mercoledì 1 aprile 2026

Alice In Chains - Dirt

 

Artista: Alice In Chains
Anno: 1992
Tracce: 13
Formato: CD 
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Gli Alice in Chains sono la band che più di tutte, nella scena di Seattle, si è sempre mossa con un piede nel metal. Non il grunge californiano patinato, non il punk reinventato dei Nirvana, qualcosa di più pesante, più oscuro, che guarda ai Black Sabbath e in un certo modo anche ai Led Zeppelin e li porta dentro un presente fatto di dipendenza, solitudine e disagio autentico. Dirt  è il disco in cui tutto questo converge al massimo.

Il disco è inseparabile dalla storia di Layne Staley. La dipendenza dall'eroina non è un sottotesto, è il soggetto esplicito di buona parte dei testi, scritti da Staley e da Jerry Cantrell con una crudezza che non cerca redenzione né consolazione. Si sente. Quella voce nasale, luciferina, capace di armonizzarsi con quella di Cantrell in modi che sembrano impossibili porta il peso di qualcosa di reale, e questo trasforma brani come Junkhead, Down in a Hole e la title track in qualcosa di più di semplici canzoni rock. Cantrell dal canto suo è la spina dorsale musicale: i suoi riff sono pesanti, urticanti, spesso in tempi dispari, e tengono tutto in piedi con una solidità che non lascia scampo.

Them Bones apre il disco come uno schiaffo: due minuti e mezzo in 7/8 (così mi dicono dalla regia) , un muro di chitarre e un urlo che non lascia tempo di capire cosa stia succedendo. Rooster, scritta da Cantrell per il padre veterano del Vietnam, è il momento più epico e malinconico del disco. Would?, già scritta per la colonna sonora di Singles (nota privata: da recuperare) , chiude con una di quelle melodie che non si dimenticano. E Angry Chair, scritta interamente da Staley, è forse il pezzo che più di tutti fa capire dove stesse andando, e dove sarebbe arrivato, dieci anni dopo.

È un disco difficile da ascoltare con leggerezza, e probabilmente non ci si dovrebbe nemmeno provare. Ma è uno dei pochi dischi di quel periodo in cui il dolore suona vero fino in fondo, senza filtri e senza pose. Un capolavoro che non invecchia.

martedì 31 marzo 2026

Slayer - Reign In Blood

 An image of the album cover featuring a demonic creature being carried on a chair by two people on each side. These people are carrying it over a sea of blood where several heads of corpses are floating. In the top left corner of the album is Slayer's logo while in the bottom right corner is the album title "Reign in Blood".
Artista: Slayer
Anno: 1986
Tracce: 10 + 2
Formato: CD
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Me lo aspettavo diverso. Avevo in testa i Metallica ovvero il thrash che conoscevo o credevo di conoscere , che aveva struttura, melodia, momenti di respiro. Gli Slayer di Reign in Blood sono un'altra cosa. Non un po' più aggressivi, non un gradino più in alto nella scala della durezza: proprio un'altra cosa. Trenta minuti e poco più senza pause, senza mediazioni, senza il minimo tentativo di venire incontro a chi non è già nel loro mondo.

Il thrash metal e il death metal non sono mai stati i miei generi, li ho sempre trovati troppo veloci, troppo violenti, troppo ruvidi per entrarmi dentro davvero. E Reign in Blood è probabilmente il disco che più di tutti incarna queste caratteristiche, spinte al limite. Angel of Death apre il disco come un muro che ti cade addosso: Dave Lombardo alla batteria è una macchina da guerra, Tom Araya alla voce non canta, urla, e le chitarre di Hanneman e King non cercano mai melodia, solo aggressione. Raining Blood, con quella sua atmosfera plumbea che precede l'esplosione finale, è forse il brano che più rimane in testa e non perché sia accessibile, ma perché ha una coerenza oscura che funziona anche per chi, come me, non è esattamente il pubblico di riferimento.

Il disco dura poco anche se avrebbe dovuto durarne un po' di più: hanno tagliato tutto quello che poteva sembrare di troppo, e il risultato è un oggetto compatto e senza fronzoli che non chiede permesso a nessuno. È onesto nel suo essere estremo, e questo va riconosciuto.

Non è un disco che metto su vvolentieri. Ma capisco perfettamente perché sia considerato un punto di riferimento assoluto per un'intera generazione di musicisti. L'ho preso per completare la mia formazione di ascoltatore, e da quel punto di vista ha fatto il suo lavoro.

lunedì 30 marzo 2026

Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf

 
Artista: Queens Of The Sone Age
Anno: 2002
Tracce: 14
Formato CD
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Con i Queens of the Stone Age sono arrivato per curiosità più che per passione. Il gancio era chiaro: Dave Grohl alla batteria: (in)direttamente dai Nirvana, uno dei miei punti di riferimento. Volevo sentire cosa succedeva quando uno come lui si metteva al servizio di un progetto così diverso. E poi c'era la questione della completezza: Songs for the Deaf  era considerato uno di quei dischi che fanno parte della storia del rock moderno, e ignorarlo sarebbe stato come lasciare un buco.

Il disco è strutturato come una sorta di viaggio radiofonico attraverso il deserto californiano: tra un brano e l'altro (non sempre, ma spesso) si inserisce un finto speaker che annuncia il pezzo successivo, creando un filo conduttore che rende tutto più coeso di quanto sembri. Lo stoner rock di Josh Homme è ruvido, valvolare, volutamente grezzo, con suoni che sembrano usciti dagli anni Settanta pur essendo del tutto contemporanei. Le voci di Homme, di Nick Oliveri e di Mark Lanegan , tre timbri completamente diversi, si alternano e si intrecciano in modo che funziona meglio di quanto ci si aspetti.

Grohl fa il suo lavoro nel modo in cui sa farlo: potente, preciso, con una solidità ritmica che tiene tutto in piedi. Su Song for the Dead e Go with the Flow si sente eccome la sua presenza. No One Knows è il brano più immediato, quello che resta più in testa. Ma devo essere onesto: il disco non mi ha preso subito. Non rientra nelle mie corde in modo naturale poichè quello stoner desertico è un mondo che mi affascina da lontano più che coinvolgermi visceralmente.

L'ho preso e ascoltato per quello che è: un pezzo importante della storia musicale di quegli anni, un disco che chiunque ami il rock dovrebbe conoscere. Non è detto che debba necessariamente amarlo.

domenica 29 marzo 2026

Rivalto e le cascate nascoste

 
Nuovo trekking per questa ultima domenica di marzo. Il luogo di ritrovo è Rivalto, frazioncina di Chianni in provincia di Pisa. Da qui un comodo anello per andare a scovare numerose cascatelle nascoste che risultano davvero fotogeniche e suggestive. Immerse tra i boschi delle colline pisane, seguiamo i torrenti, non facendoci mancare innumerevoli guadi per poi collezionarle di tanto in tanto. Fitta e lussureggiante vegetazione e troviamo pure un paio di salamandre. Un angolo di mondo che sembra lontano da tutto e che riserva innumerevoli scoperte.
 
Album fotografico Le cascate di Rivalto 

sabato 28 marzo 2026

Una Scomoda Circostanza - Caught Stealing (2025)

 
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2025
Titolo originale: Caught Stealing
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
 Pagina di I Check Movies
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Se state cercando un thriller che sappia di asfalto, sudore e nostalgia sporca, fermatevi qui. Disponibile su Prime Video , Caught Stealing ci riporta dritti nel 1998, in una New York che sembra quasi un personaggio a sé stante: caotica, pericolosa e terribilmente affascinante. Il protagonista è Hank Thompson, interpretato da un magnetico Austin Butler . Il ragazzo è un ex promessa del baseball la cui carriera è finita prima di iniziare; ora serve drink in un bar del Lower East Side e tiene un profilo basso, perchè di più non può La sua vita tranquilla va in pezzi quando il suo vicino di casa sparisce nel nulla, lasciandogli in custodia un gatto . Da quel momento, Hank diventa il bersaglio di mezza malavita di New York, inclusa una spietata mafia russa che non si fa troppi problemi a usare le maniere forti. Darren Aronofsky ricostruisce NYC ed il 1998 in modo magistrale. Niente filtri patinati, solo il realismo crudo di fine millennio. Butler dal canto suoriesce a trasmettere perfettamente il senso di smarrimento di un uomo comune che viene picchiato, rincorso e messo alle strette, ma che ritrova la grinta del battitore quando serve. È un thriller che non ti lascia respirare. Ogni volta che pensi che Hank sia al sicuro, spunta un nuovo problema (o un nuovo sicario). Come film spiazza un po' perchè molta violenza (forse gratuita) e questa c'è anche nelle occasioni che non ti aspetti. Inizialmente ero molto dubbioso, anche per questo aspetto, ma andando avanti ho capito che non era poi così male. 


venerdì 27 marzo 2026

Judas Priest - Screaming For Vengeance

 
Artista: Judas Priest
Anno: 1982
Tracce: 10
Formato: CD
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I Judas Priest sono una di quelle band che appartengono alla storia dell'heavy metal nel senso più letterale del termine: senza di loro, buona parte di quello che è venuto dopo semplicemente non esisterebbe. Screaming for Vengeance del 1982 è il disco che forse più di tutti lo dimostra: uno dei più venduti nella storia del genere, e ancora oggi sorprendentemente fresco dopo quarant'anni e passa. 

Il segreto è nell'equilibrio. Non è un disco solo pesante, non è solo melodico: è entrambe le cose insieme, e la coppia di chitarre Tipton/Downing è il meccanismo che tiene tutto in piedi. Riff che pesano e melodie che volano, assoli che si intrecciano senza perdere mai il controllo. Già dall'apertura strumentale di The Hellion seguita dall'esplosione di Electric Eye (con il suo testo di denuncia contro la sorveglianza tecnologica, tema che non ha perso un grammo di attualità) il disco dichiara cosa vuole essere.

Rob Halford è il centro di tutto. Non solo per gli acuti stratosferici, ma per come sa essere teatrale senza mai diventare caricaturale. Sulla title track canta come se stesse trascinando qualcuno in guerra, su You've Got Another Thing Comin' costruisce uno dei ritornelli più immediati e riconoscibili del metal anni Ottanta, e su Devil's Child chiude il disco con una performance vocale che da sola vale l'ascolto.

Non è il disco più complesso dei Priest, né il più ambizioso. Ma è probabilmente il più efficace, quello in cui tutto funziona senza sforzo apparente. Per chi, come me, li segue più per completezza e rispetto storico che per passione viscerale, è comunque il disco da cui partire.