Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
giovedì 1 ottobre 2026
Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness
Baroness - Blue Record
Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.
Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.
Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.
martedì 29 settembre 2026
Poveri Ma Belli (1957)
Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.
È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.
A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.
lunedì 28 settembre 2026
Machine Head - Burn My Eyes
La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.
Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.
Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.





