Visualizzazione post con etichetta commedia. Mostra tutti i post
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sabato 10 ottobre 2026

Riders Of Justice (2020)

 
Regia: Ansen Thomas Jensen
Anno: 2020
Titolo originale:  Retfærdighedens Ryttere
Voto e recensione. 4/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
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Mea culpa che quando ho visto un breve spezzone del film credevo fosse un qualcosa che richiamasse la psicostoria di Asimov, applicata non in macro, ma sui singoli eventi. Pareva ganzo.

Ed invece ecco una pellicola che ho fatto fatica a finire, e lo dico subito per non tenervi sulle spine. Riders of Justice, il titolo originale è Retfærdighedens Ryttere, quindi sì, è danese, è uscito nel 2020 e porta la firma di Anders Thomas Jensen, che lo ha anche scritto. Il protagonista è Mads Mikkelsen (con barba lunga), che di solito per me è già una garanzia, e proprio per questo la delusione è stata più forte.

La storia parte da un incidente ferroviario in cui muore la moglie di Markus, un soldato che torna a casa dalla figlia adolescente senza sapere bene come gestire il lutto. A quel punto si presentano alla porta un esperto di probabilità (statistica?) e un paio di colleghi, tutti convinti che quel disastro non sia stato affatto un caso ma l'opera di una banda criminale, quella che dà il titolo al film. Markus, che è uno che i problemi li risolve a pugni o a colpi di fucile, ha finalmente un nemico a cui dare la caccia. Sulla carta l'idea poteva anche funzionare.

Il problema è che per me non funziona praticamente niente di quello che viene dopo. Il film è troppo lungo, quasi due ore in cui la sceneggiatura gira su se stessa, accumula fili e personaggi e non si capisce mai bene dove voglia arrivare. Resta una sensazione di confusione che non diventa mai mistero e che non aiuta a restare dentro la storia. Manca soprattutto un'anima, qualcosa che ti faccia dire che dietro c'è un'idea o un sentimento vero e non solo un gruppo di situazioni tenute insieme col nastro adesivo.

A tirare avanti il tutto ci sono personaggi sopra le righe, luoghi comuni e cliché in quantità, dal soldato tutto muscoli e silenzi ai tipi strambi che dovrebbero far sorridere solo perché sono strambi. Ed è qui che il film mi ha perso del tutto, perché in fondo è un film d'azione sporcato da una vena commediale che non fa ridere. Le battute arrivano nei momenti sbagliati, spezzano la tensione quando dovrebbe crescere e non sono mai abbastanza divertenti da giustificare il disturbo. Risultato, né carne né pesce, e a me è sembrato soltanto un pasticcio.

So bene che in giro è piaciuto a parecchia gente e che ha anche un voto alto sui siti di cinema, quindi può darsi che io abbia sbagliato serata o che il suo umorismo non sia proprio il mio. Per me comunque è una visione che si poteva tranquillamente evitare, e se volete vedere Mikkelsen dare il meglio di sé ci sono altri film che vi consiglio prima di questo.

 

mercoledì 7 ottobre 2026

Good Boy (2025)

 
Regia. Jan Komasa
Anno: 2025
Titolo originale: Good Boy
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies
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 Passiamo a Good Boy, il film di Jan Komasa, e sì, parlo proprio di quello polacco e non dell'altro Good Boy con il cane protagonista che gira in questo periodo. Komasa è il regista di Corpus Christi (che però devo ancora trovare e e vedere), quello che qualche anno fa si era preso una nomination all'Oscar come miglior film internazionale, quindi le aspettative non erano proprio basse. Questa volta ha girato in inglese, in una coproduzione tra Polonia e Regno Unito.

La premessa è di quelle che ti fanno drizzare le orecchie. Tommy ha diciannove anni, passa le giornate tra droga, alcol e risse insieme ai suoi amici, finché una notte si sveglia con una catena al collo nello scantinato di una casa isolata. Lo ha rapito una famiglia all'apparenza normalissima (il senso dovrebbe essere quello, ma lo si nota subito che non possono esserlo), un padre, una madre e un figlio, che ha deciso di trasformarlo in un bravo ragazzo, un "good boy" appunto. A reggere la baracca ci sono Stephen Graham, Andrea Riseborough e il giovane Anson Boon nei panni di Tommy, più il piccolo Kit Rakusen.

Ed è qui che arrivano le mie perplessità, perché a fine visione non ho capito bene cosa avessi guardato. Il film è carino, questo sì, e si segue volentieri, però non sa decidere cosa vuole essere da grande. Potrebbe essere una dark commedia fatta male, con certe situazioni che sembrano volerti far ridere ma non ci riescono minimamente. Oppure potrebbe essere un horror troppo leggero, che costruisce l'angoscia della catena e dello scantinato e poi si tira indietro proprio quando dovrebbe affondare il colpo. In ogni caso non mi ha convinto del tutto in nessuna delle due direzioni.

Dal punto di vista estetico non mi ha lasciato niente di memorabile, e a farmelo guardare fino alla fine è stata più la curiosità di capire dove volesse andare a parare che il piacere dell'immagine o della messa in scena. Ammetto però che l'idea di base, quella di una famiglia che prova a "sistemare" un ragazzo con metodi tutt'altro che normali, ti resta in testa e fa venire voglia di discuterne con qualcuno dopo.

Quindi il mio consiglio è questa. Se siete curiosi, se vi piacciono le storie un po' storte che giocano con il confine tra il grottesco e l'inquietante, dategli una chance, perché si lascia guardare. Se invece cercate un film che vi prenda davvero allo stomaco o che vi faccia ridere di gusto, rischiate di restare un po' a bocca asciutta come è successo a me.

martedì 29 settembre 2026

Poveri Ma Belli (1957)


 
Regia: Dino Risi
Anno: 1957
Titolo originale: Poveri Ma Belli
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Poveri Ma Belli è un film del 1957 diretto da Dino Risi, primo capitolo della cosiddetta trilogia dei poveri, seguito poi da Belle Ma Povere e Poveri Milionari che magari recupererò in seguito. Racconta la storia di Romolo e Salvatore, due amici che vivono nel quartiere popolare di Piazza Navona a Roma, entrambi innamorati (o infatuati?) della bella Giovanna, la figlia del sarto del quartiere. La rivalità per conquistarla mette a dura prova la loro amicizia, ma alla fine nessuno dei due riesce davvero a conquistarla, visto che la ragazza finisce per preferire un terzo pretendente. Nel cast Maurizio Arena e Renato Salvatori nei due ruoli principali, Marisa Allasio nei panni di Giovanna, e Lorella De Luca in quello dell'altra ragazza del gruppo, Marisa.

È un film scorrevole, che scorre via che è un piacere nei suoi cento minuti, con quella leggerezza tipica della commedia all'italiana delle origini, ancora priva del cinismo più amaro che Risi stesso avrebbe portato negli anni successivi con Il Sorpasso. Qui c'è più che altro un ritratto bonario di una gioventù romana popolare, spensierata nonostante la povertà del dopoguerra, che passa le giornate tra lavori arrangiati, il fiume e le chiacchiere sotto casa.

A guardarlo oggi viene naturale chiedersi come sia invecchiato, e la risposta è mista. Da un lato certe dinamiche tra i personaggi, il modo con cui i due protagonisti si contendono Giovanna quasi fosse un oggetto da conquistare più che una persona con una propria volontà, oggi risultano piuttosto datate e mal si prestano a una lettura più moderna dei rapporti tra uomini e donne. Dall'altro lato il film resta un documento sociologico godibile, un'istantanea sincera di un'Italia che usciva dalla guerra e cominciava a intravedere il boom economico, con un'energia popolare che film più patinati dello stesso periodo non riescono a restituire altrettanto bene. Invecchia meglio come ritratto d'epoca che come commedia sentimentale, ma nel complesso si guarda ancora con piacere. Ho trovato comunque un po' "infami" e poco corretti i tre personaggi principali.

venerdì 19 giugno 2026

Sul Tuo Cadavere (2026)

 

Regia: Jorma Taccone
Anno: 2026
Titolo originale: Over Your Dead Body
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Ci sono sere in cui non hai voglia di metterti davanti a un capolavoro del cinema d’autore o a un thriller psicologico che ti spreme le meningi. Sere in cui cerchi solo un sano, scanzonato e un po' becero intrattenimento. Sul tuo cadavere (regia di Jorma Taccone, disponibile su Prime Video) si colloca esattamente in questa categoria: una commedia grottesca, intrisa di black humor e con una spruzzata generosa di sangue.

​La trama, ammettiamolo, è piuttosto scontata e non brilla certo per originalità (oltretutto questo è un remake americano di un film scandinavo). Seguiamo una coppia in crisi  che decide di passare un weekend in una baita isolata. Il piano segreto di entrambi? Assassinare il coniuge. Ovviamente le cose non vanno come previsto e la situazione sfugge rapidamente di mano, arricchendosi di imprevisti, violenza iperbolica e personaggi assurdi.

​Il film non fa nulla per nascondere i suoi cliché, ma gioca le sue carte migliori sul ritmo e sulla spettacolarizzazione delle botte. È un piacere ammirare Samara Weaving, che in questo genere di ruoli a metà tra la scream queen e la dura a morire si muove ormai con una disinvoltura magnetica e riesce sempre a dare una marcia in più alla pellicola con l'aiuto di Jason Segel.

​Le scene simpaticamente violente non mancano, il sangue scorre a fiumi a piccoli torrenti, ma lo fa con quel tono talmente esagerato e fumettistico che strappa più di un sorriso invece di disgustare. Non siamo di fronte a un film memorabile o a un cult istantaneo, sia chiaro. Resta un'opera senza troppe pretese.

​Se vi approcciate alla visione aspettandovi poco, se cercate solo un'ora e mezza di intrattenimento leggero, scorrevole e violentemente divertente, fa assolutamente il suo dovere. Promosso con riserva, ideale per una serata di puro relax senza perdersi nei meandri del catalogo di Prime Video.


domenica 10 maggio 2026

Il Diavolo Veste Prada 2 (2026)

 The film's cast are seen on a white staircase, with the film's title in the center.
 Regia: David Frankel
Anno: 2026
Titolo originale: The Devil Wears Prada 2
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.8)
Pagina di I Check Movies 


 
 
Stesso cinema, stesso orario, un anno dopo la prima volta che ci siamo visti. Con Zizzi. Il film avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, peccato che Il Diavolo Veste Prada 2 non abbia reso particolarmente onore all'occasione.

Partiamo dall'ovvio: l'originale del 2006 lo avevo rivalutato con sorpresa, pur non essendo il mio genere. Aveva un'anima, una cattiveria, e soprattutto aveva Meryl Streep che con un sopracciglio appena alzato inceneriva chiunque le stesse di fronte. Tutto questo ritorna anche qui visto che abbiamo lo  stesso regista David Frankel, stessa sceneggiatrice, stesso cast compreso Stanley Tucci e Emily Blunt , ma il problema dei sequel è che non possono essere originali per definizione, e questo non fa eccezione.

La premessa ha un senso: vent'anni dopo, il mondo dell'editoria è cambiato radicalmente. Andy Sachs è diventata una giornalista affermata, licenziata via messaggio mentre riceveva un premio   (immagine abbastanza efficace del presente) e Miranda Priestly deve fare i conti con algoritmi, branded content e contenuti da scrollare mentre la gente fa pipì. C'è materiale per dire qualcosa di interessante. Ma il film lo usa a metà, perdendosi in una storia d'amore della Hathaway che occupa minuti preziosi senza aggiungere nulla di necessario, inserita evidentemente per allungare il brodo e dare una struttura romantica che il copione non richiedeva. Alcune scene sono forzate, buoniste e slegate dal contesto in modo che si sente.

Quello che funziona, come sempre, è il cast. Tucci è ancora il cuore emotivo di tutto, l'unico personaggio con un arco narrativo davvero riuscito. La Streep fa la Streep e già questo vale il biglietto. Però il suo personaggio è più debole, sterile, stanco. Ma il paradosso più grande è che il film parla di operazioni di marketing che svuotano il contenuto mentre è esso stesso una gigantesca operazione di marketing, con collaborazioni con brand, borse per popcorn a tema e ogni scena trasformata in una passerella. Lo espone quasi con compiacimento, come se l'autoconsapevolezza bastasse ad assolverlo.

Ne potevamo fare a meno? Probabilmente sì. 

mercoledì 6 maggio 2026

The Voices (2014)

 
Regia: Marjane Satrapi
Anno: 2014
Titolo originale: The Voices
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Immaginate un mondo dove i vostri animali domestici vi parlano, dispensando consigli tra il saggio e il catastrofico, mentre la vostra mente danza sul filo tra innocenza e orrore. È l'universo distorto di The Voices, il film del 2014 diretto da Marjane Satrapi (quella del più famoso Persepolis), con Ryan Reynolds nei panni di Jerry, un operaio eccentrico che vive in una piccola città americana, lottando con allucinazioni e un passato traumatico.
Quello che rende questo film una gemma originale è proprio il punto di vista: tutto è filtrato attraverso gli occhi di Jerry, un protagonista disarmantemente ingenuo e infantile. I gatti e i cani che lo popolano diventano i veri narratori non troppo comici, con il cane Bosco che incita alla bontà e il gatto Mr. Whiskers che spinge verso il caos. È una commedia nera grottesca, sì, ma mai gratuita: Satrapi dosa il sangue e l'umorismo nero con maestria, evitando di scadere nel frivolo o nel mero shock.
Il tema centrale ovvero la solitudine della malattia mentale, vista non come mostro da demonizzare ma come un prisma che deforma la realtà  è trattato con un equilibrio drammatico raro. Non c'è moralismo pesante né risate forzate; il film mantiene un tono serio, quasi tragico, anche nei momenti più assurdi. Reynolds brilla in un ruolo camaleontico, passando da tenero perdente a figura inquietante senza forzature, supportato da un cast eccellente come Gemma Arterton e Anna Kendrick.
The Voices non è per tutti: disturba, e ti lascia con un nodo in gola. Ma è ben fatto, originale e coraggioso, un promemoria che il cinema indipendente può ancora stupire. Da recuperare su streaming per chi ama il grottesco con cervello.
 
 

lunedì 8 dicembre 2025

Teatro dei Concordi - La Scommessa

 

Ammetto la mia colpa: le volte che sono andato a teatro (volontariamente) si contano sulle dita di una mano, eppure non sono rimasto mai deluso. Sono un neofita, un convertito tardivo, ma c'è un dato di fatto: ogni volta che metto piede in sala, ne esco puntualmente soddisfatto. E ieri sera non ha fatto eccezione, anzi!. Siamo andati al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima — poiché a Piombino non ci sono più né cinema né teatri, ed è bene ricordarlo — per vedere una commedia intitolata, semplicemente, La Scommessa . Il cast era composto da Gaia De Laurentis, Fabio Ferrari e Emanuele Barresi, quest'ultimo anche regista e sceneggiatore (sì, si dice così anche a teatro, o per meglio dire autore e regista), un trio che si è rivelato subito competente e coinvolgente. Lo spettacolo, definito un "dramma ridicolo in due atti", mi ha colpito per le voci alte e ben calibrate degli attori e per il ritmo allegro, per niente soporifero, che ha tenuto la sala attenta. La storia era al tempo stesso divertente e intelligente, un mix riuscito che ha reso l'esperienza unica. Il trittico di attori ha funzionato alla perfezione (peccato solo per quelli dietro di me, pure troppo rumorosi nelle risate, ma purtroppo esiste il codice penale e non sono intervenuto). Sicuramente un'altra esperienza da ripetere. Mi ha ricordato quanto sia potente e diretta l'arte teatrale, un'esperienza che nessun film può replicare. Se siete amanti del teatro o, come me, siete in cerca di un'occasione per tornarci, questo tipo di spettacolo è l'ideale.

La Scommessa ci porta nelle vite di due giocatori incalliti: Enrico, un avvocato e un giocatore che sa quanto può giocare e quando è arrivato il momento di smettere e Michele un operaio che invece gioca tutto quello che ha e si indebita pur di continuare a giocare. La terza protagonista è Chiara, moglie di Michele, che continua a stare con lui nonostante la situazione rovinosa in cui suo marito ha fatto precipitare la famiglia, per colpa del suo inguaribile vizio. 

lunedì 17 novembre 2025

Monty Python - Il Senso Della Vita (1983)

 
Regia: Terry Jones
Anno: 1983
Titolo originale: Monty Python's The Meaning Of Life
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon 
 
Film:

Rivedere Il senso della vita è come rituffarsi in un acquario pieno di pesci che filosofeggiano mentre ti fissano con lo stesso sguardo con cui tu guardi la bolletta della luce: confuso, ma rassegnato. I Monty Python in questo film non raccontano una storia vera e propria, non costruiscono un arco narrativo, non cercano nemmeno di fingere di farlo. Loro ti prendono per mano, ti portano in giro per le varie tappe dell’esistenza umana – nascita, scuola, guerra, lavoro, morte – e poi ti mollano lì, con un sorriso beffardo e la netta sensazione che il “senso” non sia mai stato il punto.

Il film è uno sketch dopo l’altro, una collezione di idee folli e fulminanti che oscillano tra il demenziale, la satira feroce e quell’assurdo britannico che oggi sarebbe praticamente illegale. Si passa dal parto “con macchinari che fanno ping” al collegio in cui la lezione di educazione sessuale è… pratica, fino all’assalto dei soldati che invece di sparare si fanno uccidere per dei regali. Ogni scena sembra una barzelletta portata fino alle estreme conseguenze, senza limiti e senza pudore. Il che è esattamente ciò che ha reso immortali i Python.

E poi c’è lui: Mr. Creosote, una delle cose più disgustosamente geniali mai viste su uno schermo. Una sequenza che oggi non la farebbero più, ne parleremmo su Twitter per mesi e ci sarebbe pure un editoriale indignato sul Corriere. All’epoca invece era semplicemente un’altra dimostrazione che i Python non avevano paura di nulla, nemmeno del buon gusto. E meno male.

Rispetto al più compatto Brian di Nazareth, qui c’è meno “film” e più anarchia creativa, ma è proprio questa libertà totale a renderlo così gustoso. Non tutto funziona allo stesso livello, certo: alcuni numeri sono micidiali, altri un po’ tirati, qualcuno invecchiato male… però quando il film colpisce, colpisce come un calcio nel coccige. E ti fa ridere mentre pensi a quanto siamo ridicoli noi, la società, le istituzioni, tutte le nostre certezze costruite su fondamenta di purissima fuffa.

Il finale – con la Morte che passa a prendere la comitiva e poi il “messaggio universale” letto come un comunicato aziendale – è la perfetta conclusione di questa giostra filosofico-surrealista: non c’è alcun senso. O meglio, se c’è, non è loro compito dirtelo. Loro te lo smontano, te lo frullano, ci ridono sopra e lo servono con un numeretto musicale.

Il senso della vita non è il capolavoro narrativo dei Monty Python, ma è la loro summa creativa: sfacciata, dissacrante, sporca, elegante, volgare, intelligente e idiota insieme. Un film che oggi non avrebbero mai il coraggio di produrre, e forse è anche per questo che continua a profumare di libertà.

E alla fine, qual è il senso della vita? Secondo loro: “Siate gentili, evitate i grassi saturi e leggete un bel libro ogni tanto.” Non sarà filosofia, ma è comunque più utile di tante conferenze motivazionali.

Edizione: bluray
Edizione con titolo localizzato in inglese, traccia audio in stereo DTS e corposi extra:
  •  Il senso dei Monty Python: di nuovo insieme per il 30° anniversario (1 ora)
  • Prologo di Eric Idle del 2003 (1 minuto)
  • Scene tagliuzzate (6 minuti)
  • Scuola di vita (1 ora e 4 minuti)
  • Show business (21 minuti)
  • 6 video promozionali 
  • I pesci (19 minuti)
  • Colonna sonora
  • Commento audio
  • Guarda il film e canta con noi 

sabato 15 novembre 2025

Sex And Zen 3D (2011)

 
Regia: Christopher Suen
Anno: 2011
Titolo originale: Sex And Zen 3D: Extreme Ecstasy
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB (4.2)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon 
 
Film:


Sex and Zen 3D è uno di quei film che arrivano con un’aura quasi leggendaria, come se fossero oggetti misteriosi provenienti da un universo parallelo dove il cinema erotico tenta la via dell’innovazione tecnologica. Nella realtà, però, si rivela per quello che è: un prodotto dozzinale, impacchettato come “esperienza sensoriale in tre dimensioni” ma che poi, quando ti siedi e lo guardi, ti ricorda più un gadget invecchiato male che una rivoluzione cinematografica.

Il racconto prova a infilare insieme erotismo, filosofia, romanticismo tormentato e persino una punta di dramma. In teoria potrebbe pure funzionare, ma nella pratica è una fiera del “vorrei ma non posso”, con personaggi che sembrano presi da una soap operina orientale e dialoghi che oscillano tra il sospetto di essere da commedia e la certezza di essere ridicoli. È un film che non capisce bene cosa vuole essere, e nel dubbio prova a essere tutto… senza riuscire in niente.

E poi c’è la chicca della versione italiana, che riesce nell’impresa titanica di peggiorare il già zoppicante risultato originale (così voglio immaginare non avendo visto la versione estesa). Tagli su tagli, come se il montatore avesse deciso di mettere alla dieta il film proprio nelle parti per cui esiste: le scene erotiche vengono smontate con una furia puritana che lascia solo ombre e mezze idee, mentre anche i momenti più crudi e violenti vengono alleggeriti, smussati o tolti. Alla fine rimane un film talmente ripulito che perdi perfino quel minimo di identità trash che lo poteva  rendere quantomeno “vedibile” in chiave ironica.

Il paradosso è che Sex and Zen 3D nella sua interezza punta tutto su un’esagerazione costante, su un’estetica barocca e su un erotismo spinto che dovrebbe shockare e divertire allo stesso tempo. Togli quello, cosa rimane? Un pastrocchio confuso, esteticamente pacchiano, narrativamente risibile e privo di qualsiasi spinta emotiva o sensoriale. Una specie di reliquia di un periodo in cui sembrava che mettere “3D” nel titolo bastasse a rendere tutto più interessante.

Alla fine il film può incuriosire solo se lo si affronta con la consapevolezza che si sta per entrare in un territorio borderline, dove il fascino nasce dal cattivo gusto e nonostante il cattivo gusto. E forse è proprio lì, in quella sua incapacità totale di essere ciò che promette, che Sex and Zen 3D trova il suo assurdo motivo d’esistere: un’esperienza talmente sbilenca da diventare un piccolo monumento al cinema erotico che tenta di essere epico… e finisce per sembrare solo goffo.

Edizione: bluray
Si tratta di una versione italiana (decisamente rara se dovesse esistere: io la versione ex noleggio ) in unico disco bluray sia in formato normale che in 3D. La versione è lunga 105 minuti, quindi ha numerosi tagli rispetto a quella originale, ma ha 15 minuti in più rispetto alla prima versione italiana. Mancano le scee più audaci che lo avrebbero reso probabilmente un porno e quelle più violente. La traccia italiana è in DTS HD MA e come extra soltanto:
  • Trailer 

sabato 8 novembre 2025

Matinee (1993)

 
Regia: Joe Dante
Anno: 1993
Titolo originale: Matinee
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.9)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Matinee (1993) di Joe Dante è una piccola perla che riesce a unire l’amore per il cinema, la nostalgia per gli anni ’60 e la satira sul potere della paura. È un film che parla di film, ma soprattutto del modo in cui le storie — anche le più assurde — servono a esorcizzare i mostri veri. E in questo caso, il “mostro” non è una creatura radioattiva, ma la tensione della crisi dei missili di Cuba che incombe su un’America sospesa tra panico e popcorn.

Siamo nel 1962, a Key West, in Florida, dove tutto sembra calmo e soleggiato finché il mondo non si ritrova sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Mentre i genitori si preoccupano per la guerra, i ragazzi pensano a vivere, sognare e – soprattutto – andare al cinema. È lì che arriva il leggendario Lawrence Woolsey (interpretato da un John Goodman strepitoso), un produttore di film horror di serie B che fa del “terrore come intrattenimento” la sua filosofia di vita. Vuole presentare il suo nuovo capolavoro, Mant! (mezzo uomo, mezza formica), e per farlo trasforma la proiezione in un’esperienza sensoriale folle, tra scosse elettriche finte, effetti in sala e pubblico terrorizzato.

Dante usa questa cornice per fare un doppio omaggio: da un lato al cinema di mostri degli anni ’50, quello ingenuo ma geniale dei drive-in e delle creature mutate dalle radiazioni; dall’altro ai registi-showman di quegli anni, che con le loro trovate spettacolari trasformavano la paura in un gioco collettivo. Ma sotto l’ironia e la passione cinefila si nasconde anche una riflessione più amara: la paura, che sia atomica o cinematografica, serve a unire le persone e a farle sentire vive, almeno per un paio d’ore.

La regia di Dante è piena di ritmo e affetto. Si sente la mano di chi ama davvero i personaggi che racconta: gli adolescenti con le loro prime cotte, gli adulti confusi, il mago del cinema che crede ancora nel potere della fantasia. Matinee non è solo una commedia nostalgica, ma una dichiarazione d’amore al cinema come rifugio e come antidoto al terrore del mondo reale. Tutto è costruito con una leggerezza intelligente, tra citazioni, risate e momenti di autentica poesia.

John Goodman è perfetto: il suo Woolsey è un sognatore senza scrupoli ma con un cuore enorme, un illusionista che usa l’arte della paura per regalare meraviglia. Il film nel film (Mant!) è una chicca irresistibile, con dialoghi volutamente esagerati e un’estetica da B-movie riprodotta con affetto maniacale.

Alla fine, Matinee lascia addosso lo stesso sapore di un pomeriggio passato al cinema da ragazzini: un misto di emozione, risate e un po’ di malinconia per un mondo che non esiste più. Joe Dante, come sempre, riesce a parlare di infanzia, fantasia e mostri (reali e immaginari) con un tono unico, sospeso tra la commedia e la tenerezza. È un film che non fa rumore, ma resta nel cuore di chi ama davvero il cinema e crede ancora che, a volte, la paura sia la via più diretta per sentirsi vivi.

Edizione: DVD
Versione italiana in DVD con traccia in stereo ed i seguenti extra:
  • Trailer
  • Io faccio cinema (10 minuti) 

Compagni Di Scuola (1988)

 
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1988
Titolo originale: Compagni Di Scuola
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.2)
Pagina di I Check Movies
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Film:
 Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone è una di quelle pellicole che, anche se ambientate in un preciso momento storico, riescono a fotografare con ironia e malinconia un pezzo di vita che resta sempre attuale: il confronto con il tempo che passa, le illusioni giovanili che si sbriciolano, i sogni che non si sono mai realizzati davvero. È un film corale, pieno di volti, tic, caratteri e debolezze, in cui Verdone orchestra una sorta di tragicommedia di gruppo, quasi teatrale, che alterna momenti di comicità (spesso resistibile) a lampi di amarezza.

L’idea parte da un pretesto semplice ma potentissimo: una rimpatriata tra ex compagni di liceo, quidici (circa) anni dopo la maturità. Ognuno arriva con il proprio bagaglio di vite vissute, fallimenti, successi presunti e nevrosi reali. C’è chi vuole dimostrare di essere diventato qualcuno, chi non è mai cresciuto davvero, chi cerca vendetta o amore, chi semplicemente spera di non passare inosservato. Tutto si consuma in una sola notte, in una villa ai Castelli Romani, mentre piove fuori e i rancori si sciolgono (o si incendiano) tra un brindisi e l’altro.

Nel cast, una vera sfilata di nomi che hanno fatto la commedia italiana: Christian De Sica, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli, Angelo Bernabucci, Piero Natoli e ovviamente Verdone stesso, qui nel ruolo del professore Mario (detto er patata), goffo, insicuro, ma anche teneramente inadeguato. Ognuno porta sullo schermo un personaggio che sembra uscito da una foto ingiallita di classe, ma con le rughe del tempo e la disillusione della vita. L’alchimia tra loro è perfetta: le gag funzionano, ma sotto c’è sempre qualcosa di amaro, un retrogusto malinconico che si insinua piano piano fino a diventare quasi commozione, ma anche cattiveria. Il vestito è quello della commedia, ma l'abito non fa il monaco.

Verdone in questo film lascia da parte la comicità pura e il bozzetto romano per concentrarsi su un racconto più corale e malinconico, in equilibrio perfetto tra risata e riflessione. Vi è la malinconia di chi si accorge di non essere diventato la persona che sognava di essere. Il regista, che qui mostra una maturità narrativa notevole, riesce a dare ritmo anche se non con una piena credibilità a una storia che, pur girando tutta attorno a un’unica location, non annoia mai: i dialoghi sono taglienti, realistici, a tratti crudeli, e la macchina da presa cattura con attenzione le piccole ipocrisie e le fragilità dei personaggi.

“Compagni di scuola” è uno di quei film che invecchiano bene, forse perché parla proprio del tempo che passa e della vita che non va mai come ce l’eravamo immaginata. È una commedia dolceamara che racconta senza moralismi né pietà quel misto di nostalgia e fallimento che accompagna l’età adulta. Ci si ride, ma quando scorrono i titoli di coda resta addosso un piccolo nodo alla gola, come dopo una serata tra amici in cui hai riso fino alle lacrime ma sai che non sarà più come prima.

Un Verdone in stato di grazia, capace di mescolare malinconia e ironia come pochi altri registi italiani. E un film che, pur avendo più di trent’anni, continua a parlare a chiunque abbia mai pensato, almeno una volta: “Com’eravamo?”.

Edizione: DVD
 Semplice versione in DVD con sola traccia italiana in stereo ed i seguenti extra:
  • 4 interviste (55 minuti)
  • 3 schede testuali 

domenica 2 novembre 2025

Space Jam (1996)

 
Regia: Joe Pytka
Anno: 1996
Titolo originale: Space Jam
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDb (6.5)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon 
 
Film:
Non so come ci sia riuscito, ma ho attraversato quasi trent’anni di cultura pop senza mai vedere Space Jam. Forse perché il basket non mi ha mai preso più di tanto – e sì, lo ammetto, nonostante il rispetto assoluto per Michael Jordan, non mi è mai venuta la curiosità di guardarlo palleggiare in mezzo ai Looney Tunes. Eppure eccoci qui, con un film che nel suo assurdo miscuglio tra live action e animazione è diventato un piccolo feticcio degli anni ’90, un simbolo generazionale che oggi, visto per la prima volta, fa quasi tenerezza.

La trama è semplice e fuori di testa: gli alieni vogliono rapire i Looney Tunes per trasformarli in attrazione del loro parco a tema intergalattico. Bugs Bunny, Daffy Duck & co. non ci stanno e sfidano i rapitori a basket. Solo che gli alieni rubano il talento ai campioni NBA, e allora serve un rinforzo d’eccezione: Michael Jordan, appena ritirato dal basket per provare (malamente) la carriera da giocatore di baseball. Ecco, già questa premessa meriterebbe un premio per la più improbabile idea di crossover mai scritta, ma incredibilmente funziona.

Il film è un gigantesco spot pubblicitario travestito da commedia sportiva – e non si fa nemmeno troppi scrupoli a nasconderlo. Tutto è brandizzato, scintillante, ipercinetico, costruito per il pubblico dei bambini che negli anni ’90 vivevano di merendine, videogiochi e cartoni Warner. Eppure, nonostante l’evidente natura commerciale, Space Jam ha un suo fascino. Forse per quella leggerezza disarmante, per la nostalgia che sprigiona ogni volta che appare Bugs Bunny con la sua faccia da “che succede amico?”, o per quella patina vintage che oggi fa tanto “film del pomeriggio su Italia 1”.

Michael Jordan, pur non essendo un attore, regge la scena con una naturalezza che sorprende: è carismatico anche quando parla con un coniglio disegnato. Non serve che reciti: basta che sia se stesso, l’icona perfetta che i Looney Tunes eleggono a loro eroe terreno. A proposito di “icone”, la colonna sonora è un concentrato di anni ’90, con “I Believe I Can Fly” di R. Kelly che – al netto di tutto ciò che è venuto dopo – resta ancora oggi una delle power ballad più epiche dell’epoca.

Certo, visto oggi, Space Jam è un film che mostra tutti i suoi anni: gli effetti speciali sono datati, la sceneggiatura è un pretesto e i momenti comici non sempre colpiscono nel segno. Ma riesce comunque a strappare sorrisi genuini, soprattutto se ci si lascia trascinare dal suo spirito giocoso e dall’assurdità delle situazioni. È un film che non ha mai voluto essere “grande cinema”, ma solo un gigantesco, coloratissimo divertissement.

In fondo, lo scopo è quello: intrattenere, mescolare sport e fantasia, e far sognare una generazione che ha imparato da Bugs Bunny e Jordan che, con un po’ di immaginazione, puoi davvero volare.

Anche se l’ho visto con trent’anni di ritardo, mi ha ricordato che a volte il cinema non ha bisogno di logica o profondità: basta solo un canestro impossibile e un coniglio parlante.

Edizione: bluray
Classico amaray senza fronzoli con audio italiano in DD 5.1 ed i seguenti extra:
  •  Commento audio
  •  Seal's like an eagle (video musicale)
  • Monstars anthem hit 'em high (video musicale)
  • Jammin' with Bugs Bunny and Michael Jordan (23 minuti)
  • Trailer 

sabato 25 ottobre 2025

Deep Cover - Attori Sotto Copertura (2025)

 
Regia: Tom Kinglsey
Anno: 2025
Titolo originale: Deep Cover
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Ci sono cascato come un pollo. Stavo guardando un reel su Facebook — sì, uno di quei video infidi con le recensioni lampo — e mi sono fatto abbindolare dalla solita frase a effetto: “sembra una commedia leggera e stupida, ma è molto di più”.
Ebbene no. Non è “molto di più”. È esattamente quella cosa lì: una commediola con agenti sotto copertura, gag forzate e colpi di scena già visti mille volte, che si prende pure troppo sul serio per quello che offre.

Gli attori fanno il loro compitino, la regia è piatta come una puntata di metà stagione di una serie anni ’90, e il tono “finto cool” finisce per risultare solo stonato.
Insomma: se cercate un film di spionaggio o azione travestito da commedia intelligente, lasciate perdere.
Se invece volete spegnere il cervello e ridere (forse) di qualcosa di prevedibile, allora sì — è proprio il vostro film.


mercoledì 22 ottobre 2025

Play Dirty - Triplo Gioco (2025)

 
Regia: Shane Black
Anno: 2025
Titolo originale: Play Dirty
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (5.9)
Pagina di I Check Movies
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Un action che vorrebbe fare il furbo… ma inciampa nei suoi stessi trucchi.

Play Dirty è uno di quei film d’azione che all’inizio sembrano promettere fuoco e fiamme — ritmo alto, protagonista carismatico e tante sparatorie. Poi però, man mano che la trama si srotola, ci si accorge che qualcosa non gira proprio benissimo.

Il personaggio di Parker è innegabilmente la carta vincente: spigoloso, ironico, con quel fascino da antieroe che ti trascina dentro anche quando la storia fa acqua. Ed è proprio questo a salvare in parte il film: ti ritrovi a seguirlo quasi tuo malgrado, curioso di vedere fino a che punto si spingerà.

Il problema è che attorno a lui tutto il resto scricchiola. La pellicola dà la sensazione di essere un sequel mancato — probabilmente perché Parker nasce da una lunga serie di romanzi e qui ti sbattono in mezzo al suo mondo senza troppi preamboli. Non è che serva per forza un prologo epico, ma un minimo di contesto non avrebbe guastato.

Altra nota dolente: il tono. In certi momenti Play Dirty sembra quasi voler virare verso la commedia action, con battute tirate per i capelli e scene volutamente esagerate. Un pizzico di leggerezza va bene, ma qui si oltrepassa quel confine sottile in cui lo “scanzonato” diventa “stonato”.

E poi… la CGI. Le sequenze spettacolari ci sono — inseguimenti, incidenti, sparatorie coreografate — ma l’effetto è un po’ troppo “plasticoso”. Tutto troppo pulito, troppo artificiale, come se stessi guardando un videogioco invece di un film.

Punti a favore? Le morti improvvise. Alcuni personaggi escono di scena in maniera brutale e inaspettata, e questa imprevedibilità aggiunge un minimo di tensione che il resto della sceneggiatura non riesce a sostenere da sola. Play Dirty è un action che vorrebbe essere spavaldo e divertente, ma finisce per sembrare un patchwork di buone idee non ben cucite. Parker brilla, ma tutto il resto gli ruota attorno con poca convinzione.


📚 Nota finale: Parker non è un personaggio nato per il cinema: proviene da una fortunata serie di romanzi noir scritti da Donald E. Westlake sotto lo pseudonimo di Richard Stark, a partire dagli anni Sessanta. È un ladro professionista freddo, metodico e spietato, protagonista di oltre venti libri. Non stupisce quindi la sensazione, guardando Play Dirty, di entrare in una storia già iniziata molto prima dei titoli di testa.


 

mercoledì 10 settembre 2025

Indiscreto (1958)

 
Regia: Stanley Donen
Anno: 1958
Titolo originale: Indiscreet
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Ho recuperato Indiscreto, film del 1958 diretto da Stanley Donen, con Cary Grant e Ingrid Bergman. Sulla carta un piccolo gioiello della commedia romantica: due mostri sacri del cinema, un regista elegante, e una trama che dovrebbe giocare sull’ironia e i malintesi amorosi.

Il problema è che, visto oggi, il film appare invecchiato malissimo. Più che divertente, risulta imbarazzante. Quello che forse allora veniva percepito come sofisticata leggerezza, oggi suona come una commedia forzata, quasi offensiva nella sua visione dei rapporti di coppia. I dialoghi che dovrebbero brillare di charme appaiono rigidi, e il presunto romanticismo si riduce a cliché che oggi faticano a strappare anche un sorriso.

Non è solo una questione di ritmo o di linguaggio cinematografico ormai datato: è proprio il messaggio sotteso, il modo in cui i ruoli di genere vengono rappresentati, a rendere l’opera indigesta. Ingrid Bergman e Cary Grant fanno del loro meglio, ma sembra di guardarli intrappolati in una cornice che li schiaccia, più che esaltarli.

In conclusione, Indiscreto non è quel “classico senza tempo” che magari qualcuno si aspetta. È piuttosto un esempio di come certe opere possano restare ferme nel loro contesto storico senza riuscire a comunicare davvero qualcosa a chi arriva decenni dopo. Per quanto mi riguarda, un film da vedere solo per curiosità filologica, ma non certo per piacere.


Edizione: bluray
Ho comunque una edizione in bluray abbastanza rara in quanto è la versione italiana. Ma a parte questo, non ha extra, e la traccia italiana è in stereo DTS HD MA. 

mercoledì 25 giugno 2025

Riusciranno I Nostri Eroi A Ritrovare L' Amico Misteriosamente Scomparso In Africa? (1968)

 
Regia: Ettore Scola
Anno: 1968
Titolo originale:  Riusciranno I Nostri Eroi A Ritrovare L' Amico Misteriosamente Scomparso In Africa?
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.9)
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Film:

Questo film dal lunghissimo titolo è una commedia che sa di polvere, di sole che cuoce le lamiere e di un’Italia che ancora aveva voglia di perdersi per ritrovarsi. Un titolo chilometrico per un film che – guarda caso – chilometrico lo è davvero: più di due ore e mezza, un formato che oggi ti farebbe chiudere il player al minuto 40. Ma se si resiste, il viaggio merita la fatica.

Il protagonista è Alberto Sordi, qui in modalità imprenditore cinico ma in fondo umano, che parte per l’Africa alla ricerca del cognato scomparso (Nino Manfredi, in stato di grazia). Lo segue l’impiegato fedele e sfigato (Bernard Blier, francese innestato perfettamente nella commedia italiana), ed è subito safari psicologico tra capanne, missioni, indigeni veri e altri visti solo col filtro coloniale.

Il film è figlio del suo tempo, e questo è il suo pregio e il suo limite: una fotografia che gioca con la luce naturale, una sceneggiatura che prende il suo tempo (a volte troppo), e un umorismo che oggi risulterebbe quasi antropologico. Ma è anche un film che osa, che esce dai confini urbani e provinciali per andare a cercare l’avventura, quella con la A maiuscola, anche se poi la trova un po’ per caso, tra una disillusione e un tramonto.

Visto appena dopo Cuore di tenebra di Conrad, è impossibile non notare l’eco: il viaggio nel cuore dell’Africa come viaggio interiore, il personaggio scomparso che si fa leggenda, il protagonista che cambia (o almeno si incrina) durante il tragitto. Certo, qui tutto è più scanzonato, più italiano, più caciara. Ma la traccia c’è. E ti resta dentro.

Alla fine, Riusciranno i nostri eroi... è una commedia filosofica in incognito, mascherata da film di evasione. Ti fa ridere, ti fa riflettere, e a tratti ti lascia lì, nella savana dei tuoi pensieri. Un film d’altri tempi, sì. Ma anche di quelli in cui, forse, ci si perdeva con più onestà.


Edizione: DVD
Semplice edizione in DVD con traccia italiana in multicnaale ed i seguenti extra:
  • Presentazione
  • 2 schede didascaliche 
 

mercoledì 21 maggio 2025

Fumo Di Londra (1966)


Regia: Alberto Sordi
Anno: 1966
Titolo originale: Fumo Di Londra
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (5.7)
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Film:

Diciamolo subito: Fumo di Londra non è un brutto film. È un film... spaesato. Come il suo protagonista. Come il suo regista. Come lo spettatore che, dopo un’ora e mezza, si chiede ancora dove si voleva andare a parare.

Alberto Sordi, nel 1966, si lancia per la prima volta dietro la macchina da presa. Fa tutto lui: scrive, dirige, interpreta. E fin qui, applausi. Il problema è che ci regala una storia che — pur con buone intenzioni — resta a metà strada tra troppe cose: commedia all’italiana, satira di costume, dramma esistenziale, e cartolina turistica con ambizioni da cinema d’autore. Il risultato? Un ibrido confuso, in cui ogni cosa sembra entrare in scena e poi uscire senza aver lasciato il segno.

La trama è quella di Dante Fontana, antiquario romano infatuato dell’Inghilterra aristocratica, che parte per Londra con l’idea di diventare uno di loro. Ovviamente non ci riuscirà, perché l’inglese, per quanto tu possa imitarlo, lo resta solo lui. Ma la parabola di Dante non è né comica né drammatica. È solo... sbilenca. Non decolla mai davvero, non graffia, non emoziona. Segue una linea narrativa che, a tratti, pare scritta giorno per giorno. Vuole essere sofisticata, ma finisce col sembrare incerta.

E poi c'è l’inglese nei dialoghi. Che dire? Un disastro. I personaggi parlano inglese, poi rispondono in italiano, poi tornano all’inglese, ma capiscono tutto come se nulla fosse. Sordi tenta una strana forma di realismo linguistico, ma l’effetto è straniante, a tratti ridicolo. Sembra che nemmeno il film sappia in che lingua dovrebbe esprimersi. Un po’ come il suo protagonista, che non è né carne né pesce: troppo italiano per gli inglesi, troppo “inglesizzato” per gli italiani. E lo stesso vale per la sceneggiatura.

C’è qualcosa di interessante nel tentativo di raccontare l’identità, lo sradicamento, l’imbarazzo di chi sogna di appartenere a un mondo che non lo accetta. Ma è un’idea buttata lì, non sviluppata davvero. Sordi dirige con onestà, ma senza vero slancio. Si percepisce un grande amore per Londra — quella vera, a tinte sbiadite come il fumo, tra pioggia e minigonne — ma manca la cattiveria della satira o la profondità del dramma.

Alla fine, Fumo di Londra è come il suo titolo: evanescente. Ti avvolge per un po’, ma poi svanisce e non lascia molto. Se non la sensazione che anche un gigante come Sordi, ogni tanto, abbia bisogno di una bussola.

Ma va visto? Sì, per curiosità, per completismo, per capire che pure i maestri inciampano. E che a volte, quando cerchi di essere un altro, finisci solo col perdere te stesso.


Edizione: DVD
Vecchia edizione e vecchio DVD, ma traccia audio italiana in multicanale, qualità video non da buttare ed i seguenti extra:
  •  Trailer
  • 2 schede testuali

lunedì 19 maggio 2025

Ho Visto Un Re (2024)


 
Regia: Giorgia Farina
Anno: 2024
Titolo originale: Ho Visto Un Re
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (5.3)
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L’ho visto davvero, il Re. Ma solo perché avevo voglia di cinema e due chiacchiere e così sono arrivato fino a San Vincenzo, non perché covassi grandi aspettative. E a posteriori posso dire che ho fatto bene a non nutrirne.

Ho visto un Re è una commedia che galleggia con fatica tra il banale e l’inoffensivo, tentando di trattare temi potenzialmente interessanti con una leggerezza che però sfocia nella superficialità. Il tono generale sembra pensato per un pubblico molto giovane, forse giovanissimo, con una trama lineare e priva di reali sorprese o profondità.

Sorrisi? Qualcuno.
Riflessioni? Nessuna.
Il Re? Più una comparsa che un protagonista.

Il film si accontenta di far da sfondo a un racconto scolastico, che si sarebbe potuto sviluppare in mille modi più ficcanti. E invece resta lì, come uno sketch troppo lungo, dove anche la comicità si appoggia su cliché già stanchi dopo dieci minuti.

In definitiva, un film dimenticabile, utile giusto per passare una serata diversa. Ma se l’obiettivo era trattare certi argomenti con leggerezza senza diventare leggeri, allora il colpo è andato decisamente a vuoto.



domenica 6 aprile 2025

Camping (1957)

Camping
Regia: Franco Zeffirelli
Anno: 1957
Titolo originale: Camping
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
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Film:

A volte capita di pescare un titolo dal mucchio della propria collezione senza ricordarne il motivo dell’acquisto. Con Camping di Franco Zeffirelli è successo proprio così. Forse la curiosità per il debutto cinematografico di un regista poi divenuto maestro del melodramma e del teatro filmato, forse l’idea che potesse nascondere qualche scintilla anticipatrice. Spoiler: non la nascondeva.

Camping è una commedia leggera, anzi leggerissima, ambientata in un campeggio sul mare dove si intrecciano storie d’amore, gelosie da villeggiatura e caricature sociali. C’è il romano spaccone, la bella ingenua, il fidanzato sospettoso, e varie comparse che portano avanti alcune scene. Il tutto avvolto in un tono da “vacanze in bianco e nero” che oggi suona più stanco che nostalgico.

Il problema principale è che il film non ha mai davvero un’identità: né abbastanza cinico per essere satira, né abbastanza buffo per strappare risate. Però c'è da dire che serve per farsi  un'idea dello spaccato del periodo, in cui già molte cose stavano cambiando. Alcuni passaggi sembrano sketch scollegati più che una narrazione coerente, e anche il ritmo risente dell’ingenuità dell’esordio.

Ma è il finale che potrebbe lasciare l’amaro in bocca (non a me, ma in generale): gli schiaffi che si scambiano Marisa Allasio e Paolo Ferrari, in una sorta di balletto della gelosia risolto a suon di ceffoni, oggi non fanno ridere. E non dovrebbero. Sono il sintomo di un’epoca in cui la violenza domestica si camuffava da farsa sentimentale. Un momento che potrebbe mettere a disagio e che fa scattare più riflessioni che sorrisi.

Vale la visione solo per completismo o per chi ha voglia di vedere da dove è partito Zeffirelli, prima di diventare "Zeffirelli". Un pezzo d’epoca che, come certe tende da campeggio anni ’50, oggi mostra tutte le cuciture allentate.



Edizione: DVD
Versione in DVD con traccia italiana in stereo ed i seguenti extra: 
  • Locandina originale
  • Galleria fotografica
  • 3 schede testuali
 

sabato 15 marzo 2025

Mickey 17 (2025)


Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2025
Titolo originale: Mickey 17
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
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Piove. Forte. La Toscana è sotto assedio, mi saltano due escursioni e così ne approfitto per andare al cinema, dove trasmettono un film con clonati, sfruttati e (forse) ribelli.
Bong Joon-ho torna alla fantascienza con Mickey 17, un film che mescola satira sociale, filosofia sull’identità e un pizzico di ironia, il tutto condito da un’estetica curata e una regia solida. Basato sul romanzo Mickey7 di Edward Ashton, il film racconta la storia di Mickey Barnes (Robert Pattinson), un "impiegato sacrificabile" in una missione spaziale colonizzatrice. La sua funzione? Morire e farsi rimpiazzare da un clone ogni volta che la situazione lo richiede.

L’idea di base è tanto inquietante quanto affascinante: un uomo che sa di essere solo una copia tra tante, ma che inizia a chiedersi se abbia un’identità unica e un valore reale. Pattinson regge bene il ruolo, alternando momenti drammatici a un’interpretazione che gioca con l’assurdità della situazione. La sua espressione perennemente tra lo spaesato e il rassegnato è perfetta per un personaggio che sa di essere sostituibile come una batteria scarica.

Come in Snowpiercer, Bong Joon-ho usa la fantascienza per parlare di sfruttamento e ingiustizia sociale, ma qui il tono è più leggero e a tratti ironico. La crudezza dell’idea – un uomo mandato costantemente a morire senza troppe cerimonie – è mitigata da una sceneggiatura che inserisce momenti di black humor e situazioni quasi grottesche. Questo equilibrio tra critica sociale e intrattenimento è uno dei punti di forza del film che lo rende godibile a tutti.

Visivamente, Mickey 17 offre ambientazioni fredde e asettiche, perfettamente in linea con la sua premessa distopica. La colonia spaziale è un mondo opprimente, dove l’umanità sembra ridotta a ingranaggi in un meccanismo impersonale. Eppure, non manca un certo senso di meraviglia per l’ignoto, un elemento che avvicina il film più alla fantascienza classica che al puro cinismo distopico.

Per chi ama la fantascienza con una buona dose di riflessione (Blade Runner, Moon, Ex Machina), Mickey 17 è un’esperienza da non perdere. Magari non rivoluziona il genere, ma riesce a essere intrigante, visivamente accattivante e persino divertente nel suo cinismo. In un’epoca in cui i blockbuster di fantascienza tendono a essere o troppo seriosi o troppo superficiali, Bong Joon-ho trova un equilibrio che lo rende un regista sempre interessante da seguire.

Pur non avendo letto il libro, ho avuto la sensazione che il film, anche mantenendo un’impronta intrigante e ben realizzata, smorzasse troppo i toni della sua distopia. Se la crudezza della premessa fosse stata resa in modo più diretto e spietato, probabilmente avrei apprezzato ancora di più il risultato finale. Ovviamente, è un parere puramente soggettivo, ma avrei preferito un impatto emotivo più forte, che facesse percepire con maggiore intensità l’orrore della condizione di Mickey.