Fiori per Algernon è ormai considerato uno dei grandi romanzi del XX secolo, un capolavoro della narrativa di anticipazione: il diario di un uomo che «voleva soltanto essere come gli altri», un romanzo definito dal New York Times «magistrale e profondamente toccante», un'opera che ha ispirato film, serie televisive, musical, che ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula e ha venduto oltre cinque milioni di copie nel mondo.
Nella parabola che il protagonista attraversa, tra crescita e caduta, il libro mostra con lucidità come la conoscenza, l'arte e la cultura possano dare senso e ricchezza alla vita, ma restino strutture vuote se non sono attraversate dal calore e dall'affetto di un'altra persona. La gentilezza e la fiducia di Charlie vengono continuamente calpestate da un mondo che lo deride o lo tratta come un semplice caso da studiare, con solo qualche rara eccezione capace di commuovere davvero.
Fa male pensare a quanto il diventare adulti, il maturare, somigli spesso a uno scambio ingiusto, dove si cede la purezza di un tempo in cambio di una lucidità che ci lascia esposti e indifesi. Ed è proprio in quella vulnerabilità che ogni traguardo raggiunto con la mente, ogni fatica dell'animo, mostra la sua vera natura: il segno di un bisogno d'amore che appartiene a chiunque, senza eccezioni.
Charlie Gordon, insieme al suo Algernon, non è rimasto nella mia memoria come un semplice personaggio di un libro, ma quasi come una persona reale. Credo che ciascuno di noi, a modo suo, sia un po' Charlie Gordon: sempre impegnato a far pace con quello che è stato e quello che vorrebbe diventare, sempre alle prese con un mondo non sempre accogliente, con la sola speranza di arrivare alla fine del percorso conservando ancora abbastanza tenerezza da fermarsi a lasciare un fiore.
Ho chiuso l'ultima pagina e mi sono accorto di avere gli occhi lucidi.
