domenica 19 aprile 2026

Meteore, sei monasteri

 
​Il secondo giorno è stato quello delle gambe forti e dei polmoni pieni. Mi sono sparato un trekking di circa venti chilometri, un anello pazzesco che mi ha permesso di toccare tutti e sei i monasteri principali, più qualche gemma nascosta che il turista "da pullman" non vedrà mai nemmeno col binocolo. Ho scelto strategicamente la domenica per essere sicuro di trovarli tutti aperti, ma c’è il rovescio della medaglia: essendo quasi tutti raggiungibili comodamente in auto, mi sono ritrovato spesso circondato dall'assalto del turismo mordi e fuggi. È un contrasto stridente: tu arrivi lì col fiato corto, il sudore sulla fronte e il ritmo lento di chi ha scalato la roccia, e ti ritrovi catapultato tra i motori accesi dei bus giganti e la folla che scende per il selfie di rito. Però, sapete che c’è? Il mondo è grande e c’è spazio per tutti, anche se io preferisco di gran lunga la soddisfazione di guardarli dal basso o dall'alto prima di conquistarli scalino dopo scalino.
​Il mio giro in senso orario è iniziato ufficialmente con il Monastero di San Nicola (Agios Nikolaos), quello che ieri avevo visto invece si chiama niente popò di meno che Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou. Da lì è stata un'ascesa e discesa continua di meraviglia. Sono passato per il maestoso Gran Meteora, che domina tutto dall'alto della sua roccia più imponente, e per il vicino Varlaam, dove il tempo sembra essersi fermato nonostante il viavai. Scendendo e risalendo lungo i sentieri, ho incrociato il profilo elegante di Rousánou, che sembra letteralmente sbocciare dalla pietra, per poi puntare verso l'estremo opposto del complesso: il monastero della Santissima Trinità (Agia Triada), forse il più iconico e faticoso da raggiungere, e infine San Stefano, che si affaccia come un balcone sulla valle sottostante.
​Ma la vera chicca del mio percorso a piedi non sono stati solo i "big six". Muovendomi lungo i sentieri interni, sono riuscito a scovare posti che profumano di eremitismo vero, come il monastero di Ipapantis, incastonato in una grotta come un segreto prezioso, e i numerosi scorci che dal bosco si affacciano sui pinnacoli. Questi angoli di silenzio, sono quelli che ti fanno capire perché i monaci abbiano scelto proprio queste vette. Torno a Kastráki comunque riposato rispetto al tragitto fatto e con gli occhi pieni di una bellezza che non si può spiegare se non la si vive passo dopo passo. E domani? Domani si replica, con un giro più corto ma altrettanto promettente.

Album fotografico Meteore, sei monasteri 

sabato 18 aprile 2026

Arrivo a Kastraki

 

Ci risiamo. Dopo aver battuto palmo a palmo le spiagge di Creta, il caos magnetico di Atene e la storia polverosa del Peloponneso, questa volta il mio radar punta verso nord, con gli scarponi da trekking già scalpitanti addosso (non entrano nello zaino). Tutto comincia nel cuore della notte, in quel limbo temporale dove il confine tra "andare a dormire" e "svegliarsi" svanisce del tutto: direzione Roma, perché il mio volo per Salonicco decolla alle sei in punto. Qualcuno la chiamerebbe follia, io lo chiamo spirito d'adattamento, perché quando la meta chiama, la sveglia non pesa mai davvero. Il mio "jet privato" marchiato Ryanair decide di fare il miracolo, sfrecciando come un missile (metafora rischiosa, lo so, ma passatemela per l'entusiasmo) e atterrando a destinazione con addirittura trenta minuti di anticipo. Una volta recuperata l'auto a noleggio, la prima tappa è un classico intramontabile: l'autogrill. Sfido apertamente la sorte, ma stavolta nessun camion ha deciso di montarmi sopra e, appurato che la fortuna aiuta gli audaci, mi metto finalmente in marcia verso la vera prima meta di questa avventura: Kastráki.

​Magari vi starete chiedendo che posto sia, ed effettivamente Kastráki è poco più di un avamposto, un grumo di case basse e tetti rossi che sembra quasi scusarsi per essere lì, schiacciato contro le pareti di roccia ciclopiche di Meteora. Ma è proprio questa la sua magia: è la porta d'accesso a uno dei luoghi più surreali del pianeta, dove la geologia ha deciso di fare a pugni con la gravità. Le Meteore, letteralmente "rocce sospese nell'aria", sono enormi pilastri di conglomerato che emergono dalla pianura della Tessaglia come dita di pietra puntate verso il cielo. Secoli fa, i monaci bizantini cercarono rifugio e isolamento proprio sulle loro sommità, costruendo monasteri che sembrano sfidare ogni legge fisica. Un tempo ci si arrivava solo con carrucole e scale di corda, mentre oggi, per nostra fortuna, ci sono sentieri e scalinate scavate nella roccia.

​Il paesino di Kastráki, a parte la vista che ti toglie il fiato ogni volta che alzi gli occhi, è piuttosto tranquillo, non offre chissà cosa e dato che la vera grande sfacchinata l'ho programmata per domani, non riesco comunque a stare fermo. Nonostante il cielo decida di fare i capricci con qualche gocciolone di pioggia che appare e scompare nel giro di pochi minuti, decido di improvvisare una piccola escursione esplorativa. Mi metto in cammino lungo i sentieri più battuti che serpeggiano ai piedi delle torri di pietra, avvolto da un silenzio quasi mistico, finché non mi ritrovo al cospetto del monastero di San Nicola Anapausas. (EDIT: sarebbe Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou, scoperto il giorno dopo ). È uno dei più piccoli e affascinanti,  arrampicato su una rupe strettissima che ha costretto i monaci a sviluppare la struttura verticalmente su più piani. Vedere quella costruzione così minuta eppure così tenace, incastrata tra le rocce scure e il verde brillante della primavera greca, è il benvenuto perfetto. Il trekking vero inizia domani, ma la Grecia del nord ha già iniziato a sussurrare le sue storie. E io ascolto. 

Album fotografico Arrivo a Kastraki 


mercoledì 15 aprile 2026

Motorhead - Overkill

 

Artista: Motorhead
Anno: 1979
Tracce: 10+5
Formato: CD 
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Con i Motörhead ho un rapporto simile a quello che ho con i Black Sabbath: li stimo, li rispetto, riconosco il loro peso nella storia, ma non li ascolto con la stessa compulsività che riservo ad altri. Detto questo, Overkill  è uno di quei dischi che mi prendono in modo diverso, forse perché appartiene a quel periodo anni Settanta in cui il rock aveva ancora una fisicità diretta e senza mediazioni che trovo difficile non apprezzare.

Lemmy Kilmister, Fast Eddie Clarke e Phil Taylor formavano un trio che non aveva nessun interesse a sembrare raffinato. Overkill è grezzo, veloce, rumoroso, registrato con quell'urgenza che i dischi di fine anni Settanta avevano quasi per definizione. Il basso di Lemmy non sta mai sotto la chitarra: è in primo piano, borbottante e aggressivo, quasi un secondo strumento solista. Clarke sforna riff diretti e senza fronzoli. Taylor picchia sulla batteria come se stesse cercando di sfondare qualcosa.

La title track apre il disco con una doppia cassa che all'epoca doveva sembrare una dichiarazione di guerra, e per certi versi lo era. Stay Clean e Damage Case sono forse i brani più accessibili, quelli che restano più in testa. Ma l'intero disco (ho la versione con le cinque tracce aggiuntive, non quello originale) ha una coerenza di fondo che non stanca: non ci sono momenti di pausa, non ci sono concessioni, non c'è niente che non debba esserci.

È esattamente il tipo di musica che sento più vicina rispetto a molta roba nata dopo il 2000, non per nostalgia, ma perché ha qualcosa di concreto e fisico che fatico a trovare altrove. I Motörhead non suonavano per piacere a qualcuno. Si sente.

martedì 14 aprile 2026

Rage Against The Machine - Rage Against The Machine

 A black-and-white image of a man being burned alive. The album title/band name is shown at the bottom in lowercase letters with a black background.
Artista: Rage Against The Machine
Anno: 1992
Tracce: 10
Formato: CD
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Rage Against the Machine esce nel 1992 ed è uno di quei debutti che non chiedono permesso: entrano, spaccano tutto e ridefiniscono le regole. Non è solo un disco importante, è una vera pietra miliare. E sì, quando lo recuperi a inizio anni 2000 perché “devi averlo”, capisci subito che non è una leggenda gonfiata: è proprio così. Forse però non in maniera immediata, magari a distanza di anni e con il senno di poi.
Il contesto conta. I primi anni ’90 sono un terreno fertile per contaminazioni e rotture, ma qui succede qualcosa di diverso. I Rage non mescolano semplicemente generi: li fondono in modo organico, senza mai sembrare un collage. Funk, rap e metal convivono con una naturalezza che all’epoca era quasi spiazzante. E da lì in poi, inutile girarci intorno, qualcuno ha preso appunti: gruppi come i Korn (e tutto il filone nu metal) devono qualcosa a questo disco.
La copertina è una delle più forti mai viste: la fotografia del monaco buddhista (Thích Quảng Đức secondo le mie fonti del poco dark web) durante il suo atto di auto-immolazione nel 1963, in segno di protesta contro il governo sudvietnamita. Non è provocazione gratuita, è una dichiarazione di intenti. Prima ancora di premere play, sai che qui dentro non si scherza. È politica, è rabbia, è presa di posizione netta.
Musicalmente, il disco è un animale unico. Tom Morello (che era già famoso prima dei Maneskin) trasforma la chitarra in qualcosa che va oltre lo strumento rock tradizionale: suoni, effetti, rumori che sembrano uscire da un giradischi più che da sei corde. Ma il punto è che tutto resta fisico, concreto, suonato. Niente artifici freddi: è sudore puro. La sezione ritmica è una macchina da guerra, precisa e pesante, mentre Zack de la Rocha non canta: declama, sputa, attacca. È più un predicatore urbano che un frontman classico.
E poi c’è quell’aspetto che lo rende davvero diverso: la coerenza totale. Testi, suono, immagine: tutto va nella stessa direzione. Non c’è distanza tra ciò che dicono e come lo suonano. È un disco che non cerca compromessi, e proprio per questo può risultare anche scomodo. Non è musica da sottofondo: o lo ascolti davvero, o ti respinge.
Riascoltato oggi, Rage Against the Machine ha una forza impressionante. Non suona datato, non perde mordente. Anzi, certe tematiche sembrano ancora più attuali, il che fa quasi sorridere amaramente. È uno di quei dischi che non invecchiano, perché non erano legati a una moda ma a un’urgenza.
Preso anni dopo la sua uscita, magari sulla scia della sua fama e dell’influenza su altri gruppi, questo album ha un effetto strano: ti fa capire subito perché è diventato quello che è. Non è solo un punto di riferimento. È un inizio.
Un debutto che non costruisce una carriera: la impone. E da lì in poi, per tutti gli altri, il livello si alza per forza.
 
 
 

lunedì 13 aprile 2026

Mastodon - Leviathan

 
Artista: Mastodon
Anno: 2004
Tracce: 10
Formato: CD
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Zizzi sta leggendo Moby Dick in questo periodo, e questo mi ha riportato in mente un disco che avevo preso anni fa proprio per quel motivo, o meglio, legato "anche" a quel motivo: cercavo un progressive dal sound moderno, mi imbattei nei Mastodon e nel loro Leviathan, concept album liberamente ispirato al romanzo di Melville, e decisi di prenderlo senza sapere quasi nulla della band, se non l'aver letto qualche ispirata recensione nei forum di riferimento.

L'idea in sé è affascinante. Il batterista Brann Dailor lesse il romanzo durante un volo per Londra e ci trovò paralleli con l'ossessione della band per la musica ( la caccia alla balena bianca come metafora della ricerca del successo). Il risultato è un disco che fonde sludge metal (o che è??) e progressive in modo che all'epoca era abbastanza insolito, con riff enormi, cambi di tempo continui e una costruzione per certi versi ambiziosa. Blood and Thunder in apertura è uno di quei riff che capisce subito dove vuole andare:  una semplicità che paradossalmente schiaccia tutto. La batteria di Dailor è il vero punto di forza del disco con tecnica, velocità, un senso del ritmo che regge anche nei passaggi più complicati.

Il problema, almeno per me, è la voce. O meglio, le voci, perché qui cantano in due Troy Sanders, Brent Hinds e a tratti pure altri, con stili che vanno dall'urlo all'abbaiare, passando per tonalità che non ho mai trovato del tutto a fuoco. Non che siano tecnicamente sbagliati, ma è proprio un approccio vocale che non mi entra dentro, che rimane fuori dal mio registro di ascolto. E in un disco in cui la voce dovrebbe portare avanti il concept narrativo, questa distanza si sente.

Leviathan è considerato ad ogni modo da molti il miglior album metal del XXI secolo ed è probabilmente tra i vari motivi che smisi proprio in quegli anni di andare a scoprire nuovi gruppi che potessero piacermi.

domenica 12 aprile 2026

Atalanta 0 - Juventus 1

 
Anche questa in differita, ma senza conoscere anticipatamente il risultato. Juventus in difficoltà e senza idee nella prima parte del primo tempo, un po' meglio nella seconda, pur senza creare chissà cosa. Ma almeno ha cercato di tirare su la testa, anche se senza punte in campo, i centrocampisti non riuscivano ad inserirsi e fraseggiare. La ripresa inizia con un piglio differente e nei primi minuti passiamo in vantaggio. Proviamo anche a raddoppiare, ma manca ancora qualcosa. L'Atalanta non ci sta, eppure riusciamo a difendere anche meglio nonostante le azioni pericolose siano perlopiù a marchio nerazzurro. Partita importante per entrambe le compagini, ma la spuntiamo noi e momentaneamente superiamo il Como. Avanti così!