mercoledì 7 ottobre 2026

Good Boy (2025)

 
Regia. Jan Komasa
Anno: 2025
Titolo originale: Good Boy
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies
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 Passiamo a Good Boy, il film di Jan Komasa, e sì, parlo proprio di quello polacco e non dell'altro Good Boy con il cane protagonista che gira in questo periodo. Komasa è il regista di Corpus Christi (che però devo ancora trovare e e vedere), quello che qualche anno fa si era preso una nomination all'Oscar come miglior film internazionale, quindi le aspettative non erano proprio basse. Questa volta ha girato in inglese, in una coproduzione tra Polonia e Regno Unito.

La premessa è di quelle che ti fanno drizzare le orecchie. Tommy ha diciannove anni, passa le giornate tra droga, alcol e risse insieme ai suoi amici, finché una notte si sveglia con una catena al collo nello scantinato di una casa isolata. Lo ha rapito una famiglia all'apparenza normalissima (il senso dovrebbe essere quello, ma lo si nota subito che non possono esserlo), un padre, una madre e un figlio, che ha deciso di trasformarlo in un bravo ragazzo, un "good boy" appunto. A reggere la baracca ci sono Stephen Graham, Andrea Riseborough e il giovane Anson Boon nei panni di Tommy, più il piccolo Kit Rakusen.

Ed è qui che arrivano le mie perplessità, perché a fine visione non ho capito bene cosa avessi guardato. Il film è carino, questo sì, e si segue volentieri, però non sa decidere cosa vuole essere da grande. Potrebbe essere una dark commedia fatta male, con certe situazioni che sembrano volerti far ridere ma non ci riescono minimamente. Oppure potrebbe essere un horror troppo leggero, che costruisce l'angoscia della catena e dello scantinato e poi si tira indietro proprio quando dovrebbe affondare il colpo. In ogni caso non mi ha convinto del tutto in nessuna delle due direzioni.

Dal punto di vista estetico non mi ha lasciato niente di memorabile, e a farmelo guardare fino alla fine è stata più la curiosità di capire dove volesse andare a parare che il piacere dell'immagine o della messa in scena. Ammetto però che l'idea di base, quella di una famiglia che prova a "sistemare" un ragazzo con metodi tutt'altro che normali, ti resta in testa e fa venire voglia di discuterne con qualcuno dopo.

Quindi il mio consiglio è questa. Se siete curiosi, se vi piacciono le storie un po' storte che giocano con il confine tra il grottesco e l'inquietante, dategli una chance, perché si lascia guardare. Se invece cercate un film che vi prenda davvero allo stomaco o che vi faccia ridere di gusto, rischiate di restare un po' a bocca asciutta come è successo a me.

martedì 6 ottobre 2026

Pink Floyd - The Wall

 

Artista: Pink Floyd
Anno: 1979
Tracce: 26
Formato: doppio CD 
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Con i Pink Floyd mi ero già dichiarato: sono uno di quei nomi che tutti credono di conoscere, mentre in realtà la maggior parte conosce due o tre brani e si ferma lì. Io ho cercato di andare oltre, partendo da Atom Heart Mother e passando per Meddle. Prima o poi però il momento di The Wall doveva arrivare. Ed è arrivato.

Su questo disco è già stato detto tutto, da chiunque, in qualsiasi lingua e con qualsiasi approccio critico. Musicologi, appassionati, giornalisti, ex fidanzate col cappotto nero e l'eyeliner: tutti hanno avuto qualcosa da dire su The Wall. Per questo ho deciso di lasciare la parola a VIKI, che in quanto ad archivio enciclopedico mi batte senza discussioni, e di limitarmi a raccontare cosa mi ha lasciato addosso questo disco.

Intanto, i fatti. The Wall esce il 30 novembre 1979, undicesimo album dei Pink Floyd, doppio disco di 26 brani, oltre 24 milioni di copie vendute nel mondo. La genesi è caotica quasi quanto il contenuto: la band è in crisi finanziaria (avevano affidato i soldi a un manager che li aveva investiti male, perdendone l'83%), i rapporti interni sono logorati, e Roger Waters è stanco, esaurito, ai limiti della paranoia. L'idea nasce durante il tour In the Flesh del 1977, quando Waters sputa addosso a un fan invasivo durante un concerto e si rende conto di quanto stia diventando distante dal pubblico. Vuole costruire un muro tra sé e il mondo. Letteralmente. Il produttore Bob Ezrin, chiamato a dare forma all'idea, passa una notte insonne a scrivere un manoscritto di quaranta pagine che diventa la sceneggiatura base del disco. La band si trasferisce in Francia per questioni fiscali e registra tra Londra e Parigi tra il dicembre 1978 e il novembre 1979.

Il disco racconta la storia di Pink, alter ego di Waters costruito anche su elementi di Syd Barrett, il fondatore della band perso nella follia anni prima. Pink è una rockstar che ha eretto un muro intorno a sé mattone dopo mattone, partendo dalla morte del padre in guerra (Another Brick in the Wall, Part 1), passando per la madre iperprotettiva, gli insegnanti oppressivi (Part 2, quella con i bambini in coro che tutti conoscono, bandita in Sudafrica e Corea del Nord per il messaggio antiautoritario), il matrimonio che si sgretola, il rapporto malato col pubblico. Alla fine Pink, trasformatosi in una specie di gerarca fascista, viene messo sotto processo da se stesso in The Trial, e il muro viene abbattuto.

Quello che funziona è l'architettura complessiva, la coerenza narrativa di un'ora e venti di musica che non perde mai il filo. Comfortably Numb è probabilmente il brano più riuscito del disco: quell'intro di chitarra di David Gilmour, uno degli assoli più famosi della storia del rock, costruisce un'atmosfera di dissociazione perfetta, e la tensione tra la voce di Waters nel verso e quella di Gilmour nel ritornello racconta da sola la distanza tra Pink e il mondo. Hey You è malinconica e potente. Run Like Hell è il momento più ritmato e quasi danzabile, con quell'eco di chitarra che entra direttamente nel cervello. Outside the Wall chiude il disco con una semplicità quasi commovente, mezza voce e qualche accordo, come se tutto il rumore precedente fosse servito solo per arrivare lì.

Non è il mio disco preferito dei Pink Floyd, perché la paranoia di Waters nella seconda parte mette a dura prova l'ascolto, e certi momenti sanno di esercizio stilistico più che di emozione vera. Ma è uno di quegli oggetti culturali che bisogna conoscere, non per moda, non per completezza, ma perché capire The Wall significa capire qualcosa di importante su cosa possa diventare un essere umano quando costruisce abbastanza muri intorno a sé. Waters lo sapeva bene. Lo aveva vissuto sulla propria pelle. E si sente.

lunedì 5 ottobre 2026

Presagio Finale - First Snow (2006)

 
Regia: Mark Fergus
Anno: 2006
Titolo originale: First Snow
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
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Questa volta il film me lo ha consigliato uno dei tanti reel veloci che parlano di cinema, e per una volta devo ammettere che il consiglio non era male. Sto parlando di First Snow, un film del 2006 con Guy Pearce che non avevo mai sentito nominare e che invece mi ha tenuto incollato allo schermo per tutta la durata.

La storia parte da un'idea semplice e un po' da Ai Confini Della Realtà. Jimmy Starks è un venditore piuttosto sicuro di sé, uno che parla bene e sa come girarti intorno, e un giorno per gioco si fa leggere il futuro da un tizio incontrato lungo una strada del New Mexico. Il veggente, che ha la faccia di J.K. Simmons (OZ, ma anche tanto altro), gli dice cose che poi si avverano una dopo l'altra, finché arriva il punto in cui il futuro di Jimmy si ferma. Dopo la prima neve, non c'è più niente da leggere. Da lì in poi il film si trasforma in un lento conto alla rovescia, con un uomo che non sa se arrendersi, scappare o provare a vivere davvero per la prima volta.

Il ritmo drammatico è buono, e se vogliamo chiamarlo anche thriller, un po' lo è, perché la tensione cresce man mano che la paranoia del protagonista contagia anche noi che guardiamo. Ogni vecchio amico, ogni collega e ogni telefonata diventano un possibile indizio. Guy Pearce se la cava benissimo nel ruolo del tizio sempre in vendita che si sgretola piano piano.

Un'altra cosa che mi ha fatto sorridere è il cast, pieno di facce che ho incrociato in tante serie tv guardate negli anni. C'è Piper Perabo, c'è William Fichtner, c'è Shea Whigham, c'è Adam Scott molto prima che diventasse il Adam Scott di adesso, e c'è anche Steven Michael Quezada, che chi ha seguito Breaking Bad riconosce al volo. Ogni volta mi veniva da dire "ma questo l'ho già visto da qualche parte", e il gioco del riconoscimento ha reso la visione ancora più divertente.

Poi c'è la curiosità che mi ha spinto a cercare qualcosa in più sul film. Dietro la macchina da presa c'è Mark Fergus, che è il primo ed unico film che ha girato. Fergus di mestiere fa lo sceneggiatore, e che sceneggiatore: insieme al socio Hawk Ostby ha scritto Iron Man e I Figli degli Uomini, e ha messo mano anche alla spettacolare serie The Expanse. Un curriculum del genere ti fa venire voglia di vedere cosa combina quando decide di fare anche il regista, e la risposta è un film freddo, spoglio e coerente con la sua storia, con quei paesaggi gelati che sembrano raccontare già da soli la fine che si avvicina.

Non è un film da vedere se cercate azione o colpi di scena a raffica. È più una riflessione sul destino e sul libero arbitrio con una confezione da thriller. Io sto dalla parte di quelli a cui è piaciuto. Se avete una serata tranquilla e voglia di qualcosa di diverso dal solito, dategli una possibilità.

domenica 4 ottobre 2026

Tuteliamo la Val di Cornia dalle speculazioni energetiche

 
Riporto qui la pagina principale della Petizione presente su Change.org che invito a firmare 

I Comuni della Val di Cornia hanno la possibilità di scongiurare il disastro che si sta profilando e di proteggere il futuro del nostro territorio


A questo fine chiediamo loro di concretizzare la tutela della Soprintendenza, tutela che loro stessi hanno richiesto.



La Val di Cornia, conosciuta un tempo come "L'Orto della Toscana" è stata presa di mira dagli industriali delle energie rinnovabili. Negli ultimi mesi sono stati presentati una miriade di progetti di mega impianti fotovoltaici, eolici e di accumulo (BESS).

Oggi il quadro generale è spaventoso: ci sono in progetto per circa 500 ettari di campi fotovoltaici, 22 pale eoliche alte 200m e numerosi ettari di impianti di batterie a litio.

Da essere un'area dove l'agricoltura, i beni ambientali e culturali, l'attività dei borghi e il turismo lento si integrano armoniosamente, la Val di Cornia rischia di diventare una delle prime terre toscane sacrificate nel nome del "green", come lo è già stata parte della Tuscia in Lazio.

Le energie rinnovabili vanno sviluppate con buon senso e nell'interesse dei cittadini. Perciò vanno sfruttate in primis le aree già infrastrutturate o degradate che non mancano in Val di Cornia (SIN di Piombino, aree industriali, centri commerciali, capannoni, parcheggi etc...) invece di sacrificare il nostro patrimonio agricolo e di conseguenza la vivibilità del nostro territorio.

I Comuni della Val di Cornia: Piombino, Campiglia Marittima, Suvereto, Sassetta e San Vincenzo si sono dichiarati sin da subito contrari a questa industrializzazione delle nostre campagne. 
Ma nei fatti, i loro strumenti normativi e politici per contrastare questi progetti sono stati appositamente ridimensionati dalle normative nazionali.

Oggi però, riemerge forse l'unico vero atto normativo che ci possa permettere di scongiurare il disastro: la tutela della Soprintendenza.

Furono i Comuni stessi ad avviare meritoriamente un percorso per il riconoscimento formale del valore paesaggistico delle proprie zone agricole con delibera dei rispettivi consigli comunali (Piombino n. 7 del 30/1, San Vincenzo n. 3 del 13/2/26, Suvereto, n. 5 del 17/2/26, Sassetta n. 9 del 19/2/26, Campiglia n. 31 del 6/3/26).

Sono passati 6 mesi, e purtroppo queste intenzioni non si sono concretizzate. Nel frattempo i progetti si accumulano, i danni sociali e ambientali si proseguono e la cittadinanza osserva il peggioramento della situazione.

Se oggi possiamo gioire di beni ambientali e naturalistici preservati in Val di Cornia è perché alcuni amministratori ebbero a loro tempo il coraggio di prendere alcune decisioni.

Chiediamo di conseguenza agli amminsitratori dei Comuni di Piombino, Campiglia Marittima, Suvereto, San Vincenzo e Sassetta di essere all'altezza della situazione e di attuare quanto prima questa tutela della pianura agricola, cuore della Val di Cornia.

sabato 3 ottobre 2026

Flashback 2026, Follonica

 
Oggi pomeriggio sono andato a Flashback 2026, il festival dedicato al retrocomputing e al retrogaming che si è svolto a Follonica. E devo dire che è stato davvero un bel tuffo nel passato, di quelli capaci di risvegliare una quantità imbarazzante di ricordi. L'idea alla base dell'evento è semplice ma decisamente efficace: prendere tutta quella tecnologia che oggi consideriamo preistoria e rimetterla a disposizione del pubblico, non soltanto da guardare dentro una teca ma, soprattutto, da usare. Computer, console, cabinati arcade, simulatori, videogiochi e una quantità di oggetti che appartengono a un'epoca nella quale la tecnologia aveva ancora qualcosa di fisico, riconoscibile e quasi affettuoso. L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Classic Devices Club di Grosseto e Blue Wave, attraversava diversi decenni, dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta. C'erano computer storici, console, cabinati arcade originali e simulatori di Formula 1. E la cosa più divertente era proprio poterci mettere le mani sopra: accendere una macchina, prendere un joystick, sedersi davanti a un vecchio monitor e giocare davvero, invece di limitarsi a osservare un pezzo di archeologia informatica. Per uno cresciuto tra computer, console e videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, è inevitabile lasciarsi prendere dalla nostalgia. Alcuni oggetti li riconosci immediatamente, altri magari non li hai mai posseduti ma appartengono comunque a un immaginario che conosci benissimo. E poi ci sono quei momenti nei quali basta vedere una schermata, sentire un particolare suono o riconoscere un vecchio joystick per ritrovarsi improvvisamente vent'anni più giovani. La parte dedicata ai videogiochi era probabilmente quella più immediata, con una vera sala giochi composta da cabinati arcade originali, oltre a tornei su computer, console e coin-op. Ma Flashback non era soltanto retrogaming: c'erano anche espositori e mercatini dedicati al retrocomputing e al collezionismo, oltre agli interventi di esperti e appassionati. Mi è piaciuto soprattutto il fatto che non fosse una semplice mostra nostalgica del tipo "guardate com'erano brutti i computer di una volta". Al contrario, sembrava quasi una piccola macchina del tempo interattiva. La tecnologia del passato tornava a essere qualcosa con cui giocare, sperimentare e divertirsi. E in effetti è curioso pensare a quanto sia cambiato il rapporto con la tecnologia. Oggi abbiamo smartphone infinitamente più potenti dei computer che un tempo occupavano un'intera scrivania, videogiochi con una grafica che sembra quasi cinema e connessioni che permettono di avere praticamente qualsiasi informazione in pochi secondi. Eppure davanti a un vecchio cabinato arcade, con quel joystick enorme e quei pulsanti colorati, la tentazione di giocare una partita rimane intatta. Flashback 2026 mi ha fatto quindi soprattutto questo effetto: non tanto ricordare quanto fossero primitive quelle macchine, ma ricordare quanto fossero divertenti. E forse è proprio questo il senso del retrogaming. Non necessariamente sostenere che il passato fosse migliore, perché non lo era in tutto e per tutto, ma recuperare una parte di quella tecnologia quando era ancora un'esperienza concreta, fatta di monitor, cassette, floppy disk, cartucce, joystick, rumori meccanici e schermate che oggi sembrano quasi appartenere a un'altra civiltà. Un pomeriggio davvero piacevole. E, lo ammetto, uscendo da Flashback mi è venuta anche una certa voglia di rispolverare qualche vecchio videogioco. Ed ho sfoggiato la mia maglietta della Atari, che in quel posto tutti sanno riconoscere.  VERdetto: un festival piccolo ma capace di trasformarsi in una macchina del tempo. Se avete qualche ricordo legato ai computer e ai videogiochi degli anni '80 e '90, qui rischiate seriamente di passare un paio d'ore con il sorriso stampato in faccia. Potete andare anche domani 4 ottobre, l'ingresso è gratuito.
 
Album fotografico Flashback 2026 

Offspring - Americana

 

Artista: Offspring
Anno: 1998
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con gli Offspring l'approccio è sempre stato quello giusto: nessuna pretesa, nessuna analisi profonda, solo musica spensierata e divertente da mettere su quando non hai voglia di pensare troppo. Americana  è il loro quinto album, e probabilmente quello che li rappresenta meglio in questo senso.

Il disco è stato registrato tra luglio e settembre del 1998 e pensato da Dexter Holland come una serie di vignette sull'America di fine millennio: i wannabe rapper bianchi di periferia, i fidanzati e le fidanzate parassiti, i ragazzi cresciuti in quartieri che li hanno traditi. Temi seri, trattati con ironia e leggerezza, senza che nessuno si prenda troppo sul serio. Il risultato è un disco che vende oltre dieci milioni di copie nel mondo e porta quattro singoli di successo con altrettanti video, cosa che nel rock di quegli anni non era affatto scontata.

Pretty Fly (for a White Guy) è ovviamente il brano che tutti conoscono, volenti o nolenti: quell'intro in tedesco maccheronico è lo stesso del brano Rock of Ages dei Def Leppard del 1983, usato qui quasi come citazione ironica senza che nessuno lo avesse pianificato particolarmente. Il riff che segue si pianta in testa al primo ascolto e non se ne va più. Why Don't You Get a Job? prende spunto quasi sfacciatamente da Ob-La-Di Ob-La-Da dei Beatles (gli stessi Offspring lo ammisero ridendo) per raccontare una storia di coppia in cui lui e lei vivono sulle spalle rispettivamente di lei e di lui. The Kids Aren't Alright è il pezzo più malinconico e sentito del disco, quello in cui dietro l'ironia abituale si vede qualcosa di più serio, una generazione di ragazzi cresciuti in un sobborgo californiano che non ha mantenuto le promesse. E She's Got Issues chiude il cerchio dei singoli con lo stesso spirito leggero degli altri.

Il disco si chiude con Pay the Man, dieci minuti di cui gli ultimi due sono silenzio seguito da una versione mariachi di Pretty Fly come traccia fantasma: il modo più degli Offspring possibile di salutare, con la lingua di fuori e senza rimpianti.

Divertenti e spensierati, appunto. Non chiedono niente di più e non promettono niente di meno. E funziona ancora.