venerdì 11 settembre 2026

Murder-Set-Pieces (2004)

 

Regia: Nick Palumbo
Anno: 2004
Titolo originale: Murder-Set-Pieces
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB
Pagina di I Check Movies
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Film:

Murder-Set-Pieces è uno slasher psicologico americano del 2004, scritto, prodotto e diretto da Nick Palumbo, con Sven Garrett nei panni di un fotografo di moda con un'infanzia devastante alle spalle che di notte gira per Las Vegas rapendo, torturando e uccidendo prostitute e non solo. Basta siano donne. Anzi, femmine. Nel cast ci sono anche alcune facce storiche dell'horror come Tony Todd (Final Destination) e Gunnar Hansen, quello di Non aprite quella porta, buttate lì più come omaggio ai fan del genere che come reale valore aggiunto alla storia. Il film si è guadagnato negli anni una fama piuttosto sulfurea, arrivando a essere bandito in uscita DVD nel Regno Unito per l'eccesso di violenza.

Ed è proprio questo il problema di fondo, un horror di serie inferiore, che cerca di avere una trama che vada oltre alle scene di violenza, ma risulta una sequenza, anche troppo lunga, di queste. Sangue, mutilazioni, torture, nudità, tutto quello che ci si aspetta da un prodotto che vuole essere il più estremo possibile finisce per diventare un elenco ripetitivo più che un racconto. I dialoghi sono sterili e il doppiaggio svogliato, anche io sarei stato poco tentato a metterci impegno su un copione così. La colonna sonora hard rock non aiuta, con tracce troppo lunghe che appesantiscono ulteriormente ritmo già di per sé fiacco.

Fotografia e montaggio sono in realtà migliori rispetto a tanti altri prodotti dello stesso filone, ma restano comunque nel limbo del brutto, senza mai davvero risollevare il livello complessivo. Alla fine resta un film che vuole scioccare a tutti i costi e che, nel farlo, dimentica di costruire qualcosa che valga la pena guardare oltre lo shock stesso.

 
Edizione: DVD
Edizione non di semplicissima reperibilità, ma con traccia italiana stereo e come extra:
  • Trailer 

Green Day - Nimroad

 

Artista: Green Day 
Anno: 1997
Tracce: 18
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già chiarito la mia posizione con Dookie: punk pop della spiaggia  e del pratone di Baratti, colonna sonora di un periodo più che ascolto di elezione. Nimrod  è il quinto album, arrivato tre anni dopo, e la cosa che colpisce subito è che la band non stava cercando di fare Dookie di nuovo.

È un disco volutamente più eclettico e meno definibile: ci sono brani ska con sezione di fiati (King for a Day), momenti con influenze surf rock (Last Ride In), punk diretto nel senso più classico (Nice Guys Finish Last, Hitchin' a Ride), e poi quella cosa lì in chiusura che ha cambiato tutto. Good Riddance (Time of Your Life) era una canzone scritta da Armstrong ai tempi di Dookie, per una ragazza che si trasferiva in Ecuador; non era entrata in quel disco, poi era rimasta fuori anche da Insomniac, e alla fine aveva trovato casa qui con un piccolo quartetto d'archi aggiunto sopra. Armstrong ha detto che trovare il coraggio di pubblicarla era stato difficile, che mettersi così a nudo non era cosa da Green Day. Mike Dirnt, meno diplomatico, aveva tagliato corto: "È una bella canzone, chi se ne frega di cosa pensa la gente." Poi è diventata una delle canzoni più usate nei programmi televisivi americani, nelle lauree, nei funerali, in tutto ciò che richiedeva un sottofondo malinconico e rassicurante.

Il disco nel complesso non è compatto come Dookie e non ha la stessa identità riconoscibile. Il fatto di voler sperimentare in tante direzioni diverse lo rende frammentato, e non tutti i pezzi funzionano allo stesso modo. Ma è un album che dimostra che Armstrong sapeva scrivere canzoni vere, non solo punk di tre accordi. E Good Riddance da sola, due minuti e mezzo di chitarra acustica e archi, vale l'acquisto dell'intero disco.

giovedì 10 settembre 2026

Thin Lizzy - Jailbreak

 

Artista: Thin Lizzy
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: CD
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I Thin Lizzy sono una di quelle band che appartengono alla storia del rock in modo quasi silenzioso: non i più celebrati, non i più citati nelle classifiche dei grandi, eppure con un disco come Jailbreak  hanno lasciato un segno che non si cancella facilmente.

La storia dietro al disco ha quel sapore classico delle grandi risalite: dopo due album consecutivi con vendite deludenti, la Vertigo Records diede ai Thin Lizzy un'ultima possibilità. La band si ritirò in uno studio nel Buckinghamshire per comporre e arrangiare con cura ogni brano, poi si trasferì ai Ramport Studios di Londra per registrare. Phil Lynott, bassista, cantante e anima creativa del gruppo, sapeva che non ci sarebbero state altre occasioni. Il risultato fu il loro album più completo e il biglietto da visita definitivo per il mercato internazionale.

Il cuore del disco è la doppia chitarra di Scott Gorham e Brian Robertson: non si limitano a fare da sfondo alla voce di Lynott, ma dialogano continuamente tra loro con armonie intrecciate che danno al suono dei Thin Lizzy qualcosa di riconoscibile al primo ascolto. La title track apre il disco con una tensione da film d'azione, sirene d'allarme incluse, costruita su un riff diretto e senza fronzoli. Angel from the Coast accelera subito dopo, funky e nervosa. Warriors è il brano più hard rock del lotto, con i due chitarristi che si scambiano assoli di una pulizia disarmante.

E poi c'è The Boys Are Back in Town. Non c'è molto da aggiungere su un brano che Rolling Stone ha inserito nella lista delle 500 canzoni più grandi di tutti i tempi: quella progressione di accordi, quella linea di basso, quel ritornello che entra subito e non se ne va più, le due chitarre armonizzate nel post-ritornello. È uno di quei brani che appartengono all'inconscio collettivo del rock, riconoscibile da chiunque abbia vissuto vicino a una radio negli ultimi cinquant'anni. Cowboy Song e Emerald chiudono il disco con uguale dignità, la prima con una rilassatezza quasi southern rock, la seconda con un'accelerazione quasi proto-metal che anticipa direzioni che la band avrebbe esplorato anni dopo.

Hard rock diretto, senza pretese inutili, suonato da una band che sapeva esattamente cosa stava facendo. Uno di quei dischi che non invecchiano perché non hanno mai cercato di essere moderni.

The Belko Experiment - Chi Sopravviverà? (2016)

 

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Belko Experiment
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
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The Belko Experiment è un horror action del 2016 diretto da Greg McLean, ma soprattutto scritto e prodotto da James Gunn, quello di Guardians of the Galaxy, che in origine voleva dirigerlo lui stesso ma ha preferito lasciare ad altri il compito di girare tante scene così violente. Il soggetto è semplice e cattivo: ottanta impiegati americani, chiusi nel grattacielo della Belko Industries a Bogotá, si ritrovano intrappolati dopo che una voce misteriosa dagli altoparlanti ordina loro di uccidersi a vicenda, pena l'esplosione dei chip che tutti hanno impiantato nella nuca.

Il paragone che viene naturale è con Battle Royale, e non è un caso, visto che nel trailer risuona addirittura lo stesso Requiem di Verdi. Paragone comunque impietoso secondo me. Qui però il contesto da ufficio, con fotocopiatrici, distributori automatici e riunioni che si trasformano in tribunali sommari, dà tutto un altro sapore alla cosa, quasi una satira feroce della vita da colletti bianchi portata alle estreme conseguenze. Il cast è pieno di facce note in ruoli minori, da Michael Rooker a John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs, ma il protagonista è John Gallagher Jr., che regge bene il ruolo dell'impiegato modello costretto a diventare qualcos'altro pur di sopravvivere.

Il film non si perde in troppi preamboli, parte subito forte e non si tira indietro sul gore, ma proprio per questa fretta di arrivare al dunque finisce per trascurare gli sfondi e le motivazioni, restando più un esercizio di tensione ben congegnato che un'opera che lascia il segno. Si guarda in fretta, novanta minuti scarsi, e si dimentica altrettanto in fretta, ma nel mentre la carneficina fa il suo mestiere.

mercoledì 9 settembre 2026

La Fratellanza (2017)

 

Regia: Rica Roman Waugh
Anno: 2017
Titolo originale: Shot Caller
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
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La fratellanza (titolo originale Shot Caller) è un thriller carcerario del 2017 diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau nei panni di un uomo d'affari di Pasadena che finisce dietro le sbarre dopo un incidente d'auto in cui muore un amico. In galera, per sopravvivere, si allea con la fratellanza ariana e si guadagna il soprannome di Money, salendo di grado fino a diventare uno dei pezzi grossi della banda. Quando esce, però, scopre che quella vita non si chiude semplicemente varcando il cancello del carcere.

Quello che mi ha convinto di più è la struttura a doppio binario, con il presente e il passato che si intrecciano continuamente, mostrando il prima e il dopo dello stesso uomo. Coster-Waldau sparisce completamente dentro un personaggio duro, silenzioso, che si trasforma fisicamente e psicologicamente scena dopo scena. Jon Bernthal, che ritrovo sempre volentieri, fa da spalla credibile in un ruolo secondario ma ben scritto.

Il film non inventa nulla di nuovo nel genere carcerario, la parabola dell'uomo perbene costretto a diventare qualcun altro per sopravvivere l'abbiamo vista in tante salse, ma la messa in scena è secca, senza fronzoli, e non cerca mai la scorciatoia della redenzione facile. È un film che pesa, non ti lascia leggero, e proprio per questo funziona.

martedì 8 settembre 2026

Van Halen - Van Halen

 

Artista: Van Halen
Anno: 1978
Tracce: 11
Formato: CD 
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Torniamo indietro di qualche anno rispetto a 1984 e cambiamo pianeta musicale, perché oggi tocca a Van Halen, l'album omonimo del 1978, il disco che ha praticamente riscritto il manuale della chitarra rock. Con undici tracce e poco più di trentacinque minuti cambia per sempre l'idea di cosa potesse fare una sei corde elettriche.

La formazione è quella storica, David Lee Roth alla voce con tutto il suo teatro da showman vaudeville, Michael Anthony al basso e ai cori perfetti, Alex Van Halen alla batteria, ed Eddie Van Halen alla chitarra, che qui si prende letteralmente la scena. Il disco si apre con Runnin' with the Devil, un pezzo che nonostante il titolo non ha nulla di satanico o di oscuro, è solo un inno alla strada e agli eccessi che si porta dietro. 

Poi arriva il colpo di scena, Eruption, un assolo di chitarra solista che secondo la leggenda non era nemmeno previsto in scaletta. Eddie lo suonava nei club per scaldarsi prima dei concerti, Templeman lo sente per caso mentre lo prova in studio in vista di una data al Whisky a Go Go e decide di inserirlo nell'album così com'è. Un minuto e quaranta di tapping a due mani che ha aperto una strada che chitarristi di ogni epoca hanno poi provato a percorrere, lo stesso Eddie diceva scherzando che c'è persino un errore lì dentro e che avrebbe potuto suonarlo meglio.

Da lì in poi il disco non cala mai, la cover di You Really Got Me dei Kinks diventa quasi più famosa dell'originale, Ain't Talkin' 'Bout Love nasce come una parodia punk e finisce per gettare le basi di tutto l'hair metal a venire, e chiude On Fire con quel finale in dissolvenza sul basso che chiude il cerchio in modo perfetto. La chitarra di Eddie, quella Frankenstrat assemblata con pezzi da duecento dollari, il pickup finto e i riflettori da bicicletta attaccati dietro per i concerti, diventa un'icona quanto la musica stessa.

Io vengo dal metal più strutturato e sinfonico, quello di Iron Maiden e Blind Guardian per intenderci, quindi il rock and roll spensierato e festaiolo dei Van Halen non è propriamente il mio pane quotidiano. Ma ci sono dischi che trascendono il genere che rappresentano, e questo è uno di quelli. Ogni volta che lo riascolto mi ricordo perché la chitarra elettrica sia diventata lo strumento che è, e quanta gioia pura ci possa essere in undici canzoni suonate da quattro ragazzi che sembrano davvero divertirsi come non mai.