Se state cercando un thriller che sappia di asfalto, sudore e nostalgia sporca, fermatevi qui. Disponibile su Prime Video , Caught Stealing ci riporta dritti nel 1998, in una New York che sembra quasi un personaggio a sé stante: caotica, pericolosa e terribilmente affascinante. Il protagonista è Hank Thompson, interpretato da un magnetico Austin Butler . Il ragazzo è un ex promessa del baseball la cui carriera è finita prima di iniziare; ora serve drink in un bar del Lower East Side e tiene un profilo basso, perchè di più non può La sua vita tranquilla va in pezzi quando il suo vicino di casa sparisce nel nulla, lasciandogli in custodia un gatto . Da quel momento, Hank diventa il bersaglio di mezza malavita di New York, inclusa una spietata mafia russa che non si fa troppi problemi a usare le maniere forti. Darren Aronofsky ricostruisce NYC ed il 1998 in modo magistrale. Niente filtri patinati, solo il realismo crudo di fine millennio. Butler dal canto suoriesce a trasmettere perfettamente il senso di smarrimento di un uomo comune che viene picchiato, rincorso e messo alle strette, ma che ritrova la grinta del battitore quando serve. È un thriller che non ti lascia respirare. Ogni volta che pensi che Hank sia al sicuro, spunta un nuovo problema (o un nuovo sicario). Come film spiazza un po' perchè molta violenza (forse gratuita) e questa c'è anche nelle occasioni che non ti aspetti. Inizialmente ero molto dubbioso, anche per questo aspetto, ma andando avanti ho capito che non era poi così male.
Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
sabato 28 marzo 2026
Una Scomoda Circostanza - Caught Stealing (2025)
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2025
Titolo originale: Caught Stealing
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
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Jack O. Lyroid
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19:12
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venerdì 27 marzo 2026
Judas Priest - Screaming For Vengeance
Artista: Judas Priest
Anno: 1982
Tracce: 10
Formato: CD
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Il segreto è nell'equilibrio. Non è un disco solo pesante, non è solo melodico: è entrambe le cose insieme, e la coppia di chitarre Tipton/Downing è il meccanismo che tiene tutto in piedi. Riff che pesano e melodie che volano, assoli che si intrecciano senza perdere mai il controllo. Già dall'apertura strumentale di The Hellion seguita dall'esplosione di Electric Eye (con il suo testo di denuncia contro la sorveglianza tecnologica, tema che non ha perso un grammo di attualità) il disco dichiara cosa vuole essere.
Rob Halford è il centro di tutto. Non solo per gli acuti stratosferici, ma per come sa essere teatrale senza mai diventare caricaturale. Sulla title track canta come se stesse trascinando qualcuno in guerra, su You've Got Another Thing Comin' costruisce uno dei ritornelli più immediati e riconoscibili del metal anni Ottanta, e su Devil's Child chiude il disco con una performance vocale che da sola vale l'ascolto.
Non è il disco più complesso dei Priest, né il più ambizioso. Ma è probabilmente il più efficace, quello in cui tutto funziona senza sforzo apparente. Per chi, come me, li segue più per completezza e rispetto storico che per passione viscerale, è comunque il disco da cui partire.
giovedì 26 marzo 2026
Tool - Lateralus
Artista: Tool
Anno: 2001
Tracce: 13
Formato: CD
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Il disco è costruito su ritmi dispari, tempi che cambiano continuamente, strutture che si aggrovigliano e si sciolgono senza mai risolversi nel modo che ti aspetti. Danny Carey alla batteria è il vero architetto di tutto questo: su Ticks & Leeches costruisce un muro ritmico di rara potenza, ed è suo il disco forse più di chiunque altro. La voce di Maynard James Keenan si muove su questo impianto in modo quasi impossibile da categorizzare, urla per trenta secondi in The Grudge, sussurra come un monaco in Parabol, e in entrambi i casi suona autentico.
C'è poi quella cosa della spirale di Fibonacci che vale la pena citare: le sillabe della title track sono scandite esattamente secondo la sequenza matematica (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13...) e la spirale ti entra dentro appena lo sai, ma inconsciamente fa già parte di te. Non è un vezzo intellettuale fine a se stesso: è il modo in cui i Tool costruiscono tutto, con una logica interna che non ti viene spiegata ma che si sente, anche quando non la capisci.
Schism è il brano più noto, e lo è a ragione, dal giro di basso iniziale in 5/4 fino alla chitarra in delay finale, è un pezzo che non si dimentica. Ma il disco vive soprattutto nei momenti più lunghi e stratificati: The Patient, Reflection, la stessa title track. Pezzi che non esplodono ma si espandono, che non concludono ma collassano su se stessi.
Non è un disco facile, e non pretende di esserlo. Ma è uno di quelli che, se gli dai il tempo che chiede, restituisce qualcosa di difficile da trovare altrove.
mercoledì 25 marzo 2026
Korn - Issues
Artista: Korn
Anno: 1999
Tracce: 16
Formato: CD
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È un disco che si allontana dalla formula. C'è ancora la cattiveria, ci sono ancora i riff pesanti e la voce di Davis che si muove tra l'urlo e il sussurro, ma tutto viene avvolto in un'atmosfera più densa, più oscura, quasi cinematografica. Le tastiere e le orchestrazioni entrano in modo più sistematico rispetto al passato, e invece di alleggerire il suono lo appesantiscono ulteriormente in senso buono. Il risultato è un disco che respira in modo diverso dagli altri, con spazi e silenzi che i Korn prima non si concedevano.
Falling Away from Me è probabilmente il brano più rappresentativo di questa svolta: melodia potente, ritornello che resta addosso, una costruzione che si apre progressivamente senza mai perdere il peso. Make Me Bad mescola l'elettronico con il metal in modo che all'epoca sembrava insolito e che ancora oggi suona coerente. E poi c'è Somebody Someone, quasi una ballata per i canoni Korn, con una vulnerabilità esplicita che in altri loro dischi restava più nascosta.
È il disco che più di tutti dimostra che i Korn non erano solo nu metal, erano qualcosa di più sfumato e meno categorizzabile di quanto l'etichetta facesse pensare. Non lo avrei scommesso partendo dal primo album, ma Issues mi ha convinto che la band sapeva dove stava andando, anche quando cambiava strada.
martedì 24 marzo 2026
Mercy - Sotto Accusa (2026)
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2026
Titolo originale: Mercy
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
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Il protagonista è il detective Chris Raven ( Chris Pratt ) che si ritrova dall'altra parte della sedia: accusato dell'omicidio della moglie, novanta minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al giudice Maddox, l'IA con il volto glaciale di Rebecca Ferguson. E il paradosso è che Raven è stato tra i sostenitori del sistema stesso. C'è materiale interessante, in tutto questo, per un film che abbia qualcosa da dire sul rapporto tra algoritmi, giustizia e responsabilità umana. Anche cosiderando che giusto questo weekend abbiamo votato per una riforma costituzionale della Giustizia. Peccato che il regista Timur Bekmambetov scelga quasi subito di buttare via l'ambizione e correre verso il thriller d'azione frenetico, ipermontato, affollato di finestre digitali, bodycam e pop-up che si sovrappongono sullo schermo in un flusso incessante che alla lunga stordisce più che coinvolge.
Rebecca Ferguson è la cosa migliore del film, calibrata, artificiale, magnetica, capace di costruire qualcosa di inquietante solo con micro-variazioni di tono. Ma il copione non sa cosa farne, e la addomestica progressivamente fino a trasformarla da minaccia in possibile alleata. È lì che il film tradisce la sua premessa: riesce a mettere in scena la pena di morte automatizzata e poi arriva a una morale del tipo "anche le macchine imparano". Per un film che parte da un'idea così radicale, è una conclusione disarmante.
Il confronto con Minority Report è inevitabile e impietoso. Non è un brutto film nel senso che non annoia, ma è un film che spreca sistematicamente quello che avrebbe potuto essere. L'idea valeva molto di più di quello che è uscito.
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Jack O. Lyroid
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09:35
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lunedì 23 marzo 2026
Black Sabbath - Sabotage
Artista: Black Sabbath
Anno: 1975
Tracce: 8
Formato: CD
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Il contesto in cui nasce non è dei più sereni. La band era alle prese con una battaglia legale estenuante contro il loro ex manager Patrick Meehan, e tutta quella tensione stando a quanto raccontano i membri e le fonti della mia certosina ricerca da blogger, è finita dentro il disco. Non è un dettaglio da poco: si sente. C'è qualcosa di più urgente e nervoso rispetto ai lavori precedenti, una ruvidità diversa da quella del doom claustrofobico delle origini. I Sabbath di Paranoid sembravano usciti dalle miniere di Birmingham; quelli di Sabotage sembrano usciti da uno studio legale, e non è necessariamente peggio.
L'apertura con Hole in the Sky è diretta e ritmata, meno plumbea del solito. Poi arriva Symptom of the Universe, e lì la storia cambia: quel riff è una martellata che anticipa di anni l'heavy metal estremo, con Ozzy lanciato a mille e una parte finale acustica quasi onirica che spiazza nel modo migliore. Megalomania è il pezzo più lungo e claustrofobico del disco con nove minuti che non stancano mai, con Butler che dimostra di essere un bassista di rango. E poi c'è Thrill of It All, il brano più difficile da spiegare: duro, tecnico, con una vena acida che lo rende unico nel contesto dell'album.
Non è un disco perfetto, Am I Going Insane suona un po' fuori posto, quasi da altro contesto, ma nel complesso Sabotage è una delle cose più interessanti che i Sabbath abbiano fatto. Non il loro lavoro più celebrato, non quello che metti su per prima cosa quando vuoi presentarli a qualcuno. Ma per chi li segue con curiosità, senza necessariamente adorarli, è il disco che dimostra che sapevano anche sorprendere.
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