mercoledì 6 maggio 2026

The Voices (2014)

 
Regia: Marjane Satrapi
Anno: 2014
Titolo originale: The Voices
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Immaginate un mondo dove i vostri animali domestici vi parlano, dispensando consigli tra il saggio e il catastrofico, mentre la vostra mente danza sul filo tra innocenza e orrore. È l'universo distorto di The Voices, il film del 2014 diretto da Marjane Satrapi (quella del più famoso Persepolis), con Ryan Reynolds nei panni di Jerry, un operaio eccentrico che vive in una piccola città americana, lottando con allucinazioni e un passato traumatico.
Quello che rende questo film una gemma originale è proprio il punto di vista: tutto è filtrato attraverso gli occhi di Jerry, un protagonista disarmantemente ingenuo e infantile. I gatti e i cani che lo popolano diventano i veri narratori non troppo comici, con il cane Bosco che incita alla bontà e il gatto Mr. Whiskers che spinge verso il caos. È una commedia nera grottesca, sì, ma mai gratuita: Satrapi dosa il sangue e l'umorismo nero con maestria, evitando di scadere nel frivolo o nel mero shock.
Il tema centrale ovvero la solitudine della malattia mentale, vista non come mostro da demonizzare ma come un prisma che deforma la realtà  è trattato con un equilibrio drammatico raro. Non c'è moralismo pesante né risate forzate; il film mantiene un tono serio, quasi tragico, anche nei momenti più assurdi. Reynolds brilla in un ruolo camaleontico, passando da tenero perdente a figura inquietante senza forzature, supportato da un cast eccellente come Gemma Arterton e Anna Kendrick.
The Voices non è per tutti: disturba, e ti lascia con un nodo in gola. Ma è ben fatto, originale e coraggioso, un promemoria che il cinema indipendente può ancora stupire. Da recuperare su streaming per chi ama il grottesco con cervello.
 
 

Savatage - Dead Winter Dead

 
Artista: Savatage
Anno: 1995
Tracce: 13
Formato: CD
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Con i Savatage avevo già capito da Handful of Rain in poi che la band stava andando da un'altra parte rispetto alle origini: più sinfonica, più teatrale, con un piede sempre più vicino all'opera rock. Dead Winter Dead  è il passo successivo, e forse più ambizioso: un concept album ambientato durante la guerra in Bosnia, con Sarajevo assediata come sfondo e una storia d'amore impossibile come filo narrativo.

Il punto di partenza è reale. Jon Oliva e il produttore Paul O'Neill si ispirano a due episodi di cronaca che li colpiscono nel profondo: i cosiddetti Romeo e Giulietta di Sarajevo cioè una coppia di innamorati, lui serbo e lei bosniaca, morti abbracciati sul ponte di Vrbanja nel tentativo di fuggire dalla città  e il violoncellista Vedran Smailović, che suonava in mezzo alle rovine per onorare le vittime, sfidando le bombe con la musica classica. Da questa immagine nasce il cuore del disco: un anziano musicista che ogni notte scende in piazza e suona, mentre intorno tutto brucia. I due protagonisti ovvero il soldato serbo Serdjan e la partigiana musulmana Katrina che si ritrovano uniti da quella melodia nel caos della guerra.

Musicalmente è il disco in cui i Savatage abbandonano definitivamente l'etichetta heavy metal nel senso tradizionale. Le chitarre  affidate questa volta ad Al Pitrelli e a Chris Caffery diventano spesso un supporto alla struttura orchestrale piuttosto che il centro di tutto. Le tastiere di Jon Oliva, i cori, gli arrangiamenti classici con richiami a Mozart e Beethoven prendono sempre più spazio. Overture apre il disco con una solennità che prepara bene a quello che viene. This Is the Time e Not What You See sono i momenti emotivamente più alti, con Zak Stevens alla voce che in certi passaggi dà il meglio di sé. E poi c'è Christmas Eve (Sarajevo 12/24): strumentale, con melodie natalizie trasfigurate in qualcosa di maestoso e malinconico  il brano che avrebbe ispirato direttamente la nascita della Trans-Siberian Orchestra.

Non raggiunge le vette emotive di Streets: A Rock Opera, che rimane un loro capolavoro irripetibile. Ma tra Sirens, Handful of Rain, Wake of Magellan e Poets and Madmen, Dead Winter Dead si inserisce perfettamente in quel percorso che ha reso i Savatage una delle band più uniche e sottovalutate dell'intera storia del metal. Un disco che parla di guerra senza retorica, che trasforma la brutalità in poesia senza perdere il peso. Uno di quelli che si ascoltano dall'inizio alla fine, senza saltare niente.

martedì 5 maggio 2026

Iron Maiden - Seventh Son Of A Seventh Son

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
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Tra tutti gli album degli Iron Maiden che ho ascoltato e recensito nel corso degli anni, Seventh Son of a Seventh Son  occupa un posto particolare. Non è il più celebrato, non è quello che si cita per primo quando si parla di loro, eppure è uno di quelli che tornano in testa più spesso, con quella sua atmosfera sospesa tra il mistico e il progressivo che lo rende unico nella loro discografia.

È il primo vero concept album della band con un unico filo narrativo che attraversa tutto il disco, ispirato ad un certo folklore quasi fantasy e costruito intorno alla figura del settimo figlio di un settimo figlio, un essere con poteri profetici condannato a vedere il futuro senza poterlo cambiare. Non è un pretesto narrativo buttato lì: la storia si sente, brano dopo brano, con una coerenza che tiene tutto insieme dall'apertura alla chiusura.

Le tastiere  e soprattutto i synth , già presenti anche in Somewhere In Times, danno al suono una dimensione quasi eterea che all'inizio sorprende e poi si rivela perfettamente coerente con il tema. Infinite Dreams non è uno dei brani più belli che la band abbia mai scritto eppure a mio avviso è di una eleganza disarmante, con quella melodia che si apre lentamente e poi esplode senza preavviso. The Clairvoyant è immediata e potente, uno di quei pezzi da live che funziona ancora meglio dal vivo. Can I Play with Madness il singolo, forse il più accessibile del disco  ha un ritornello che resta appiccicato in modo quasi irritante, nel senso migliore. E poi c'è la title track, lunga, stratificata, con Bruce Dickinson al massimo della sua forma teatrale.

È un disco che chiede un ascolto completo, dall'inizio alla fine, senza saltare. Non funziona a pezzi (infatti è difficile trovare una traccia che ho voglia di ascoltare singolarmente) funziona come un tutto unico, e in questo senso è forse l'album in cui i Maiden si sono avvicinati di più all'idea di opera rock. Mistico, come lo definisco io, è la parola giusta.

lunedì 4 maggio 2026

Crime 101 - La Strada Del Crimine

 
Regia: Bart Layton
Anno: 2026
Titolo originale: Crime 101
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies
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Vado dritto al punto negativo del film: troppi protagonisti in un intreccio che si conclude in maniera rocambolesca, al tempo stesso scontata per certi versi, ma in maniera illogica per altri.  Abbiamo comunque un bel thriller, di quelli nati quasi direttamente per lo streaming: lo puoi guardare anche non tutto d'un fiato e sopravvivi ugualmente. Torniamo comunque ai personaggi: funzionano, son ben scritti e reggono tutta la sceneggiatura. Peccato che questo loro essere funzionali però coincida anche con l'essere copia carbone di clichè ormai abusati. Quindi va bene andare sul sicuro con una pizza margherita, ma si manca di coraggio. Non necessariamente ci dobbiamo mettere ananas o pollo per renderla più originale ed accattivante, ma un po' di salamino piccante o qualche carciofino non avrebbero certo sfigurato. Molto larghi i focus sui protagonisti, ma poco spazio all'azione (se escludiamo una rocambolesca quando inutile ed in improbabile rincorsa tra auto e moto) ed alla preparazione del "colpo". Insomma, quando tutto deve succedere ti sei già un po' troppo rilassato con discorsi e facce stanche. C'è da dire che nonostante un certa lentezza, il film avanza forte e sicuro sui suoi binari, quindi non ti devi fare troppe domande o pensare a chissà quali colpi di scena troverai. Nel complesso un thriller urbano moderno che cerca di fondersi un po' con il noir. Quindi può piacere anche ai nostalgici. 

domenica 3 maggio 2026

Juventus 1 - Hellas Verona 1

 
Il Como pareggia, il Milan addirittura perde. Quindi occasionissima sprecata, contro una squadra già retrocessa. Non ci sono scusanti. Può anche starci la rete subita a mio avviso, sebbene per un errore madornale di leggerezza estrema. Non possono starci invece le innumerevoli occasioni disattese in cambio di uno sterile possesso palla. Troppi giocatori a testa bassa che pensano di poterla risolvere singolarmente. Un po' più di gioco corale nel secondo tempo, in cui la rete arriva comunque su calcio punizione (meno male). E' vero che abbiamo colpito anche una traversa ed un palo, ma per quello che si è visto in campo e per il risultato che era lecito aspettarsi, proprio non bastano a salvare il reparto offensivo. Vero è che teniamo il Como a distanza, ma la Roma potrebbe portarsi pericolosamente sotto. Speriamo bene perchè ora manca davvero poco, ed il quarto posto è un dovere. 

AC/DC - Let There Be Rock

 
Artista: AC/DC
Anno: 1977
Tracce: 8
Formato: CD
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Gli AC/DC li conoscevo come tutti: dai singoli, dalle tracce che girano ovunque, da quella chitarra scolara di Angus Young in divisa che è diventata un'icona prima ancora che un suono. Ma conoscerli per i singoli e conoscerli attraverso un album sono due cose diverse, e quando ho deciso di approfondire ho scelto di partire da Let There Be Rock. Scelta che non ho rimpianto.

Mi son ripreso diversi attimi per cercare info in maniera speifica su questo album che è il quarto disco, registrato agli Albert Studios di Sydney con produttore  George Young, fratello maggiore di Angus e Malcolm, e secondo molti il vero artefice del suono AC/DC di quegli anni. La filosofia di registrazione era semplice e radicale: niente sovraincisioni, niente surplus. Il risultato è un disco che suona esattamente come una band che suona insieme in una stanza, senza filtri e senza mediazioni. Bon Scott alla voce, Malcolm Young al ritmo, Angus al solismo, Phil Rudd alla batteria ed Evans al suo ultimo disco con il basso,  tutto al suo posto, tutto con una funzione precisa.

Il 1977 era un anno in cui il rock stava prendendo mille direzioni diverse ( punk, new wave, disco) e gli AC/DC risposero con qualcosa di volutamente opposto: un hard rock grezzo, diretto, fisico, che non aveva nessuna intenzione di inseguire le mode. Go Down apre con quel blues veloce e tipicamente australiano che è il loro marchio di fabbrica. Dog Eat Dog è più serrata e aggressiva. E poi arriva la title track con  quasi sette minuti in cui Angus costruisce un assolo che parte piano e cresce fino a diventare qualcosa di quasi ipnotico, uno dei momenti più riusciti dell'intera loro discografia.

Ascoltarli per album invece che per singoli cambia la prospettiva: si capisce che la formula non è semplicità per mancanza di idee, ma semplicità come scelta consapevole e coerente. Let There Be Rock è il disco che me lo ha fatto capire meglio di qualsiasi altro. Un ottimo punto di partenza.