giovedì 28 maggio 2026

Rush - A Farewell To Kings

 


Artista: Rush
Anno: 1977
Tracce: 6
Formato: CD 
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Con i Rush era stato 2112 ad aprire la porta con un disco futuristico e distopico, con quella suite monumentale che occupava metà del "vinile" e lasciava poco spazio al resto. Abbastanza però per incuriosirmi e andare avanti. A Farewell to Kings  è il disco successivo nella loro discografia, e si porta dietro tutta quella tensione tra grandiosità progressive e rock più diretto che già in 2112 si sentiva.

Il trio canadese con Geddy Lee alla voce e al basso, Alex Lifeson alla chitarra, Neil Peart alla batteria, era in quel periodo nel pieno della sua fase più ambiziosa. Peart aveva preso le redini della scrittura dei testi dopo l'ingresso nella band nel 1974, portando con sé riferimenti alla fantascienza e alla filosofia che avrebbero caratterizzato gli album di quegli anni. A Farewell to Kings non fa eccezione: testi densi, immagini epiche, una voglia di costruire qualcosa di grande che si sente in ogni brano.

Xanadu è il pezzo che più di tutti rappresenta questo disco con undici minuti ispirati alla poesia di Coleridge, con un intro acustico e percussivo che si trasforma progressivamente in qualcosa di più pesante e ipnotico, con Lee che canta di un viaggiatore intrappolato per l'eternità in un paradiso diventato prigione. Closer to the Heart è il brano più accessibile e immediato, quello che funziona anche senza il contesto del resto del disco. La title track apre il disco con una chitarra acustica classicheggiante che non ti aspetti, e che dimostra quanto Lifeson fosse un chitarrista più versatile di quanto il genere farebbe pensare. Cygnus X-1 chiude con quasi dieci minuti di space rock progressivo e la storia di un astronauta risucchiato in un buco nero, da continuare nell'album successivo.

Secondo me rispetto al precedente richiede qualche ascolto in più per entrare. Ma per chi aveva trovato in 2112 qualcosa di affascinante, A Farewell to Kings è il passo naturale, magari più maturo, più stratificato, con quella stessa ambizione applicata con maggiore consapevolezza.

mercoledì 27 maggio 2026

Blue Oyster Cult - Secret Treaties

 

Artista: Blue Oyster Cult
Anno: 1974
Tracce: 8 + 5
Formato: CD 
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Dopo Agents of Fortune era inevitabile curiosare nel resto della discografia dei Blue Öyster Cult. The Reaper aveva aperto una porta, e dietro quella porta c'era un mondo più oscuro e meno accessibile di quanto mi aspettassi. Secret Treaties  è il terzo album, quello che i fan e i critici indicano quasi unanimemente come il loro capolavoro, registrato prima che arrivasse il grande successo, quando la band aveva ancora quella fame che poi il mainstream tende a smussare.

È un disco che non ti viene incontro. Rispetto alla fluidità melodica di Agents of Fortune, qui c'è qualcosa di più spigoloso, di più oscuro, un hard rock che guarda al prog e al psichedelico senza rinunciare alla durezza, con testi che mescolano riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale, all'occulto e a immagini inquietanti che non sempre si lasciano decifrare facilmente. Già la copertina dice qualcosa: la band in tuta da volo davanti a un Messerschmitt ME 262, uno degli aerei da guerra tedeschi, una delle ossessioni dichiarate del gruppo. Non è rock da ombrellone.

Career of Evil  scritta da Patti Smith,  apre il disco con un riff che taglia come un coltello, con quel refrain inquietante che rimane in testa più del previsto. Subhuman è il brano più pesante e claustrofobico, con cambi di ritmo e atmosfere che evocano qualcosa di difficile da nominare. Dominance and Submission cresce su un riff asciutto e diretto fino a un finale che si apre in modo inatteso, con organo e chitarra che vanno da parti diverse e ci arrivano ugualmente. E poi c'è Astronomy, il brano conclusivo del disco originale (ma nel CD ci saranno altri 5 extra) il più amato dai fan, quello che molti considerano una delle grandi ballate rock del decennio, con le chitarre che si amalgamano alle tastiere in modo quasi cinematografico.

Non è il disco che avrei scelto per avvicinarmi alla band, per quello rimando ad Agents of Fortune. Ma è quello che spiega meglio cosa fossero davvero i Blue Öyster Cult: una band che stava costruendo qualcosa di nuovo, in un momento in cui l'heavy metal non aveva ancora un nome preciso, e loro stavano già contribuendo a darglielo. 

martedì 26 maggio 2026

Pantera - Vulgar Display Of Power

 
Artista: Pantera
Anno: 1992
Tracce: 11
 Formato: CD
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Con i Pantera il tentativo l'ho fatto nel modo più ragionato possibile: invece di prendere il primo disco che capitava, andai a cercare cosa consigliassero le riviste di settore. Vulgar Display of Power tornava fuori quasi ovunque, era uno dei più importanti della band, dicevano, e chi ero io per dubitarne. Lo presi, lo ascoltai, e aspettai che entrasse.

Non è entrato.

Non è una questione di qualità oggettiva perchè il disco è costruito bene,  Darrell alla chitarra è tecnicamente inattaccabile, e capisco perfettamente perché sia considerato un riferimento del groove metal. Ma c'è qualcosa nel suono dei Pantera che non riesce a fare breccia nel mio ascolto: le intro delle tracce si somigliano troppo, con quei riff martellanti che si ripetono in modo quasi rituale prima che il brano decolli davvero. E poi c'è Phil Anselmo con la sua voce rabbiosa, urlatissima, aggressiva per principio. Non è un difetto in assoluto, è un approccio vocale che funziona per chi ci entra dentro. Io non ci sono mai entrato.

Mouth for War apre il disco come una porta che si sfonda a spallate, efficace, diretto, indubitabilmente potente. Walk è il brano più noto, con quel riff che è diventato un classico del genere e un ritornello che ancora oggi riconosco istantaneamente. This Love sorprende per una dinamica insolita, con un'intro più morbida che poi esplode nel modo consueto. Sono brani che funzionano, e lo so.

Ma alla fine del disco resto sempre un po' fuori, come davanti a una festa in cui la musica è alta e tutti sembrano divertirsi, e tu non riesci a capire esattamente perché non ti stia divertendo anche tu. Il cd è in collezione, ci mancherebbe. Ma non è tra quelli che rimetto su volentieri.

lunedì 25 maggio 2026

Queen - Queen

 
Artista: Queen
Anno: 1973
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queen ho fatto il percorso che si fa quasi sempre con le grandi band: prima i dischi più celebrati, poi a ritroso verso le origini. Dopo Innuendo, The Miracle, A Kind of Magic e News of the World, prima o poi arriva il momento di chiudere il cerchio e tornare all'inizio. Il disco omonimo del 1973 è esattamente quello, l'inizio, nel senso più letterale del termine.

È un disco acerbo, e lo si sente. Non c'è ancora la grandiosità orchestrale che avrebbero sviluppato negli anni successivi, non ci sono gli inni da stadio, non c'è quel senso di inevitabilità che i Queen migliori trasmettono. C'è però già tutto il materiale grezzo: la chitarra di Brian May, costruita artigianalmente, che ha già un suono riconoscibile e unico. La voce di Freddie Mercury, che già qui mostra un'ampiezza e una duttilità fuori dal comune. E una voglia di mescolare hard rock, glam, prog e teatralità che non aveva ancora trovato la forma definitiva ma era già chiaramente lì.

Keep Yourself Alive è il singolo d'esordio con il riff di May potente e diretto, Mercury che canta come se stesse già riempiendo arene che all'epoca non aveva ancora visto. Liar è il brano più ambizioso del disco, quasi sei minuti in cui la band esplora cambi di tempo e dinamiche che anticipano quello che avrebbe fatto di lì in poi. Seven Seas of Rhye chiude in modo forse un po' brusco ma lascia intendere dove stessero andando anche se la versione completa sarebbe arrivata nell'album successivo.

Non è il disco da cui consiglio di iniziare. Ma è quello da avere e da ascoltare con la giusta prospettiva, non come un capolavoro, ma come il punto zero di una delle band più grandi della storia del rock. Ascoltato dopo tutto il resto, ha un suo fascino particolare: si riconoscono i semi di cose che sarebbero diventate enormi.

domenica 24 maggio 2026

Torino 2 - Juventus 2

 
Ultima partita di questo Campionato che per la Juve pare la quinta stagione di The Boys. Ma non si riprende neanche nel finale. Per un non meglio precisato incidente tra ultrà e forze dell'ordine addirittura la gara inizia con oltre un'ora di ritardo quindi non c'è la contemporaneità con gli altri campi. A fine primo tempo così sapevamo già i risultati finali dagli altri campi, che ci portano dritti dritti in Europa League. Tanto se i soldi della Champions devono essere spesi per De Gregorio, Openda, David etc etc etc, tanto vale averne meno e fare con poco. Ci sta pure che si vada più avanti. Ci sta, ma non si sa mai. Comunque il gol del vantaggio arriva in un primo tempo brutto in cui subiamo poco, ma concludiamo senza alcuna verve. Nella ripresa invece il Torino si è annientato totalmente almeno all'apparenza, anche in fase difensiva e riusciamo ad essere più belli e pericolosi in diverse occasioni. Il raddoppio arriva con semplicità, così come la rete granata pochissimi minuti dopo. Ci vuole qualcosa di più invece per il pareggio e per la conclusione horror di questa stagione. 

Clelia Farris - Nessun Uomo E' Mio Fratello

 
Autore: Clelia Farris
Anno: 2008
Titolo originale:  Nessun Uomo E' Mio Fratello
Pagine: 223
Voto: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 In un'Indonesia futuristica dove il progresso sembra essere rimasto lontano, un piccolo risicoltore di nome Enki Tath Minh deve affrontare gli squilibri che regolano una società composta da Carnefici e Vittime. Tutti, all'età di dodici anni, vengono a sapere se appartengono all'una o all'altra categoria attraverso un segno che si manifesta sul corpo. Segno che, da quel momento, tengono gelosamente nascosto per non svelare il loro segreto. Infatti, ogni Carnefice ha una Vittima a lui predestinata: in caso di omicidio non può essere perseguito dalla legge. Enki è una Vittima. Suo malgrado, pur timoroso dei fantasmi di un passato di sangue e dolore, si troverà a lottare per cambiare una società che altrimenti non può sperare in un futuro migliore.
 
Commento personale e recensione:
Spesso l’approccio con un romanzo di fantascienza speculativa richiede una sorta di periodo di acclimatamento, e Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris incarna perfettamente questa dinamica. L’inizio può risultare faticoso, complice anche la scelta della narrazione in prima persona che restringe inevitabilmente il campo visivo del lettore, costringendolo a guardare un mondo alieno e spiazzante solo attraverso gli occhi del protagonista. Eppure, superato lo scoglio iniziale, le pagine iniziano a scorrere con un ritmo diverso e il romanzo svela gradualmente il suo valore, catturando l'attenzione quasi senza farsi notare.

​Al centro del libro c'è un tema classico e universale, quello del legame distorto tra vittime e carnefici, una base che di per sé potrebbe non sembrare rivoluzionaria. Tuttavia, Farris ha il grande merito di declinare questo spunto attraverso un'ambientazione e un protagonista decisamente inusuali. Non siamo davanti alla solita space opera o ai paesaggi post-apocalittici standard; l'autrice sarda costruisce un contesto sporco, bizzarro e profondamente originale, dove le dinamiche di potere si riflettono nell'architettura stessa e nelle abitudini dei personaggi. In questo scenario si muove una figura centrale lontana da ogni stereotipo, le cui scelte e la cui psicologia deviano costantemente dai binari della fantascienza più commerciale.

​A guardare bene, si ha quasi l'impressione che la trama e gli eventi in sé siano quasi un pretesto, una scusa narrativa che l'autrice utilizza per esplorare e descrivere un contesto sociale e antropologico affascinante. La storia non cerca a tutti i costi l'azione avvincente, la svolta epica o l'evoluzione eroica del protagonista; preferisce invece concentrarsi sulle sfumature, sulle atmosfere e sulla coerenza interna di un mondo claustrofobico e disturbante. È proprio questa scelta a rendere il romanzo un'esperienza di lettura matura. Pur non partendo con il piede giusto, alla fine lascia addosso una sensazione di profonda soddisfazione, confermando la capacità dell'autrice di creare una fantascienza italiana dal respiro internazionale e dall'identità fortissima.