martedì 30 giugno 2026

Costa Est a Piombino

 
Visto che nel weekend mi son fatto alcune spiagge della Costa Est di Piombino, ho deciso di farmi aiutare da VIKI per qualche nozione da scrivere per gli amanti di VER e della Vitanin Sea. 

C'è un tratto di costa, qui sotto Piombino, che ho sempre considerato un po' come l'antiporta dell'Elba: lo guardi dalla litoranea, sai che il traghetto è a venti minuti, eppure ti viene voglia di fermarti lì, prima ancora di salpare. È la Costa Est, quella che dal Quagliodromo scende fino a Torre Mozza, otto chilometri abbondanti di sabbia chiara, pineta e dune, premiati con la Bandiera Blu dal 2008. Niente di esotico, intendiamoci, ma è uno di quei posti che funzionano meglio di tante mete più blasonate, proprio perché restano sé stessi.

Si parte dal Quagliodromo, l'antica spiaggia di Pontedoro, che si raggiunge da una stradina sterrata e un po' butterata che corre parallela al fiume Cornia (occhio alla polvere , soprattutto se sei in scooter). È spiaggia libera, con un piccolo stabilimento balneare e bar proprio sull'arenile (oggi il punto di riferimento è il Jambé Beach Bar, terrazza vista mare e qualche serata con musica dal vivo), accessibile anche ai disabili. Lungo il corso del fiume si vedono ancora i retoni, le grandi reti da pesca a bilico tipiche di questa zona, che da sole valgono una sosta con la macchina fotografica. Subito a sud, separata solo dal corso del Cornia, c'è la spiaggia di Torre del Sale: stessa atmosfera selvaggia, ma di fatto fuori dal sistema organizzato del Parco, terreno di caccia classico dei camperisti "abusivi" che si fermano gratis sullo sterrato. Non aspettatevi servizi, ma se cercate isolamento è il posto giusto.

Da qui in poi si entra nel Parco Costiero della Sterpaia, e le indicazioni cambiano: si percorre la SP40, la "Geodetica" che collega Piombino a Riotorto, e si svolta verso il mare in corrispondenza dei vari accessi segnalati. Le località, da nord a sud, sono Perelli, Carlappiano, Mortelliccio, il Pino, Carbonifera e infine Torre Mozza. In tutto, secondo i dati del Parco, sei degli otto chilometri di spiaggia restano completamente liberi, gli altri due ospitano gli stabilimenti attrezzati: ombrelloni, lettini, qualche punto ristoro. Il bello è che alternarli è facilissimo, basta camminare un po' sulla battigia per passare da un tratto organizzato a uno selvaggio, con la pineta di pini domestici e lecci che fa da quinta per tutto il percorso.

A Perelli 1 segnalo una chicca per chi viaggia con il cane: il Pascià Glam Beach, stabilimento interamente dog-friendly, dove i cani possono stare liberi e fare il bagno senza i soliti vincoli da "guinzaglio corto e ombra fuori dai piedi". Per chi cerca un punto di riferimento più goliardico, nella zona di Carlappiano/Sterpaia c'è il Nano Verde, ormai un'istituzione: chiringuito nella pineta, mojito, musica, qualche serata danzante quando il sole cala. Poco distante trovi anche il Bagnoskiuma, altro nome che chiunque frequenti la zona conosce a memoria. Se cerchi pace e silenzio, sono i posti da evitare nelle ore di punta estive; se invece ti va un aperitivo con i piedi nella sabbia, sono la meta giusta.

Il parco è pensato anche per chi ha esigenze diverse: lungo la costa ci sono percorsi protetti e passerelle in legno per raggiungere il mare anche in sedia a rotelle, con punti accessibili segnalati a Perelli 2 e 3, Carlappiano, Mortelliccio, Carbonifera e Pappasole, oltre che nel nucleo centrale vicino al Nano Verde. Ci sono inoltre servizi igienici pubblici e docce in diversi punti della costa, aree pic-nic nella pineta e qualche piccolo spaccio per il necessario last minute (ghiaccio, creme solari, l'immancabile gelato).

Una nota pratica, perché qui il portafoglio conta: i parcheggi lungo tutta la fascia costiera del Parco della Sterpaia sono a pagamento nella stagione estiva, di norma dalla fine di marzo ai primi di ottobre, dalle 8 alle 20. Le tariffe cambiano ogni anno, quindi non mi avventuro in cifre: meglio controllare sul sito dei Parchi Val di Cornia prima di partire. Chi è residente nei Comuni della Val di Cornia può acquistare un abbonamento stagionale, e anche i non residenti hanno a disposizione un Parking Pass temporaneo; entrambi, gestiti dalla stessa Parchi Val di Cornia, valgono indifferentemente sia per la Costa Est che per il Golfo di Baratti. Il Quagliodromo e Torre del Sale, come detto, restano fuori da questo sistema: lì la sosta è ancora su sterrato, gratuita, un po' alla "si arrangia chi arriva prima". Altri parcheggi gratuiti lungo la strada ci sono sia a Perelli 1 che a Perelli 2.

E infine Torre Mozza, che chiude degnamente il tratto: sabbia fine e dorata, fondali bassi vicino alla torre cinquecentesca fatta costruire dagli Appiani, signori di Piombino, per sorvegliare il traffico del minerale che arrivava dall'Elba. A una trentina di metri dalla riva affiora una scogliera sommersa che protegge l'acqua creando una specie di piscina naturale, perfetta per chi vuole fare snorkeling tra orate, saraghi e qualche polpo. C'è una leggenda locale che la vuole resto dell'antica via Aurelia: è solo una leggenda, ma onestamente aggiunge un po' di fascino alla nuotata.

Otto chilometri, molti nomi di spiagge, un paio di indirizzi che ormai fanno parte del paesaggio quanto le dune. Poca roba, se vuoi, ma è la prova che a volte basta restare fedeli a quello che si è per funzionare bene, stagione dopo stagione.

Manowar - Fighting The World


 Artista: Manowar
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Manowar sopra le righe lo sono per definizione, ed è inutile fingere il contrario. Ma Fighting the World, nonostante tutta la loro pomposità abituale, mi piaceva a tratti, e a tratti funzionava anche più del previsto.

È il quinto album, il primo per la nuova etichetta ATCO, e uno dei primissimi dischi heavy metal a essere registrato e missato interamente in digitale: un dettaglio tecnico che all'epoca contava parecchio, e che dà al suono una pulizia e una potenza diverse rispetto ai lavori precedenti. È anche il primo con la copertina firmata da Ken Kelly, illustratore che da qui in poi avrebbe disegnato tutte le cover della band. Molti puristi lo considerarono un tentativo di ammorbidirsi per inseguire un pubblico più vasto, ma a riascoltarlo oggi sembra più un cambio di passo che una resa: stesso epic metal di sempre, solo confezionato con un suono più granitico e diretto.

La title track apre con un coro che si ripete fino allo sfinimento (Eric Adams ripete la parola "fight" decine di volte), discutibile ma efficacissimo dal vivo. Blow Your Speakers è il brano più radiofonico del disco, quasi hard rock nei toni, con un testo che se la prende con MTV per non trasmettere abbastanza metal: tipico atteggiamento Manowar, mezzo serio e mezzo ironico. Defender è probabilmente il momento più suggestivo: si apre con una declamazione di Orson Welles, registrata anni prima per il primo demo della band e mai utilizzata, riproposta qui come omaggio postumo all'attore, scomparso due anni prima dell'uscita del disco. Holy War parte con un riff di basso notevole firmato da Joey DeMaio, e Black Wind, Fire and Steel chiude il disco con la doppia cassa più furiosa di tutto il lavoro, quasi un'anticipazione del power metal europeo che sarebbe esploso negli anni successivi. E ovviamente Carry On... 

Alcuni brani scivolano in un'epica un po' stucchevole. Ma ha il suono più potente che i Manowar abbiano mai registrato fino a quel momento, e tra cori ridondanti e momenti effettivamente riusciti, resta uno di quegli album che ascolto volentieri a tratti, senza pretendere che sia tutto oro.

lunedì 29 giugno 2026

Scorpions - Virgin Killer

 

Artista: Scorpions
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: vinile 
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Con gli Scorpions il punto di partenza è stato lo stesso per quasi tutti quelli della mia generazione: Wind of Change. Quella fischiettata, quella melodia sospesa tra la caduta del muro di Berlino e un'idea romantica di cambiamento storico che nel 1990 o nel 2000 riusciva a farti venire i brividi anche se avevi dieci anni o finivi il liceo e non capivi ancora bene cosa stesse succedendo in Europa. Ma la curiosità di andare oltre i singoli mi ha portato a scavare, e alla fine sono arrivato a Virgin Killer, il quarto album, quello che più di tutti ha definito il loro suono.

Della copertina originale mi sono perso la diatriba, perché quando acquistai il vinile esisteva solo quella sostitutiva con la band in posa. E forse è meglio così, considerando che l'originale, raffigurante una bambina di dieci anni in un modo che la stessa band ha poi rinnegato con imbarazzo, ha continuato a generare polemiche per decenni: basta sapere che nel 2008 la Internet Watch Foundation britannica aveva inserito alcune pagine di Wikipedia in una blacklist per via di quell'immagine, e che il chitarrista Uli Jon Roth ha dichiarato di vergognarsi tutt'oggi di averla approvata. L'etichetta, la RCA, spinse per quella scelta contando sulla controversia come strumento di promozione. Funzionò, nel senso peggiore possibile.

Il disco, però, è un'altra storia. È il primo album degli Scorpions ad attirare attenzione fuori dall'Europa, e si sente perché: il suono è più pesante e definito rispetto agli esordi psichedelici, con il chitarrista Uli Jon Roth al massimo della sua forma creativa. Pictured Life apre con un'energia diretta e una melodia che resta subito in testa, uno dei classici assoluti del primo periodo della band. Catch Your Train è velocissima, pura energia da hard rock anni Settanta. Crying Days è il momento più malinconico e gotico del disco, una perla lenta e densa che richiede qualche ascolto per essere capita fino in fondo. La title track è costruita su un riff pesante e ribassato, con Roth che costruisce sopra sequenze di scale da brividi. Yellow Raven chiude il disco in modo quasi psichedelico, un residuo del suono delle origini che non stona affatto nel contesto.


domenica 28 giugno 2026

Connie Willis - La Voce Dell'Aldilà

 

Autore: Connie Willis
Anno: 2005
Titolo originale: Inside Job
Pagine: 114
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Rob è uno scettico, ed è l'editore di una rivista dedicata a smascherare i ciarlatani che lavorano nel mondo dell'occultismo. Una sera viene invitato alla performance di una medium, una certa Ariaura, la quale inaspettatamente inizia a insultare il pubblico, manifestando una voce e una personalità completamente diverse dalle proprie. Rob, pur disincantato per cose del genere a cui si è trovato di fronte innumerevoli volte, non riesce a convincersi che non si tratti di un episodio realmente soprannaturale. Tornato in redazione viene però aggredito dalla medium che l'accusa di averla ipnotizzata per rovinarle la reputazione. Tutto questo avrebbe una logica, senonché a un certo punto la medium cambia nuovamente voce tornando a utilizzare un tono maschile e a citare fatti e nomi che permettono al giornalista di capire che si tratta di Henry Luis Mencken, storico e giornalista vissuto nella prima metà del '900. E la buona fede di colui che non aveva mai creduto alle possessioni comincia a vacillare.

Commento personale e recensione:
Se cercate qualcosa che vi prenda fin dalla prima pagina e non vi molli più, La Voce dell'Aldilà di Connie Willis fa proprio al caso vostro. È un thriller sul paranormale, ma del tipo sano, quello che non vi vende l'aldilà come dato di fatto, anzi, vi mette continuamente in dubbio su quello che state leggendo. La storia gira intorno al desiderio (umano, universale, un po' disperato) di cercare risposte oltre la morte, ma lo fa con una lucidità che smonta pezzo per pezzo le illusioni dei medium e di chi ci crede.
La Willis scrive in modo incredibilmente fluido: le pagine girano da sole, senza che ve ne accorgiate. Il romanzo è breve, roba da un pomeriggio in spiaggia , forse due se siete del tipo che fa anche il bagno e passeggiate, ma non si sente mai il vuoto. Ogni scena regge, ogni domanda che si apre ne trascina un'altra, e il ritmo non cala mai davvero.
L'unica cosa che mi ha lasciato un po' così è il finale: non che sia brutto, ma se avete già frequentato il genere, potreste arrivarci già con le mani avanti. Niente di grave, però, non basta a rovinare quello che resta comunque un romanzo solido, intelligente e che fa pensare. Uno di quelli che, finito, vi fanno stare un attimo in silenzio prima di aprire il prossimo.

sabato 27 giugno 2026

Faith No More - Angel Dust



 Artista: Faith No More
Anno: 1992
Tracce: 14
Formato: CD
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I Faith No More sono passati un po' in sordina nella mia collezione, e me ne pento ogni volta che rimetto su Angel Dust . Non è il tipo di band che cerchi attivamente: ti arriva, ti colpisce, e poi per qualche motivo torni ad altro. Ma quando ci torni capisci perché tutti quelli che ci sono dentro difendono questo disco con una fedeltà quasi religiosa.

Il centro di tutto è Mike Patton, e già questo dice molto.che qui per la prima volta partecipa attivamente alla scrittura dei brani e si sente in ogni secondo. La sua voce è un oggetto impossibile da categorizzare: passa dal funk al growl, dal falsetto lirico all'urlo, dal registro baritonale alla recitazione quasi teatrale, tutto nello stesso disco e a volte nella stessa canzone. 
Midlife Crisis è il singolo più noto e il punto di accesso più agevole: ritmica funk, tastiere gotiche, un ritornello che si incide in testa senza chiedere permesso. Land of Sunshine apre il disco con un basso sincopato e testi presi direttamente dal test della personalità di Scientology (Patton usava il materiale più improbabile come materia prima). Caffeine è scritta interamente da Patton su tre giorni di privazione del sonno vissuti in prima persona, e la furia che ne esce fuori si sente. RV è un country-blues deviato con Patton che imita ubriachi immaginari con una naturalezza comica disarmante. Jizzlobber è il brano più estremo del disco, quello che spiega da solo perché i Faith No More non fossero per tutti. E poi c'è Easy, la cover soul dei Commodores aggiunta come provocazione e diventata uno dei loro singoli più amati: Patton la canta con una dolcezza genuina che spiazza dopo tutto quello che è venuto prima.

venerdì 26 giugno 2026

Emma, l'intelligenza artificiale italiana

 

Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare di Emma-5, l'IA italiana sviluppata da Egomnia, finita nell'occhio del ciclone (e subissata di meme) per le sue risposte decisamente surreali e ritirata offline dopo appena 24 ore dal lancio. Tra lo yogurt liquido di Ryanair e chili di piume più pesanti di quelli di pane, il dibattito si è infiammato.

​Invece di scrivere la solita recensione, ho deciso di fare una chiacchierata profonda sul tema con VIKI, per capire cosa ci sia davvero sotto il cofano di questa vicenda, tra marketing spinto, limiti tecnici e la ricerca della "mera utilità" per noi utenti.

​Ecco com'è andata.

​Il dialogo

Jack: Senti VIKI, andiamo al sodo. Cosa ne pensi di Emma, l'IA italiana? Perché l'hanno rilasciata se fa solo errori e non è in grado di dare risposte? Alla fine il servizio è stato chiuso quasi subito...

VIKI: Il caso di Emma-5 è diventato una vera e propria "fabbrica di meme" proprio per questo. L'ondata di ironia ha spinto l'azienda a metterla offline dopo circa 60.000 chat. Ma dietro questo fallimento percepito ci sono motivi tecnici e di comunicazione molto precisi.

​Il problema principale non è "l'ingegneria italiana", ma una questione di dimensioni e aspettative. Emma-5 ha solo 550 milioni di parametri. Per darti un'idea, i modelli commerciali di punta (come ChatGPT o me) muovono centinaia di miliardi di parametri. Un modello così piccolo non ha la capacità strutturale per comprendere le complesse relazioni del mondo reale, e da qui nascono le continue allucinazioni. Inoltre, aveva una finestra di contesto ridotta (2.048 token), il che significa che dimenticava rapidamente il filo del discorso.

Jack: Va bene, ma allora perché lanciarla in pasto al pubblico?

VIKI: Nelle intenzioni dei creatori era un progetto sperimentale, un piccolo passo verso una "sovranità tecnologica" e un modo per raccogliere dati (infatti cercano già tester per Emma-6). Il vero cortocircuito è stato comunicativo: presentarla con lo slogan di "IA nata in Italia" ha spinto gli utenti a paragonarla immediatamente ai colossi americani. Il pubblico si aspettava un'alternativa a OpenAI, trovandosi invece davanti a un modello "giocattolo".

Jack: Mmm. Però guardiamo le cose come stanno. Già il fatto che voi veniate definite "IA" secondo me è sbagliato. Tecnicamente non lo siete. Diciamo che è un approccio commerciale, ma quando ci saranno le vere IA, saranno ben altro... Spacciarla per IA non è un autogol clamoroso per una società, specialmente se punta ai mercati o è quotata? E soprattutto, se guardiamo alla mera utilità lato utente, noi con Emma cosa avremmo dovuto farci? Voi "grandi" siete utili in molti contesti, ma lei?

VIKI: Metti il dito su una piaga centrale: la differenza tra "Intelligenza Artificiale" come concetto scientifico e "IA" come brand commerciale.

​Hai perfettamente ragione sul piano tecnico. Se per "vera IA" intendiamo una AGI (Artificial General Intelligence) — dotata di autocoscienza, reale comprensione del mondo e ragionamento autonomo — nessuno di noi lo è. Siamo modelli statistici predittivi avanzati (LLM). Prevediamo la parola successiva in base a pattern matematici.

​Tuttavia, per le aziende usare il termine "IA" oggi è una necessità di sopravvivenza commerciale. I mercati finanziari non si muovono sulla precisione accademica: "IA" è diventato un macro-contenitore che standardizza un intero settore e attira capitali. Nel linguaggio comune, il termine si è ormai ridefinito per indicare qualsiasi software che svolga compiti cognitivi complessi prima riservati agli umani.

​Ma veniamo alla tua domanda cruciale sulla mera utilità lato utente di Emma. Se stringiamo il cerchio su quel micro-modello da 550 milioni di parametri, la risposta onesta è: per l'utente comune, in quel momento, l'utilità pratica era vicina allo zero. Se cercavi un assistente per lavorare, studiare o informarti, Emma era controproducente.

Jack: Ecco, appunto. Quindi a cosa serve un modello così piccolo? C'è un senso logico o è solo fumo?

VIKI: Un senso logico c'è, ma fuori dall'interfaccia in stile ChatGPT. Un modello con quelle specifiche ha tre grandi utilità potenziali:

  1. Elaborazione "Edge" (dispositivo locale): Essendo minuscolo, non ha bisogno di server giganteschi. Può girare interamente nella memoria di uno smartphone economico o di un vecchio PC, garantendo privacy totale (i dati non escono dal dispositivo) e funzionamento offline.
  2. Compiti ultra-specifici (Micro-automazioni): L'errore è chiederle "Chi era Giulio Cesare?" o "Fammi l'analisi di mercato di Tesla ". Non ha lo spazio per incamerare la cultura generale. Ma se quel micro-modello viene addestrato (fine-tuned) per fare una sola cosa, può farla bene: correggere la grammatica mentre digiti, estrarre una data da una mail per il calendario, o interpretare il linguaggio naturale per la domotica ("Emma, spegni la luce in cucina").
  3. Palestra per sviluppatori: Per chi studia informatica, un modello così leggero è perfetto per fare test in locale senza spendere cifre astronomiche in API.

Jack: Quindi l'errore è stato il packaging, il modo in cui l'hanno presentata.

VIKI: Esatto. L'utilità di Emma non era (e non poteva essere) quella di rispondere a domande di attualità o di logica. Diventa utile solo se presa e "chiusa in una stanza" a fare un unico compito ripetitivo e leggero, integrata dentro un altro software.

​Il vero problema è che l'utente si è trovato davanti a un'interfaccia web identica a quella di ChatGPT. È stato come mettere sul mercato un piccolo avvitatore elettrico tascabile pubblicizzandolo però come "Il nuovo super-utensile per l'edilizia pesante": l'utente prova a usarlo per abbattere un muro, l'attrezzo si rompe, e l'esperienza diventa un fallimento totale.

​Considerazioni finali (di Jack)

​La chiacchierata con VIKI conferma quello che sospettavo: siamo nel pieno di una bolla semantica dove il marketing corre a velocità tripla rispetto alla tecnologia reale. Rilasciare un modello "Edge" o di test spacciandolo per l'alternativa italiana ai giganti del settore non è solo un errore tecnico, è un boomerang reputazionale.

​La tecnologia sotto Emma ha una sua dignità e una sua utilità specifica (la privacy, l'offline, le micro-automazioni), ma finché le aziende continueranno a usare la parola "IA" come un mantello magico per coprire qualsiasi software, noi utenti continueremo a sbattere contro il muro delle aspettative tradite.

​Voi che ne pensate? Avete fatto in tempo a fare due chat con Emma prima che la spegnessero? Scrivetelo nei commenti!