Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
lunedì 13 luglio 2026
The Handmaid's Tale [Stagione 1]
Xiaomi Smart Band 10
Quattro anni e passa. Se ripenso a quanto scrissi quando passai dal Mi Band 2 alla versione 6, mi rendo conto che stavolta il tempo è stato molto più generoso col vecchio bracciale: non un capriccio, ma una sostituzione vera e propria, visto che ieri è perito dopo aver vibrato inspiegabilmente per quindici minuti. Il display del Mi Band 6 è sopravvissuto a non so quante escursioni, scogli, botte a lavoro, corse e colpi di sole. Del cinturino avevo pure una fornita collezione di riserva visto che era l'unica cosa fragile e la batteria, dichiarata con autonomia di 14 giorni, durava quasi un mese. Xiaomi nel frattempo ha cambiato nome alla linea togliendo il "Mi" e chiamandola semplicemente Smart Band, il salto generazionale che ho fatto è quello dalla sesta alla decima.
La prima cosa che si nota togliendolo dalla scatola è che il corpo è cresciuto, ma non stravolto: parliamo di un display AMOLED da 1,72 pollici, contro l'1,56 del Band 6, con una risoluzione di 212 per 520 pixel che porta la densità a 326 PPI, la stessa cifra tonda che Xiaomi ripeteva già tre generazioni fa, segno che quella densità evidentemente basta e avanza per un pannello di queste dimensioni. Il refresh rate resta fermo a 60 Hz, il che sulla carta suona quasi anacronistico nel 2026, ma nell'uso quotidiano di una smartband, dove si guarda l'orario o si scorre una notifica in un paio di secondi, non ho trovato nessuna scattosità fastidiosa. Anzi va tutto benissimo purché la batteria duri molto anche in questo caso. La luminosità massima invece è salita parecchio, fino a 1500 nit, e questo sì che si sente: nelle giornate di sole pieno, quelle in cui col Band 6 dovevo fare ombra con la mano per leggere i dati del percorso, adesso lo schermo resta leggibilissimo anche in piena controluce.
Il corpo in alluminio della versione standard misura 46,57 per 22,54 per 10,95 millimetri, sensore cardiaco escluso, per un peso dichiarato di 15,95 grammi senza cinturino: leggero al polso quasi quanto il vecchio modello, nonostante lo schermo più grande, merito di cornici simmetriche ridotte a 2 millimetri che portano il rapporto schermo-corpo dal 66 al 73 per cento. La resistenza all'acqua rimane fissata ai 5 ATM di sempre, quindi doccia, mare e sudore non sono un problema, ma per le immersioni vere e proprie il discorso resta un altro. La batteria, una unità da 233 mAh, è di fatto la stessa capacità della generazione precedente, e infatti l'autonomia dichiarata resta sui 21 giorni di utilizzo standard, che scendono a 9 con lo schermo sempre acceso o a 8 con un uso più intensivo dei sensori. Nel mio caso, sevza notifiche attive, monitoraggio del sonno e cardiofrequenzimetro impostato non continuativo , spero di viaggiare nuovamente vicino alle tre settimane, il che per un dispositivo di questa fascia resta un valore che fa impallidire qualsiasi smartwatch vero. La ricarica, tramite il solito (diverso dal precedente però) connettore magnetico proprietario è una rottura di palle.
Sul fronte software il salto è quello da MIUI per Xiaomi Wear alla nuova interfaccia basata su HyperOS 2, con oltre 200 quadranti disponibili . Le modalità sportive sono lievitate oltre le 150, con il calcolo di parametri come il VO2 max, il carico di allenamento e i tempi di recupero stimato, roba che quattro anni fa era riservata a fasce di prezzo ben superiori. È stata migliorata anche la modalità nuoto, con monitoraggio della frequenza cardiaca in acqua e un conteggio vasche più preciso grazie a un sensore di movimento a nove assi. Per il resto la dotazione sensoristica ricalca quella che conoscevo già: cardiofrequenzimetro continuo, SpO2, monitoraggio dello stress e del sonno con tanto di fasi REM, giroscopio, bussola elettronica e sensore di luce ambientale per la regolazione automatica della luminosità.
Quello che invece non è cambiato, ed è un peccato dirlo dopo quattro anni di attesa, è l'assenza di NFC e di GPS integrato nella versione base italiana: per chi come me si accontenta di agganciare i dati di posizione tramite lo smartphone durante le camminate non è un dramma, ma resta l'unico vero limite strutturale di una gamma che per il resto è cresciuta ovunque, tranne che nel prezzo , visto che si è rimasti intorno ai 35€ su Amazon (tra l'altro pagabile in tre rate a zero interessi) . Poca roba in assoluto , soprattutto se paragonata a quanto costerebbe uno smartwatch con le stesse funzioni.
Tirando le somme, il decimo Mi Band, o Smart Band che dir si voglia, non stravolge nulla rispetto a quello che Xiaomi fa ormai da anni, ma affina quel poco che c'era da affinare: schermo più grande e luminoso, software più fluido, qualche sensore in più per chi si allena sul serio. Per uno come me, che di questi bracciali ne ha visti passare al polso fin dal primo Mi Band (sono passati oltre dieci anni) , resta la conferma che a volte non serve reinventare la ruota, basta oliarla bene.
domenica 12 luglio 2026
Bruce Sterling - Il Chiosco
La prima parte funziona bene. Si segue Borislav, proprietario di un chiosco in una città dell'est Europa mai nominata esplicitamente ma che sembra ricalcare Belgrado, dove vende ai bambini figurine di giocattoli trasformabili in oggetti reali tramite un vecchio fabbricatore. Quando una turista dell'Unione Europea gli acquista in blocco tutto il contenuto del chiosco, Borislav ne approfitta per procurarsi da un ricettatore un nuovo fabbricatore, capace di generare oggetti indistruttibili partendo da una misteriosa polvere gialla. Fin qui la costruzione del mondo, il personaggio e l'atmosfera cupa tipica di Sterling mi avevano conquistato, con quel retrogusto di guerra civile jugoslava (almeno per ciò che mi immagino io) che si respira sotto la superficie fantascientifica.
Il problema arriva nella seconda metà, molto più breve della prima, dove tutto sembra precipitare senza il respiro necessario. Le pressioni sui diritti di duplicazione e di immagine che spingono Borislav a parlare quasi di politica, a farlo entrare all'interno della guerra tecnologica ed economica che coinvolge il futuro stesso dei mercati europei, tutto questo viene buttato giù con una fretta che ho trovato eccessiva. Ho avuto la sensazione che l'autore avesse in mano più materiale e più idee di quante ne servissero per un racconto di queste dimensioni, e che negli ultimi capitoli abbia deciso di chiudere in fretta piuttosto che sviluppare con calma quello che aveva costruito, risultando così un po' sconclusionato.
Peccato, perché l'idea di base e la prosa, pungente anche nella traduzione italiana curata dalla moglie dello stesso Sterling (Jasmina Tesanovic) insieme a Salvatore Proietti, meritavano una chiusura più solida. Anche se non sono sicuro che i "nanotubi di carbone" sia esatto o un errore rispetto a "carbonio". Resta comunque una lettura che si consuma in fretta e che, nonostante lo squilibrio tra le due metà, lascia intravedere perché Sterling sia ancora oggi una voce di riferimento della fantascienza.
sabato 11 luglio 2026
Anello del Matanna
venerdì 10 luglio 2026
Iron Maiden - The X Factor
Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.
Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.
Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.
giovedì 9 luglio 2026
Connie Willis - L'Ultimo Dei Winnebago
Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.
L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.
Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.
Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.
Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.





