mercoledì 21 ottobre 2026

Il tempo libero è diventato un lavoro?

 
C'è una cosa curiosa nel modo in cui viviamo il tempo libero: sembra che non siamo più capaci di limitarci a godercelo. Dobbiamo riempirlo, organizzarlo, ottimizzarlo e, possibilmente, dimostrare di aver fatto qualcosa di interessante. Anche quando smettiamo di lavorare, insomma, rischiamo di continuare a comportarci come se fossimo in ufficio.

Prendiamo un fine settimana qualsiasi. Una passeggiata diventa un trekking da programmare con tanto di traccia GPS, dislivello, chilometri e tempi di percorrenza. Una visita a una città si trasforma in una lista di monumenti da spuntare. Un film non è più soltanto un film, ma qualcosa da vedere, giudicare, recensire e magari inserire in qualche classifica personale. Persino la lettura può diventare una gara contro il numero di libri dell'anno precedente.

Non c'è niente di male in tutto questo. Anzi, pianificare le proprie passioni può essere divertente e permette spesso di ottenere molto di più da una giornata. Il problema nasce quando l'organizzazione prende il posto del piacere e ogni attività sembra avere bisogno di una giustificazione.

Abbiamo davvero bisogno di tornare da un viaggio con la sensazione di aver visto tutto? È indispensabile raggiungere una vetta per poter dire di aver fatto una bella escursione? E se una domenica pomeriggio trascorsa a casa, magari leggendo qualche pagina o guardando un vecchio film, fosse semplicemente una domenica ben spesa?

Il sospetto è che una parte della questione abbia a che fare con il modo in cui oggi raccontiamo le nostre vite. I social network hanno trasformato molte esperienze in occasioni per produrre immagini e contenuti. Non basta più andare in un posto: sembra quasi necessario dimostrare di esserci stati. Il panorama diventa una fotografia, il concerto una sequenza di video sul telefono, la cena un piccolo servizio fotografico prima ancora di assaggiare quello che abbiamo nel piatto.

Naturalmente non è una novità assoluta. Anche prima di Internet le persone scattavano fotografie, collezionavano ricordi e raccontavano le proprie avventure. La differenza è che oggi possiamo farlo continuamente, raggiungendo un pubblico potenzialmente enorme e confrontando le nostre giornate con quelle, accuratamente selezionate, degli altri.

E così il tempo libero rischia di diventare una specie di curriculum personale. Bisogna essere sportivi, curiosi, viaggiatori, lettori, appassionati di cinema, frequentatori di mostre e possibilmente anche ottimi cuochi. Tutto contemporaneamente, perché altrimenti sembra di stare sprecando qualche opportunità.

La cosa paradossale è che spesso abbiamo organizzato le nostre passioni proprio per sfuggire alla routine quotidiana. Poi, però, finiamo per costruirne una nuova, con obiettivi, scadenze e risultati da raggiungere. Cambiano le attività, ma la mentalità rimane la stessa.

Forse la soluzione non consiste nel rinunciare a programmare, né nel fingere che vivere alla giornata sia sempre possibile. Chi ha un lavoro, impegni familiari e un budget da rispettare sa benissimo che un minimo di organizzazione è indispensabile. Si tratta piuttosto di ricordarsi perché facciamo determinate cose.

Camminare in montagna dovrebbe essere un piacere, non soltanto un numero da aggiungere al contatore dei chilometri. Leggere un libro non dovrebbe diventare una competizione con se stessi. Visitare una mostra non richiede necessariamente di conoscere ogni dettaglio dell'artista. E non c'è nulla di male nel trascorrere un pomeriggio senza produrre assolutamente niente di utile, interessante o raccontabile.

Anche annoiarsi, ogni tanto, potrebbe essere una buona abitudine. Non quella noia disperata che ci fa guardare l'orologio ogni trenta secondi, ma uno spazio vuoto nel quale non dobbiamo necessariamente decidere cosa fare dopo. Un tempo che non ha bisogno di essere riempito immediatamente da notifiche, video o programmi per il fine settimana successivo.

In fondo, il tempo libero dovrebbe essere proprio questo: tempo nel quale possiamo scegliere, anche di non scegliere niente.

Non è necessario trasformare ogni giornata in un'esperienza memorabile. Non tutte le domeniche devono diventare un'avventura, non tutte le serate meritano una fotografia e non tutti i momenti devono lasciare qualcosa da raccontare.

A volte una giornata è riuscita semplicemente perché siamo stati bene. Senza aver conquistato una vetta, visitato cinque musei o raggiunto un nuovo record personale sui 7km.

E forse il vero lusso, oggi, non è avere più tempo libero. È riuscire a viverlo senza sentirsi in dovere di dimostrare di averlo utilizzato nel modo migliore.

Se anche il divertimento comincia a sembrarci un impegno da portare a termine, forse è arrivato il momento di fermarci un attimo. Non per pianificare meglio la prossima giornata, ma per ricordarci che, qualche volta, non fare niente è già un ottimo programma. Maremma cane, come sono saggio. 

martedì 20 ottobre 2026

Tesla - Mechanical Resonance

 
Artista: Tesla
Anno: 1986
Tracce: 12
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
In attesa della nuova Tesla volante, parlo di un album d'esordio esplosivo di un gruppo che prende lo stesso nome del mitico scienziato ed inventore, il genio visionario che brevettò la corrente alternata e fu derubato di buona parte del merito storico da Edison Loro non inventano, ma piuttosto adattano un heavy metal a varie influenze blues, rock e progressive. 
I Tesla sono una di quelle band degli anni Ottanta che non si nominano per prime quando si parla del periodo, ma che chi le conosce difende con una fedeltà quasi sproporzionata. 
La prima metà è hard rock diretto e muscolare: EZ Come EZ Go apre con un riff squadrato e sincopato, Cumin' Atcha Live porta dentro intrecci chitarristici di Tommy Skeoch e Frank Hannon che sanno già di classe vera. La seconda metà è dove la band si apre davvero: Modern Day Cowboy, singolo di maggior successo, è una hard rock song con un immaginario western che funziona benissimo; Changes introduce il piano su un mid tempo malinconico dal ritornello travolgente; Little Suzi ha un'intro acustica e marcate influenze zeppeliniane; e Gettin' Better mescola arpeggio languido e riff risoluto in modo quasi senza sforzo. La voce di Jeff Keith, roca e graffiante,  è il centro di tutto: calda, diretta, con quella qualità blues che i cantanti hair metal dell'epoca quasi sempre non avevano. . Non rivoluzionario, non sperimentale, ma onesto, ben suonato, con le radici al posto giusto. Uno di quei dischi che si riscopre sempre con lo stesso piacere.

lunedì 19 ottobre 2026

AA. VV. - Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani

 

Autore: AA. VV
Anno: 2026
Titolo originale: Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani 
Pagine: 395
Voto e recensione: 3/5
Acquista ebook su Amazon 

Trama del libro e quarta di copertina:
Soltanto un nuovo sottogenere della fantascienza, oppure il solarpunk è una vera e propria estetica del futuro? "Solar" è l'energia alternativa ai combustibili fossili; "punk" è la ribellione a un modello di sviluppo insostenibile; insieme sono l'utopia che coltiva la speranza, la scintilla in grado di generare un mondo migliore. Il solarpunk non predica un anacronistico "ritorno alla natura", ma persegue un progresso consapevole, nel quale scienza e tecnologia, usate in maniera trasparente e democratica, ci consentano di raggiungere finalmente l'equilibrio con il pianeta. Undici autori e autrici per dieci racconti che gettano un nuovo sguardo sul domani.
I racconti:
  • “Non è l'essenza di conflitto” – Lorenzo Davia
  • “Gong” – Stefano Carducci e Alessandro Fambrini
  • “Fare cerchio” – Giovanna Repetto
  • “Semina di ossa e terra” – Irene Drago
  • “Tre lezioni di tenebre per il mercoledì ”– Franco Ricciardiello 
  • "Diagramma di flusso con svarione" – Fulvio Gatti
  • “Eloisa e la bomba” – Giulia Abbate
  • “Memetica del collasso” – Flavio Torba
  • “Cartolina dal Lago Maggiore” – Romina Braggion
  • “Gomma” – Silvia Treves

Commento personale e recensione:
Lo ammetto subito: i racconti non sono il mio forte. Io sono un tipo da romanzo, uno che vuole starsene settecento pagine con gli stessi personaggi, affezionarsi, soffrire un po' e poi sentire la mancanza quando finisce tutto. Le antologie le guardo sempre con sospetto, come i buffet degli hotel: tanta roba, qualcosa di buono, qualcosa che lasci nel piatto.

Però stavolta la curiosità ha vinto. Il numero speciale estivo di Urania, "Solarpunk - Nuovi sguardi sul domani", era di quelli che non potevo lasciarmi scappare, perché è da un po' che sento parlare di questa corrente "positiva" della fantascienza e volevo capire di che pasta fosse fatta. Dopo anni di distopie, futuri in rovina e catastrofi a rate, l'idea di qualcuno che prova a immaginare un domani decente mi attirava parecchio. E poi, diciamolo, un po' di ottimismo ogni tanto fa bene anche a uno che fa i turni all'alba.

Il punto di partenza è chiaro: il solarpunk parte dai problemi del nostro tempo, a cominciare da quello ambientale, e invece di piangerci sopra prova ad affrontarli in modo costruttivo. Il "punk" sta nella ribellione, quella dell'umanità che non si arrende alla crisi, un po' come quarant'anni fa i cyberpunk si ribellavano al dominio dell'informatica. Poi ognuno la prende dal suo lato: c'è chi spinge sulla tecnologia, chi sul sociale, chi ci costruisce sopra addirittura un giallo.

Il volume è curato da Franco Ricciardiello, che del solarpunk italiano è praticamente un fondatore (ha messo in piedi anche Solarpunk Italia), e si chiude con un'analisi del movimento firmata da lui e da Giulia Abbate, più una cronologia. Insomma, non è solo una raccolta di storie ma anche una specie di piccola guida al genere. 

Per quanto riguarda queste letture il rischio del solarpunk è appiattirsi su comunità autosufficienti e democrazia dal basso, un po' ripetitive e un po' naif, perché il conflitto resta il motore delle storie. I racconti che mi sono piaciuti di più, e sono in buona compagnia, sono quelli che si pongono i problemi scomodi, vecchiaia, malattia, morte, cose che nemmeno nel miglior futuro possibile si possono evitare. 

Poi ci sono i gusti, che è giusto restino gusti. Il primo racconto (quello di Lorenzo Davia) , per dire, mi ha convinto di più ed era sinceramente ciò che mi aspettavo da questa raccolta. 

 Invece in alcuni casi son rimasto un po' deluso, come se tutto fosse un po' forzato. Mi piacerebbe leggere un romanzo più lungo, per provare. Intanto mi tengo la sensazione che questo solarpunk, con tutti i suoi rischi di buonismo, sia un tentativo serio di guardare avanti senza farsi venire l'ansia. 

Che Dio Ci Perdoni (2016)

 
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Titolo originale: Que Dios Nos Perdone
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
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Torniamo in Spagna con Che Dio Ci Perdoni, titolo originale Que Dios Nos Perdone. È un thriller del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen, che lo ha scritto insieme a Isabel Peña, ed è ambientato a Madrid nell'estate del 2011, con un caldo opprimente, le proteste del movimento 15-M e la città invasa dai pellegrini in attesa della visita del Papa. Come cornice per un thriller poliziesco è davvero bella, e già nei primi minuti si capisce che il film ci tiene a fare le cose per bene.

I protagonisti sono due ispettori di polizia che più diversi non si potrebbe, Velarde, introverso e tartaglione, interpretato da Antonio de la Torre, e Alfaro, impulsivo e iracondo, che ha il volto di Roberto Álamo. Devono dare la caccia a un assassino che colpisce donne anziane, e devono farlo in fretta e senza fare rumore, con il resto della città che ha la testa altrove. Come inizio mi aveva preso, perché il killer era misterioso e i due poliziotti stavano investigando, tra piste da seguire, dubbi e indizi da mettere insieme, e io stavo lì a incastrare i pezzi insieme a loro.

Poi succede una cosa che per me ha spezzato l'incantesimo. Gli sceneggiatori hanno deciso di mostrarci chi fosse l'assassino, e da quel momento la parte investigativa mi è sembrata sbrigativa e casuale, con indizi che arrivano quando servono e collegamenti che si fanno per fortuna più che per bravura. Il guaio è che noi spettatori sapevamo già chi fosse, quindi tutta quella fatica per stanare un colpevole che avevamo davanti agli occhi aveva poco senso. Il film perde la sua tensione migliore, quella del non sapere, e la sostituisce con una caccia in cui il destino dei personaggi mi interessava molto meno di prima.

Ha anche vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastián, e questo mi fa sorridere, perché evidentemente io e la giuria abbiamo visto due film diversi, o più probabilmente io mi aspettavo un mistero e loro hanno premiato altro. Ripeto, non è un brutto film e il clima che costruisce funziona, ma quel cambio di rotta a metà strada mi ha lasciato con un senso di occasione sprecata. Un buon inizio che si sgonfia, e a me è dispiaciuto parecchio.

domenica 18 ottobre 2026

Juventus 0 - Lazio 3

 
La si può definire la prima prova "seria" in Campionato? Non che la Lazio sia questa grande squadra, ma attualmente (risultati alla mano) è molto meglio rispetto ad Juventus che deve ancora ritrovarsi. O meglio, deve almeno fingere di non essere nelle posizioni giuste della classifica. Di passi falsi in Serie A ne abbiamo già collezionati almeno un paio (escludo la partita con il Cagliari per pietà ed ottimismo), quindi per risalire la china era auspicabile una vittoria. Senza se e senza ma. Anche quelle di corto muso, con qualche finalizzazione in attacco. Sempre se ne abbiamo uno. E comunque oltre a non essere pericolosi prendiamo nuovamente gol al primo tiro avversario in porta. Noi sempre lenti e prevedibili. Loro al secondo tiro, raddoppiano. Sembrerebbe sfortuna se non fosse che al ottantatreesimo noi ne abbiamo fatto solo uno. Da fuori area, centrale. Ed il secondo è pure centrale di Conceicao. Senza pretese. Velleitario. Sipario chiuso a due minuti dal termine dei minuti regolamentari. Schiacciati in casa. 

Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa

 


Domenica di pioggia, cielo grigio e voglia di fare qualcosa che non preveda di tornare a casa fradici. Quale occasione migliore per una visita a Palazzo Blu, a Pisa, dove è appena arrivata una mostra dedicata a Edward Hopper? Uno dei miei artisti preferiti (perché sì) , quindi la scelta era praticamente obbligata. Anche perché, quando c'è Hopper di mezzo, riesco a trovare una buona ragione per passare qualche ora davanti ai quadri, pure se fuori il tempo invita a fare tutt'altro.

Ho già avuto occasione di ammirare le sue opere sia a Chicago sia a Roma, ma ogni volta è un piacere ritrovarsi davanti a quella pittura così riconoscibile, capace di raccontare molto anche quando, apparentemente, non succede assolutamente niente. Naturalmente, in entrambe le occasioni mi è mancato l'incontro con I nottambuli (Nighthawks), il suo quadro più famoso, quello del locale illuminato nella notte americana. Un'assenza che ormai considero quasi personale. Per fortuna, comunque, ho l'originale a casa. E chi mi conosce sa benissimo che non sto scherzando. 🤭

La mostra di Palazzo Blu, intitolata Edward Hopper: New York e oltre, non è necessariamente una raccolta di tutti i suoi dipinti più celebri, quelli che si trovano riprodotti ovunque e che anche chi non conosce particolarmente l'arte potrebbe riconoscere al primo sguardo. È però un'esposizione piuttosto ampia, con oltre 150 opere che permettono di attraversare diversi momenti della carriera dell'artista americano, dagli esordi alle opere della maturità. Dipinti, acquerelli, disegni e incisioni restituiscono un'immagine più articolata del suo lavoro, senza limitarsi alle poche tele diventate ormai icone della cultura popolare.

Il percorso si sviluppa attorno ai luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua produzione artistica: Parigi, dove Hopper soggiornò più volte nei primi anni del Novecento, New York, città nella quale visse per gran parte della sua esistenza, e i paesaggi del New England (i miei preferiti) , con le sue case, le coste e gli edifici isolati. Sono ambienti diversi, ma legati da uno sguardo che riesce a trasformare scene quotidiane in qualcosa di molto più suggestivo.

Ed è proprio questo, almeno per me, il fascino di Hopper. La sua pittura sembra spesso raccontare una storia senza concederci il privilegio di conoscerla davvero. Ci sono persone ferme in una stanza, figure che guardano fuori da una finestra, strade quasi deserte, edifici colpiti da una luce netta, interni nei quali sembra essersi appena interrotto qualcosa. Non sappiamo cosa stiano pensando i protagonisti, cosa sia successo prima o cosa accadrà dopo. Eppure viene spontaneo immaginarselo.

La solitudine è certamente uno dei temi più evidenti, ma ridurre Hopper a un pittore di persone sole sarebbe un po' troppo facile. C'è anche il rapporto tra gli individui e gli spazi che abitano, tra la vita privata e il mondo esterno, tra la luce e le ombre. E c'è soprattutto quella sensazione di sospensione che rende le sue immagini così particolari: tutto sembra perfettamente normale, ma qualcosa, senza che si riesca a capire esattamente cosa, ci mette a disagio oppure ci costringe a fermarci a osservare.

La luce, poi, è una protagonista vera e propria. Hopper la usa per costruire gli ambienti, per isolare le figure e per dare una forma concreta a sensazioni che altrimenti sarebbero difficili da descrivere. È una pittura apparentemente semplice, almeno a un primo sguardo, ma proprio questa essenzialità contribuisce a renderla così efficace. Non servono scene spettacolari o composizioni complicate per lasciare il segno. A volte basta una finestra illuminata, una sedia, una strada vuota.

Un aspetto interessante della mostra è anche l'attenzione al rapporto tra Edward e sua moglie Josephine, detta Jo, a sua volta artista e figura fondamentale nella sua vita. Attraverso materiali d'archivio e documenti, il percorso permette di guardare oltre le tele e di avvicinarsi anche alla dimensione personale del pittore. Un modo per ricordare che dietro immagini tanto enigmatiche c'era una persona reale, con le proprie relazioni, abitudini e contraddizioni.

L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, ha quindi il merito di offrire una panoramica piuttosto completa, senza trasformarsi in una semplice sfilata di quadri celebri. Chi cerca esclusivamente Nighthawks e gli altri dipinti più iconici potrebbe forse desiderare qualcosa di diverso, ma chi vuole approfondire l'universo di Hopper ha abbastanza materiale per trascorrere una visita interessante.

Personalmente, non ho bisogno di trovare ogni volta il suo capolavoro più famoso per essere soddisfatto. Con alcuni artisti è bello anche semplicemente ritrovare un linguaggio che si conosce e che continua a funzionare, scoprendo magari un'opera meno nota o osservando con maggiore attenzione qualcosa che in precedenza era passato in secondo piano. E Hopper è uno di quelli che riescono a regalarmi questa sensazione.

Insomma, una domenica piovosa trasformata in un'ottima occasione culturale. Palazzo Blu si conferma una tappa gradita per chi ama le mostre d'arte e questa dedicata a Hopper merita una visita, soprattutto se si apprezza il suo modo particolare di raccontare l'America attraverso paesaggi, architetture e persone apparentemente comuni.

E se qualcuno dovesse chiedermi se, alla fine, mi sia mancato I nottambuli, la risposta è ovviamente sì. Ma non ditelo troppo in giro: l'originale è già impegnato a illuminare il mio salotto.

VERdetto: una mostra interessante e abbastanza completa, ideale per ritrovare uno dei grandi interpreti della pittura americana del Novecento. Non necessariamente una collezione di soli capolavori assoluti, ma un percorso che permette di apprezzare meglio l'evoluzione e la poetica di un artista che, anche quando dipinge il silenzio, ha sempre qualcosa da raccontare.

Album fotografico Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa