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giovedì 24 settembre 2026

Converge - Jane Doe

 

Artista: Converge
Anno: 2001
Tracce: 12
Ascolta gratis con Amazon Music


Con i Converge sono caduto nella trappola delle recensioni entusiastiche. Jane Doe  compare in quasi tutte le liste dei migliori album metal e hardcore del decennio: migliore disco del 2001 per Terrorizer, miglior album dell'intera decade per Sputnikmusic, sessantunesimo miglior album metal di sempre secondo Rolling Stone. Con queste credenziali era difficile non cedere alla curiosità.

Il disco è il quarto dei Converge, band di Salem, Massachusetts, nata nel 1990 e considerata tra i pionieri del metalcore e del mathcore. Il cantante Jacob Bannon lo scrisse in un periodo di fine di una relazione importante, e tutta quell'urgenza emotiva è finita dentro la musica in modo talmente diretto da non lasciare quasi spazio all'ascoltatore. La copertina, un volto di donna anonimo che sembra disintegrarsi, l'ha disegnata lo stesso Bannon: anche quella è un documento di quel periodo.

Il problema è che per me è parecchio rumore. Non nel senso figurato: nel senso letterale del termine. Jacob Bannon alla voce urla, stria e graffia in modo così estremo che seguire un testo è praticamente impossibile, e aprire il booklet per leggere le parole non aiuta più di tanto perché quello che è scritto lì dentro difficilmente coincide con quello che si riesce a percepire nell'ascolto. I ritmi sono spezzati, i tempi dispari, i brani si interrompono e ripartono in modo imprevedibile. Per chi ha i codici giusti per decifrarlo è probabilmente tutto questo a renderlo affascinante. Per me, abituato al metal classico e all'hard rock, resta un muro di suono che non riesce a comunicarmi molto.
 

Tra l'altro, mentre cercavo il CD per riascoltarlo, mi sono accorto di un'altra cosa curiosa:  non è affatto un album che oggi si trovi facilmente in formato fisico. L'edizione europea del 2001 uscì per Epitaph Records, con il CD dentro un caratteristico slipcase di cartoncino, e la prima stampa comprendeva anche un foglio con i testi e un patch. Esistono naturalmente ristampe e altre edizioni, ma il vecchio CD sembra essere diventato uno di quei dischi che, nonostante l'importanza che gli viene attribuita, non sono poi così facili da recuperare. E la cosa mi ha fatto venire un dubbio ancora più strano: io sono quasi sicuro di averlo (avuto?). Lo devo cercare, è finito da qualche parte. Ricordo perfettamente quella copertina e il CD fisico, quindi è difficile pensare che il mio rapporto con Jane Doe sia nato semplicemente da un MP3 scaricato qualche anno dopo. Adesso, quindi devo anche ritrovare il mio. 

martedì 22 settembre 2026

Cranberries - No Need To Argue



 Artista: The Cranberries
Anno: 1994
Tracce: 13 + 6
Formato: CD doppio 
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Colpevolmente non avevo ancora parlato dei Cranberries su queste pagine, e già questo è un torto da riparare chiedendo un aiuto veloce a VIKI che è brava a fare ricerche. No Need to Argue (del 1994 con un Festivalbar spettacolare l'anno successivo) è il disco che li ha consacrati definitivamente, il secondo della loro breve e intensa discografia, e quello che più di tutti porta il segno di quello che erano: una band irlandese di Limerick con una voce al centro che bastava da sola a distinguerli da chiunque altro.

Quella voce è Dolores O'Riordan: un timbro unico, fragile e potente insieme, con quel vibrato singhiozzante che è diventato uno dei marchi sonori degli anni Novanta. Intorno a lei la chitarra acustica ed elettrica di Noel Hogan costruisce un folk pop rock che bilancia evocazioni irlandesi e alternative rock con una naturalezza che poche band sapevano trovare in quel periodo. Il disco è già maturo e coeso, con tredici canzoni che tengono insieme registri molto diversi senza mai perdere il filo.

Il centro di tutto è Zombie, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Dolores la scrisse dopo l'attentato IRA di Warrington del 20 marzo 1993, in cui vennero uccisi due bambini, Jonathan Ball e Tim Parry: una risposta rabbiosa e disperata, con le chitarre distorte in modo insolito per la band e la voce che sale fino all'urlo. La Island Records era titubante sul pubblicarla come singolo, convinta che una canzone politicamente militante potesse danneggiare la carriera della band. Nel frattempo però il brano aveva già cominciato a girare nei live, e mentre spopolava accadde qualcosa di incredibile: il 31 agosto 1994 l'IRA dichiarò il cessate il fuoco dopo venticinque anni di conflitto armato. Qualcuno insinuò che l'esposizione mediatica di un brano simile non fosse del tutto estranea alla decisione. La canzone uscì come singolo il 19 settembre e divenne il loro più grande successo commerciale.

Ma il disco vale molto oltre Zombie. Ode to My Family è malinconica e nostalgica, con i tubi tradizionali irlandesi uilleann pipes a colorare il sottofondo. I Can't Be with You è una delle ballate più riuscite, essenziale e diretta. Ridiculous Thoughts porta il suono alternative rock più vicino alla superficie. E poi c'è Daffodil's Lament, con quella sua atmosfera sospesa e celtica che sembra arrivare da un posto senza tempo.

Dolores è scomparsa nel 2018, e la sua assenza ha reso tutto questo ancora più prezioso e irreparabile. No Need to Argue non invecchia perché non ha mai cercato di essere moderno: cercava solo di essere onesto, e ci riusciva benissimo. 

sabato 19 settembre 2026

R.E.M. - Out Of Time

 

Artista: R.E.M.
Anno: 1991
Tracce: 11
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Con i R.E.M. il percorso è stato quello di chi li ha ascoltati di rimando, per contagio: li ascoltavano soprattutto i miei amici negli anni Novanta, e quando una musica gira intorno a te con quella frequenza finisce inevitabilmente per diventare parte della tua colonna sonora personale, che tu l'abbia cercata o no. Out of Time è il disco che più di tutti ha reso questo meccanismo inevitabile.

Il settimo album degli R.E.M. è quello che li trasforma da band di culto a fenomeno di massa internazionale: numero uno in America e in Gran Bretagna, diciotto milioni di copie vendute nel mondo, 183 settimane nelle classifiche britanniche secondo VIKI. E il motore di tutto questo è un mandolino. Peter Buck ne aveva appena comprato uno e se ne stava in poltrona davanti alla tv strimpellando qualcosa, cercando di capire come funzionasse quello strumento che non sapeva suonare; da quell'improvvisazione nacque il riff di Losing My Religion, il singolo che aprì le porte del mainstream alla band di Athens. Michael Stipe ha spiegato che il titolo riprende un'espressione idiomatica del Sud degli Stati Uniti che significa "perdere la pazienza", non la fede religiosa; il testo parla di un amore non corrisposto che rischia di diventare ossessione, e si ispira dichiaratamente a Every Breath You Take dei Police. Il video, diretto da Tarsem Singh con citazioni da Tarkovskij e Caravaggio, vinse il Grammy e l'MTV Video of the Year. Non male per una canzone nata per caso su una poltrona.

Il disco però vale molto di più del singolo che lo ha oscurato. Il sound è folk rock e chamber pop, con arrangiamenti orchestrali curati dal produttore Scott Litt, e ha una morbidezza e una gradevolezza che lo rendono adatto a qualsiasi ora del giorno senza mai stancare. Shiny Happy People, secondo singolo, è il momento più solare e spensierato; lo stesso Stipe l'ha definita in seguito una canzone scritta per i bambini, e non lo diceva come un complimento. Half a World Away è la perla nascosta del disco, malinconica e toccante in un modo che le tracce più famose non raggiungono. Near Wild Heaven e Texarkana, cantate principalmente da Mike Mills, sono le sorprese del lotto: più leggere, quasi pop, lontanissime dall'immagine austera che spesso si associa alla band.

Non è musica che ho cercato. È musica che mi è entrata addosso per osmosi, passando dai cd degli amici all'aria di un certo periodo. E questi sono i dischi che non muoiono mai, proprio perché non li hai scelti tu: li ha scelti il tempo per te.

lunedì 14 settembre 2026

Kyuss - Welcome To Sky Valley

 

Artista. Kyuss
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queens of the Stone Age avevo già incontrato Josh Homme, e sapere che prima di loro c'erano stati i Kyuss era abbastanza per incuriosirmi. Welcome to Sky Valley  è il disco che li ha consacrati, e ascoltarlo spiega molte cose su quello che Homme avrebbe fatto dopo, e su come lo stoner rock abbia trovato la sua forma definitiva.

La storia dei Kyuss ha qualcosa di quasi leggendario: nati a Palm Desert, California, suonavano concerti nel deserto usando generatori a benzina per alimentare le apparecchiature, per piccoli gruppi di persone radunate nel nulla assoluto. Homme aveva quattordici anni quando fondò la band; nel 1993 aprivano per i Metallica in Australia; nel 1994 uscì questo disco. La copertina, una strada asfaltata che taglia il deserto e si perde nell'orizzonte sotto un tramonto rosso, è diventata un'immagine iconica dello stoner metal quasi quanto la musica che contiene.

Il disco è strutturato con dieci tracce e in tre suite senza titoli di sezione, con i brani che scorrono uno nell'altro senza pause evidenti, come se l'intenzione fosse quella di costruire un unico lungo viaggio piuttosto che una raccolta di canzoni. Le chitarre di Homme sono accordate verso il basso, con una distorsione secca e sabbiosa che suona come se il deserto fosse entrato nello studio. Il basso di Scott Reeder è così presente da sembrare una terza chitarra. John Garcia alla voce non urla e non sussurra: canta, con una naturalezza quasi soul che si incastra nella musica senza sovrastarla.

Gardenia apre il disco con un riff che sembra il motore di una muscle car che parte: cinque minuti di rock pesante e lento che stabiliscono subito le regole del gioco. Demon Cleaner è il singolo più noto, ipnotico e ossessivo, con quel giro di chitarra che si ripete fino a diventare quasi meditativo. Odyssey accelera come una moto in autostrada deserta al tramonto. Supa Scoopa and Mighty Scoop, col titolo più bizzarro del disco, è forse il momento più potente: Homme lascia che il groove faccia il lavoro invece del volume, e il risultato è devastante.

Non è musica da mettere su distrattamente, e non è musica per tutte le occasioni. È stoner rock nel senso più puro del termine: richiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione ad abbandonarsi al ritmo senza aspettarsi che arrivi da qualche parte in fretta. Ma quando ci si entra dentro, è difficile uscirne.

domenica 13 settembre 2026

Tool - Undertow

 

Artista: Tool
Anno: 1993
Tracce: 10
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Dopo aver ascoltato Lateralus mi è venuta la curiosità di tornare indietro nel tempo, fino al 1993, quando i Tool pubblicarono il loro vero esordio discografico, Undertow. Dico vero esordio perché prima c'era stato l'EP Opiate, ma è con questo disco che il gruppo di Los Angeles si presenta al mondo in formazione completa, con Paul D'Amour al basso, l'unico album in cui suonerà con loro prima di lasciare spazio a Justin Chancellor.

La prima cosa che colpisce, sapendo cosa verrà dopo, è quanto Undertow sia già loro e non ancora del tutto loro. C'è la stessa oscurità, la stessa capacità di costruire un pezzo su un giro ossessivo che si ripete e si trasforma, ma manca ancora quella raffinatezza quasi matematica che troveremo su Lateralus. Qui i Tool sono più grezzi, più arrabbiati, più vicini all'alternative metal dei primi anni novanta di quanto lo saranno mai più.

Intolerance apre il disco con un riff che non lascia dubbi su dove si sta andando a parare, ma è con Prison Sex che la band mostra per la prima volta quella capacità di scrivere qualcosa che assomiglia a una canzone vera, con un ritornello che si conficca in testa nonostante il testo parli di abusi e perdita dell'innocenza, uno dei temi ricorrenti del disco insieme all'ipocrisia religiosa che tornerà anche in Sober, probabilmente il pezzo più conosciuto dell'album.

Bottom merita una menzione a parte perché ospita Henry Rollins, che presta la voce in un pezzo lento e strisciante, di quelli che ti si attaccano addosso senza che tu te ne accorga. E poi c'è la chiusura, Flood che sfocia in Disgustipated, un blocco unico di oltre venti minuti che parte come un pezzo quasi tradizionale e finisce in un delirio di rumori, silenzi e voci recitate, una specie di manifesto di quello che i Tool avrebbero fatto negli anni successivi, solo ancora in forma acerba.

Non è un disco che ti fa dire subito wow, ci vuole pazienza, ma se gli dai tempo capisci da dove viene tutto il resto, Ænima, Lateralus, e tutto quello che sarebbe seguito. I Tool sono davvero una band particolare, difficile da avvicinare senza un minimo di predisposizione, ma quando ci sanno fare lo fanno davvero bene, e Undertow è la prova che ci sapevano fare già dal primo giorno.

venerdì 11 settembre 2026

Green Day - Nimroad

 

Artista: Green Day 
Anno: 1997
Tracce: 18
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già chiarito la mia posizione con Dookie: punk pop della spiaggia  e del pratone di Baratti, colonna sonora di un periodo più che ascolto di elezione. Nimrod  è il quinto album, arrivato tre anni dopo, e la cosa che colpisce subito è che la band non stava cercando di fare Dookie di nuovo.

È un disco volutamente più eclettico e meno definibile: ci sono brani ska con sezione di fiati (King for a Day), momenti con influenze surf rock (Last Ride In), punk diretto nel senso più classico (Nice Guys Finish Last, Hitchin' a Ride), e poi quella cosa lì in chiusura che ha cambiato tutto. Good Riddance (Time of Your Life) era una canzone scritta da Armstrong ai tempi di Dookie, per una ragazza che si trasferiva in Ecuador; non era entrata in quel disco, poi era rimasta fuori anche da Insomniac, e alla fine aveva trovato casa qui con un piccolo quartetto d'archi aggiunto sopra. Armstrong ha detto che trovare il coraggio di pubblicarla era stato difficile, che mettersi così a nudo non era cosa da Green Day. Mike Dirnt, meno diplomatico, aveva tagliato corto: "È una bella canzone, chi se ne frega di cosa pensa la gente." Poi è diventata una delle canzoni più usate nei programmi televisivi americani, nelle lauree, nei funerali, in tutto ciò che richiedeva un sottofondo malinconico e rassicurante.

Il disco nel complesso non è compatto come Dookie e non ha la stessa identità riconoscibile. Il fatto di voler sperimentare in tante direzioni diverse lo rende frammentato, e non tutti i pezzi funzionano allo stesso modo. Ma è un album che dimostra che Armstrong sapeva scrivere canzoni vere, non solo punk di tre accordi. E Good Riddance da sola, due minuti e mezzo di chitarra acustica e archi, vale l'acquisto dell'intero disco.

giovedì 10 settembre 2026

Thin Lizzy - Jailbreak

 

Artista: Thin Lizzy
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: CD
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I Thin Lizzy sono una di quelle band che appartengono alla storia del rock in modo quasi silenzioso: non i più celebrati, non i più citati nelle classifiche dei grandi, eppure con un disco come Jailbreak  hanno lasciato un segno che non si cancella facilmente.

La storia dietro al disco ha quel sapore classico delle grandi risalite: dopo due album consecutivi con vendite deludenti, la Vertigo Records diede ai Thin Lizzy un'ultima possibilità. La band si ritirò in uno studio nel Buckinghamshire per comporre e arrangiare con cura ogni brano, poi si trasferì ai Ramport Studios di Londra per registrare. Phil Lynott, bassista, cantante e anima creativa del gruppo, sapeva che non ci sarebbero state altre occasioni. Il risultato fu il loro album più completo e il biglietto da visita definitivo per il mercato internazionale.

Il cuore del disco è la doppia chitarra di Scott Gorham e Brian Robertson: non si limitano a fare da sfondo alla voce di Lynott, ma dialogano continuamente tra loro con armonie intrecciate che danno al suono dei Thin Lizzy qualcosa di riconoscibile al primo ascolto. La title track apre il disco con una tensione da film d'azione, sirene d'allarme incluse, costruita su un riff diretto e senza fronzoli. Angel from the Coast accelera subito dopo, funky e nervosa. Warriors è il brano più hard rock del lotto, con i due chitarristi che si scambiano assoli di una pulizia disarmante.

E poi c'è The Boys Are Back in Town. Non c'è molto da aggiungere su un brano che Rolling Stone ha inserito nella lista delle 500 canzoni più grandi di tutti i tempi: quella progressione di accordi, quella linea di basso, quel ritornello che entra subito e non se ne va più, le due chitarre armonizzate nel post-ritornello. È uno di quei brani che appartengono all'inconscio collettivo del rock, riconoscibile da chiunque abbia vissuto vicino a una radio negli ultimi cinquant'anni. Cowboy Song e Emerald chiudono il disco con uguale dignità, la prima con una rilassatezza quasi southern rock, la seconda con un'accelerazione quasi proto-metal che anticipa direzioni che la band avrebbe esplorato anni dopo.

Hard rock diretto, senza pretese inutili, suonato da una band che sapeva esattamente cosa stava facendo. Uno di quei dischi che non invecchiano perché non hanno mai cercato di essere moderni.

martedì 8 settembre 2026

Van Halen - Van Halen

 

Artista: Van Halen
Anno: 1978
Tracce: 11
Formato: CD 
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Torniamo indietro di qualche anno rispetto a 1984 e cambiamo pianeta musicale, perché oggi tocca a Van Halen, l'album omonimo del 1978, il disco che ha praticamente riscritto il manuale della chitarra rock. Con undici tracce e poco più di trentacinque minuti cambia per sempre l'idea di cosa potesse fare una sei corde elettriche.

La formazione è quella storica, David Lee Roth alla voce con tutto il suo teatro da showman vaudeville, Michael Anthony al basso e ai cori perfetti, Alex Van Halen alla batteria, ed Eddie Van Halen alla chitarra, che qui si prende letteralmente la scena. Il disco si apre con Runnin' with the Devil, un pezzo che nonostante il titolo non ha nulla di satanico o di oscuro, è solo un inno alla strada e agli eccessi che si porta dietro. 

Poi arriva il colpo di scena, Eruption, un assolo di chitarra solista che secondo la leggenda non era nemmeno previsto in scaletta. Eddie lo suonava nei club per scaldarsi prima dei concerti, Templeman lo sente per caso mentre lo prova in studio in vista di una data al Whisky a Go Go e decide di inserirlo nell'album così com'è. Un minuto e quaranta di tapping a due mani che ha aperto una strada che chitarristi di ogni epoca hanno poi provato a percorrere, lo stesso Eddie diceva scherzando che c'è persino un errore lì dentro e che avrebbe potuto suonarlo meglio.

Da lì in poi il disco non cala mai, la cover di You Really Got Me dei Kinks diventa quasi più famosa dell'originale, Ain't Talkin' 'Bout Love nasce come una parodia punk e finisce per gettare le basi di tutto l'hair metal a venire, e chiude On Fire con quel finale in dissolvenza sul basso che chiude il cerchio in modo perfetto. La chitarra di Eddie, quella Frankenstrat assemblata con pezzi da duecento dollari, il pickup finto e i riflettori da bicicletta attaccati dietro per i concerti, diventa un'icona quanto la musica stessa.

Io vengo dal metal più strutturato e sinfonico, quello di Iron Maiden e Blind Guardian per intenderci, quindi il rock and roll spensierato e festaiolo dei Van Halen non è propriamente il mio pane quotidiano. Ma ci sono dischi che trascendono il genere che rappresentano, e questo è uno di quelli. Ogni volta che lo riascolto mi ricordo perché la chitarra elettrica sia diventata lo strumento che è, e quanta gioia pura ci possa essere in undici canzoni suonate da quattro ragazzi che sembrano davvero divertirsi come non mai.

giovedì 3 settembre 2026

Black Flag - Damaged



Artista: Black Flag
Anno: 1981
Tracce: 15
Formato: CD
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Jack: VIKI, spiega perchè questo album che tengo in mano è finito nella mia collezione privata casalinga:

VIKI: Se dovessi consigliare un solo disco per spiegare cosa significhi davvero la parola punk, senza tutta la patina da salotto buono che ormai si porta dietro, punterei dritto su Damaged dei Black Flag. Uscito sulla SST nel 1981, è il loro primo album vero e proprio, e arriva dopo un paio di tentativi falliti e un giro di cantanti che definire turbolento è poco. Alla fine il posto lo prende un ventenne di Washington DC che fino a poco prima faceva il fan sfegatato della band, tale Henry Rollins, che si ritrova catapultato in studio con appena qualche settimana di rodaggio alle spalle.

La cosa curiosa è che la maggior parte delle basi strumentali era già stata registrata prima del suo arrivo, quindi Rollins si è trovato a dover sovraincidere la voce su tracce pensate per un altro cantante, e nonostante questo il risultato suona come se fosse tutto nato insieme, di getto, con quella rabbia che non concede pause. Chitarra di Greg Ginn, basso di Chuck Dukowski, seconda chitarra di Dez Cadena passato dal microfono alla sei corde, batteria del misterioso Robo. Un quintetto che in poco più di trentaquattro minuti butta giù il manifesto dell'hardcore americano.

Dietro l'uscita del disco c'è anche una storia da manuale di quanto la musica desse fastidio a chi contava i soldi. La Unicorn Records, che doveva distribuirlo tramite la major MCA, si tira indietro all'ultimo perché il presidente della MCA lo giudica un disco anti genitori. I Black Flag, con la faccia tosta che li ha sempre contraddistinti, vanno di persona allo stabilimento di stampa e appiccicano sopra le copie già pronte degli sticker con su scritto, testuale, che da genitore lo trovavano un disco anti genitori. Alla fine il disco esce per conto proprio sulla SST di Ginn, e quella storia lì dice già tutto sullo spirito del gruppo.

Musicalmente Damaged non lascia respiro. Brani come Rise Above, Six Pack, Thirsty and Miserable o Depression parlano di paranoia, alcolismo, isolamento, disagio mentale, con un'urgenza che non ha nulla di calcolato. Rollins non canta, sbraita, e lo fa con una credibilità totale perché quelle cose evidentemente le sente sulla pelle. Poi arriva TV Party, che è quasi comica nella sua cattiveria contro il conformismo da divano, e chiude tutto Damaged I, il primo pezzo scritto proprio da Rollins, rallentato e quasi da spoken word, che suona come una confessione buttata lì senza filtri.

Perché avere questo cd in casa sia una buona cosa, secondo me, è presto detto. Non è un disco che si ascolta per piacere nel senso tradizionale del termine, è un disco che serve a ricordarsi che la musica può ancora essere pericolosa, scomoda, urgente, prima che diventasse un prodotto da playlist. Io vengo dal metal, quindi la mia formazione è fatta di epica, tecnica, atmosfere, e l'hardcore per natura va nella direzione opposta, essenziale e sporco. Eppure Damaged mi ha sempre insegnato qualcosa che il metal più ricercato a volte perde per strada, cioè che a volte bastano tre accordi urlati con sincerità per dire più cose di un assolo di otto minuti. Tenerlo in casa è un modo per non dimenticarselo.

lunedì 3 agosto 2026

Queen - The Game

 

Artista: Queen
Anno: 1980
Tracce: 10
Formato: CD 
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Torniamo adesso sui Queen. Con loro era così, a metà anni Novanta per me: qualsiasi cosa portasse la firma di Mercury e compagni aveva un posto garantito nella collezione, senza bisogno di troppa analisi. The Game  non fa eccezione, e lo tengo in collezione con affetto anche sapendo che non è il loro disco più ispirato.

È un disco di svolta, e si sente. Per la prima volta, mi suggerisce VIKI, nella loro carriera i Queen usano un sintetizzatore (un Oberheim OB-X), abbandonando quella scritta "No synthesizers!" che aveva campeggiato sulle copertine dei lavori precedenti come un punto d'onore. Cambia anche il look, con Mercury che si presenta nei video con capelli corti e baffi in quello che diventerà il suo look definitivo. È l'inizio degli anni Ottanta, e la band lo sa: il suono si fa più diretto, più radiofonico, con singoli costruiti per arrivare ovunque. I puristi storsero il naso; il pubblico rispose comprando dischi. Io, circa tre lustri dopo, facevo parte di quel pubblico. 

Crazy Little Thing Called Love è rockabilly puro, scritta da Mercury in dieci minuti nella vasca da bagno dell'hotel Bayerischer Hof di Monaco di Baviera (non ero lì, ma VIKI sì) : primo numero uno negli Stati Uniti per la band. Another One Bites the Dust, scritta dal bassista John Deacon su un giro funk che ricordava da vicino certi Chic di Nile Rodgers, rischiò di non entrare nella tracklist perché Roger Taylor la trovava troppo lontana dal suono Queen; fu Michael Jackson in persona, che aveva frequentato gli studi durante le registrazioni, a convincere la band a pubblicarla come singolo. Vendette sette milioni di copie. Play the Game è la ballata più melodica, con Mercury al piano, mentre Save Me chiude il disco nel modo più malinconico e riuscito.

Non è il loro disco più ambizioso né quello con la scrittura più alta, e la seconda metà scivola senza particolari picchi. Ma ha due singoli immortali, un paio di ballate riuscite, e soprattutto ha quella voce che a metà anni Novanta bastava da sola a giustificare qualsiasi acquisto. Alcune cose non cambiano.

martedì 28 luglio 2026

Marilyn Manson - Smells Like Children

 

Artista: Marilyn Manson
Anno: 1995
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con Marilyn Manson ero parecchio titubante. Il personaggio, ancora prima della musica, era costruito apposta per spaventare: il nome che unisce quello di due icone americane agli antipodi, il trucco pesante, le provocazioni continue, le accuse di ogni tipo che gli piovevano addosso dai benpensanti americani, figuriamoci nella piccola Italia. Non era esattamente il tipo di artista che uno come me, abituato al metal classico e all'hard rock, avrebbe cercato spontaneamente.

Poi arrivò Sweet Dreams in televisione, alla radio, ovunque , e la storia cambiò. Il video, , era disturbante nel modo giusto: quella melodia degli Eurythmics del 1983 trasformata in qualcosa di più lento, più cupo, più minaccioso. Manson ha raccontato che l'idea di coverizzarla gli era venuta durante il suo primo trip acido; il risultato è uno di quei casi in cui la versione cover supera quasi l'originale, o quantomeno la affianca con dignità piena. C'è una cura nella costruzione del suono che va ben oltre il semplice arrangiamento heavy.

Quello che tecnicamente ho tra le mani è un EP, non un album vero e proprio: Smells Like Children è una raccolta di cover, remix e qualche originale, pubblicata tra il debut Portrait of an American Family e il successivo Antichrist Superstar. Oltre a Sweet Dreams ci sono una versione di I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins (trasformata in un incubo lisergico e poi finita nella colonna sonora di Lost Highway di Lynch) e qualche remix e brano sperimentale di diverso livello. Non tutto funziona allo stesso modo: alcune tracce sono più esperimenti di studio che canzoni vere, e certe scelte sono chiaramente fatte per provocare più che per convincere musicalmente.

La sorpresa, comunque, è stata che Manson non mi sembrava poi così estremo. Non conoscendo bene l'inglese i testi non arrivavano a colpirmi nel modo in cui probabilmente erano pensati; e musicalmente, per qualcuno che aveva già digerito metal classico, hard rock pesante e qualche incursione nel nu metal, non era esattamente roba da tapparsi le orecchie. Più industrial e più elettronico di quello a cui ero abituato, certo, ma non il muro invalicabile che il personaggio lasciava immaginare. Quasi una delusione, in senso positivo.

mercoledì 15 luglio 2026

Doors - Light My Fire

 

Artista: Doors
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: vinile (non ufficiale)

Ieri Volpe mi ha aperto un ricordo chiedendomi se avessi visto il film The Doors con Val Kilmer... 
E per me la storia inizia da un vinile anomalo. Avevo preso non so assolutamente dove Light My Fire, pubblicato dalla Duchesse Records nel 1989, una di quelle etichette europee che negli anni Ottanta producevano ristampe economiche destinate ai discount e alle edicole, con poca cura editoriale e ancora meno scrupoli sulle licenze. Il titolo scelto era quello del singolo più famoso, Light My Fire appunto, e già questo avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Ma ci volle un po' prima che capissi cosa avessi tra le mani.

Il contenuto era sostanzialmente quello dell'album d'esordio ufficiale del 1967, The Doors, pubblicato dalla Elektra, con la tracklist leggermente riordinata e alcuni errori nelle attribuzioni in copertina (tra cui Alabama Song accreditata in modo scorretto). Una ristampa non ufficiale, insomma, camuffata da album autonomo grazie a un titolo diverso. Quando me ne accorsi, recuperai il CD del debut originale, anche perché ho usato raramente il supporto, preferendo appunto il lettore compact disc. 
I Doors sono una di quelle band che non hanno bisogno di presentazioni e al tempo stesso le richiedono sempre, perché chiunque conosca Jim Morrison come mito non necessariamente conosce la musica. Il quartetto di Los Angeles (Morrison alla voce, Ray Manzarek alle tastiere, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria) registrò l'esordio nel 1966, e il risultato fu qualcosa che non assomigliava a niente di quello che girava in quel momento. Niente basso (Manzarek copriva le linee di basso con la mano sinistra su un organo), niente psichedelia californiana solare e leggera, niente flower power. Al suo posto: blues, jazz, oscurità, e quella voce di Morrison che sembrava arrivare da un posto che non si riesce a localizzare con precisione.

Break On Through (To the Other Side) apre il disco come un manifesto: ritmo in 4/4 con accenti su ogni beat, chitarra tagliente, Morrison che canta con una sicurezza quasi insolente per un esordio. Soul Kitchen è un blues lento e lisergico che cresce senza fretta. Alabama Song, ripresa dal musical Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht e Weill, è la sorpresa del disco: una ballata quasi cabaret che non c'entra niente con il resto e funziona meglio di qualsiasi cosa più coerente avrebbe fatto. Light My Fire è ovviamente il brano che tutti conoscono: sette minuti nella versione album, con l'assolo di Manzarek e Krieger che occupa quasi metà del brano e che la versione singola dovette tagliare brutalmente per passare in radio. E poi c'è The End, undici minuti claustrofobici con il monologo edipico di Morrison nel mezzo che ancora oggi suona come qualcosa di difficile da guardare in faccia.

Non è un disco facile da catalogare, e non ha mai smesso di sembrare fuori tempo rispetto a qualsiasi epoca lo si ascolti. Che arrivi su un vinile Duchesse comprato al discount o sul CD originale Elektra, cambia poco: il suono è quello, e non si dimentica.

venerdì 10 luglio 2026

Iron Maiden - The X Factor

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1995
Tracce: 11
Formato: CD 
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Per quanto riguarda gli Iron Maiden il periodo con Blaze Bayley lo avevo già affrontato con Virtual XI, il secondo disco della sua era. Ma prima di arrivare lì c'era stato The X Factor nel 95, il primo, e vale la pena raccontare come ci sono arrivato. Avevo un singolo, Virus, con la voce di Bayley, e credevo fosse contenuto in questo album. In realtà non è così: Virus finì nella raccolta Best of the Beast del 1996 (ma io non amo troppo le raccolte) come brano inedito, e The X Factor non lo contiene. Ma quella canzone mi aveva incuriosito abbastanza da spingere all'acquisto, e il disco lo presi tenendolo in considerazione proprio per il cambio di cantante, curioso di capire come stesse funzionando l'esperimento.

Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.

Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.

Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.

mercoledì 8 luglio 2026

Europe - The Final Countdown

 

Artista: Europe
Anno: 1986
Tracce: 10
Formato: CD 
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Stamattina entro al bar per la colazione e parte quel riff di tastiera. Quei quattro accordi che non servono presentazioni. E immediatamente si aprono i ricordi del liceo, l'audiocassetta, tutto. Ci sono canzoni che non invecchiano perché non appartengono a nessun tempo in particolare, e The Final Countdown degli Europe è una di quelle.

Il disco omonimo esce nel 1986 ed è il terzo album del quintetto svedese, il primo con il tastierista Mic Michaeli e il batterista Ian Haugland, e l'ultimo con il chitarrista John Norum prima che abbandonasse la band durante il tour successivo, non soddisfatto del nuovo sound più morbido e commerciale. L'uso delle tastiere e le chitarre un po' di contorno funzionano, ma il risultato è un pop-metal melodico e lucidato a specchio che all'epoca era esattamente ciò che il mercato voleva a discapito di una certa aggressività. 

Il riff della title track lo aveva scritto Joey Tempest già tra il 1981 e il 1982 su un sintetizzatore Korg Polysix prestato dallo stesso Michaeli; al tempo nessuno pensava che potesse diventare un singolo, tanto che alcuni membri della band volevano che il primo estratto fosse Rock the Night. Invece fu proprio The Final Countdown, e il risultato fu uno dei singoli più venduti della storia: numero uno in venticinque paesi, nove settimane in vetta alle classifiche italiane, dodici milioni di copie vendute del disco. Il tour promozionale portò gli Europe persino a Sanremo e a Domenica In, il che dice tutto su quanto fossero usciti fuori dal circuito strettamente rock. Norum lasciò la band prima ancora che il tour finisse.

Ma il disco vale ben oltre la title track. Rock the Night è adrenalina pura, hard rock diretto e senza fronzoli che regge ancora benissimo. Carrie è la power ballad perfetta degli anni Ottanta, quella melodia vocale di Tempest che si appoggia sulle tastiere con una naturalezza disarmante. Cherokee è la sorpresa del disco per chi si ferma ai singoli. Il resto tiene bene il livello, senza picchi ma senza cadute.

Non è musica per puristi, e chi la considerava commerciale e superficiale all'epoca non aveva tutti i torti. Ma certe canzoni entrano nei ricordi in modo indipendente da qualsiasi giudizio critico, e quando le senti al bar la mattina capisci che non se ne sono mai andate davvero.

martedì 7 luglio 2026

Dream Theater - Octavarium

 

Artista: Dream Theater
Anno: 2005
Tracce: 8
Formato: CD 
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Con i Dream Theater avevo già segnato il momento di svolta con Six Degrees of Inner Turbulence: il disco in cui la band aveva iniziato a scricchiolare nelle mie preferenze, con quel virtuosismo sempre più fine a se stesso che mi schiacciava invece di sollevarmi. Octavarium  è stato, per usare una parola sola, il colpo di grazia.

Il disco è tecnicamente superlativo, e sarebbe disonesto non dirlo. Petrucci alla chitarra è in uno stato di grazia, Rudess alle tastiere costruisce tappeti sonori di una complessità quasi accademica, Portnoy alla batteria non sbaglia un colpo. Il disco prende il nome dall'intervallo musicale di ottava, e tutta la struttura è costruita intorno a questo concetto: ogni brano è in una tonalità che segue la scala, il disco si apre e si chiude sulla stessa nota, ci sono rimandi interni pensati per chi conosce la teoria musicale. È un oggetto costruito con una cura maniacale, e si vede.

Il problema è che quella cura, ascoltandolo, la percepisci più come un esercizio che come un'emozione. The Root of All Evil funziona ancora abbastanza, con quel groove che richiama i momenti migliori di Awake. Panic Attack è forse il brano più diretto del disco, sette minuti di furia progressiva che almeno non perdono il filo. Ma poi c'è Octavarium, la suite conclusiva di ventiquattro minuti: architettura impressionante, costruzione impeccabile, citazioni di decine di band sparse lungo il percorso come una sorta di autoritratto del genere. Tutto giusto. Tutto perfetto. E tuttavia, alla fine, mi ritrovo a chiedermi cosa mi abbia lasciato davvero addosso, al di là dell'ammirazione per la tecnica.

Con Metropolis Pt. 2 la complessità aveva un cuore emotivo che giustificava tutto il resto. Con Images and Words c'erano melodie che non si dimenticavano. Octavarium ha la tecnica di entrambi, ma non ha il calore di nessuno dei due. È il disco in cui i Dream Theater hanno smesso di sorprendermi, e ho smesso di aspettarmi che lo facessero.

lunedì 6 luglio 2026

Black Sabbath - Born Again

 

Artista: Black Sabbath 
Anno: 1983
Tracce: 9
Formato: CD
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Con i Black Sabbath avevo già un percorso avviato, da Paranoid a Vol. 4 fino a Sabotage; seguiti, come sempre, più per storia che per passione. Born Again  lo presi essenzialmente per Ian Gillan, voce storica dei Deep Purple, curioso di sentire cosa succedesse mettendo insieme due mondi così diversi. In realtà è stata quasi una delusione, e capendo meglio la storia (che posso studiare grazie a VIKI) dietro al disco si capisce anche perché.

La genesi è a dir poco caotica. Dopo l'uscita di Ronnie James Dio, Iommi si ritrova senza cantante e, su suggerimento del manager Don Arden (padre di Sharon Osbourne), finisce per proporre il posto a Gillan durante una serata di pesante consumo alcolico a Bearsville, New York. Gillan firma il contratto ubriaco fradicio e il mattino dopo non ricorda assolutamente nulla; scopre di essere il nuovo cantante dei Black Sabbath quando gli vengono presentati i documenti firmati. Il progetto nasce come supergroup senza nome preciso, ma a registrazioni ultimate la casa discografica insiste per pubblicarlo come Black Sabbath: i musicisti vengono praticamente scavalcati dal management. Come se non bastasse, il mixaggio finale risulta sbilanciato per un problema di umidità alle master tape: quando la band se ne accorge, il disco è già in stampa. Gillan ha raccontato di averlo lanciato fuori dal finestrino dell'auto al primo ascolto. Aveva un giradischi sul cruscotto molto probabilmente... 

Musicalmente il disco non è un disastro, anzi: Trashed apre con una furia hard rock convincente, Disturbing the Priest (il titolo viene dal fatto che durante le prove disturbavano davvero un sacerdote nei dintorni) è pesante e oscura in modo che i Sabbath sanno fare bene, e Zero the Hero ha un riff monolitico che cresce fino a diventare quasi claustrofobico. La title track è il momento più suggestivo del disco, malinconico e lento, con Gillan che costruisce qualcosa di genuinamente bello. Ma il problema rimane quello della produzione compromessa: le chitarre sono impastose, il basso troppo in primo piano, la batteria di Bill Ward (tornato per l'occasione ma ancora in difficoltà con i propri problemi personali) spesso coperta. Si sente che tutto è avvenuto di fretta e in condizioni non ideali.

Gillan del resto non si è mai sentito davvero a casa: durante il tour successivo, sul palco del Reading Festival del 1983, la band suonò improvvisamente Smoke on the Water, vanificando tutte le smentite di Butler sul fatto che "questa non è né Deep Sabbath né Black Purple". La collaborazione finì quasi subito, con Gillan incapace persino di ricordare i testi delle vecchie canzoni di Ozzy. I vari cambi di formazione succedutisi negli anni avevano inevitabilmente lasciato il segno, e Born Again ne porta tutte le ferite addosso. Un episodio isolato, interessante da conoscere, ma lontano da quello che mi aspettavo.

giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
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Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
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I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.

martedì 30 giugno 2026

Manowar - Fighting The World


 Artista: Manowar
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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I Manowar sopra le righe lo sono per definizione, ed è inutile fingere il contrario. Ma Fighting the World, nonostante tutta la loro pomposità abituale, mi piaceva a tratti, e a tratti funzionava anche più del previsto.

È il quinto album, il primo per la nuova etichetta ATCO, e uno dei primissimi dischi heavy metal a essere registrato e missato interamente in digitale: un dettaglio tecnico che all'epoca contava parecchio, e che dà al suono una pulizia e una potenza diverse rispetto ai lavori precedenti. È anche il primo con la copertina firmata da Ken Kelly, illustratore che da qui in poi avrebbe disegnato tutte le cover della band. Molti puristi lo considerarono un tentativo di ammorbidirsi per inseguire un pubblico più vasto, ma a riascoltarlo oggi sembra più un cambio di passo che una resa: stesso epic metal di sempre, solo confezionato con un suono più granitico e diretto.

La title track apre con un coro che si ripete fino allo sfinimento (Eric Adams ripete la parola "fight" decine di volte), discutibile ma efficacissimo dal vivo. Blow Your Speakers è il brano più radiofonico del disco, quasi hard rock nei toni, con un testo che se la prende con MTV per non trasmettere abbastanza metal: tipico atteggiamento Manowar, mezzo serio e mezzo ironico. Defender è probabilmente il momento più suggestivo: si apre con una declamazione di Orson Welles, registrata anni prima per il primo demo della band e mai utilizzata, riproposta qui come omaggio postumo all'attore, scomparso due anni prima dell'uscita del disco. Holy War parte con un riff di basso notevole firmato da Joey DeMaio, e Black Wind, Fire and Steel chiude il disco con la doppia cassa più furiosa di tutto il lavoro, quasi un'anticipazione del power metal europeo che sarebbe esploso negli anni successivi. E ovviamente Carry On... 

Alcuni brani scivolano in un'epica un po' stucchevole. Ma ha il suono più potente che i Manowar abbiano mai registrato fino a quel momento, e tra cori ridondanti e momenti effettivamente riusciti, resta uno di quegli album che ascolto volentieri a tratti, senza pretendere che sia tutto oro.

lunedì 29 giugno 2026

Scorpions - Virgin Killer

 

Artista: Scorpions
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: vinile 
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Con gli Scorpions il punto di partenza è stato lo stesso per quasi tutti quelli della mia generazione: Wind of Change. Quella fischiettata, quella melodia sospesa tra la caduta del muro di Berlino e un'idea romantica di cambiamento storico che nel 1990 o nel 2000 riusciva a farti venire i brividi anche se avevi dieci anni o finivi il liceo e non capivi ancora bene cosa stesse succedendo in Europa. Ma la curiosità di andare oltre i singoli mi ha portato a scavare, e alla fine sono arrivato a Virgin Killer, il quarto album, quello che più di tutti ha definito il loro suono.

Della copertina originale mi sono perso la diatriba, perché quando acquistai il vinile esisteva solo quella sostitutiva con la band in posa. E forse è meglio così, considerando che l'originale, raffigurante una bambina di dieci anni in un modo che la stessa band ha poi rinnegato con imbarazzo, ha continuato a generare polemiche per decenni: basta sapere che nel 2008 la Internet Watch Foundation britannica aveva inserito alcune pagine di Wikipedia in una blacklist per via di quell'immagine, e che il chitarrista Uli Jon Roth ha dichiarato di vergognarsi tutt'oggi di averla approvata. L'etichetta, la RCA, spinse per quella scelta contando sulla controversia come strumento di promozione. Funzionò, nel senso peggiore possibile.

Il disco, però, è un'altra storia. È il primo album degli Scorpions ad attirare attenzione fuori dall'Europa, e si sente perché: il suono è più pesante e definito rispetto agli esordi psichedelici, con il chitarrista Uli Jon Roth al massimo della sua forma creativa. Pictured Life apre con un'energia diretta e una melodia che resta subito in testa, uno dei classici assoluti del primo periodo della band. Catch Your Train è velocissima, pura energia da hard rock anni Settanta. Crying Days è il momento più malinconico e gotico del disco, una perla lenta e densa che richiede qualche ascolto per essere capita fino in fondo. La title track è costruita su un riff pesante e ribassato, con Roth che costruisce sopra sequenze di scale da brividi. Yellow Raven chiude il disco in modo quasi psichedelico, un residuo del suono delle origini che non stona affatto nel contesto.