mercoledì 16 settembre 2026

Lady Vendetta (2005)

 

Regia: Park Chan-wook
Anno: 2005
Titolo originale: Chinjeolhan Geum-ja-ssi (친절한 금자씨
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Lady Vendetta (conosciuto anche come Sympathy for Lady Vengeance) è il film del 2005 diretto da Park Chan-wook che chiude la sua trilogia della vendetta , iniziata con Mr. Vendetta nel 2002 e proseguita con Oldboy l'anno successivo. Protagonista è Geum-ja, interpretata da Lee Yeong-ae, una donna dipinta dai media come un mostro dopo essere stata condannata per l'omicidio di un bambino di sei anni. Passa tredici anni in carcere, dove pianifica nei minimi dettagli la propria vendetta, che una volta uscita mette in atto contro chi l'ha realmente incastrata, il signor Baek, interpretato da Choi Min-sik, lo stesso attore che avevamo visto nei panni del protagonista di Oldboy.

Se Mr. Vendetta era spietato e senza vie di fuga, e Oldboy costruiva la sua vendetta attorno a un mistero da svelare, qui Park Chan-wook sposta il baricentro sul femminile e su un registro quasi spirituale, sommando i temi dei due capitoli precedenti, il rapimento e la prigionia, dentro un'unica figura di madre a cui è stata sottratta la vita. Stilisticamente il film è vicinissimo a Oldboy più che al rigore quasi documentaristico di Mr. Vendetta, con una fotografia curatissima e un montaggio che gioca parecchio con i salti temporali, alternando presente e flashback in modo tutt'altro che lineare.

Ed è proprio qui che il film comincia a scricchiolare. La cura formale è fuori discussione, i campi lunghi e la colonna sonora delicata costruiscono un'atmosfera elegante, quasi ovattata, ma la scelta di raccontare la vicenda per frammenti finisce per rendere la storia più confusa del necessario, con un ritmo che nella parte centrale rallenta fino quasi a spegnersi. Si resta catturati dall'estetica, ma più di una volta ci si sorprende a perdere il filo di chi sia chi e di quando stia succedendo cosa, un difetto che i primi due capitoli della trilogia non avevano.

Il film si riprende alla grande nell'ultima mezz'ora, quando la vendetta si materializza in un processo sommario ai danni del colpevole, orchestrato insieme ai genitori delle altre vittime di Baek. È il momento in cui Park Chan-wook torna a essere quello spietato e lucido che conosciamo, capace di mettere in scena la violenza senza sconti ma anche senza compiacimento gratuito, e in cui il senso ultimo dell'opera, il rifiuto di dividere nettamente il bene dal male, trova finalmente una forma compiuta.

Nel complesso Lady Vendetta resta il capitolo meno riuscito della trilogia, quello che paga di più la ricerca di raffinatezza a scapito della tenuta narrativa, ma anche l'unico che prova a spostare il discorso sulla vendetta verso un territorio più ambiguo, quasi catartico, lasciando aperta la possibilità di una redenzione che nei primi due film era del tutto assente. Non il miglior Park Chan-wook, ma un finale degno per chiudere un percorso che ha ridefinito il genere.

Edizione: 4K e bluray
Edizione bellissima e adesso a prezzi davvero sostenuti della Midnight Factory. Custodia in cartoncino rigido con un artwork e all'interno alloggiamento a libro, sempre rigido con artwork differente. Oltre ai due dischi, 4K e bluray trovano posto una cartolina da collezione della Midnight Classics ed un booklet a colori di 22 pagine. Qualità video impeccabile e per entrambi i dischi traccia audio italiana in DTS HD Master Audio 5.1, mentre gli extra sono tutti contenuti nel disco bluray (nel 4K abbiamo solo il commento audio):
  • Commento audio del regista Park Chan-wook e dell'attrice Lee Young-Ae
  • Making of
  • Interviste a: Lee Young-Ae, Choi Min-Sik, le detenute, i familiari delle vittime 
  • Lo stile di Lady Vendetta: la fotografia, costumi e make up, gli effetti speciali, la computer grafica, la scenografia. 
  • Get together - Film a confronto 
  • Lady Vendetta a Venezia 
  • Park Chan-wook: fotografo sul set 
  • Scene alternative con commento
  • La vendetta secondo Kim Newman 
  • Trailer 


La mappa del mondo ci ha mentito

 
Nel mio studio (non) ovale ho una mappa gigante della National Geographic Pacifico centrica di cui vado fiero, presa a Londra. Solitamente invece abbiamo quelle "normali" con l'Europa al centro. Questo per dire che mi sono sempre piaciuti i punti di vista differenti, anche in geografia. 
Guardiamo una cartina geografica e pensiamo di guardare il mondo. In realtà stiamo guardando una delle sue tante possibili rappresentazioni. Sembra una distinzione da fissati della geografia, ma basta fare una cosa semplicissima per accorgersene: prendere una cartina e chiedersi perché la Groenlandia sembri enorme quasi quanto l'Africa. Non lo è. L'Africa è circa quattordici volte più grande della Groenlandia. Eppure siamo cresciuti vedendole rappresentate in modo apparentemente simile. Non è un errore del cartografo e nemmeno un complotto geografico: è il risultato di una scelta matematica. E in queste settimane la questione è tornata sorprendentemente d'attualità perché il 4 settembre 2026 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 164 voti favorevoli, uno contrario e sei astensioni una risoluzione che incoraggia l'utilizzo di proiezioni capaci di rappresentare in modo più corretto le dimensioni relative dei continenti, citando in particolare la proiezione Equal Earth. Il problema nasce da una cosa apparentemente banale: la Terra è una sfera e una carta geografica è piatta. Non si può trasferire perfettamente una superficie curva su un foglio senza deformarla. Qualcosa deve necessariamente cambiare: le superfici, le forme, le distanze oppure le direzioni. Non esiste quindi la "mappa perfetta". Esistono mappe progettate per scopi diversi. La famosa proiezione di Mercatore, elaborata da Gerardus Mercator nel 1569, fu pensata soprattutto per la navigazione. Ha una caratteristica fondamentale: permette di rappresentare le rotte a direzione costante in maniera particolarmente utile ai navigatori. Il prezzo da pagare è che le terre vengono progressivamente ingrandite man mano che ci si avvicina ai poli. E così la Groenlandia diventa gigantesca, il Canada sembra quasi spropositato e l'Europa assume dimensioni che il nostro cervello finisce per considerare normali. L'Africa invece, trovandosi molto più vicina all'Equatore, appare relativamente piccola. Se prendiamo una cartina di Mercatore e la confrontiamo con una rappresentazione che conserva correttamente le proporzioni delle superfici, il risultato è quasi straniante. Il continente africano improvvisamente sembra molto più grande di quello che ricordavamo. E non è perché qualcuno lo abbia "ingrandito": è perché per una volta non lo stiamo rimpicciolendo. La cosa interessante è che Mercatore non aveva progettato una mappa per insegnare alle persone quanto fossero grandi i continenti. Aveva risolto un problema pratico della navigazione. Per quello scopo la sua proiezione era straordinariamente utile. Il problema è arrivato molto dopo, quando quella stessa rappresentazione è diventata una sorta di immagine mentale standard del pianeta. L'abbiamo appesa nelle scuole, stampata sugli atlanti, utilizzata nei libri e poi trasferita sul mondo digitale. La proiezione Web Mercator è diventata infatti uno standard di fatto per le mappe online, perché funziona molto bene con le mappe interattive e permette di spostarsi e fare zoom in maniera efficiente. E qui arriva la parte che trovo più interessante: una mappa non è mai soltanto una fotografia del territorio. È una scelta su cosa vogliamo vedere bene. La storia della cartografia lo dimostra benissimo. Nel 1154 il geografo arabo al-Idrisi realizzò per il re normanno Ruggero II di Sicilia una delle più importanti rappresentazioni geografiche del Medioevo. La sua carta aveva il Sud in alto e il Nord in basso. Per noi appare immediatamente "sbagliata", perché siamo abituati all'esatto contrario. Ma non esisteva nessuna legge naturale secondo cui il Nord dovesse stare sopra. Era una convenzione. Nella cartografia islamica medievale l'orientamento con il Sud in alto era tutt'altro che strano, e nella carta di al-Idrisi la Mecca assumeva una posizione centrale e particolarmente importante. Ancora prima, molte mappe europee medievali non avevano nemmeno l'obiettivo di essere strumenti geografici nel senso moderno del termine. Alcune erano soprattutto rappresentazioni religiose e simboliche del mondo. La celebre mappa di Hereford, per esempio, era concepita come una rappresentazione della storia cristiana più che come una guida per attraversare l'Europa. Il punto non era sapere con precisione quanto fosse distante Parigi da Roma: il punto era rappresentare il mondo secondo una determinata visione religiosa. Anche il concetto di "centro del mondo" è quindi meno innocente di quanto sembri. Mettiamo l'Europa al centro e ci sembra normale. Mettiamo l'Asia al centro e improvvisamente cambia tutto. Mettiamo il Pacifico al centro e l'Europa finisce ai margini della carta, in alcuni casi divisa addirittura in due. Non è cambiata la Terra. È cambiato il modo in cui l'abbiamo tagliata. E la storia continua ancora oggi. La risoluzione approvata dall'ONU non vieta la proiezione di Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte geografiche del pianeta debbano essere sostituite. Il testo riguarda soprattutto finalità educative e di consapevolezza e riconosce esplicitamente che ogni proiezione comporta dei compromessi. La stessa risoluzione chiarisce che non modifica questioni relative a confini, sovranità o status territoriale. La proposta che ha ricevuto il sostegno dell'Assemblea è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 che cerca soprattutto di mantenere corrette le proporzioni delle superfici. Ma anche questa non è "la vera mappa del mondo". È semplicemente una mappa costruita per rispondere meglio a una domanda precisa: quanto è grande davvero una parte della Terra rispetto a un'altra? Se invece dobbiamo tracciare una rotta navale, abbiamo bisogno di altre proprietà. Se vogliamo rappresentare correttamente le distanze, ne servono altre ancora. Se vogliamo una carta del mondo che abbia una forma gradevole e facilmente leggibile, probabilmente faremo un altro compromesso. È una cosa che vale la pena ricordare anche quando usiamo Google Maps. Noi siamo ormai abituati a pensare alle mappe come a qualcosa di oggettivo e quasi magico. Il telefono sa dove siamo, vede la strada, ci dice dove girare e sembra mostrarci il territorio così com'è. In realtà anche lì dietro ci sono proiezioni, sistemi di coordinate, algoritmi, semplificazioni e scelte grafiche. La tecnologia ha reso le mappe infinitamente più comode, ma non le ha trasformate in una copia della realtà. Forse è proprio questa la cosa più affascinante della faccenda. Una carta geografica è un po' come una fotografia: ci sembra di vedere la realtà, ma qualcuno ha deciso da dove guardarla, cosa includere, cosa escludere, quale scala utilizzare e quali caratteristiche mettere in evidenza. Una mappa non mente necessariamente. Sceglie. E questa consapevolezza cambia parecchio il modo in cui possiamo guardarla. La prossima volta che vedremo la Groenlandia gigantesca accanto all'Africa non sarà necessario indignarsi contro Mercatore, né buttare nel cestino tutti gli atlanti di casa. Possiamo semplicemente ricordarci che quella carta sta facendo bene il lavoro per cui era stata progettata. E che se vogliamo capire quanto è grande davvero il mondo, forse dobbiamo cambiare mappa. Alla fine, è una lezione piuttosto bella: per secoli abbiamo cercato di rappresentare il mondo su un foglio. Abbiamo costruito mappe sempre più precise, inventato proiezioni, coordinate, satelliti e sistemi GPS. Eppure il problema fondamentale è rimasto lo stesso del primo cartografo che ha provato a disegnare la Terra: non possiamo mettere una sfera su un piano senza modificarla. Possiamo soltanto decidere come modificarla.

martedì 15 settembre 2026

Isaac Asimov: alcuni consigli

 
Se c'è uno scrittore che per me coincide quasi con l'idea stessa di fantascienza, quello è Isaac Asimov. È stato uno dei primi autori di fantascienza che ho letto e, soprattutto, uno di quelli che mi hanno fatto capire quanto questo genere potesse essere molto più di astronavi, alieni e pistole laser. Asimov parlava di robot, imperi galattici, intelligenza artificiale e civiltà lontanissime nel tempo, certo, ma alla fine continuava a parlare soprattutto dell'uomo: delle sue paure, della politica, della scienza, del potere, della conoscenza e del modo in cui cerchiamo di controllare ciò che abbiamo creato. E forse non è un caso che proprio oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, il suo nome sia tornato così spesso fuori. Asimov è morto nel 1992, ma molte delle domande che poneva quando computer e robot erano ancora fantascienza sono diventate improvvisamente parecchio concrete. Anche Repubblica gli ha recentemente dedicato una nuova collana di libri, partita a maggio 2026 e arrivata a comprendere diciotto titoli, dai racconti dei robot alla Fondazione, passando per alcuni dei suoi romanzi più importanti. E da una pubblicità di Repubblica mi è venuto in mente di buttare giù due righe. Come feci anche per gli esami di terza media, in cui lo portai come autore letterario. 

Naturalmente Asimov non si esaurisce nei libri che si trovano in questa collana e, soprattutto, non è soltanto l'autore della Fondazione. La sua produzione è enorme e comprende fantascienza, divulgazione scientifica, saggi e narrativa di ogni genere. Ma se vogliamo restringere il campo alla fantascienza che vale la pena avere in biblioteca, io partirei proprio dai due grandi mondi che hanno costruito la sua fama: i robot e la Fondazione.

Il primo titolo da avere, secondo me, è quasi obbligatorio: Io, Robot. E qui c'è anche una piccola precisazione che spesso si perde quando si parla di questo libro: non è propriamente un romanzo nel senso tradizionale, ma una raccolta di racconti collegati fra loro, costruita intorno ai robot e alle famose Tre Leggi della Robotica. La cosa straordinaria è che Asimov non usa queste leggi come una semplice trovata narrativa. Le prende sul serio e comincia a chiedersi cosa succede quando una regola apparentemente perfetta entra in conflitto con un'altra. Cosa significa davvero "non fare del male a un essere umano"? E se per salvare una persona fosse necessario disobbedire a un ordine? E se un robot interpretasse una frase in maniera perfettamente logica ma completamente assurda per noi? È da queste contraddizioni che nascono molte delle storie più belle di Asimov. E rileggerle oggi, con tutto quello che discutiamo sull'intelligenza artificiale, fa un certo effetto. 

Dopo Io, Robot c'è però un'altra parte del mondo dei robot che secondo me merita assolutamente di essere recuperata: i romanzi con Elijah Baley e R. Daneel Olivaw. Il primo è Abissi d'acciaio, uno dei libri più riusciti di Asimov perché prende la fantascienza e ci mette dentro addirittura il giallo, come comunque accade spesso. La Terra del futuro è diventata un enorme mondo urbano coperto da città chiuse e sovraffollate, mentre gli Spaziali hanno sviluppato una civiltà completamente diversa. Quando un omicidio viene commesso e uno dei sospettati è un robot, Baley deve collaborare proprio con un robot per risolverlo. È fantascienza, poliziesco e riflessione sul rapporto fra esseri umani e macchine nello stesso libro. Non male per un romanzo scritto negli anni Cinquanta.

E poi ci sono Il sole nudo, I robot dell'alba e I robot e l'Impero. Qui vale la pena fare una cosa che con Asimov capita spesso: non considerarli semplicemente come quattro romanzi isolati. Con il tempo Asimov ha collegato sempre più strettamente il ciclo dei Robot con quello dell'Impero e infine con la Fondazione, costruendo retroattivamente un gigantesco universo narrativo. La cosa divertente è che non era stato progettato tutto così fin dall'inizio: le varie serie erano nate separatamente e soltanto molto più tardi Asimov cercò di unirle in un'unica grande storia futura dell'umanità.

E poi arriviamo alla Fondazione. Qui, per me, non c'è neanche da discutere: Fondazione, Fondazione e Impero ( che per me Il Crollo Della Galassia Centrale) e Seconda Fondazione sono il cuore della biblioteca asimoviana. La trilogia originale nasce negli anni Quaranta sotto forma di racconti pubblicati su rivista e viene poi raccolta nei tre volumi che conosciamo. Al centro c'è Hari Seldon, matematico capace di sviluppare la psicostoria, una disciplina immaginaria che permette di prevedere statisticamente il comportamento delle grandi masse umane. Seldon scopre che l'Impero Galattico è destinato a crollare e che seguiranno migliaia di anni di caos. Il suo progetto consiste allora nel cercare di ridurre quel periodo e conservare la conoscenza necessaria per costruire una nuova civiltà. È un'idea semplicissima e gigantesca allo stesso tempo: non prevedere il futuro di una persona, ma quello di una civiltà intera.

La cosa che trovo più affascinante della Fondazione, però, è che Asimov non costruisce una space opera tradizionale. Non siamo davanti a una storia nella quale l'eroe deve salvare il mondo sparando al cattivo di turno. Le vere protagoniste sono le idee, la politica, l'economia, la conoscenza e il modo in cui le società cambiano. È una fantascienza molto razionale, quasi matematica, e proprio per questo può risultare ancora sorprendentemente moderna.

Se dovessi consigliare una sola saga di Asimov a qualcuno che non ha mai letto nulla di suo, probabilmente sceglierei proprio la trilogia originale della Fondazione. E la leggerei nell'ordine in cui è stata pubblicata: Fondazione,Fondazione e Impero, Seconda Fondazione. Non comincerei invece dai prequel (che ho adorato davvero tanto proprio perché prequel) , anche se cronologicamente vengono prima. La cronologia interna dell'universo asimoviano è infatti molto più complicata dell'ordine nel quale sono usciti i libri, anche perché Asimov ha costruito e collegato queste storie nell'arco di decenni.

Dopo la trilogia arrivano L'orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, scritti negli anni Ottanta quando Asimov tornò sul ciclo dopo una lunghissima pausa. Qui la scala della storia si allarga ancora e soprattutto cominciano a diventare evidenti i collegamenti con il ciclo dei Robot. Non sono indispensabili per scoprire Asimov, perché la trilogia originale funziona benissimo da sola, ma se la Fondazione vi ha conquistato è difficile fermarsi lì. E sì, vale la pena continuare.

Lo stesso discorso vale per i due prequel, Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero. Il primo segue Hari Seldon e racconta le origini della psicostoria; il secondo arriva fino agli ultimi anni della vita di Seldon ed è stato pubblicato postumo nel 1993. Sono libri interessanti soprattutto per chi ormai è entrato completamente nell'universo della Fondazione. Non li consiglierei invece come porta d'ingresso: conoscere già Seldon e la sua storia rende molto più interessante quello che raccontano.

Poi c'è il cosiddetto ciclo dell'Impero, composto da Paria dei cieli (tra i primi che ho letto) , Le correnti dello spazio e Il tiranno dei mondi. È probabilmente la parte meno imprescindibile dell'intero grande universo asimoviano, almeno se l'obiettivo è scegliere pochi libri da avere assolutamente. Ma contiene un Asimov molto interessante, soprattutto perché racconta una fase precedente rispetto alla grande civiltà galattica della Fondazione. Sono libri che personalmente metterei nella categoria "se vi piace Asimov, prima o poi li dovete leggere", più che in quella "correte subito in libreria".
E qui mi fermerei, almeno per questa prima biblioteca: Asimov ha scritto talmente tanto che cercare di trasformare una lista di consigli in un catalogo completo rischia di farci perdere il punto.

Peraltro, la nuova collana di Repubblica è abbastanza intelligente proprio perché mescola i nuclei fondamentali con qualche titolo che permette di allargare il discorso. Dopo i dieci volumi inizialmente annunciati, la serie è stata infatti estesa a diciotto: oltre ai libri della Fondazione e ai quattro romanzi dei Robot, comprende anche anche altri titoli come Viaggio allucinante (eh eh eh, mai letto) e Neanche gli dèi. Quest'ultimi, tra l'altro, sono completamente al di fuori del grande universo Robot-Fondazione e quindi un buon promemoria del fatto che ridurre Asimov a Seldon e ai robot significa perdersi parecchia roba.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui Asimov continua a essere uno dei miei autori di fantascienza preferiti. Non aveva bisogno di inventare continuamente mondi incomprensibili o tecnologie impossibili. Gli bastava prendere un'idea apparentemente semplice e tirarla fino alle sue estreme conseguenze. Un robot deve obbedire. Un matematico può prevedere il comportamento delle masse. Un impero galattico può crollare. Una civiltà può cercare di progettare il proprio futuro. E improvvisamente dietro una storia di fantascienza ci troviamo a parlare di libertà, responsabilità, potere, scienza e natura umana.

Forse è questo il vero motivo per cui vale ancora la pena avere Asimov in biblioteca. Non perché avesse previsto esattamente il futuro (cosa che viene spesso esagerata o richiesta quando si parla di autori di Fantascienza), ma perché aveva capito quali sarebbero state alcune delle domande che il futuro ci avrebbe costretto a porci. E oggi, mentre discutiamo ogni giorno di intelligenza artificiale, automazione e macchine capaci di prendere decisioni al posto nostro, tornare a leggere un autore che queste domande se le faceva settant'anni fa è tutt'altro che un esercizio nostalgico. È quasi una buona forma di aggiornamento.

lunedì 14 settembre 2026

Kyuss - Welcome To Sky Valley

 

Artista. Kyuss
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queens of the Stone Age avevo già incontrato Josh Homme, e sapere che prima di loro c'erano stati i Kyuss era abbastanza per incuriosirmi. Welcome to Sky Valley  è il disco che li ha consacrati, e ascoltarlo spiega molte cose su quello che Homme avrebbe fatto dopo, e su come lo stoner rock abbia trovato la sua forma definitiva.

La storia dei Kyuss ha qualcosa di quasi leggendario: nati a Palm Desert, California, suonavano concerti nel deserto usando generatori a benzina per alimentare le apparecchiature, per piccoli gruppi di persone radunate nel nulla assoluto. Homme aveva quattordici anni quando fondò la band; nel 1993 aprivano per i Metallica in Australia; nel 1994 uscì questo disco. La copertina, una strada asfaltata che taglia il deserto e si perde nell'orizzonte sotto un tramonto rosso, è diventata un'immagine iconica dello stoner metal quasi quanto la musica che contiene.

Il disco è strutturato con dieci tracce e in tre suite senza titoli di sezione, con i brani che scorrono uno nell'altro senza pause evidenti, come se l'intenzione fosse quella di costruire un unico lungo viaggio piuttosto che una raccolta di canzoni. Le chitarre di Homme sono accordate verso il basso, con una distorsione secca e sabbiosa che suona come se il deserto fosse entrato nello studio. Il basso di Scott Reeder è così presente da sembrare una terza chitarra. John Garcia alla voce non urla e non sussurra: canta, con una naturalezza quasi soul che si incastra nella musica senza sovrastarla.

Gardenia apre il disco con un riff che sembra il motore di una muscle car che parte: cinque minuti di rock pesante e lento che stabiliscono subito le regole del gioco. Demon Cleaner è il singolo più noto, ipnotico e ossessivo, con quel giro di chitarra che si ripete fino a diventare quasi meditativo. Odyssey accelera come una moto in autostrada deserta al tramonto. Supa Scoopa and Mighty Scoop, col titolo più bizzarro del disco, è forse il momento più potente: Homme lascia che il groove faccia il lavoro invece del volume, e il risultato è devastante.

Non è musica da mettere su distrattamente, e non è musica per tutte le occasioni. È stoner rock nel senso più puro del termine: richiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione ad abbandonarsi al ritmo senza aspettarsi che arrivi da qualche parte in fretta. Ma quando ci si entra dentro, è difficile uscirne.

domenica 13 settembre 2026

Sassuolo 3 - Juventus 2

 
Eccoci con la quarta gara di campionato, questa volta fuori casa. Le assenze sono tante, e abbiamo un solo italiano in campo: Vicario. Primo tempo noioso, Juve che prova a fare la partita, ma soffre alcune ripartenza degli avversari. Subito nei primi minuti Nico scheggia la traversa e intorno alla mezzora Koop spreca un tiro pulitissimo che tre anni fa sarebbe stata rete sicura. Il secondo tempo inizia più o meno nel solito modo, ma Esposito segna il vantaggio del Sassuolo. Arriva nel finale il pareggio con la prima rete bianconera di Zhegrova. Le occasioni non mancano, ma è davvero difficile riuscire a metterla dentro. Essenzialmente per demeriti nostri. Tanto più che poco dopo il Sassuolo raddoppia, ma rimandiamo il finale da film di orrore ancora con Zhegrova. Sigla ai titoli di coda Adzic, che però non è più nostro. 

Tool - Undertow

 

Artista: Tool
Anno: 1993
Tracce: 10
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Dopo aver ascoltato Lateralus mi è venuta la curiosità di tornare indietro nel tempo, fino al 1993, quando i Tool pubblicarono il loro vero esordio discografico, Undertow. Dico vero esordio perché prima c'era stato l'EP Opiate, ma è con questo disco che il gruppo di Los Angeles si presenta al mondo in formazione completa, con Paul D'Amour al basso, l'unico album in cui suonerà con loro prima di lasciare spazio a Justin Chancellor.

La prima cosa che colpisce, sapendo cosa verrà dopo, è quanto Undertow sia già loro e non ancora del tutto loro. C'è la stessa oscurità, la stessa capacità di costruire un pezzo su un giro ossessivo che si ripete e si trasforma, ma manca ancora quella raffinatezza quasi matematica che troveremo su Lateralus. Qui i Tool sono più grezzi, più arrabbiati, più vicini all'alternative metal dei primi anni novanta di quanto lo saranno mai più.

Intolerance apre il disco con un riff che non lascia dubbi su dove si sta andando a parare, ma è con Prison Sex che la band mostra per la prima volta quella capacità di scrivere qualcosa che assomiglia a una canzone vera, con un ritornello che si conficca in testa nonostante il testo parli di abusi e perdita dell'innocenza, uno dei temi ricorrenti del disco insieme all'ipocrisia religiosa che tornerà anche in Sober, probabilmente il pezzo più conosciuto dell'album.

Bottom merita una menzione a parte perché ospita Henry Rollins, che presta la voce in un pezzo lento e strisciante, di quelli che ti si attaccano addosso senza che tu te ne accorga. E poi c'è la chiusura, Flood che sfocia in Disgustipated, un blocco unico di oltre venti minuti che parte come un pezzo quasi tradizionale e finisce in un delirio di rumori, silenzi e voci recitate, una specie di manifesto di quello che i Tool avrebbero fatto negli anni successivi, solo ancora in forma acerba.

Non è un disco che ti fa dire subito wow, ci vuole pazienza, ma se gli dai tempo capisci da dove viene tutto il resto, Ænima, Lateralus, e tutto quello che sarebbe seguito. I Tool sono davvero una band particolare, difficile da avvicinare senza un minimo di predisposizione, ma quando ci sanno fare lo fanno davvero bene, e Undertow è la prova che ci sapevano fare già dal primo giorno.