Visualizzazione post con etichetta Amazon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amazon. Mostra tutti i post

domenica 25 ottobre 2026

Masterplan (2026)

 Regia: Thomas Vincent
Anno: 2026
Titolo originala: Masterplan
Voto e recensione: 3/10 
Pagina di IMDB )5.4)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video
Resta aggiornato sul canale Telegram  VERonTelegram
 
Sarò breve e svogliato: neanche ho perso tempo a cercare una locandina da inserire ad inizio articolo. Un thriller scritto coi piedi, con una fotografia patinata che altro non fa che renderlo inguardabile. Dialoghi e situazioni talmente imbarazzanti che vien voglia di spegnere già dopo dieci minuti. Invece mi immolo per la Patria (ah no) e lo porto a termine, giusto per testimoniarne la bruttezza. Nel frattempo mi guardo i reel, molto più interessanti, delle manifestazioni nelle piazze italiane, soppresse in molti casi da squadristi con divise, scudi e manganelli. Non partecipo, ma sto dalla parte degli oppressi. Sfrutto questo articolo per la mia solidarietà a chi manifestava civilmente, praticamente tutti, per non andare incontro alla censura. Invece di guardarvi film demenziali come questo, se potete scendete in piazza anche voi.  
 
 

lunedì 19 ottobre 2026

Che Dio Ci Perdoni (2016)

 
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Titolo originale: Que Dios Nos Perdone
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
Resta aggiornato sul canale Telegram  VERonTelegram
 
 
 

Torniamo in Spagna con Che Dio Ci Perdoni, titolo originale Que Dios Nos Perdone. È un thriller del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen, che lo ha scritto insieme a Isabel Peña, ed è ambientato a Madrid nell'estate del 2011, con un caldo opprimente, le proteste del movimento 15-M e la città invasa dai pellegrini in attesa della visita del Papa. Come cornice per un thriller poliziesco è davvero bella, e già nei primi minuti si capisce che il film ci tiene a fare le cose per bene.

I protagonisti sono due ispettori di polizia che più diversi non si potrebbe, Velarde, introverso e tartaglione, interpretato da Antonio de la Torre, e Alfaro, impulsivo e iracondo, che ha il volto di Roberto Álamo. Devono dare la caccia a un assassino che colpisce donne anziane, e devono farlo in fretta e senza fare rumore, con il resto della città che ha la testa altrove. Come inizio mi aveva preso, perché il killer era misterioso e i due poliziotti stavano investigando, tra piste da seguire, dubbi e indizi da mettere insieme, e io stavo lì a incastrare i pezzi insieme a loro.

Poi succede una cosa che per me ha spezzato l'incantesimo. Gli sceneggiatori hanno deciso di mostrarci chi fosse l'assassino, e da quel momento la parte investigativa mi è sembrata sbrigativa e casuale, con indizi che arrivano quando servono e collegamenti che si fanno per fortuna più che per bravura. Il guaio è che noi spettatori sapevamo già chi fosse, quindi tutta quella fatica per stanare un colpevole che avevamo davanti agli occhi aveva poco senso. Il film perde la sua tensione migliore, quella del non sapere, e la sostituisce con una caccia in cui il destino dei personaggi mi interessava molto meno di prima.

Ha anche vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastián, e questo mi fa sorridere, perché evidentemente io e la giuria abbiamo visto due film diversi, o più probabilmente io mi aspettavo un mistero e loro hanno premiato altro. Ripeto, non è un brutto film e il clima che costruisce funziona, ma quel cambio di rotta a metà strada mi ha lasciato con un senso di occasione sprecata. Un buon inizio che si sgonfia, e a me è dispiaciuto parecchio.

venerdì 16 ottobre 2026

In Ordine Di Sparizione (2014)

 
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2014
Titolo originale: Kraftidioten
Voto e recensione: 5/10 
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies 
 Iscriviti a Prime Video
Resta aggiornato sul canale Telegram  VERonTelegram
 
 

Questa volta si va in Norvegia, anche se in realtà la produzione è un misto con Svezia e Danimarca, con In ordine di sparizione, titolo originale Kraftidioten. Forse la prima volta in cui il titolo scelto nella nostra lingua è migliore: tradotto letteralmente sarebbe stato "gli idioti", È un film del 2014 diretto da Hans Petter Moland, ed il protagonista è Stellan Skarsgård, che non è un ultimo arrivato.

Skarsgård fa Nils, un uomo tranquillo e di poche parole che di lavoro guida lo spazzaneve tra le montagne innevate e che proprio all'inizio viene premiato come cittadino dell'anno. Poi il figlio muore, e da brava persona qualunque Nils si trasforma in una macchina da vendetta. Quello che comincia come una caccia personale finisce per innescare una guerra tra bande, con da una parte un boss vegano e dall'altra la mafia serba, il tutto in mezzo a una neve così bianca che il sangue ci sta benissimo sopra. Più la storia va avanti, più il numero dei personaggi cala in fretta, e il titolo, se ci pensate, è un avviso onesto di quello che vi aspetta.

Il film è interessante e carino, e mi ha un po' ricordato i fratelli Coen. Non tanto per la storia in sé, quanto per il tono, quel modo di raccontare cose violente e anche tragiche con una faccia impassibile, lasciando che l'umorismo nasca dalla assurdità delle situazioni e dalla serietà con cui i personaggi le affrontano. Skarsgård aiuta molto, perché tiene un'espressione quasi sempre ferma mentre intorno a lui succede di tutto, e funziona.

Un altro punto a favore è l'ambientazione, con questi paesaggi gelati che da soli fanno già mezza atmosfera e danno al film un fascino particolare. Non ho trovato niente di indimenticabile, la formula della vendetta è abbastanza collaudata e non mi ha sconvolto, ma è girato bene e si guarda con piacere dall'inizio alla fine. Se vi piace il cinema nordico e quel genere di commedia nera e secca, per me è una visione che vale la serata.

martedì 13 ottobre 2026

Don't Say A Word (2001)

 
Regia: Gary Fleder
Anno: 2001
Titolo originale: Don't Say A Word
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon
Iscriviti a Prime Video 
 
 

Se dico che i thriller non li fanno più come una volta, vorrei che fosse chiaro che non è solo nostalgia. Gli anni novanta da questo punto di vista sono stati grandiosi, e Don't Say a Word è del 2001, ma poco cambia, siamo in quel filone lì. La cosa che mi dà più credito è che l'ho guardato oggi per la prima volta, quindi niente effetto ricordi di un tempo, niente gioventù a fare da filtro rosa. Ho visto un film nuovo con gli occhi di adesso, e mi è piaciuto lo stesso.

Il regista è Gary Fleder, con  Michael Douglas che fa Nathan Conrad, uno psichiatra newyorkese stimato, di quelli bravi con gli adolescenti difficili, a cui in poche ore crolla il mondo addosso. Gli rapiscono la figlia e per riaverla gli viene dato un compito impossibile, convincere una giovane paziente a rivelare un numero che serve ai rapitori per mettere le mani su un gioiello nascosto. Il guaio è che la ragazza, interpretata da Brittany Murphy, non parla da dieci anni, e il tempo a disposizione è poco, una manciata di ore. Il cattivo è Sean Bean, che di mestiere fa il cattivo, e con lui a completare il quadro ci sono Famke Janssen come moglie (un po' tiepida in realtà), Oliver Platt come collega e Jennifer Esposito nei panni di una detective che nel frattempo si mette di mezzo. A parte Douglas nomi nella norma, ma già rivisti su numerose pellicole.

Insomma, è un thriller ben fatto e con un buon ritmo, di quelli in cui la tensione non ti molla mai e ogni scena spinge la successiva senza troppi giri a vuoto. Il conto alla rovescia fa il suo dovere, e la storia tiene su più fili contemporaneamente senza mai farti perdere l'orientamento. Certo, ogni tanto ci sono scene poco credibili, o forzate, di quelle in cui senti la sceneggiatura che spinge a mano il protagonista dove serve alla trama. Da lì a smontare il film però ce ne passa, perché a me quelle forzature sono scivolate addosso senza rovinarmi il gusto.

Non è un titolo di grido, e non mi aspetto di vederlo citato nelle liste dei grandi film del genere. Sono sicuro che ai critici dell'epoca sia sembrato un thriller piuttosto routine e che di recensioni più severe della mia ce ne siano a bizzeffe. Eppure riesce a tenerti piacevolmente seduto a guardarlo, che per un film del genere è già un buon traguardo. Se avete una serata libera e una voglia di thriller come si facevano una volta, per me questo se lo merita.

sabato 10 ottobre 2026

Riders Of Justice (2020)

 
Regia: Ansen Thomas Jensen
Anno: 2020
Titolo originale:  Retfærdighedens Ryttere
Voto e recensione. 4/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
 
Mea culpa che quando ho visto un breve spezzone del film credevo fosse un qualcosa che richiamasse la psicostoria di Asimov, applicata non in macro, ma sui singoli eventi. Pareva ganzo.

Ed invece ecco una pellicola che ho fatto fatica a finire, e lo dico subito per non tenervi sulle spine. Riders of Justice, il titolo originale è Retfærdighedens Ryttere, quindi sì, è danese, è uscito nel 2020 e porta la firma di Anders Thomas Jensen, che lo ha anche scritto. Il protagonista è Mads Mikkelsen (con barba lunga), che di solito per me è già una garanzia, e proprio per questo la delusione è stata più forte.

La storia parte da un incidente ferroviario in cui muore la moglie di Markus, un soldato che torna a casa dalla figlia adolescente senza sapere bene come gestire il lutto. A quel punto si presentano alla porta un esperto di probabilità (statistica?) e un paio di colleghi, tutti convinti che quel disastro non sia stato affatto un caso ma l'opera di una banda criminale, quella che dà il titolo al film. Markus, che è uno che i problemi li risolve a pugni o a colpi di fucile, ha finalmente un nemico a cui dare la caccia. Sulla carta l'idea poteva anche funzionare.

Il problema è che per me non funziona praticamente niente di quello che viene dopo. Il film è troppo lungo, quasi due ore in cui la sceneggiatura gira su se stessa, accumula fili e personaggi e non si capisce mai bene dove voglia arrivare. Resta una sensazione di confusione che non diventa mai mistero e che non aiuta a restare dentro la storia. Manca soprattutto un'anima, qualcosa che ti faccia dire che dietro c'è un'idea o un sentimento vero e non solo un gruppo di situazioni tenute insieme col nastro adesivo.

A tirare avanti il tutto ci sono personaggi sopra le righe, luoghi comuni e cliché in quantità, dal soldato tutto muscoli e silenzi ai tipi strambi che dovrebbero far sorridere solo perché sono strambi. Ed è qui che il film mi ha perso del tutto, perché in fondo è un film d'azione sporcato da una vena commediale che non fa ridere. Le battute arrivano nei momenti sbagliati, spezzano la tensione quando dovrebbe crescere e non sono mai abbastanza divertenti da giustificare il disturbo. Risultato, né carne né pesce, e a me è sembrato soltanto un pasticcio.

So bene che in giro è piaciuto a parecchia gente e che ha anche un voto alto sui siti di cinema, quindi può darsi che io abbia sbagliato serata o che il suo umorismo non sia proprio il mio. Per me comunque è una visione che si poteva tranquillamente evitare, e se volete vedere Mikkelsen dare il meglio di sé ci sono altri film che vi consiglio prima di questo.

 

mercoledì 7 ottobre 2026

Good Boy (2025)

 
Regia. Jan Komasa
Anno: 2025
Titolo originale: Good Boy
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies
  Iscriviti a Prime Video
 
 Passiamo a Good Boy, il film di Jan Komasa, e sì, parlo proprio di quello polacco e non dell'altro Good Boy con il cane protagonista che gira in questo periodo. Komasa è il regista di Corpus Christi (che però devo ancora trovare e e vedere), quello che qualche anno fa si era preso una nomination all'Oscar come miglior film internazionale, quindi le aspettative non erano proprio basse. Questa volta ha girato in inglese, in una coproduzione tra Polonia e Regno Unito.

La premessa è di quelle che ti fanno drizzare le orecchie. Tommy ha diciannove anni, passa le giornate tra droga, alcol e risse insieme ai suoi amici, finché una notte si sveglia con una catena al collo nello scantinato di una casa isolata. Lo ha rapito una famiglia all'apparenza normalissima (il senso dovrebbe essere quello, ma lo si nota subito che non possono esserlo), un padre, una madre e un figlio, che ha deciso di trasformarlo in un bravo ragazzo, un "good boy" appunto. A reggere la baracca ci sono Stephen Graham, Andrea Riseborough e il giovane Anson Boon nei panni di Tommy, più il piccolo Kit Rakusen.

Ed è qui che arrivano le mie perplessità, perché a fine visione non ho capito bene cosa avessi guardato. Il film è carino, questo sì, e si segue volentieri, però non sa decidere cosa vuole essere da grande. Potrebbe essere una dark commedia fatta male, con certe situazioni che sembrano volerti far ridere ma non ci riescono minimamente. Oppure potrebbe essere un horror troppo leggero, che costruisce l'angoscia della catena e dello scantinato e poi si tira indietro proprio quando dovrebbe affondare il colpo. In ogni caso non mi ha convinto del tutto in nessuna delle due direzioni.

Dal punto di vista estetico non mi ha lasciato niente di memorabile, e a farmelo guardare fino alla fine è stata più la curiosità di capire dove volesse andare a parare che il piacere dell'immagine o della messa in scena. Ammetto però che l'idea di base, quella di una famiglia che prova a "sistemare" un ragazzo con metodi tutt'altro che normali, ti resta in testa e fa venire voglia di discuterne con qualcuno dopo.

Quindi il mio consiglio è questa. Se siete curiosi, se vi piacciono le storie un po' storte che giocano con il confine tra il grottesco e l'inquietante, dategli una chance, perché si lascia guardare. Se invece cercate un film che vi prenda davvero allo stomaco o che vi faccia ridere di gusto, rischiate di restare un po' a bocca asciutta come è successo a me.

lunedì 5 ottobre 2026

Presagio Finale - First Snow (2006)

 
Regia: Mark Fergus
Anno: 2006
Titolo originale: First Snow
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
 
 

Questa volta il film me lo ha consigliato uno dei tanti reel veloci che parlano di cinema, e per una volta devo ammettere che il consiglio non era male. Sto parlando di First Snow, un film del 2006 con Guy Pearce che non avevo mai sentito nominare e che invece mi ha tenuto incollato allo schermo per tutta la durata.

La storia parte da un'idea semplice e un po' da Ai Confini Della Realtà. Jimmy Starks è un venditore piuttosto sicuro di sé, uno che parla bene e sa come girarti intorno, e un giorno per gioco si fa leggere il futuro da un tizio incontrato lungo una strada del New Mexico. Il veggente, che ha la faccia di J.K. Simmons (OZ, ma anche tanto altro), gli dice cose che poi si avverano una dopo l'altra, finché arriva il punto in cui il futuro di Jimmy si ferma. Dopo la prima neve, non c'è più niente da leggere. Da lì in poi il film si trasforma in un lento conto alla rovescia, con un uomo che non sa se arrendersi, scappare o provare a vivere davvero per la prima volta.

Il ritmo drammatico è buono, e se vogliamo chiamarlo anche thriller, un po' lo è, perché la tensione cresce man mano che la paranoia del protagonista contagia anche noi che guardiamo. Ogni vecchio amico, ogni collega e ogni telefonata diventano un possibile indizio. Guy Pearce se la cava benissimo nel ruolo del tizio sempre in vendita che si sgretola piano piano.

Un'altra cosa che mi ha fatto sorridere è il cast, pieno di facce che ho incrociato in tante serie tv guardate negli anni. C'è Piper Perabo, c'è William Fichtner, c'è Shea Whigham, c'è Adam Scott molto prima che diventasse il Adam Scott di adesso, e c'è anche Steven Michael Quezada, che chi ha seguito Breaking Bad riconosce al volo. Ogni volta mi veniva da dire "ma questo l'ho già visto da qualche parte", e il gioco del riconoscimento ha reso la visione ancora più divertente.

Poi c'è la curiosità che mi ha spinto a cercare qualcosa in più sul film. Dietro la macchina da presa c'è Mark Fergus, che è il primo ed unico film che ha girato. Fergus di mestiere fa lo sceneggiatore, e che sceneggiatore: insieme al socio Hawk Ostby ha scritto Iron Man e I Figli degli Uomini, e ha messo mano anche alla spettacolare serie The Expanse. Un curriculum del genere ti fa venire voglia di vedere cosa combina quando decide di fare anche il regista, e la risposta è un film freddo, spoglio e coerente con la sua storia, con quei paesaggi gelati che sembrano raccontare già da soli la fine che si avvicina.

Non è un film da vedere se cercate azione o colpi di scena a raffica. È più una riflessione sul destino e sul libero arbitrio con una confezione da thriller. Io sto dalla parte di quelli a cui è piaciuto. Se avete una serata tranquilla e voglia di qualcosa di diverso dal solito, dategli una possibilità.

martedì 29 settembre 2026

Poveri Ma Belli (1957)


 
Regia: Dino Risi
Anno: 1957
Titolo originale: Poveri Ma Belli
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video


Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.

È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.

A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.

sabato 26 settembre 2026

When Evil Lurks (2023)


 
Regia: Demian Rugna
Anno: 2023
Titolo originale. Cuando Acecha La Maldad
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.9)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video



When Evil Lurks mi ha incuriosito praticamente fin dall'inizio. È un horror ben fatto, con un'ambientazione che trovo particolarmente interessante e anche abbastanza atipica rispetto a quello a cui siamo abituati: siamo in Argentina, lontani dai soliti scenari che accompagnano questo genere di film. La prima parte mi ha convinto parecchio, sia per l'atmosfera sia per il modo in cui viene costruita la storia. C'è qualcosa di sporco e imprevedibile che funziona bene e che mi ha fatto pensare che potesse essere uno di quegli horror capaci di lasciare davvero il segno. Poi, per i miei gusti, il film si perde un po' strada facendo. L'idea di partenza rimane interessante e ci sono comunque momenti riusciti, ma l'effetto iniziale si attenua progressivamente e nella seconda parte mi ha coinvolto meno. Rimane comunque un film che considero interessante e soprattutto mi ha fatto drizzare le antenne sul suo regista, Demián Rugna. Da tenere quindi sotto la lente di ingrandimento: sicuramente cercherò di recuperare anche qualche altro suo film.

venerdì 25 settembre 2026

Forza Maggiore (2014)

 

Regia: Ruben Ostlund
Anno: 2014
Titolo originale: Turist
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.2)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video

Forza maggiore è un film indipendente e drammatico (di Ruben Ostlund), senza troppe pretese, che parte da una situazione interessante: durante una vacanza sulla neve, una famiglia svedese si trova coinvolta in quella che sembra una valanga imminente e la reazione del padre mette in crisi il rapporto con la moglie.

Il tema non è male, soprattutto perché permette di riflettere su come possiamo comportarci quando ci troviamo improvvisamente davanti a una situazione di pericolo e su quanto sia facile giudicare le reazioni degli altri quando siamo al sicuro. Più che una rappresentazione particolarmente realistica di una crisi familiare, però, l'ho visto soprattutto come uno spunto di riflessione sulla crisi di coppia.

A livello personale ho fatto un po' fatica a farmelo piacere. Non è girato in maniera casereccia, ma per lunghi tratti ho avuto una strana sensazione da "documentario per le vacanze": albergo, piste da sci, pranzi, panorami innevati, famiglia che si muove qua e là... Forse dipende anche dal doppiaggio, che non mi ha aiutato a entrare nei personaggi, ma in certi momenti sembrava quasi di guardare il filmato delle ferie di qualcun altro.

Non mi hanno aiutato nemmeno i due bambini, che ho trovato spesso goffi e quasi d'intralcio alla storia invece che realmente coinvolti nella dinamica familiare. E, più in generale, non sono riuscito a provare particolare simpatia per nessuno dei due protagonisti. Tomas ed Ebba sono proprio il genere di coppia che dovrebbe incuriosirti attraverso i loro comportamenti, ma io sono rimasto piuttosto distante da entrambi.

Resta quindi un film con un'idea di fondo interessante e qualche situazione capace di far riflettere, ma che personalmente ho trovato poco coinvolgente. Forse è proprio quella freddezza nordica che molti possono apprezzare: a me, questa volta, ha dato soprattutto la sensazione di assistere per due ore alle vacanze sulla neve di una coppia che non conoscevo.

mercoledì 23 settembre 2026

Bring Her Back - Torna Da Me (2025)


 
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou
Anno: 2025
Titolo originale: Bring Her Back
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 
 
 
Ho letto parecchi pareri molto positivi su Bring Her Back, spesso descritto anche come un horror disturbante e capace di mettere a disagio. Così sono corso a guardarmelo. A me, invece, è sembrato soprattutto un film troppo lento. Il problema principale è la prima ora, che ho trovato decisamente noiosa: la componente drammatica prende talmente tanto spazio che per parecchio tempo sembra non succedere praticamente nulla. Capisco la necessità di costruire l'atmosfera e di preparare quello che verrà dopo, ma per un horror mi è sembrato un ritmo eccessivamente dilatato. E soprattutto non ho trovato quella sensazione di inquietudine crescente che evidentemente ha colpito altri spettatori. Anche sul versante del disturbo, quindi, sono rimasto abbastanza freddo. Ci sono alcune scene forti e immagini che vorrebbero lasciare il segno, ma non mi hanno provocato quella reazione che mi aspettavo leggendo le recensioni. Più che disturbante, in diversi momenti l'ho trovato semplicemente lento. A questo si aggiunge un'altra cosa che mi ha lasciato perplesso: diverse situazioni e scene sembrano rimanere appese, senza una vera conclusione. Non è necessariamente un problema lasciare qualcosa all'interpretazione, ma qui ho avuto più volte l'impressione che alcune idee venissero introdotte e poi abbandonate, invece di essere sviluppate fino in fondo. Alla fine Bring Her Back non è un film che considero brutto, ma nemmeno quell'horror disturbante e coinvolgente che mi aspettavo. Ha sicuramente delle trovate interessanti e qualche momento riuscito, però il ritmo troppo lento, soprattutto nella prima parte, e alcune situazioni lasciate in sospeso hanno finito per farmelo vivere più con noia che con inquietudine.

lunedì 21 settembre 2026

The Protégé (2021)



 Regia: Martin Campbell
Anno: 2021
Titolo originale: The Protégé 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 

The Protégé (miracolo indovinare gli accenti) è un action thriller del 2021 diretto da Martin Campbell, quello di Casino Royale, con Maggie Q nei panni di Anna, la killer più abile al mondo, cresciuta fin da bambina da Moody, un leggendario sicario interpretato da Samuel L. Jackson dopo averla salvata da un massacro a Saigon in cui perse i genitori. Quando Moody viene ucciso, Anna parte per vendicarlo e finisce invischiata con un altro killer enigmatico interpretato da Michael Keaton, con cui il rapporto tra caccia e attrazione diventa via via più ambiguo.

La prima parte, quella con la bambina salvata da un massacro e cresciuta da un assassino solitario che le insegna il mestiere, sembra quasi un incipit alternativo di Léon, con Moody nel ruolo che fu di Jean Reno, anche se qui il rapporto tra i due resta più professionale e meno malinconico di quello tra Léon e Mathilda. Una volta chiuso questo preambolo però il film si trasforma rapidamente in un classico action di vendetta, con Anna che deve fare fuori il cattivo di turno per motivi che, a pensarci con un minimo di logica, non reggerebbero neanche troppo.

Il tandem tra Maggie Q, decisamente convincente nelle coreografie d'azione, e un Michael Keaton che si diverte parecchio nei panni del villain elegante e ambiguo, tiene comunque in piedi il film anche nei momenti in cui la trama scricchiola, e Martin Campbell sa come girare uno scontro corpo a corpo senza perdere ritmo. Non è un film che lascia il segno, ma per una serata action senza troppe pretese fa il suo lavoro egregiamente.

venerdì 18 settembre 2026

The Assessment - La Valutazione (2024)

 

Regia. Fleur Fortunè
Anno: 2024
Titolo originale: The Assessment
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 


Mi piacciono quei film di fantascienza che non hanno bisogno di astronavi, battaglie intergalattiche o effetti speciali da centinaia di milioni di dollari per costruire un mondo interessante. The Assessment, esordio alla regia di Fleur Fortuné, appartiene proprio a questa categoria: un film semplice, ambientato quasi interamente in pochi spazi, che attraverso una situazione apparentemente ordinaria riesce a introdurre lo spettatore in una realtà futura decisamente curiosa.

In questo futuro, segnato dal collasso ambientale e da una società che ha scelto di regolamentare praticamente ogni aspetto dell'esistenza, avere un figlio non è più una questione privata. Le coppie devono dimostrare di essere adatte alla genitorialità attraverso una valutazione di sette giorni, durante la quale un'esaminatrice osserva ogni loro comportamento. È quello che succede a Mia e Aaryan, interpretati da Elizabeth Olsen e Himesh Patel, quando nella loro casa arriva Virginia, una donna incaricata di sottoporli a una serie di prove sempre più bizzarre, invasive e destabilizzanti.

Il punto di forza del film è proprio questo meccanismo. Non servono grandi ambientazioni futuristiche per creare inquietudine: basta una casa, una coppia che dovrebbe sentirsi al sicuro e una presenza estranea che, giorno dopo giorno, trasforma l'ambiente domestico in una sorta di laboratorio psicologico. La valutazione diventa un gioco perverso nel quale non è mai chiaro cosa ci si aspetti dai protagonisti e quali siano le regole. Virginia può comportarsi come una bambina, mettere alla prova la pazienza della coppia, provocare reazioni imprevedibili. E più si va avanti, più diventa difficile distinguere un esame ufficiale da una manipolazione emotiva.

L'ambientazione, pur non essendo completamente asettica, può ricordare per certi aspetti Ex Machina di Alex Garland. Non soltanto per la fantascienza contenuta e quasi claustrofobica, ma anche per la presenza di Alicia Vikander, che in quel film interpretava l'indimenticabile Ava. Qui l'attrice veste i panni di Virginia e offre una prova particolarmente efficace, capace di passare dal grottesco all'inquietante con una certa naturalezza. Anche qui la stessa Vikander è dentro ad un esperimento controllato, solo che è in un ruolo invertito. Il confronto con Ex Machina, comunque, si ferma soprattutto alle atmosfere e alla costruzione degli spazi: The Assessment segue una strada diversa, più concentrata sui rapporti umani, sul desiderio di avere figli e sul modo in cui un sistema può arrivare a controllare persino gli aspetti più intimi della vita.

Il film funziona anche perché lascia emergere gradualmente il proprio mondo. Non ci viene spiegato tutto subito, e questo contribuisce a mantenere viva la curiosità. Si intuisce che dietro la possibilità di diventare genitori ci sono regole molto più complesse, una società divisa e un passato che continua a pesare sul presente. La fantascienza rimane soprattutto uno strumento per parlare di controllo, conformismo, maternità e bisogno di sentirsi accettati. Temi interessanti, sviluppati attraverso una storia che non ha fretta di mostrare tutte le proprie carte.

Il problema, almeno per quanto mi riguarda, arriva nella parte finale. Non è tanto il fatto che il film allarghi improvvisamente lo sguardo oltre la casa e mostri qualcosa in più del mondo futuro. Anzi, l'idea di aprire la storia a una dimensione più ampia è comprensibile e, sulla carta, anche interessante. È il modo in cui questa apertura viene gestita a lasciarmi un po' perplesso. Alcuni passaggi sembrano meno solidi rispetto a quello che il film aveva costruito fino a quel momento, mentre certe svolte finiscono per apparire un po' slegate dal percorso precedente. La curiosità rimane, ma la sensazione è che la sceneggiatura faccia più fatica a tenere insieme i diversi elementi proprio quando dovrebbe dare loro un significato complessivo.

The Assessment resta comunque una fantascienza intrigante, con un'idea di partenza efficace, pochi ambienti sfruttati bene e una buona capacità di generare tensione attraverso situazioni assurde ma non così lontane, almeno concettualmente, da alcune ossessioni del nostro presente. Non è un film che rivoluziona il genere, né uno di quelli che riescono a chiudere perfettamente tutte le questioni sollevate. Però ha una sua personalità e, soprattutto, riesce a incuriosire. Peccato che, proprio quando decide di mostrare qualcosa in più, perda parte di quella compattezza che aveva reso così interessante la prima metà.
 
 

giovedì 17 settembre 2026

Reacher [Stagione 4]

 

Anno: 2026
Titolo originale: Reacher 
Episodi: 8
Stagione: 4
Iscriviti a Prime Video


Quarta stagione di Reacher, e siamo ormai al punto in cui uno queste serie le guarda più per abitudine affettiva che per reale sorpresa. L'ho detto anche per le prime tre, lo ripeto qui: è un prodotto sempliciotto, costruito su uno schema che si ripete quasi identico a ogni giro, eppure funziona, e funziona proprio perché non pretende di essere altro da quello che è.

Questa volta la storia parte da Gone Tomorrow, tredicesimo romanzo della saga di Lee Child, uscito nel 2009 e in italiano intitolato I dodici segni. Non è tra i libri che ho letto io, e infatti non posso fare il solito gioco del confronto pedante tra pagina e schermo. Tutto comincia in metropolitana a New York, con Reacher che si imbatte in una donna che gli sembra sul punto di farsi esplodere, e da lì, come sempre, quello che pareva un episodio isolato si allarga a macchia d'olio fino a coinvolgere gente molto più in alto nella catena del potere di quanto ci si aspetterebbe.

Alan Ritchson è sempre lui, la montagna di muscoli che ragiona più di quanto menica, e questo continua a essere l'ingrediente segreto della serie: non è solo botte, anche se le botte ci sono e stavolta mi è parso che il sangue scorra un po' più abbondante rispetto alle stagioni precedenti, quasi che gli sceneggiatori avessero deciso di alzare il tiro sulla violenza per tenere sveglio chi si fosse assuefatto alla formula. Accanto a lui arriva Sydelle Noel nei panni di una detective, ma c'è soprattutto Anggun. Sì, proprio lei. 

Per il resto la macchina è quella collaudata: un mistero che parte piccolo, una cospirazione che si allarga, un protagonista che osserva tutto prima di agire e che intanto si porta dietro quel misto di ironia spiccia e fatalismo da uomo senza fissa dimora. Chi ha amato le stagioni precedenti troverà pane per i suoi denti, chi si aspettava un cambio di passo resterà con lo stesso sospetto che ho io da tre stagioni a questa parte: che Reacher sia una macchina da intrattenimento onesta, senza troppe ambizioni, che sa esattamente cosa vuole essere e lo fa con un mestiere sempre più rodato.

domenica 13 settembre 2026

Ultima Notte A Soho (2021)

 

Regia: Edgar Wright
Anno: 2021
Titolo originale: Last Night In Soho
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.0)
Pagina di I Check Movies 
Iscriviti a Prime Video


Ultima notte a Soho è il film del 2021 diretto da Edgar Wright, il regista della trilogia del Cornetto e di Baby Driver, che qui abbandona la comicità per infilarsi in un thriller psicologico venato di horror. Protagonista è Eloise, aspirante stilista appena arrivata a Londra, interpretata da Thomasin McKenzie, che scopre di poter in qualche modo entrare in contatto con gli anni Sessanta, dove incrocia Sandie, aspirante cantante interpretata da Anya Taylor-Joy. Nel cast anche  nel suo ultimo ruolo prima della morte, Diana Rigg.

Il film parte da premesse interessanti, il contrasto tra la Londra swinging idealizzata da Eloise e quella reale, molto più sporca e pericolosa, e per un bel pezzo regge grazie a un'estetica curatissima e a un montaggio che gioca con gli specchi tra le due protagoniste. Il problema è che, a conti fatti, stenta a decollare. Pur potendoci stare qualche segno onirico, tutto risulta troppo fantastico e senza alcun motivo apparente, come se Wright si fosse innamorato dell'idea visiva senza preoccuparsi troppo di darle una logica interna solida.

Il risultato è un thriller casuale e non spiegato, che accumula suggestioni e colpi di scena senza mai chiarire davvero le regole del proprio mondo. Resta un film piacevole da guardare, elegante nella forma, ma che alla fine lascia la sensazione di aver visto tanta atmosfera e poca sostanza.

giovedì 10 settembre 2026

The Belko Experiment - Chi Sopravviverà? (2016)

 

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Belko Experiment
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.2)
Pagina di I Check Movies
  Iscriviti a Prime Video 
 
 

The Belko Experiment è un horror action del 2016 diretto da Greg McLean, ma soprattutto scritto e prodotto da James Gunn, quello di Guardians of the Galaxy, che in origine voleva dirigerlo lui stesso ma ha preferito lasciare ad altri il compito di girare tante scene così violente. Il soggetto è semplice e cattivo: ottanta impiegati americani, chiusi nel grattacielo della Belko Industries a Bogotá, si ritrovano intrappolati dopo che una voce misteriosa dagli altoparlanti ordina loro di uccidersi a vicenda, pena l'esplosione dei chip che tutti hanno impiantato nella nuca.

Il paragone che viene naturale è con Battle Royale, e non è un caso, visto che nel trailer risuona addirittura lo stesso Requiem di Verdi. Paragone comunque impietoso secondo me. Qui però il contesto da ufficio, con fotocopiatrici, distributori automatici e riunioni che si trasformano in tribunali sommari, dà tutto un altro sapore alla cosa, quasi una satira feroce della vita da colletti bianchi portata alle estreme conseguenze. Il cast è pieno di facce note in ruoli minori, da Michael Rooker a John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs, ma il protagonista è John Gallagher Jr., che regge bene il ruolo dell'impiegato modello costretto a diventare qualcos'altro pur di sopravvivere.

Il film non si perde in troppi preamboli, parte subito forte e non si tira indietro sul gore, ma proprio per questa fretta di arrivare al dunque finisce per trascurare gli sfondi e le motivazioni, restando più un esercizio di tensione ben congegnato che un'opera che lascia il segno. Si guarda in fretta, novanta minuti scarsi, e si dimentica altrettanto in fretta, ma nel mentre la carneficina fa il suo mestiere.

mercoledì 9 settembre 2026

La Fratellanza (2017)

 

Regia: Rica Roman Waugh
Anno: 2017
Titolo originale: Shot Caller
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
Pagina di I Check Movies
  Iscriviti a Prime Video

La fratellanza (titolo originale Shot Caller) è un thriller carcerario del 2017 diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau nei panni di un uomo d'affari di Pasadena che finisce dietro le sbarre dopo un incidente d'auto in cui muore un amico. In galera, per sopravvivere, si allea con la fratellanza ariana e si guadagna il soprannome di Money, salendo di grado fino a diventare uno dei pezzi grossi della banda. Quando esce, però, scopre che quella vita non si chiude semplicemente varcando il cancello del carcere.

Quello che mi ha convinto di più è la struttura a doppio binario, con il presente e il passato che si intrecciano continuamente, mostrando il prima e il dopo dello stesso uomo. Coster-Waldau sparisce completamente dentro un personaggio duro, silenzioso, che si trasforma fisicamente e psicologicamente scena dopo scena. Jon Bernthal, che ritrovo sempre volentieri, fa da spalla credibile in un ruolo secondario ma ben scritto.

Il film non inventa nulla di nuovo nel genere carcerario, la parabola dell'uomo perbene costretto a diventare qualcun altro per sopravvivere l'abbiamo vista in tante salse, ma la messa in scena è secca, senza fronzoli, e non cerca mai la scorciatoia della redenzione facile. È un film che pesa, non ti lascia leggero, e proprio per questo funziona.

mercoledì 2 settembre 2026

La Casa Di Fragola (2021)




Regia: Albert Bitney, Kentucker Audley
Anno: 2021
Titolo originale: Strawberry Mansion
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.5)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video
 
Distopia molto particolare, onirica, che ho amato soprattutto per come riesce a fare del basso budget il suo punto di forza, costruendo una scenografia retrò davvero d'impatto. L'ambientazione e l'estetica sembrano fatte a mano, il futuro improbabile richiama l'analogico pastelloso, e visivamente hanno ottenuto una grana sporca, patinata e leggermente distorta, che rimanda proprio al look delle vecchie cassette.

La palette cromatica è vivace, pastello e contrastata, lontana dai toni cupi di molta fantascienza indie contemporanea. Si vedono cieli rosa, interni saturi, oggetti colorati e una scenografia piena di cianfrusaglie e decorazioni d'epoca, tutte accumulate come in un archivio impossibile da riordinare. La casa stessa è arredata con mobili vintage e oggetti di epoche passate, e ne esce un futuro che sembra fermo nel tempo, come un presente alternativo anni ottanta o novanta proiettato in avanti.

Il tutto ha un'atmosfera da fiaba oscura, un collage di sogni dimenticati fatto di animazioni in stop motion, personaggi grotteschi e inquadrature che sembrano quadri animati più che scene di un film vero e proprio. Ci ho visto dentro parecchio Terry Gilliam, quella stessa capacità di rendere l'artigianale spiazzante invece che dozzinale, quel gusto per il grottesco tenero che non fa mai paura sul serio ma resta comunque perturbante. È un mondo sospeso, né pienamente reale né pienamente digitale, dove il vecchio, inteso come formato, come oggetto, come consistenza fisica, diventa la chiave per rappresentare l'inconscio.

Il rovescio della medaglia è che la trama, purtroppo, è un po' deboluccia, e nonostante il film sia breve alcune sezioni, in particolare quelle più oniriche, si allungano decisamente troppo rispetto a quello che hanno da dire. Resta comunque un'esperienza visiva che vale la pena di farsi, di quelle che si guardano più per lasciarsi attraversare dalle immagini che per seguire una vera storia.

martedì 1 settembre 2026

Vivarium (2019)

 

Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Titolo originale: Vivarium
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (5.8)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video


 
 

Strepitoso (STRE PI TO SO), per me una vera sorpresa senza alcuna aspettativa. Vivarium può iniziare come una commedia, poi passa al dark, ma la vera ossatura di questo nonsense potrebbe essere invece proprio l'horror. Due protagonisti soltanto nella pratica, una scenografia volutamente finta e costruita, un loop labirintico che riesce a sopprimerti anche grazie al ritmo lento accuratamente scelto. Un film che consiglierò anche nelle serate da intenditori per non tirar fuori sempre i soliti titoli.

Dietro la macchina da presa c'è lo sconosciuto Lorcan Finnegan, che con la sceneggiatura di Garret Shanley costruisce quella che di fatto è una fiaba nera travestita da satira immobiliare. I due protagonisti, Gemma e Tom, interpretati rispettivamente da Imogen Poots e da un Jesse Eisenberg volutamente spento e in modalità pilota automatico, si ritrovano intrappolati in un quartiere di villette a schiera tutte identiche. È un'idea semplicissima, quasi da cortometraggio, eppure Finnegan riesce a tirarla per tutta la durata del film senza farla sembrare mai un artificio sfruttato all'osso.

Quello che mi ha colpito è come il film cambi pelle più volte senza mai perdere coerenza. Parte quasi come una commedia sul purgatorio del mercato immobiliare, con un agente talmente fuori scala da risultare comico nella sua inquietudine e infine si scopre molto più pesante e puro nel momento in cui capisci che quella casa, quel prato tagliato con precisione chirurgica, quelle nuvole finte che sembrano dipinte, non sono un incidente ma una trappola pensata apposta. La scenografia lavora proprio su questo, tutto è troppo pulito, troppo simmetrico, troppo finto per essere vero, ed è proprio quella finzione dichiarata a mettere a disagio più di qualsiasi jumpscare.

Il film costruisce tutto sul senso di ripetizione e di trappola da cui non si può uscire, e diventa il veicolo perfetto per parlare di temi più grandi, la routine domestica che si trasforma in prigione, i ruoli imposti dentro una coppia, l'angoscia di sentirsi osservati e privi di controllo sulla propria vita. Finnegan non spiega mai nulla a parole, lascia che sia il non detto a costruire il disagio, e proprio per questo il film resta addosso molto più a lungo di quanto la sua premessa da un'idea sola farebbe pensare. Non è un film che ti dà risposte, è un film che ti lascia lì con l'ansia addosso, e proprio per questo funziona.

sabato 29 agosto 2026

In The Grey (2026)

 


Regia: Guy Ritchie
Anno: 2026
Titolo originale: In The Grey
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video


 

In the Grey, l'ultima fatica di Guy Ritchie, portava con sé la solita promessa: gente elegante che spara, borse di soldi che passano di mano, un gruppo di specialisti che deve recuperare una fortuna rubata da un tiranno di turno. Sulla carta Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni dei due mercenari, Eiza González e Rosamund Pike a completare il cast, tutta gente che con Ritchie ci ha già lavorato altre volte e che quindi dovrebbe garantire un minimo di affiatamento. E invece io l'ho trovato tendente al brutto, senza anima. Come un compitino fatto su commissione da un freelance con partita Iva.

Il problema non è la messa in scena, che resta quella patinata e un po' fighetta a cui Ritchie ci ha abituati da Snatch in poi. Il problema è la struttura della storia, che butta giù basi confusionarie, si prende tutto il tempo per spiegartele mostrandoti quanto siano complicate da risolvere, e poi le liquida con una risoluzione semplicistica. Tipo: abbiamo il cattivo che ha tutti questi ingranaggi di sicurezza ed economici, ma noi siamo più furbi e facciamo in questo modo, così lo freghiamo. Fine. Tutto qui il colpo di genio che dovrebbe reggere novanta minuti di montaggi esplicativi.

E' un film che riassume tutto come farebbe un riassunto automatico, con le fasi dell'estrazione elencate in grandi liste su schermo, ripetute fino alla nausea in montaggi che dovrebbero sembrare tecnici e finiscono per sembrare solo un modo per allungare il brodo. E il risultato, anche lì, è lo stesso: rendere tutto troppo facile per i buoni, come se il film avesse paura di davvero mettere alla prova i suoi personaggi.

Dei personaggi, va detto, resta ben poco comunque. Sono superfici, involucri con la faccia giusta e il completo giusto addosso, ma dentro non c'è nessuno. È il marchio di fabbrica di Ritchie da sempre, e chi lo segue lo sa, ma qui la cosa pesa di più perché la trama stessa chiede di stare al gioco della complessità, di credere che ci sia della sostanza dietro ai piani elaborati, e invece si scopre che è tutto scenografia. Bello da vedere, vuoto da vivere.