domenica 30 agosto 2026

Perfect Days (2023)


 
Regia: Wim Wenders
Anno: 2023
Titolo originale: Perfect Days
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.9)
Pagina di I Check Movies
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Quando ho iniziato a vederlo e ho notato la combo Jappo + Wenders ho capito subito che sarebbe stato un film da moviola. Non avevo tutti i torti, il film è statico e segue la vita apparentemente ripetitiva di un uomo sui sessanta che, single, vive a Tokyo e pulisce i bagni pubblici. La sua esistenza è scandita da una routine meticolosa, un loop senza verve in cui si dedica con semplicità al suo lavoro e a piccoli hobby quotidiani. Di contrasto a questo tipo di vita che annoierebbe anche un eremita, c'è la tranquillità e la serena spensieratezza con cui riesce ad affrontare ogni situazione che gli capita. Mai un lamento, mai autocommiserazione, ma sempre questo accogliere la bellezza nelle piccole cose. Che si tratti di fotografare le fronde degli alberi o di ascoltare musica anni settanta durante il tragitto casa lavoro, il protagonista sembra non sentirne mai il peso. A proposito piccola parentesi, colonna sonora davvero ben studiata e piacevole con The Animals, Patti Smith, Van Morrison e compagnia.

Il protagonista si chiama Hirayama e per buona parte del film Wenders lo lascia praticamente muto, affidando tutto il racconto al volto di Koji Yakusho, che infatti a Cannes ci si è portato a casa il premio come miglior attore, oltre al premio della giuria ecumenica. Ed è proprio lì che sta il trucco del film, se di trucco si può parlare in un'opera così antiretorica. Hirayama non parla quasi mai, eppure capisci tutto di lui dal modo in cui piega gli asciugamani, dal modo in cui sorride guardando in alto tra i rami, dal modo in cui ogni sera prima di dormire legge qualche pagina di un libro comprato usato. È un cinema che chiede fiducia allo spettatore, gli chiede di rallentare, e se sei disposto a farlo ti restituisce parecchio.

Quello che mi ha colpito di più è come Wenders lasci filtrare il passato di Hirayama col contagocce, senza mai spiegarlo davvero. Arriva la nipote Niko, scappata di casa, e attraverso lei intuiamo che la famiglia di origine del protagonista è benestante, che c'è stata una rottura con la sorella, che la scelta di questa vita umile e ordinata è stata proprio una scelta, non un destino subito. Non lo sapremo mai fino in fondo, e va benissimo così. C'è poi il collega Takashi, sempre in affanno tra debiti e conquiste mancate, che funziona da contraltare comico e un po' patetico alla saggezza silenziosa di Hirayama, e c'è Mama, la gestrice del piccolo bar dove lui va a bere qualcosa, che canta in giapponese "The House of the Rising Sun" in una delle scene più delicate del film.

 Hirayama fotografa ogni giorno lo stesso gioco di luce sugli stessi alberi con una vecchia macchina analogica, consapevole che non sarà mai identico a se stesso, e in questo gesto ripetuto c'è tutta la filosofia del film, l'idea che la bellezza non stia nel nuovo ma nella capacità di guardare con attenzione ciò che già c'è. Wenders, che di documentari su Ozu se ne intende avendone girato uno lui stesso anni fa, prende in prestito da quel cinema la stessa fiducia nei silenzi e negli spazi vuoti, la stessa idea che l'inquadratura fissa su un dettaglio quotidiano possa dire più di un dialogo.

Il finale, con il primo piano di Hirayama in auto mentre sul volto gli passano in sequenza gioia e malinconia, mentre in sottofondo canta Nina Simone, è uno di quei momenti in cui il cinema riesce a farti sentire qualcosa senza dirti esattamente cosa provare. Non è un film per tutti, lo confermo, ma se vi mettete comodi e accettate il suo ritmo, Perfect Days è un piccolo gioiello sulla dignità del poco e sulla possibilità di essere in pace con la propria vita anche quando agli occhi degli altri sembra la più piccola e insignificante del mondo.

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