venerdì 6 febbraio 2026

Iron Maiden - Dance Of Death

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 2003
Tracce: 11
Formato: CD
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Dance of Death è stato il mio ultimo album acquistato degli Iron Maiden, e già questo dice molto. Non perché sia un brutto disco, anzi, ma perché con lui ho iniziato ad avere la sensazione che qualcosa si fosse incrinato, che l’heavy metal stesse andando avanti più per inerzia che per reale urgenza creativa.

Il lavoro svolto è comunque solido e innegabile: la band è compatta, suona bene, sa ancora costruire brani lunghi e articolati senza perdere del tutto la bussola. Canzoni come Paschendale restano tra le migliori della loro produzione recente, intense, drammatiche, con quella capacità narrativa che solo gli Iron Maiden sanno rendere così epica e coinvolgente.

Ho anche avuto modo di vederli dal vivo in quel periodo, a Firenze, e l’impatto sul palco era ancora devastante. Dal vivo funzionava tutto, come sempre: energia, presenza scenica, cori, un pubblico completamente rapito. Ma proprio questo contrasto ha iniziato a farmi riflettere, perché l’esperienza live sembrava compensare qualcosa che su disco iniziavo a sentire meno.

Ascoltando Dance of Death ho avuto per la prima volta la chiara impressione che l’heavy metal, almeno quello storico, stesse continuando a muoversi seguendo traiettorie già tracciate, senza il bisogno reale di reinventarsi. Non è mancanza di qualità, è mancanza di sorpresa. Tutto è al posto giusto, ma proprio per questo appare prevedibile.

Resta un album che rispetto e che ascolto senza fastidio, ma che segna per me una sorta di confine personale: il momento in cui ho smesso di comprare automaticamente ogni uscita dei Maiden e ho iniziato ad ascoltarli più con affetto che con entusiasmo. Dance of Death non chiude un cerchio per la band, ma probabilmente ne chiude uno per me.

giovedì 5 febbraio 2026

Atalanta 3 - Juventus 0

 
Partita di Coppa Italia ed entrambe le compagini con la migliore formazione. Fa tutto la Juventus: attacca, spinge, gioca, tira, prende traversa. Ma segnano i bergamaschi su un rigore richiesto dal VAR (o dal BAR) per un tocco di mano discutibile. Ma le regole queste sono e continuiamo a giocare per ribaltare il risultato. L'Atalanta non risulta mai pericolosa neanche nella ripresa, dove è sempre la Juventus a fare la partita. Proprio però durante un contropiede improvviso arriva il raddoppio micidiale che pone la parola fine alla gara. Ed il terzo arriva sul finale quando ormai ci sbilanciamo. Peccato perché il controllo c'è sempre stato, a differenza di una vera punta che invece ci manca come il pane. Primo obiettivo stagionale che se ne va. 

Iron Maiden - Fear Of The Dark



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1992
Tracce: 12
Formato: CD
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Fear of the Dark è l’album degli Iron Maiden con cui ho iniziato davvero (avevo addirittura audio cassetta) , quello che mi ha fatto entrare nel loro mondo e a cui sono inevitabilmente legato più di altri, anche solo per una questione emotiva e generazionale. Non è un disco perfetto, non è nemmeno uno dei più solidi della loro discografia, ma per me resta fondamentale perché rappresenta un punto di partenza, una porta spalancata sull’universo Maiden.

Il cuore di tutto, inutile girarci intorno, è la title track. Fear of the Dark è diventata quasi un marchio di fabbrica personale, una canzone che intonavo alle feste in spiaggia da ragazzo, tra chitarre  immaginarie e falò , cori improvvisati e quella sensazione di libertà assoluta che solo certi pezzi riescono a evocare. Ancora oggi basta l’intro per riportarmi lì, ed è incredibile quanto un brano possa marchiare così a fondo un periodo della vita.

Il resto dell’album è più disomogeneo, figlio di un momento non semplicissimo per la band, e si sente. Bruce Dickinson lasciò proprio in quell'anno e prosegui per un po' di tempo da solista, forte anche del fatto che aveva già rilasciato un proprio album. Ci sono brani riusciti, altri meno ispirati, qualche passaggio che sembra quasi di routine, ma anche episodi che mantengono alto il livello e mostrano comunque la capacità degli Iron Maiden di scrivere pezzi memorabili anche quando non sono al massimo della forma.

Proprio per questo Fear of the Dark non lo difenderei mai come uno dei migliori dischi del gruppo in senso assoluto, ma lo difenderò sempre come uno dei più importanti per me. È l’album che mi ha fatto cantare, scoprire, approfondire, andare a ritroso e in avanti nella loro discografia. È il disco che associo all’estate, al mare, alla voce alzata fino a perderla, a un’epoca in cui bastava un riff per sentirsi invincibili.

Alla fine Fear of the Dark è questo: un album imperfetto, sì, ma carico di ricordi, e per questo impossibile da giudicare con distacco. Alcuni dischi non si ascoltano soltanto, si vivono. E questo, per me, è uno di quelli.

mercoledì 4 febbraio 2026

Muse - Absolution

 

Artista: Muse
Anno: 2003
Tracce: 14
Formato: CD 
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Absolution è stato il mio primo album dei Muse: li conoscevo già, ero indeciso con Origin Of Symmetry, ma questo era appena uscito.  Il punto di ingresso in un universo che, in quel momento storico, sentivo disperatamente necessario. Mi ci sono avvicinato incantato da Hysteria e, ovviamente, da Time Is Running Out, due brani che mi colpirono subito come qualcosa di diverso, di vitale, di ancora possibile.

Erano anni strani, musicalmente parlando. L’hard rock, per come lo avevo conosciuto e amato, mi sembrava ormai esaurito. Il progressive che apprezzavo non era certo roba che trovavi ovunque, l’heavy metal arrancava faticosamente verso una sorta di fine annunciata, mentre il Nu Metal occupava quasi tutto lo spazio disponibile. In quel contesto, i Muse mi apparvero come un faro in lontananza, qualcosa che prometteva ancora emozioni, intensità, dramma musicale.

Absolution mi colpì subito per voce, ritmo, chitarra e basso. Bellamy aveva un’impostazione vocale teatrale ma mai gratuita, sempre tesa, sempre sull’orlo dell’esplosione. Il basso era pulsante, protagonista, fisico, mentre la chitarra alternava potenza e melodia con una naturalezza che sentivo sempre più rara. Era musica che non aveva paura di essere enfatica, anzi, sembrava nutrirsene.

All’inizio ero invece piuttosto restio sull’uso della batteria, che ai primi ascolti mi sembrava quasi una semplice base di supporto ritmica, funzionale ma poco caratterizzante. Col tempo, però, ho imparato ad apprezzarla, a riconoscerne la precisione, la capacità di sostenere strutture complesse senza mai rubare la scena, ma nemmeno scomparire davvero.

Absolution è un disco cupo, apocalittico, drammatico fino al midollo. Parla di fine, di colpa, di paura, di controllo, e lo fa con una tensione costante che non si scioglie quasi mai. È un album che non cerca leggerezza, e che anzi sembra voler schiacciare l’ascoltatore sotto il peso delle sue atmosfere. Ed è proprio questo che, all’epoca, mi conquistò completamente.

Con il senno di poi, so che mi sono fermato ai primi quattro album dei Muse, e che il mio rapporto con loro è rimasto confinato a quella fase. Ma Absolution resta il punto zero, l’inizio di quella breve parentesi musicale. Il disco che mi fece pensare che, nonostante tutto, c’era ancora spazio per una musica intensa, emotiva, potente, senza rinunciare a melodia e ambizione.

Absolution non è  l’album con cui ho scoperto i Muse, è il disco che in un momento di transizione musicale mi ha dato la sensazione di non essere rimasto solo ad aspettare qualcosa che non sarebbe più tornato. Non so se lo considero il loro migliore in assoluto perché apprezzo anche i precedenti ed il successivo , ma so per certo che senza di lui il mio rapporto con la band non sarebbe mai esistito.

martedì 3 febbraio 2026

The Night Manager [Stagione 1]

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Night Manager
Numero episodi: 6
Stagione: 1
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The Night Manager è una di quelle serie che partono già con un vantaggio competitivo notevole: un romanzo di John le Carré come base, una produzione elegante e un cast che definire “di livello” è quasi riduttivo. Io le Carré lo conosco come autore, ma questo libro specifico non l’ho letto, quindi mi sono avvicinato alla serie senza l’ansia del confronto carta-schermo. E forse è stato un bene.
Siamo nel territorio classico dello spionaggio internazionale, contaminato da una forte componente action e da un’estetica molto curata. È una serie “possibile”, nel senso che potrebbe teoricamente accadere, ma anche piuttosto improbabile e non sempre realistica. Però è un difetto che qui diventa quasi una caratteristica del genere: The Night Manager non vuole spiegarti come funziona davvero l’intelligence, vuole raccontarti una storia ben orchestrata, con personaggi solidi, tensione costante e dialoghi scritti con intelligenza. Il realismo lo si mette consapevolmente da parte e ci si gode tutto il resto senza troppe paranoie.
Tom Hiddleston funziona bene nel ruolo del protagonista elegante e tormentato, ma il vero valore aggiunto è Hugh Laurie. Vedere il “Dr. House” nei panni di un cattivo carismatico, glaciale e per nulla sopra le righe è una piccola goduria: credibile, inquietante, perfettamente a suo agio nel ruolo. Attorno a loro, un contorno di personaggi ben caratterizzati e una messa in scena che viaggia tra hotel di lusso, armi, potere e ambiguità morali con grande sicurezza.
Tralasciando anche le parti (che comunque qui sono importanti) del classico complottone dei piani alti, The Night Manager è una serie che non va presa come un manuale di geopolitica o spionaggio, ma come un racconto raffinato, teso e ben recitato. Se accetti il patto implicito — sospendere un attimo l’incredulità — il risultato è più che soddisfacente. E sì, alla fine ti ritrovi a volerne ancora, così detto fatto inizierò la seconda stagione.

Jethro Tull - Aqualung


 
Artista: Jethro Tull
Anno: 1971
Tracce: 11
Formato: CD
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Aqualung è l’album dei Jethro Tull che conosco meglio, quello a cui torno più spesso, anche se non posso dire di averlo mai “studiato” davvero fino in fondo. Ma siccome questa estate lo ho rispolverato per farne due chiacchiere con Zizzi e non risultare troppo impreparato, adesso fingiamo che sia addirittura esperto e buttiamo giù due righe per VER. È uno di quei dischi che ti rimane addosso per osmosi: lo ascolti, lo riascolti, e a un certo punto ti accorgi che fa parte del tuo paesaggio musicale senza che tu te ne sia reso conto.

Uscito nel 1971, Aqualung è il momento in cui i Jethro Tull smettono definitivamente di essere una band difficile da incasellare e diventano qualcosa di unico. Gli album precedenti, che conosco ancora meno, infatti non sono mai riuscito a capire bene dove volessero andare. Qui è tutto più chiaro e convivono rock duro, folk, blues, accenni prog e una scrittura che non ha nessuna voglia di compiacere. È un disco ruvido, a tratti sporco, lontano dall’idea di raffinatezza che spesso si associa al progressive.

La copertina è già una dichiarazione di intenti: quel barbone curvo, logoro, quasi sgradevole da guardare, mette subito in chiaro che questo non sarà un album elegante o consolatorio. Aqualung parla di emarginati, di ipocrisie, di religione, di solitudine, senza metafore rassicuranti. Ian Anderson scrive testi che osservano, giudicano, a volte sembrano persino sputare sentenze. Come lo so tutto questo? Mi son letto due o tre recensioni di chi quegli anni li ha vissuti. 

Musicalmente il disco è meno compatto di quanto si ricordi. Alterna brani aggressivi e taglienti a momenti molto più acustici e introversi, quasi come se fossero due anime che convivono senza fondersi del tutto. Ed è forse proprio questa irregolarità a renderlo interessante: Aqualung non scorre liscio, si incaglia, rallenta, poi riparte all’improvviso.

Anderson domina tutto, nel bene e nel male. Il flauto, che in mano a chiunque altro sarebbe un vezzo, qui diventa uno strumento rock a tutti gli effetti. La sua voce è teatrale, sarcastica, a volte persino fastidiosa, ma sempre riconoscibile. Non cerca empatia: pretende attenzione.

Riascoltato oggi, Aqualung non mi sembra un disco “perfetto”, né un album da venerare a prescindere. È un lavoro fortemente figlio del suo tempo, con qualche eccesso e qualche passaggio meno ispirato. Ma è anche uno di quei dischi che hanno personalità da vendere, e che non cercano mai di piacere a tutti.

Aqualung resta per me l’ingresso più naturale nel mondo dei Jethro Tull. Non perché sia il più completo o il più sofisticato, ma perché è diretto, scomodo, umano. Un album che non ho mai sentito il bisogno di idolatrare, ma che continua a tornare fuori dagli scaffali con una naturalezza che, alla lunga, dice molto più di qualsiasi entusiasmo momentaneo.