Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
martedì 15 settembre 2026
Isaac Asimov: alcuni consigli
lunedì 14 settembre 2026
Kyuss - Welcome To Sky Valley
La storia dei Kyuss ha qualcosa di quasi leggendario: nati a Palm Desert, California, suonavano concerti nel deserto usando generatori a benzina per alimentare le apparecchiature, per piccoli gruppi di persone radunate nel nulla assoluto. Homme aveva quattordici anni quando fondò la band; nel 1993 aprivano per i Metallica in Australia; nel 1994 uscì questo disco. La copertina, una strada asfaltata che taglia il deserto e si perde nell'orizzonte sotto un tramonto rosso, è diventata un'immagine iconica dello stoner metal quasi quanto la musica che contiene.
Il disco è strutturato con dieci tracce e in tre suite senza titoli di sezione, con i brani che scorrono uno nell'altro senza pause evidenti, come se l'intenzione fosse quella di costruire un unico lungo viaggio piuttosto che una raccolta di canzoni. Le chitarre di Homme sono accordate verso il basso, con una distorsione secca e sabbiosa che suona come se il deserto fosse entrato nello studio. Il basso di Scott Reeder è così presente da sembrare una terza chitarra. John Garcia alla voce non urla e non sussurra: canta, con una naturalezza quasi soul che si incastra nella musica senza sovrastarla.
Gardenia apre il disco con un riff che sembra il motore di una muscle car che parte: cinque minuti di rock pesante e lento che stabiliscono subito le regole del gioco. Demon Cleaner è il singolo più noto, ipnotico e ossessivo, con quel giro di chitarra che si ripete fino a diventare quasi meditativo. Odyssey accelera come una moto in autostrada deserta al tramonto. Supa Scoopa and Mighty Scoop, col titolo più bizzarro del disco, è forse il momento più potente: Homme lascia che il groove faccia il lavoro invece del volume, e il risultato è devastante.
Non è musica da mettere su distrattamente, e non è musica per tutte le occasioni. È stoner rock nel senso più puro del termine: richiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione ad abbandonarsi al ritmo senza aspettarsi che arrivi da qualche parte in fretta. Ma quando ci si entra dentro, è difficile uscirne.
domenica 13 settembre 2026
Sassuolo 3 - Juventus 2
Tool - Undertow
Dopo aver ascoltato Lateralus mi è venuta la curiosità di tornare indietro nel tempo, fino al 1993, quando i Tool pubblicarono il loro vero esordio discografico, Undertow. Dico vero esordio perché prima c'era stato l'EP Opiate, ma è con questo disco che il gruppo di Los Angeles si presenta al mondo in formazione completa, con Paul D'Amour al basso, l'unico album in cui suonerà con loro prima di lasciare spazio a Justin Chancellor.
La prima cosa che colpisce, sapendo cosa verrà dopo, è quanto Undertow sia già loro e non ancora del tutto loro. C'è la stessa oscurità, la stessa capacità di costruire un pezzo su un giro ossessivo che si ripete e si trasforma, ma manca ancora quella raffinatezza quasi matematica che troveremo su Lateralus. Qui i Tool sono più grezzi, più arrabbiati, più vicini all'alternative metal dei primi anni novanta di quanto lo saranno mai più.
Intolerance apre il disco con un riff che non lascia dubbi su dove si sta andando a parare, ma è con Prison Sex che la band mostra per la prima volta quella capacità di scrivere qualcosa che assomiglia a una canzone vera, con un ritornello che si conficca in testa nonostante il testo parli di abusi e perdita dell'innocenza, uno dei temi ricorrenti del disco insieme all'ipocrisia religiosa che tornerà anche in Sober, probabilmente il pezzo più conosciuto dell'album.
Bottom merita una menzione a parte perché ospita Henry Rollins, che presta la voce in un pezzo lento e strisciante, di quelli che ti si attaccano addosso senza che tu te ne accorga. E poi c'è la chiusura, Flood che sfocia in Disgustipated, un blocco unico di oltre venti minuti che parte come un pezzo quasi tradizionale e finisce in un delirio di rumori, silenzi e voci recitate, una specie di manifesto di quello che i Tool avrebbero fatto negli anni successivi, solo ancora in forma acerba.
Non è un disco che ti fa dire subito wow, ci vuole pazienza, ma se gli dai tempo capisci da dove viene tutto il resto, Ænima, Lateralus, e tutto quello che sarebbe seguito. I Tool sono davvero una band particolare, difficile da avvicinare senza un minimo di predisposizione, ma quando ci sanno fare lo fanno davvero bene, e Undertow è la prova che ci sapevano fare già dal primo giorno.
Ultima Notte A Soho (2021)
Ultima notte a Soho è il film del 2021 diretto da Edgar Wright, il regista della trilogia del Cornetto e di Baby Driver, che qui abbandona la comicità per infilarsi in un thriller psicologico venato di horror. Protagonista è Eloise, aspirante stilista appena arrivata a Londra, interpretata da Thomasin McKenzie, che scopre di poter in qualche modo entrare in contatto con gli anni Sessanta, dove incrocia Sandie, aspirante cantante interpretata da Anya Taylor-Joy. Nel cast anche nel suo ultimo ruolo prima della morte, Diana Rigg.
Il film parte da premesse interessanti, il contrasto tra la Londra swinging idealizzata da Eloise e quella reale, molto più sporca e pericolosa, e per un bel pezzo regge grazie a un'estetica curatissima e a un montaggio che gioca con gli specchi tra le due protagoniste. Il problema è che, a conti fatti, stenta a decollare. Pur potendoci stare qualche segno onirico, tutto risulta troppo fantastico e senza alcun motivo apparente, come se Wright si fosse innamorato dell'idea visiva senza preoccuparsi troppo di darle una logica interna solida.
Il risultato è un thriller casuale e non spiegato, che accumula suggestioni e colpi di scena senza mai chiarire davvero le regole del proprio mondo. Resta un film piacevole da guardare, elegante nella forma, ma che alla fine lascia la sensazione di aver visto tanta atmosfera e poca sostanza.
sabato 12 settembre 2026
David Drake - Una Questione Di Scelta
La storia segue il tenente Arne Huber, mercenario al servizio degli Slammers, alle prese con uno sbarco sul pianeta Plattner finito male: qualcuno ha avvertito il nemico dell'arrivo delle truppe, il plotone cade in un'imboscata e, nonostante la vittoria sul campo, ci scappano vittime civili che costano a Huber la rimozione dal comando e la retrocessione in un ufficio logistico. Da lì parte il tentativo del protagonista di riscattarsi e di riguadagnare il proprio posto tra le truppe scelte del reggimento.
Come sospettavo, anche questo si configura come un episodio a parte, pensato più che altro per far conoscere al lettore italiano un autore e un universo che da noi restano quasi del tutto inediti: a quanto ho trovato, oltre a questo romanzo breve solo tre suoi romanzi sono stati tradotti nel nostro paese nel corso degli anni, ben poca cosa rispetto alla mole di materiale disponibile in lingua originale, compresa la lunga collaborazione con Eric Flint sulla saga di Belisario di cui ho già parlato.





