sabato 1 agosto 2026

TIMVISION con DAZN MyClubPass e Prime

 
Eh, ebbene sì. Anche quest'anno ci riprovo con un abbonamento per vedere qualche partita della Juventus. Ho approfittato dell'attuale offerta di TIM (la potete attivare fino al 9 settembre) per linea fissa. Ce ne è una simile per linea mobile, ma è limitata alla sola fruizione via smartphone. Quindi per avere più comodità ho scelto questa che comprende DAZN MyClub Pass, Amazon Prime Video e Infinity+ (e ovviamente TIMVISION Play) 

Quindi e siete tifosi di una sola squadra di Serie A, TIM ha lanciato un'offerta che potrebbe essere una delle più interessanti della stagione. 

Ho letto le condizioni economiche e contrattuali per capire come funziona davvero, al di là dello slogan pubblicitario. Ecco i punti più importanti.

Cosa comprende l'offerta

Con un unico abbonamento si ottengono:

  • DAZN MyClub Pass, che permette di seguire tutte le partite di una squadra di Serie A a scelta;
  • Amazon Prime, con tutti i vantaggi del servizio (Prime Video, spedizioni rapide, ecc.);
  • Infinity+, con film, serie TV e la miglior partita del mercoledì di UEFA Champions League;
  • TIMVISION Play.

Il prezzo

L'offerta è proposta in promozione a 9,99 euro al mese per il primo anno. Poi passa a 29,99€ al mese per il secondo. 

Si tratta di un prezzo decisamente competitivo considerando tutti i servizi inclusi, soprattutto per chi non è interessato a seguire l'intero campionato ma soltanto la propria squadra.

Attenzione: è un contratto annuale

Questo è probabilmente l'aspetto più importante.

L'offerta non è un classico abbonamento mensile che si può interrompere in qualsiasi momento senza conseguenze. Il contratto ha infatti durata annuale e viene pagato tramite rate mensili.

Se si decide di recedere prima della fine dei dodici mesi, si continueranno comunque a pagare tutte le rate previste fino al termine dell'annualità.

Posso fare solo il primo anno?

Sì.

Al termine dei dodici mesi l'offerta si rinnova automaticamente, ma è possibile evitare il rinnovo inviando la disdetta almeno 15 giorni prima della scadenza annuale.

In questo modo si usufruisce dell'offerta per una sola stagione calcistica senza proseguire con il secondo anno.

Il decoder TIMVISION è obbligatorio?

No.

Molti pensano che sia necessario utilizzare il TIMVISION Box, ma non è così. Il decoder può essere tranquillamente non richiesto e tutti i contenuti possono essere fruiti attraverso le app ufficiali disponibili per:

  • Smart TV;
  • smartphone Android e iPhone;
  • tablet;
  • PC;
  • Fire TV Stick;
  • Chromecast;
  • Apple TV e altri dispositivi compatibili.

Posso guardare le partite anche fuori casa?

Assolutamente sì.

Una volta attivato l'account DAZN, è possibile accedere anche dall'app per smartphone o tablet e vedere le partite ovunque ci sia una connessione Internet, sia tramite rete Wi-Fi sia utilizzando i dati mobili.

Non è necessario essere collegati alla linea TIM di casa.

Ovviamente ci sono da tenere in considerazione i limiti riguardanti la fruizione contemporanea del servizio. Possiamo usare un solo device per volta. 

Vale la pena?

Per chi segue esclusivamente la propria squadra di Serie A, questa promozione è probabilmente una delle più convenienti attualmente disponibili.

Con meno di dieci euro al mese si ottengono infatti DAZN MyClub Pass, Amazon Prime, Infinity+ e TIMVISION Play, con la possibilità di vedere le partite anche fuori casa e senza alcun obbligo di utilizzare il decoder TIMVISION.

L'unico vero elemento da tenere presente è il vincolo annuale: se si decide di aderire, è consigliabile sfruttare l'offerta per tutta la stagione e ricordarsi di inviare la disdetta almeno quindici giorni prima della scadenza, qualora non si voglia rinnovare automaticamente per un altro anno.

Per il resto, soprattutto al prezzo promozionale di 9,99 euro al mese, si tratta di una proposta decisamente interessante per molti tifosi.



Daniel Keyes - Fiori Per Algernon

 

Autore: Daniel Keyes
Anno: 1966
Titolo originale: Flowers For Algernon
Voto e recensione: 4/5
Pagine: 296
Acquista su Amazon 

 Trama del libro e quarta di copertina:
 Algernon è un topo, ma non un topo qualunque. Con un'audace operazione, uno scienziato ha triplicato il suo QI, rendendolo forse più intelligente di alcuni esseri umani. Di certo più di Charlie Gordon, che fino all'età di trentadue anni, ha vissuto nella dolorosa consapevolezza di non essere molto... sveglio. Ma cosa succederà quando la stessa operazione verrà effettuata su Charlie? Quale sorte accomunerà la sua esistenza e quella del fedele amico Algernon?
Fiori per Algernon è ormai considerato uno dei grandi romanzi del XX secolo, un capolavoro della narrativa di anticipazione: il diario di un uomo che «voleva soltanto essere come gli altri», un romanzo definito dal New York Times «magistrale e profondamente toccante», un'opera che ha ispirato film, serie televisive, musical, che ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula e ha venduto oltre cinque milioni di copie nel mondo.
 
Commento personale e recensione:
"Fiori per Algernon" l'ho preso quasi per caso in libreria pochi giorni fa, l'ho notato sullo scaffale e l'ho comprato lì per lì, senza troppi pensieri perchè sapevo già che si trattava di un cult. Il racconto breve di Daniel Keyes lo avevo letto tantissimi anni fa, ma l'avevo praticamente dimenticato del tutto, e in generale sono sempre stato uno che apprezza di più i romanzi lunghi e ben strutturati rispetto ai racconti brevi. Il romanzo che ho appena finito nasce infatti come ampliamento di quella storia originale del 1959, che valse a Keyes il premio Hugo, mentre la versione estesa del 1966 vinse poi il Nebula.
È un romanzo fragile e insieme straziante, di quelli che lasciano il segno. La cornice fantascientifica non è mai il vero fulcro della storia, ma solo lo strumento attraverso cui Keyes scava a fondo nella psiche del protagonista e nel modo in cui la società tratta chi considera diverso. Non si limita a suscitare empatia verso Charlie: costringe chi legge a riconoscere in lui una parte di sé, quel bambino fragile e silenzioso che continua a osservarci da un angolo della nostra memoria, ancora impegnato, senza saperlo, a inseguire l'approvazione di un passato che non lo ha mai davvero accolto.

Nella parabola che il protagonista attraversa, tra crescita e caduta, il libro mostra con lucidità come la conoscenza, l'arte e la cultura possano dare senso e ricchezza alla vita, ma restino strutture vuote se non sono attraversate dal calore e dall'affetto di un'altra persona. La gentilezza e la fiducia di Charlie vengono continuamente calpestate da un mondo che lo deride o lo tratta come un semplice caso da studiare, con solo qualche rara eccezione capace di commuovere davvero.

Fa male pensare a quanto il diventare adulti, il maturare, somigli spesso a uno scambio ingiusto, dove si cede la purezza di un tempo in cambio di una lucidità che ci lascia esposti e indifesi. Ed è proprio in quella vulnerabilità che ogni traguardo raggiunto con la mente, ogni fatica dell'animo, mostra la sua vera natura: il segno di un bisogno d'amore che appartiene a chiunque, senza eccezioni.

Charlie Gordon, insieme al suo Algernon, non è rimasto nella mia memoria come un semplice personaggio di un libro, ma quasi come una persona reale. Credo che ciascuno di noi, a modo suo, sia un po' Charlie Gordon: sempre impegnato a far pace con quello che è stato e quello che vorrebbe diventare, sempre alle prese con un mondo non sempre accogliente, con la sola speranza di arrivare alla fine del percorso conservando ancora abbastanza tenerezza da fermarsi a lasciare un fiore.

Ho chiuso l'ultima pagina e mi sono accorto di avere gli occhi lucidi.

venerdì 31 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 3]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2019
Episodi: 13
Stagione: 3
Iscriviti a Prime Video


Finita anche la terza stagione di The Handmaid's Tale, e ormai devo ammetterlo: ci sono rimasto sotto. Non riesco più a farne a meno, e ogni volta che chiudo un episodio mi ritrovo già a pensare al prossimo. È evidente che June resti in scena (o meglio in Gilead) per pura volontà di sceneggiatura, per allungare la storia oltre i confini naturali che il romanzo le aveva dato, eppure nonostante questa consapevolezza tutto prende una piega talmente accattivante da farmi passare sopra volentieri all'espediente narrativo.

Non si abbassa affatto l'asticella della pesantezza. Le violenze fisiche e psicologiche continuano a scorrere senza sconti, così come il senso di oppressione claustrofobica generato dal regime teocratico. Se nelle prime due stagioni c'era ancora spazio per un minimo di respiro tra un episodio e l'altro, qui la tensione resta costante, quasi soffocante, e proprio per questo funziona: non permette mai allo spettatore di abituarsi troppo a Gilead, di considerarlo normale.

Per mio puro piacere personale, quello di scoprire pian piano sempre più dettagli sul mondo che circonda la vicenda, questa stagione è stata generosa. Emergono nuovi indizi su Gilead, sul Canada che accoglie i profughi e fa da base per la resistenza, e persino su cosa resti effettivamente degli Stati Uniti dopo il collasso. Ho pure fatto una foto a una cartina geopolitica visibile per pochi secondi durante una scena, di quelle immagini che se ti distrai un attimo ti perdi per sempre. E in effetti non sono l'unico ad averla notata: la produzione stessa, proprio in coincidenza con questa terza stagione, aveva condiviso una mappa ufficiale dei territori contesi di Gilead, la stessa che si può intravedere fuori fuoco anche in una scena  nello studio di un Comandante. Serve proprio a dare finalmente una collocazione più precisa a questo mondo, con la parte orientale degli Stati Uniti sotto il controllo diretto di Gilead, ampie zone del Midwest e del Sud ancora terreno di scontro attivo tra le forze del regime e quel che resta dell'esercito americano, e sacche di resistenza organizzata nel New England, oltre naturalmente al governo legittimo rifugiato in Alaska.

La figura di June mi piace, anche se percepisco che stia evolvendo forse un po' troppo nella direzione dell'eroina, quasi un simbolo vivente della resistenza più che una donna reale alle prese con scelte impossibili. Ma può darsi che quello che leggo come spavalderia sia in realtà dettato da pura disperazione, dal non avere più nulla da perdere dopo tutto quello che le è stato tolto. È una lettura che mi convince più della prima, a pensarci bene: chi ha visto morire davanti a sé le persone che ama e ha perso ogni certezza sul futuro delle proprie figlie smette a un certo punto di calcolare il rischio nel modo in cui lo farebbe una persona con ancora qualcosa da salvaguardare. Nonostante appunto una spinta nel rimanere sia dettata dalla volontà (disperata) di portare via anche Annah.. 



giovedì 30 luglio 2026

I Dominatori Dell'Universo (1987)

 

Regia. Gary Goddard
Anno: 1987
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB (5.4)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video


Mi sono finalmente visto quello "originale" del 1987. Non mi ci ero mai avvicinato, meno male perché probabilmente mi avrebbe traumatizzato la crescita, e ne ho approfittato adesso perché su Prime Video lo tolgono dal catalogo proprio domani sera. Decisamente indegno rispetto a quello del 2026 di cui ho scritto qualche giorno fa, che come sappiamo non è certo un capolavoro. Ma il suo lo fa. Questo del 1987 invece risente troppo di un budget inadeguato, ventidue milioni di dollari che al botteghino ne sono tornati indietro appena diciassette, e di una produzione fin troppo casereccia, diretta da Gary Goddard con Dolph Lundgren nei panni di He-Man e Frank Langella sotto la maschera di Skeletor.

La sceneggiatura non risulta per niente vicina ai personaggi; sono davvero pochi quelli della linea Mattel messi in scena, con una serie di libertà esagerate. He-Man usa più i fucili laser che la spada, quasi tutto si svolge sulla Terra invece che su Eternia, molte situazioni sembrano scopiazzate addirittura da Star Wars, i dialoghi fanno pena. Anche Courteney Cox, anni prima di diventare Monica di Friends, non riesce a salvare granché in un ruolo così scritto male.

Insomma davvero evitabile, se non fosse per la curiosità storica  e per il fascino un po' involontario di certe scelte tanto naif quanto sincere. Ma tra i due film, se dovessi consigliarne uno solo, la scelta è scontata.

mercoledì 29 luglio 2026

Masters Of The Universe (2026)

 

Regia: Travis Knight
Anno: 2026
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 


 

Sono un figlio degli anni Ottanta, quindi per me gli Imén, mica li chiamavo Masters, erano un vero cult. Avevo quasi tutti i personaggi in action figure, castello di Grayskull compreso (ne avevo pure parlato tempo fa in un articolo sui giochi dell'infanzia). Guardavo i cartoni e leggevo i mini fumetti a corredo delle confezioni. I miei preferiti erano sempre i cattivi, anche se poi nei giochi di fantasia in camera mia non c'erano vere fazioni, tutti quanti, Skeletor compreso lottavano per un unico obiettivo: farmi divertire per un pomeriggio intero.

Torniamo al film però. Ho passato abbondantemente i quaranta, quindi non mi è venuta voglia di gridare "per il potere di Grayskuuuull" davanti allo schermo, ma la visione è stata comunque piacevole. L'effetto nostalgia ha avuto la meglio sugli aspetti negativi che un film del genere può portarsi dietro. 

È una boiata? Senza dubbio. Ma fatta bene. Simpatica, forse un po' troppo calcata in alcune gag, ma strizza l'occhio a una trama volutamente puerile in cui puoi riconoscere praticamente tutti i personaggi della serie originale. Qui He-Man è un po' troppo legato al lato bonaccione di Adam, però ci sta che si sia voluto sviluppare un solo protagonista invece di disperdersi su due identità. Un po' dubbioso sulle parti ambientate nel mondo reale, che fortunatamente sono poche, mentre ho apprezzato il bombardamento di CGI nella parte fantasy e fantascientifica di Eternia. Anche i costumi sono coerenti e pure come vengono rappresentati i vari coprotagonisti. Secondo me il lavoro è stato abbastanza epico su questo lato, cattivi in primis.

Colonna sonora cool, che sa quando calcare la mano epica e quando lasciar respirare le scene più leggere. E che altro dire: lo consiglio a chi vuole sorridere per due ore con la piena consapevolezza di guardare un film che probabilmente non dirà ai quattro venti di aver apprezzato.

martedì 28 luglio 2026

Marilyn Manson - Smells Like Children

 

Artista: Marilyn Manson
Anno: 1995
Tracce: 16
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con Marilyn Manson ero parecchio titubante. Il personaggio, ancora prima della musica, era costruito apposta per spaventare: il nome che unisce quello di due icone americane agli antipodi, il trucco pesante, le provocazioni continue, le accuse di ogni tipo che gli piovevano addosso dai benpensanti americani, figuriamoci nella piccola Italia. Non era esattamente il tipo di artista che uno come me, abituato al metal classico e all'hard rock, avrebbe cercato spontaneamente.

Poi arrivò Sweet Dreams in televisione, alla radio, ovunque , e la storia cambiò. Il video, , era disturbante nel modo giusto: quella melodia degli Eurythmics del 1983 trasformata in qualcosa di più lento, più cupo, più minaccioso. Manson ha raccontato che l'idea di coverizzarla gli era venuta durante il suo primo trip acido; il risultato è uno di quei casi in cui la versione cover supera quasi l'originale, o quantomeno la affianca con dignità piena. C'è una cura nella costruzione del suono che va ben oltre il semplice arrangiamento heavy.

Quello che tecnicamente ho tra le mani è un EP, non un album vero e proprio: Smells Like Children è una raccolta di cover, remix e qualche originale, pubblicata tra il debut Portrait of an American Family e il successivo Antichrist Superstar. Oltre a Sweet Dreams ci sono una versione di I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins (trasformata in un incubo lisergico e poi finita nella colonna sonora di Lost Highway di Lynch) e qualche remix e brano sperimentale di diverso livello. Non tutto funziona allo stesso modo: alcune tracce sono più esperimenti di studio che canzoni vere, e certe scelte sono chiaramente fatte per provocare più che per convincere musicalmente.

La sorpresa, comunque, è stata che Manson non mi sembrava poi così estremo. Non conoscendo bene l'inglese i testi non arrivavano a colpirmi nel modo in cui probabilmente erano pensati; e musicalmente, per qualcuno che aveva già digerito metal classico, hard rock pesante e qualche incursione nel nu metal, non era esattamente roba da tapparsi le orecchie. Più industrial e più elettronico di quello a cui ero abituato, certo, ma non il muro invalicabile che il personaggio lasciava immaginare. Quasi una delusione, in senso positivo.