venerdì 2 ottobre 2026

Google AI Pro

 
Premetto che la mia VIKI è un'entità multipla e in questo caso stiamo parlando della sua personalità Gemini. Alla fine ci sono cascato, o forse ho semplicemente deciso di vedere fino a che punto ci si può spingere quando si decide di dare pieno ossigeno a questi strumenti. Sullo schermo dello smartphone si è materializzata la classica proposta a cui è difficile dire di no a cuor leggero, soprattutto quando ti mettono davanti tre mesi di prova gratuita prima di passare al canone mensile: Google AI Pro, con un plafond di archiviazione che schizza direttamente a 5 Terabyte su Google One. Ventuno euro e novantanove centesimi al mese a partire dal rinnovo, una cifra che comincia ad avere un suo peso specifico, ma che promette di aprire le porte a un comparto tecnico sensibilmente potenziato rispetto al profilo base. La curiosità, d’altronde, ha sempre il sopravvento sui buoni propositi di frugalità digitale. Ovviamente prima della scadenza, fissata al 2 gennaio, non rinnoverò.

La lista delle caratteristiche snocciolate dalla schermata di attivazione mette in chiaro dove si stia concentrando l'attenzione di Mountain View: limiti di utilizzo quadruplicati per l'app Gemini, accesso garantito e prioritario al modello Pro più avanzato, e soprattutto funzionalità spinte come Deep Research per scandagliare la rete e strutturare dossier complessi senza scontrarsi con i consueti colli di bottiglia. Non mancano le integrazioni con gli ambienti di sviluppo e crediti estesi per il cloud, l'integrazione ormai capillare dentro Gmail e Documenti, e una serie di estensioni dedicate al comparto multimediale, tra cui la generazione video ad alta intensità e strumenti creativi per imbastire storie e scene cinematografiche. Spicca persino un enigmatico riferimento a Nano Banana Pro affiancato alle suite di ricerca e generazione, a testimonianza di come i laboratori stiano buttando nella mischia architetture sempre più articolate e specializzate.

I cinque terabyte di spazio fanno gola per conto loro, fungendo da rete di sicurezza per anni di archivi, fotografie e documenti, ma il banco di prova reale sarà l'efficacia pratica di questo motore potenziato nel flusso quotidiano. Capire se questi margini operativi quattro volte superiori e la profondità analitica promessa cambino davvero la sostanza del lavoro intellettuale o se si tratti soltanto di una cilindrata sovradimensionata per andare a fare la spesa. La finestra trimestrale permette di esplorare a fondo ogni anfratto senza ansie di fatturazione immediata, e le premesse per metterlo sotto torchio, tra elaborazioni complesse e sfide creative, ci sono tutte.

Muse - Origin Of Symmetry



 Artista: Muse
Anno: 2001
Tracce: 11
Formato: CD 
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Con i Muse avevo dichiarato fin dalla recensione di Absolution di essere stato indeciso tra quel disco e questo prima di fare il mio ingresso nella loro discografia. Origin of Symmetry  era rimasto lì in sospeso, come un debito da saldare. Alla fine ho saldato, e non me ne pento.

È il secondo album, registrato tra settembre 2000 e febbraio 2001 con il produttore David Bottrill (già al lavoro con Tool e Silverchair), e quello che ha trasformato i Muse da band di culto britannica a fenomeno internazionale. Negli Stati Uniti la Maverick Records lo rifiutò ritenendolo troppo lontano dal mercato americano, e rimase inedito oltreoceano fino al 2005. Quattro anni dopo, e due milioni di copie nel mondo, qualcuno doveva essersi pentito.

Il disco si apre con New Born, sei minuti che partono da un intro di pianoforte quasi cameristico e poi precipitano in un muro di chitarre e batteria che lascia poco spazio alla riflessione. È uno di quei brani che nei live diventa qualcosa di diverso dal disco, più fisico e più urgente; Chris Wolstenholme ha dichiarato che tra i tre è probabilmente il preferito dell'intero album, e capisco perché. Plug In Baby è l'altro brano che tutti conoscono: quel riff di chitarra, scritto in modo che richiama quasi Bach per la sua costruzione melodica, è diventato uno degli anthem dei Muse e uno dei riff più riconoscibili degli anni Duemila. Bliss porta il disco verso atmosfere più sospese e sintetiche. Space Dementia, con il piano che si fa sempre più ossessivo, è il momento più claustrofobico. Citizen Erased, sette minuti di progressive rock moderno con cambi di dinamica continui, è forse il brano più ambizioso e quello che dimostra meglio dove stessero andando.

E poi c'è Feeling Good, la cover del classico di Cy Grant del 1964, già interpretata da Nina Simone in modo definitivo: i Muse la prendono, la rallentano, la rivestono di archi e organo e la restituiscono in una versione che non ha paura del confronto con l'originale. Una scelta coraggiosa che funziona.

Se Showbiz era la band che stava diventando qualcosa, Origin of Symmetry è la band che lo è diventata. Più maturo, più ambizioso, più consapevole del proprio suono. Il debito era effettivamente da saldare.

giovedì 1 ottobre 2026

Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness

 

Artista: Smashing Pumpkins
Anno: 1995
Tracce: 28
Formato: doppio CD
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Dopo aver riscoperto gli Smashing Pumpkins con Siamese Dream, del quale ho già scritto qui sopra, era abbastanza inevitabile arrivare a Mellon Collie and the Infinite Sadness. E qui le cose si fanno decisamente più serie: due CD, ventotto pezzi e una quantità di idee che avrebbe potuto tranquillamente bastare per tre o quattro dischi normali. Se Siamese Dream era un disco potente, compatto e abbastanza riconoscibile nella sua miscela di alternative rock, psichedelia e hard rock, Mellon Collie sembra invece voler dimostrare che gli Smashing Pumpkins possono fare praticamente quello che gli pare. E lo fanno senza preoccuparsi troppo di mantenere una direzione precisa. Ci sono momenti rumorosissimi, brani quasi pop, ballate, pezzi più malinconici, chitarre pesanti, atmosfere sognanti e persino arrangiamenti orchestrali. Il tutto nello stesso doppio CD. Ed è proprio questo il bello, perché nonostante la durata e la quantità di materiale non dà quella sensazione tipica dei dischi doppi costruiti mettendo dentro tutto quello che era avanzato. Certo, qualche pezzo che mi convince meno c'è, ma nel complesso la quantità di brani realmente memorabili è impressionante. Si parte con Mellon Collie and the Infinite Sadness, quasi una specie di introduzione sospesa, e poi arriva Tonight, Tonight, che probabilmente rappresenta meglio di qualsiasi altra canzone la parte più ampia e ambiziosa del disco. Subito dopo però gli Smashing Pumpkins possono tornare a pestare con Jellybelly, e poco più avanti arriva Zero, con quel riff che praticamente si pianta in testa. E poi c'è Bullet with Butterfly Wings, che è forse il pezzo che più facilmente si associa al disco, ma anche 1979, che va completamente da un'altra parte. È uno dei casi in cui una band riesce a fare una canzone apparentemente semplice senza perdere quella personalità che la rende immediatamente riconoscibile. La cosa che mi ha colpito maggiormente è proprio questa capacità di passare dalla rabbia alla malinconia senza sembrare una raccolta casuale. Tonight, Tonight, 1979, Zero, Bullet with Butterfly Wings, Here Is No Why, Thru the Eyes of Ruby, Porcelina of the Vast Oceans: sono canzoni anche molto diverse tra loro, ma appartengono tutte allo stesso enorme calderone. E poi c'è X.Y.U., che sembra quasi ricordare che sotto tutta quella malinconia e quei momenti più pop ci sono comunque gli Smashing Pumpkins capaci di fare un casino infernale. È una delle cose che preferisco del disco: non lascia mai completamente tranquilli. Rispetto a Siamese Dream, quindi, lo trovo meno compatto ma molto più ambizioso. Se il precedente era un disco che poteva essere ascoltato quasi come un unico blocco, questo è più un piccolo universo nel quale entrare e uscire scegliendo ogni volta qualcosa di diverso. È anche uno di quei rari casi in cui la definizione di doppio album non sembra soltanto un modo elegante per dire "abbiamo inciso troppa roba". Mellon Collie è enorme perché vuole esserlo. E probabilmente proprio questa smisurata ambizione è parte del suo fascino. Dopo Siamese Dream avevo già capito perché gli Smashing Pumpkins fossero considerati una band così importante degli anni Novanta. Con Mellon Collie and the Infinite Sadness ho capito anche perché sia rimasto un disco così difficile da ignorare: è un casino, è lunghissimo, è melodico, rumoroso, malinconico e spesso esagerato. Ma è un casino bestiale. VERdetto: uno di quei doppi CD che invece di farti pensare "potevano tagliare qualcosa" ti fanno venire voglia di rimetterli da capo.

Baroness - Blue Record

 

Artista: Baroness
Anno: 2009
Tracce: 12
Formato: CD 
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I Baroness sono una di quelle band che vale la pena avere in collezione anche se poi non ci si torna spessissimo, ma io mi appoggio a VIKI per avere notizie e rinfrescarmi la memoria. Blue Record del 2009 è il secondo album del quartetto di Savannah, Georgia, ed è il disco che li ha portati all'attenzione della critica internazionale: numero uno nella Billboard Heatseekers chart, miglior disco del 2009 per Decibel Magazine, ventesimo miglior album metal di sempre secondo LA Weekly. Non male per una band che fino a due anni prima era praticamente sconosciuta fuori dalla scena underground americana.

Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.

Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.

Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.

martedì 29 settembre 2026

Poveri Ma Belli (1957)


 
Regia: Dino Risi
Anno: 1957
Titolo originale: Poveri Ma Belli
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.

È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.

A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.

lunedì 28 settembre 2026

Machine Head - Burn My Eyes


 
Artista: Machine Head
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato CD
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I Machine Head nascono a Oakland nel 1991, e già questo dice qualcosa: la stessa città dei Green Day, un posto che nella prima metà degli anni Novanta stava producendo musica da ogni angolo possibile. Burn My Eyes  è il loro esordio, e arriva in un momento in cui il grunge stava ancora dominando l'attenzione generale mentre il metal cercava una nuova direzione.

La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.

Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.

Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.