lunedì 10 agosto 2026

Castejon de Sos, Pirenei

 

Terzo giorno, terza avventura, e anche stavolta il viaggio è lungo: da Gréoux-les-Bains a Castejón de Sos si attraversa mezza Francia, ma il vantaggio è che si arriva dritti nei Pirenei senza troppi giri. Superata Tolosa il paesaggio si distende e diventa rilassante, tra colline morbide e un traffico finalmente civile dopo il delirio ligure di due giorni fa. Non faccio fatica ad attraversare il confine, facendo il portoghese: le guardie spagnole credono al mio travestimento e mi lasciano passare. Obrigado. Jack 1 - Sanchez e Meloni 0

Ho scelto Castejón de Sos come base perché costa  meno di Benasque e per i trekking che ho in programma non cambia praticamente nulla in termini di distanza. Il paese in sé non ha niente di particolare, lo giri tutto a piedi in cinque minuti, una specie di Canazei dei Pirenei, ma è conosciuto in tutta la Spagna come la culla del parapendio, con la prima scuola fondata qui nel 1985 e da allora meta di campionati nazionali e internazionali, grazie alla posizione nella valle dell'Esera e alla vicinanza con vette come l'Aneto, che con i suoi 3.404 metri è la cima più alta dei Pirenei. Quelli che credevo fossero storni, son quindi umani che volano. 

Nonostante le oltre sette ore di auto, decido di fare una breve escursione fuori programma andando a esplorare i boschi e la Roqueta, l'eremo che domina il paese da un promontorio roccioso. Praticamente nessun dislivello, e seguo per un tratto il Camino del Esera, che non ho idea di cosa sia ma era ben segnato, giusto per sgranchire le gambe, e faccio otto chilometri. Seguo in parte il percorso del fiume, ammiro i crinali che mi sovrastano e mi spavento quando un lupo mi osserva dalla collinetta. Poco dopo sento fischiare il padrone e capisco che è solo un cane.

Torno con calma al mio Hotel Pirineos, semplice, ma confortevole come un van super accessoriato.

Album fotografico Castejon de Sos, Pirenei 

10 Agosto #12

 


E siamo ancora qui, a ricordarti in questo giorno di stelle che cadono e segnano i cieli. Questa volta ne son successe davvero tante dall'ultima chiamata ufficiale che ci siamo fatti, ma so che le sai tutte e che ti sei goduto dall'alto. Sicuramente hai anche scosso il capo o avresti voluto abbracciarmi per consolarmi o stringermi per esultare. E tranchisi, ti sentivo. 

domenica 9 agosto 2026

Gole del Verdon dall'alto e Moustiers-Sainte-Marie

 

Secondo giorno, e anche stavolta la sveglia suona presto come ieri. Il nemico di oggi non sono le code ma il sole, con circa 800 metri di dislivello da smaltire e la certezza che dopo le dieci il caldo sarebbe diventato un problema serio. Quindi il mio terrore era quello di arrivare troppo tardi e beccarmi tutto il sole. Arrivo al parcheggio di Félines, deserto, che sono ancora le 7.30 del mattino, e la scelta si rivela subito quella giusta: il sole resta nascosto dietro il Col de l'Âne per tutta la salita, un regalo che a quest'ora e con queste temperature vale più di qualsiasi panorama.

Imbocco l'anello del sentiero numero 5 in senso orario, così da affrontare la salita più dolce all'andata e lasciarmi la discesa più ripida per il ritorno, quando le gambe sono già calde. Si sale tra i boschi di Félines, si tocca il Col de l'Âne a poco più di 1.090 metri, e poi si prosegue sulla cresta verso il Col de Plein Voir, oltre i 1.160 metri. Qui il sole inizia a farsi sentire, ma la vegetazione che accompagna il tratto di cresta fa ancora da schermo naturale, e io ne approfitto senza lamentarmi. La discesa verso valle si rivela più impegnativa di quanto avessi previsto, tra tratti ripidi e sassosi, ma ricompensa ogni passo con scorci sulle gole del Verdon che meritano davvero la fatica.

Torno al parcheggio dopo circa quattro ore di cammino e non lo riconosco più: da deserto che era all'alba si è riempito di auto di gente diretta al lago, anche se per un attimo mi è scappato di pensare "al mare". Mi concedo una pausa, poi risalgo su Suzukina e punto verso Moustiers-Sainte-Marie, che non è famoso per il gemellaggio con Montelupo Fiorentino  ma ha ben altri motivi: è un borgo che sembra incastrato dentro la roccia. Le gambe avrebbero anche diritto al riposo, ma non resisto e mi faccio un'altra piccola camminata fino alla terrazza panoramica, per poi salire fino alla cappella di Notre-Dame de Beauvoir, arroccata in alto sopra il paese fin dal dodicesimo secolo, da cui il borgo si vede tutto raccolto ai piedi delle rocce, con quello strapiombo che gli dà il carattere che ha reso Moustiers uno dei villaggi più fotografati della zona.

Limonata d'obbligo per rinfrescarmi, poi si riparte verso Valensole, anche se ormai la fioritura della lavanda è finita da qualche giorno e i campi che avrei voluto vedere viola sono già stati raccolti. Pazienza, resta comunque un paesaggio che vale la deviazione.

Album fotografico Gole del Verdon dall'alto e Moustiers-Sainte-Marie 

sabato 8 agosto 2026

Arrivo a Gréoux-les-Bains

 

:Sabato 8 agosto, giornata da bollino nero per chi si mette in viaggio, e infatti io sono parte in causa non possedendo ancora il modulo per il teletrasporto . Sveglia alle 6.30, direzione Provenza, con la consolazione che almeno l'orario mi avrebbe risparmiato il grosso del delirio autostradale. Fino a Genova tutto tranquillo, quasi sospetto. Poi la temperatura ha iniziato a salire e con lei, in maniera perfettamente proporzionale, le code. La Liguria mi ha regalato ore di fila che definire epiche è poco: se Nolan cercava un'ambientazione più moderna per la sua Odissea poteva prendere spunto  tra i caselli liguri d'agosto.

Sono comunque sopravvissuto e arrivato nel primo pomeriggio a Esparron de Verdon, un paesino arroccato che si affaccia su un lago turchese incastonato tra calanchi e boschi, uno di quei laghi artificiali nati negli anni Sessanta dallo sbarramento del Verdon, ma con un pedigree ben più antico alle spalle:  in centro si trovano ancora resti medievali, tra cui un castello. Peccato che io ci sia rimasto giusto il tempo di due foto, perché con 38 gradi reali e temperatura percepita da fusione nucleare non c'era verso di fermarsi più di dieci minuti senza sciogliersi sull'asfalto.

Da lì è stato un attimo arrivare a Gréoux-les-Bains, dove dormirò le prossime due notti e che ho iniziato a girare in lungo e in largo, cotto come un uovo al tegamino ma con la curiosità intatta. È  l'oasi romantica del Verdon, e passeggiando tra le viuzze del centro storico, con le case dalle porte colorate e i passaggi a volte, l'immagine calza bene. Sopra il paese domina quel che resta del castello dei Templari. 

La Provenza di agosto non è quella patinata delle cartoline con i campi di lavanda in fiore, quella stagione è già passata anche se da poco , ma il paesaggio rurale resta comunque il vero protagonista: colline pettinate da ulivi e vigne, boschi che d'improvviso lasciano il posto a pareti calcaree, un'agricoltura che qui convive da sempre con l'attività termale e che ha fatto di questa zona un riferimento per olio, vino e allevamento ovino. Il Verdon, che dà il nome a mezza regione, è il grande filo conduttore di questi giorni, tra laghi color turchese nati da dighe e gole scavate nel calcare del Giurassico, ma di quello che farò domani non dico ancora niente, perché non ho deciso con precisione quale sentiero prendere e mi piace lasciarmi ancora un margine di improvvisazione.

Dopo un buon sorbetto con limoni di Mentone e vaniglia aromatizzata a lavanda, per cena ho optato per un caratteristico Broufado de bœuf.. Ma mi hanno portato un'insalata... 

Album fotografico Arrivo a Gréoux-les-Bains 

mercoledì 5 agosto 2026

David Weber - Il Cadetto Harrington

 

Autore: David Weber
Anno: 2001
Titolo originale: Ms. Midshipwoman Harrington
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 180

Trama del libro e quarta di copertina:
Prima di salvare la Galassia, lei era soltanto il guardiamarina Harrington, poi l'incontro con "pirati" che erano molto più di quanto sembrassero diede inizio alla brillante carriera di "Honor" Harrington.

Commento personale e recensione:

Il cadetto Harrington di David Weber è arrivato nella mia rassegna di letture Delos attraverso l'antologia "I signori della guerra", una raccolta che mette insieme tre romanzi brevi inediti di autori specializzati in fantascienza militare, curata da Bill Fawcett e uscita originariamente nel 2002 con il titolo "The Warmasters". Si tratta del primo capitolo, in ordine cronologico, della lunghissima saga di Honor Harrington, la protagonista che negli Stati Uniti conta ormai oltre una decina di romanzi e milioni di copie vendute, ma che da noi, purtroppo, resta ancora poco tradotta.

La storia segue il primo imbarco della giovane guardiamarina Honor Harrington sull'incrociatore pesante manticoriano War Maiden, tra un carico di lavoro durissimo e l'ostilità di un ufficiale superiore che sembra averla presa di mira fin da subito, fino allo scontro con dei sedicenti pirati che si rivelano essere qualcosa di ben più grande e pericoloso. Più di una volta, leggendo, ho avuto la sensazione che l'impianto fantascientifico fosse più che altro una cornice, uno sfondo su cui Weber innesta una storia che avrebbe potuto funzionare quasi identica in qualunque epoca o ambientazione, storica compresa.

Quello su cui l'autore punta davvero è l'aspetto umano: le dinamiche psicologiche, i rapporti di potere, il senso del comando e i meccanismi politici e gerarchici all'interno di una marina spaziale che, nello spirito, richiama molto da vicino le marine militari del passato. Sono queste riflessioni, più che l'ambientazione futuristica in sé, a reggere il romanzo, e lo fanno con una scrittura solida e ben calibrata. Detto questo, Weber non si limita a usare la fantascienza come semplice tappezzeria: le descrizioni della vita di bordo e soprattutto della battaglia finale sono scritte con mano sicura, e si vede la competenza di un autore che della fantascienza militare ha fatto il suo terreno di elezione.

Nel complesso un buon inizio di saga, capace di far intuire perché il personaggio di Honor Harrington abbia poi avuto una carriera editoriale così lunga e fortunata, anche se qui in Italia, almeno per ora, resta un assaggio isolato di un universo molto più ampio.

martedì 4 agosto 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 4]

 


Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2021
Episodi: 10
Stagione: 4
Iscriviti a Prime Video

Finita anche la quarta stagione di The Handmaid's Tale, vista pure questa in tempi record. Devo però dire una cosa che forse stupirà chi ha seguito i pezzi precedenti: è quella che, fin qui, mi è piaciuta meno. La storia era già stata allungata parecchio anche nelle stagioni precedenti, ma qui almeno si può assistere a una conclusione giusta e, quasi, completa di un lungo arco narrativo. Uso il condizionale perché lo sappiamo tutti che poi si continua, ma come chiusura di un ciclo funziona.

Da qui in poi faccio alcuni spoiler, tanto chi arriva a leggere questo pezzo su VER credo difficilmente non abbia già visto la quarta stagione.

June qui è cambiata moltissimo. Oltre a evitare in maniera quasi sistematica ogni tipo di punizione capitale, nonostante le mille occasioni in cui Gilead avrebbe tutto il diritto e la voglia di farla fuori, continua imperterrita a scappare, a ribellarsi, a colpire. È molto più vendicativa rispetto alle stagioni precedenti, ma anche decisamente più capace, quasi come se nella prima parte della stagione fosse una sorta di Sarah Connor, quella scattante e quasi indistruttibile di Terminator, e nella seconda parte si trasformasse in una specie di Churchill, tutta strategia fredda e determinazione da leader in tempo di guerra. Un cambio di passo notevole rispetto alla June più vulnerabile e reattiva delle prime stagioni.

Questa volta gli episodi sono solo dieci, contro i tredici delle due stagioni precedenti, e nonostante in questi dieci episodi succeda oggettivamente più che nelle altre stagioni messe insieme, il mordente complessivo non è alto quanto mi aspettavo. È come se la quantità di eventi non riuscisse sempre a tradursi in intensità emotiva paragonabile a quella delle stagioni precedenti, forse proprio per l'accelerazione impressa al personaggio di June, che perdendo un po' di fragilità perde anche, inevitabilmente, un po' di quella tensione empatica che mi teneva incollato allo schermo.

Il momento che comunque resta impresso più di tutti è la resa dei conti finale con Fred Waterford,quello in cui June, insieme alle altre ex ancelle, si prende letteralmente la sua vendetta nel bosco, fuori da ogni logica di giustizia formale. Una scena durissima, difficile da guardare, ma che chiude simbolicamente un cerchio aperto fin dal primo episodio della prima stagione, restituendo a June un potere che le era stato negato per troppo tempo.

Nonostante le mie riserve su questa quarta stagione, ci son rimasto sotto lo stesso e procederò sicuramente con la quinta. Nel complesso resta una serie tv davvero bella, di quelle che ti restano addosso anche quando l'episodio finisce, e che continuano a farti pensare a quanto sottile possa essere il confine tra il mondo che conosciamo e quello di Gilead.