mercoledì 4 marzo 2026

Korn - Life Is Peachy

 

Artista: Korn
Anno: 1996
Tracce: 14
Formato: CD 
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Life Is Peachy arriva dopo che il primo album mi aveva già fatto capire che i Korn erano qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo. Non amavo il nu metal, non lo amavo in modo attivo (lo guardavo con il distacco di chi viene da altri ascolti e fatica a prendere sul serio certe pose) . Eppure con quel disco omonimo avevano già fatto breccia, e quando mi sono messo ad ascoltare la loro discografia in sequenza, Life Is Peachy è arrivato come logica conseguenza, quasi senza che me ne accorgessi.

È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.

Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.

Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.

Pink Floyd - Meddle

 The lower half of a right ear underwater.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1971
Tracce: 6
Formato: CD
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I Pink Floyd sono uno di quei nomi che tutti dicono di conoscere. Tutti hanno canticchiato almeno una volta Another Brick in the Wall, tutti credono di sapere cosa sia The Wall, e quasi tutti associano la band a un paio di dischi monumentali degli anni Settanta. Poi però esiste Meddle, e lì le certezze iniziano a vacillare. Perché molti conoscono One of These Days o Echoes, ma pochi hanno davvero attraversato tutto l’album. Io mi inserisco tra quelli che conoscono marginalmente i Pink Floyd, ma ho cercato di seguirne il percorso e così mi si è aperto un mondo. 

Pubblicato nel 1971 e registrato in momenti diversi, tra studi e soluzioni tecniche differenti, Meddle è un disco che vive proprio di questa varietà. Non è ancora il Pink Floyd levigato e concettuale di The Dark Side of the Moon, ma non è più nemmeno la pura psichedelia degli esordi (che io scoprirò in seguito, con meno passione). È un punto di equilibrio, una terra di mezzo dove la band sperimenta senza ancora irrigidirsi in una formula definitiva.

L’apertura con One of These Days è magnetica: quel basso pulsante, quasi minaccioso, sembra arrivare da un futuro lontano rispetto al 1971. È un brano che molti collocano mentalmente più avanti nel tempo, tanto è moderno nell’impatto. Poi il disco cambia pelle: A Pillow of Winds è una ballata delicata, sospesa, mentre Fearless si chiude con il coro dei tifosi del Liverpool, scelta tanto insolita quanto perfettamente integrata nel flusso dell’album.

E poi c’è Echoes. Ventitré minuti abbondanti che occupano un intero lato del vinile originale e che rappresentano uno dei momenti più alti della loro carriera. Non è solo una suite: è un viaggio sonoro che attraversa atmosfere liquide, passaggi inquietanti, esplosioni psichedeliche e ritorni melodici di una bellezza quasi struggente. Non si preoccupa minimamente della durata radiofonica, e proprio per questo oggi suona ancora libera, quasi ribelle.

Quello che apprezzo di Meddle è la sua natura non del tutto celebrata. Non è il disco che viene citato per primo quando si parla dei Pink Floyd, ma è forse quello che meglio racconta la loro trasformazione. È creativo senza essere presuntuoso, sperimentale senza perdere calore, tecnico ma mai freddo.

Riascoltarlo significa rendersi conto che ridurre i Pink Floyd a due o tre brani iconici è un errore comodo ma superficiale. Meddle è il suono di una band che sta costruendo il proprio linguaggio definitivo, pezzo dopo pezzo. Non è solo un passaggio verso qualcosa di più grande: è già grande di per sé, basta avere la pazienza di ascoltarlo davvero.

martedì 3 marzo 2026

Savatage - Power Of The Night

 

Artista: Savatage
Anno: 1985
Tracce: 10
Formato: CD 
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Da grande estimatore dei Savatage, Power of the Night è stato uno di quegli album arrivati dopo, quando ormai il mio cuore era già pienamente conquistato dai lavori degli anni Novanta. Non è stato un colpo di fulmine iniziale, ma un tassello che ho voluto aggiungere con convinzione alla mia collezione, per dare completezza a un percorso che sentivo mio.

Rispetto a Sirens il salto è evidente. Qui la band suona più compatta, più consapevole, decisamente più matura. C’è ancora quell’energia ruvida e notturna degli esordi, ma è incanalata meglio, strutturata con maggiore attenzione. Le canzoni non sono più solo istinto e velocità, ma iniziano ad avere una forma più definita, una direzione più chiara.

L’anima heavy metal è ancora centrale, con riff diretti e un’impostazione che guarda alla scena americana dell’epoca, ma già si percepiscono quei semi melodici e quella vena drammatica che esploderanno pienamente negli anni successivi. È come osservare un artista nel momento in cui sta trovando la propria identità, ancora legato alle radici ma pronto a qualcosa di più ambizioso.

Non è l’album dei Savatage che ho ascoltato di più, e non è quello che associo immediatamente al mio legame con loro. Però è stato un compagno musicale onesto, solido, capace di accompagnarmi senza mai sembrare un riempitivo. Ogni volta che lo rimetto su ritrovo quella dimensione più diretta, meno orchestrale, meno concettuale, ma comunque sincera.

Power of the Night non rappresenta il vertice creativo della band, almeno non per me, ma è un passaggio fondamentale. È il ponte tra l’irruenza degli inizi e la maturità compositiva che li renderà unici negli anni a venire. E proprio per questo, pur non avendolo consumato come altri loro dischi, lo considero una presenza necessaria nella mia storia con i Savatage.

13 Peccati (2014)

 
Regia: Daniel Stamm
Anno. 2014
Titolo originale: 13 Sins
Voto e recensione: 4/10 
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Se c’è una cosa che 13 Peccati fa benissimo è farti dire: “Ok, adesso voglio vedere dove va a parare questa follia”. E nella prima parte ci riesce davvero.
Il film è il remake americano di un’opera thailandese, diretto da Daniel Stamm e interpretato da Mark Webber, che qui veste i panni di un uomo qualunque con una vita che definire complicata è poco: problemi economici, lavoro precario, responsabilità familiari che pesano come macigni. Poi arriva la telefonata. Un gioco. Tredici prove. Ogni prova superata, soldi. Sempre di più. Sempre peggio.
L’idea non è originalissima, diciamolo subito. Il meccanismo del “gioco perverso” che costringe il protagonista a oltrepassare progressivamente limiti morali lo abbiamo visto diverse volte, e si sente. Però funziona. Funziona perché la prima metà è costruita con un crescendo intelligente: ogni sfida è più disturbante della precedente, ma resta ancora in una zona di plausibilità. Ti chiedi cosa faresti tu. Ti immedesimi. E lì il film ti tiene.
C’è una tensione quasi da thriller sociale, con quel sottotesto sulla disperazione economica che rende il tutto più amaro. Non è solo voyeurismo della crudeltà: è la tentazione del denaro facile quando sei con le spalle al muro. E questo aggancio emotivo regge bene.
Il problema arriva dopo.
Quando la storia decide di alzare la posta in modo esagerato. Quando la sospensione dell’incredulità viene stirata fino a spezzarsi. Le prove diventano sempre più improbabili, l’organizzazione dietro al gioco assume contorni quasi onnipotenti, e i colpi di scena iniziano a sembrare inseriti più per scuotere lo spettatore che per vera necessità narrativa.
Si passa da “potrebbe succedere” a “ma dai, seriamente?”.
E lì qualcosa si rompe. Non perché il film diventi improvvisamente inguardabile, ma perché perde quella forza iniziale, quel senso di inquietudine concreta. Il finale prova a rilanciare con twist e rivelazioni, ma il risultato è più artificiale che sconvolgente. Sembra voler strafare quando invece avrebbe funzionato molto meglio restando più asciutto, più crudele nella sua semplicità.
Resta comunque un thriller che si lascia guardare, con un ritmo solido e un’idea di base intrigante. Non rivoluziona nulla, non lascia un segno profondo, ma per buona parte del tempo riesce a farti stare incollato allo schermo. E in un genere inflazionato, non è poco.
Peccato solo che, arrivato al momento decisivo, scelga la strada più rumorosa invece di quella più intelligente. 

lunedì 2 marzo 2026

Nirvana - Bleach

 Color-reversed image of a band playing on a studio. The band's name and the album title are visible in the top center and lower center respectively.
Artista: Nirvana
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: CD
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Bleach è stato l’ultimo album dei Nirvana che ho acquistato, nonostante sia il primo in ordine cronologico. L’ho preso per completezza, quasi per chiudere un cerchio, dopo essere passato attraverso l’impatto di Nevermind e la tensione ruvida di In Utero. Ed è probabilmente quello che conosco meno, quello che ho ascoltato con meno ossessione, forse perché arrivato tardi nel mio percorso con loro.

Qui dentro c’è un’altra band rispetto a quella che avrebbe cambiato gli anni Novanta. Bleach è più grezzo, più diretto, più figlio dell’underground e meno consapevole del proprio potenziale. Si sente l’influenza del punk e di un certo rumore abrasivo che non cerca melodie memorabili, ma impatto immediato. È un disco che non fa sconti e non ha ancora quell’equilibrio tra rabbia e orecchiabilità che renderà i Nirvana universali.

Brani come About a Girl lasciano già intravedere qualcosa di diverso, una sensibilità melodica che si svilupperà meglio in seguito, ma nel complesso l’album resta ruvido, quasi monocromatico. Le chitarre sono sporche, la produzione è essenziale, la batteria picchia senza troppi fronzoli. È un suono crudo, coerente con il contesto da cui proviene.

Forse proprio perché l’ho scoperto dopo gli altri due, Bleach non ha mai avuto su di me l’effetto rivelazione. Non è il disco che associo a un momento preciso della mia vita, né quello che mi ha fatto cambiare prospettiva su di loro. È piuttosto un tassello necessario, un capitolo iniziale che aiuta a capire da dove tutto è partito.

Eppure, riascoltandolo, c’è un fascino particolare in questa versione ancora acerba dei Nirvana. È come osservare una fotografia prima che venga messa a fuoco definitivamente. Non è il loro vertice creativo, almeno per me, ma è un documento sincero, diretto, privo di sovrastrutture. Un album che completa il quadro e che, pur non essendo quello che ascolto di più, resta fondamentale per comprendere davvero la loro traiettoria.

domenica 1 marzo 2026

L'Illusione Perfetta - Now You See Me: Now You Don't (2025)

 
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2025
Titolo originale:  Now You See Me: Now You Don't
Voto e recensione: 2/10
Pagina di IMDB (5.9)
Pagina di I Check Movies
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Ci risiamo. Pensavo che dopo il secondo capitolo avessimo toccato il fondo, e invece Now You See Me: Now You Don’t riesce nell’impresa quasi commovente di scavare ancora. Se il primo film  aveva il merito di essere un giocattolone furbo, patinato e con un ritmo che copriva le crepe, qui siamo davanti a un’operazione stanca, rumorosa e sorprendentemente svogliata. E sì, è davvero peggiore perfino di Now You See Me 2, che già non brillava per coerenza narrativa.
La trama è talmente fragile che sembra scritta su un tovagliolino durante una pausa pranzo particolarmente distratta. Colpi di scena che non sorprendono, motivazioni dei personaggi che cambiano a seconda delle esigenze della scena, svolte narrative che arrivano senza essere preparate. Non è nemmeno il classico caso di “film leggero che non si prende sul serio”: qui il problema è proprio strutturale. Sembra che ogni sequenza viva di vita propria, come sketch slegati cuciti insieme in post-produzione. Il risultato è un racconto che non scorre, non coinvolge, non costruisce tensione. Ti ritrovi a guardare lo schermo con la sensazione costante che manchi qualcosa. E infatti manca: un’idea.
Il primo Now You See Me giocava con l’illusione e con il fascino del trucco cinematografico, trasformando la magia in spettacolo pop. Qui la magia diventa un pretesto svuotato, un filtro glitterato per coprire buchi enormi. Le forzature sono talmente evidenti che quasi ci si aspetta che uno dei protagonisti si giri verso la camera e dica: “Tranquilli, è solo cinema”. Ma nemmeno l’autoironia salva il disastro. Ogni scena sembra urlare “guardate quanto siamo furbi”, quando in realtà tutto appare prevedibile e meccanico.
Il ritmo è schizofrenico: si passa da spiegoni imbarazzanti a sequenze d’azione confusionarie, senza che ci sia un vero crescendo. I personaggi, che nel primo film avevano almeno un minimo di carisma , qui diventano figurine. Entrano, escono, fanno cose improbabili, pronunciano battute che dovrebbero essere brillanti ma restano sospese nel vuoto. Non c’è empatia, non c’è tensione, non c’è nemmeno quel minimo di divertimento da blockbuster scanzonato. Solo una sensazione crescente di tempo che scorre inutilmente.
La cosa che irrita di più non è nemmeno la bruttezza in sé. È la sciatteria. Sembra un prodotto concepito esclusivamente per sfruttare un marchio, senza alcuna reale voglia di raccontare qualcosa. E questo, al netto di budget, effetti speciali e cast, è imperdonabile. Perché il cinema commerciale può essere leggero, può essere esagerato, può essere sopra le righe. Ma non può essere vuoto.
Uscendo (o spegnendo, che forse è la scelta più saggia) resta quella fastidiosa sensazione di aver assistito a uno spreco collettivo: di tempo per chi guarda e di risorse per chi produce. Non è nemmeno il classico “film brutto ma divertente”. È semplicemente un film che non funziona. E quando un film che parla di illusioni riesce a far sparire solo la pazienza dello spettatore, forse il trucco è davvero riuscito male.