giovedì 10 settembre 2026

Thin Lizzy - Jailbreak

 

Artista: Thin Lizzy
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: CD
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I Thin Lizzy sono una di quelle band che appartengono alla storia del rock in modo quasi silenzioso: non i più celebrati, non i più citati nelle classifiche dei grandi, eppure con un disco come Jailbreak  hanno lasciato un segno che non si cancella facilmente.

La storia dietro al disco ha quel sapore classico delle grandi risalite: dopo due album consecutivi con vendite deludenti, la Vertigo Records diede ai Thin Lizzy un'ultima possibilità. La band si ritirò in uno studio nel Buckinghamshire per comporre e arrangiare con cura ogni brano, poi si trasferì ai Ramport Studios di Londra per registrare. Phil Lynott, bassista, cantante e anima creativa del gruppo, sapeva che non ci sarebbero state altre occasioni. Il risultato fu il loro album più completo e il biglietto da visita definitivo per il mercato internazionale.

Il cuore del disco è la doppia chitarra di Scott Gorham e Brian Robertson: non si limitano a fare da sfondo alla voce di Lynott, ma dialogano continuamente tra loro con armonie intrecciate che danno al suono dei Thin Lizzy qualcosa di riconoscibile al primo ascolto. La title track apre il disco con una tensione da film d'azione, sirene d'allarme incluse, costruita su un riff diretto e senza fronzoli. Angel from the Coast accelera subito dopo, funky e nervosa. Warriors è il brano più hard rock del lotto, con i due chitarristi che si scambiano assoli di una pulizia disarmante.

E poi c'è The Boys Are Back in Town. Non c'è molto da aggiungere su un brano che Rolling Stone ha inserito nella lista delle 500 canzoni più grandi di tutti i tempi: quella progressione di accordi, quella linea di basso, quel ritornello che entra subito e non se ne va più, le due chitarre armonizzate nel post-ritornello. È uno di quei brani che appartengono all'inconscio collettivo del rock, riconoscibile da chiunque abbia vissuto vicino a una radio negli ultimi cinquant'anni. Cowboy Song e Emerald chiudono il disco con uguale dignità, la prima con una rilassatezza quasi southern rock, la seconda con un'accelerazione quasi proto-metal che anticipa direzioni che la band avrebbe esplorato anni dopo.

Hard rock diretto, senza pretese inutili, suonato da una band che sapeva esattamente cosa stava facendo. Uno di quei dischi che non invecchiano perché non hanno mai cercato di essere moderni.

The Belko Experiment - Chi Sopravviverà? (2016)

 

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Belko Experiment
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
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The Belko Experiment è un horror action del 2016 diretto da Greg McLean, ma soprattutto scritto e prodotto da James Gunn, quello di Guardians of the Galaxy, che in origine voleva dirigerlo lui stesso ma ha preferito lasciare ad altri il compito di girare tante scene così violente. Il soggetto è semplice e cattivo: ottanta impiegati americani, chiusi nel grattacielo della Belko Industries a Bogotá, si ritrovano intrappolati dopo che una voce misteriosa dagli altoparlanti ordina loro di uccidersi a vicenda, pena l'esplosione dei chip che tutti hanno impiantato nella nuca.

Il paragone che viene naturale è con Battle Royale, e non è un caso, visto che nel trailer risuona addirittura lo stesso Requiem di Verdi. Paragone comunque impietoso secondo me. Qui però il contesto da ufficio, con fotocopiatrici, distributori automatici e riunioni che si trasformano in tribunali sommari, dà tutto un altro sapore alla cosa, quasi una satira feroce della vita da colletti bianchi portata alle estreme conseguenze. Il cast è pieno di facce note in ruoli minori, da Michael Rooker a John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs, ma il protagonista è John Gallagher Jr., che regge bene il ruolo dell'impiegato modello costretto a diventare qualcos'altro pur di sopravvivere.

Il film non si perde in troppi preamboli, parte subito forte e non si tira indietro sul gore, ma proprio per questa fretta di arrivare al dunque finisce per trascurare gli sfondi e le motivazioni, restando più un esercizio di tensione ben congegnato che un'opera che lascia il segno. Si guarda in fretta, novanta minuti scarsi, e si dimentica altrettanto in fretta, ma nel mentre la carneficina fa il suo mestiere.

mercoledì 9 settembre 2026

La Fratellanza (2017)

 

Regia: Rica Roman Waugh
Anno: 2017
Titolo originale: Shot Caller
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
Pagina di I Check Movies
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La fratellanza (titolo originale Shot Caller) è un thriller carcerario del 2017 diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau nei panni di un uomo d'affari di Pasadena che finisce dietro le sbarre dopo un incidente d'auto in cui muore un amico. In galera, per sopravvivere, si allea con la fratellanza ariana e si guadagna il soprannome di Money, salendo di grado fino a diventare uno dei pezzi grossi della banda. Quando esce, però, scopre che quella vita non si chiude semplicemente varcando il cancello del carcere.

Quello che mi ha convinto di più è la struttura a doppio binario, con il presente e il passato che si intrecciano continuamente, mostrando il prima e il dopo dello stesso uomo. Coster-Waldau sparisce completamente dentro un personaggio duro, silenzioso, che si trasforma fisicamente e psicologicamente scena dopo scena. Jon Bernthal, che ritrovo sempre volentieri, fa da spalla credibile in un ruolo secondario ma ben scritto.

Il film non inventa nulla di nuovo nel genere carcerario, la parabola dell'uomo perbene costretto a diventare qualcun altro per sopravvivere l'abbiamo vista in tante salse, ma la messa in scena è secca, senza fronzoli, e non cerca mai la scorciatoia della redenzione facile. È un film che pesa, non ti lascia leggero, e proprio per questo funziona.

martedì 8 settembre 2026

Van Halen - Van Halen

 

Artista: Van Halen
Anno: 1978
Tracce: 11
Formato: CD 
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Torniamo indietro di qualche anno rispetto a 1984 e cambiamo pianeta musicale, perché oggi tocca a Van Halen, l'album omonimo del 1978, il disco che ha praticamente riscritto il manuale della chitarra rock. Con undici tracce e poco più di trentacinque minuti cambia per sempre l'idea di cosa potesse fare una sei corde elettriche.

La formazione è quella storica, David Lee Roth alla voce con tutto il suo teatro da showman vaudeville, Michael Anthony al basso e ai cori perfetti, Alex Van Halen alla batteria, ed Eddie Van Halen alla chitarra, che qui si prende letteralmente la scena. Il disco si apre con Runnin' with the Devil, un pezzo che nonostante il titolo non ha nulla di satanico o di oscuro, è solo un inno alla strada e agli eccessi che si porta dietro. 

Poi arriva il colpo di scena, Eruption, un assolo di chitarra solista che secondo la leggenda non era nemmeno previsto in scaletta. Eddie lo suonava nei club per scaldarsi prima dei concerti, Templeman lo sente per caso mentre lo prova in studio in vista di una data al Whisky a Go Go e decide di inserirlo nell'album così com'è. Un minuto e quaranta di tapping a due mani che ha aperto una strada che chitarristi di ogni epoca hanno poi provato a percorrere, lo stesso Eddie diceva scherzando che c'è persino un errore lì dentro e che avrebbe potuto suonarlo meglio.

Da lì in poi il disco non cala mai, la cover di You Really Got Me dei Kinks diventa quasi più famosa dell'originale, Ain't Talkin' 'Bout Love nasce come una parodia punk e finisce per gettare le basi di tutto l'hair metal a venire, e chiude On Fire con quel finale in dissolvenza sul basso che chiude il cerchio in modo perfetto. La chitarra di Eddie, quella Frankenstrat assemblata con pezzi da duecento dollari, il pickup finto e i riflettori da bicicletta attaccati dietro per i concerti, diventa un'icona quanto la musica stessa.

Io vengo dal metal più strutturato e sinfonico, quello di Iron Maiden e Blind Guardian per intenderci, quindi il rock and roll spensierato e festaiolo dei Van Halen non è propriamente il mio pane quotidiano. Ma ci sono dischi che trascendono il genere che rappresentano, e questo è uno di quelli. Ogni volta che lo riascolto mi ricordo perché la chitarra elettrica sia diventata lo strumento che è, e quanta gioia pura ci possa essere in undici canzoni suonate da quattro ragazzi che sembrano davvero divertirsi come non mai.

lunedì 7 settembre 2026

Europa '51 (1952)



 Regia: Roberto Rossellini
Anno: 1952
Titolo originale: Europa '51
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.4)
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Alcuni film invecchiano male. Altri, semplicemente, cambiano significato mentre invecchiamo noi. Europa ’51, diretto da Roberto Rossellini nel 1952, appartiene alla seconda categoria. È un film profondamente figlio del dopoguerra, della povertà italiana, delle macerie materiali e morali lasciate dal conflitto. Eppure, guardato oggi, continua a porre una domanda tutt'altro che sepolta nel passato: quanto siamo disposti a vedere davvero il dolore degli altri, prima di considerarlo un problema che non ci riguarda?

La protagonista è Irene, interpretata da Ingrid Bergman, una donna dell'alta borghesia che vive a Roma una vita agiata e apparentemente perfetta accanto al marito, un uomo d'affari. La sua esistenza viene sconvolta dalla morte del figlio dodicenne, che accade dopo essersi sentito trascurato dai genitori ed aver tentato il suicidio. È il trauma che manda in frantumi il mondo di Irene. Ma Rossellini non è interessato soltanto al lutto. Gli interessa ciò che quel lutto produce.

Irene comincia a guardare ciò che prima non vedeva: la povertà, la prostituzione, la malattia, la marginalità, la delinquenza, le periferie romane. Inizia ad aiutare concretamente le persone che incontra, fino a trasformare completamente la propria esistenza. E qui Europa ’51 smette di essere semplicemente la storia di una donna sconvolta da una tragedia familiare e diventa qualcosa di molto più ambizioso: un film sulla possibilità, e forse sull'impossibilità, di vivere davvero secondo la propria coscienza.

Rossellini arriva a Europa ’51 dopo aver raccontato la guerra e le sue conseguenze in Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero. Ma qui le macerie non sono più soltanto quelle delle città. Sono dentro le persone. Il neorealismo non scompare, ma cambia oggetto. Le borgate romane sono reali, i luoghi sono poveri e spesso abitati da persone comuni. Ed Irene è una figura completamente diversa dagli abitanti delle periferie che incontra. È una donna ricca che entra in un mondo che fino a quel momento aveva potuto permettersi di ignorare.

Rossellini mette continuamente a confronto questi due universi. Da una parte ci sono il salotto, il marito, gli amici, le convenzioni sociali, la rispettabilità. Dall'altra ci sono gli appartamenti miseri, gli ospedali, le prostitute, i delinquenti, i malati. Irene attraversa entrambi, ma progressivamente non appartiene più a nessuno dei due. È qui che il film diventa quasi un'indagine sulla società borghese del dopoguerra: una società che ha ricostruito le proprie case molto più velocemente di quanto sia riuscita a ricostruire i propri valori.

La domanda centrale diventa allora inevitabile: Irene è una santa o una pazza? Quando decide di dedicarsi completamente agli altri, le persone che le stanno intorno non riescono più a interpretare il suo comportamento. Per alcuni è una donna straordinariamente buona. Per altri è semplicemente impazzita. E il confine tra santità e follia diventa progressivamente indistinguibile.

Rossellini costruisce così una sorta di via crucis laica. Irene non cerca più il benessere, il successo o la rispettabilità. Cerca qualcosa che non sa nemmeno definire completamente, ma che passa attraverso la sofferenza degli altri. Come dicevo inoltre è un film laico, non religioso sulla conversione: Irene non trova una chiesa nella quale rifugiarsi. Trova gli esseri umani.

C'è poi Ingrid Bergman. E non è un dettaglio. Nel 1952 Bergman è una delle più grandi star internazionali. Rossellini, invece, la immerge progressivamente in un mondo nel quale la sua aura divistica deve scomparire. All'inizio Irene è elegante, sofisticata, perfettamente inserita nella propria classe sociale. Poi, man mano che il suo percorso procede, anche il volto di Bergman sembra cambiare. Il trucco, gli abiti, gli ambienti e soprattutto la relazione con gli altri personaggi la fanno progressivamente diventare meno “vip” e più persona. È una delle operazioni più interessanti del cinema di Rossellini: utilizzare una delle attrici più famose del mondo per parlare proprio della distruzione dell'immagine sociale. La Bergman non è più semplicemente una star che interpreta una donna. È una donna che deve liberarsi della star che porta addosso.

Europa ’51, però, non è un film perfetto. Anzi, probabilmente è proprio la sua imperfezione a renderlo interessante. Rossellini ha idee enormi e spesso le mette in scena con una certa pesantezza. La sceneggiatura tende talvolta a trasformare i personaggi in strumenti di una discussione filosofica. Ci sono momenti in cui Irene sembra più un'idea che una persona. Alcune situazioni sono talmente programmatiche da rendere evidente quello che Rossellini vuole dimostrare. È un limite che impedisce al film di essere emotivamente perfetto: Rossellini non si accontenta di raccontare Irene, vuole che noi capiamo Irene. E quando un regista insiste troppo perché lo spettatore capisca qualcosa, inevitabilmente perde un po' di quella forza misteriosa che il cinema potrebbe avere.

La cosa più sorprendente, però, è che tolto il contesto storico il problema di Irene non è affatto morto. Anzi. Nel 1952 il film raccontava una società divisa tra ricchi e poveri, tra centro e periferia, tra rispettabilità e marginalità. Una società che cercava di ricostruirsi dopo una guerra devastante. Oggi non abbiamo più le stesse macerie. Abbiamo però altre forme di distanza.

Possiamo vivere circondati dalla povertà senza incontrarla davvero. Possiamo sapere in tempo reale cosa succede dall'altra parte del mondo e contemporaneamente non conoscere il nome del vicino di casa. Possiamo vedere quotidianamente immagini di guerre, migranti, senzatetto, malattie e disastri attraverso uno schermo, trasformando la sofferenza in una sequenza infinita di contenuti. Il problema non è più non vedere. È vedere continuamente senza lasciarsi coinvolgere.

Ed è qui che Europa ’51 diventa sorprendentemente contemporaneo. Irene compie il percorso inverso rispetto a quello che facciamo spesso noi: invece di guardare il dolore degli altri attraverso una distanza di sicurezza, decide di entrarci dentro. E naturalmente la società la punisce. Perché aiutare qualcuno è accettabile finché non mette in discussione il modo in cui tutti gli altri hanno deciso di vivere.

Forse il vero bersaglio di Rossellini non è nemmeno la borghesia, né il capitalismo, né la religione. È la normalità. Quella normalità fatta di comportamenti che tutti consideriamo ragionevoli semplicemente perché li fanno tutti. Lavorare, consumare, mantenere una posizione sociale, rispettare le convenzioni, occuparsi della propria famiglia, evitare problemi. Irene rompe progressivamente questo meccanismo. E quando lo fa, la società deve necessariamente trovare una spiegazione. Se non è normale, deve essere pazza.

È una delle intuizioni più moderne del film: forse la società tollera molto più facilmente la cattiveria che la deviazione dalla normalità.

Guardato nel 2026, Europa ’51 può certamente sembrare lento, didascalico e in alcuni momenti persino ingenuo. Ma è anche uno di quei film che non hanno bisogno di essere completamente condivisibili per essere importanti. Rossellini non offre una soluzione. Non dice che Irene abbia ragione in tutto. Non dice nemmeno che basti essere buoni per cambiare il mondo. Fa qualcosa di più interessante: mette davanti allo spettatore una persona che improvvisamente non riesce più a vivere come prima.

E questa è forse la domanda più inquietante del film. Cosa succederebbe se smettessimo davvero di considerare “normale” ciò che ci circonda? Se vedessimo fino in fondo la povertà che normalmente ignoriamo? Se ascoltassimo davvero le persone che normalmente attraversiamo senza guardare? Se il dolore degli altri smettesse di essere “degli altri”?



domenica 6 settembre 2026

Juventus 1 - Milan 1

 
Già alla terza uno scontro diretto dei nuovi poveri che provano a tornare tra i ricchi. Primo tempo non eccezionale, ma neanche da buttare con la Juve che fa la partita ed ha le maggiori occasioni senza rischiare niente. Nulla di trascendentale, ma il nostro portiere non tocca un pallone esattamente come Kolo Muanì. Arrivano comunque due conclusioni al limite del pericoloso che avrebbero potuto portarci in vantaggio. Secondo tempo sulla falsariga del primo e dopo dieci minuti il palo salva la porta del Milan. Poi come se niente fosse arriva il vantaggio immeritato del Milan. D'altra parte però se non si tira in maniera migliore è impossibile segnare. E l'unica mossa vincente di Spalletti è quella di mettere Gatti come centravanti che pareggia nei minuti di recupero. Restano due squadre di poverini.