Al centro del libro c'è un tema classico e universale, quello del legame distorto tra vittime e carnefici, una base che di per sé potrebbe non sembrare rivoluzionaria. Tuttavia, Farris ha il grande merito di declinare questo spunto attraverso un'ambientazione e un protagonista decisamente inusuali. Non siamo davanti alla solita space opera o ai paesaggi post-apocalittici standard; l'autrice sarda costruisce un contesto sporco, bizzarro e profondamente originale, dove le dinamiche di potere si riflettono nell'architettura stessa e nelle abitudini dei personaggi. In questo scenario si muove una figura centrale lontana da ogni stereotipo, le cui scelte e la cui psicologia deviano costantemente dai binari della fantascienza più commerciale.
A guardare bene, si ha quasi l'impressione che la trama e gli eventi in sé siano quasi un pretesto, una scusa narrativa che l'autrice utilizza per esplorare e descrivere un contesto sociale e antropologico affascinante. La storia non cerca a tutti i costi l'azione avvincente, la svolta epica o l'evoluzione eroica del protagonista; preferisce invece concentrarsi sulle sfumature, sulle atmosfere e sulla coerenza interna di un mondo claustrofobico e disturbante. È proprio questa scelta a rendere il romanzo un'esperienza di lettura matura. Pur non partendo con il piede giusto, alla fine lascia addosso una sensazione di profonda soddisfazione, confermando la capacità dell'autrice di creare una fantascienza italiana dal respiro internazionale e dall'identità fortissima.

