Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.
Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.
Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.





