sabato 14 febbraio 2026

Pink Floyd - Atom Heart Mother

 A cow in a field, with its back in the view. The head of the cow is seen facing towards the camera.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1970
Tracce: 5
Formato: vinile
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Sono decine gli album storici o addirittura i gruppi musicali di cui non ho ancora scritto neanche due righe. Mi dico che è arrivato il momento, e ci provo, sebbene non sia il loro album più rappresentativo, ma che posseggo nel formato da "intenditori".

Atom Heart Mother è uno di quei vinili che ho guardato (soprattutto), toccato e ascoltato (in tempi remoti) più volte con rispetto, pur non venerando i Pink Floyd come una divinità. È un disco che appartiene a un’altra epoca della band, una fase in cui stava ancora cercando se stessa e provando strade che non sempre tornano facili o immediate per l’ascoltatore. Si tratta del disco con la mucca in copertina, senza nome del gruppo o titolo. Abbastanza famosa ed iconica come immagine.

Qui i Floyd si lanciano in qualcosa di ambizioso e strano: la suite che dà il titolo all’album prende tutta la prima facciata del vinile ed è lunga quasi ventiquattro minuti, con orchestra e coro che si intrecciano a un rock psichedelico che respira, sospira, esplode e si ritrae. Non è il loro percorso più “pulito” o più vicino alla perfezione, ma ha uno spirito di sperimentazione che lo mette in una categoria a parte, meno canonica e cerca di spingersi oltre i confini del suono. 

Da quella parte spigolosa e lunghissima, escono passaggi di grande suggestione e altri che suonano decisamente meno immediati. È un rischio che la band ha corso: un pezzo così lungo, così libero da strutture tradizionali, ti chiede attenzione e tempo, e non tutti vogliono concedergliene tanto. La storia della suite è famosa proprio per questo — nacque lenta, si allargò con l’orchestra e il coro, e per qualcuno resta un esperimento curioso più che una sinfonia rock memorabile. 

Il lato B, invece, è un piccolo caleidoscopio di momenti diversi: c’è la delicatezza di If, l’ironia serena di Summer ’68 e la delicatezza acustica di Fat Old Sun, fino alla divertente e quasi surreale Alan’s Psychedelic Breakfast, che sembra più un collage sonoro che una canzone. Tutto questo lato è più “comprensibile” per chi ama il Pink Floyd e vuole un equilibrio tra rock e psichedelia, e si lascia ascoltare con piacere senza troppe resistenze.

Amo questo vinile per quello che rappresenta: non il capolavoro assoluto, non il disco con le canzoni più belle, ma un punto di passaggio. Un lavoro in cui i Pink Floyd mostrano lati curiosi del loro ambito creativo e una sincera voglia di esplorare senza la bussola della forma canzone tipica. Alcuni lo trovano confuso, altri distante, e anche gli stessi membri della band in seguito lo hanno definito un esperimento non del tutto riuscito — e forse proprio per questo mi affascina. 

Atom Heart Mother resta un disco che non ascolto da secoli ma che possiedo con una certa venerazione non reverenziale. Non lo metto sul piedistallo, ma ne riconosco l’audacia, la sua stranezza e quel suo equilibrio tra orchestra, improvvisazione e rock. Un album che va vissuto al di là delle aspettative e delle etichette, e che ti ricorda che i Pink Floyd non sono mai stati la band più facile da cantare a memoria — e forse è proprio per questo che vale la pena tenerlo nel giradischi.  

venerdì 13 febbraio 2026

Father Mother Sister Brother (2025)

 
Regia: Jim Jarmusch
Anno: 2025
Titolo originale: Father Mother Sister Brother
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
 
 
Stasera sono andato al cinema, non per vedere un film o uno spettacolo, ma per vedere Zizzi. Arrivato in ritardo con la pellicola abbondantemente verso la fine, nella pratica ho guardato solo l'ultimo episodio. Ho dato un bel 5 politico sulla fiducia e per rispetto, anche se devo ammettere che non mi abbia preso molto. Beh, in realtà neanche lo ho trovo soporifero però e per non lasciare un vuoto nella storia delle recensioni ho chiesto a VIKI di spiegarmelo o quantomeno farmi un'analisi:
 

Father Mother Sister Brother è un film a episodi che usa la famiglia come lente per parlare di identità, potere, dipendenza emotiva e incapacità di comunicare. Non è un melodramma classico e non cerca la lacrima facile: è un’opera asciutta, quasi clinica, che osserva i rapporti più intimi come fossero un campo minato.

La struttura è divisa in tre segmenti autonomi ma tematicamente collegati.

1. Father

Il focus è sulla figura paterna, spesso rappresentata come autorità silenziosa, presenza ingombrante o assenza che pesa quanto una presenza. Non c’è il padre eroico: c’è l’uomo con le sue fragilità, il suo bisogno di controllo o la sua incapacità di amare senza condizioni.

Tema centrale: il potere. Il padre è il primo modello, ma anche il primo conflitto.

2. Mother

È probabilmente il segmento più emotivamente ambiguo. La madre non è solo accudimento: è ambivalenza, è protezione che può diventare soffocamento. Il film evita qualsiasi santificazione e mostra una figura materna complessa, profondamente umana.

Tema centrale: la dipendenza affettiva. Chi protegge chi? E a quale prezzo?

3. Sister / Brother

Qui le relazioni diventano orizzontali. Il film passa dal potere verticale (genitore-figlio) alla competizione, alla rivalità, alla complicità tra pari. Il fratello o la sorella diventano specchi deformanti: ricordano chi eri, cosa non sei diventato, cosa ti è stato tolto o cosa hai sottratto.

Tema centrale: identità e confronto. Non c’è mai un vero equilibrio, solo adattamenti.

Cosa tiene insieme tutto

  • Dialoghi essenziali
  • Lunghi silenzi
  • Atmosfere intime, quasi teatrali
  • Assenza di musica manipolatoria
  • Finali aperti

Il film non offre soluzioni. Non c’è una riconciliazione epica né una morale rassicurante. C’è piuttosto una constatazione: la famiglia è il luogo dove impariamo ad amare, ma anche dove impariamo a ferire.

Perché può lasciare spiazzati

È un film che lavora per sottrazione. Se ci si aspetta colpi di scena o un arco narrativo tradizionale, si rischia la delusione. Qui conta più il sottotesto che l’evento. È un cinema che richiede attenzione e pazienza.

In sintesi

Un’opera compatta, cerebrale, emotivamente trattenuta. Non sempre calorosa, ma coerente e lucida nel raccontare le crepe invisibili della famiglia contemporanea. Non è un film che “piace” a tutti: è un film che resta addosso, magari non subito, ma qualche ora dopo, quando ripensi a uno sguardo o a una frase non detta.

mercoledì 11 febbraio 2026

Korn - Follow The Leader

 A child hopscotching off a cliff and a gathering of kids waiting to follow
Artista: Korn
Anno: 1998
Tracce: 25
Formato: CD
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Era l'album in scaletta per ieri, ma non cambia assolutamente niente e lo scrivo tanto per ricordare.  

Follow the Leader dei Korn arriva in un momento per me contraddittorio, perché il nu metal era un genere che inizialmente guardavo con parecchio sospetto. Venivo da altri suoni, altre strutture, altre ossessioni musicali. Eppure il primo album omonimo dei Korn aveva già iniziato a scalfire quelle resistenze, mostrando qualcosa di diverso, di disturbante e sincero, che non riuscivo a liquidare come semplice moda.

Con Follow the Leader quella curiosità si è trasformata in ascolto vero e proprio. È un disco più consapevole, più strutturato e anche più ambizioso, che prende quanto di buono c’era agli inizi e lo espande senza snaturarlo. Le atmosfere restano cupe, opprimenti, spesso sgradevoli nel senso buono del termine, ma acquistano una dimensione quasi cinematografica, capace di trascinarti dentro un disagio che non cerca consolazione.

Jonathan Davis è il perno emotivo di tutto: voce spezzata, urlata, sussurrata, sempre sull’orlo del collasso. Non canta per piacere, canta per sopravvivere, e questo resta uno degli elementi che più mi ha fatto rivalutare i Korn rispetto ad altre realtà del genere. Anche musicalmente il disco funziona: riff ossessivi, basso ipnotico, groove che ti resta addosso e una produzione che rende tutto più massiccio senza perdere quell’aura malsana. E anche con le prime 12 tracce silenziose, di 5 secondi l'una: un minuto di silenzio in omaggio a Justin, un ragazzo malato terminale. 

Follow the Leader non mi ha fatto amare il nu metal in senso lato, ma ha consolidato il mio rispetto per i Korn. È uno di quei dischi che ascolti perché ti mette a disagio, perché non cerca approvazione e perché, nel bene e nel male, suona sincero. Per me rappresenta il momento in cui ho smesso di respingerli per principio e ho iniziato ad ascoltarli senza pregiudizi, riconoscendo che, almeno in questo caso, dietro l’etichetta c’era molta più sostanza di quanto volessi ammettere all’inizio.

martedì 10 febbraio 2026

Dark Quarterer - The Etruscan Prophecy

 The Etruscan Prophecy
Artista: Dark Quarterer
Anno: 1989
Tracce: 6
Formato: CD
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Avevo pronta un'altra recensione, ma appena saputo della morte di Fulberto Serena, storico chitarrista dei Dark Quarterer, ho deciso di buttare giù due righe per omaggiarlo. Oltre allo splendido War Tears, ho il privilegio di avere anche The Etruscan Prophecy, il secondo album della band heavy metal piombinese, in cui era presente questo splendido chitarrista che ci ha appena abbandonati. 

Quando mi sono imbattuto in The Etruscan Prophecy, ho avuto la netta sensazione di entrare in un luogo sonoro dove il tempo non corre come altrove. Non è un disco comodo, né immediato, e proprio per questo porta con sé un fascino tutto suo, un po’ oscuro, un po’ misterioso, profondamente radicato nella tradizione più epica e nello stesso tempo stranamente fuori dal tempo. 

La formazione, allora composta da Gianni Nepi (voce e basso), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria), il disco si muove con passi lunghi e solenni, come se fosse concepito per raccontare storie antiche attorno a un fuoco collettivo. La title track, quasi dieci minuti di suono lento e narrativo, è l’esempio più chiaro di questo approccio: non è solo una canzone, è una piccola saga metallica che si sviluppa tra riff evocativi e cambi di atmosfera. 

L’apertura con “Retributioner” ti piomba addosso con un riff deciso, quasi telegrafico, che ti dice subito che qui non si viene a fare il semplice “metal da ascolto”, ma una musica che richiede attenzione. Brani come “Piercing Hail” e la spettrale “Devil Stroke” (tra le mie preferite) ampliano questo immaginario con tessiture più complesse, dove momenti acustici e passaggi quasi progressivi si intrecciano senza mai perdere quel senso epico e leggermente malinconico che sembra essere il filo rosso dell’intero lavoro. 

La produzione lascia chiaramente intravedere il suo tempo e i limiti dello studio in cui fu registrato, ma curiosamente questa imperfezione contribuisce all’atmosfera: c’è una sorta di patina vissuta che rende tutto più autentico, come se stessi ascoltando un documento emerso da qualche archivio dimenticato.

Il punto di forza dell’album, almeno per me, è proprio questa sua doppia natura: da una parte c’è la tecnica e la costruzione di canzoni lunghe e articolate, dall’altra una tensione evocativa che raramente suona gratuita o fine a se stessa. È un disco che cresce con l’ascolto, che si svela a piccoli strati, e che riesce a restituire un senso di epica metal lontana dai cliché più moderni, più vicina a un’idea di racconto sonoro che ti accompagna e ti cattura.

Proprio nel suo essere un po’ ostico, un po’ lontano dalle mode (di fine ani ottanta), sta la sua forza. È un disco che ti ricorda che il metal può essere narrativa, mito, profezia — e che a volte vale la pena lasciarsi trasportare in territori dove la musica sembra voler raccontare più storie di quante tu sia pronto ad ascoltare al primo impatto.

 Ciao Fulberto Serena. 

lunedì 9 febbraio 2026

Paul Auster - Nel Paese Delle Ultime Cose

 

Autore: Paul Auster
Anno: 1984
Titolo originale: In The Country Of The Last Things
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 176
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Trama del libro e quarta di copertina:
Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c'è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l'oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i "cacciatori di oggetti", persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.

Commento personale e recensione:
Capita, ogni tanto, di sentire il bisogno di una pausa. Nel mio caso, una tregua dalle letture di fantascienza più dichiarate, anche se non necessariamente quelle piene di astronavi, futuri ipertecnologici e mondi lontani. Così ho deciso di virare su Paul Auster, autore che apprezzo moltissimo, e di affrontare Nel paese delle ultime cose, romanzo breve ma tutt’altro che leggero.
Peccato (o forse no) che la pausa sia durata pochissimo: dopo poche pagine è evidente che ci troviamo comunque dentro una distopia. Non fantascienza in senso stretto, certo, ma uno di quei territori di confine che spesso ne condividono l’anima più cupa e riflessiva. Una società collassata, un mondo che si sta letteralmente spegnendo, e l’umanità che sopravvive per inerzia, giorno dopo giorno.
La lettura, però, non mi ha conquistato subito. Anzi. Nonostante la brevità del romanzo, ho incontrato diversi scogli già all’inizio. Il testo è scritto in prima persona (sigh), in forma simil-epistolare (sigh di nuovo) e con una protagonista che si rivolge continuamente a un “tu” indefinito (e qui il sigh diventa corale). Una scelta stilistica che, almeno per i miei gusti, appesantisce la prima parte e contribuisce a una sensazione di lentezza e ripetitività. In più, per buona parte del romanzo, sembra quasi mancare quel “soave modo di scrivere” che spesso associo ad Auster.
Col senno di poi, però, viene da pensare che sia tutto voluto. Un trucco, se vogliamo chiamarlo così. Perché nella seconda parte il libro cambia passo: la narrazione si fa più viva, più tesa, emotivamente più coinvolgente. I personaggi acquistano spessore, il mondo raccontato smette di essere solo una cornice opprimente e diventa materia viva, dolorosa, concreta.
E poi c’è il finale. Bello davvero. Toccante senza essere ricattatorio, coerente con il tono del romanzo ma capace di lasciare il segno. È lì che Nel paese delle ultime cose mostra fino in fondo la sua forza: non tanto come distopia, quanto come riflessione sulla resistenza umana, sulla speranza che sopravvive anche quando tutto il resto è andato perduto. E viene automaticamente pensare a Gaza o Mariupol o Mogadiscio o decine se non centina di altre che hanno visto il terrore. 
Un libro non perfetto, almeno per chi fatica con certe scelte stilistiche, ma che alla fine ripaga la pazienza richiesta. E che conferma come Auster sappia parlare della fine del mondo senza mai dimenticarsi delle persone che lo abitano.

domenica 8 febbraio 2026

Juventus 2 - Lazio 2

 
Rase out, Cicce out, Ikkio out. Ma non importa e mi siedo al bancone, come un veterano del Viet fottuto Nam dopo aver spaccato legna nel pomeriggio. Anche la Juve spacca legna nel primo tempo: gioca in attacco, crea, fraseggia ed è proprio bella. Non una bellezza da superarmodella perché non segna (in realtà si, ma il VAR annulla), però una bellezza tranquilla. Come sappiamo però, Tranquillo morì inculato. Ed infatti sullo scadere del primo tempo, vaccata stratosferica di Locatelli e la Lazio passa immeritatamente in vantaggio senza mai aver creato niente. Ma la palla è tonda e si sa che può andare così. Il secondo tempo inizia subito con un incubo, ovvero il raddoppio dei laziali. Incredibile. Continuiamo comunque ad attaccare come forsennati, ma ci mancano le vere punte, quindi facciamo affidamento sul texano che come al solito segna. Sempre più fondamentale. E finalmente allo scadere il pareggio di Kalulu. Meglio di niente sebbene l'assedio sia stato continuo e costante.