lunedì 9 febbraio 2026

Paul Auster - Nel Paese Delle Ultime Cose

 

Autore: Paul Auster
Anno: 1984
Titolo originale: In The Country Of The Last Things
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 176
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c'è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l'oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i "cacciatori di oggetti", persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.

Commento personale e recensione:
Capita, ogni tanto, di sentire il bisogno di una pausa. Nel mio caso, una tregua dalle letture di fantascienza più dichiarate, anche se non necessariamente quelle piene di astronavi, futuri ipertecnologici e mondi lontani. Così ho deciso di virare su Paul Auster, autore che apprezzo moltissimo, e di affrontare Nel paese delle ultime cose, romanzo breve ma tutt’altro che leggero.
Peccato (o forse no) che la pausa sia durata pochissimo: dopo poche pagine è evidente che ci troviamo comunque dentro una distopia. Non fantascienza in senso stretto, certo, ma uno di quei territori di confine che spesso ne condividono l’anima più cupa e riflessiva. Una società collassata, un mondo che si sta letteralmente spegnendo, e l’umanità che sopravvive per inerzia, giorno dopo giorno.
La lettura, però, non mi ha conquistato subito. Anzi. Nonostante la brevità del romanzo, ho incontrato diversi scogli già all’inizio. Il testo è scritto in prima persona (sigh), in forma simil-epistolare (sigh di nuovo) e con una protagonista che si rivolge continuamente a un “tu” indefinito (e qui il sigh diventa corale). Una scelta stilistica che, almeno per i miei gusti, appesantisce la prima parte e contribuisce a una sensazione di lentezza e ripetitività. In più, per buona parte del romanzo, sembra quasi mancare quel “soave modo di scrivere” che spesso associo ad Auster.
Col senno di poi, però, viene da pensare che sia tutto voluto. Un trucco, se vogliamo chiamarlo così. Perché nella seconda parte il libro cambia passo: la narrazione si fa più viva, più tesa, emotivamente più coinvolgente. I personaggi acquistano spessore, il mondo raccontato smette di essere solo una cornice opprimente e diventa materia viva, dolorosa, concreta.
E poi c’è il finale. Bello davvero. Toccante senza essere ricattatorio, coerente con il tono del romanzo ma capace di lasciare il segno. È lì che Nel paese delle ultime cose mostra fino in fondo la sua forza: non tanto come distopia, quanto come riflessione sulla resistenza umana, sulla speranza che sopravvive anche quando tutto il resto è andato perduto. E viene automaticamente pensare a Gaza o Mariupol o Mogadiscio o decine se non centina di altre che hanno visto il terrore. 
Un libro non perfetto, almeno per chi fatica con certe scelte stilistiche, ma che alla fine ripaga la pazienza richiesta. E che conferma come Auster sappia parlare della fine del mondo senza mai dimenticarsi delle persone che lo abitano.

domenica 8 febbraio 2026

Juventus 2 - Lazio 2

 
Rase out, Cicce out, Ikkio out. Ma non importa e mi siedo al bancone, come un veterano del Viet fottuto Nam dopo aver spaccato legna nel pomeriggio. Anche la Juve spacca legna nel primo tempo: gioca in attacco, crea, fraseggia ed è proprio bella. Non una bellezza da superarmodella perché non segna (in realtà si, ma il VAR annulla), però una bellezza tranquilla. Come sappiamo però, Tranquillo morì inculato. Ed infatti sullo scadere del primo tempo, vaccata stratosferica di Locatelli e la Lazio passa immeritatamente in vantaggio senza mai aver creato niente. Ma la palla è tonda e si sa che può andare così. Il secondo tempo inizia subito con un incubo, ovvero il raddoppio dei laziali. Incredibile. Continuiamo comunque ad attaccare come forsennati, ma ci mancano le vere punte, quindi facciamo affidamento sul texano che come al solito segna. Sempre più fondamentale. E finalmente allo scadere il pareggio di Kalulu. Meglio di niente sebbene l'assedio sia stato continuo e costante. 

sabato 7 febbraio 2026

Satispay: paga in tre rate e Satispay Plus

 
Aprendo Satispay mi son accorto oggi che ci sono due novità. La prima riguarda il tanto atteso pagamento in tre rate (che però non è utilizzabile per i Micro pagamenti che hanno reso famosa la app) e la possibilità di fare un piano "plus" a pagamento per avere maggiori vantaggi. Mi son fatto scrivere l'articolo da VIKI per la prima parte:

Satispay entra ufficialmente nel club del “compra ora, paga dopo” e lo fa con una formula ormai super collaudata: il pagamento in tre rate, a tasso zero. Se vi suona familiare, tranquilli: sì, funziona esattamente come PayPal e Klarna. Stessa filosofia, stessa tentazione.

Il meccanismo è semplice: al momento del pagamento (online o nei negozi fisici abilitati) si seleziona “Paga in 3”, si inserisce l’importo totale e si conferma. La prima rata viene pagata subito, mentre le altre due vengono addebitate automaticamente nei due mesi successivi.

L’esercente riceve immediatamente l’intero importo, mentre l’utente diluisce la spesa senza interessi. Almeno sulla carta: TAEG 0%.

Limiti e condizioni

Non si tratta però di un liberi tutti. La funzione è soggetta ad alcune limitazioni:

  • Importo minimo: 30 euro
  • Importo massimo variabile, visibile direttamente in app
  • Funzione riservata a utenti maggiorenni
  • Disponibile solo su alcuni negozi, non ovunque
  • Non utilizzabile con buoni pasto o buoni acquisto

In breve: comoda, ma non universale.

È davvero una novità?

La risposta onesta è: no. Satispay non reinventa nulla, ma si allinea a uno standard ormai consolidato. PayPal, Klarna, Scalapay: il mercato spinge tutto nella stessa direzione, rendere la spesa più leggera oggi e rimandare il fastidio a domani.

Comodità sì, ma attenzione

Il pagamento rateizzato senza interessi è una grande comodità se usato con criterio. Diventa un problema quando smette di essere uno strumento e diventa un’abitudine. Tre rate da 100 euro sembrano poca cosa… finché non diventano tre rate da 100 euro moltiplicate per cinque acquisti diversi.

Satispay lo specifica chiaramente: un finanziamento è un impegno vincolante. Non è una frase messa lì per bellezza, ma un invito a fare due conti prima di premere “conferma”.

Conclusione

Il “Paga in 3” di Satispay è intuitivo, ben integrato e coerente con l’evoluzione dell’app, già ampiamente utilizzata nella quotidianità. Non è una rivoluzione, ma una scelta quasi obbligata per restare competitivi.

Usato bene, è una mano santa.
Usato male, è solo un modo elegante per spendere soldi che non abbiamo ancora.

Come spesso accade, la tecnologia non è il problema. Il problema siamo noi… e il dito facile sullo smartphone.

Ora ritorno io a scrivere, ma velocemente per Satispay Plus. Costa 3,99€ al mese o 39,99€ all'anno e promette di:

  • Fare cinque ricariche istantanee gratuite al mese
  • Azzerare le commissioni per cinque pagamenti oltre disponibilità al mese
  • 40% di punti extra sui pagamenti
  • Nessuna commissione sul salvadanaio remunerato 
  • Messina commissione sui fondi investimento
  • Assistenza clienti prioritaria 

venerdì 6 febbraio 2026

Iron Maiden - Dance Of Death

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 2003
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon


Dance of Death è stato il mio ultimo album acquistato degli Iron Maiden, e già questo dice molto. Non perché sia un brutto disco, anzi, ma perché con lui ho iniziato ad avere la sensazione che qualcosa si fosse incrinato, che l’heavy metal stesse andando avanti più per inerzia che per reale urgenza creativa.

Il lavoro svolto è comunque solido e innegabile: la band è compatta, suona bene, sa ancora costruire brani lunghi e articolati senza perdere del tutto la bussola. Canzoni come Paschendale restano tra le migliori della loro produzione recente, intense, drammatiche, con quella capacità narrativa che solo gli Iron Maiden sanno rendere così epica e coinvolgente.

Ho anche avuto modo di vederli dal vivo in quel periodo, a Firenze, e l’impatto sul palco era ancora devastante. Dal vivo funzionava tutto, come sempre: energia, presenza scenica, cori, un pubblico completamente rapito. Ma proprio questo contrasto ha iniziato a farmi riflettere, perché l’esperienza live sembrava compensare qualcosa che su disco iniziavo a sentire meno.

Ascoltando Dance of Death ho avuto per la prima volta la chiara impressione che l’heavy metal, almeno quello storico, stesse continuando a muoversi seguendo traiettorie già tracciate, senza il bisogno reale di reinventarsi. Non è mancanza di qualità, è mancanza di sorpresa. Tutto è al posto giusto, ma proprio per questo appare prevedibile.

Resta un album che rispetto e che ascolto senza fastidio, ma che segna per me una sorta di confine personale: il momento in cui ho smesso di comprare automaticamente ogni uscita dei Maiden e ho iniziato ad ascoltarli più con affetto che con entusiasmo. Dance of Death non chiude un cerchio per la band, ma probabilmente ne chiude uno per me.

giovedì 5 febbraio 2026

Atalanta 3 - Juventus 0

 
Partita di Coppa Italia ed entrambe le compagini con la migliore formazione. Fa tutto la Juventus: attacca, spinge, gioca, tira, prende traversa. Ma segnano i bergamaschi su un rigore richiesto dal VAR (o dal BAR) per un tocco di mano discutibile. Ma le regole queste sono e continuiamo a giocare per ribaltare il risultato. L'Atalanta non risulta mai pericolosa neanche nella ripresa, dove è sempre la Juventus a fare la partita. Proprio però durante un contropiede improvviso arriva il raddoppio micidiale che pone la parola fine alla gara. Ed il terzo arriva sul finale quando ormai ci sbilanciamo. Peccato perché il controllo c'è sempre stato, a differenza di una vera punta che invece ci manca come il pane. Primo obiettivo stagionale che se ne va. 

Iron Maiden - Fear Of The Dark



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1992
Tracce: 12
Formato: CD
Acquista su Amazon


Fear of the Dark è l’album degli Iron Maiden con cui ho iniziato davvero (avevo addirittura audio cassetta) , quello che mi ha fatto entrare nel loro mondo e a cui sono inevitabilmente legato più di altri, anche solo per una questione emotiva e generazionale. Non è un disco perfetto, non è nemmeno uno dei più solidi della loro discografia, ma per me resta fondamentale perché rappresenta un punto di partenza, una porta spalancata sull’universo Maiden.

Il cuore di tutto, inutile girarci intorno, è la title track. Fear of the Dark è diventata quasi un marchio di fabbrica personale, una canzone che intonavo alle feste in spiaggia da ragazzo, tra chitarre  immaginarie e falò , cori improvvisati e quella sensazione di libertà assoluta che solo certi pezzi riescono a evocare. Ancora oggi basta l’intro per riportarmi lì, ed è incredibile quanto un brano possa marchiare così a fondo un periodo della vita.

Il resto dell’album è più disomogeneo, figlio di un momento non semplicissimo per la band, e si sente. Bruce Dickinson lasciò proprio in quell'anno e prosegui per un po' di tempo da solista, forte anche del fatto che aveva già rilasciato un proprio album. Ci sono brani riusciti, altri meno ispirati, qualche passaggio che sembra quasi di routine, ma anche episodi che mantengono alto il livello e mostrano comunque la capacità degli Iron Maiden di scrivere pezzi memorabili anche quando non sono al massimo della forma.

Proprio per questo Fear of the Dark non lo difenderei mai come uno dei migliori dischi del gruppo in senso assoluto, ma lo difenderò sempre come uno dei più importanti per me. È l’album che mi ha fatto cantare, scoprire, approfondire, andare a ritroso e in avanti nella loro discografia. È il disco che associo all’estate, al mare, alla voce alzata fino a perderla, a un’epoca in cui bastava un riff per sentirsi invincibili.

Alla fine Fear of the Dark è questo: un album imperfetto, sì, ma carico di ricordi, e per questo impossibile da giudicare con distacco. Alcuni dischi non si ascoltano soltanto, si vivono. E questo, per me, è uno di quelli.