Artista: Manowar
Anno: 1984
Tracce: 7
Formato: CD
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Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.
Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.
Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.
Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.

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