mercoledì 18 febbraio 2026
The Night Manager [Stagione 2]
martedì 3 febbraio 2026
The Night Manager [Stagione 1]
mercoledì 14 gennaio 2026
Hotel Artemis (2018)

Quando ci si approccia a un film come Hotel Artemis, capita spesso di provare quella sensazione ambivalente legata al cast: ci sono momenti in cui, vedendo apparire un volto di uno spessore immenso come quello di Jodie Foster, dici con serenità "Ah, che bello, c’è anche lei!". Ti aspetti che la sua presenza sia il marchio di garanzia su un’opera memorabile. Altre volte, invece, procedendo nella visione, ti ritrovi a sentenziare con un pizzico di rammarico: "Ma guarda te cosa si è messa a fare". Con questo non voglio dire che il film sia brutto in senso assoluto, ma rimane addosso quella sensazione di un’occasione sprecata, di un talento monumentale prestato a una causa che non lo valorizza fino in fondo.
L’idea alla base della pellicola è senza dubbio intrigante, pur richiamando inevitabilmente quell'immaginario dell'albergo-rifugio per criminali già visto e apprezzato nella saga di John Wick con il Continental. L'ambientazione in una Los Angeles distopica e futuristica, sconvolta dalle rivolte per l'acqua, offre una cornice suggestiva per questo ospedale clandestino dove vige un rigido codice di condotta. Tuttavia, nonostante le premesse, il film non riesce mai a decollare davvero e lo trovo, in fin dei conti, "niente di che". Il limite principale risiede nella mancanza di spessore e di approfondimento: la trama scorre via senza mai scavare troppo sotto la superficie, lasciando lo spettatore con più domande che risposte sulle motivazioni dei protagonisti.
Il film mette in campo una serie di personaggi che sulla carta avrebbero potuto essere affascinanti, ma che finiscono per affollare la narrazione senza essere delineati a dovere. Sarebbe stato meglio ridurne il numero se mancava lo spazio o il tempo per dar loro una vera identità e un arco narrativo compiuto. Invece, ci si ritrova davanti a un mosaico di figure che entrano ed escono dall'inquadratura senza lasciare un segno profondo, rendendo il ritmo a tratti frammentato. Rimane un’opera stilisticamente curata, con una fotografia interessante e un’atmosfera cupa che cattura l’occhio, ma che purtroppo non riesce a colmare i vuoti di una sceneggiatura un po' troppo esile per le ambizioni che sembrava avere inizialmente.
sabato 27 dicembre 2025
Fuga Da Pretoria (2020)

Escape from Pretoria (2020), diretto da Francis Annan, è uno di quei film che partono in sordina e finiscono per stringerti la gola senza mai mollare la presa. Un prison escape movie nel senso più classico del termine, ma rivitalizzato da una messa in scena asciutta e sorprendentemente moderna.
Ambientato nel Sudafrica dell’apartheid e ispirato a una storia vera, il film segue due attivisti anti-regime rinchiusi nel famigerato carcere di Pretoria. La trama è semplice, quasi elementare, ed è proprio qui che Annan gioca la sua partita migliore: niente fronzoli, niente sottotrame inutili, solo un obiettivo chiarissimo e una tensione che cresce scena dopo scena.
Il punto di forza del film sta nell’ansia crescente, costruita con pazienza maniacale. La macchina da presa si sofferma su piccoli gesti ripetuti, dettagli apparentemente insignificanti che diventano cruciali: una chiave, una porta, un rumore fuori tempo. La ripetizione non annoia, anzi, amplifica l’attesa e trasforma ogni minimo progresso in una conquista sudata.
Daniel Radcliffe funziona sorprendentemente bene in un ruolo fisico e concentrato, lontano da ogni tentazione istrionica. Il suo personaggio vive di nervi tesi, sguardi rapidi e silenzi carichi di paura. Il film non ha bisogno di grandi spiegazioni o monologhi: tutto passa attraverso l’azione e la tensione del momento.
Escape from Pretoria riesce così nell’impresa non scontata di tornare a un tema classico come la fuga dalla prigione senza farlo sembrare vecchio. È un film che punta tutto sull’essenzialità, sul tempo che scorre lento e sulla suspense pura, ricordandoci che, a volte, bastano una buona idea e una regia intelligente per tenere lo spettatore incollato allo schermo.
Un thriller solido, teso e coinvolgente, che fa della semplicità la sua arma migliore. Niente effetti speciali, niente clamore: solo serrature, attese e cuore che batte sempre più forte. E tanto basta.
lunedì 8 dicembre 2025
Educazione Criminale (2025)
Educazione Criminale è quel tipo di film che parte con l’aria da “ne ho già visti cento così”, e in effetti… sì, la storia non brilla per originalità. Abbiamo la fuga, il legame complicato, il pericolo che incombe e un finale che, diciamocelo, lo indovini praticamente dopo dieci minuti. Ma — e qui arriva il punto — funziona.
Il film riesce a tenere insieme azione e dramma con un equilibrio sorprendentemente efficace: niente virtuosismi, niente ambizioni da capolavoro, solo un racconto lineare che va dritto al sodo e lo fa con mestiere. È semplice, ma curato. Il ritmo tiene, i personaggi hanno quel minimo di spessore che basta per non crollare nel cliché totale, e la messa in scena è abbastanza energica da tenerti lì senza che ti venga voglia di sbirciare il telefono.
Non è un film che ti cambia la giornata, né uno che ricorderai tra un mese. Forse neppure domani, se siamo sinceri. Però nel suo piccolo fa quello che promette: ti intrattiene, ti coinvolge quanto basta e scorre senza intoppi. A volte è tutto quello che serve.
mercoledì 12 novembre 2025
Gen V [Stagione 2]
La seconda stagione di Gen V conferma che questo spin-off non è un semplice riempitivo nell’universo di The Boys, ma una serie capace di camminare sulle proprie gambe, anzi, di correre con una grinta e una cattiveria che non fanno rimpiangere la “madre” principale. Fin dalle prime puntate si capisce che i toni sono cambiati: l’atmosfera è più cupa, la tensione più alta, e la sensazione costante è quella di trovarsi davanti a un tassello indispensabile per capire dove andrà a parare l’ultima stagione di The Boys. È una di quelle stagioni che non si limita a intrattenere, ma spinge avanti la narrazione generale dell’universo Vought, mettendo carne al fuoco su temi, personaggi e connessioni che avranno conseguenze dirette nel capitolo finale.
Il merito principale va a un villain davvero riuscito, di quelli che restano impressi. Thomas Godolkin, che entra in scena come un’ombra silenziosa, riesce a incarnare perfettamente il lato oscuro del potere, della manipolazione e dell’idea malata di superiorità. È un cattivo intelligente, subdolo, capace di far vacillare chiunque gli stia intorno, e il suo impatto sulla trama è devastante. In parallelo, la figura di Cipher, interpretato da Hamish Linklater, aggiunge un ulteriore livello di complessità e ambiguità morale: un antagonista apparente che si muove sul filo sottile tra follia e logica, riuscendo a reggere benissimo anche i momenti più lenti. È grazie a personaggi come questi che Gen V riesce a mantenere viva la curiosità e a far dimenticare che si tratta di uno spin-off, perché in più di un’occasione riesce persino a superare la serie madre in tensione e ritmo.
Certo, non tutto fila liscio. Alcune sottotrame sembrano arrancare, specialmente quelle legate ai personaggi secondari, che a volte scompaiono o vengono liquidati troppo in fretta. La mancanza di Andre Anderson si sente parecchio, e per quanto la scrittura provi a colmare il vuoto lasciato dall’attore scomparso, è evidente che l’equilibrio del gruppo ne risente. Inoltre, il finale, per quanto spettacolare e adrenalinico, rischia di strafare, con alcune scelte narrative un po’ troppo da manuale del blockbuster, dove l’urgenza di stupire prevale sulla coerenza. Ma anche questi eccessi fanno parte del DNA della serie: Gen V è sopra le righe, volutamente esagerata, e proprio in questo trova la sua forza.
Il bello è che, a differenza di tanti spin-off nati per sfruttare un marchio, qui si percepisce una direzione precisa. La stagione non chiude un cerchio, ma ne apre uno ancora più grande, tracciando un ponte diretto verso ciò che succederà in The Boys. Godolkin non è solo un cattivo isolato: rappresenta un’idea, un modo di intendere il potere e la selezione naturale che affonda le radici nella filosofia stessa di Vought. È il simbolo di una generazione di super che non ha più bisogno di nascondersi dietro la patina del marketing, ma che rivendica apertamente la propria “superiorità”. In questo senso, la seconda stagione di Gen V non è solo un capitolo intermedio, ma un passaggio obbligato per comprendere la rivoluzione che si sta preparando nel mondo dei Supes.
In definitiva, Gen V 2 è una stagione piena di ritmo, ironia nera e violenza ben dosata, che riesce a far convivere la follia visiva con un sottotesto politico e sociale sempre più interessante. È più matura, più cattiva e più consapevole di sé rispetto alla prima, e nonostante qualche inciampo riesce a mantenere alta la tensione fino alla fine. Si esce dall’ultimo episodio con la sensazione netta che l’universo di The Boys stia per esplodere del tutto, e che tutto quello che abbiamo visto qui sarà fondamentale per capire come e da dove partirà il gran finale.
domenica 2 novembre 2025
Space Jam (1996)
La trama è semplice e fuori di testa: gli alieni vogliono rapire i Looney Tunes per trasformarli in attrazione del loro parco a tema intergalattico. Bugs Bunny, Daffy Duck & co. non ci stanno e sfidano i rapitori a basket. Solo che gli alieni rubano il talento ai campioni NBA, e allora serve un rinforzo d’eccezione: Michael Jordan, appena ritirato dal basket per provare (malamente) la carriera da giocatore di baseball. Ecco, già questa premessa meriterebbe un premio per la più improbabile idea di crossover mai scritta, ma incredibilmente funziona.
Il film è un gigantesco spot pubblicitario travestito da commedia sportiva – e non si fa nemmeno troppi scrupoli a nasconderlo. Tutto è brandizzato, scintillante, ipercinetico, costruito per il pubblico dei bambini che negli anni ’90 vivevano di merendine, videogiochi e cartoni Warner. Eppure, nonostante l’evidente natura commerciale, Space Jam ha un suo fascino. Forse per quella leggerezza disarmante, per la nostalgia che sprigiona ogni volta che appare Bugs Bunny con la sua faccia da “che succede amico?”, o per quella patina vintage che oggi fa tanto “film del pomeriggio su Italia 1”.
Michael Jordan, pur non essendo un attore, regge la scena con una naturalezza che sorprende: è carismatico anche quando parla con un coniglio disegnato. Non serve che reciti: basta che sia se stesso, l’icona perfetta che i Looney Tunes eleggono a loro eroe terreno. A proposito di “icone”, la colonna sonora è un concentrato di anni ’90, con “I Believe I Can Fly” di R. Kelly che – al netto di tutto ciò che è venuto dopo – resta ancora oggi una delle power ballad più epiche dell’epoca.
Certo, visto oggi, Space Jam è un film che mostra tutti i suoi anni: gli effetti speciali sono datati, la sceneggiatura è un pretesto e i momenti comici non sempre colpiscono nel segno. Ma riesce comunque a strappare sorrisi genuini, soprattutto se ci si lascia trascinare dal suo spirito giocoso e dall’assurdità delle situazioni. È un film che non ha mai voluto essere “grande cinema”, ma solo un gigantesco, coloratissimo divertissement.
In fondo, lo scopo è quello: intrattenere, mescolare sport e fantasia, e far sognare una generazione che ha imparato da Bugs Bunny e Jordan che, con un po’ di immaginazione, puoi davvero volare.
Anche se l’ho visto con trent’anni di ritardo, mi ha ricordato che a volte il cinema non ha bisogno di logica o profondità: basta solo un canestro impossibile e un coniglio parlante.
- Commento audio
- Seal's like an eagle (video musicale)
- Monstars anthem hit 'em high (video musicale)
- Jammin' with Bugs Bunny and Michael Jordan (23 minuti)
- Trailer
mercoledì 22 ottobre 2025
Play Dirty - Triplo Gioco (2025)
Un action che vorrebbe fare il furbo… ma inciampa nei suoi stessi trucchi.
Play Dirty è uno di quei film d’azione che all’inizio sembrano promettere fuoco e fiamme — ritmo alto, protagonista carismatico e tante sparatorie. Poi però, man mano che la trama si srotola, ci si accorge che qualcosa non gira proprio benissimo.
Il personaggio di Parker è innegabilmente la carta vincente: spigoloso, ironico, con quel fascino da antieroe che ti trascina dentro anche quando la storia fa acqua. Ed è proprio questo a salvare in parte il film: ti ritrovi a seguirlo quasi tuo malgrado, curioso di vedere fino a che punto si spingerà.
Il problema è che attorno a lui tutto il resto scricchiola. La pellicola dà la sensazione di essere un sequel mancato — probabilmente perché Parker nasce da una lunga serie di romanzi e qui ti sbattono in mezzo al suo mondo senza troppi preamboli. Non è che serva per forza un prologo epico, ma un minimo di contesto non avrebbe guastato.
Altra nota dolente: il tono. In certi momenti Play Dirty sembra quasi voler virare verso la commedia action, con battute tirate per i capelli e scene volutamente esagerate. Un pizzico di leggerezza va bene, ma qui si oltrepassa quel confine sottile in cui lo “scanzonato” diventa “stonato”.
E poi… la CGI. Le sequenze spettacolari ci sono — inseguimenti, incidenti, sparatorie coreografate — ma l’effetto è un po’ troppo “plasticoso”. Tutto troppo pulito, troppo artificiale, come se stessi guardando un videogioco invece di un film.
Punti a favore? Le morti improvvise. Alcuni personaggi escono di scena in maniera brutale e inaspettata, e questa imprevedibilità aggiunge un minimo di tensione che il resto della sceneggiatura non riesce a sostenere da sola. Play Dirty è un action che vorrebbe essere spavaldo e divertente, ma finisce per sembrare un patchwork di buone idee non ben cucite. Parker brilla, ma tutto il resto gli ruota attorno con poca convinzione.
📚 Nota finale: Parker non è un personaggio nato per il cinema: proviene da una fortunata serie di romanzi noir scritti da Donald E. Westlake sotto lo pseudonimo di Richard Stark, a partire dagli anni Sessanta. È un ladro professionista freddo, metodico e spietato, protagonista di oltre venti libri. Non stupisce quindi la sensazione, guardando Play Dirty, di entrare in una storia già iniziata molto prima dei titoli di testa.
venerdì 3 ottobre 2025
Cassandra Crossing (1976)
La trama è semplice ma funzionale: un terrorista infettato da un virus letale si imbarca su un treno europeo diretto in Svezia. I passeggeri, ignari, si trasformano in potenziali bombe biologiche su rotaia. Le autorità militari decidono di contenere il contagio non con soluzioni mediche o umanitarie, ma deviando il convoglio verso un ponte fatiscente, il famigerato “Cassandra Crossing”, con la chiara intenzione di sacrificare tutti i viaggiatori pur di eliminare il rischio di un’epidemia fuori controllo.
Rivisto oggi, il film ha inevitabilmente un che di vetusto: i ritmi sono dilatati, gli effetti speciali datati e certe soluzioni narrative un po’ forzate. Ma Cassandra Crossing conserva un fascino particolare, sia per l’ambientazione claustrofobica del treno lanciato senza sosta, sia per l’attualità sorprendente del tema. L’idea di “contenere il contagio” con misure sproporzionate, quasi più politiche che sanitarie, ci ha riportato alla memoria le derive reali della pandemia di Covid, quando l’emergenza ha giustificato scelte radicali e spesso discutibili.
Dal punto di vista cinefilo, Cosmatos costruisce un film che risente fortemente della moda catastrofica degli anni ’70, sulla scia di titoli come L’inferno di cristallo. Il montaggio alterna primi piani dei protagonisti (a tratti ingessati, ma sempre magnetici) a inquadrature che cercano di restituire la scala epica della vicenda, anche se la produzione europea non aveva gli stessi mezzi hollywoodiani. La fotografia di Ennio Guarnieri, pur non memorabile, riesce a dare al treno un’atmosfera cupa e asfissiante, mentre le musiche di Jerry Goldsmith aggiungono tensione con la loro inconfondibile impronta orchestrale.
Il film non è un capolavoro, ma resta un solido pezzo di cinema catastrofico anni ’70, dove il confine tra intrattenimento e allegoria politica è sottile. Se da un lato diverte con la sua tensione, dall’altro fa riflettere sul rapporto tra potere, paura e vite umane sacrificate sull’altare della sicurezza. In questo senso, Cassandra Crossing non ha perso del tutto la sua forza, anzi: col senno di poi, suona quasi profetico.
Un viaggio lungo i binari del thriller, con fermate obbligate nella paranoia collettiva.
- Trailer
- Biografia e filmografia Loren (scheda testuale)
- Galleria fotografica
- Premi Loren (scheda testuale)
domenica 28 settembre 2025
Una Battaglia Dopo L'Altra (2025)
Ancora "al cinema" e questa volta ho scelto io, quindi ho visto Una Battaglia Dopo l’Altra con aspettative alte, altissime. Paul Thomas Anderson non è certo uno che lascia indifferenti, e il cast messo insieme qui faceva pensare a un colpo grosso: DiCaprio, Sean Penn, e un contorno di attori tutti perfettamente capaci di reggere la scena. E infatti, sul piano tecnico e attoriale, niente da dire: fotografia elegante, montaggio preciso, musiche ben calibrate, interpretazioni solide. Tutto quello che ci si aspetta da un’opera di questo livello, insomma, c’è. DiCaprio, in particolare, convince nella parte di un uomo a pezzi, divorato dai fantasmi del passato e dalle sue fragilità, lontano dall’eroe classico ma per questo più umano. Anche Penn dà corpo a un antagonista disturbante (forse il mio preferito qui), che riesce a non scivolare nella caricatura pur sfiorandola spesso.
Eppure, a fronte di tutta questa qualità, io sono uscito dalla sala con una sensazione di delusione. Non tanto per quello che ho visto, ma per quello che non ho trovato. Anderson mi ha abituato a un cinema capace di scendere a fondo nell’animo umano, di scavare, di far emergere contraddizioni e ombre con una delicatezza quasi chirurgica. Qui, invece, ho avuto la netta impressione che abbia scelto la strada delle mezze misure: un po’ commedia, un po’ dramma politico, un po’ thriller d’azione, senza però mai decidere fino in fondo cosa volesse davvero raccontare. Forse il soggetto, tratto dal romanzo Vineland (che non ho letto) ha questa precisa struttura,
Il risultato è un film che ti lascia sospeso, quasi disorientato. Ci sono momenti intensi, scene d’azione ben costruite, tensioni che funzionano, ma poi tutto viene alleggerito da inserti che sfiorano la commedia grottesca, come se Anderson avesse paura di premere troppo sul pedale del dramma. È vero, per alcuni questo bilanciamento è un pregio: alleggerisce la visione, spezza la tensione, impedisce che il film diventi un macigno. Io però ho avuto la sensazione opposta: ogni volta che il racconto sembrava sul punto di farsi davvero potente, arrivava una nota ironica o grottesca a depotenziare l’emozione.
La durata non aiuta: due ore e mezza che scorrono, sì, ma non sempre con la stessa intensità. L’alternanza fra azione serrata e pause più intime non trova un equilibrio, e in certi momenti il film sembra girare su sé stesso, senza decidere se vuole emozionarti, farti riflettere o semplicemente intrattenerti. Forse Anderson voleva tenere tutto insieme, ma a me è parso più un mosaico incompleto che un disegno coerente.
Eppure, sarebbe ingeneroso liquidarlo come un’occasione persa. Perché le cose che funzionano ci sono, eccome. I temi affrontati sono attuali e urgenti: il suprematismo bianco, la polarizzazione, l’America spaccata che non è solo un Paese ma un simbolo più ampio. Il rapporto padre-figlia dà al film un cuore emotivo che in più momenti emerge con forza, e alcune sequenze d’azione hanno davvero quella potenza viscerale che ti inchioda alla poltrona. La regia resta quella di Anderson, e quando decide di affondare il colpo lo fa con stile, con immagini che restano negli occhi.
Forse, più che un brutto film, Una Battaglia Dopo l’Altra è un film che non ha deciso cosa vuole essere. E questa indecisione si sente. Io avrei voluto trovarci più coraggio, più coerenza, meno paura di sporcarsi con il dramma vero e più fiducia nella capacità dello spettatore di reggere il peso. Così com’è, resta un’opera imponente, ben fatta, spesso affascinante, ma a tratti frustrante, come se avesse tutte le carte per diventare memoravile e invece si accontentasse di restare a metà strada.
In definitiva, credo che chi cerchi azione e tensione troverà molto da apprezzare. Chi cerca introspezione, profondità psicologica, quella lente che Anderson sa usare meglio di chiunque altro, forse resterà spiazzato come me. E non è detto che questo sia un male: un film che divide, che fa discutere, che lascia irrisolti può avere più forza di uno che mette tutti d’accordo. Ma, se devo dirla tutta, io avrei preferito che Anderson scegliesse di condurci fino in fondo, invece di lasciarci a metà del guado.
martedì 16 settembre 2025
Ballerina (2025)
Lo spin-off della saga di John Wick si concentra su una nuova protagonista, inserita nello stesso universo fatto di assassini, codici d’onore e vendette infinite. Ballerina (anche in originale scritto così) non inventa nulla di nuovo, ma gioca la carta più sicura: tanta azione ben coreografata, combattimenti spettacolari e un ritmo che non concede pause.
Il problema è che oltre a questo c’è davvero poco. La trama è ridotta all’osso, funzionale giusto a collegare una scena all’altra, e manca quella carica innovativa che aveva reso il primo John Wick qualcosa di diverso nel panorama action. Qui siamo nel territorio del puro intrattenimento: due ore che scorrono piacevoli, ma senza lasciare traccia una volta finito il film.
Un prodotto pensato per i fan che vogliono restare dentro l’universo narrativo di Wick, ma ben distante dai fasti dell’originale. In sintesi: si guarda volentieri, ma non è certo destinato a entrare nella memoria collettiva del cinema d’azione.
sabato 12 luglio 2025
Rambo: Last Blood (2019)
Stavolta John Rambo combatte una guerra tutta sua. Ma invece di lasciare il segno, lascia perplessi.
“Rambo: Last Blood” è un epilogo amarissimo per un personaggio iconico del cinema action, ma più che la vendetta personale, a colpire (male) è la sceneggiatura claudicante, che smarrisce sia la potenza drammatica dei primi capitoli, sia la spettacolarità grezza dei seguiti. Qui Rambo si trasforma in un mix tra Un tranquillo weekend di paura e Mamma ho perso l’aereo versione splatter.
La trama è tanto semplice quanto imbarazzante nella gestione: Rambo vive in Arizona, tormentato dai suoi demoni, e accudisce la giovane nipote adottiva (che in realtà sarebbe la figlia di un’amica, ma vabbè, passiamo oltre). La ragazza decide di andare in Messico a cercare il padre biologico – che ovviamente è uno stronzo – e finisce, come da manuale, nelle mani di un cartello di trafficanti di donne. Rambo varca il confine per salvarla e… beh, da lì inizia la sua personale guerra contro il mondo.
Peccato che tutto questo succeda con la delicatezza narrativa di un cingolato in una cristalleria: la ragazza viene ritrovata agonizzante (e già qui la sospensione dell’incredulità vacilla), poi muore nel pick-up durante il tragitto senza documenti, senza che nessuno li fermi al confine, senza che nessuno si faccia troppe domande. Un colpo di spugna alla logica e alla coerenza.
Da lì, Rambo si scatena e costruisce la sua trappola di morte nella fattoria, in una parte finale che cerca di imitare il climax di Skyfall o certi horror da home invasion, ma che risulta solo grottesca e satura di sangue eccessivo e gratuito. Sì, d’accordo, il gore fa parte del pacchetto, ma quando manca l’empatia per i personaggi, resta solo un esercizio sadico.
Il problema vero è che questo non è più il Rambo disilluso dei tempi di guerra o il reduce tormentato di First Blood. Qui Stallone pare quasi fuori parte, imbalsamato nel ruolo, con espressioni che oscillano tra la costipazione e l’indifferenza. E quando urla “ti strapperò il cuore”, lo fa con la stessa convinzione di uno che ha dimenticato il PIN del bancomat.
Insomma: più che Last Blood, sembra Last Patience.
Una conclusione che poteva avere il respiro tragico di un eroe stanco e invece si riduce a un revenge movie stiracchiato, infarcito di luoghi comuni sul Messico, sparatorie caricaturali e un finale che – sarà anche definitivo – ma non lascia alcuna cicatrice emotiva.
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martedì 10 giugno 2025
The Accountant 2 (2025)
Il primo The Accountant, uscito nel 2016, era una sorpresa: un action asciutto, quasi autistico (in tutti i sensi), che mescolava contabilità, botte da orbi e matematica da thriller con una formula tanto assurda quanto funzionale. Un John Wick dal cuore nerd, col volto inespressivo e granitico di Ben Affleck. Funzionava proprio perché non si prendeva troppo sul serio. O forse sì, ma noi ridevamo lo stesso.
Nove anni dopo, arriva il sequel. Più rumoroso, più lungo, meno ispirato. Insomma, più di tutto ma con meno anima. Ma del resto... bisogna accountentarsi.
Sì, la battuta è tremenda, ma non peggio della sceneggiatura.
Affleck torna nei panni di Christian Wolff, il contabile/autistico/assassino/supereroe di bilancio. Questa volta si muove in un complotto più grosso, con più spari e più personaggi che sembrano usciti da una serie di Netflix annacquata.
Il problema? È tutto troppo posticcio: le dinamiche familiari sembrano infilate a forza, i villain sono di cartapesta e le scene d’azione, pur ben coreografate, non hanno la stessa secchezza chirurgica del primo film.
Certo, qualche momento funziona. Affleck fa ancora il suo dovere, Jon Bernthal regge bene il ruolo da fratello con i nervi scoperti, e qua e là il film prova a ragionare su temi come la diversità, la vendetta e la moralità grigia. Ma tutto resta in superficie, come se i conti non tornassero mai fino in fondo.
È un sequel che segue il manuale del “facciamo più grande ma non meglio”. Non è una tragedia, ma nemmeno un’operazione riuscita. Se il primo era un B-movie d’élite, questo è un C-movie con ambizioni da blockbuster.
Per gli amanti del personaggio, ci può anche stare. Per tutti gli altri, è un reminder: quando un film nasce dal nulla e funziona, forse conviene non chiedere troppo.
E in ogni caso, come dicevamo prima… bisogna accountentarsi.
martedì 27 maggio 2025
Cobra (1986)
Cobra (1986) è uno di quei film che, se lo racconti oggi a qualcuno che non c'era, ti guarda come se stessi descrivendo un sogno confusionario post-febbre alta e overdose di Chuck Norris. Ma no, è tutto vero: Sylvester Stallone nei panni del tenente Marion “Cobra” Cobretti (già il nome è una dichiarazione di guerra al buon senso), occhiali a specchio, giubbotto nero, fiammata al rallentatore e uno stuzzicadenti perennemente incollato alla bocca come fosse il suo badge.
Qui la trama è un pretesto più che mai: c’è una setta di psicopatici con asce che vogliono... boh, fare la rivoluzione a colpi di martello? Poco importa. Il nostro Cobra, con il suo codice morale da giustiziere della notte ma con meno chiacchiere e più piombo, si fa strada tra cliché anni ’80, frasi lapidarie e sparatorie che fanno più rumore che danni alla logica.
Il film è diretto da George P. Cosmatos (regista anche di Rambo II), ma lo zampino è tutto di Stallone, che ha riscritto la sceneggiatura come se fosse un manifesto personale: “La legge è troppo lenta, io no.” Tradotto: dove non arriva la giustizia, arriva il .45 Magnum.
A differenza di Tango & Cash, qui l’ironia è quasi assente. Cobra si prende maledettamente sul serio, e questo è il suo pregio ma anche il suo tallone d’Achille (da killer sarebbe meglio). Perché alla fine, nonostante il look figo, la colonna sonora tamarra e l’immancabile bionda da salvare (Brigitte Nielsen, che all’epoca era pure la moglie di Sly), il film gira su sé stesso e non esplode mai davvero. Si mantiene su quel binario teso e monocorde, come se ogni scena fosse un poster pubblicitario per l’azione virile anni ’80.
Va detto: l’atmosfera noir-grezza ha un suo fascino, soprattutto se sei cresciuto a pane e VHS. Ma rispetto ad altri titoli simili, Cobra è più posa che sostanza. Resta comunque un piacere colpevole da sabato sera, magari con birra e pizza, e la certezza che lo stuzzicadenti di Cobretti potrebbe tranquillamente battere un esercito.
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venerdì 23 maggio 2025
Tango & Cash (1989)
La trama? Poco più di un pretesto: due poliziotti che non si sopportano (il meticoloso Raymond Tango e lo scanzonato Gabriel Cash) finiscono incastrati da un supercriminale da fumetto (Jack Palance, con la faccia che sembra scolpita nel cuoio) e devono collaborare per ripulire il loro nome. Seguono inseguimenti, sparatorie, un’evasione improbabile da un carcere futuristico degno di Mad Max con meno coerenza, e un finale che sfiora il delirio tra veicoli armati e sparatorie a manetta.
Il regista Andrei Konchalovsky fu licenziato durante la produzione e il film fu finito da chi capitava, cosa che si nota. Ma è proprio lì, nel caos produttivo, che Tango & Cash trova il suo fascino scassato. È un buddy movie sbilenco, che tenta di mescolare l’ironia di Arma Letale con il machismo di Cobra. E a tratti ci riesce pure.
Certo, le battute sembrano scritte su un pacchetto di sigarette, la fisica non è mai stata invitata sul set, e il livello di realismo sta tra Wile E. Coyote e una barzelletta da caserma. Ma chi lo guarda per trovare coerenza ha sbagliato secolo.
Alla fine, Tango & Cash è quel film che non smette mai di essere divertente proprio perché non si prende sul serio. È un prodotto figlio del suo tempo, rumoroso, esagerato e fieramente tamarro. Ma è anche uno di quei titoli che, se eri adolescente negli anni ‘90, ti si è incollato addosso come il profumo delle videoteche.
Un cult imperfetto, certo. Ma pur sempre un cult.
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giovedì 15 maggio 2025
Quarantena (2008)
Il film ricalca passo passo la trama del predecessore: una reporter (Jennifer Carpenter, che sarebbe la sorella di Dexter) e il suo cameraman seguono una squadra di pompieri in un turno notturno apparentemente tranquillo, finché non si ritrovano chiusi dentro un palazzo in quarantena, in balìa di un’infezione che trasforma gli abitanti in aggressivi mostri rabbiosi. Il tutto girato in stile found footage, con camera traballante e panico a fior di pelle.
Ora, io non sono un fan sfegatato del finto documentario. Anzi, per me è spesso un espediente pigro, usato per mascherare limiti tecnici o narrativi. E quando poi arriva il remake fotocopia, fatto solo perché l’originale era in lingua straniera e “il pubblico americano non può leggere i sottotitoli”, allora mi girano anche un po’ le palle. Perché Quarantena non aggiunge nulla. Non reinventa, non sperimenta, non si prende nessun rischio. È un copia-incolla plastificato, confezionato bene ma senza un’anima propria.
Se non hai mai visto [REC], ti sembrerà un discreto horror a camera in spalla, capace di tenerti in tensione. Ma se l’hai già visto — e apprezzato — questo remake sembra solo un compitino per casa, fatto da qualcuno che ha paura che la gente, sentendo parlare in spagnolo, cambi canale.
In sintesi: non brutto, ma inutile. E i remake fatti così, ormai, hanno davvero rotto le palle.
- Commento audio
- Making of (10 minuti)
- Dressing the infected (7 minuti)
- Anatomy of a stunt (3 minuti)
sabato 10 maggio 2025
1975: Occhi Bianchi Sul Pianeta Terra (1971)
Il titolo italiano aggiunge un dettaglio curioso ma sensato: 1975. Un riferimento sottile, nonostante il film sia ambientato tecnicamente nel 1977. Ma si capisce che tutto è iniziato nel '75, quando l’umanità ha iniziato a disgregarsi dopo la guerra batteriologica. E in effetti, quella data dà già un tono preciso: ci catapulta in un futuro prossimo inquietante, un presente alternativo dove il progresso ha fatto harakiri e gli uomini sono tornati alle candele e al fanatismo.
Chi ha letto Matheson – e magari ha anche visto l’adattamento del 2007 con Will Smith (cazzo, pensavo di averlo recensito) – sa quanto sia centrale nel romanzo la riflessione sull’identità, la percezione del “mostro”, e il concetto di normalità che cambia a seconda della prospettiva. Tutto questo, in “Occhi bianchi”, viene spazzato via a favore di una narrazione più muscolare, in linea con il cinema post-apocalittico degli anni ’70, con le paranoie della Guerra Fredda, le set in stile Manson Family e l’estetica da spot dei Marlboro.
Charlton Heston interpreta Neville, ultimo uomo immune all’epidemia che ha trasformato il resto dell’umanità in una setta albina, fotofobica e vagamente hippie chiamata “La Famiglia”. Guidati da un ex presentatore televisivo (!!), questi mutanti non vogliono solo uccidere Neville, vogliono distruggere tutto ciò che rappresenta: scienza, tecnologia, individualismo. Un po’ di filosofia spicciola c'è, ma manca la profondità. E soprattutto manca l'ambiguità: nel film, i “mostri” sono semplicemente cattivi. Stop.
Quello che Matheson scriveva con forza era il ribaltamento dei ruoli: Neville è il mostro per la nuova società, l’eccezione che non può più essere tollerata. Questo nel film viene accennato, ma mai davvero elaborato. E così, invece di un finale che mette in crisi il lettore, qui abbiamo una morte cristologica e un messaggio piuttosto reazionario (salvato da un siero, il futuro può rinascere... con la scienza, certo, ma senza più domande).
A voler essere generosi, si può dire che il film sia figlio del suo tempo. Un tempo in cui si cercava un equilibrio tra introspezione e intrattenimento, ma spesso si cadeva nel baratro del kitsch. Le musiche funky, le auto in corsa, le mitragliatrici, l’amore interrazziale trattato con l’approccio da “guardate come siamo progressisti” e i vestiti che neanche in un episodio di Star Trek della prima stagione. Il risultato è un film che si guarda con curiosità, ma non con convinzione.
Se cercate un adattamento fedele a Matheson, questo non fa per voi (in realtà neanche troppo quello con Smith). Se cercate un esempio di come Hollywood possa prendere una buona idea e trasformarla in un western urbano con vampiri fotofobici e Heston che fa il Rambo ante-litteram… beh, mettetevi comodi.
Edizione: Bluray
- Behind the scenes (4 minuti)
- The last man alive (10 minuti)
- Trailer
Mindcage - Mente Criminale (2022)
Quando leggo che alla regia c’è un certo Mauro Borrelli, italiano con un passato da concept artist in produzioni hollywoodiane, un filo di curiosità mi viene. Poi guardo Mindcage, e capisco che a Hollywood forse gli hanno fatto solo fare i bozzetti. E nemmeno i migliori.
Mindcage è un thriller che sembra confezionato su un manuale di sceneggiatura copiato a metà. Prendi Il Silenzio degli Innocenti, aggiungi un pizzico di Seven, qualche elemento visivo da giallo gotico (chiese, crocifissi, simboli esoterici) e metti tutto in un mixer a bassa velocità. Ne esce un prodotto corretto, patinato, ma con l’anima di un plastico del crimine. Bello da vedere? Forse. Emozionante? No.
Il cast fa il suo compitino: Martin Lawrence prova a togliersi di dosso i panni del comico e ci riesce… a metà. Melissa Roxburgh è la giovane detective che dovrebbe portare freschezza, ma ha la profondità psicologica di una figurina Panini. E poi c’è John Malkovich, che qui sembra aver accettato il ruolo giusto per pagarsi una nuova serra per le piante grasse: sguardo assente, tono monocorde, e l’aria di uno che sa che il film finirà presto, per fortuna.
Il guaio vero, però, è la totale mancanza di tensione. Il killer “The Artist” parla per enigmi, ma più che inquietare, annoia. Le svolte narrative? Le vedi arrivare da così lontano che potresti mandargli una cartolina. Il finale, che vorrebbe essere shockante, sembra più una scivolata sul tappeto.
Non c’è niente che faccia davvero schifo, intendiamoci. Ma è proprio l’assenza di qualcosa di memorabile a condannare Mindcage al dimenticatoio. Un film che si guarda, si finisce, si spegne. E poi si dimentica. Anche troppo in fretta.
sabato 29 marzo 2025
La Città Proibita (2025)
Dopo "Lo chiamavano Jeeg Robot" e "Freaks Out", le aspettative per "La Città Proibita" erano altissime. E, per quanto il film non raggiunga l'impatto devastante dei suoi predecessori, si conferma comunque un'opera eccezionale, che dimostra ancora una volta il talento visivo e narrativo di Gabriele Mainetti.
Ambientato nella italianissima Roma multietnica, il film mescola azione, noir e dramma con una naturalezza sorprendente. Una delle caratteristiche che colpisce maggiormente è la qualità delle coreografie di combattimento corpo a corpo: non ricordo un film italiano che abbia mai osato tanto su questo fronte. Le scene d'azione sono fluide, coreografate con grande cura e girate con una fotografia che esalta ogni movimento, restituendo un dinamismo raro nel cinema nostrano.
I personaggi sono uno dei punti di forza della pellicola. Molti di loro hanno una profondità inaspettata e si rivelano autentiche merde (sì, lo scrivo così, perché rende bene l'idea). Mainetti non ha paura di mostrarci figure ambigue, oscure, mosse da interessi personali o dall'egoismo, rendendo il tutto molto più realistico e meno patinato rispetto a tanto cinema italiano contemporaneo.
Se c'è un punto in cui il film perde un po' di mordente, è nella parte centrale: il colpo di scena arriva con un ritmo un po' troppo dilatato e, sebbene funzioni nel contesto generale, avrebbe potuto essere gestito con più incisività. Inoltre, l'arrangiamento per forzare la storia d'amore tra i protagonisti mi è sembrato superfluo e meno riuscito rispetto al resto del film. Fortunatamente, questi elementi non intaccano troppo la potenza visiva e narrativa del racconto.
La fotografia merita un discorso a parte. Come già accaduto in "Freaks Out", Mainetti dimostra di avere un occhio incredibile per l'immagine. Ogni inquadratura è studiata con cura, con una Roma che si fa viva e pulsante, in bilico tra degrado e fascino, tra luci al neon e ombre minacciose. La città diventa un personaggio a tutti gli effetti, capace di influenzare gli eventi tanto quanto gli esseri umani che la popolano.
In definitiva, "La Città Proibita" è un altro centro per Mainetti, anche se con qualche riserva. Meno dirompente rispetto ai suoi precedenti lavori, ma comunque un film di altissimo livello, che lascia il segno e dimostra ancora una volta che in Italia si può fare cinema di genere con qualità e ambizione. Imperdibile.
venerdì 28 marzo 2025
Reacher [Stagione 3]
La terza stagione di Reacher adatta La vittima designata (Persuader), un romanzo che ho letto ma di cui ricordo poco. Questo potrebbe essere un punto a favore della serie, permettendomi di viverla senza il peso del confronto diretto con il libro. Tuttavia, pur trovandola godibile, non posso negare di aver avvertito una certa stanchezza nella formula.
Alan Ritchson è sempre perfetto nel ruolo di Jack Reacher, fisicamente imponente e letale come ci si aspetta. L’atmosfera resta in linea con quella dei romanzi: oscura, violenta, con un protagonista che affronta tutto con il suo solito mix di logica implacabile e pugni devastanti. La storia, che si sviluppa attorno a un'operazione sotto copertura con un forte elemento di vendetta personale, riesce a mantenere alta la tensione, anche se non sempre sorprende.
Il problema principale è che, dopo tre stagioni, la serie sembra girare un po’ in tondo. Gli scontri fisici sono ancora spettacolari, ma prevedibili. La struttura narrativa segue binari collaudati, con Reacher che analizza, combatte, smaschera i nemici e prosegue senza mai un cedimento. Se da un lato questa coerenza è apprezzabile, dall’altro inizia a far perdere mordente alla visione.
In definitiva, Reacher 3 è un buon intrattenimento, ma la sua ripetitività comincia a farsi sentire. Rimane una serie solida per chi ama il genere e il personaggio, ma servirebbe una scossa per evitare che la stanchezza prenda il sopravvento.

