Nel primo pomeriggio arrivo finalmente a Jesi per il check-in, e l’impatto con la città conferma la mia teoria: mentre le persone di buon senso sono sbracate sul bagnasciuga a scacciare l'afa o sigillate in casa con il condizionatore a palla alla faccia di Greta, delle crisi nello stretto di Hormuz e dei rubinetti di Gazprom, io decido che è il momento perfetto per esplorare il centro storico. Ed è una goduria perversa. Le imponenti mura quattrocentesche, che di solito racchiudono il viavai della vita cittadina, oggi racchiudono solo il silenzio e un sole che picchia duro.
Passeggiare per Piazza Federico II, il punto esatto in cui l'imperatore svevo decise di nascere sotto una tenda in mezzo alla piazza (chicca per Funflus) , senza la solita folla intorno ha il suo fascino perverso. Jesi ha questa doppia anima: austera e nobiliare, con i suoi palazzi storici in mattoncini chiari e quel dedalo di vicoli che salgono e scendono, ma anche incredibilmente fiera del suo passato. Mi godo la desolazione urbana, il rumore dei miei passi sul selciato e quell'atmosfera da città che si sta prendendo una pausa prima di riaccendersi a sera.
Qualcuno lo chiamerebbe masochismo, per me questo è il vero relax: muoversi senza fretta, respirare la storia di un posto e, soprattutto, ricaricare le batterie a modo mio. Da domani si fa sul serio. Jesi d'altronde è la base logistica perfetta (e poi economica) per i prossimi tre giorni: abbastanza vicina alla costa per andare a sfidare le falesie e i sentieri del Conero, e strategicamente piazzata per puntare l'auto verso l'entroterra, dove mi aspettano le pendenze e i profili dei monti marchigiani. Gli scarpon(cin)i sono pronti, le tracce Wikiloc pure. Che il viaggio abbia inizio.
Album fotografico Arrivo a Jesi



