giovedì 18 giugno 2026

Gojira - From Mars To Sirus

 

Artista: Gojira
Anno: 2005
Tracce: 12
Formato: CD 
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Tra le band metal che considero una mia piccola scoperta personale, i Gojira occupano un posto speciale, e ne vado fiero. Già il fatto che siano francesi li rende rari nel panorama del genere (la Francia non ha mai avuto una scena metal di fama internazionale paragonabile a quella di altri paesi europei); poi c'è il tema, esplicitamente ecologista, che li rende ancora più particolari nel contesto in cui sono nati.

From Mars to Sirius  è il disco che li ha portati alla ribalta, il terzo della loro discografia e il primo realizzato con un budget adeguato che gli ha permesso di venire conosciuto da VER. È un concept album che racconta la rinascita di un pianeta morto attraverso un viaggio interplanetario, con tematiche ambientali come il cambiamento climatico e l'impatto dell'uomo sulla vita marina; il tutto condensato in una balena che fluttua tra i pianeti sulla copertina, simbolo perfetto del contenuto. All'epoca, parlare di crisi climatica e inserirla in un contesto fantascientifico nel metal non era affatto scontato; oggi è quasi un genere a sé, ma nel 2005 era un'anomalia, e anche per questo il disco resta importante.

Musicalmente i Gojira fondono death metal, groove e progressive in un modo che all'epoca sorprese parecchio. Mario Duplantier alla batteria è probabilmente il punto più alto del disco: sincopato, preciso, capace di variazioni continue che tengono tutto in piedi anche nei passaggi più complessi. Le chitarre di Joe Duplantier e Christian Andreu costruiscono riff dissonanti e mai banali, mentre il basso di Jean-Michel Labadie fa da collante. Ocean Planet apre il disco con tutta la potenza che serve a dichiarare le intenzioni; Global Warming chiude con un tema musicale a tapping continuo che incarna perfettamente il messaggio del titolo.

La voce di Joe Duplantier, onestamente, non mi fa impazzire: è uno scream/death personale e riconoscibile, ma non è il mio genere preferito di vocalità. Musicalmente però li apprezzo molto, e ancora di più per i temi che hanno scelto di affrontare quando nessun altro nel metal ci pensava. Una scoperta di nicchia che mi porto dietro con orgoglio, anche sapendo che oggi sono tutto tranne che sconosciuti.

mercoledì 17 giugno 2026

Sepultura - Roots

 

Artista: Sepultura
Anno: 1996
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con i Korn avevo scoperto un certo tipo di pesantezza ritmica e oscura che mi aveva incuriosito. Roots dei Sepultura lo presi proprio dopo, e l'impressione fu immediata: con le dovute distanze, certe sonorità sembrano davvero un preludio a quel genere. Cercando poi qualche informazione, ho scoperto che la cosa non era casuale, ma anche più intricata di quanto pensassi: l'esordio dei Korn del 1994 si era ispirato proprio ai Sepultura (Jonathan Davis viene citato come una delle fonti d'ispirazione nel libretto di Roots), e i Sepultura, a loro volta, nel registrare questo disco assorbirono elementi della scena nu metal che stava nascendo proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Un'influenza reciproca, un cerchio che si chiude su se stesso; non è importante chi abbia preso da chi per primo.

Quello che invece resta centrale, e che rende Roots un disco unico nel suo genere, sono le influenze musicali estranee al mondo metal. La band brasiliana, guidata da Max Cavalera, passò un periodo a stretto contatto con una tribù indigena nella regione del Mato Grosso, e il risultato si sente in ogni angolo del disco: percussioni tribali, il suono ipnotico del berimbau (che grazie a VIKI so essere uno strumento tradizionale brasiliano) e la collaborazione con Carlinhos Brown, percussionista già noto per il lavoro con Caetano Veloso, che porta dentro un'energia etnica difficile da trovare altrove nel metal di quegli anni. Ratamahatta, cantata in portoghese, è probabilmente il brano dove questa fusione funziona meglio.

Roots Bloody Roots apre il disco con un riff pesante e ipnotico che è diventato uno dei più iconici della band. Attitude introduce subito il berimbau in un contesto altrimenti heavy, e Cut Throat si distacca per un'andatura quasi doom. Settantadue minuti in tutto, forse anche troppi, ma con un'identità che nessun altro disco metal di quegli anni aveva.

Resta per molti il disco spartiacque dei Sepultura, quello che segna anche l'addio di Cavalera dalla band poco dopo, tra polemiche interne mai del tutto chiarite. Per me resta soprattutto questo: il punto in cui due mondi sonori, quello brasiliano tribale e quello nu metal americano, si incontrano senza che sia chiaro chi avesse copiato chi.

martedì 16 giugno 2026

Anthrax – Among The Living

 

Artista: Anthrax
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con gli Anthrax il rapporto è semplice: non mi sono mai piaciuti, e non parlo di un ripensamento recente. Li ascoltai a suo tempo dietro suggerimento di un paio di amici convinti che mi sarebbero entrati come un guanto. Non è andata così. Among the Living  resta comunque il loro disco più rappresentativo, quello che la critica indica spesso come il preferito dai fan, e ascoltarlo serve almeno a capire perché certe persone ci vadano matte (anche se io non sono tra quelle).

Musicalmente è thrash metal puro, : riff veloci, ritmica martellante, la voce di Joey Belladonna che alterna acuti quasi heavy metal classico a momenti più ruvidi. Non è il genere che mi convince, e quella combinazione di velocità e aggressività resta un ostacolo che non ho mai superato del tutto.

Quello che invece apprezzo, e che rende il disco interessante anche per chi come me non è il pubblico naturale, sono i temi di alcune tracce. La title track Among the Living è ispirata a L'ombra dello scorpione di Stephen King, con il villain Randall Flagg al centro del testo (la copertina dell'album, tra l'altro, richiama più Poltergeist che il romanzo, ma il legame con King resta esplicito). I Am the Law è un tributo al fumetto britannico Judge Dredd, e si sente quanto la band si sia divertita a costruirci sopra un inno quasi epico. A Skeleton in the Closet riprende invece il racconto Un ragazzo sveglio, sempre di King, contenuto in Stagioni diverse. C'è anche spazio per temi più seri: Indians parla delle condizioni dei nativi americani nelle riserve, One World della minaccia nucleare.

Questo mix di cultura pop e tematiche sociali, unito a un'energia quasi giocosa che li distingueva dagli altri big four del thrash, è probabilmente il motivo per cui il disco viene ricordato così bene. Per me resta un ascolto di cortesia più che di passione; ma le citazioni a King e a Dredd, quelle, le ho sempre trovate azzeccate.

Van Halen - 1984

 

Artista: Van Halen
Anno: 1984
Tracce: 9
Formato: CD 
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A volte è una sola canzone ad apriti la porta su un'intera band. Con i Van Halen è stato esattamente così: Jump, uno dei singoli più famosi al mondo, mi ha fatto scoprire 1984 e, da lì, gran parte delle loro altre hit.

La storia di quel brano, che ho ricercato con fare investigativo, dice già molto sul disco intero. Eddie Van Halen aveva scritto il riff di synth anni prima su un Oberheim OB-Xa, ma era convinto che David Lee Roth lo avrebbe rifiutato (un chitarrista del suo calibro che si metteva alle tastiere non era esattamente quello che ci si aspettava da una hard rock band). Roth all'inizio storse il naso, dicendogli che era un eroe della chitarra e non doveva mettersi a suonare i synth. Poi si convinse, scrisse un testo su un'audacia spericolata, e il risultato fu il loro unico numero uno in classifica: cinque settimane consecutive in testa alla Billboard Hot 100.

Il resto del disco non rinuncia all'anima della band, anche con quella svolta pop che il synth porta con sé. Panama è il pezzo che racchiude meglio lo spirito Van Halen: macchine veloci, ragazze più veloci ancora, riff diretto, niente fronzoli. I'll Wait mescola desiderio e minaccia in modo insolito per loro. Hot for Teacher chiude il disco con uno show solista alla batteria di Alex Van Halen e testi scanzonati che riportano lo spirito più sguaiato delle origini. Eddie Van Halen, va detto, resta il vero protagonista di tutto: anche quando le tastiere prendono il centro della scena, le sue dita continuano a fare cose che pochi altri chitarristi sapevano fare in quegli anni.

1984 è anche l'ultimo disco della formazione originale con Roth, che lascerà la band l'anno successivo per divergenze creative (Eddie voleva evolversi e sperimentare, Roth restava legato a un'idea più teatrale e diretta del rock). Resta, insieme all'esordio omonimo, il disco più venduto della band: oltre dieci milioni di copie solo negli Stati Uniti. Un finale in grande stile per quella formazione, anche se nessuno lo sapeva ancora mentre lo registravano.

lunedì 15 giugno 2026

Bosch [Stagione 2]

 
Anno: 2016
Titolo originale: Bosch
 Numero episodi: 10
Stagione: 2
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Premesso che anche questa seconda stagione di Bosch, mi è piaciuta, avevo parlato della prima dicendo che il personaggio non mi era così antipatico come lo ricordavo. Ecco, mi sono ricreduto già con questi ulteriori dieci episodi. Non che non funzioni, anzi, ma sebbene con numerose parti cambiate rispetto ai romanzi da cui trae spunto, qui il soggetto rispolvera il suo essere una specie di cane sciolto che segue le regole quando gli tornano comode... Altrimenti, fa un po' come meglio crede. In maniera antipatica. A parte questo ecco qua i romanzi in cui si muove questa seconda stagione: L'Ombra Del Coyote, Musica Dura e La Caduta. Di questi ne ho letti due su tre quello principale con la storia più corposa è senza dubbio Musica Dura. 

domenica 14 giugno 2026

Kage Baker - Benvenuto Nell'Olimpo Signor Hearst!

 

Autore: Kage Baker
Anno: 2003
Titolo originale: Welcome To Olympus, Mr. Hearst 
Pagine: 128
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
William Randolph Hearst è un celebre magnate dei media e produttore di film di successo. Alle grandiose feste che organizza nella sua villa principesca non è raro incontrare grandi attori come Greta Garbo o Clark Gable, ma anche personaggi curiosi come scrittori e sedicenti medium. O magari persone all'apparenza più normali che nascondono il segreto più grande di tutti: come Joseph e Lewis, agenti della multinazionale del futuro nota come Dr. Zeus Inc. la compagnia del tempo. La missione di Joseph e Lewis sembra facile: proporre al padrone di casa uno scambio che nessuno potrebbe rifiutare. Ma Hearst è un osso duro, e anche se la posta in gioco va ben al di là del denaro e la controparte è qualcosa di più di un'azienda quotata a Wall Street, gli affari sono affari. E in quel campo il signor Hearst è sempre in grado di giocarsela e anche di riservare qualche sorpresa.

Commento personale e recensione:

Dopo aver esplorato le sabbie rosse e retro-futuristiche di Kage Baker con L'Imperatrice di Marte, sono tornato a frequentare le pubblicazioni della Delos Books dedicate all'autrice californiana con "Benvenuto nell'Olimpo, signor Hearst!" (Welcome to Olympus, Mr. Hearst, del 2003). Se la precedente lettura mi aveva lasciato piuttosto tiepido, questa novella agile e molto breve ha saputo agganciarmi decisamente di più; intendiamoci, la storia in sé non è niente di trascendentale o particolarmente originale, ma la narrazione ha quel ritmo e quell'atmosfera capaci di tenerti incollato alla pagina e si divora in un paio di pomeriggi al mare. La vicenda si muove tra il 1926 e il 1933, in piena Grande Depressione e nel bel mezzo del passaggio epocale dal cinema muto al sonoro, ruotando attorno a William Randolph Hearst, il leggendario e spietato magnate dei media che ispirò il Quarto Potere di Orson Welles. Hearst vive nel suo sfarzoso e bizzarro castello di San Simeon, ribattezzato "l'Olimpo", ed essendo ormai anziano è ossessionato dal declino fisico, cercando in ogni modo un espediente per ingannare la morte. Ed è qui che entra in gioco la fantascienza: alla sua corte si muovono Joseph e Lewis, due facilitatori della Compagnia del Tempo, un'organizzazione del XXIV secolo che ha scoperto il viaggio temporale e crea cyborg immortali per viaggiare nelle varie epoche, con lo scopo di saccheggiare opere d'arte o reperti prima che vadano perduti nella storia. Joseph deve stringere un patto con Hearst, ma tra finti medium, imprevisti dell'ultimo minuto e cammei di attori dell'epoca d'oro di Hollywood come Greta Garbo e Clark Gable, la missione prenderà una piega inaspettata anche per un immortale. Una delle curiosità più interessanti di questo volume riguarda proprio la sua collocazione editoriale, poiché pur muovendosi nello stesso identico universo narrativo del celebre (ma a me totalmente sconosciuto) Ciclo della Compagnia del Tempo, si tratta a tutti gli effetti di una storia separata e del tutto autonoma, un "dietro le quinte" autoconclusivo che non richiede affatto di aver letto i romanzi principali della saga per essere goduto appieno. La Baker usa la cornice fantascientifica quasi come un pretesto per fare quello che le riesce meglio in questo formato, ovvero ironizzare sulla malleabilità della verità e della stampa e mettere in scena il contrasto tra l'immutabilità dei cyborg e la decadenza dell'essere umano. Analizzando la trama a mente fredda ci si rende conto che è davvero un filo sottile che si dipana senza grandi picchi o colpi di genio fantascientifici, eppure la scrittura scorre che è un piacere; l'ambientazione nella Hollywood anni '30 è resa con una vivacità e un'ironia sottile che mi hanno preso molto più rispetto alle atmosfere marziane dell'altra opera, rendendola una lettura fantascientifica leggera, densa di atmosfera d'altri tempi e con un pizzico di ottima satira storica.