sabato 2 maggio 2026

Opeth - Blackwater Park

 
Artista: Opeth
Anno: 2001
Tracce: 8
Formato: CD
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Con i Dark Tranquillity avevo già esplorato un certo tipo di metal scandinavo, melodico, oscuro, costruito su strati. Gli Opeth appartengono a quel territorio ma ci fanno cose diverse, più ambiziose e meno lineari. Blackwater Park del 2001 è il disco che li ha fatti conoscere al grande pubblico, il quinto della loro discografia, e si capisce subito perché.

La caratteristica che colpisce di più è il modo in cui il disco respira. Non è semplicemente death metal progressivo, è un continuo alternarsi di ferocia e intimismo, di growl pesantissimi e passaggi acustici quasi folk, di riff oscuri e improvvisi squarci melodici. Mikael Åkerfeldt è la mente e la voce di tutto questo: passa dal cantato pulito e malinconico al growl più brutale con una naturalezza disarmante, senza mai sembrare schizofrenico. Il tutto con la produzione di Steven Wilson dei Porcupine Tree, che aveva scoperto la band quasi per caso e chiesto di collaborare, e il suo tocco si sente, in quell'equilibrio tra pesantezza e spazio che tiene tutto in piedi.

The Leper Affinity apre il disco con dieci minuti che dichiarano subito le intenzioni. Harvest è una ballata acustica malinconica che sorprende per quanto funzioni nel contesto. The Drapery Falls è forse il brano più compiuto: inizia dolce, poi precipita nel nero più cupo e poi risale, tutto dentro la stessa canzone. Dirge for November parte con un intro quasi jazzistico prima di sprofondare nella lava. La title track chiude il disco con una grandiosità che si fa perdonare perché è guadagnata nota per nota.

Non è un disco semplice da seguire, e non ha nessuna intenzione di esserlo. Ma per chi ha le vedute abbastanza aperte da starci dentro  e la pazienza di lasciarlo lavorare  Blackwater Park è uno di quei dischi che restano. 

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