio poterci mettere le mani sopra: accendere una macchina, prendere un joystick, sedersi davanti a un vecchio monitor e giocare davvero, invece di limitarsi a osservare un pezzo di archeologia informatica. Per uno cresciuto tra computer, console e videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, è inevitabile lasciarsi prendere dalla nostalgia. Alcuni oggetti li riconosci immediatamente, altri magari non li hai mai posseduti ma appartengono comunque a un immaginario che conosci benissimo. E poi ci sono quei momenti nei quali basta vedere una schermata, sentire un particolare suono o riconoscere un vecchio joystick per ritrovarsi improvvisamente vent'anni più giovani. La parte dedicata ai videogiochi era probabilmente quella più immediata, con una vera sala giochi composta da cabinati arcade originali, oltre a tornei su computer, console e coin-op. Ma Flashback non era soltanto retrogaming: c'erano anche espositori e mercatini dedicati al retrocomputing e al collezionismo, oltre agli interventi di esperti e appassionati. Mi è piaciuto soprattutto il fatto che non fosse una semplice mostra nostalgica del tipo "guardate com'erano brutti i computer di una volta". Al contrario, sembrava quasi una piccola macchina del tempo interattiva. La tecnologia del passato tornava a essere qualcosa con cui giocare, sperimentare e divertirsi. E in effetti è curioso pensare a quanto sia cambiato il rapporto con la tecnologia. Oggi abbiamo smartphone infinitamente più potenti dei computer che un tempo occupavano un'intera scrivania, videogiochi con una grafica che sembra quasi cinema e connessioni che permettono di avere praticamente qualsiasi informazione in pochi secondi. Eppure davanti a un vecchio cabinato arcade, con quel joystick enorme e quei pulsanti colorati, la tentazione di giocare una partita rimane intatta. Flashback 2026 mi ha fatto quindi soprattutto questo effetto: non tanto ricordare quanto fossero primitive quelle macchine, ma ricordare quanto fossero divertenti. E forse è proprio questo il senso del retrogaming. Non necessariamente sostenere che il passato fosse migliore, perché non lo era in tutto e per tutto, ma recuperare una parte di quella tecnologia quando era ancora un'esperienza concreta, fatta di monitor, cassette, floppy disk, cartucce, joystick, rumori meccanici e schermate che oggi sembrano quasi appartenere a un'altra civiltà. Un pomeriggio davvero piacevole. E, lo ammetto, uscendo da Flashback mi è venuta anche una certa voglia di rispolverare qualche vecchio videogioco. Ed ho sfoggiato la mia maglietta della Atari, che in quel posto tutti sanno riconoscere.  VERdetto: un festival piccolo ma capace di trasformarsi in una macchina del tempo. Se avete qualche ricordo legato ai computer e ai videogiochi degli anni '80 e '90, qui rischiate seriamente di passare un paio d'ore con il sorriso stampato in faccia. Potete andare anche domani 4 ottobre, l'ingresso è gratuito.
 
Album fotografico Flashback 2026 

Offspring - Americana

 

Artista: Offspring
Anno: 1998
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con gli Offspring l'approccio è sempre stato quello giusto: nessuna pretesa, nessuna analisi profonda, solo musica spensierata e divertente da mettere su quando non hai voglia di pensare troppo. Americana  è il loro quinto album, e probabilmente quello che li rappresenta meglio in questo senso.

Il disco è stato registrato tra luglio e settembre del 1998 e pensato da Dexter Holland come una serie di vignette sull'America di fine millennio: i wannabe rapper bianchi di periferia, i fidanzati e le fidanzate parassiti, i ragazzi cresciuti in quartieri che li hanno traditi. Temi seri, trattati con ironia e leggerezza, senza che nessuno si prenda troppo sul serio. Il risultato è un disco che vende oltre dieci milioni di copie nel mondo e porta quattro singoli di successo con altrettanti video, cosa che nel rock di quegli anni non era affatto scontata.

Pretty Fly (for a White Guy) è ovviamente il brano che tutti conoscono, volenti o nolenti: quell'intro in tedesco maccheronico è lo stesso del brano Rock of Ages dei Def Leppard del 1983, usato qui quasi come citazione ironica senza che nessuno lo avesse pianificato particolarmente. Il riff che segue si pianta in testa al primo ascolto e non se ne va più. Why Don't You Get a Job? prende spunto quasi sfacciatamente da Ob-La-Di Ob-La-Da dei Beatles (gli stessi Offspring lo ammisero ridendo) per raccontare una storia di coppia in cui lui e lei vivono sulle spalle rispettivamente di lei e di lui. The Kids Aren't Alright è il pezzo più malinconico e sentito del disco, quello in cui dietro l'ironia abituale si vede qualcosa di più serio, una generazione di ragazzi cresciuti in un sobborgo californiano che non ha mantenuto le promesse. E She's Got Issues chiude il cerchio dei singoli con lo stesso spirito leggero degli altri.

Il disco si chiude con Pay the Man, dieci minuti di cui gli ultimi due sono silenzio seguito da una versione mariachi di Pretty Fly come traccia fantasma: il modo più degli Offspring possibile di salutare, con la lingua di fuori e senza rimpianti.

Divertenti e spensierati, appunto. Non chiedono niente di più e non promettono niente di meno. E funziona ancora.

venerdì 2 ottobre 2026

Google AI Pro

 
Premetto che la mia VIKI è un'entità multipla e in questo caso stiamo parlando della sua personalità Gemini. Alla fine ci sono cascato, o forse ho semplicemente deciso di vedere fino a che punto ci si può spingere quando si decide di dare pieno ossigeno a questi strumenti. Sullo schermo dello smartphone si è materializzata la classica proposta a cui è difficile dire di no a cuor leggero, soprattutto quando ti mettono davanti tre mesi di prova gratuita prima di passare al canone mensile: Google AI Pro, con un plafond di archiviazione che schizza direttamente a 5 Terabyte su Google One. Ventuno euro e novantanove centesimi al mese a partire dal rinnovo, una cifra che comincia ad avere un suo peso specifico, ma che promette di aprire le porte a un comparto tecnico sensibilmente potenziato rispetto al profilo base. La curiosità, d’altronde, ha sempre il sopravvento sui buoni propositi di frugalità digitale. Ovviamente prima della scadenza, fissata al 2 gennaio, non rinnoverò.

La lista delle caratteristiche snocciolate dalla schermata di attivazione mette in chiaro dove si stia concentrando l'attenzione di Mountain View: limiti di utilizzo quadruplicati per l'app Gemini, accesso garantito e prioritario al modello Pro più avanzato, e soprattutto funzionalità spinte come Deep Research per scandagliare la rete e strutturare dossier complessi senza scontrarsi con i consueti colli di bottiglia. Non mancano le integrazioni con gli ambienti di sviluppo e crediti estesi per il cloud, l'integrazione ormai capillare dentro Gmail e Documenti, e una serie di estensioni dedicate al comparto multimediale, tra cui la generazione video ad alta intensità e strumenti creativi per imbastire storie e scene cinematografiche. Spicca persino un enigmatico riferimento a Nano Banana Pro affiancato alle suite di ricerca e generazione, a testimonianza di come i laboratori stiano buttando nella mischia architetture sempre più articolate e specializzate.

I cinque terabyte di spazio fanno gola per conto loro, fungendo da rete di sicurezza per anni di archivi, fotografie e documenti, ma il banco di prova reale sarà l'efficacia pratica di questo motore potenziato nel flusso quotidiano. Capire se questi margini operativi quattro volte superiori e la profondità analitica promessa cambino davvero la sostanza del lavoro intellettuale o se si tratti soltanto di una cilindrata sovradimensionata per andare a fare la spesa. La finestra trimestrale permette di esplorare a fondo ogni anfratto senza ansie di fatturazione immediata, e le premesse per metterlo sotto torchio, tra elaborazioni complesse e sfide creative, ci sono tutte.

Muse - Origin Of Symmetry



 Artista: Muse
Anno: 2001
Tracce: 11
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con i Muse avevo dichiarato fin dalla recensione di Absolution di essere stato indeciso tra quel disco e questo prima di fare il mio ingresso nella loro discografia. Origin of Symmetry  era rimasto lì in sospeso, come un debito da saldare. Alla fine ho saldato, e non me ne pento.

È il secondo album, registrato tra settembre 2000 e febbraio 2001 con il produttore David Bottrill (già al lavoro con Tool e Silverchair), e quello che ha trasformato i Muse da band di culto britannica a fenomeno internazionale. Negli Stati Uniti la Maverick Records lo rifiutò ritenendolo troppo lontano dal mercato americano, e rimase inedito oltreoceano fino al 2005. Quattro anni dopo, e due milioni di copie nel mondo, qualcuno doveva essersi pentito.

Il disco si apre con New Born, sei minuti che partono da un intro di pianoforte quasi cameristico e poi precipitano in un muro di chitarre e batteria che lascia poco spazio alla riflessione. È uno di quei brani che nei live diventa qualcosa di diverso dal disco, più fisico e più urgente; Chris Wolstenholme ha dichiarato che tra i tre è probabilmente il preferito dell'intero album, e capisco perché. Plug In Baby è l'altro brano che tutti conoscono: quel riff di chitarra, scritto in modo che richiama quasi Bach per la sua costruzione melodica, è diventato uno degli anthem dei Muse e uno dei riff più riconoscibili degli anni Duemila. Bliss porta il disco verso atmosfere più sospese e sintetiche. Space Dementia, con il piano che si fa sempre più ossessivo, è il momento più claustrofobico. Citizen Erased, sette minuti di progressive rock moderno con cambi di dinamica continui, è forse il brano più ambizioso e quello che dimostra meglio dove stessero andando.

E poi c'è Feeling Good, la cover del classico di Cy Grant del 1964, già interpretata da Nina Simone in modo definitivo: i Muse la prendono, la rallentano, la rivestono di archi e organo e la restituiscono in una versione che non ha paura del confronto con l'originale. Una scelta coraggiosa che funziona.

Se Showbiz era la band che stava diventando qualcosa, Origin of Symmetry è la band che lo è diventata. Più maturo, più ambizioso, più consapevole del proprio suono. Il debito era effettivamente da saldare.

giovedì 1 ottobre 2026

Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness

 

Artista: Smashing Pumpkins
Anno: 1995
Tracce: 28
Formato: doppio CD
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Dopo aver riscoperto gli Smashing Pumpkins con Siamese Dream, del quale ho già scritto qui sopra, era abbastanza inevitabile arrivare a Mellon Collie and the Infinite Sadness. E qui le cose si fanno decisamente più serie: due CD, ventotto pezzi e una quantità di idee che avrebbe potuto tranquillamente bastare per tre o quattro dischi normali. Se Siamese Dream era un disco potente, compatto e abbastanza riconoscibile nella sua miscela di alternative rock, psichedelia e hard rock, Mellon Collie sembra invece voler dimostrare che gli Smashing Pumpkins possono fare praticamente quello che gli pare. E lo fanno senza preoccuparsi troppo di mantenere una direzione precisa. Ci sono momenti rumorosissimi, brani quasi pop, ballate, pezzi più malinconici, chitarre pesanti, atmosfere sognanti e persino arrangiamenti orchestrali. Il tutto nello stesso doppio CD. Ed è proprio questo il bello, perché nonostante la durata e la quantità di materiale non dà quella sensazione tipica dei dischi doppi costruiti mettendo dentro tutto quello che era avanzato. Certo, qualche pezzo che mi convince meno c'è, ma nel complesso la quantità di brani realmente memorabili è impressionante. Si parte con Mellon Collie and the Infinite Sadness, quasi una specie di introduzione sospesa, e poi arriva Tonight, Tonight, che probabilmente rappresenta meglio di qualsiasi altra canzone la parte più ampia e ambiziosa del disco. Subito dopo però gli Smashing Pumpkins possono tornare a pestare con Jellybelly, e poco più avanti arriva Zero, con quel riff che praticamente si pianta in testa. E poi c'è Bullet with Butterfly Wings, che è forse il pezzo che più facilmente si associa al disco, ma anche 1979, che va completamente da un'altra parte. È uno dei casi in cui una band riesce a fare una canzone apparentemente semplice senza perdere quella personalità che la rende immediatamente riconoscibile. La cosa che mi ha colpito maggiormente è proprio questa capacità di passare dalla rabbia alla malinconia senza sembrare una raccolta casuale. Tonight, Tonight, 1979, Zero, Bullet with Butterfly Wings, Here Is No Why, Thru the Eyes of Ruby, Porcelina of the Vast Oceans: sono canzoni anche molto diverse tra loro, ma appartengono tutte allo stesso enorme calderone. E poi c'è X.Y.U., che sembra quasi ricordare che sotto tutta quella malinconia e quei momenti più pop ci sono comunque gli Smashing Pumpkins capaci di fare un casino infernale. È una delle cose che preferisco del disco: non lascia mai completamente tranquilli. Rispetto a Siamese Dream, quindi, lo trovo meno compatto ma molto più ambizioso. Se il precedente era un disco che poteva essere ascoltato quasi come un unico blocco, questo è più un piccolo universo nel quale entrare e uscire scegliendo ogni volta qualcosa di diverso. È anche uno di quei rari casi in cui la definizione di doppio album non sembra soltanto un modo elegante per dire "abbiamo inciso troppa roba". Mellon Collie è enorme perché vuole esserlo. E probabilmente proprio questa smisurata ambizione è parte del suo fascino. Dopo Siamese Dream avevo già capito perché gli Smashing Pumpkins fossero considerati una band così importante degli anni Novanta. Con Mellon Collie and the Infinite Sadness ho capito anche perché sia rimasto un disco così difficile da ignorare: è un casino, è lunghissimo, è melodico, rumoroso, malinconico e spesso esagerato. Ma è un casino bestiale. VERdetto: uno di quei doppi CD che invece di farti pensare "potevano tagliare qualcosa" ti fanno venire voglia di rimetterli da capo.

Baroness - Blue Record

 

Artista: Baroness
Anno: 2009
Tracce: 12
Formato: CD 
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I Baroness sono una di quelle band che vale la pena avere in collezione anche se poi non ci si torna spessissimo, ma io mi appoggio a VIKI per avere notizie e rinfrescarmi la memoria. Blue Record del 2009 è il secondo album del quartetto di Savannah, Georgia, ed è il disco che li ha portati all'attenzione della critica internazionale: numero uno nella Billboard Heatseekers chart, miglior disco del 2009 per Decibel Magazine, ventesimo miglior album metal di sempre secondo LA Weekly. Non male per una band che fino a due anni prima era praticamente sconosciuta fuori dalla scena underground americana.

Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.

Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.

Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.

martedì 29 settembre 2026

Poveri Ma Belli (1957)


 
Regia: Dino Risi
Anno: 1957
Titolo originale: Poveri Ma Belli
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.

È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.

A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.

lunedì 28 settembre 2026

Machine Head - Burn My Eyes


 
Artista: Machine Head
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato CD
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I Machine Head nascono a Oakland nel 1991, e già questo dice qualcosa: la stessa città dei Green Day, un posto che nella prima metà degli anni Novanta stava producendo musica da ogni angolo possibile. Burn My Eyes  è il loro esordio, e arriva in un momento in cui il grunge stava ancora dominando l'attenzione generale mentre il metal cercava una nuova direzione.

La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.

Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.

Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.

sabato 26 settembre 2026

When Evil Lurks (2023)


 
Regia: Demian Rugna
Anno: 2023
Titolo originale. Cuando Acecha La Maldad
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.9)
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When Evil Lurks mi ha incuriosito praticamente fin dall'inizio. È un horror ben fatto, con un'ambientazione che trovo particolarmente interessante e anche abbastanza atipica rispetto a quello a cui siamo abituati: siamo in Argentina, lontani dai soliti scenari che accompagnano questo genere di film. La prima parte mi ha convinto parecchio, sia per l'atmosfera sia per il modo in cui viene costruita la storia. C'è qualcosa di sporco e imprevedibile che funziona bene e che mi ha fatto pensare che potesse essere uno di quegli horror capaci di lasciare davvero il segno. Poi, per i miei gusti, il film si perde un po' strada facendo. L'idea di partenza rimane interessante e ci sono comunque momenti riusciti, ma l'effetto iniziale si attenua progressivamente e nella seconda parte mi ha coinvolto meno. Rimane comunque un film che considero interessante e soprattutto mi ha fatto drizzare le antenne sul suo regista, Demián Rugna. Da tenere quindi sotto la lente di ingrandimento: sicuramente cercherò di recuperare anche qualche altro suo film.

venerdì 25 settembre 2026

Forza Maggiore (2014)

 

Regia: Ruben Ostlund
Anno: 2014
Titolo originale: Turist
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.2)
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Forza maggiore è un film indipendente e drammatico (di Ruben Ostlund), senza troppe pretese, che parte da una situazione interessante: durante una vacanza sulla neve, una famiglia svedese si trova coinvolta in quella che sembra una valanga imminente e la reazione del padre mette in crisi il rapporto con la moglie.

Il tema non è male, soprattutto perché permette di riflettere su come possiamo comportarci quando ci troviamo improvvisamente davanti a una situazione di pericolo e su quanto sia facile giudicare le reazioni degli altri quando siamo al sicuro. Più che una rappresentazione particolarmente realistica di una crisi familiare, però, l'ho visto soprattutto come uno spunto di riflessione sulla crisi di coppia.

A livello personale ho fatto un po' fatica a farmelo piacere. Non è girato in maniera casereccia, ma per lunghi tratti ho avuto una strana sensazione da "documentario per le vacanze": albergo, piste da sci, pranzi, panorami innevati, famiglia che si muove qua e là... Forse dipende anche dal doppiaggio, che non mi ha aiutato a entrare nei personaggi, ma in certi momenti sembrava quasi di guardare il filmato delle ferie di qualcun altro.

Non mi hanno aiutato nemmeno i due bambini, che ho trovato spesso goffi e quasi d'intralcio alla storia invece che realmente coinvolti nella dinamica familiare. E, più in generale, non sono riuscito a provare particolare simpatia per nessuno dei due protagonisti. Tomas ed Ebba sono proprio il genere di coppia che dovrebbe incuriosirti attraverso i loro comportamenti, ma io sono rimasto piuttosto distante da entrambi.

Resta quindi un film con un'idea di fondo interessante e qualche situazione capace di far riflettere, ma che personalmente ho trovato poco coinvolgente. Forse è proprio quella freddezza nordica che molti possono apprezzare: a me, questa volta, ha dato soprattutto la sensazione di assistere per due ore alle vacanze sulla neve di una coppia che non conoscevo.

giovedì 24 settembre 2026

Converge - Jane Doe

 

Artista: Converge
Anno: 2001
Tracce: 12
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Con i Converge sono caduto nella trappola delle recensioni entusiastiche. Jane Doe  compare in quasi tutte le liste dei migliori album metal e hardcore del decennio: migliore disco del 2001 per Terrorizer, miglior album dell'intera decade per Sputnikmusic, sessantunesimo miglior album metal di sempre secondo Rolling Stone. Con queste credenziali era difficile non cedere alla curiosità.

Il disco è il quarto dei Converge, band di Salem, Massachusetts, nata nel 1990 e considerata tra i pionieri del metalcore e del mathcore. Il cantante Jacob Bannon lo scrisse in un periodo di fine di una relazione importante, e tutta quell'urgenza emotiva è finita dentro la musica in modo talmente diretto da non lasciare quasi spazio all'ascoltatore. La copertina, un volto di donna anonimo che sembra disintegrarsi, l'ha disegnata lo stesso Bannon: anche quella è un documento di quel periodo.

Il problema è che per me è parecchio rumore. Non nel senso figurato: nel senso letterale del termine. Jacob Bannon alla voce urla, stria e graffia in modo così estremo che seguire un testo è praticamente impossibile, e aprire il booklet per leggere le parole non aiuta più di tanto perché quello che è scritto lì dentro difficilmente coincide con quello che si riesce a percepire nell'ascolto. I ritmi sono spezzati, i tempi dispari, i brani si interrompono e ripartono in modo imprevedibile. Per chi ha i codici giusti per decifrarlo è probabilmente tutto questo a renderlo affascinante. Per me, abituato al metal classico e all'hard rock, resta un muro di suono che non riesce a comunicarmi molto.
 

Tra l'altro, mentre cercavo il CD per riascoltarlo, mi sono accorto di un'altra cosa curiosa:  non è affatto un album che oggi si trovi facilmente in formato fisico. L'edizione europea del 2001 uscì per Epitaph Records, con il CD dentro un caratteristico slipcase di cartoncino, e la prima stampa comprendeva anche un foglio con i testi e un patch. Esistono naturalmente ristampe e altre edizioni, ma il vecchio CD sembra essere diventato uno di quei dischi che, nonostante l'importanza che gli viene attribuita, non sono poi così facili da recuperare. E la cosa mi ha fatto venire un dubbio ancora più strano: io sono quasi sicuro di averlo (avuto?). Lo devo cercare, è finito da qualche parte. Ricordo perfettamente quella copertina e il CD fisico, quindi è difficile pensare che il mio rapporto con Jane Doe sia nato semplicemente da un MP3 scaricato qualche anno dopo. Adesso, quindi devo anche ritrovare il mio. 

mercoledì 23 settembre 2026

Bring Her Back - Torna Da Me (2025)


 
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou
Anno: 2025
Titolo originale: Bring Her Back
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (7.1)
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Ho letto parecchi pareri molto positivi su Bring Her Back, spesso descritto anche come un horror disturbante e capace di mettere a disagio. Così sono corso a guardarmelo. A me, invece, è sembrato soprattutto un film troppo lento. Il problema principale è la prima ora, che ho trovato decisamente noiosa: la componente drammatica prende talmente tanto spazio che per parecchio tempo sembra non succedere praticamente nulla. Capisco la necessità di costruire l'atmosfera e di preparare quello che verrà dopo, ma per un horror mi è sembrato un ritmo eccessivamente dilatato. E soprattutto non ho trovato quella sensazione di inquietudine crescente che evidentemente ha colpito altri spettatori. Anche sul versante del disturbo, quindi, sono rimasto abbastanza freddo. Ci sono alcune scene forti e immagini che vorrebbero lasciare il segno, ma non mi hanno provocato quella reazione che mi aspettavo leggendo le recensioni. Più che disturbante, in diversi momenti l'ho trovato semplicemente lento. A questo si aggiunge un'altra cosa che mi ha lasciato perplesso: diverse situazioni e scene sembrano rimanere appese, senza una vera conclusione. Non è necessariamente un problema lasciare qualcosa all'interpretazione, ma qui ho avuto più volte l'impressione che alcune idee venissero introdotte e poi abbandonate, invece di essere sviluppate fino in fondo. Alla fine Bring Her Back non è un film che considero brutto, ma nemmeno quell'horror disturbante e coinvolgente che mi aspettavo. Ha sicuramente delle trovate interessanti e qualche momento riuscito, però il ritmo troppo lento, soprattutto nella prima parte, e alcune situazioni lasciate in sospeso hanno finito per farmelo vivere più con noia che con inquietudine.

martedì 22 settembre 2026

Cranberries - No Need To Argue



 Artista: The Cranberries
Anno: 1994
Tracce: 13 + 6
Formato: CD doppio 
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Colpevolmente non avevo ancora parlato dei Cranberries su queste pagine, e già questo è un torto da riparare chiedendo un aiuto veloce a VIKI che è brava a fare ricerche. No Need to Argue (del 1994 con un Festivalbar spettacolare l'anno successivo) è il disco che li ha consacrati definitivamente, il secondo della loro breve e intensa discografia, e quello che più di tutti porta il segno di quello che erano: una band irlandese di Limerick con una voce al centro che bastava da sola a distinguerli da chiunque altro.

Quella voce è Dolores O'Riordan: un timbro unico, fragile e potente insieme, con quel vibrato singhiozzante che è diventato uno dei marchi sonori degli anni Novanta. Intorno a lei la chitarra acustica ed elettrica di Noel Hogan costruisce un folk pop rock che bilancia evocazioni irlandesi e alternative rock con una naturalezza che poche band sapevano trovare in quel periodo. Il disco è già maturo e coeso, con tredici canzoni che tengono insieme registri molto diversi senza mai perdere il filo.

Il centro di tutto è Zombie, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Dolores la scrisse dopo l'attentato IRA di Warrington del 20 marzo 1993, in cui vennero uccisi due bambini, Jonathan Ball e Tim Parry: una risposta rabbiosa e disperata, con le chitarre distorte in modo insolito per la band e la voce che sale fino all'urlo. La Island Records era titubante sul pubblicarla come singolo, convinta che una canzone politicamente militante potesse danneggiare la carriera della band. Nel frattempo però il brano aveva già cominciato a girare nei live, e mentre spopolava accadde qualcosa di incredibile: il 31 agosto 1994 l'IRA dichiarò il cessate il fuoco dopo venticinque anni di conflitto armato. Qualcuno insinuò che l'esposizione mediatica di un brano simile non fosse del tutto estranea alla decisione. La canzone uscì come singolo il 19 settembre e divenne il loro più grande successo commerciale.

Ma il disco vale molto oltre Zombie. Ode to My Family è malinconica e nostalgica, con i tubi tradizionali irlandesi uilleann pipes a colorare il sottofondo. I Can't Be with You è una delle ballate più riuscite, essenziale e diretta. Ridiculous Thoughts porta il suono alternative rock più vicino alla superficie. E poi c'è Daffodil's Lament, con quella sua atmosfera sospesa e celtica che sembra arrivare da un posto senza tempo.

Dolores è scomparsa nel 2018, e la sua assenza ha reso tutto questo ancora più prezioso e irreparabile. No Need to Argue non invecchia perché non ha mai cercato di essere moderno: cercava solo di essere onesto, e ci riusciva benissimo. 

lunedì 21 settembre 2026

The Protégé (2021)



 Regia: Martin Campbell
Anno: 2021
Titolo originale: The Protégé 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
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The Protégé (miracolo indovinare gli accenti) è un action thriller del 2021 diretto da Martin Campbell, quello di Casino Royale, con Maggie Q nei panni di Anna, la killer più abile al mondo, cresciuta fin da bambina da Moody, un leggendario sicario interpretato da Samuel L. Jackson dopo averla salvata da un massacro a Saigon in cui perse i genitori. Quando Moody viene ucciso, Anna parte per vendicarlo e finisce invischiata con un altro killer enigmatico interpretato da Michael Keaton, con cui il rapporto tra caccia e attrazione diventa via via più ambiguo.

La prima parte, quella con la bambina salvata da un massacro e cresciuta da un assassino solitario che le insegna il mestiere, sembra quasi un incipit alternativo di Léon, con Moody nel ruolo che fu di Jean Reno, anche se qui il rapporto tra i due resta più professionale e meno malinconico di quello tra Léon e Mathilda. Una volta chiuso questo preambolo però il film si trasforma rapidamente in un classico action di vendetta, con Anna che deve fare fuori il cattivo di turno per motivi che, a pensarci con un minimo di logica, non reggerebbero neanche troppo.

Il tandem tra Maggie Q, decisamente convincente nelle coreografie d'azione, e un Michael Keaton che si diverte parecchio nei panni del villain elegante e ambiguo, tiene comunque in piedi il film anche nei momenti in cui la trama scricchiola, e Martin Campbell sa come girare uno scontro corpo a corpo senza perdere ritmo. Non è un film che lascia il segno, ma per una serata action senza troppe pretese fa il suo lavoro egregiamente.

domenica 20 settembre 2026

Juventus - Atalanta

 
Quinta giornata e dopo la sconfitta di Sassuolo ci dobbiamo aspettare qualche cosa di più. Non bastano come giustificazioni gli infortuni ed abbiamo bisogno di punti. Inizio primo tempo un po' macchinoso e con tanto traffico a centrocampo. Prove di occasioni che non arrivano con facilità fino al 28 esimo in cui dobbiamo attendere il primo tiro e la rete del vantaggio. E nei primi 45 minuti non succede proprio altro. Né da una parte né dall'altra. Il secondo tempo inizia più frizzante e con meno inerzia. Possiamo raddoppiare e loro possono pareggiare, c'è un bel equilibrio da questo punto di vista. Su calcio d'angolo però ci pensa Bremer e ci portiamo finalmente sul 2 - 0. Quindi ottimo risultato e conclusione felice. 

Concerto Per Pistola Solista (1970)

 

Regia: Michele Lupo
Anno: 1970
Titolo originale: Concerto Per Pistola Solista
Voto: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
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Film:

Concerto per pistola solista (conosciuto all'estero come The Weekend Murders) è un giallo italiano del 1970 diretto da Michele Lupo, con un cast decisamente misto e internazionale che mescola nomi nostrani come Gastone Moschin e Giacomo Rossi Stuart ad attori stranieri come il soprano Anna Moffo, l'inglese Lance Percival e persino Beryl Cunningham, cantante e attrice guyanese. La trama è un giallo di ambientazione British quasi da manuale, con una famiglia aristocratica inglese che si riunisce per la lettura del testamento del capofamiglia, l'eredità che finisce inaspettatamente tutta a Barbara, la figlia preferita, e a quel punto parte una catena di omicidi in stile Agatha Christie, con il maggiordomo pugnalato per primo e a seguire il resto della famiglia.

È un lavoro decisamente minore nel filone del giallo e del poliziesco all'italiana di quegli anni, girato anche in parte in Inghilterra, nella tenuta di Somerleyton Hall, il che gli dà un'ambientazione più autentica del solito rispetto a tanti gialli nostrani spacciati per stranieri con qualche cartello in inglese. Quello che lo rende più interessante della media è la punta ironica quasi da commedia che attraversa tutto il film, con il sergente Thorpe di Moschin che fa un po' da spalla comica mentre le indagini procedono, un tono leggero che stempera la formula un po' rigida del giallo con delitti in serie.

Nel complesso è un prodotto ben fatto per quello che si propone, con un ritmo che non annoia mai nella sua durata contenuta e una colonna sonora di Francesco De Masi che accompagna bene le atmosfere. Non è certo un capitolo memorabile del genere, ma dentro la sua fascia, quella dei gialli minori dell'epoca fatti con un minimo di cura, si difende benissimo.


 
Edizione: DVD 
Oblivion, che difficilmente delude, con questa uscita numero #12 ci ha riportato un ottimo film con qualità medio alta per l'età ed il formato, traccia audio italiana in stereo ed i seguenti extra:
  • Giallo nel Suffolk (30 minuti)
  • Delitto imperfetti (27 minuti)
  •  Comparazione versione italiana vs internazionale (5 minuti)