giovedì 30 aprile 2026

Saxon - Wheels Of Steel

 

Autore: Saxon
Anno: 1980
Tracce: 9
Formato: CD 
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Cambio totale di registro. Dai pratoni di Baratti con i Green Day ci spostiamo nel 1980, nella working class inglese, con i Saxon e Wheels of Steel, uno dei dischi fondativi della NWOBHM, la New Wave of British Heavy Metal, quel movimento che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta ridefinì il suono dell'heavy metal prima che il resto del mondo se ne accorgesse.

I Saxon non erano i più tecnici né i più innovativi della scena ( i Maiden e i Judas Priest stavano già altrove) ma avevano qualcosa che funzionava in modo diverso: una fisicità diretta, un suono da pub e da strada, riff costruiti per essere suonati a tutto volume senza troppi fronzoli. Wheels of Steel è il secondo album, quello che li catapultò fuori dall'underground e li portò nei grandi palasport, con una formula semplice ma irresistibile. Chitarre doppie affidate a Graham Oliver e Paul Quinn, ritmo biker quasi boogie in certi momenti, e la voce graffiante di Biff Byford che tiene tutto insieme con una sicurezza disarmante.

Il disco è frontalmente caricato nel senso migliore: Motorcycle Man, la title track e 747 (Strangers in the Night), quest'ultima ispirata a un blackout di New York nel 1965 che costrinse diversi aerei a restare in volo nel buio, sono tre brani che da soli giustificano l'acquisto. Machine Gun chiude il disco con una furia antidisturbo compatta ed efficace. Il resto è solido, diretto, senza riempitivi inutili.

Non è un disco complesso, e non ha alcuna intenzione di esserlo. È metal grezzo e onesto, suonato da gente che veniva dal circuito dei club operai inglesi e non ha mai cercato di sembrare qualcosa di diverso. Per questo funziona ancora oggi  e per questo è rimasto nella storia.

mercoledì 29 aprile 2026

Jeffery Deaver, Isabella Maldonado - Fatal Intrusion

 
Autore: Jeffery Deaver, Isabella Maldonado
Anno: 2024
Titolo originale. Fatal Intrusion
Pagine: 510
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 Carmen Sanchez è un’agente dell’FBI che rispetta le regole, è ligia al distintivo e serve il Paese con coraggio e senso della giustizia. Ma quando sua sorella subisce un’aggressione da cui riesce a sfuggire per pura fortuna, Sanchez capisce di trovarsi davanti a un mostro inafferrabile, che non riuscirà a incastrare con un’indagine tradizionale. Il killer, infatti, oltre a essere spietato, è troppo bravo a nascondersi, troppo bravo a colpire al momento giusto, troppo abile a sfuggire alla polizia… E se lei vuole impedire che altro sangue venga versato nelle strade della California meridionale dovrà rinunciare ai protocolli e tentare il tutto per tutto.
La necessità di trovare risposte in fretta la costringe a rivolgersi al professor Jake Heron, brillante ed eccentrico esperto di sicurezza privata per cui le regole sono solo suggerimenti. Li lega un passato difficile e i loro rapporti sono ancora tesi, ma Heron non ha scelta: deve aiutarla a capire chi è il killer.
Nelle settantadue ore che seguono, Sanchez ed Heron si ritrovano a giocare una partita a scacchi con l’assassino, cercando di fermare la carneficina. Ma la ragnatela del killer è più intricata di quanto potessero pensare, e rischia di intrappolare anche loro…
 
Commento personale e recensione:
Ho letto molto di Jeffery Deaver, quasi tutto a dire il vero. E ci sono molto legato, sebbene molti suoi romanzi siano stati una vera e propria delusione. Però repentinamente, se mi capita l'occasione ci riprovo. Passando dalla libreria ho notato che veniva pubblicizzato il suo ultimo romanzo, in collaborazione con Isabella Maldonado, e mi è ha acceso nuovamente la curiosità. Ho scoperto che si trattava del secondo libro di una nuova saga (e te pareva!) con inserti informatici e molto moderno. Approvato! Soprattutto perchè tra i suoi lavori che preferisco c'è Profondo Blu. Purtroppo, mi aspettavo qualcosa di molto più realistico, in questo caso la visione hacker e i giochetti da poter fare sono molto hollywoodiani. Per cui il fenomeno di turno scrive a tutta velocità sulla tastiera e spegne i semafori, oppure accede a telecamere di sicurezza, sposta denaro... Senza però entrare nel merito tecnico e con neanche mezza spiegazione. Quindi ok il thriller rocambolesco con vari colpi di scena, la voglia di stupire e l'interesse per le innovazioni.... Però mi aspettavo di più. Resto ad ogni modo soddisfatto perchè è stato un piacere leggerlo.

Green Day - Dookie

 a cartoon picture of dogs throwing bombs and feces on people and buildings and a huge mushroom cloud explosion with the band's name on top of the cloud. A blimp on the left in the sky says "Bad Year" and on the right, a man sits on a cloud with a harp in hand.
Artista: Green Day
Anno: 1994
Tracce: 14
Formato: CD
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C'è stato un periodo, verso la fine degli anni Novanta, in cui il punk era la colonna sonora delle feste sulla spiaggia o nel pratone di Baratti (Pasquetta, 25 aprile, primo maggio, con tutto quello che comportavano quelle giornate). Green Day e Offspring erano i nomi che giravano di più, e in quel contesto entravano in modo perfetto: energia immediata, canzoni brevi e orecchiabili, nessuna pretesa di essere qualcosa di più di quello che erano.

Dookie  è il disco che ricordo di più di quel periodo. Era il terzo album dei Green Day, il primo pubblicato con una major, cosa che all'epoca aveva fatto storcere il naso ai puristi della scena punk californiana, ma magari io neanche avrei saputo che esistessero altrimenti. Ma la formula era rimasta praticamente la stessa: tre accordi, ritmo sostenuto, testi scritti principalmente da Billie Joe Armstrong su ansia, noia, consapevolezza sessuale, attacchi di panico. Temi adolescenziali raccontati senza filtri, con un'ironia leggera che li rendeva universali.

Basket Case è il brano che li ha resi famosi nel mondo, con quel ritornello che si pianta in testa e non se ne va più. Longview apre con un giro di basso scritto da Mike Dirnt (leggendariamente) sotto l'effetto dell'LSD, e diventato uno dei riff più riconoscibili del genere. When I Come Around è il momento più pop del disco, meno punk e più melodico, quello che funzionava anche su chi il punk non lo ascoltava. 

Non è il tipo di musica che ascolto abitualmente, e non lo era già allora nel senso delle mie priorità musicali. Ma certe canzoni restano attaccate ai ricordi in modo indipendente dai propri gusti, e Dookie è uno di quei dischi. Lo sento ancora e ripenso al pratone di Baratti o alla spiaggia di Cavo.

martedì 28 aprile 2026

Nightwish - Oceanborn

 

Artista: Nightwish
Anno: 1998
Tracce: 10 + 5
Formato: CD 
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Parlando dei Therion e di Theli mi è tornato in mente un altro disco che avevo preso nello stesso periodo di curiosità verso il symphonic metal: Oceanborn (di un paio di anni dopo) dei Nightwish. Due dischi diversi nello spirito  (Theli è oscuro, quasi operistico nel senso più teatrale del termine; Oceanborn è più luminoso, più diretto, con un piede fermo nel power metal), ma entrambi figli di quella stessa stagione in cui il metal europeo stava costruendo qualcosa di nuovo.

I Nightwish nel 1998 erano ancora una band giovane e senza i mezzi di produzione hollywoodiani che avrebbero caratterizzato i dischi successivi. E si sente, ma in senso positivo. C'è una freschezza in questo disco, una creatività un po' senza freni, che nei lavori più rifiniti della band è andata in parte perduta (ascoltati soprattutto su RockTV e simili) . Tuomas Holopainen alle tastiere costruisce arrangiamenti che mescolano power metal e strumenti classici come viola, violino, violoncello, flauto senza che nulla suoni forzato o posticcio. E poi c'è Tarja Turunen: voce soprano, potente e lirica, che è il vero centro del disco e che qui suona libera, senza ancora il peso che la notorietà avrebbe poi messo sulle sue spalle.

Stargazers apre con un intro velocissimo e di grande impatto. Gethsemane porta dentro un simbolismo religioso che funziona meglio di quanto ci si aspetti. Swanheart è la ballata più riuscita, con la voce di Tarja lasciata quasi sola dagli strumenti. The Riddler è forse il brano più rappresentativo del disco con ritmo, melodia, voce al massimo, tutto al posto giusto. E Sleeping Sun, aggiunta in seguito per celebrare l'eclissi solare del 1999, è una di quelle canzoni che restano.

Non è diventato un genere di riferimento neanche questo, ma Oceanborn è uno di quei dischi che si riascoltano volentieri. Più accessibile di Theli, meno pretenzioso di quanto i Nightwish sarebbero diventati. Un buon ricordo di una stagione di ascolti curiosi.

Therion - Theli

 
Artista: Therion
Anno: 1996
Tracce: 10
Formato: CD
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 Con il symphonic metal ho sempre avuto un rapporto curioso ma distante. Mi attira l'idea della simil fusione tra metal e orchestra, chitarre e cori lirici, ma nella pratica non è mai diventato un genere a cui tornare spesso. Theli di metà anni novanta dei Therion è stato il mio tentativo di esplorare quel territorio, e devo dire che il tentativo non è andato male.

Il disco nasce in un momento particolare per la band svedese di Christofer Johnsson: è il disco che segna il distacco definitivo dalle origini death metal, con Johnsson che alla Nuclear Blast ottiene budget, due cori, voci liriche e tutto il tempo in studio necessario per realizzare quello che aveva in testa. Lui stesso era convinto che sarebbe stato l'ultimo album dei Therion, che nessuno avrebbe voluto sentirlo. Si sbagliava di grosso e diventerà il loro disco più celebrato.

E si capisce perché. Le orchestrazioni, realizzate con tastiere e synth ma in modo talmente convincente da non farlo quasi notare, si intrecciano con i riff di chitarra senza che nessuno dei due elementi sopraffaccia l'altro. I cori, con bassi, baritoni, tenori e soprani, non sono un ornamento: sono il centro del disco. To Mega Therion è il brano che più di tutti lo dimostra, con quel vortice vocale che si apre su un tappeto metal di rara potenza. The Siren of the Woods è il momento più melodico e riflessivo, mentre Grand Finale/Postludium chiude il tutto con una grandiosità che si fa perdonare proprio perché non scade mai nel pomposo fine a se stesso.

Non è diventato un ascolto frequente, e il symphonic metal non ha poi fatto breccia in modo stabile nei miei gusti. Ma Theli è uno di quei dischi che si capisce perché esista e perché band come Nightwish  abbiano guardato da questa parte. Un'incursione in un territorio diverso che non mi ha deluso.

lunedì 27 aprile 2026

Invincible [Stagione 4]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Invincible
Numero episodi: 8 
Stagione:  4
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Erroneamente pensavo fosse la stagione conclusiva, ma sappiate tutti che così non è. Non so neanche quando ci sarà, ma potrebbe sembrare che quando uscirà la quinta ci siano tutte le carte in regola. E me lo auguro perchè odio i polpettoni infiniti. Comunque anche in questo caso trovo davvero piacevole e ben fatta la serie, anche se ci sono alcune scene più basse rispetto ad altre. Da una parte servono per dare spessore ai personaggi, alle loro storie ed ai loro intrecci, ma dall'altra rallentano un po' troppo. Come ad esempio nell'ultimo episodio, in cui mi aspettavo una sorta di scontro finale, ma si è tirato per le lunghe. Ormai sono molto legato ai personaggi principali e non vedo l'ora di assaporare tutte le loro gesta, anche se dal punto di vista psicologico è molto più realista di quanto si pensi e sicuramente non ci sarà niente di scontato o di aggiustato. 

domenica 26 aprile 2026

Ritorno dalla Grecia

 
Articolo furbetto giusto per scrivere qualcosa e soprattutto perché ho scattato una foto fenomenale dall'aereo con l'Olimpo innevato sullo sfondo. Comunque due piccole critiche sulla mattinata dedicata al ritorno. Inizio con sveglia pre alba per consegnare la macchina a noleggio e riprendermi la caparra (350 cucuzze nonostante l'assicurazione completa). Arrivo in aeroporto e vengo "sorteggiato" per un bel controllo del bagaglio neanche fossi un trafficante di té. E va bene, questa ci può anche stare. Ma la tipa della Ryanair prima dell'imbarco insiste che il mio zaino è troppo grande nonostante le misure standard rispettate. Effettivamente era più gonfio, perché dentro ci ho infilato, per comodità, lo zaino da trekking. Basta spingere e tutto si risolve.. Ma lei no, è pagata per rompere le palle e vuole che usi entrambi gli zaini. Spazientito lo tiro fuori, fingo di darle retta e lo rimetto dove deve stare. A parte questo, volo ancora una volta (come l'andata) impeccabile che atterra prima del previsto. Così ho modo di raggiungere Zizzi al Carciofo Pride (la Festa del Carciofo) di Venturina. 

sabato 25 aprile 2026

Dion, Aigai e Salonicco

 
L'ultimo giorno di questa incredibile avventura greca ha tutto un altro ritmo. Niente sveglie prima dell'alba o bastoncini da utilizzare; oggi la giornata è dedicata alla bellezza che resta impressa nei libri di storia. La prima tappa è il sito archeologico di Dion, ai piedi dell'Olimpo. È un posto magico, lontano dall'idea del museo polveroso: le rovine sono letteralmente immerse in un parco rigoglioso, tra canali d'acqua, sorgenti e una vegetazione così fitta che sembra voler proteggere i resti della città sacra dei Macedoni. Camminare tra i teatri antichi e i santuari di Iside mentre senti il rumore dell'acqua che scorre è un’esperienza quasi meditativa.
​Dalla pace di Dion mi sposto verso Vergina (quella che un tempo era l'antica Aigai) per un incontro faccia a faccia con la Storia, quella con la "S" maiuscola. Il complesso tombale di Filippo II il Macedone, padre di Alessandro Magno, è qualcosa che ti toglie il respiro. Non è solo un sito archeologico, è un tumulo sotterraneo che custodisce tesori d’oro e armature reali in un'atmosfera sospesa e solenne. Vedere dal vivo la corona d'oro e i resti di una dinastia che ha cambiato il mondo mette i brividi e ti fa sentire, ancora una volta, quanto questo pezzo di terra sia denso di passato.
​Per chiudere in bellezza, trascino i miei ricordi  verso Salonicco. Il contrasto è netto: dai silenzi delle tombe reali al caos vibrante e caldissimo di questa città. Salonicco è viva, giovane, profuma di mare e di spezie, con i suoi viali affollati e i tavolini dei bar che non restano mai vuoti. Mi godo il pomeriggio e la sera tra una passeggiata sul lungomare sotto la Torre Bianca e un ultimo brindisi al tramonto. È il finale perfetto: un mix di cultura millenaria e quella gioia di vivere tutta greca che ti fa già pensare a quando, e dove, sarà il prossimo viaggio. Alla prossima, Grecia!

Album fotografico Dion, Aigai e Salonicco 

venerdì 24 aprile 2026

Ascesa del Monte Olimpo

 
Dopo due giorni di pioggia e nuvole basse, che mi hanno costretto a esplorare le gole di Enipeas sotto un cielo plumbeo ma incredibilmente scenografico, finalmente oggi il sole ha deciso di farsi vedere. È il segnale che aspettavo. Salgo in auto fino a Prionia, a circa 1100 metri, dove il sentiero si stacca dalla civiltà per puntare dritto alla dimora degli dei. Il Monte Olimpo, dopotutto, non è solo una montagna: è un colosso che si alza quasi direttamente dal mare fino ai 2918 metri della vetta del Mytikas. È un ecosistema unico, Riserva della Biosfera, dove la vegetazione cambia drasticamente man mano che si sale, passando dai boschi fitti ai paesaggi lunari della cima.
​Zaino in spalla, inizio la lunga ascesa verso il "fin dove posso". Quel limite, oggi, si è palesato a quota 1906 metri. Oltre quella soglia, la neve e il ghiaccio sono diventati troppo consistenti e traditori per le mie scarpe e, onestamente, per la mia esperienza in solitaria. Il Rifugio Spilios Agapitos, che svetta poco più su a 2100 metri, rimarrà un miraggio per questa volta, ma va bene così: la montagna insegna soprattutto a capire quando è il momento di ringraziare e tornare indietro.
​A differenza della solitudine quasi totale dei giorni scorsi, oggi il sentiero era vivo. Ho scambiato qualche chiacchiera con quattro ragazzi polacchi proprio nel punto in cui ho deciso di fermarmi; un classico momento da escursionisti: due di loro, più temerari, hanno deciso di sfidare il ghiaccio e proseguire, mentre gli altri due si sono saggiamente accampati lì ad aspettarli. Ma il momento più curioso è stato l'incontro, durante la discesa, con una coppia di tedeschi. Tra un commento sul meteo e uno sul panorama, è saltato fuori che sono stati in vacanza in Italia e conoscevano Piombino! 
​Torno a valle con le gambe stanche ma il cuore leggero. Non avrò toccato il trono di Zeus, ma l'Olimpo mi ha regalato esattamente quello che cercavo: aria pura, panorami immensi e la giusta dose di rispetto per la natura selvaggia. Domani si riparte, ma con un po' di quella polvere greca rimasta incastrata per sempre tra le suole degli scarponi.

Album fotografico Ascesa del Monte Olimpo 

giovedì 23 aprile 2026

Secondo giorno sul Monte Olimpo

 
Ci sono diversi tipi di avventure. Oggi rientra a pieno titolo tra le epiche. E si può vedere sul mio volto la fierezza. Indomito come Eracle insomma. Oggi mi dedico alle gole di Enipeas e tutto ciò che le riguarda, dal bosco al torrente, dalle cascate alle pareti rocciose e pure i ponti franati. Nonostante la mia app per il meteo mettesse sole, la mattina è stata caratterizzata da continue piogge, ma alle 8.00 in punto parto ugualmente per non perdere altro tempo. Oggi la salita è più immediata e costante, ma con l'uso di entrambi i bastoncini raggiungo velocità che Valentino spostati e mi godo il silenzio assoluto nei boschi colorati di un verde acceso. Sono già due giorni che non incontro anima viva sui sentieri, se non uccellini e una bella salamandra pezzata (tipo la nostra apuana). La signora della casa diceva il vero: i ponti non sono agibili (uno fa schifo ma si passa con qualche scricchiolio). In un tratto riesco a fare comunque il guado, ma in quello successivo non è proprio possibile. Mi tolgo anche le scarpe e tiro su i pantaloni, ma (a parte l'acqua che è diaccia marmata) la corrente è forte, il letto profondo e troppo largo per farlo in fretta. Così penso che siccome ho del sale in zucca, non mi va di ritrovarmi a valle. Nonostante non abbia internet per caricare altre mappe della zona, e non volendo (assolutamente) tornare indietro sui miei passi, mi muovo un po' a sentimento. Un sentiero qua e uno là, raggiungo il Monastero di Dionisio (prima però la grotta sacra, non facile da raggiungere) da cui mi ricollego all'asfalto. Allungo quindi di altri sei o sette km di strada per poi ricollegarmi ai sentieri che a troncamacchia ridiscendono verso Litóchoron. Intanto spunta anche il sole e mi riscaldo un po', terminando questo trekking di 25km (contro i 16 previsti).

mercoledì 22 aprile 2026

Primo giorno sul Monte Olimpo

 
Eh lo so, poca roba a livello fotografico. Non ci posso fare niente, oggi pioggia tutto il santo giorno. Senza via di scampo. Decido però di seguire uno dei tanti sentieri che mi portano verso l'alto, alla ricerca, se non degli déi, quantomeno di Pollon. Escludo quindi la salita più ripida che porta ai rifugi, ma escludo anche le gole e i guadi. Già il fatto che l'acqua venga dall'alto mi sembra abbastanza e non sono di quelli che se le vanno a cercare. Così tocco una delle cime più basse del massiccio tale Γκόλνα (che non so come si pronunci o scriva in caratteri latini). Comunque siamo a solo un terzo circa delle vette più imponenti, arrivando solo a 1034 metri. Il dislivello di 750 non è però una bazzecola anche se devo dire che se le pendenze saranno sempre queste, in condizioni meteo favorevoli posso raddoppiare senza problemi. Anche le discese, nonostante il fango mi sembrano accettabili ed il bosco copre per la maggior parte del tracciato i sentieri. Intanto continua a piovere, ma io sono pratico, logico e ottimista e so che sopra le nuvole c'è il sole.

martedì 21 aprile 2026

Palaios Panteleomas, Platamonas e Agia Kori

 
Se Larisa mi aveva stupito per la sua vitalità, la serata di ieri mi ha definitivamente conquistato con i suoi prezzi bislacchi: ho pagato un’intera cena quanto un singolo cocktail. Rigenerato, stamattina mi sono messo in viaggio verso nuove avventure, puntando la bussola ancora più a nord.
​La prima tappa è stata il paesino di Palaios Panteleimonas, una vera gemma di pietra arroccata nel tempo. Passeggiare tra le sue viuzze strette è stato come entrare in una cartolina (si dice così, no?): da una parte la vista si perdeva verso il Mar Egeo, oggi velato da una saracinesca di foschia, mentre dall'altra svettava, imponente e ancora innevato, il Monte Olimpo. È lui il fulcro dei miei prossimi giorni, ed era lì a guardarmi mentre facevo colazione con un caffè e una fetta di torta tipica locale, di quelle che non ricordi il nome ma di cui non dimentichi il sapore. Sulla strada, una sosta veloce per ammirare dall'esterno l'imponente Castello di Platamonas, una sentinella medievale che domina la costa.
​Ma la vera chicca della giornata è arrivata poco dopo: le cascate di Agia Kori, vicino a Vrontou. Per arrivarci ho seguito un breve trekking nel bosco che definire rigenerante è poco. La combinazione tra il verde intenso degli alberi, il rumore dell'acqua e la piccola chiesetta nascosta rende il posto incredibilmente suggestivo. Un momento di pace pura prima di raggiungere Litóchoron, la mia base per le prossime sfide.
​Litóchoron è una sorpresa. Nonostante si trovi a una quota molto bassa, proprio alle pendici dell'Olimpo, l'atmosfera che si respira è quella di un borgo della Val di Fassa: estremamente curato, pulito e con quell'aria di montagna che ti fa venire voglia di stringere i lacci degli scarponi e partire subito. Ma è troppo tardi, così corro a fare check-in. Qui ho il privilegio di dormire nella casa più antica del paese, un luogo che trasuda storia, ma la vera fortuna è stata incontrare Anna, la padrona di casa. Di origini teutonico-greche e grande appassionata di montagna, si è rivelata una miniera d'oro di informazioni. Mi ha fatto un briefing degno di una guida alpina su cosa aspettarmi nei prossimi giorni: ghiaccio, neve in quota, guadi e ponti che potrebbero aver visto giorni migliori. Mi ha persino prestato i suoi bastoncini, che domani saranno i miei migliori amici. L'Olimpo mi aspetta, anche se ora ha iniziato a piovere come Zeus la manda.

Album fotografico Ai piedi dell'Olimpo 

lunedì 20 aprile 2026

Dalle Meteore a Larisa



Nuovo giorno, nuovo cambio di scenario. Oggi si punta verso Larisa: una città decisamente più caotica, ma vibrante e piena di vita, il che non guasta se l'idea è quella di godersi un po' di movimento serale e magari tirare tardi senza il silenzio monastico di Kastráki. Prima di salutare definitivamente le rocce giganti, però, non potevo non concedermi l'ultimo "saluto" in quota.
​Ho dedicato la mattina a un trekking più breve rispetto alla maratona di ieri, ma decisamente più tecnico e impegnativo: la salita verso la cosiddetta "Prigione dei Monaci" (Monks Prison). Non fatevi ingannare dal nome o dalla distanza ridotta, perché qui le pendenze si fanno serie e il terreno richiede attenzione. Ma l'entusiasmo è rimasto alle stelle: muoversi tra quei picchi, infilandosi nelle pieghe della roccia e scoprendo questi antichi eremi incastonati nelle cavità naturali, è un'esperienza che ti fa sentire minuscolo e fortunato allo stesso tempo.
​Sulla strada verso Larisa, ho voluto assecondare la mia anima speleo facendo una deviazione verso la Grotta di Theopetra. Devo ammetterlo, è stata un po’ una delusione, ma non potevo ignorarla sapendo che era lì, proprio sul mio tragitto. Poco male, perché il vero shock l’ho avuto una volta arrivato in città. Qui il termometro segna quasi 30°C, un anticipo d'estate in piena regola, eppure guardandomi intorno mi sento un alieno: io in maniche corte e i greci che girano tranquillamente con bomber, giubbotti e giacche di pelle. Mi chiedo se abbiamo termostati biologici tarati su pianeti diversi, ma tant’è.
​Dopo aver preso possesso del mio alloggio, l'incantevole Joanna 1 che, piccola gioia del viaggiatore, ha pure un posto auto privato in una città dove parcheggiare è un’impresa epica, mi sono buttato subito in strada. Girare sotto il sole per Larisa è una scoperta continua: tra un caffè moderno e un negozio affollato, spuntano i resti del teatro antico e siti archeologici che ti ricordano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia profonda la storia che calpestiamo qui. Stasera niente nanna presto, Larisa chiama!

Album fotografico Dalle Meteore a Larisa 

domenica 19 aprile 2026

Meteore, sei monasteri

 
​Il secondo giorno è stato quello delle gambe forti e dei polmoni pieni. Mi sono sparato un trekking di circa venti chilometri, un anello pazzesco che mi ha permesso di toccare tutti e sei i monasteri principali, più qualche gemma nascosta che il turista "da pullman" non vedrà mai nemmeno col binocolo. Ho scelto strategicamente la domenica per essere sicuro di trovarli tutti aperti, ma c’è il rovescio della medaglia: essendo quasi tutti raggiungibili comodamente in auto, mi sono ritrovato spesso circondato dall'assalto del turismo mordi e fuggi. È un contrasto stridente: tu arrivi lì col fiato corto, il sudore sulla fronte e il ritmo lento di chi ha scalato la roccia, e ti ritrovi catapultato tra i motori accesi dei bus giganti e la folla che scende per il selfie di rito. Però, sapete che c’è? Il mondo è grande e c’è spazio per tutti, anche se io preferisco di gran lunga la soddisfazione di guardarli dal basso o dall'alto prima di conquistarli scalino dopo scalino.
​Il mio giro in senso orario è iniziato ufficialmente con il Monastero di San Nicola (Agios Nikolaos), quello che ieri avevo visto invece si chiama niente popò di meno che Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou. Da lì è stata un'ascesa e discesa continua di meraviglia. Sono passato per il maestoso Gran Meteora, che domina tutto dall'alto della sua roccia più imponente, e per il vicino Varlaam, dove il tempo sembra essersi fermato nonostante il viavai. Scendendo e risalendo lungo i sentieri, ho incrociato il profilo elegante di Rousánou, che sembra letteralmente sbocciare dalla pietra, per poi puntare verso l'estremo opposto del complesso: il monastero della Santissima Trinità (Agia Triada), forse il più iconico e faticoso da raggiungere, e infine San Stefano, che si affaccia come un balcone sulla valle sottostante.
​Ma la vera chicca del mio percorso a piedi non sono stati solo i "big six". Muovendomi lungo i sentieri interni, sono riuscito a scovare posti che profumano di eremitismo vero, come il monastero di Ipapantis, incastonato in una grotta come un segreto prezioso, e i numerosi scorci che dal bosco si affacciano sui pinnacoli. Questi angoli di silenzio, sono quelli che ti fanno capire perché i monaci abbiano scelto proprio queste vette. Torno a Kastráki comunque riposato rispetto al tragitto fatto e con gli occhi pieni di una bellezza che non si può spiegare se non la si vive passo dopo passo. E domani? Domani si replica, con un giro più corto ma altrettanto promettente.

Album fotografico Meteore, sei monasteri 

sabato 18 aprile 2026

Arrivo a Kastraki

 

Ci risiamo. Dopo aver battuto palmo a palmo le spiagge di Creta, il caos magnetico di Atene e la storia polverosa del Peloponneso, questa volta il mio radar punta verso nord, con gli scarponi da trekking già scalpitanti addosso (non entrano nello zaino). Tutto comincia nel cuore della notte, in quel limbo temporale dove il confine tra "andare a dormire" e "svegliarsi" svanisce del tutto: direzione Roma, perché il mio volo per Salonicco decolla alle sei in punto. Qualcuno la chiamerebbe follia, io lo chiamo spirito d'adattamento, perché quando la meta chiama, la sveglia non pesa mai davvero. Il mio "jet privato" marchiato Ryanair decide di fare il miracolo, sfrecciando come un missile (metafora rischiosa, lo so, ma passatemela per l'entusiasmo) e atterrando a destinazione con addirittura trenta minuti di anticipo. Una volta recuperata l'auto a noleggio, la prima tappa è un classico intramontabile: l'autogrill. Sfido apertamente la sorte, ma stavolta nessun camion ha deciso di montarmi sopra e, appurato che la fortuna aiuta gli audaci, mi metto finalmente in marcia verso la vera prima meta di questa avventura: Kastráki.

​Magari vi starete chiedendo che posto sia, ed effettivamente Kastráki è poco più di un avamposto, un grumo di case basse e tetti rossi che sembra quasi scusarsi per essere lì, schiacciato contro le pareti di roccia ciclopiche di Meteora. Ma è proprio questa la sua magia: è la porta d'accesso a uno dei luoghi più surreali del pianeta, dove la geologia ha deciso di fare a pugni con la gravità. Le Meteore, letteralmente "rocce sospese nell'aria", sono enormi pilastri di conglomerato che emergono dalla pianura della Tessaglia come dita di pietra puntate verso il cielo. Secoli fa, i monaci bizantini cercarono rifugio e isolamento proprio sulle loro sommità, costruendo monasteri che sembrano sfidare ogni legge fisica. Un tempo ci si arrivava solo con carrucole e scale di corda, mentre oggi, per nostra fortuna, ci sono sentieri e scalinate scavate nella roccia.

​Il paesino di Kastráki, a parte la vista che ti toglie il fiato ogni volta che alzi gli occhi, è piuttosto tranquillo, non offre chissà cosa e dato che la vera grande sfacchinata l'ho programmata per domani, non riesco comunque a stare fermo. Nonostante il cielo decida di fare i capricci con qualche gocciolone di pioggia che appare e scompare nel giro di pochi minuti, decido di improvvisare una piccola escursione esplorativa. Mi metto in cammino lungo i sentieri più battuti che serpeggiano ai piedi delle torri di pietra, avvolto da un silenzio quasi mistico, finché non mi ritrovo al cospetto del monastero di San Nicola Anapausas. (EDIT: sarebbe Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou, scoperto il giorno dopo ). È uno dei più piccoli e affascinanti,  arrampicato su una rupe strettissima che ha costretto i monaci a sviluppare la struttura verticalmente su più piani. Vedere quella costruzione così minuta eppure così tenace, incastrata tra le rocce scure e il verde brillante della primavera greca, è il benvenuto perfetto. Il trekking vero inizia domani, ma la Grecia del nord ha già iniziato a sussurrare le sue storie. E io ascolto. 

Album fotografico Arrivo a Kastraki 


mercoledì 15 aprile 2026

Motorhead - Overkill

 

Artista: Motorhead
Anno: 1979
Tracce: 10+5
Formato: CD 
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Con i Motörhead ho un rapporto simile a quello che ho con i Black Sabbath: li stimo, li rispetto, riconosco il loro peso nella storia, ma non li ascolto con la stessa compulsività che riservo ad altri. Detto questo, Overkill  è uno di quei dischi che mi prendono in modo diverso, forse perché appartiene a quel periodo anni Settanta in cui il rock aveva ancora una fisicità diretta e senza mediazioni che trovo difficile non apprezzare.

Lemmy Kilmister, Fast Eddie Clarke e Phil Taylor formavano un trio che non aveva nessun interesse a sembrare raffinato. Overkill è grezzo, veloce, rumoroso, registrato con quell'urgenza che i dischi di fine anni Settanta avevano quasi per definizione. Il basso di Lemmy non sta mai sotto la chitarra: è in primo piano, borbottante e aggressivo, quasi un secondo strumento solista. Clarke sforna riff diretti e senza fronzoli. Taylor picchia sulla batteria come se stesse cercando di sfondare qualcosa.

La title track apre il disco con una doppia cassa che all'epoca doveva sembrare una dichiarazione di guerra, e per certi versi lo era. Stay Clean e Damage Case sono forse i brani più accessibili, quelli che restano più in testa. Ma l'intero disco (ho la versione con le cinque tracce aggiuntive, non quello originale) ha una coerenza di fondo che non stanca: non ci sono momenti di pausa, non ci sono concessioni, non c'è niente che non debba esserci.

È esattamente il tipo di musica che sento più vicina rispetto a molta roba nata dopo il 2000, non per nostalgia, ma perché ha qualcosa di concreto e fisico che fatico a trovare altrove. I Motörhead non suonavano per piacere a qualcuno. Si sente.

martedì 14 aprile 2026

Rage Against The Machine - Rage Against The Machine

 A black-and-white image of a man being burned alive. The album title/band name is shown at the bottom in lowercase letters with a black background.
Artista: Rage Against The Machine
Anno: 1992
Tracce: 10
Formato: CD
Acquista su Amazon

Rage Against the Machine esce nel 1992 ed è uno di quei debutti che non chiedono permesso: entrano, spaccano tutto e ridefiniscono le regole. Non è solo un disco importante, è una vera pietra miliare. E sì, quando lo recuperi a inizio anni 2000 perché “devi averlo”, capisci subito che non è una leggenda gonfiata: è proprio così. Forse però non in maniera immediata, magari a distanza di anni e con il senno di poi.
Il contesto conta. I primi anni ’90 sono un terreno fertile per contaminazioni e rotture, ma qui succede qualcosa di diverso. I Rage non mescolano semplicemente generi: li fondono in modo organico, senza mai sembrare un collage. Funk, rap e metal convivono con una naturalezza che all’epoca era quasi spiazzante. E da lì in poi, inutile girarci intorno, qualcuno ha preso appunti: gruppi come i Korn (e tutto il filone nu metal) devono qualcosa a questo disco.
La copertina è una delle più forti mai viste: la fotografia del monaco buddhista (Thích Quảng Đức secondo le mie fonti del poco dark web) durante il suo atto di auto-immolazione nel 1963, in segno di protesta contro il governo sudvietnamita. Non è provocazione gratuita, è una dichiarazione di intenti. Prima ancora di premere play, sai che qui dentro non si scherza. È politica, è rabbia, è presa di posizione netta.
Musicalmente, il disco è un animale unico. Tom Morello (che era già famoso prima dei Maneskin) trasforma la chitarra in qualcosa che va oltre lo strumento rock tradizionale: suoni, effetti, rumori che sembrano uscire da un giradischi più che da sei corde. Ma il punto è che tutto resta fisico, concreto, suonato. Niente artifici freddi: è sudore puro. La sezione ritmica è una macchina da guerra, precisa e pesante, mentre Zack de la Rocha non canta: declama, sputa, attacca. È più un predicatore urbano che un frontman classico.
E poi c’è quell’aspetto che lo rende davvero diverso: la coerenza totale. Testi, suono, immagine: tutto va nella stessa direzione. Non c’è distanza tra ciò che dicono e come lo suonano. È un disco che non cerca compromessi, e proprio per questo può risultare anche scomodo. Non è musica da sottofondo: o lo ascolti davvero, o ti respinge.
Riascoltato oggi, Rage Against the Machine ha una forza impressionante. Non suona datato, non perde mordente. Anzi, certe tematiche sembrano ancora più attuali, il che fa quasi sorridere amaramente. È uno di quei dischi che non invecchiano, perché non erano legati a una moda ma a un’urgenza.
Preso anni dopo la sua uscita, magari sulla scia della sua fama e dell’influenza su altri gruppi, questo album ha un effetto strano: ti fa capire subito perché è diventato quello che è. Non è solo un punto di riferimento. È un inizio.
Un debutto che non costruisce una carriera: la impone. E da lì in poi, per tutti gli altri, il livello si alza per forza.
 
 
 

lunedì 13 aprile 2026

Mastodon - Leviathan

 
Artista: Mastodon
Anno: 2004
Tracce: 10
Formato: CD
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Zizzi sta leggendo Moby Dick in questo periodo, e questo mi ha riportato in mente un disco che avevo preso anni fa proprio per quel motivo, o meglio, legato "anche" a quel motivo: cercavo un progressive dal sound moderno, mi imbattei nei Mastodon e nel loro Leviathan, concept album liberamente ispirato al romanzo di Melville, e decisi di prenderlo senza sapere quasi nulla della band, se non l'aver letto qualche ispirata recensione nei forum di riferimento.

L'idea in sé è affascinante. Il batterista Brann Dailor lesse il romanzo durante un volo per Londra e ci trovò paralleli con l'ossessione della band per la musica ( la caccia alla balena bianca come metafora della ricerca del successo). Il risultato è un disco che fonde sludge metal (o che è??) e progressive in modo che all'epoca era abbastanza insolito, con riff enormi, cambi di tempo continui e una costruzione per certi versi ambiziosa. Blood and Thunder in apertura è uno di quei riff che capisce subito dove vuole andare:  una semplicità che paradossalmente schiaccia tutto. La batteria di Dailor è il vero punto di forza del disco con tecnica, velocità, un senso del ritmo che regge anche nei passaggi più complicati.

Il problema, almeno per me, è la voce. O meglio, le voci, perché qui cantano in due Troy Sanders, Brent Hinds e a tratti pure altri, con stili che vanno dall'urlo all'abbaiare, passando per tonalità che non ho mai trovato del tutto a fuoco. Non che siano tecnicamente sbagliati, ma è proprio un approccio vocale che non mi entra dentro, che rimane fuori dal mio registro di ascolto. E in un disco in cui la voce dovrebbe portare avanti il concept narrativo, questa distanza si sente.

Leviathan è considerato ad ogni modo da molti il miglior album metal del XXI secolo ed è probabilmente tra i vari motivi che smisi proprio in quegli anni di andare a scoprire nuovi gruppi che potessero piacermi.

domenica 12 aprile 2026

Atalanta 0 - Juventus 1

 
Anche questa in differita, ma senza conoscere anticipatamente il risultato. Juventus in difficoltà e senza idee nella prima parte del primo tempo, un po' meglio nella seconda, pur senza creare chissà cosa. Ma almeno ha cercato di tirare su la testa, anche se senza punte in campo, i centrocampisti non riuscivano ad inserirsi e fraseggiare. La ripresa inizia con un piglio differente e nei primi minuti passiamo in vantaggio. Proviamo anche a raddoppiare, ma manca ancora qualcosa. L'Atalanta non ci sta, eppure riusciamo a difendere anche meglio nonostante le azioni pericolose siano perlopiù a marchio nerazzurro. Partita importante per entrambe le compagini, ma la spuntiamo noi e momentaneamente superiamo il Como. Avanti così! 

sabato 11 aprile 2026

Ligabue, il ruggito dell'anima, Pisa

 
iciDiciamocelo subito: non è che uno vada agli Arsenali di Pisa aspettandosi di uscire con addosso quella specie di peso specifico che certi artisti ti lasciano dentro. Eppure è andata così. La mostra si chiama Il ruggito dell'anima e il titolo, per una volta, non è una di quelle trovate di marketing che promettono mari e monti: è proprio la descrizione esatta di quello che trovi.
Cominciamo dall'uomo, perché con Ligabue non si può fare diversamente: l'uomo e il pittore sono la stessa cosa, inscindibili. Nasce a Zurigo alla fine dell'Ottocento, figlio di una ragazza madre italiana e di padre ignoto. La madre muore quando lui è ancora bambino. Cresce tra famiglie affidatarie svizzere, istituti per "ragazzi difficili", cliniche psichiatriche. A vent'anni viene espulso dalla Svizzera dopo la denuncia della madre adottiva per maltrattamenti e spedito in Italia senza conoscere una parola di italiano, in un paese di provincia dell'Emilia che non ha mai visto in vita sua.
Pensate un attimo alla scena. Un ragazzo che tutti considerano matto, senza soldi, senza famiglia, senza lingua. I compaesani lo schivano (o schifano) e lui si  porta dietro "el mat" come un secondo nome. Campa di sussidi, fa il manovale, per qualche tempo segue compagnie di circo disegnando cartelloni. Poi comincia a dipingere, prima con mezzi di fortuna, poi grazie a un incontro fortuito con uno scultore del posto che gli vede dentro qualcosa che gli altri non vedono. Da lì non si ferma più, pur tra altri ricoveri in manicomio, miseria, e una solitudine che non lo abbandonerà mai davvero.
Per dipingere gli animali studia libri di zoologia e va al mattatoio ad esaminarne le carcasse. Un metodo di ricerca, diciamo, non convenzionale.
La mostra agli Arsenali porta oltre ottanta opere tra dipinti, sculture, disegni, autoritratti e il percorso è costruito bene: ti accompagna attraverso la vita dell'uomo mentre guardi i quadri, e le due cose si intrecciano in modo che l'una illumina l'altra. Lo spazio funziona: le navate medievali hanno una grandiosità sobria che non schiaccia le opere ma le sostiene.
Davanti ai quadri succede una cosa strana: ti aspetti l'arte naïf, quella roba pittoresca e un po' ingenua, e invece ti ritrovi di fronte a qualcosa di molto più inquieto. Il curatore insiste sul paragone con l'Espressionismo europeo e il paragone regge. Ligabue non ha mai frequentato accademie, non ha mai vissuto vicino ai circuiti dell'arte, eppure dipinge con la stessa urgenza viscerale di quei tedeschi e austriaci tormentati che nel frattempo riformavano la pittura europea. Uno di loro, solo che nessuno glielo ha detto.
Gli animali sono ovunque (tigri, leopardi, aquile, galli in lotta) ma non è zoologia, è autoritratto mascherato. Ogni tigre che balza, ogni rapace che piomba sulla preda: è Ligabue che urla. Il tratto pittorico racconta la forza e il temperamento degli animali, ma quello che emerge davvero è il suo tumulto interiore, la fragilità, la rabbia, la fame di vita di un uomo che il mondo ha respinto fin da quando era in fasce.
E poi ci sono gli autoritratti veri e propri, che sono forse la cosa più devastante della mostra. Ne ha dipinti circa cinquecento nel corso della vita. Cinquecento. Una quantità ossessiva, compulsiva, che racconta da sola tutto quello che c'è da sapere su qualcuno che ha trovato nel farsi ritratto un modo per affermare: io esisto, ci sono, sono reale. E cromaticamente ricordano quelli di Van Gogh... Addirittura. La prima mostra personale arriva quando ha già più di sessant'anni. L'anno dopo un incidente lo lascia paralizzato. Muore poco dopo a Gualtieri, il paese che lo aveva preso in giro per tutta la vita e che adesso gli dedica un museo.
L'audioguida in italiano è inclusa nel biglietto (sconto se siete soci FAI): usatela, perché aiuta non poco.
Vale la visita? Assolutamente sì. Non è una di quelle mostre dove vai, guardi dei quadri carini e torni a casa. È una di quelle che ti seguono per qualche giorno, a rimuginare su un uomo che ha trasformato una vita ai margini in qualcosa che, sessant'anni dopo la sua morte, fa ancora effetto. El Matt aveva ragione su tutto.

venerdì 10 aprile 2026

Blind Guardian - Battalions Of Fear



 Artista: Blind Guardian
Anno: 1988
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con i Blind Guardian il percorso l'ho fatto a ritroso. Prima Imaginations From The Other Side, poi Nightfall in Middle-Earth, e solo dopo, quando certi suoni avevano già fatto breccia, sono andato a recuperare anche altri album ed il loro esordio. Battalions of Fear  è un disco che si ascolta con occhi diversi sapendo cosa la band sarebbe diventata, e questo cambia tutto.

È un album acerbo, e non ha senso nasconderlo. I Blind Guardian del 1988 sono ancora dentro la tradizione dello speed e power metal teutonico dell'epoca con velocità forsennata, produzione ruvida, Hansi Kürsch con una voce che deve ancora trovare la sua dimensione più teatrale e narrativa. Si sente il peso delle influenze ( Helloween su tutti) e la band non ha ancora sviluppato quella capacità di costruire architetture sonore complesse che li renderà unici.

Eppure i temi ci sono già. La fantasia tolkieniana, i riferimenti letterari, quella voglia di raccontare storie invece di limitarsi a suonare forte: tutto questo è già presente, anche se ancora grezzo e non del tutto a fuoco. Guardian of the Blind e By the Gates of Moria mostrano già dove la band vuole andare, anche se non ci arriva ancora del tutto.

Ascoltato oggi, Battalions è un documento interessante più che un disco da rimettere su spesso. Vale per capire da dove vengono, e per apprezzare ancora di più quanto lontano siano arrivati.

giovedì 9 aprile 2026

Manowar - The Triumph Of Steel

 
Artista: Manowar
Anno: 1992
Tracce: 8
Formato: CD
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Con i Manowar ho già dichiarato la mia posizione: li seguo, li ascolto, e mi vergogno un po' di ammetterlo. The Triumph of Steel  non aiuta esattamente a superare questa ambivalenza ed anzi, la incarna in modo quasi esemplare.

Il disco apre con Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts: ventotto minuti divisi in otto movimenti dedicati alle vicende dell'eroe omerico. Ventotto minuti. In apertura. Se c'è una cosa che i Manowar non hanno mai avuto è il senso della misura, e qui lo dimostrano con una grandiosità che sfiora il grottesco  eppure, come spesso accade con loro, funziona lo stesso. Non perché sia raffinata, ma perché è suonata con una convinzione assoluta che disarma qualsiasi tentativo di ironia. Eric Adams alla voce è nel pieno della sua forma, e su certi passaggi epici riesce a fare cose che pochi cantanti metal possono permettersi.

Il resto del disco alterna momenti più diretti e muscolari come Metal Warriors, Burning  ad altri che scivolano nella retorica più pomposa che la band sa produrre. La differenza rispetto a Hail to England è evidente: lì c'era una compattezza e una cattiveria che tenevano tutto in piedi; qui la lunghezza e la grandiosità prendono il sopravvento, e il disco finisce per essere meno coeso.

È un Manowar tipico degli anni Novanta più dilatato, più ambizioso, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Lo ascolto, mi vergogno un po', e vado avanti.

mercoledì 8 aprile 2026

Iron Maiden - Virtual XI

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1998
Tracce: 8
Formato: CD
Acquista su Amazon 


 
 
C'è un periodo nella storia degli Iron Maiden che i fan tendono a sorvolare rapidamente, e Virtual XI ( ne è forse il momento più emblematico. È il secondo disco con Blaze Bayley alla voce, uscito in un momento in cui la band stava cercando una direzione dopo l'addio di Bruce Dickinson, e si sente. Anche se siamo al suo secondo album con il gruppo.

Bayley non è il problema. Va detto chiaramente: è un cantante con la sua identità, la sua potenza, il suo stile. Il problema è che quella voce più bassa, più terrigna, meno teatrale di Dickinson , non si sposa naturalmente con il suono Maiden, e l'album non trova mai un modo convincente per risolvere questa tensione. Alcuni brani sembrano scritti pensando a un cantante diverso, altri suonano come tentativi di adattarsi a qualcosa che non si adatta del tutto.

C'è però un tentativo di sperimentazione che va riconosciuto. The Clansman è probabilmente il pezzo più riuscito del disco poichè risulta epico, lungo, con una costruzione che ricorda i momenti migliori della band, e Bayley che ci mette dentro tutto quello che ha. Lightning Strikes Twice funziona come brano diretto e senza fronzoli. Qualcosa, insomma, si salva. Ma il disco nel complesso suona come una band che sta cercando se stessa senza ancora trovarsi, con qualche lungaggine di troppo e una produzione che non aiuta.

Non è una bocciatura definitiva. È un disco rimandato, uno di quelli che si ascolta con rispetto per il tentativo, sapendo però che i Maiden sapevano fare molto di meglio. E che di lì a poco avrebbero dimostrato di saperlo ancora.

lunedì 6 aprile 2026

Juventus 2 - Genoa 0


 
Articoletto veloce perchè mi annoio, ma voglio comunque tenere traccia dei passi buoni o di quelli falsi fatti dalla Juventus, in questo Campionato. Anche perchè ormai solo questo è rimasto, essendo usciti dalle altre competizioni. Vista in differita in nottata, ma senza sapere il risultato, mi son goduto un ottimo primo tempo. E mi son fatto anche fregare dalle reti bianconere e dal gioco votato in attacco. Credevo potesse finire in goleada. Invece ci siamo fermati e abbiamo portato avanti un secondo tempo tedioso e giocato male. Comunque tre punti importanti che ci consentono ancora di sperare nel quarto posto. 

Il ritorno a Pasquetta

 
Prendiamola con senso zen, anche quando non tutto va per il verso giusto. Torno dalla mia breve vacanza elbana con una nave della mattina che mi porta a Piombino. Posso rivedere Zizzi e passare il giorno di festa con le ed altri amici. Abbiamo tempo per fare diverse cose tra cui incontrarci a Baratti per vedere il pratone infestato di ex noi con palloni, palline, aquiloni e forse droni e farci una breve passeggiata prima di pranzo. Con il senno di poi ci sarebbe stato tempo anche per salire sulle Apuane, volendo. Infatti il pranzo si è rivelata una lunghissima ed estenuante attesa per avere un semplice "birraepanino". Ma vabbeh, quel che è fatto è fatto e poco importa se in realtà è stata una merenda. Proseguiamo tutti e sei verso una nuova passeggiata, questa volta in pineta al Lago Verde e ci svacchiamo sulla spiaggia per digerire. Ultima puntatina sul calar del sole nella ridente Populonia (stazione) dove la genuinità vince su tutto.

domenica 5 aprile 2026

Elba: non solo spiagge #28 (Promontorio di Capoliveri)

 

Pasqua. Niente pranzo della tradizione, niente tavolate, almeno non oggi. Prima si cammina.

Il promontorio di Capoliveri è uno di quei posti che non deludono mai, e la scelta di farne un anello panoramico per il giorno di Pasqua è stata più che azzeccata. Il territorio qui porta ancora i segni delle vecchie miniere di ferro, pirite, ematite, che per secoli hanno definito l'economia di questa parte dell'isola. I tracciati che seguono il promontorio sono gli stessi su cui ogni anno si disputano le gare di Mountainbike che hanno reso Capoliveri famosa nel mondo del ciclismo off-road: sentieri tecnici, cambio continuo di quota, panorami che si aprono e si chiudono tra la macchia con una frequenza quasi ritmica. A piedi si gode tutto questo con un ritmo diverso, più lento, più consapevole. Meno faticoso soprattutto. 

A metà percorso, pausa pranzo alla spiaggia di Buzzancone. Quasi deserta, come ci si aspetta da una spiaggia elbana a Pasqua, ancora troppo presto per i bagnanti, giusto in tempo per chi preferisce il silenzio. Un buon posto per fermarsi, mangiare qualcosa e guardare il mare senza fretta.

Si chiude il cerchio risalendo verso il promontorio e tornando a Capoliveri, uno dei borghi più belli dell'isola con strade strette, vicoli in salita, quella sensazione di paese che non ha ancora perso la sua misura. Un giretto tra i vicoli per concludere la giornata, prima di rientrare alla base.

Album fotografico Promontorio di Capoliveri 

sabato 4 aprile 2026

Elba: non solo spiagge #27 (Mar di Capanne e Ramerino)

 

Secondo giorno, e la primavera ha deciso di fare sul serio. Temperatura in salita, vento quasi azzerato, luce piena. Il tipo di giornata in cui non si può stare fermi.

La mattina parte da Porto Azzurro. Seguo un anello in senso orario che porta prima all'Azienda Agricola Arrighi con vigne e macchia in uno dei panorami più riconoscibili dell'Elba orientale e poi si ricollega alla tratta principale della GTE presso Terra e Cuore. Fin qui tranquillo. Poi mi stacco dal sentiero principale e imbocco il famoso 205, segnalato come EE, escursionisti esperti come Jack, con due brevi tratti attrezzati con cavo d'acciaio. La destinazione è la cima del Monte della Croce, che sulla carta topografica risponde al nome di Mar di Capanne. Vista stupenda. Non c'è nemmeno da specificarlo anche a questa altezza irrisoria sull'isola, con questa giornata, sarebbe strano il contrario. La discesa avviene lungo i tornanti nel bosco, piacevole e ombreggiata, fino al Santuario del Monferrato. Chiuso, neanche a dirlo, nonostante i tanti turisti in giro. L'anello si chiude passando per la spiaggia di Barbarossa e il sentiero Carmignani, che costeggia il carcere e riporta in paese. Tredici chilometri in tutto.

Tredici chilometri che evidentemente non bastano, perché è ancora presto. Scooter, cambio di zona, e secondo trekking della giornata. Mi sposto al Cavo e opto per un anello che tocca la Cala delle Alghe, segue il sentiero del Ramerino con profumo garantito, passa dal Mausoleo Tonietti e ridiscende al mare. Niente di impegnativo, ma il giusto per chiudere la giornata in bellezza senza lasciare troppo presto i sentieri.

Due trekking, due zone dell'isola, un sacco di primavera. Si potrebbe fare di peggio per un sabato di Pasqua.

Album fotografico sul trekking di Porto Azzurro 
Album fotografico sul trekking del Cavo 

venerdì 3 aprile 2026

Elba: non solo spiagge #26 (Monte Strega a Rio)

 

Rieccoci con la rubrica Elba: non solo spiagge, che come ogni buona tradizione si ripete volentieri. Questa volta con la scusa delle ferie pasquali, e con la convinzione ormai consolidata che la primavera sia il momento migliore per venire sull'isola, almeno per chi ci viene per camminare, respirare e guardare il paesaggio piuttosto che per stare in spiaggia. I turisti da ombrellone non ci sono ancora, il traffico è umano, e il resto è tutto lì.

Il traghetto mi porta a Rio Marina, lo scooter mi porta alla Casetta degli Aranci, i bagagli trovano il loro posto, e nel giro di poco è già ora di uscire. Nessun programma elaborato per il primo giorno: un trekking corto, vicino casa, giusto per sgranchirsi le gambe e ricalibrare il passo dopo il viaggio.

L'obiettivo è il Monte Strega, salita breve ma soddisfacente, seguita da un punto panoramico che vale da solo la fatica. Di fronte, il Volterraio che svetta scenicamente con la sua rocca, uno di quei posti che ogni volta fa lo stesso effetto, come se non lo si fosse già visto decine di volte. Sotto, la baia di Portoferraio che si apre larga e calma. L'aria è pulita, il vento ha spazzato bene, e in questa giornata limpida  si distinguono senza fatica Capraia, Gorgona e più in là la Corsica. Incontro altri camminatori lungo il sentiero ( erano sulla prima tappa della GTE, la Grande Traversata Elbana) e li aiuto a mettere un nome alle sagome sull'orizzonte. Piccolo contributo da residente temporaneo. Li ho raggiunti e superati volontariamente in realtà, per bearmi. Piccolo atto di superbia per Jack. 

Si torna alla base con i profumi di primavera ancora nelle narici della macchia mediterranea, terra umida, qualcosa che sa di ginestra. Il modo migliore per iniziare una serie di giorni qui.

giovedì 2 aprile 2026

Slash's Snakepit - It's Five O'Clock Somewhere

 
Artista: Slash's Snakepit
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: Cd
Acquista su Amazon
 
Come i più attenti avranno notato, in questo 2026 sto dando molto più spazio alla musica di quanto non  abbia fatto in passato e sto cercando di pubblicare pensieri e parole sulla mia vecchia collezione di album, sempre per averne traccia. Spesso capito dischi che ho ascoltato poco o a cui ho dato poco valore perchè non rientravano completamente nei miei gusti musicali, ma c'è quasi sempre stata (oltre alla componente "collezione") la voglia di scoprire ed ampliare il mio raggio d'azione, pur rientrando in comparti musicali che potessero essere compatibili con i miei gusti. A quei tempi però si navigava un po' a braccia, a sensazioni, a consigli da parte di amici e conoscenti o semplicemente per "vicinanza". Così, una volta "esaurita" la linea Guns, era impossibile non passare a recuperare pezzi da solisti come l'avventura intrapresa da Slash. Ricordo che fu ospite in un programma televisivo musicale (forse trasmesso da TMC? o Italia Uno?) in cui fece un paio di pezzi (al massimo) in unplugged e già pensai che si trattava di uno "spinoff" che non potevo lasciarmi sfuggire. D'altra parte alcune tracce erano state scritte, e poi bocciate, per i Guns ed anche i componenti stessi della "nuova" band avevano legami abbastanza forti con il passato: Gilby Clark era in The Spafhetti Incident? così come Sorum che batteva anche per il doppio Use Your Illusion (I e II) e la presenza di Reed in alcune canzoni, senza contare che testi e musica appunto erano il risultato anche dello sforzo di un po' di tutti. Prendendola un po' larga si poteva dire che erano i Guns senza Rose... Se vogliamo fare un'analisi musicale sull'album poi viene fuori una sorta di somiglianza ad un hard rock più puro, simile a quello apprezzato in Appetite. Anche se allora come oggi, ritengo questo album diversi gradini sotto. Ovviamente presentarlo come una copia del vecchio hard rock dei Guns sarebbe non solo un sacrilegio, ma anche poco veritiero, visto che le influenze blues di Slash sono molto evidenti qui e così ha maggior senso considerarlo come un album slegato dal vecchio progetto. Per me fu una ciliegina sulla torta, anche se lo ho sempre preso in considerazione come un disco minore. 
 

mercoledì 1 aprile 2026

Alice In Chains - Dirt

 

Artista: Alice In Chains
Anno: 1992
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Gli Alice in Chains sono la band che più di tutte, nella scena di Seattle, si è sempre mossa con un piede nel metal. Non il grunge californiano patinato, non il punk reinventato dei Nirvana, qualcosa di più pesante, più oscuro, che guarda ai Black Sabbath e in un certo modo anche ai Led Zeppelin e li porta dentro un presente fatto di dipendenza, solitudine e disagio autentico. Dirt  è il disco in cui tutto questo converge al massimo.

Il disco è inseparabile dalla storia di Layne Staley. La dipendenza dall'eroina non è un sottotesto, è il soggetto esplicito di buona parte dei testi, scritti da Staley e da Jerry Cantrell con una crudezza che non cerca redenzione né consolazione. Si sente. Quella voce nasale, luciferina, capace di armonizzarsi con quella di Cantrell in modi che sembrano impossibili porta il peso di qualcosa di reale, e questo trasforma brani come Junkhead, Down in a Hole e la title track in qualcosa di più di semplici canzoni rock. Cantrell dal canto suo è la spina dorsale musicale: i suoi riff sono pesanti, urticanti, spesso in tempi dispari, e tengono tutto in piedi con una solidità che non lascia scampo.

Them Bones apre il disco come uno schiaffo: due minuti e mezzo in 7/8 (così mi dicono dalla regia) , un muro di chitarre e un urlo che non lascia tempo di capire cosa stia succedendo. Rooster, scritta da Cantrell per il padre veterano del Vietnam, è il momento più epico e malinconico del disco. Would?, già scritta per la colonna sonora di Singles (nota privata: da recuperare) , chiude con una di quelle melodie che non si dimenticano. E Angry Chair, scritta interamente da Staley, è forse il pezzo che più di tutti fa capire dove stesse andando, e dove sarebbe arrivato, dieci anni dopo.

È un disco difficile da ascoltare con leggerezza, e probabilmente non ci si dovrebbe nemmeno provare. Ma è uno dei pochi dischi di quel periodo in cui il dolore suona vero fino in fondo, senza filtri e senza pose. Un capolavoro che non invecchia.