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Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
domenica 25 ottobre 2026
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Masterplan (2026)
Airbnb e le pulizie: io sto dalla parte degli ospiti
In questi giorni ho letto parecchie lamentele da parte degli host di Airbnb per le nuove regole introdotte dalla piattaforma, che limiteranno le incombenze da richiedere agli ospiti al momento del check-out. Da host anch'io, però, la penso diversamente: secondo me Airbnb sta andando nella direzione giusta. O almeno non ci vedo niente di drastico.
Non perché chi affitta un appartamento debba trasformarsi in un servitore personale, ma perché tra il pretendere rispetto per la propria casa e trasformare la partenza in una lista di mansioni domestiche c'è una bella differenza.
Il punto è semplice: se affitto un alloggio per le vacanze, voglio che i miei ospiti si sentano in vacanza. Non al lavoro. Si tratta di affitti brevi.
Non siamo tutti in vacanza per fare le pulizie
Immaginiamo una coppia che trascorre qualche giorno in una città d'arte. Ha pagato il soggiorno, magari anche le spese di pulizia, e l'ultimo giorno vorrebbe fare colazione con calma, visitare un museo o godersi le ultime ore prima di ripartire.
Poi legge le istruzioni per il check-out: lavare e riporre tutte le stoviglie, togliere le lenzuola, avviare la lavatrice, portare fuori la spazzatura e lasciare la casa in ordine.
A quel punto viene spontaneo chiedersi se si sia prenotato un alloggio per le vacanze oppure un turno di lavoro non retribuito.
Non significa pretendere di lasciare una discarica. Significa distinguere tra il normale rispetto della casa e le operazioni necessarie a prepararla per gli ospiti successivi.
Le pulizie costano? Facciamole pagare il giusto
Una delle obiezioni che ho letto riguarda i costi. Se gli ospiti non devono più occuparsi di determinate attività, qualcuno dovrà pur farle. Vero, ma non mi sembra un motivo sufficiente per opporsi alle nuove regole.
Se le pulizie mi costano più di quanto avevo previsto, posso rivedere la tariffa dedicata. Se il mio appartamento non è sostenibile ai prezzi attuali, devo rivedere i conti. È il normale funzionamento di un'attività.
Non sto dicendo che i prezzi debbano aumentare per forza, ma che eventuali costi aggiuntivi vadano gestiti in maniera trasparente, anziché recuperati chiedendo al cliente di occuparsi di una parte del servizio.
Del resto, se propongo un alloggio per una vacanza comoda e indipendente, non posso stupirmi se gli ospiti desiderano proprio comodità e indipendenza.
Rispettare la casa è una cosa, fare il personale è un'altra
Naturalmente, anche gli ospiti devono fare la loro parte. Un appartamento non è un contenitore usa e getta: è giusto chiedere di rispettare gli orari di silenzio, non fumare dove è vietato, evitare feste non autorizzate e segnalare eventuali danni.
Le nuove regole non impediscono nemmeno di chiedere piccole attenzioni, come raccogliere gli asciugamani utilizzati, separare i rifiuti o lasciare le stoviglie nel lavello. La differenza sta nel non trasformare queste richieste in un elenco di faccende da sbrigare prima di partire.
C'è poi un aspetto che, secondo me, viene spesso trascurato nelle polemiche: noi host dobbiamo garantire che chi arriva dopo trovi un alloggio pulito.
Facciamo un esempio. Una famiglia prenota il mio appartamento per una settimana. Nei primi giorni utilizza piatti, bicchieri e pentole e, naturalmente, lava le stoviglie che le servono. È del tutto normale: non avrebbe senso pretendere che sia io a lavare i piatti dopo ogni pasto.
Ma al momento della partenza, se gli ospiti lavano tutto prima di andare via, io devo comunque verificare che il risultato sia adeguato. Le stoviglie sono davvero pulite? Sono state asciugate e riposte correttamente? Oppure devo fidarmi e metterle direttamente a disposizione di chi arriva dopo?
Personalmente preferisco controllare. E potrei finire per lavare nuovamente cose già lavate dagli ospiti, semplicemente perché non so quanto accuratamente sia stato fatto il lavoro. In pratica, rischierei di fare due volte la stessa cosa.
Ecco perché, a mio parere, ha più senso che gli ospiti si occupino normalmente delle stoviglie durante il soggiorno, mentre la pulizia finale resti a carico di chi gestisce l'alloggio. Non è una questione di pretendere meno collaborazione: è una questione di organizzazione e di responsabilità sul risultato.
Non voglio che gli ospiti lascino avanzi in giro o la cucina in condizioni disastrose. Voglio semplicemente evitare di chiedere loro di svolgere attività che dovrò comunque controllare e che, in ultima analisi, spettano a me per garantire la qualità del soggiorno successivo.
Un buon host non è quello che pretende di più
Credo che una parte delle polemiche nasca da un equivoco sul significato stesso dell'ospitalità. Mettere a disposizione un appartamento non significa soltanto consegnare le chiavi e incassare il pagamento: significa offrire un servizio, con tutto quello che comporta, dalla manutenzione alla pulizia.
Non vuol dire accettare qualsiasi comportamento o lavorare in perdita. Vuol dire stabilire un prezzo adeguato, organizzarsi e chiarire fin dall'inizio cosa è compreso nel soggiorno.
Un alloggio che offre un'esperienza semplice e senza sorprese può essere più interessante di uno apparentemente economico, ma accompagnato da una lunga lista di incombenze finali. E questo si riflette anche sulla reputazione dell'host e sulla possibilità che gli ospiti decidano di tornare.
Airbnb non sta chiedendo agli host di lavorare gratis
Le nuove direttive non risolvono tutti i problemi di chi affitta. I costi esistono, gli ospiti maleducati esistono e le case non si puliscono da sole. Sarebbe bello, ma temo che la tecnologia non sia ancora arrivata a tanto.
Il punto è rendere più chiaro ciò che un ospite può ragionevolmente aspettarsi e ciò che un host può legittimamente chiedere. Regole trasparenti significano meno malintesi e aspettative più chiare per entrambe le parti.
Si può discutere sui dettagli delle disposizioni e sulle situazioni particolari, ma non vedo perché difendere a oltranza qualsiasi abitudine consolidata.
In fondo, quando prenoto una vacanza, voglio tornare a casa con dei bei ricordi, non con la soddisfazione di aver lavato anche l'ultima forchetta prima di partire.
Se faccio l'host, il mio obiettivo è offrire un posto in cui le persone possano godersi le vacanze. E mi sembra ragionevole che, almeno al momento del check-out, possano pensare alla valigia anziché alle faccende domestiche.
sabato 24 ottobre 2026
Vinci, Leonardo e il carro armato
venerdì 23 ottobre 2026
Green Day - Insomniac
Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.
È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.
Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.
giovedì 22 ottobre 2026
Senso (1954)
La storia è ambientata a Venezia nel 1866, in piena occupazione austriaca e mentre l'Italia si prepara alla guerra. Tutto comincia a teatro, durante una rappresentazione del Trovatore di Verdi che si trasforma in una manifestazione contro gli austriaci. Da lì nasce la passione tra la contessa Livia Serpieri e un giovane tenente austriaco, Franz Mahler, un amore che la porta a rischiare famiglia, posizione sociale e patrimonio per un uomo che dall'altra parte della barricata sta con il nemico e soprattutto pensa a se stesso. Ve lo dico così per non rovinarvi il resto, perché la parte che viene dopo conviene vederla con i propri occhi.
Dal punto di vista scenografico e della ricostruzione degli ambienti, considerando appunto che è stato girato nel 1954, devo dire che mi trovo d'accordo: è monumentale e preciso. Interni, costumi, palazzi e luci sono curati in un modo che ancora oggi lascia a bocca aperta, con il Technicolor a dare un colore pieno e ricco a ogni inquadratura. Se c'è una cosa che ho apprezzato senza riserve, è questa. Perfino io, che non sono un fan del genere, ogni tanto mi fermavo a guardare lo sfondo più che i personaggi principali, accerchiati anche da un numero incredibile di comparse. Il tema del tradimento, che è un argomento sostanzioso, non si limita al piano amoroso. Il tradimento di Livia è verso il marito, certo, ma anche verso i propri ideali e verso la causa patriottica, e il film sembra voler dire che la fedeltà e la lealtà sono cose che si rompono su più livelli insieme. Quindi non solo una storia di passione, ma qualcosa di più morale e generale, che dà un po' di sostanza a quello che altrimenti sarebbe un melodramma in costume.
Poi mi sono cercato qualche informazione extra su Wikipedia e ho scoperto che il film ha subito una forte censura e molti tagli. Per me è una cosa abbastanza inspiegabile per un film di questo genere, che a prima vista sembra solo una storia d'amore ottocentesca. Da quello che ho letto in giro, però, a dare fastidio sarebbe stato il modo in cui venivano mostrati i soldati italiani, non proprio da eroi, e addirittura il finale originale è stato rigirato su richiesta dei censori. Insomma, anche una storia in costume negli anni cinquanta poteva toccare nervi scoperti, e questa curiosità da sola mi ha fatto guardare il film con altri occhi.
Un film lungo e solenne, da guardare con calma, e che per chi ama il cinema italiano classico è sicuramente un titolo da conoscere.




