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martedì 30 giugno 2026

Manowar - Fighting The World


 Artista: Manowar
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Manowar sopra le righe lo sono per definizione, ed è inutile fingere il contrario. Ma Fighting the World, nonostante tutta la loro pomposità abituale, mi piaceva a tratti, e a tratti funzionava anche più del previsto.

È il quinto album, il primo per la nuova etichetta ATCO, e uno dei primissimi dischi heavy metal a essere registrato e missato interamente in digitale: un dettaglio tecnico che all'epoca contava parecchio, e che dà al suono una pulizia e una potenza diverse rispetto ai lavori precedenti. È anche il primo con la copertina firmata da Ken Kelly, illustratore che da qui in poi avrebbe disegnato tutte le cover della band. Molti puristi lo considerarono un tentativo di ammorbidirsi per inseguire un pubblico più vasto, ma a riascoltarlo oggi sembra più un cambio di passo che una resa: stesso epic metal di sempre, solo confezionato con un suono più granitico e diretto.

La title track apre con un coro che si ripete fino allo sfinimento (Eric Adams ripete la parola "fight" decine di volte), discutibile ma efficacissimo dal vivo. Blow Your Speakers è il brano più radiofonico del disco, quasi hard rock nei toni, con un testo che se la prende con MTV per non trasmettere abbastanza metal: tipico atteggiamento Manowar, mezzo serio e mezzo ironico. Defender è probabilmente il momento più suggestivo: si apre con una declamazione di Orson Welles, registrata anni prima per il primo demo della band e mai utilizzata, riproposta qui come omaggio postumo all'attore, scomparso due anni prima dell'uscita del disco. Holy War parte con un riff di basso notevole firmato da Joey DeMaio, e Black Wind, Fire and Steel chiude il disco con la doppia cassa più furiosa di tutto il lavoro, quasi un'anticipazione del power metal europeo che sarebbe esploso negli anni successivi. E ovviamente Carry On... 

Alcuni brani scivolano in un'epica un po' stucchevole. Ma ha il suono più potente che i Manowar abbiano mai registrato fino a quel momento, e tra cori ridondanti e momenti effettivamente riusciti, resta uno di quegli album che ascolto volentieri a tratti, senza pretendere che sia tutto oro.

giovedì 9 aprile 2026

Manowar - The Triumph Of Steel

 
Artista: Manowar
Anno: 1992
Tracce: 8
Formato: CD
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Con i Manowar ho già dichiarato la mia posizione: li seguo, li ascolto, e mi vergogno un po' di ammetterlo. The Triumph of Steel  non aiuta esattamente a superare questa ambivalenza ed anzi, la incarna in modo quasi esemplare.

Il disco apre con Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts: ventotto minuti divisi in otto movimenti dedicati alle vicende dell'eroe omerico. Ventotto minuti. In apertura. Se c'è una cosa che i Manowar non hanno mai avuto è il senso della misura, e qui lo dimostrano con una grandiosità che sfiora il grottesco  eppure, come spesso accade con loro, funziona lo stesso. Non perché sia raffinata, ma perché è suonata con una convinzione assoluta che disarma qualsiasi tentativo di ironia. Eric Adams alla voce è nel pieno della sua forma, e su certi passaggi epici riesce a fare cose che pochi cantanti metal possono permettersi.

Il resto del disco alterna momenti più diretti e muscolari come Metal Warriors, Burning  ad altri che scivolano nella retorica più pomposa che la band sa produrre. La differenza rispetto a Hail to England è evidente: lì c'era una compattezza e una cattiveria che tenevano tutto in piedi; qui la lunghezza e la grandiosità prendono il sopravvento, e il disco finisce per essere meno coeso.

È un Manowar tipico degli anni Novanta più dilatato, più ambizioso, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Lo ascolto, mi vergogno un po', e vado avanti.

giovedì 12 marzo 2026

Manowar - Hail To England

 

Artista: Manowar
Anno: 1984
Tracce: 7
Formato: CD 
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C'è una confessione da fare prima di parlare dei Manowar: non è facile ammetterlo. Sono una band sopra le righe in modo quasi imbarazzante: le pose, i testi, l'estetica tutta muscoli e spade, la retorica del metal vero contrapposto al resto del mondo. Eppure ho una buona fetta della loro discografia, e non me ne sono mai liberato. Quindi tanto vale essere onesti.

Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.

Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.

Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.

Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.