È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.
Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.
Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.


