sabato 30 maggio 2026

Arrivo a Jesi

 
Primo giorno di questo lungo ponte Marchigiano per passare dal caldo che attanaglia Piombino a quello che attanaglia Jesi. Il termometro della macchina segna numeri da pieno luglio, eppure siamo solo a fine maggio. Lasciarsi alle spalle una Maremma che già bolle per infilarsi nell’entroterra marchigiano sembra una mossa da autolesionisti, ma c’è un metodo in questa follia. Il viaggio scorre via liscio e, prima di puntare dritto su Jesi, decido per una deviazione fuori programma. Direzione Arcevia, o meglio, una delle sue frazioni più minuscole e fotogeniche: Piticchio. È un castello medievale in miniatura, una di quelle chicche che sembrano rimaste sospese nel tempo, racchiusa dentro mura perfettamente conservate. Il problema è che oggi a Piticchio non gira un’anima: persino le pietre sembrano trasudare calore e i vicoli silenziosi sono così deserti che pare di camminare in un set cinematografico dopo il "vivi e lascia vivere" del regista. Una mezz'ora scarsa di cammino tra mattoni caldi e archi d'altri tempi, giusto il tempo di scattare due foto e ripartire prima di liquefarsi.

​Nel primo pomeriggio arrivo finalmente a Jesi per il check-in, e l’impatto con la città conferma la mia teoria: mentre le persone di buon senso sono sbracate sul bagnasciuga a scacciare l'afa o sigillate in casa con il condizionatore a palla alla faccia di Greta, delle crisi nello stretto di Hormuz e dei rubinetti di Gazprom, io decido che è il momento perfetto per esplorare il centro storico. Ed è una goduria perversa. Le imponenti mura quattrocentesche, che di solito racchiudono il viavai della vita cittadina, oggi racchiudono solo il silenzio e un sole che picchia duro.

​Passeggiare per Piazza Federico II, il punto esatto in cui l'imperatore svevo decise di nascere sotto una tenda in mezzo alla piazza (chicca per Funflus) , senza la solita folla intorno ha il suo fascino perverso. Jesi ha questa doppia anima: austera e nobiliare, con i suoi palazzi storici in mattoncini chiari e quel dedalo di vicoli che salgono e scendono, ma anche incredibilmente fiera del suo passato. Mi godo la desolazione urbana, il rumore dei miei passi sul selciato e quell'atmosfera da città che si sta prendendo una pausa prima di riaccendersi a sera.

​Qualcuno lo chiamerebbe masochismo, per me questo è il vero relax: muoversi senza fretta, respirare la storia di un posto e, soprattutto, ricaricare le batterie a modo mio. Da domani si fa sul serio. Jesi d'altronde è la base logistica perfetta (e poi economica) per i prossimi tre giorni: abbastanza vicina alla costa per andare a sfidare le falesie e i sentieri del Conero, e strategicamente piazzata per puntare l'auto verso l'entroterra, dove mi aspettano le pendenze e i profili dei monti marchigiani. Gli scarpon(cin)i sono pronti, le tracce Wikiloc pure. Che il viaggio abbia inizio.

Album fotografico Arrivo a Jesi 

giovedì 28 maggio 2026

Rush - A Farewell To Kings

 


Artista: Rush
Anno: 1977
Tracce: 6
Formato: CD 
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Con i Rush era stato 2112 ad aprire la porta con un disco futuristico e distopico, con quella suite monumentale che occupava metà del "vinile" e lasciava poco spazio al resto. Abbastanza però per incuriosirmi e andare avanti. A Farewell to Kings  è il disco successivo nella loro discografia, e si porta dietro tutta quella tensione tra grandiosità progressive e rock più diretto che già in 2112 si sentiva.

Il trio canadese con Geddy Lee alla voce e al basso, Alex Lifeson alla chitarra, Neil Peart alla batteria, era in quel periodo nel pieno della sua fase più ambiziosa. Peart aveva preso le redini della scrittura dei testi dopo l'ingresso nella band nel 1974, portando con sé riferimenti alla fantascienza e alla filosofia che avrebbero caratterizzato gli album di quegli anni. A Farewell to Kings non fa eccezione: testi densi, immagini epiche, una voglia di costruire qualcosa di grande che si sente in ogni brano.

Xanadu è il pezzo che più di tutti rappresenta questo disco con undici minuti ispirati alla poesia di Coleridge, con un intro acustico e percussivo che si trasforma progressivamente in qualcosa di più pesante e ipnotico, con Lee che canta di un viaggiatore intrappolato per l'eternità in un paradiso diventato prigione. Closer to the Heart è il brano più accessibile e immediato, quello che funziona anche senza il contesto del resto del disco. La title track apre il disco con una chitarra acustica classicheggiante che non ti aspetti, e che dimostra quanto Lifeson fosse un chitarrista più versatile di quanto il genere farebbe pensare. Cygnus X-1 chiude con quasi dieci minuti di space rock progressivo e la storia di un astronauta risucchiato in un buco nero, da continuare nell'album successivo.

Secondo me rispetto al precedente richiede qualche ascolto in più per entrare. Ma per chi aveva trovato in 2112 qualcosa di affascinante, A Farewell to Kings è il passo naturale, magari più maturo, più stratificato, con quella stessa ambizione applicata con maggiore consapevolezza.

mercoledì 27 maggio 2026

Blue Oyster Cult - Secret Treaties

 

Artista: Blue Oyster Cult
Anno: 1974
Tracce: 8 + 5
Formato: CD 
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Dopo Agents of Fortune era inevitabile curiosare nel resto della discografia dei Blue Öyster Cult. The Reaper aveva aperto una porta, e dietro quella porta c'era un mondo più oscuro e meno accessibile di quanto mi aspettassi. Secret Treaties  è il terzo album, quello che i fan e i critici indicano quasi unanimemente come il loro capolavoro, registrato prima che arrivasse il grande successo, quando la band aveva ancora quella fame che poi il mainstream tende a smussare.

È un disco che non ti viene incontro. Rispetto alla fluidità melodica di Agents of Fortune, qui c'è qualcosa di più spigoloso, di più oscuro, un hard rock che guarda al prog e al psichedelico senza rinunciare alla durezza, con testi che mescolano riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale, all'occulto e a immagini inquietanti che non sempre si lasciano decifrare facilmente. Già la copertina dice qualcosa: la band in tuta da volo davanti a un Messerschmitt ME 262, uno degli aerei da guerra tedeschi, una delle ossessioni dichiarate del gruppo. Non è rock da ombrellone.

Career of Evil  scritta da Patti Smith,  apre il disco con un riff che taglia come un coltello, con quel refrain inquietante che rimane in testa più del previsto. Subhuman è il brano più pesante e claustrofobico, con cambi di ritmo e atmosfere che evocano qualcosa di difficile da nominare. Dominance and Submission cresce su un riff asciutto e diretto fino a un finale che si apre in modo inatteso, con organo e chitarra che vanno da parti diverse e ci arrivano ugualmente. E poi c'è Astronomy, il brano conclusivo del disco originale (ma nel CD ci saranno altri 5 extra) il più amato dai fan, quello che molti considerano una delle grandi ballate rock del decennio, con le chitarre che si amalgamano alle tastiere in modo quasi cinematografico.

Non è il disco che avrei scelto per avvicinarmi alla band, per quello rimando ad Agents of Fortune. Ma è quello che spiega meglio cosa fossero davvero i Blue Öyster Cult: una band che stava costruendo qualcosa di nuovo, in un momento in cui l'heavy metal non aveva ancora un nome preciso, e loro stavano già contribuendo a darglielo. 

martedì 26 maggio 2026

Pantera - Vulgar Display Of Power

 
Artista: Pantera
Anno: 1992
Tracce: 11
 Formato: CD
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Con i Pantera il tentativo l'ho fatto nel modo più ragionato possibile: invece di prendere il primo disco che capitava, andai a cercare cosa consigliassero le riviste di settore. Vulgar Display of Power tornava fuori quasi ovunque, era uno dei più importanti della band, dicevano, e chi ero io per dubitarne. Lo presi, lo ascoltai, e aspettai che entrasse.

Non è entrato.

Non è una questione di qualità oggettiva perchè il disco è costruito bene,  Darrell alla chitarra è tecnicamente inattaccabile, e capisco perfettamente perché sia considerato un riferimento del groove metal. Ma c'è qualcosa nel suono dei Pantera che non riesce a fare breccia nel mio ascolto: le intro delle tracce si somigliano troppo, con quei riff martellanti che si ripetono in modo quasi rituale prima che il brano decolli davvero. E poi c'è Phil Anselmo con la sua voce rabbiosa, urlatissima, aggressiva per principio. Non è un difetto in assoluto, è un approccio vocale che funziona per chi ci entra dentro. Io non ci sono mai entrato.

Mouth for War apre il disco come una porta che si sfonda a spallate, efficace, diretto, indubitabilmente potente. Walk è il brano più noto, con quel riff che è diventato un classico del genere e un ritornello che ancora oggi riconosco istantaneamente. This Love sorprende per una dinamica insolita, con un'intro più morbida che poi esplode nel modo consueto. Sono brani che funzionano, e lo so.

Ma alla fine del disco resto sempre un po' fuori, come davanti a una festa in cui la musica è alta e tutti sembrano divertirsi, e tu non riesci a capire esattamente perché non ti stia divertendo anche tu. Il cd è in collezione, ci mancherebbe. Ma non è tra quelli che rimetto su volentieri.

lunedì 25 maggio 2026

Queen - Queen

 
Artista: Queen
Anno: 1973
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queen ho fatto il percorso che si fa quasi sempre con le grandi band: prima i dischi più celebrati, poi a ritroso verso le origini. Dopo Innuendo, The Miracle, A Kind of Magic e News of the World, prima o poi arriva il momento di chiudere il cerchio e tornare all'inizio. Il disco omonimo del 1973 è esattamente quello, l'inizio, nel senso più letterale del termine.

È un disco acerbo, e lo si sente. Non c'è ancora la grandiosità orchestrale che avrebbero sviluppato negli anni successivi, non ci sono gli inni da stadio, non c'è quel senso di inevitabilità che i Queen migliori trasmettono. C'è però già tutto il materiale grezzo: la chitarra di Brian May, costruita artigianalmente, che ha già un suono riconoscibile e unico. La voce di Freddie Mercury, che già qui mostra un'ampiezza e una duttilità fuori dal comune. E una voglia di mescolare hard rock, glam, prog e teatralità che non aveva ancora trovato la forma definitiva ma era già chiaramente lì.

Keep Yourself Alive è il singolo d'esordio con il riff di May potente e diretto, Mercury che canta come se stesse già riempiendo arene che all'epoca non aveva ancora visto. Liar è il brano più ambizioso del disco, quasi sei minuti in cui la band esplora cambi di tempo e dinamiche che anticipano quello che avrebbe fatto di lì in poi. Seven Seas of Rhye chiude in modo forse un po' brusco ma lascia intendere dove stessero andando anche se la versione completa sarebbe arrivata nell'album successivo.

Non è il disco da cui consiglio di iniziare. Ma è quello da avere e da ascoltare con la giusta prospettiva, non come un capolavoro, ma come il punto zero di una delle band più grandi della storia del rock. Ascoltato dopo tutto il resto, ha un suo fascino particolare: si riconoscono i semi di cose che sarebbero diventate enormi.

domenica 24 maggio 2026

Torino 2 - Juventus 2

 
Ultima partita di questo Campionato che per la Juve pare la quinta stagione di The Boys. Ma non si riprende neanche nel finale. Per un non meglio precisato incidente tra ultrà e forze dell'ordine addirittura la gara inizia con oltre un'ora di ritardo quindi non c'è la contemporaneità con gli altri campi. A fine primo tempo così sapevamo già i risultati finali dagli altri campi, che ci portano dritti dritti in Europa League. Tanto se i soldi della Champions devono essere spesi per De Gregorio, Openda, David etc etc etc, tanto vale averne meno e fare con poco. Ci sta pure che si vada più avanti. Ci sta, ma non si sa mai. Comunque il gol del vantaggio arriva in un primo tempo brutto in cui subiamo poco, ma concludiamo senza alcuna verve. Nella ripresa invece il Torino si è annientato totalmente almeno all'apparenza, anche in fase difensiva e riusciamo ad essere più belli e pericolosi in diverse occasioni. Il raddoppio arriva con semplicità, così come la rete granata pochissimi minuti dopo. Ci vuole qualcosa di più invece per il pareggio e per la conclusione horror di questa stagione.