sabato 18 luglio 2026

Lucius Shepard - Le Stelle Senzienti


 
Autore: Lucius Shepard
Anno: 2007
Titolo originale: Stars Seen Through Stone
Pagine: 115
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Nella cittadina di Black William, tra i monti della Pennsylvania, di tanto in tanto avvengono strani e inspiegabili fenomeni. La città viene improvvisamente avvolta da uno sciame di luci simili a stelle dalle quali provengono strane voci. Quando le luci scompaiono un'insolita creatività fa degli abitanti dei talenti nei campi più disparati. Ma non sempre i cambiamenti sono in senso positivo. Quando le "stelle" tornano si manifestano come una marea viscosa simile a catrame bollente, in mezzo alla quale si muovono delle luminescenze irte di aguzzi pungiglioni, e dalla massa informe, emergono figure che mutano le sembianze, passando dalla forma di uomini giganteschi a specie di lumache. E chi era dotato di talento scoprirà che il dono ricevuto aveva un prezzo.

Commento personale e recensione:
Continuo il mio percorso tra i volumetti della collana Odissea Fantascienza di Delos, che negli ultimi tempi sto centellinando volentieri: oltre ad averne ancora parecchi in casa, sono libri piccoli, leggeri, perfetti da infilare in borsa e leggere in spiaggia senza pesare troppo, né sulle spalle né sull'attenzione. Stavolta è toccato a "Le stelle senzienti" di Lucius Shepard.

Nonostante sia inserito in una collana di fantascienza, questo romanzo breve mi è parso più vicino al genere fantastico che a quello propriamente sci-fi, se proprio bisogna appiccicargli un'etichetta. In realtà, a lettura conclusa, credo che la definizione più onesta sia che si muove al confine tra più cerchi che si intersecano, senza appartenere del tutto a nessuno: c'è dentro qualcosa di fantascientifico, qualcosa di horror, e una buona dose di quello che potremmo chiamare realismo magico applicato alla provincia americana.

Il modo in cui è costruito mi ha ricordato non poco certe atmosfere di Stephen King: si parte da una descrizione quasi ordinaria di vita di paese, per poi lasciar entrare, di soppiatto, qualcosa di curioso e sovrannaturale che va a incrinare quella normalità. È una scrittura scorrevole, capace di tenere insieme il quadro sociale di una comunità e la sua deriva verso l'inspiegabile senza strappi eccessivi, cosa che rende la lettura piacevole anche per chi, come me, non cerca necessariamente il fantastico puro.

Un altro tassello godibile della mia rassegna estiva tra gli Odissea Delos, che continua a confermarsi la misura giusta per le mie letture da spiaggia.

Elba: anche spiagge #5

 

Sveglia alle 4.35 del mattino, con quel misto di incoscienza e voglia di novità che solo certe idee balzane sanno generare. Direzione Portoferraio, spiaggia delle Ghiaie, perché stamattina c'era in programma qualcosa che non capita tutti i giorni: un concerto all'alba.

L'appuntamento era per le 5.30, con Susanna Di Scala al violino e Matilde Galli al pianoforte a fare da cornice musicale al sorgere del sole sul mare, dentro la rassegna Summerissima promossa dal Comune di Portoferraio (con tanto di colazione offerta) . Hanno suonato soprattutto colonne sonore, tra cui la splendida Morricone di C'era una volta in America, ed è stato uno di quei momenti in cui la location fa la metà del lavoro (l'altra metà l'ha fatta la mancanza di sonno, che rendeva tutto ancora più onirico).

Dopo essermi goduto le Ghiaie durante il concerto mi sono spostato subito alla Padulella. Sono stato il primo a metterci piede, e mi sono conquistato il posto migliore e più ambito della spiaggia (soddisfazione che a quest'ora del giorno vale doppio). Tuffi rigeneranti e primissime ore godute in santa pace, prima che il tam tam mattutino richiamasse tutti quanti: già alle 9.00 era tutto pieno di gente.

Per la seconda parte della giornata mi sono spostato verso la più tranquilla Bagnaia, ombrellone e sdraio al Sunset Beach, giusto per bilanciare l'adrenalina da levataccia con un pomeriggio di puro dolce far niente.

Album fotografico Elba: anche spiagge #5 

mercoledì 15 luglio 2026

Doors - Light My Fire

 

Artista: Doors
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: vinile (non ufficiale)

Ieri Volpe mi ha aperto un ricordo chiedendomi se avessi visto il film The Doors con Val Kilmer... 
E per me la storia inizia da un vinile anomalo. Avevo preso non so assolutamente dove Light My Fire, pubblicato dalla Duchesse Records nel 1989, una di quelle etichette europee che negli anni Ottanta producevano ristampe economiche destinate ai discount e alle edicole, con poca cura editoriale e ancora meno scrupoli sulle licenze. Il titolo scelto era quello del singolo più famoso, Light My Fire appunto, e già questo avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Ma ci volle un po' prima che capissi cosa avessi tra le mani.

Il contenuto era sostanzialmente quello dell'album d'esordio ufficiale del 1967, The Doors, pubblicato dalla Elektra, con la tracklist leggermente riordinata e alcuni errori nelle attribuzioni in copertina (tra cui Alabama Song accreditata in modo scorretto). Una ristampa non ufficiale, insomma, camuffata da album autonomo grazie a un titolo diverso. Quando me ne accorsi, recuperai il CD del debut originale, anche perché ho usato raramente il supporto, preferendo appunto il lettore compact disc. 
I Doors sono una di quelle band che non hanno bisogno di presentazioni e al tempo stesso le richiedono sempre, perché chiunque conosca Jim Morrison come mito non necessariamente conosce la musica. Il quartetto di Los Angeles (Morrison alla voce, Ray Manzarek alle tastiere, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria) registrò l'esordio nel 1966, e il risultato fu qualcosa che non assomigliava a niente di quello che girava in quel momento. Niente basso (Manzarek copriva le linee di basso con la mano sinistra su un organo), niente psichedelia californiana solare e leggera, niente flower power. Al suo posto: blues, jazz, oscurità, e quella voce di Morrison che sembrava arrivare da un posto che non si riesce a localizzare con precisione.

Break On Through (To the Other Side) apre il disco come un manifesto: ritmo in 4/4 con accenti su ogni beat, chitarra tagliente, Morrison che canta con una sicurezza quasi insolente per un esordio. Soul Kitchen è un blues lento e lisergico che cresce senza fretta. Alabama Song, ripresa dal musical Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht e Weill, è la sorpresa del disco: una ballata quasi cabaret che non c'entra niente con il resto e funziona meglio di qualsiasi cosa più coerente avrebbe fatto. Light My Fire è ovviamente il brano che tutti conoscono: sette minuti nella versione album, con l'assolo di Manzarek e Krieger che occupa quasi metà del brano e che la versione singola dovette tagliare brutalmente per passare in radio. E poi c'è The End, undici minuti claustrofobici con il monologo edipico di Morrison nel mezzo che ancora oggi suona come qualcosa di difficile da guardare in faccia.

Non è un disco facile da catalogare, e non ha mai smesso di sembrare fuori tempo rispetto a qualsiasi epoca lo si ascolti. Che arrivi su un vinile Duchesse comprato al discount o sul CD originale Elektra, cambia poco: il suono è quello, e non si dimentica.

martedì 14 luglio 2026

Dream PAIRS sandali da trekking

 

Dopo che i sandali CMP Sahiph mi hanno abbandonato con la punta scollata, complice qualche stagione di troppo tra scogli e sentieri, mi sono guardato intorno per una sostituzione e sono finito su questi DREAM PAIRS, un marchio che non conoscevo ma che si è fatto un nome proprio in questa fascia di sandali sportivi chiusi. Il modello è praticamente un fratello concettuale dei CMP: punta completamente coperta e rinforzata per proteggere le dita dagli urti, suola antiscivolo per non scivolare sulle rocce bagnate, e un sistema di allacciatura rapida con cordino elastico che si stringe e si allenta in un secondo, molto più pratico del velcro tradizionale quando hai le mani occupate o bagnate. La tomaia è in tessuto tecnico traspirante, che si asciuga più in fretta della pelle dei CMP, un vantaggio non da poco per chi come me li usa anche per lavarsi i piedi o entrare in acqua senza pensarci.

Al tatto sembrano più leggeri dei vecchi CMP, e in effetti la costruzione è meno rigida: si piegano con più facilità, il che li rende comodi anche da infilare in uno zaino durante un cambio scarpe a metà escursione. Il prezzo, circa 30 euro, è nella norma per la categoria, e la sensazione generale è quella di un prodotto onesto anche se meno "premium" nella fattura rispetto al marchio tedesco che avevo prima. Li ho provati finora solo su terreni facili e in spiaggia, quindi la prova del nove sui sentieri più tecnici dell'Elba arriverà con calma, ma per l'uso quotidiano da post trekking o da giornata al mare sembrano promettere bene.

lunedì 13 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 1]

 

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2017
Episodi: 10
Stagione: 1
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Ho finito da pochi minuti la prima stagione di The Handmaid's Tale, e ci tenevo a scriverne mentre le sensazioni sono ancora fresche. Sono un appassionato di fantascienza distopica, lo sapete, ma stranamente il romanzo di Margaret Atwood non l'ho mai letto, e sono andato dritto sulla serie senza passare dalla carta. Una scelta che forse rifarei, ma che mi lascia comunque la curiosità di recuperare il libro prima o poi, anche solo per vedere quanto la voce (e il volto) di Offred, da noi ovviamente Difred, sulla pagina sia diversa da quella che le ha dato Elisabeth Moss sullo schermo.

Questi mondi alternativi che sono uno specchio deformato, ma non troppo, di quello che potremmo diventare mi caricano sempre parecchio. Mi mettono addosso una rabbia sorda nel vedere certe situazioni, quella sensazione fisica di ingiustizia che ti fa stringere i pugni, ma allo stesso tempo mi lasciano anche un filo di speranza, perché ogni sopruso porta con sé, prima o poi, il seme del suo ribaltamento. È un meccanismo narrativo vecchio come il mondo, eppure funziona ancora benissimo quando è scritto bene.

Della prima stagione ho apprezzato molto la gestione della trama, nonostante la lentezza, soprattutto nelle prime puntate. Capisco che serva ad allungare il brodo, a costruire tensione, a farci abituare gradualmente all'orrore, ma qualche episodio in meno forse non avrebbe fatto male. Quello che però resta impresso è la chiarezza con cui viene mostrato che basta un passo alla volta, uno solo, per arrivare a una situazione drastica e apparentemente irreversibile. È un promemoria che dovremmo portarci dietro sempre, ogni volta che vediamo il mondo cambiare intorno a noi. Non possiamo permetterci di accettare le cose passivamente solo perché arrivano un pezzetto alla volta.

I flashback fanno un lavoro egregio nel ricostruire, poco alla volta, l'evolversi della situazione fino al regime teocratico totalitario di Gilead. Pian piano ci facciamo un'idea abbastanza precisa di questo posto orribile che ha sostituito gli Stati Uniti, con quel che resta del vecchio paese relegato in Alaska e, (forse?) , alle Hawaii. Un dettaglio che aggiunge un brivido in più, perché non stiamo parlando di un pianeta lontano o di un futuro remoto, ma di un'America che potrebbe essere la porta accanto.

Devo confessare che ho trovato un po' poco realistico il fatto che le "cerimonie", quella messa in scena raccapricciante dello stupro rituale sanzionato dallo Stato, abbiano preso piede così in fretta nella società e che tutti i pronta abbiano accettato ed imparato il rituale così velocemente. Ripensandoci però il terrore, unito alla depravazione e a una cieca malvagità collettiva, può moltissimo. La storia, quella vera, ci ha insegnato che l'essere umano si adatta all'orrore con una velocità sconcertante, quando gli viene imposto con la forza sufficiente e giustificato con la retorica giusta.

E poi c'è lei, Elisabeth Moss, che interpreta June/Offred. Una vera bomba, non solo il personaggio che porta in scena ma proprio lei come attrice: riesce a far passare rabbia, sottomissione apparente e ribellione interiore quasi solo con lo sguardo, cosa non semplice quando buona parte del tempo sullo schermo la passa in un ruolo di silenzio imposto. Al suo fianco Joseph Fiennes nei panni del comandante Fred Waterford, Yvonne Strahovski come la moglie Serena e una straordinaria Ann Dowd nel ruolo di Zia Lydia, la carceriera spirituale delle ancelle. Non a caso questa prima stagione ha portato a casa otto Emmy, incluso quello per la miglior serie drammatica, prima serie in streaming a riuscirci.

Sul fronte della fedeltà al romanzo mi sono documentato un po', dato che non avendolo letto ero curioso di capire quanto la serie si discostasse dalla fonte. La risposta è che questi primi dieci episodi seguono il libro piuttosto da vicino, arrivando sostanzialmente a coprirlo per intero: la stagione si chiude più o meno dove finisce anche il romanzo, con Difred portata via dalla casa del Comandante senza sapere se gli uomini che vengono a prenderla siano Occhi del regime o membri della resistenza, lasciando volutamente aperta l'ambiguità del finale originale. Da lì in poi, tutto quello che segue nelle stagioni successive è materiale scritto apposta per la televisione, con la benedizione della stessa Atwood che ha lavorato come consulente della produzione.

Ci sono comunque alcune differenze non banali già in questa prima stagione. Nel libro non veniamo mai a sapere il vero nome di Offred, mentre la serie lo rivela fin dal primo episodio, June appunto, un'ipotesi che gli stessi lettori avevano avanzato nel tempo e che Atwood ha definito plausibile pur non essendo un'intenzione originale. La June della serie è anche molto più attiva politicamente prima della caduta, partecipa alle proteste di piazza contro la privazione dei diritti delle donne, mentre nel romanzo Difred si tiene più ai margini per paura di mettere a rischio marito e figlia. Anche il destino di Luke, il marito, viene ampliato parecchio: nel libro resta un fantasma nella memoria della ragazza , di cui non sapremo mai davvero la sorte, mentre la serie ce lo mostra sopravvissuto in Canada, dove si unisce alla resistenza insieme a Moira. Sono scelte che allargano il respiro narrativo senza tradire lo spirito cupo e claustrofobico del romanzo, e che probabilmente hanno reso possibile costruire poi altre cinque stagioni su un materiale che, da solo, si esauriva con la fine del libro.

Un'ultima cosa che mi ha colpito è quanto la serie, pur ambientata in un futuro alternativo mai troppo definito con precisione, riesca a sembrare sempre più attuale col passare degli anni dalla sua uscita nel 2017. Non è un caso che le uniformi rosse delle ancelle siano diventate un simbolo usato in manifestazioni per i diritti delle donne in giro per il mondo. Quando la finzione comincia a essere presa in prestito dalla realtà come strumento di protesta, vuol dire che ha toccato un nervo scoperto vero. Ora aspetto la seconda stagione, curioso di vedere come la storia continuerà a camminare da sola oltre i confini del romanzo.

Xiaomi Smart Band 10

 

Quattro anni e passa. Se ripenso a quanto scrissi quando passai dal Mi Band 2 alla versione 6, mi rendo conto che stavolta il tempo è stato molto più generoso col vecchio bracciale: non un capriccio, ma una sostituzione vera e propria, visto che ieri è perito dopo aver vibrato inspiegabilmente per quindici minuti. Il display del Mi Band 6 è sopravvissuto a non so quante escursioni, scogli, botte a lavoro, corse e colpi di sole. Del cinturino avevo pure una fornita collezione di riserva visto che era l'unica cosa fragile e la batteria, dichiarata con autonomia di 14 giorni, durava quasi un mese.  Xiaomi nel frattempo ha cambiato nome alla linea togliendo il "Mi" e chiamandola semplicemente Smart Band, il salto generazionale che ho fatto è quello dalla sesta alla decima.

La prima cosa che si nota togliendolo dalla scatola è che il corpo è cresciuto, ma non stravolto: parliamo di un display AMOLED da 1,72 pollici, contro l'1,56 del Band 6, con una risoluzione di 212 per 520 pixel che porta la densità a 326 PPI, la stessa cifra tonda che Xiaomi ripeteva già tre generazioni fa, segno che quella densità evidentemente basta e avanza per un pannello di queste dimensioni. Il refresh rate resta fermo a 60 Hz, il che sulla carta suona quasi anacronistico nel 2026, ma nell'uso quotidiano di una smartband, dove si guarda l'orario o si scorre una notifica in un paio di secondi, non ho trovato nessuna scattosità fastidiosa. Anzi va tutto benissimo purché la batteria duri molto anche in questo caso. La luminosità massima invece è salita parecchio, fino a 1500 nit, e questo sì che si sente: nelle giornate di sole pieno, quelle in cui col Band 6 dovevo fare ombra con la mano per leggere i dati del percorso, adesso lo schermo resta leggibilissimo anche in piena controluce.

Il corpo in alluminio della versione standard misura 46,57 per 22,54 per 10,95 millimetri, sensore cardiaco escluso, per un peso dichiarato di 15,95 grammi senza cinturino: leggero al polso quasi quanto il vecchio modello, nonostante lo schermo più grande, merito di cornici simmetriche ridotte a 2 millimetri che portano il rapporto schermo-corpo dal 66 al 73 per cento. La resistenza all'acqua rimane fissata ai 5 ATM di sempre, quindi doccia, mare e sudore non sono un problema, ma per le immersioni vere e proprie il discorso resta un altro. La batteria, una unità da 233 mAh, è di fatto la stessa capacità della generazione precedente, e infatti l'autonomia dichiarata resta sui 21 giorni di utilizzo standard, che scendono a 9 con lo schermo sempre acceso o a 8 con un uso più intensivo dei sensori. Nel mio caso, sevza notifiche attive, monitoraggio del sonno e cardiofrequenzimetro impostato  non continuativo , spero di viaggiare nuovamente vicino alle tre settimane, il che per un dispositivo di questa fascia resta un valore che fa impallidire qualsiasi smartwatch vero. La ricarica, tramite il solito (diverso dal precedente però) connettore magnetico proprietario è una rottura di palle. 

Sul fronte software il salto è quello da MIUI per Xiaomi Wear alla nuova interfaccia basata su HyperOS 2, con oltre 200 quadranti disponibili . Le modalità sportive sono lievitate oltre le 150, con il calcolo di parametri come il VO2 max, il carico di allenamento e i tempi di recupero stimato, roba che quattro anni fa era riservata a fasce di prezzo ben superiori. È stata migliorata anche la modalità nuoto, con monitoraggio della frequenza cardiaca in acqua e un conteggio vasche più preciso grazie a un sensore di movimento a nove assi. Per il resto la dotazione sensoristica ricalca quella che conoscevo già: cardiofrequenzimetro continuo, SpO2, monitoraggio dello stress e del sonno con tanto di fasi REM, giroscopio, bussola elettronica e sensore di luce ambientale per la regolazione automatica della luminosità.

Quello che invece non è cambiato, ed è un peccato dirlo dopo quattro anni di attesa, è l'assenza di NFC e di GPS integrato nella versione base italiana: per chi come me si accontenta di agganciare i dati di posizione tramite lo smartphone durante le camminate non è un dramma, ma resta l'unico vero limite strutturale di una gamma che per il resto è cresciuta ovunque, tranne che nel prezzo , visto che si è rimasti intorno ai 35€ su Amazon (tra l'altro pagabile in tre rate a zero interessi) . Poca roba in assoluto , soprattutto se paragonata a quanto costerebbe uno smartwatch con le stesse funzioni. 

Tirando le somme, il decimo Mi Band, o Smart Band che dir si voglia, non stravolge nulla rispetto a quello che Xiaomi fa ormai da anni, ma affina quel poco che c'era da affinare: schermo più grande e luminoso, software più fluido, qualche sensore in più per chi si allena sul serio. Per uno come me, che di questi bracciali ne ha visti passare al polso fin dal primo Mi Band (sono passati oltre dieci anni) , resta la conferma che a volte non serve reinventare la ruota, basta oliarla bene.