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domenica 18 ottobre 2026
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Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa
Domenica di pioggia, cielo grigio e voglia di fare qualcosa che non preveda di tornare a casa fradici. Quale occasione migliore per una visita a Palazzo Blu, a Pisa, dove è appena arrivata una mostra dedicata a Edward Hopper? Uno dei miei artisti preferiti (perché sì) , quindi la scelta era praticamente obbligata. Anche perché, quando c'è Hopper di mezzo, riesco a trovare una buona ragione per passare qualche ora davanti ai quadri, pure se fuori il tempo invita a fare tutt'altro.
Ho già avuto occasione di ammirare le sue opere sia a Chicago sia a Roma, ma ogni volta è un piacere ritrovarsi davanti a quella pittura così riconoscibile, capace di raccontare molto anche quando, apparentemente, non succede assolutamente niente. Naturalmente, in entrambe le occasioni mi è mancato l'incontro con I nottambuli (Nighthawks), il suo quadro più famoso, quello del locale illuminato nella notte americana. Un'assenza che ormai considero quasi personale. Per fortuna, comunque, ho l'originale a casa. E chi mi conosce sa benissimo che non sto scherzando. 🤭
La mostra di Palazzo Blu, intitolata Edward Hopper: New York e oltre, non è necessariamente una raccolta di tutti i suoi dipinti più celebri, quelli che si trovano riprodotti ovunque e che anche chi non conosce particolarmente l'arte potrebbe riconoscere al primo sguardo. È però un'esposizione piuttosto ampia, con oltre 150 opere che permettono di attraversare diversi momenti della carriera dell'artista americano, dagli esordi alle opere della maturità. Dipinti, acquerelli, disegni e incisioni restituiscono un'immagine più articolata del suo lavoro, senza limitarsi alle poche tele diventate ormai icone della cultura popolare.
Il percorso si sviluppa attorno ai luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua produzione artistica: Parigi, dove Hopper soggiornò più volte nei primi anni del Novecento, New York, città nella quale visse per gran parte della sua esistenza, e i paesaggi del New England (i miei preferiti) , con le sue case, le coste e gli edifici isolati. Sono ambienti diversi, ma legati da uno sguardo che riesce a trasformare scene quotidiane in qualcosa di molto più suggestivo.
Ed è proprio questo, almeno per me, il fascino di Hopper. La sua pittura sembra spesso raccontare una storia senza concederci il privilegio di conoscerla davvero. Ci sono persone ferme in una stanza, figure che guardano fuori da una finestra, strade quasi deserte, edifici colpiti da una luce netta, interni nei quali sembra essersi appena interrotto qualcosa. Non sappiamo cosa stiano pensando i protagonisti, cosa sia successo prima o cosa accadrà dopo. Eppure viene spontaneo immaginarselo.
La solitudine è certamente uno dei temi più evidenti, ma ridurre Hopper a un pittore di persone sole sarebbe un po' troppo facile. C'è anche il rapporto tra gli individui e gli spazi che abitano, tra la vita privata e il mondo esterno, tra la luce e le ombre. E c'è soprattutto quella sensazione di sospensione che rende le sue immagini così particolari: tutto sembra perfettamente normale, ma qualcosa, senza che si riesca a capire esattamente cosa, ci mette a disagio oppure ci costringe a fermarci a osservare.
La luce, poi, è una protagonista vera e propria. Hopper la usa per costruire gli ambienti, per isolare le figure e per dare una forma concreta a sensazioni che altrimenti sarebbero difficili da descrivere. È una pittura apparentemente semplice, almeno a un primo sguardo, ma proprio questa essenzialità contribuisce a renderla così efficace. Non servono scene spettacolari o composizioni complicate per lasciare il segno. A volte basta una finestra illuminata, una sedia, una strada vuota.
Un aspetto interessante della mostra è anche l'attenzione al rapporto tra Edward e sua moglie Josephine, detta Jo, a sua volta artista e figura fondamentale nella sua vita. Attraverso materiali d'archivio e documenti, il percorso permette di guardare oltre le tele e di avvicinarsi anche alla dimensione personale del pittore. Un modo per ricordare che dietro immagini tanto enigmatiche c'era una persona reale, con le proprie relazioni, abitudini e contraddizioni.
L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, ha quindi il merito di offrire una panoramica piuttosto completa, senza trasformarsi in una semplice sfilata di quadri celebri. Chi cerca esclusivamente Nighthawks e gli altri dipinti più iconici potrebbe forse desiderare qualcosa di diverso, ma chi vuole approfondire l'universo di Hopper ha abbastanza materiale per trascorrere una visita interessante.
Personalmente, non ho bisogno di trovare ogni volta il suo capolavoro più famoso per essere soddisfatto. Con alcuni artisti è bello anche semplicemente ritrovare un linguaggio che si conosce e che continua a funzionare, scoprendo magari un'opera meno nota o osservando con maggiore attenzione qualcosa che in precedenza era passato in secondo piano. E Hopper è uno di quelli che riescono a regalarmi questa sensazione.
Insomma, una domenica piovosa trasformata in un'ottima occasione culturale. Palazzo Blu si conferma una tappa gradita per chi ama le mostre d'arte e questa dedicata a Hopper merita una visita, soprattutto se si apprezza il suo modo particolare di raccontare l'America attraverso paesaggi, architetture e persone apparentemente comuni.
E se qualcuno dovesse chiedermi se, alla fine, mi sia mancato I nottambuli, la risposta è ovviamente sì. Ma non ditelo troppo in giro: l'originale è già impegnato a illuminare il mio salotto.
VERdetto: una mostra interessante e abbastanza completa, ideale per ritrovare uno dei grandi interpreti della pittura americana del Novecento. Non necessariamente una collezione di soli capolavori assoluti, ma un percorso che permette di apprezzare meglio l'evoluzione e la poetica di un artista che, anche quando dipinge il silenzio, ha sempre qualcosa da raccontare.
Album fotografico Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisasabato 17 ottobre 2026
U2 - Achtung Baby
La storia della genesi è già di per sé straordinaria. Gli U2 arrivano a Berlino nell'ottobre del 1990, agli Hansa Studios, gli stessi in cui David Bowie aveva registrato la sua trilogia berlinese, con l'intenzione di reinventarsi dopo il doppio album Rattle and Hum e il tour americano che li aveva resi il gruppo rock più grande del mondo. Il problema è che non si mettono d'accordo su niente. Da una parte Bono e The Edge vogliono spingere verso suoni moderni: dance rock, alternative, elettronica, noise. Dall'altra Larry Mullen Jr, Adam Clayton e il produttore Daniel Lanois non vogliono sentire parlare di abbandonare il suono classico degli U2. Le sessioni berlinesi diventano un disastro, e a un certo punto Edge si chiude in una stanza a piangere. Nel mezzo di tutto questo, arriva la notizia che il suo matrimonio con Aislinn O'Sullivan è finito: un trauma personale che diventa il concept emotivo involontario dell'intero disco. L'arrivo di Brian Eno calma le acque: ascolta i demo e convince la band che stanno costruendo qualcosa di importante, e che possono esplorare nuovi territori senza smettere di essere gli U2. Il disco viene completato a Dublino nel 1991.
Il risultato è un cambiamento radicale che lascia senza parole. Zoo Station apre con una chitarra distorta e una voce filtrata che non sembra quella di Bono — e non era mai successo prima. The Fly, primo singolo, spiazza i fan degli anni Ottanta: è noise rock, quasi industriale, con testi sarcastici sulla videocrazia e sull'Occidente dello spettacolo. Mysterious Ways porta dentro il funk e suoni africani in modo che funziona senza suonare forzato. Until the End of the World racconta il tradimento di Giuda dal punto di vista di Giuda stesso, con un riff di Bono e quel suono "sweeping" della chitarra che è uno dei momenti più belli del disco. E poi c'è One: completata la notte prima della fine delle registrazioni, nata durante una sessione in cui la band era ai ferri corti e stava quasi sciogliendosi, diventata poi uno degli inni della storia della musica degli ultimi trent'anni. Il titolo, ha spiegato Bono, è "un grande imbroglio": non parla di unità ma di separazione, di due persone che portano lo stesso peso in modo diverso.
Achtung Baby è considerato da molti il capolavoro assoluto degli U2, superiore persino a The Joshua Tree. Ascoltato dopo Zooropa, disco che da quel suono era nato quasi per caso durante un tour, si capisce dove stava andando tutto e perché. È il disco che spiega gli U2 degli anni Novanta, e uno di quelli che spiegano quel decennio in generale.
venerdì 16 ottobre 2026
In Ordine Di Sparizione (2014)
Questa volta si va in Norvegia, anche se in realtà la produzione è un misto con Svezia e Danimarca, con In ordine di sparizione, titolo originale Kraftidioten. Forse la prima volta in cui il titolo scelto nella nostra lingua è migliore: tradotto letteralmente sarebbe stato "gli idioti", È un film del 2014 diretto da Hans Petter Moland, ed il protagonista è Stellan Skarsgård, che non è un ultimo arrivato.
Skarsgård fa Nils, un uomo tranquillo e di poche parole che di lavoro guida lo spazzaneve tra le montagne innevate e che proprio all'inizio viene premiato come cittadino dell'anno. Poi il figlio muore, e da brava persona qualunque Nils si trasforma in una macchina da vendetta. Quello che comincia come una caccia personale finisce per innescare una guerra tra bande, con da una parte un boss vegano e dall'altra la mafia serba, il tutto in mezzo a una neve così bianca che il sangue ci sta benissimo sopra. Più la storia va avanti, più il numero dei personaggi cala in fretta, e il titolo, se ci pensate, è un avviso onesto di quello che vi aspetta.
Il film è interessante e carino, e mi ha un po' ricordato i fratelli Coen. Non tanto per la storia in sé, quanto per il tono, quel modo di raccontare cose violente e anche tragiche con una faccia impassibile, lasciando che l'umorismo nasca dalla assurdità delle situazioni e dalla serietà con cui i personaggi le affrontano. Skarsgård aiuta molto, perché tiene un'espressione quasi sempre ferma mentre intorno a lui succede di tutto, e funziona.
Un altro punto a favore è l'ambientazione, con questi paesaggi gelati che da soli fanno già mezza atmosfera e danno al film un fascino particolare. Non ho trovato niente di indimenticabile, la formula della vendetta è abbastanza collaudata e non mi ha sconvolto, ma è girato bene e si guarda con piacere dall'inizio alla fine. Se vi piace il cinema nordico e quel genere di commedia nera e secca, per me è una visione che vale la serata.
giovedì 15 ottobre 2026
Juice Newton - Juice
Angel of the Morning non è originariamente di Juice Newton. La scrisse Chip Taylor nel 1967, musicista americano che aveva già firmato Wild Thing per i Troggs e che disse di averla composta ascoltando Ruby Tuesday dei Rolling Stones in auto mentre guidava verso New York, cercando di catturare quello stesso tipo di passione. Il brano fu offerto prima a Connie Francis, che lo rifiutò perché il testo le sembrava troppo licenzioso per la sua immagine (la storia di una donna che trascorre la notte con qualcuno senza promesse né sensi di colpa, e se ne va all'alba senza rimpianti). Lo rifiutò. Bene per tutti gli altri. La prima registrazione fu di Evie Sands nel giugno 1967; il primo successo vero arrivò nel 1968 con Merrilee Rush e i Turnabouts, che la portarono al numero 7 della Billboard Hot 100 e in vetta alle classifiche di Canada, Australia e Nuova Zelanda, guadagnando anche una nomination ai Grammy. In Italia, nello stesso anno, i Profeti ne fecero una versione con il titolo Gli occhi verdi dell'amore, testo decisamente più casto come da tradizione nostrana. Nel 2001 ci tornò su Shaggy, con risultati che è meglio non commentare per qualcuno rispetto alle edizioni più datate , ma che onestamente me l'ha fatta conoscere e piacere. Nel mezzo, decine di cover, tra cui Nina Simone nel 1971 e Olivia Newton-John.
Poi arriva Juice Newton, nel 1981, con la versione che ha battuto tutte le altre commercialmente e che è rimasta quella di riferimento nell'immaginario collettivo. Newton, nata in Virginia nel 1952, aveva già cinque album alle spalle senza grande fortuna. Juice è il disco che le cambia la carriera: sesto album in studio, primo con Capitol Records, prodotto da Richard Landis, con un suono che mescola country pop e soft rock in modo morbido e immediato. Angel of the Morning apre il disco e va direttamente al numero 4 della Billboard Hot 100, certificata oro. La voce di Newton ci mette qualcosa di personale che le versioni precedenti non avevano: è più caldo, più diretto, meno legato al contesto country delle origini.
Il disco non si ferma lì. Queen of Hearts, secondo singolo, arriva al numero 2 in classifica e viene certificata oro anch'essa. The Sweetest Thing (I've Ever Known), terzo singolo, chiude il tris toccando il numero uno della classifica country. Tre singoli di successo dallo stesso album è roba che non capita spesso, e spiega perché Juice abbia venduto quanto ha venduto. Il resto del disco è country pop ben costruito, senza picchi clamorosi ma senza momenti morti: River of Love, scritta dalla stessa Newton, e Shot Full of Love sono i momenti più personali. Ride 'Em Cowboy è la traccia più energica, quasi rock nel contesto.
Non è un disco che stravolge il mondo, e non ci prova. Ma se Angel of the Morning ti ha preso come ha preso me, il resto di Juice è esattamente il contesto giusto in cui ritrovarla: un disco onesto, ben suonato, con una voce al centro che sa quello che fa. Vale l'ascolto, tutto quanto.
mercoledì 14 ottobre 2026
Radiohead - Pablo Honey
Diciamolo subito: Pablo Honey è considerato il disco più debole della loro discografia, e i Radiohead stessi lo hanno più volte snobbato. È figlio del suo tempo, con influenze che vanno dagli U2 ai Pixies agli Smiths, in un 1993 in cui il rock alternativo americano dominava ovunque e i critici britannici erano già pronti a bollare la band come "Nirvana-lite". Non c'è ancora il suono che avrebbero trovato successivamente, e si sente: c'è qualcosa di incompiuto, di non del tutto a fuoco, di promessa non ancora mantenuta.
Eppure. C'è un motivo per cui Pablo Honey vale la pena, e quel motivo si chiama Creep. Lo so, lo amano tutti. Ma ci sarà un perché, no? Dice che il brano era stato registrato quasi per caso su suggerimento del produttore, che aveva convinto la band a riprenderlo durante le sessioni. La BBC Radio 1 lo bocciò come "troppo deprimente" per la messa in onda; in Gran Bretagna uscì come singolo nel settembre 1992 e arrivò appena al numero 78 in classifica, vendendo seimila copie. Poi qualcuno la fece girare negli Stati Uniti, e nel 1993 era già numero due nella classifica alternative americana. La ristampa del singolo la portò al numero 7 in Gran Bretagna. Thom Yorke nel 1993 dichiarò di avere "notevoli problemi nell'essere un uomo degli anni Novanta", che è forse la descrizione più precisa di quello che la canzone contiene.
Il testo parla di inadeguatezza, di sentirsi fuori posto, di desiderare qualcuno che non ti guarda. "I want a perfect body, I want a perfect soul": chi non l'ha sentita propria almeno una volta? Quel cambio di chitarra distorta prima del ritornello, quella dinamica dal sussurro all'urlo, è diventata una delle strutture più imitate degli anni Novanta. La band sviluppò poi un rapporto di amore-odio con il brano, arrivando a bandirla dai concerti per anni. Ad oggi è il singolo dei Radiohead più ascoltato su Spotify, con oltre duecentotrenta milioni di stream. Il doppio rispetto a qualsiasi altra loro canzone.
Il resto del disco vale meno, e non ha senso fingere il contrario. Blow Out, che chiude l'album, è il brano che la band ha continuato a suonare dal vivo più di qualsiasi altro di questo disco: diversi minuti di crescendo con una coda strumentale che anticipa qualcosa di quello che sarebbero diventati. Anyone Can Play Guitar è il singolo più diretto e immediato. Ma Pablo Honey resta soprattutto il contesto che ha prodotto Creep, e come tale merita ascolto. Un passaggio obbligato, acerbo ma onesto.




