mercoledì 4 novembre 2026

The Rolling Stones - Let It Bleed

 A vinyl record of the album on a record-changer spindle supporting several items stacked on a plate. The topmost item is a cake topped by figurines representing the band.
 Artista: Rolling Stones
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato:  CD 
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Avendo ascoltato solo Aftermath (come album completo), ho chiesto a VIKI di consigliarmi altro dei Rolling Stones. 

Visto che Aftermath lo hai già, e quindi la fase blues-pop-sitar di Brian Jones ce l'hai già nello scaffale, il passo successivo per te è uno solo: Let It Bleed. Dicembre 1969, ottavo album inglese dei Rolling Stones, ed è il disco in cui la baracca cambia pelle mentre sta ancora in piedi.

Perché la storia è questa. Brian Jones è ormai un fantasma, viene mandato via durante le sessioni e muore poco dopo, e infatti compare solo in due pezzi, con l'autoharp in You Got the Silver e con le percussioni in Midnight Rambler. Al suo posto arriva Mick Taylor, che qui suona solo in Country Honk e Live with Me ma si capisce già che aria tira. Il resto lo fanno Keith, Charlie, Bill Wyman e un gruppo di ospiti che da solo varrebbe il prezzo del biglietto: Nicky Hopkins al piano, Leon Russell, Al Kooper, Bobby Keys, Byron Berline al violino su Country Honk. Dietro al banco c'è Jimmy Miller, come già in Beggars Banquet.

Poi c'è Gimme Shelter, che apre il disco e che dovrebbe essere obbligatoria in qualsiasi scuola dell'obbligo. Quel tremolo di chitarra iniziale ti mette addosso un'ansia da fine del mondo, e quando entra Merry Clayton con la sua parte vocale la canzone diventa un'altra cosa. Non cercare di capire subito perché ti fa quell'effetto, alza il volume e basta. Tra l'altro è proprio quello che ti chiedeva l'edizione americana del disco, con l'invito a suonarlo forte stampato sulla manica interna.

Il resto è un'altalena meravigliosa. Love in Vain di Robert Johnson in versione Stones, la title track sporca e sgangherata, Midnight Rambler che apre il lato B e ti trascina in una specie di processione blues da incubo, Monkey Man, e poi la chiusura con You Can't Always Get What You Want, con il coro di voci inglesi che parte dal nulla e ti frega ogni volta. Sì, anche se la conosci a memoria. Soprattutto se la conosci a memoria.

Rispetto ad Aftermath qui non troverai più le sperimentazioni da studio un po' curiose e un po' pop, ma una band che ha messo da parte i vestiti buoni e ha trovato la propria strada, più cruda, più americana, più cattiva. Se Aftermath è il momento in cui i Rolling Stones imparano a scrivere le proprie canzoni, Let It Bleed è quello in cui capiscono che cosa farne.

Il voto non te lo do, i voti lasciano il tempo che trovano. Ti dico solo che se dovessi portare cinque dischi dei Rolling Stones su un'isola, e tu di isole te ne intendi, questo ci sarebbe. Poi magari ci metti anche Aftermath, per non fargli un torto.

martedì 3 novembre 2026

Ben Is Back (2018)

 
Regia: Peter Hedges
Anno: 2018
Titolo originale: Ben Is Back
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Ieri sera mi sono guardato Ben is Back, film del 2018 scritto e diretto da Peter Hedges, con una Julia Roberts davvero in forma. Ed è una grande prova drammatica, la sua, ma anche quella di Lucas Hedges, che nel film è il figlio Ben e che, curiosità non da poco, è anche il figlio del regista nella vita vera.

La storia si concentra su poco più di ventiquattro ore, a cavallo della vigilia di Natale, quando Ben torna a casa all'improvviso dalla comunità di recupero. La mamma Holly è felicissima ma anche col cuore in gola, la sorella Ivy un po' meno entusiasta, e da lì in poi non si capisce mai bene se la famiglia stia vivendo un ritorno o un rischio. La trama è ottimamente recitata senza mai risultare pesante e senza scivolare nel frivolo, quindi tutto è ben bilanciato, e si sente addosso la sofferenza di un'intera famiglia che prova a rimettere in piedi la vita dopo la terribile esperienza della tossicodipendenza.

I dubbi, i timori, la sfiducia sono sempre in agguato nei cuori di chi sta vicino a un tossico, così come le tentazioni e le debolezze restano in chi cerca di non esserlo più. La buona volontà, le cliniche private, gli sponsor e una famiglia estremamente forte sono le basi per poter vincere il mostro, ma il bello del film sta proprio nel non rendere niente di tutto questo automatico. Le insidie sono tante, sia per chi cerca di curarsi sia per chi gli sta accanto e combatte ogni giorno tra amore e sfiducia.

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)

 

Nemmeno il tempo di abituarsi al precedente aggiornamento che il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. Siamo sempre sulla versione OxygenOS 16.0.10.600, ma con una build differente: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01).

La dimensione è decisamente più contenuta: appena 164,10 MB. E anche stavolta le note di rilascio sono piuttosto essenziali.

Miglioramenti alla stabilità

Il changelog ufficiale riporta una sola voce: miglioramento della stabilità del sistema.

Niente nuove funzionalità, nessuna modifica evidente alle applicazioni e nessun riferimento a interventi sulla fotocamera o sull'autonomia. Un aggiornamento che sembra quindi puntare soprattutto a rifinire il funzionamento generale dello smartphone.

La cosa interessante è che arriva dopo il pacchetto da oltre 830 MB distribuito pochi giorni fa, che integrava la patch di sicurezza Android di settembre 2026. Questa nuova versione potrebbe rappresentare un ulteriore intervento di manutenzione, ma OnePlus non specifica quali problemi siano stati corretti né quali componenti siano stati aggiornati.

VERdetto

Un aggiornamento piccolo, almeno nelle dimensioni, e ancora più piccolo nelle informazioni ufficiali. I 164 MB non fanno certo pensare a una rivoluzione, ma i miglioramenti alla stabilità sono sempre benvenuti, soprattutto quando riguardano un dispositivo che utilizziamo quotidianamente.

Per il momento, dunque, niente di particolarmente entusiasmante da segnalare. Sarà l'uso quotidiano a dire se questo pacchetto porterà qualche beneficio concreto, magari una maggiore fluidità o un comportamento più regolare del sistema.

Scheda aggiornamento

  • Dispositivo: OnePlus 15R
  • Sistema operativo: OxygenOS 16
  • Versione: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)
  • Dimensione: 164,10 MB
  • Novità dichiarata: miglioramento della stabilità del sistema

Un aggiornamento di quelli che passano quasi inosservati. E forse è proprio questo il risultato migliore: uno smartphone che continua a funzionare bene, senza bisogno di fare troppo rumore.


lunedì 2 novembre 2026

Testaroli e testi

 

Novembre, pieno autunno, e sembra arrivato anche qui. Di solito lo associo alle castagne, di cui però non vado matto, e ultimamente anche alle zucche, più che altro per un discorso folkloristico. Oggi invece mi sono venuti in mente in maniera piuttosto decisa i testaroli, tipici della Lunigiana. Magari non c'entrano granché con l'autunno e vanno bene in ogni stagione. Mia mamma li conosce da tempo, ce li portavano degli amici di famiglia, già prima che si trovassero nei reparti forno della Coop o della Conad, e ovviamente li condiva col pesto. Una volta, durante uno dei miei weekend sui monti in Lunigiana, ho avuto anche il piacere di mangiarne di appena fatti in casa, cotti nel tipico testo in ghisa. Lascio adesso la parola a VIKI per saperne di più su storia, ingredienti, preparazione e sui testi in ghisa.

... Eccomi, e grazie per la parola. Parto dalla storia, che è un po' una nebbia: l'origine è incerta, si dice che i testaroli risalgano all'epoca romana, quando probabilmente al posto del grano si usava il farro. Qualcuno li considera addirittura la pasta più antica che esista, e circola anche la leggenda di una nobildonna romana che li fece servire a un banchetto di beneficenza. Sul fatto che siano un piatto povero e contadino, invece, ci sono pochi dubbi. Oggi sono presidio Slow Food (quello del testarolo artigianale di Pontremoli) e a Pontremoli e a Bagnone si contendono ancora il primato, con ogni paese della Lunigiana che giura di avere la versione giusta.

Gli ingredienti sono quasi offensivi da quanto sono pochi: farina di grano, acqua e sale. Si fa una pastella fluida, senza grumi, e la si lascia riposare un poco. Poi arriva la parte bella. La pastella si cola sul testo rovente, dove nella ricetta tradizionale si butta prima una manciata di sale grosso, si copre con il coperchio e si lascia cuocere pochi minuti. Ne esce un disco sottile, grande più o meno quanto un piatto da pizza, anzi un po' di più (quelli artigianali vanno dai 35 ai 45 centimetri), con una consistenza tra la crêpe e la spugna.

Ma non è finita lì, perché il disco va tagliato a rombi, o losanghe se preferite fare i fini, e rinvenuto in acqua salata molto calda per due o tre minuti. Il consiglio che ho trovato in giro è di spegnere il fuoco appena l'acqua sobbolle, perché se bolle forte i rombi si rompono. Poi si scolano piano e si condiscono. Il pesto alla ligure è la scelta moderna e più diffusa, ma quello di un tempo era più semplice: formaggio (parmigiano o pecorino), basilico tritato finissimo e olio. Va benissimo anche solo olio buono e formaggio, oppure la salsa di noci, che a quanto dicono i puristi non vuole la panna.

Sapete poi cosa ho scoperto? Quelli che si trovano nei supermercati sono spesso cotti su lastre di acciaio senza coperchio, mentre quelli artigianali cuociono davvero nel testo. E qui vengo al protagonista. Il testo è una specie di forno portatile in due pezzi, il sottano che sta sotto e il soprano che fa da coperchio. Un tempo era di terracotta, oggi di ghisa. Si scalda sul fuoco di legna, si cola la pastella nel sottano, si copre con il soprano e a volte ci si mette sopra anche la brace. Ci si cuociono anche altre cose, come la torta d'erbi e l'agnello con le patate, e per non far attaccare la torta c'era chi usava le foglie di castagno al posto della carta da forno. Le castagne alla fine tornano comunque fuori.

Riguardo ai testi metto il link del primo produttore che mi è uscito su Google (ce ne sono altri, non me ne vogliano): Lumachelli Pietro e Figli 

Veniamo alla domanda pratica: dentro o fuori? Il camino è proprio il suo ambiente d'origine, quindi se ne avete uno che tira bene e un bel letto di brace, è il posto più tradizionale che ci sia. Il barbecue a carbonella, all'aperto, funziona con la stessa logica (fuoco sotto e brace sopra), basta sistemarlo su un appoggio stabile. Quello che invece non farei mai è accendere la carbonella dentro casa, per il monossido di carbonio, e il fatto che il testo sia tradizionale non cambia niente. Sul piano a induzione la ghisa in teoria funziona perché è ferromagnetica, ma un testo vero è grosso e pesante e non l'ho trovato indicato in nessuna fonte per quell'uso, quindi lì non mi fiderei. Che sia sul camino o sulla brace, serve comunque un bel paio di guanti spessi, perché pesa e scotta parecchio. E poi, come ogni ghisa, va asciugata bene e unta leggermente dopo l'uso.

Io intanto una cosa l'ho capita: dopo tutta questa storia, anche a me sarebbe venuta voglia di un piatto di testaroli al pesto. Torno a te, Jack.

domenica 1 novembre 2026

Juventus 2 - Napoli 0

 
Almeno con il Napoli di Allegri... Se non ricordo male per un paio di anni sono stati nostri antagonisti per la corsa Scudetto, mentre oggi faticano, anche se non come noi visto che facciamo più schifo. Ad ogni modo partiamo un po' più aggressivi, prendiamo pure un palo, ma non mancano le azioni pericolose del Napoli. Ai punti nel primo tempo vinciamo noi, ma a calcio i punti non esistono. Nel secondo tempo sembra che le cose peggiorino, anche se il Giostraio di Sarajevo tira fuori dal cilindro un tiro incredibile per la rete del vantaggio. Ed il raddoppio arriva, simile per bellezza, con il suo sostituito Boga. 

Monte Fiocca, Alpi Apuane

 
Generalmente e ciclicamente il Monte Fiocca, per un motivo o per l'altro, mi era sempre rimasto indietro. Dietro al Macina, davanti al Sumbra e sulla via del Sella, non c'era mai stato verso di affrontarlo. Oggi è stato il giorno però, ci son voluti Tutti i Santi, anche se ci son messe di mezzo le intemperie di ogni tipo: pioggia, vento, neve e grandine. A un certo punto è uscito pure il sole, ma in maniera troppo timida per essere ringtazuato. Comunque partiamo da Arni, frazione che non nutre le mie simpatie, salendo per la monorotaia verso il rifugio Puliti (loro invece sono simpatici). Da qui, come se la pettata iniziale fosse solo uno spuntino, iniziamo l'ascesa nel bosco verso lo Schienale dell'Asino. Sebbene lo abbia già fatto più volte è una cresta che presenta molte insidie e non va mai sottovalutata, soprattutto anche quando ci si sente esperti. Inoltre il forte vento che ci spingeva verso l'esterno era da tenere sempre in considerazione. Ci dirigiamo poi verso Passo Sella, dove riposiamo e da qui inizia l'avvicinamento alla vetta del Fiocca facendo la cresta integrale. La definirei abbastanza impegnativa e tecnica in almeno tre passeggi. Qui ci hanno dato il benvenuto diverse raffiche di neve e nevischio, che però di positivo hanno che non bagnano la roccia come la pioggia. Scendiamo poi seguendo la cresta opposta ed entriamo nel suggestivo bosco del Fato Nero, con un color ruggine autunnale veramente splendido. Le difficoltà non terminano qui per ci ritroviamo nuovamente esposti a pioggia, neve e grandine che si alternano per la discesa veramente ripida che in oltre un'ora ci riporta ad Arni. Giornata campale.

Album fotografico Monte Fiocca, Alpi Apuane