giovedì 15 ottobre 2026

Juice Newton - Juice

 

Artista: Juice Newton
Anno: 1981
Tracce: 10
Formato: vinile 
Acquista su Amazon



Con Juice Newton il punto di partenza è uno solo: Angel of the Morning. La conosco, la amo, e quella voce calda e un po' graffiante che si appoggia sulla melodia è una di quelle cose che entrano dentro senza chiedere permesso. Ma da lì a comprare l'album ci vuole qualcosa in più, e la storia di quella canzone è già di per sé una buona ragione per approfondire. Per questo deve intervenire VIKI con i suoi atti di convinzione. 

Angel of the Morning non è originariamente di Juice Newton. La scrisse Chip Taylor nel 1967, musicista americano che aveva già firmato Wild Thing per i Troggs e che disse di averla composta ascoltando Ruby Tuesday dei Rolling Stones in auto mentre guidava verso New York, cercando di catturare quello stesso tipo di passione. Il brano fu offerto prima a Connie Francis, che lo rifiutò perché il testo le sembrava troppo licenzioso per la sua immagine (la storia di una donna che trascorre la notte con qualcuno senza promesse né sensi di colpa, e se ne va all'alba senza rimpianti). Lo rifiutò. Bene per tutti gli altri. La prima registrazione fu di Evie Sands nel giugno 1967; il primo successo vero arrivò nel 1968 con Merrilee Rush e i Turnabouts, che la portarono al numero 7 della Billboard Hot 100 e in vetta alle classifiche di Canada, Australia e Nuova Zelanda, guadagnando anche una nomination ai Grammy. In Italia, nello stesso anno, i Profeti ne fecero una versione con il titolo Gli occhi verdi dell'amore, testo decisamente più casto come da tradizione nostrana. Nel 2001 ci tornò su Shaggy, con risultati che è meglio non commentare per qualcuno rispetto alle edizioni più datate , ma che onestamente me l'ha fatta conoscere e piacere. Nel mezzo, decine di cover, tra cui Nina Simone nel 1971 e Olivia Newton-John.

Poi arriva Juice Newton, nel 1981, con la versione che ha battuto tutte le altre commercialmente e che è rimasta quella di riferimento nell'immaginario collettivo. Newton, nata in Virginia nel 1952, aveva già cinque album alle spalle senza grande fortuna. Juice  è il disco che le cambia la carriera: sesto album in studio, primo con Capitol Records, prodotto da Richard Landis, con un suono che mescola country pop e soft rock in modo morbido e immediato. Angel of the Morning apre il disco e va direttamente al numero 4 della Billboard Hot 100, certificata oro. La voce di Newton ci mette qualcosa di personale che le versioni precedenti non avevano: è più caldo, più diretto, meno legato al contesto country delle origini.

Il disco non si ferma lì. Queen of Hearts, secondo singolo, arriva al numero 2 in classifica e viene certificata oro anch'essa. The Sweetest Thing (I've Ever Known), terzo singolo, chiude il tris toccando il numero uno della classifica country. Tre singoli di successo dallo stesso album è roba che non capita spesso, e spiega perché Juice abbia venduto quanto ha venduto. Il resto del disco è country pop ben costruito, senza picchi clamorosi ma senza momenti morti: River of Love, scritta dalla stessa Newton, e Shot Full of Love sono i momenti più personali. Ride 'Em Cowboy è la traccia più energica, quasi rock nel contesto.

Non è un disco che stravolge il mondo, e non ci prova. Ma se Angel of the Morning ti ha preso come ha preso me, il resto di Juice è esattamente il contesto giusto in cui ritrovarla: un disco onesto, ben suonato, con una voce al centro che sa quello che fa. Vale l'ascolto, tutto quanto.

mercoledì 14 ottobre 2026

Radiohead - Pablo Honey



Artista: Radiohead
Anno: 1993
Tracce: 12
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con i Radiohead ero partito da OK Computer, il disco che considero il loro più importante e che mi ha fatto capire cosa fossero davvero. Prima o poi però bisognava tornare all'inizio, e l'inizio è Pablo Honey, esordio registrato in tre settimane. 

Diciamolo subito: Pablo Honey è considerato il disco più debole della loro discografia, e i Radiohead stessi lo hanno più volte snobbato. È figlio del suo tempo, con influenze che vanno dagli U2 ai Pixies agli Smiths, in un 1993 in cui il rock alternativo americano dominava ovunque e i critici britannici erano già pronti a bollare la band come "Nirvana-lite". Non c'è ancora il suono che avrebbero trovato successivamente, e si sente: c'è qualcosa di incompiuto, di non del tutto a fuoco, di promessa non ancora mantenuta.

Eppure. C'è un motivo per cui Pablo Honey vale la pena, e quel motivo si chiama Creep. Lo so, lo amano tutti. Ma ci sarà un perché, no? Dice che il brano era stato registrato quasi per caso su suggerimento del produttore, che aveva convinto la band a riprenderlo durante le sessioni. La BBC Radio 1 lo bocciò come "troppo deprimente" per la messa in onda; in Gran Bretagna uscì come singolo nel settembre 1992 e arrivò appena al numero 78 in classifica, vendendo seimila copie. Poi qualcuno la fece girare negli Stati Uniti, e nel 1993 era già numero due nella classifica alternative americana. La ristampa del singolo la portò al numero 7 in Gran Bretagna. Thom Yorke nel 1993 dichiarò di avere "notevoli problemi nell'essere un uomo degli anni Novanta", che è forse la descrizione più precisa di quello che la canzone contiene.

Il testo parla di inadeguatezza, di sentirsi fuori posto, di desiderare qualcuno che non ti guarda. "I want a perfect body, I want a perfect soul": chi non l'ha sentita propria almeno una volta? Quel cambio di chitarra distorta prima del ritornello, quella dinamica dal sussurro all'urlo, è diventata una delle strutture più imitate degli anni Novanta. La band sviluppò poi un rapporto di amore-odio con il brano, arrivando a bandirla dai concerti per anni. Ad oggi è il singolo dei Radiohead più ascoltato su Spotify, con oltre duecentotrenta milioni di stream. Il doppio rispetto a qualsiasi altra loro canzone.

Il resto del disco vale meno, e non ha senso fingere il contrario. Blow Out, che chiude l'album, è il brano che la band ha continuato a suonare dal vivo più di qualsiasi altro di questo disco: diversi minuti di crescendo con una coda strumentale che anticipa qualcosa di quello che sarebbero diventati. Anyone Can Play Guitar è il singolo più diretto e immediato. Ma Pablo Honey resta soprattutto il contesto che ha prodotto Creep, e come tale merita ascolto. Un passaggio obbligato, acerbo ma onesto.

martedì 13 ottobre 2026

Don't Say A Word (2001)

 
Regia: Gary Fleder
Anno: 2001
Titolo originale: Don't Say A Word
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon
Iscriviti a Prime Video 
 
 

Se dico che i thriller non li fanno più come una volta, vorrei che fosse chiaro che non è solo nostalgia. Gli anni novanta da questo punto di vista sono stati grandiosi, e Don't Say a Word è del 2001, ma poco cambia, siamo in quel filone lì. La cosa che mi dà più credito è che l'ho guardato oggi per la prima volta, quindi niente effetto ricordi di un tempo, niente gioventù a fare da filtro rosa. Ho visto un film nuovo con gli occhi di adesso, e mi è piaciuto lo stesso.

Il regista è Gary Fleder, con  Michael Douglas che fa Nathan Conrad, uno psichiatra newyorkese stimato, di quelli bravi con gli adolescenti difficili, a cui in poche ore crolla il mondo addosso. Gli rapiscono la figlia e per riaverla gli viene dato un compito impossibile, convincere una giovane paziente a rivelare un numero che serve ai rapitori per mettere le mani su un gioiello nascosto. Il guaio è che la ragazza, interpretata da Brittany Murphy, non parla da dieci anni, e il tempo a disposizione è poco, una manciata di ore. Il cattivo è Sean Bean, che di mestiere fa il cattivo, e con lui a completare il quadro ci sono Famke Janssen come moglie (un po' tiepida in realtà), Oliver Platt come collega e Jennifer Esposito nei panni di una detective che nel frattempo si mette di mezzo. A parte Douglas nomi nella norma, ma già rivisti su numerose pellicole.

Insomma, è un thriller ben fatto e con un buon ritmo, di quelli in cui la tensione non ti molla mai e ogni scena spinge la successiva senza troppi giri a vuoto. Il conto alla rovescia fa il suo dovere, e la storia tiene su più fili contemporaneamente senza mai farti perdere l'orientamento. Certo, ogni tanto ci sono scene poco credibili, o forzate, di quelle in cui senti la sceneggiatura che spinge a mano il protagonista dove serve alla trama. Da lì a smontare il film però ce ne passa, perché a me quelle forzature sono scivolate addosso senza rovinarmi il gusto.

Non è un titolo di grido, e non mi aspetto di vederlo citato nelle liste dei grandi film del genere. Sono sicuro che ai critici dell'epoca sia sembrato un thriller piuttosto routine e che di recensioni più severe della mia ce ne siano a bizzeffe. Eppure riesce a tenerti piacevolmente seduto a guardarlo, che per un film del genere è già un buon traguardo. Se avete una serata libera e una voglia di thriller come si facevano una volta, per me questo se lo merita.

lunedì 12 ottobre 2026

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600 (EX01C10P02)

 
A pochi giorni dal precedente aggiornamento, il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. La versione è la CPH2769_16.0.10.600 (C10P02) e, questa volta, il download raggiunge gli 831,46 MB.
Una dimensione tutt'altro che trascurabile, soprattutto se si guarda alle note di rilascio, che risultano decisamente più scarne rispetto a quelle dell'aggiornamento precedente.
Quasi un gigabyte, ma cosa cambia?
Il changelog ufficiale è piuttosto essenziale: OnePlus segnala l'integrazione della patch di sicurezza Android di settembre 2026, con l'obiettivo di migliorare la protezione del sistema.
Nient'altro viene specificato. Nessuna nuova funzione, nessuna correzione dettagliata, nessun riferimento a miglioramenti della fotocamera o dell'autonomia. Almeno stando alle informazioni pubblicate dal produttore.
La domanda, quindi, viene spontanea: perché un aggiornamento dedicato apparentemente alla sola sicurezza richiede oltre 830 MB?
Non abbiamo elementi sufficienti per dare una risposta certa. Un pacchetto di queste dimensioni può comprendere anche componenti di sistema e altri interventi non descritti nelle note di rilascio, ma sarebbe azzardato attribuire a questo aggiornamento modifiche specifiche senza una conferma.
Anche la dimensione del download, da sola, non dimostra che siano state introdotte novità nascoste. Per scoprirlo servirebbe un'analisi tecnica del pacchetto oppure una comunicazione più dettagliata da parte di OnePlus.

Che cosa si dice in rete?
La versione 16.0.10.600 è stata annunciata anche nella community ufficiale OnePlus per il modello 15R, con distribuzione progressiva nelle diverse regioni. La build europea è identificata dal codice CPH2769.
Nelle discussioni degli utenti si trovano anche segnalazioni di possibili problemi di autonomia e rallentamenti dopo l'installazione. Si tratta però di testimonianze individuali, che non permettono di concludere che l'aggiornamento presenti effettivamente questi difetti.
È quindi opportuno non confondere le impressioni riportate nei forum con problemi confermati e diffusi. Per capire come si comporta il nostro dispositivo, resta fondamentale osservare il funzionamento concreto dopo l'installazione.
Un aggiornamento importante o una semplice manutenzione?
La patch di sicurezza è una componente importante della manutenzione di uno smartphone, anche quando non porta con sé novità visibili. Non tutti gli aggiornamenti devono necessariamente aggiungere funzioni o modificare l'interfaccia: correggere vulnerabilità e mantenere il sistema protetto è già un motivo valido per distribuire nuovo software.
Resta però una certa curiosità per le dimensioni del pacchetto. Dopo un aggiornamento precedente che introduceva diverse modifiche alle applicazioni di sistema, ritrovarsi con altri 831 MB accompagnati da una sola voce nel changelog lascia inevitabilmente qualche interrogativo.
Non significa che ci sia qualcosa che non va, né che il produttore stia nascondendo necessariamente delle novità. Semplicemente, le informazioni disponibili non consentono di andare oltre la patch di sicurezza dichiarata.

King Diamond - Abigail

 
Artista: King Diamond
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD
Acquista su Amazon 


 
Con i King Diamond ho fatto un errore di valutazione iniziale abbastanza comprensibile: credevo fossero un gruppo come tanti altri, e invece King Diamond è prima di tutto una persona, il danese Kim Bendix Petersen, che ha preso questo nome d'arte e ha costruito intorno a sé una band. Non un'entità collettiva alla pari, ma un progetto con un autore preciso al centro. Chiarito questo, Abigail  è arrivato nella mia collezione per una serie di motivi convergenti: è puramente anni Ottanta, è un concept album con una storia unica e misteriosa, e arriva dal nord Europa, il che per me già diceva qualcosa di diverso rispetto alla solita scena anglo-americana. In più mi sembrava vicino ai Blind Guardian, quella voglia di raccontare qualcosa attraverso la musica piuttosto che limitarsi a suonare.

King Diamond proveniva dai Mercyful Fate, band culto del black metal melodico degli anni Ottanta, e con il progetto solista si era spostato verso qualcosa di più narrativo e meno esoterico: heavy metal gotico con un'attenzione alle atmosfere horror che all'epoca non aveva molti precedenti nel genere. La band che lo accompagna su Abigail include il chitarrista Andy LaRocque, probabilmente il musicista più importante della formazione, con uno stile tecnico e melodico che tiene tutto in piedi anche nei passaggi più elaborati.

La storia al centro del disco è quella che mi aveva incuriosito. Una giovane coppia, Miriam e Jonathan, eredita una misteriosa villa di campagna appartenente agli antenati di Jonathan. Sessantotto anni prima, il conte LaFey aveva ucciso la moglie incinta buttandola giù dalle scale, per punirla di un'infedeltà, e il feto era nato morto il settimo giorno del settimo mese del 1777. Tutto ruota intorno al numero sette e ai suoi risvolti esoterici.E sta cosa mi aveva già preso con Seventh Son Of  Seventh Son degli Iron Maiden. Lo spirito di Abigail, la bambina mai nata, si è reincarnato nel corpo di Miriam, e Jonathan viene avvertito da un fantasma che deve uccidere la moglie per fermare il ritorno del male. Come finisce, lo lascio scoprire a chi non ha ancora ascoltato il disco: non è il tipo di storia che si racconta fino in fondo. E comunque sono canzoni, non un racconto facile da leggere in italiano.

Musicalmente il disco è heavy metal classico con venature gotiche e qualche influenza black metal nelle atmosfere più oscure, mai nel suono estremo. Funeral apre con una cerimonia funebre lugubre che stabilisce immediatamente il tono. Arrival e A Mansion in Darkness costruiscono la tensione narrativa brano dopo brano, come capitoli di un libro. The 7th Day of July 1777 è il pezzo più intenso, con la voce di King Diamond nel suo falsetto più acuto e teatrale che racconta l'omicidio originale. The Family Ghost e The Possession portano avanti la storia verso il finale. La voce di King Diamond merita un discorso a parte: un falsetto estremo che o si digerisce subito o non si digerisce mai, costruito su influenze che vanno da Arthur Brown a Mercyful Fate, capace di passare da toni quasi sussurrati a picchi acutissimi in pochi secondi.

La somiglianza con i Blind Guardian c'era, almeno nel senso del progetto: raccontare una storia attraverso un album intero, con una coerenza narrativa che va oltre la semplice sequenza di canzoni. La direzione musicale è diversa, più oscura e meno epica, ma quella voglia di costruire qualcosa che si possa seguire come una narrazione è la stessa. AllMusic lo ha definito il capolavoro solista di King Diamond e uno dei migliori concept album della storia del metal. Non avevo motivi per non crederci, e dopo averlo ascoltato devo dire che avevano ragione.

domenica 11 ottobre 2026

Cagliari 1 - Juventus 1

 
Dopo un'intera epoca senza campionato per l'immensa pausa nazionali, c'era la speranza che alcuni infortunati rientrassero e che la voglia di vincere tornasse prepotente nel cuore dei titolari. Si inizia votati all'attacco, con un buon controllo difensivo. Fino al ventesimo e fino alla prima ventata cagliaritana. I padroni di casa passano in vantaggio in maniera abbastanza improvvisa. Purtroppo la reazione della Juventus è complicata dalla lentezza organizzativa con cui cerca di portarsi in area di rigore avversaria. Il possesso palla avviene perlopiù per linee orizzontali senza portare grosse preoccupazioni ai sardi. Inizia in maniera più frizzante il secondo tempo, con noi sempre a spingere. Tanta fatica ad ogni modo, con la rete di testa di Muanì all'80 esimo. E sembra un caso anche questo perché poco dopo si mangia il raddoppio... Altri due punti persi.