Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
venerdì 5 giugno 2026
Una Di Famiglia - The Housemaid (2025)
martedì 2 giugno 2026
Monte Murano e Serra San Quirico
Terzo e ultimo giorno di cammino di questa mini vacanza marchigiana. Domani si riparte con calma verso casa, ma prima c'è tempo per l'ultimo atto sui sentieri. Per l'occasione decido di tornare nella stessa zona di ieri, la Gola Rossa, ma cambiando completamente prospettiva e spostandomi sul versante opposto.
Il punto di partenza è il borgo di Serra San Quirico, da cui attacco subito, senza alcun riscaldamento, la ripida ascesa verso la cima del Monte Murano. Strada facendo decido di non seguire una traccia lineare e improvviso un anello per il rientro, disegnando la discesa al momento. Sulla carta sono "solo" 15 chilometri, ma le gambe e il cronometro non mentono: alla fine questo si rivela il percorso più impegnativo e tecnico di tutti i giorni passati. Il tracciato ha un carattere decisamente wild e vario; a tratti regala scorci panoramici pazzeschi sulla gola e sulle vallate circostanti, mentre per lunghi tratti si sprofonda dentro la fitta vegetazione del bosco.
Il vero banco di prova, però, arriva nella zona delle grotte: le discese qui si fanno rispettare, sono incredibilmente ripide e con un fondo di sassi e terra battuta che sdrucciola che richiede la massima concentrazione per non finire a terra. Giusto per rendere le cose ancora più interessanti, mi addentro anche in un paio di fuori sentiero improvvisati nel fitto della vegetazione; niente panico, con un po' di senso pratico e d'orientamento riesco a ritrovare la traccia principale senza troppi grattacapi.
Al termine del giro, e anche oggi è tornato il caldo, il meritato relax si consuma tra le viuzze di Serra San Quirico. È un piccolo borgo medievale davvero suggestivo, arroccato sulla roccia. Il modo migliore per chiudere in bellezza quattro giorni intensi di montagne, panorami e passi veloci.
Album fotografico Monte Murano e Serra San Quirico
lunedì 1 giugno 2026
Monte Revellone e Cupramontana
Terzo giorno di questo ponte marchigiano e le gambe iniziano a girare con il ritmo giusto, pronte per la prima vera sfacchinata nell'entroterra. Destinazione: Monte Revellone. La mattina inizia sotto il cielo lindo, ma le previsioni (che ho saggiamente guardato) promettino poco di buono. Non non è certo qualche goccia di acqua a rovinare i miei piani. Gli scarponi mordono subito il sentiero per un lungo e articolato viaggio tra le pieghe di questi colli.
Il tracciato si rivela una meraviglia selvaggia, un saliscendi continuo che per sette ore abbondanti mi fagocita dentro un paesaggio fatto di boschi fitti e silenziosi, picchi rocciosi che spuntano all'improvviso e antichi eremi incastonati nella pietra, dove l'aria sa di storia e di isolamento totale. Tutto perfetto, se non fosse che a un certo punto la natura decide di ricordare a tutti chi comanda: il cielo si chiude completamente e inizia a piovere. Non sapendo bene quanta acqua avesse intenzione di scaricare e non avendo troppa voglia di testare la tenuta stagna di kwaino + pantaloni corti + scarpe basse sotto un diluvio universale, decido che è il momento di cambiare marcia. Il ritorno, che per non farsi mancare nulla si sviluppa tutto in salita, si trasforma così in una marcia forzata a ritmo serrato. Esattamente come nelle versioni di latino. Spingo forte sulle gambe, il fiato si fa corto, ma alla fine riesco a chiudere l'anello portando a casa la bellezza di oltre 28 chilometri. Un chilometraggio da maratona di montagna fatto a passo decisamente svelto, con i muscoli caldi che quasi ringraziano per la strigliata.
Il pomeriggio, nonostante sia zuppo come una spugna usata in piscina, prende una piega decisamente più rilassata, soprattutto perché in macchina ho un ombrello. Mi sposto di pochi chilometri per una piccola visita alla vicina Cupramontana. Se Jesi è la regina dei castelli, qui ci si trova nel cuore pulsante del Verdicchio. Il borgo accoglie con quella tipica quiete collinare, fatta di vicoli in pietra, palazzi storici che si affacciano su piazze ordinate e una vista pazzesca anche se diobono piove. Passeggiare senza l'assillo del cronometro tra le sue stradine è il contrappeso perfetto alla faticata della mattina. Un caffè, quattro passi per respirare l'aria di questa capitale del vino e poi si rigira la macchina verso la base. Un'altra giornata da incorniciare è passata, e i monti marchigiani continuano a non deludere le aspettative.
Album fotografico Monte Revellone e Cupramontanadomenica 31 maggio 2026
Anello del Conero e Ancona
sabato 30 maggio 2026
Arrivo a Jesi
Nel primo pomeriggio arrivo finalmente a Jesi per il check-in, e l’impatto con la città conferma la mia teoria: mentre le persone di buon senso sono sbracate sul bagnasciuga a scacciare l'afa o sigillate in casa con il condizionatore a palla alla faccia di Greta, delle crisi nello stretto di Hormuz e dei rubinetti di Gazprom, io decido che è il momento perfetto per esplorare il centro storico. Ed è una goduria perversa. Le imponenti mura quattrocentesche, che di solito racchiudono il viavai della vita cittadina, oggi racchiudono solo il silenzio e un sole che picchia duro.
Passeggiare per Piazza Federico II, il punto esatto in cui l'imperatore svevo decise di nascere sotto una tenda in mezzo alla piazza (chicca per Funflus) , senza la solita folla intorno ha il suo fascino perverso. Jesi ha questa doppia anima: austera e nobiliare, con i suoi palazzi storici in mattoncini chiari e quel dedalo di vicoli che salgono e scendono, ma anche incredibilmente fiera del suo passato. Mi godo la desolazione urbana, il rumore dei miei passi sul selciato e quell'atmosfera da città che si sta prendendo una pausa prima di riaccendersi a sera.
Qualcuno lo chiamerebbe masochismo, per me questo è il vero relax: muoversi senza fretta, respirare la storia di un posto e, soprattutto, ricaricare le batterie a modo mio. Da domani si fa sul serio. Jesi d'altronde è la base logistica perfetta (e poi economica) per i prossimi tre giorni: abbastanza vicina alla costa per andare a sfidare le falesie e i sentieri del Conero, e strategicamente piazzata per puntare l'auto verso l'entroterra, dove mi aspettano le pendenze e i profili dei monti marchigiani. Gli scarpon(cin)i sono pronti, le tracce Wikiloc pure. Che il viaggio abbia inizio.
Album fotografico Arrivo a Jesi
giovedì 28 maggio 2026
Rush - A Farewell To Kings
Il trio canadese con Geddy Lee alla voce e al basso, Alex Lifeson alla chitarra, Neil Peart alla batteria, era in quel periodo nel pieno della sua fase più ambiziosa. Peart aveva preso le redini della scrittura dei testi dopo l'ingresso nella band nel 1974, portando con sé riferimenti alla fantascienza e alla filosofia che avrebbero caratterizzato gli album di quegli anni. A Farewell to Kings non fa eccezione: testi densi, immagini epiche, una voglia di costruire qualcosa di grande che si sente in ogni brano.
Xanadu è il pezzo che più di tutti rappresenta questo disco con undici minuti ispirati alla poesia di Coleridge, con un intro acustico e percussivo che si trasforma progressivamente in qualcosa di più pesante e ipnotico, con Lee che canta di un viaggiatore intrappolato per l'eternità in un paradiso diventato prigione. Closer to the Heart è il brano più accessibile e immediato, quello che funziona anche senza il contesto del resto del disco. La title track apre il disco con una chitarra acustica classicheggiante che non ti aspetti, e che dimostra quanto Lifeson fosse un chitarrista più versatile di quanto il genere farebbe pensare. Cygnus X-1 chiude con quasi dieci minuti di space rock progressivo e la storia di un astronauta risucchiato in un buco nero, da continuare nell'album successivo.
Secondo me rispetto al precedente richiede qualche ascolto in più per entrare. Ma per chi aveva trovato in 2112 qualcosa di affascinante, A Farewell to Kings è il passo naturale, magari più maturo, più stratificato, con quella stessa ambizione applicata con maggiore consapevolezza.




