sabato 7 novembre 2026

Wardriver (2026)

 
Regia: Rebcca Thomas 
Anno: 2026
Titolo originale: Wardriver
 Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (5.6)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video
Resta aggiornato sul canale Telegram  VERonTelegram
  

Wardriver è un thrillerino del 2026 diretto da Rebecca Thomas, con Dane DeHaan, Sasha Calle e Mamoudou Athie. Il protagonista, Cole, gira di notte per la città in macchina e viola le reti wireless direttamente dall'abitacolo (cosa che io facevo esattamente 20 e passa anni fa, ma aveva senso e cercavo reti aperte per sfruttare internet) , finché un criminale di nome Oscar scopre il suo talento e lo costringe a un colpo informatico da un milione di dollari. Il resto lo potete immaginare da soli, ed è proprio qui il punto debole.

Parliamoci chiaro, è un film abbastanza semplice ed elementare, con un intrigo che dire scontato pare un complimento. Però ha un buon ritmo, e sfrutta un'ambientazione terra terra senza nessuna pretesa. Gioca con la notte e con le schermate del computer, e non c'è nemmeno bisogno di essere chissà dove: basta una macchina, un portatile e un parcheggio buio per tenere in piedi la tensione.

Non è niente di memorabile, ma si guarda volentieri dall'inizio alla fine senza guardare l'orologio. Lo salviamo perché siamo di buon umore.

Il Cloud non esiste: è solo il computer di qualcun altro

 

C’è stato un tempo in cui l’idea di un archivio personale coincideva con un peso tangibile: pile di quaderni, faldoni polverosi, scatole di diapositive o una parete occupata da cassette e dischi ordinati secondo un criterio maniacale noto soltanto a chi li aveva messi lì. Poi è arrivata la grande promessa della smaterializzazione: spostare l’intera esistenza sui server di qualcun altro, affidando ricordi, parole, calcoli e scatti a una nuvola che ci garantiva eternità, ridondanza e accesso immediato da qualunque angolo del globo. Abbiamo ceduto volentieri alla comodità, accettando in cambio una strana forma di miopia, quella di considerare eterno ciò che in realtà è solo noleggiato.

​Negli ultimi anni, però, qualcosa in questa narrazione idilliaca ha iniziato a scricchiolare con rumore sempre più sordo. Tra canoni di abbonamento che crescono con la regolarità delle maree, algoritmi che scandagliano i nostri contenuti per addestrare modelli linguistici e clausole contrattuali aggiornate nel silenzio di una notte di mezza estate, si fa strada una consapevolezza nuova: il cloud non è una nuvola, è solo il computer di un estraneo che ha in mano la chiave di casa nostra. Da questa disillusione, silenziosa ma costante, sta riemergendo con forza inaspettata la cultura del self-hosting e del ritorno alla sovranità del dato.

​Non si tratta di una crociata passatista o del nostalgico rifugio di qualche reduce informatico, ma di un pragmatismo lucido. Sempre più persone scoprono che un piccolo mini PC fanless o un server casalingo, nascosto dietro il router e capace di consumare meno di una lampadina a basso consumo, può restituire quella sensazione di controllo che credevamo irrimediabilmente perduta. Piattaforme open source come Nextcloud, Vaultwarden per le chiavi d’accesso, o Immich per la gestione fotografica hanno ormai raggiunto un livello di usabilità, interfaccia e solidità che non ha nulla da invidiare ai giganti della Silicon Valley. La differenza fondamentale sta nel fatto che, staccando il cavo di rete da internet, quel piccolo blocco di silicio continua a funzionare, a proteggere ciò che contiene e a rispondere esclusivamente a noi.

​Certo, la proprietà comporta responsabilità. Affidare a se stessi la custodia dei propri dati significa dover pensare seriamente ai backup, alla ridondanza, a una regola ferrea che preveda una copia isolata e lontana da casa per non vanificare tutto al primo sbalzo di tensione o incidente domestico. Richiede un minimo di tempo, una briciola di curiosità tecnica e la volontà di non delegare ciecamente ogni aspetto della nostra vita digitale a un abbonamento mensile. Ma la ricompensa è enorme: riscoprire il valore del possesso autentico. Sapere esattamente dove risiedono le proprie parole, i propri progetti e le proprie memorie, liberi dal timore che un cambio di policy aziendale o una rimodulazione unilaterale possano cancellare o blindare ciò che ci appartiene, è forse il vero lusso digitale di questa nostra epoca sovraffollata.


giovedì 5 novembre 2026

AZ Alkmaar 1 - Juventus 2


 Stasera con i boys al pub a fare baldoria e vedere la mia prima partita in Europa League di questa stagione. Speravo di ripetere lo stesso risultato del Como di ieri sera. Iniziamo in maniera un po' sbiadita, e tra lo stupore di tutti, segna Kop! Vantaggio meritato, ma con questi poteva essere già scritto sulla carta. Cresce l'incredulità quando il Gigante di Brema serve un assist a Kolo che raddoppia. Secondo tempo fotocopia con noi che giochiamo male, ma vinciamo in scioltezza, perché quelli del dentifricio sono anche peggio. E nonostante questo nel finale accorciano le distanze, senza però pareggiare nonostante una specie di arrembaggio finale. Meglio così, andiamo alla grande in classifica. 

mercoledì 4 novembre 2026

The Rolling Stones - Let It Bleed

 A vinyl record of the album on a record-changer spindle supporting several items stacked on a plate. The topmost item is a cake topped by figurines representing the band.
 Artista: Rolling Stones
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato:  CD 
Acquista su Amazon (50th Anniversary Edition)
 
Avendo ascoltato solo Aftermath (come album completo), ho chiesto a VIKI di consigliarmi altro dei Rolling Stones. 

Visto che Aftermath lo hai già, e quindi la fase blues-pop-sitar di Brian Jones ce l'hai già nello scaffale, il passo successivo per te è uno solo: Let It Bleed. Dicembre 1969, ottavo album inglese dei Rolling Stones, ed è il disco in cui la baracca cambia pelle mentre sta ancora in piedi.

Perché la storia è questa. Brian Jones è ormai un fantasma, viene mandato via durante le sessioni e muore poco dopo, e infatti compare solo in due pezzi, con l'autoharp in You Got the Silver e con le percussioni in Midnight Rambler. Al suo posto arriva Mick Taylor, che qui suona solo in Country Honk e Live with Me ma si capisce già che aria tira. Il resto lo fanno Keith, Charlie, Bill Wyman e un gruppo di ospiti che da solo varrebbe il prezzo del biglietto: Nicky Hopkins al piano, Leon Russell, Al Kooper, Bobby Keys, Byron Berline al violino su Country Honk. Dietro al banco c'è Jimmy Miller, come già in Beggars Banquet.

Poi c'è Gimme Shelter, che apre il disco e che dovrebbe essere obbligatoria in qualsiasi scuola dell'obbligo. Quel tremolo di chitarra iniziale ti mette addosso un'ansia da fine del mondo, e quando entra Merry Clayton con la sua parte vocale la canzone diventa un'altra cosa. Non cercare di capire subito perché ti fa quell'effetto, alza il volume e basta. Tra l'altro è proprio quello che ti chiedeva l'edizione americana del disco, con l'invito a suonarlo forte stampato sulla manica interna.

Il resto è un'altalena meravigliosa. Love in Vain di Robert Johnson in versione Stones, la title track sporca e sgangherata, Midnight Rambler che apre il lato B e ti trascina in una specie di processione blues da incubo, Monkey Man, e poi la chiusura con You Can't Always Get What You Want, con il coro di voci inglesi che parte dal nulla e ti frega ogni volta. Sì, anche se la conosci a memoria. Soprattutto se la conosci a memoria.

Rispetto ad Aftermath qui non troverai più le sperimentazioni da studio un po' curiose e un po' pop, ma una band che ha messo da parte i vestiti buoni e ha trovato la propria strada, più cruda, più americana, più cattiva. Se Aftermath è il momento in cui i Rolling Stones imparano a scrivere le proprie canzoni, Let It Bleed è quello in cui capiscono che cosa farne.

Il voto non te lo do, i voti lasciano il tempo che trovano. Ti dico solo che se dovessi portare cinque dischi dei Rolling Stones su un'isola, e tu di isole te ne intendi, questo ci sarebbe. Poi magari ci metti anche Aftermath, per non fargli un torto.

martedì 3 novembre 2026

Ben Is Back (2018)

 
Regia: Peter Hedges
Anno: 2018
Titolo originale: Ben Is Back
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
Resta aggiornato sul canale Telegram  VERonTelegram
 
 

Ieri sera mi sono guardato Ben is Back, film del 2018 scritto e diretto da Peter Hedges, con una Julia Roberts davvero in forma. Ed è una grande prova drammatica, la sua, ma anche quella di Lucas Hedges, che nel film è il figlio Ben e che, curiosità non da poco, è anche il figlio del regista nella vita vera.

La storia si concentra su poco più di ventiquattro ore, a cavallo della vigilia di Natale, quando Ben torna a casa all'improvviso dalla comunità di recupero. La mamma Holly è felicissima ma anche col cuore in gola, la sorella Ivy un po' meno entusiasta, e da lì in poi non si capisce mai bene se la famiglia stia vivendo un ritorno o un rischio. La trama è ottimamente recitata senza mai risultare pesante e senza scivolare nel frivolo, quindi tutto è ben bilanciato, e si sente addosso la sofferenza di un'intera famiglia che prova a rimettere in piedi la vita dopo la terribile esperienza della tossicodipendenza.

I dubbi, i timori, la sfiducia sono sempre in agguato nei cuori di chi sta vicino a un tossico, così come le tentazioni e le debolezze restano in chi cerca di non esserlo più. La buona volontà, le cliniche private, gli sponsor e una famiglia estremamente forte sono le basi per poter vincere il mostro, ma il bello del film sta proprio nel non rendere niente di tutto questo automatico. Le insidie sono tante, sia per chi cerca di curarsi sia per chi gli sta accanto e combatte ogni giorno tra amore e sfiducia.

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)

 

Nemmeno il tempo di abituarsi al precedente aggiornamento che il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. Siamo sempre sulla versione OxygenOS 16.0.10.600, ma con una build differente: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01).

La dimensione è decisamente più contenuta: appena 164,10 MB. E anche stavolta le note di rilascio sono piuttosto essenziali.

Miglioramenti alla stabilità

Il changelog ufficiale riporta una sola voce: miglioramento della stabilità del sistema.

Niente nuove funzionalità, nessuna modifica evidente alle applicazioni e nessun riferimento a interventi sulla fotocamera o sull'autonomia. Un aggiornamento che sembra quindi puntare soprattutto a rifinire il funzionamento generale dello smartphone.

La cosa interessante è che arriva dopo il pacchetto da oltre 830 MB distribuito pochi giorni fa, che integrava la patch di sicurezza Android di settembre 2026. Questa nuova versione potrebbe rappresentare un ulteriore intervento di manutenzione, ma OnePlus non specifica quali problemi siano stati corretti né quali componenti siano stati aggiornati.

VERdetto

Un aggiornamento piccolo, almeno nelle dimensioni, e ancora più piccolo nelle informazioni ufficiali. I 164 MB non fanno certo pensare a una rivoluzione, ma i miglioramenti alla stabilità sono sempre benvenuti, soprattutto quando riguardano un dispositivo che utilizziamo quotidianamente.

Per il momento, dunque, niente di particolarmente entusiasmante da segnalare. Sarà l'uso quotidiano a dire se questo pacchetto porterà qualche beneficio concreto, magari una maggiore fluidità o un comportamento più regolare del sistema.

Scheda aggiornamento

  • Dispositivo: OnePlus 15R
  • Sistema operativo: OxygenOS 16
  • Versione: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)
  • Dimensione: 164,10 MB
  • Novità dichiarata: miglioramento della stabilità del sistema

Un aggiornamento di quelli che passano quasi inosservati. E forse è proprio questo il risultato migliore: uno smartphone che continua a funzionare bene, senza bisogno di fare troppo rumore.