giovedì 18 giugno 2026

Gojira - From Mars To Sirus

 

Artista: Gojira
Anno: 2005
Tracce: 12
Formato: CD 
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Tra le band metal che considero una mia piccola scoperta personale, i Gojira occupano un posto speciale, e ne vado fiero. Già il fatto che siano francesi li rende rari nel panorama del genere (la Francia non ha mai avuto una scena metal di fama internazionale paragonabile a quella di altri paesi europei); poi c'è il tema, esplicitamente ecologista, che li rende ancora più particolari nel contesto in cui sono nati.

From Mars to Sirius  è il disco che li ha portati alla ribalta, il terzo della loro discografia e il primo realizzato con un budget adeguato che gli ha permesso di venire conosciuto da VER. È un concept album che racconta la rinascita di un pianeta morto attraverso un viaggio interplanetario, con tematiche ambientali come il cambiamento climatico e l'impatto dell'uomo sulla vita marina; il tutto condensato in una balena che fluttua tra i pianeti sulla copertina, simbolo perfetto del contenuto. All'epoca, parlare di crisi climatica e inserirla in un contesto fantascientifico nel metal non era affatto scontato; oggi è quasi un genere a sé, ma nel 2005 era un'anomalia, e anche per questo il disco resta importante.

Musicalmente i Gojira fondono death metal, groove e progressive in un modo che all'epoca sorprese parecchio. Mario Duplantier alla batteria è probabilmente il punto più alto del disco: sincopato, preciso, capace di variazioni continue che tengono tutto in piedi anche nei passaggi più complessi. Le chitarre di Joe Duplantier e Christian Andreu costruiscono riff dissonanti e mai banali, mentre il basso di Jean-Michel Labadie fa da collante. Ocean Planet apre il disco con tutta la potenza che serve a dichiarare le intenzioni; Global Warming chiude con un tema musicale a tapping continuo che incarna perfettamente il messaggio del titolo.

La voce di Joe Duplantier, onestamente, non mi fa impazzire: è uno scream/death personale e riconoscibile, ma non è il mio genere preferito di vocalità. Musicalmente però li apprezzo molto, e ancora di più per i temi che hanno scelto di affrontare quando nessun altro nel metal ci pensava. Una scoperta di nicchia che mi porto dietro con orgoglio, anche sapendo che oggi sono tutto tranne che sconosciuti.

mercoledì 17 giugno 2026

Sepultura - Roots

 

Artista: Sepultura
Anno: 1996
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con i Korn avevo scoperto un certo tipo di pesantezza ritmica e oscura che mi aveva incuriosito. Roots dei Sepultura lo presi proprio dopo, e l'impressione fu immediata: con le dovute distanze, certe sonorità sembrano davvero un preludio a quel genere. Cercando poi qualche informazione, ho scoperto che la cosa non era casuale, ma anche più intricata di quanto pensassi: l'esordio dei Korn del 1994 si era ispirato proprio ai Sepultura (Jonathan Davis viene citato come una delle fonti d'ispirazione nel libretto di Roots), e i Sepultura, a loro volta, nel registrare questo disco assorbirono elementi della scena nu metal che stava nascendo proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Un'influenza reciproca, un cerchio che si chiude su se stesso; non è importante chi abbia preso da chi per primo.

Quello che invece resta centrale, e che rende Roots un disco unico nel suo genere, sono le influenze musicali estranee al mondo metal. La band brasiliana, guidata da Max Cavalera, passò un periodo a stretto contatto con una tribù indigena nella regione del Mato Grosso, e il risultato si sente in ogni angolo del disco: percussioni tribali, il suono ipnotico del berimbau (che grazie a VIKI so essere uno strumento tradizionale brasiliano) e la collaborazione con Carlinhos Brown, percussionista già noto per il lavoro con Caetano Veloso, che porta dentro un'energia etnica difficile da trovare altrove nel metal di quegli anni. Ratamahatta, cantata in portoghese, è probabilmente il brano dove questa fusione funziona meglio.

Roots Bloody Roots apre il disco con un riff pesante e ipnotico che è diventato uno dei più iconici della band. Attitude introduce subito il berimbau in un contesto altrimenti heavy, e Cut Throat si distacca per un'andatura quasi doom. Settantadue minuti in tutto, forse anche troppi, ma con un'identità che nessun altro disco metal di quegli anni aveva.

Resta per molti il disco spartiacque dei Sepultura, quello che segna anche l'addio di Cavalera dalla band poco dopo, tra polemiche interne mai del tutto chiarite. Per me resta soprattutto questo: il punto in cui due mondi sonori, quello brasiliano tribale e quello nu metal americano, si incontrano senza che sia chiaro chi avesse copiato chi.

martedì 16 giugno 2026

Anthrax – Among The Living

 

Artista: Anthrax
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con gli Anthrax il rapporto è semplice: non mi sono mai piaciuti, e non parlo di un ripensamento recente. Li ascoltai a suo tempo dietro suggerimento di un paio di amici convinti che mi sarebbero entrati come un guanto. Non è andata così. Among the Living  resta comunque il loro disco più rappresentativo, quello che la critica indica spesso come il preferito dai fan, e ascoltarlo serve almeno a capire perché certe persone ci vadano matte (anche se io non sono tra quelle).

Musicalmente è thrash metal puro, : riff veloci, ritmica martellante, la voce di Joey Belladonna che alterna acuti quasi heavy metal classico a momenti più ruvidi. Non è il genere che mi convince, e quella combinazione di velocità e aggressività resta un ostacolo che non ho mai superato del tutto.

Quello che invece apprezzo, e che rende il disco interessante anche per chi come me non è il pubblico naturale, sono i temi di alcune tracce. La title track Among the Living è ispirata a L'ombra dello scorpione di Stephen King, con il villain Randall Flagg al centro del testo (la copertina dell'album, tra l'altro, richiama più Poltergeist che il romanzo, ma il legame con King resta esplicito). I Am the Law è un tributo al fumetto britannico Judge Dredd, e si sente quanto la band si sia divertita a costruirci sopra un inno quasi epico. A Skeleton in the Closet riprende invece il racconto Un ragazzo sveglio, sempre di King, contenuto in Stagioni diverse. C'è anche spazio per temi più seri: Indians parla delle condizioni dei nativi americani nelle riserve, One World della minaccia nucleare.

Questo mix di cultura pop e tematiche sociali, unito a un'energia quasi giocosa che li distingueva dagli altri big four del thrash, è probabilmente il motivo per cui il disco viene ricordato così bene. Per me resta un ascolto di cortesia più che di passione; ma le citazioni a King e a Dredd, quelle, le ho sempre trovate azzeccate.

Van Halen - 1984

 

Artista: Van Halen
Anno: 1984
Tracce: 9
Formato: CD 
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A volte è una sola canzone ad apriti la porta su un'intera band. Con i Van Halen è stato esattamente così: Jump, uno dei singoli più famosi al mondo, mi ha fatto scoprire 1984 e, da lì, gran parte delle loro altre hit.

La storia di quel brano, che ho ricercato con fare investigativo, dice già molto sul disco intero. Eddie Van Halen aveva scritto il riff di synth anni prima su un Oberheim OB-Xa, ma era convinto che David Lee Roth lo avrebbe rifiutato (un chitarrista del suo calibro che si metteva alle tastiere non era esattamente quello che ci si aspettava da una hard rock band). Roth all'inizio storse il naso, dicendogli che era un eroe della chitarra e non doveva mettersi a suonare i synth. Poi si convinse, scrisse un testo su un'audacia spericolata, e il risultato fu il loro unico numero uno in classifica: cinque settimane consecutive in testa alla Billboard Hot 100.

Il resto del disco non rinuncia all'anima della band, anche con quella svolta pop che il synth porta con sé. Panama è il pezzo che racchiude meglio lo spirito Van Halen: macchine veloci, ragazze più veloci ancora, riff diretto, niente fronzoli. I'll Wait mescola desiderio e minaccia in modo insolito per loro. Hot for Teacher chiude il disco con uno show solista alla batteria di Alex Van Halen e testi scanzonati che riportano lo spirito più sguaiato delle origini. Eddie Van Halen, va detto, resta il vero protagonista di tutto: anche quando le tastiere prendono il centro della scena, le sue dita continuano a fare cose che pochi altri chitarristi sapevano fare in quegli anni.

1984 è anche l'ultimo disco della formazione originale con Roth, che lascerà la band l'anno successivo per divergenze creative (Eddie voleva evolversi e sperimentare, Roth restava legato a un'idea più teatrale e diretta del rock). Resta, insieme all'esordio omonimo, il disco più venduto della band: oltre dieci milioni di copie solo negli Stati Uniti. Un finale in grande stile per quella formazione, anche se nessuno lo sapeva ancora mentre lo registravano.

lunedì 15 giugno 2026

Bosch [Stagione 2]

 
Anno: 2016
Titolo originale: Bosch
 Numero episodi: 10
Stagione: 2
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Premesso che anche questa seconda stagione di Bosch, mi è piaciuta, avevo parlato della prima dicendo che il personaggio non mi era così antipatico come lo ricordavo. Ecco, mi sono ricreduto già con questi ulteriori dieci episodi. Non che non funzioni, anzi, ma sebbene con numerose parti cambiate rispetto ai romanzi da cui trae spunto, qui il soggetto rispolvera il suo essere una specie di cane sciolto che segue le regole quando gli tornano comode... Altrimenti, fa un po' come meglio crede. In maniera antipatica. A parte questo ecco qua i romanzi in cui si muove questa seconda stagione: L'Ombra Del Coyote, Musica Dura e La Caduta. Di questi ne ho letti due su tre quello principale con la storia più corposa è senza dubbio Musica Dura. 

domenica 14 giugno 2026

Kage Baker - Benvenuto Nell'Olimpo Signor Hearst!

 

Autore: Kage Baker
Anno: 2003
Titolo originale: Welcome To Olympus, Mr. Hearst 
Pagine: 128
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
William Randolph Hearst è un celebre magnate dei media e produttore di film di successo. Alle grandiose feste che organizza nella sua villa principesca non è raro incontrare grandi attori come Greta Garbo o Clark Gable, ma anche personaggi curiosi come scrittori e sedicenti medium. O magari persone all'apparenza più normali che nascondono il segreto più grande di tutti: come Joseph e Lewis, agenti della multinazionale del futuro nota come Dr. Zeus Inc. la compagnia del tempo. La missione di Joseph e Lewis sembra facile: proporre al padrone di casa uno scambio che nessuno potrebbe rifiutare. Ma Hearst è un osso duro, e anche se la posta in gioco va ben al di là del denaro e la controparte è qualcosa di più di un'azienda quotata a Wall Street, gli affari sono affari. E in quel campo il signor Hearst è sempre in grado di giocarsela e anche di riservare qualche sorpresa.

Commento personale e recensione:

Dopo aver esplorato le sabbie rosse e retro-futuristiche di Kage Baker con L'Imperatrice di Marte, sono tornato a frequentare le pubblicazioni della Delos Books dedicate all'autrice californiana con "Benvenuto nell'Olimpo, signor Hearst!" (Welcome to Olympus, Mr. Hearst, del 2003). Se la precedente lettura mi aveva lasciato piuttosto tiepido, questa novella agile e molto breve ha saputo agganciarmi decisamente di più; intendiamoci, la storia in sé non è niente di trascendentale o particolarmente originale, ma la narrazione ha quel ritmo e quell'atmosfera capaci di tenerti incollato alla pagina e si divora in un paio di pomeriggi al mare. La vicenda si muove tra il 1926 e il 1933, in piena Grande Depressione e nel bel mezzo del passaggio epocale dal cinema muto al sonoro, ruotando attorno a William Randolph Hearst, il leggendario e spietato magnate dei media che ispirò il Quarto Potere di Orson Welles. Hearst vive nel suo sfarzoso e bizzarro castello di San Simeon, ribattezzato "l'Olimpo", ed essendo ormai anziano è ossessionato dal declino fisico, cercando in ogni modo un espediente per ingannare la morte. Ed è qui che entra in gioco la fantascienza: alla sua corte si muovono Joseph e Lewis, due facilitatori della Compagnia del Tempo, un'organizzazione del XXIV secolo che ha scoperto il viaggio temporale e crea cyborg immortali per viaggiare nelle varie epoche, con lo scopo di saccheggiare opere d'arte o reperti prima che vadano perduti nella storia. Joseph deve stringere un patto con Hearst, ma tra finti medium, imprevisti dell'ultimo minuto e cammei di attori dell'epoca d'oro di Hollywood come Greta Garbo e Clark Gable, la missione prenderà una piega inaspettata anche per un immortale. Una delle curiosità più interessanti di questo volume riguarda proprio la sua collocazione editoriale, poiché pur muovendosi nello stesso identico universo narrativo del celebre (ma a me totalmente sconosciuto) Ciclo della Compagnia del Tempo, si tratta a tutti gli effetti di una storia separata e del tutto autonoma, un "dietro le quinte" autoconclusivo che non richiede affatto di aver letto i romanzi principali della saga per essere goduto appieno. La Baker usa la cornice fantascientifica quasi come un pretesto per fare quello che le riesce meglio in questo formato, ovvero ironizzare sulla malleabilità della verità e della stampa e mettere in scena il contrasto tra l'immutabilità dei cyborg e la decadenza dell'essere umano. Analizzando la trama a mente fredda ci si rende conto che è davvero un filo sottile che si dipana senza grandi picchi o colpi di genio fantascientifici, eppure la scrittura scorre che è un piacere; l'ambientazione nella Hollywood anni '30 è resa con una vivacità e un'ironia sottile che mi hanno preso molto più rispetto alle atmosfere marziane dell'altra opera, rendendola una lettura fantascientifica leggera, densa di atmosfera d'altri tempi e con un pizzico di ottima satira storica.


Arrivano le Copertine "VIKI-style": Un Nuovo Tocco per le mie Recensioni!

Ciao a tutti, amanti di libri, musica, film, viaggi e soprattutto di VER!
​Oggi voglio condividere con voi un piccolo esperimento che sto lanciando sul blog. Da sempre, quando recensisco un film o un album, cerco di arricchire il post con l'immagine di copertina, linkandola da Wikipedia per completezza. Tuttavia, un pensiero mi frulla in testa da un po': non sarebbe bello dare un tocco più personale e creativo a queste immagini, evitando anche potenziali problemi di copyright?
​Ed ecco che entra in scena VIKI! Per chi non la conoscesse, VIKI è il nome che ho dato alle mie collezioni di IA che mi aiutano in alcune delle mie attività sul blog. Insieme, abbiamo deciso di intraprendere una nuova sfida: tentare di far creare a VIKI immagini di copertina "alternative".
​L'idea non è quella di copiare fedelmente l'originale, ma di creare immagini che ne catturino l'essenza, lo stile e le atmosfere. Immagini che richiamino l'opera recensita, ma con un'impronta unica e personale. Un modo per dare un senso e un tocco speciale alle mie recensioni, un po' come quando un artista reinterpreta un pezzo musicale.
​So che alcuni di voi potrebbero essere scettici: un'immagine creata da un'IA può davvero sostituire l'originale? La mia risposta è: dipende. Non sempre avrò la voglia o l'ispirazione per creare una copertina VIKI-style, e in alcuni casi l'originale potrebbe essere insostituibile. Ma credo che valga la pena provare! Potrebbe essere un modo divertente per scoprire nuove prospettive sulle opere che recensisco, e chissà, magari anche per creare qualcosa di bello e originale.
​Per darvi un'idea di cosa intendo, ho chiesto a VIKI di creare una copertina "alternativa" per l'album "Zooropa" degli U2. Il risultato è quello che vedete in cima a questo post. Che ne pensate? Vi piace l'idea?
​Un abbraccio, Jack

mercoledì 10 giugno 2026

U2 - Zooropa

 
Artista: U2
Anno: 1993
Tracce: 10
Formato: CD
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Con gli U2 avevo già un percorso avviato, da October a War, due dischi che mi avevano convinto abbastanza. Poi era arrivato Zooropa , spinto in parte dal marketing e in parte dalla voglia di avere qualcosa di contemporaneo visto che il disco era appena uscito, il Zoo TV Tour faceva parlare di sé ovunque, e sembrava il momento giusto per stare al passo. In realtà è stata quasi una delusione.

Il contesto lo spiega in parte. Zooropa nasce come EP durante una pausa del tour. Nel corso delle sessioni la band decide di allungarlo fino a farne un album vero, e si sente: c'è qualcosa di incompiuto e frammentario in questo disco, come se non avesse mai deciso del tutto cosa voleva essere. È figlio di una direzione sperimentale, di un interesse per l'elettronica, la sovrasnaturazione mediatica, il rumore del presente, ma senza la coerenza e la forza di altri album.

La title track apre il disco con un'atmosfera sospesa e quasi ipnotica che funziona. Numb è curiosa con la recita di un elenco di divieti su un loop elettronico quasi industrial, con Bono ai cori , ma più come esperimento che come canzone. Lemon è il momento più riuscito del disco, con quel falsetto di Bono che si muove su un tappeto funk-elettronico in modo inaspettato. Stay (Faraway, So Close!) è la ballata più accessibile, quella che si salva meglio nel tempo. Il finale con The Wanderer cantato con Johnny Cash, voce inconfondibile su un paesaggio quasi apocalittico  è il momento più memorabile del disco, e arriva quando è già quasi finito.

Troppo poco per un album intero. Zooropa è il disco degli U2 che ha pagato il prezzo di essere nato di fretta, in mezzo a qualcos'altro. Non è un brutto disco però è un disco a metà, e per chi come me non era ancora dentro la loro fase più sperimentale, non era il punto di ingresso migliore.

martedì 9 giugno 2026

Smashing Pumpkins - Siamese Dream

 
Artista: Smashing Pumpkins
Anno: 1993
Tracce: 13
Formato: CD
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Stavo parlando con La Volpe di musica (raccontavo che stavo ascoltando qualcosa per poi scriverci sopra). Non sapendo cosa stessi ascoltando, mi ha chiesto, con quella sua aria da chi ritiene che siamo ormai vecchi, se avessi messo su qualcosa dei Radiohead o degli Smashing Pumpkins. La risposta era no, stavo ascoltando i Muse. Ma il seme era piantato. Subito dopo avevo voglia di Siamese Dream.

Smashing Pumpkins, anno del Signore 1993. Il disco nasce in un momento di crisi totale (già dopo il primo album in studio) per la band: il batterista Jimmy Chamberlain è invischiato nei problemi di droga, il chitarrista James Iha e la bassista D'Arcy Wretzky non si rivolgono quasi più la parola, e Billy Corgan è in uno stato di depressione profonda. Sarà lui a non darsi per vinto: si rinchiude in studio, suona da solo quasi tutto ciò che gli riesce, ovvero chitarre, basso, arrangiamenti, scrive tutti i testi, e costruisce il disco in sedici ore al giorno per mesi. Quando gli altri tornarono si trovarono di fronte qualcosa di già definito. Quel qualcosa era Siamese Dream.

Il disco non è grunge nel senso stretto del termine, anche se è figlio di quel momento, stesso periodo di Nevermind,  e tutta quella tensione adolescenziale che il 1993 si portava addosso. È qualcosa di più stratificato: hard rock, psichedelia, echi sabbathiani, schegge new wave, il tutto tenuto insieme da una produzione potente e pulitissima che non toglie niente all'impatto. Cherub Rock apre il disco come una dichiarazione con riff massiccio, Corgan che canta con quella voce nasale e stridula che o ti entra subito o non ti entra mai. Today è il singolo più noto, scritto immaginando l'ultimo giorno di un aspirante suicida felice di non doverne vivere altri con un testo che spiazza, melodia che rimane.

Vecchi? Forse. Ma certa musica non invecchia, e Siamese Dream è uno di quei dischi che ogni volta che lo rimetti su capisci perché la gente ci sia rimasta attaccata per trent'anni. 

lunedì 8 giugno 2026

Intimidazioni in Val Serenaia: VER sta con Apuane Libere

 

Chi frequenta, ama e cammina sulle nostre montagne sa perfettamente quanto la ferita dell'escavazione selvaggia sia profonda e dolorosa. Ma ieri, purtroppo, dalle ruspe e dalle polveri che divorano i nostri crinali siamo passati alle intimidazioni dirette sul piano civile. Un fatto di una gravità inaudita che non può e non deve lasciarci indifferenti.

​Un recente comunicato ufficiale del CAI Toscana ha denunciato un episodio intollerabile avvenuto nella splendida valle di Orto di Donna, comunemente nota a tutti noi escursionisti come Val Serenaia. Durante una "camminata consapevole" organizzata dall'associazione Apuane Libere per manifestare pacificamente contro la distruzione sistematica del territorio e l'escavazione selvaggia, si è consumato un vero e proprio atto di stampo squadrista. All'iniziativa avevano aderito con convinzione diverse sezioni del CAI, la Commissione regionale Tutela Ambiente Montano, oltre a singoli soci e liberi cittadini: più di 300 persone unite unicamente dall'amore per la montagna e dal desiderio di proteggerla.

​La manifestazione, che seguiva un'analoga e riuscita mobilitazione avvenuta lo scorso 24 maggio nella valle di Arnetola, è stata inizialmente affiancata da una contromanifestazione di cavatori e imprenditori del marmo, priva di autorizzazione formale ma svoltasi senza scontri diretti. La vera e propria imboscata è scattata nell'ombra, con una viltà disarmante: al loro rientro ai parcheggi, gli ambientalisti e gli escursionisti hanno trovato l'amara sorpresa di almeno una trentina di auto pesantemente danneggiate con calci, pugni e vistosi graffi sulla carrozzeria. Tra i mezzi colpiti da questo raid punitivo figurano anche le vetture della consigliera regionale Diletta Fallani e della presidente della sezione CAI di Carrara, Lucia Geloni.

​Dalla parte della montagna, senza se e senza ma

​Come escursionista che vive e respira le Apuane da sempre, sento il dovere di schierarmi apertamente, totalmente e senza alcuna riserva dalla parte dei camminatori e dei custodi di Apuane Libere. Quello che è successo non è un semplice "atto vandalico": è una deliberata azione intimidatoria volta a lanciare un messaggio chiaro, arrogante e mafioso. L'obiettivo è spaventare chiunque osi alzare la testa e contestare un modello industriale predatorio che sta letteralmente polverizzando montagne uniche al mondo per l'esclusivo profitto di pochissimi.

​Ha perfettamente ragione il CAI nel sottolineare come una parte del territorio apuano venga ormai trattata alla stregua di una proprietà privata feudale, una "terra di nessuno" (o meglio, "terra loro") dove i diritti costituzionali di dissenso, di libera espressione e di libero transito vengono aboliti con la violenza e la prevaricazione. Rispondere a una marcia pacifica, fatta di famiglie, escursionisti e amanti della natura, devastandone i mezzi di trasporto privati è un atto vile che qualifica perfettamente l'origine e la "cultura" di chi lo ha perpetrato.

​Contro le ecomafie per la rinascita delle Apuane

​Non possiamo più permetterci di chiamarlo semplicemente "lavoro". Quando l'attività estrattiva supera ogni limite di sostenibilità idrogeologica, distrugge le sorgenti d'acqua, cancella i sentieri storici e si barrica dietro la violenza e l'intimidazione per proteggere i propri privilegi di casta, assume i tratti evidenti e inaccettabili dell'ecomafia.

​Mi unisco con fermezza all'appello lanciato dal Gruppo Regionale del CAI Toscana: esprimo la mia totale e fraterna solidarietà a tutti i proprietari delle auto danneggiate e alle istituzioni coinvolte. Al contempo, esigo che i vertici del Parco Naturale Regionale delle Alpi Apuane escano una volta per tutte dal loro torpido silenzio e dalla loro cronica ambiguità. Devono condannare fermamente l'accaduto e operare concretamente, nell'ambito delle proprie competenze e possibilità, per fermare lo scempio ambientale e garantire l'incolumità di chi difende legalmente la natura.

​Le Apuane sono di chi le ama, di chi le rispetta e di chi le cammina lasciando solo impronte. Non ci faremo spaventare da quattro vigliacchi con gli scarponi sporchi di marmettola e arroganza. Ci rivediamo sui sentieri, a testa alta.


Muse - Showbiz

 
Artista: Showbiz
Anno: 1999
Tracce: 12
Formato: CD 
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Dopo Absolution avevo ancora qualcosa in sospeso con i Muse. Quel disco mi aveva preso in pieno, e la curiosità di andare a ritroso era inevitabile. Potevo scegliere Origin of Symmetry (la scelta ovvia, il disco che tutti indicano come il loro capolavoro) ma alla fine optai per Showbiz , l'esordio. Forse per capire da dove venissero prima di vedere dove sarebbero arrivati.

È un disco che sorprende, e non poco. Ci sono già tutti gli elementi che avrebbero reso i Muse quello che sono diventati con la voce di Matthew Bellamy, già teatrale e intensa, i cambi di dinamica improvvisi, quella tensione costante tra melodia e aggressività, ma in una forma ancora più grezza e meno costruita. Meno elaborata, in senso buono: c'è una spontaneità in questo disco che nei lavori successivi, più ambiziosi e levigati, si sarebbe in parte perduta. Si sente che sono tre ragazzi  che suonano con tutto quello che hanno, senza ancora pensare troppo a dove stanno andando.

Le influenze sono più esplicite qui che altrove e ad esempio i Radiohead si sentono eccome, e la band non ha mai fatto fatica ad ammetterlo. Ma c'è già qualcosa di personale e riconoscibile che li separa da qualsiasi imitazione. Sunburn apre il disco con un piano ossessivo che si trasforma in un muro di chitarre ed è uno di quei brani che entrano subito e non se ne vanno più. Muscle Museum è il pezzo che avrebbe dovuto renderli famosi prima del tempo, con una costruzione che parte sussurrata e finisce in un'esplosione emotiva. Unintended è la ballata inaspettata, quasi fragile, con Bellamy che abbassa la guardia e lascia che la melodia faccia tutto il lavoro. E poi c'è Showbiz  in cui il disco ebtra nel modo più grandioso possibile, lasciando intendere che quello che era appena cominciato non si sarebbe fermato tanto presto.

Impossibile non restarne affascinati. È il disco di una band che non sa ancora esattamente cosa diventerà, ma lo sta già diventando  e questo, ascoltato sapendo il resto della storia, ha un fascino tutto suo.

sabato 6 giugno 2026

Red Hot Chili Peppers - Blood Sugar Sex Magik

 The four band members' faces with elongated tongues that wrap around a rose.
Artista: Red Hot Chili Peppers
Anno: 1991
Tracce: 17
Formato: CD
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Con i Red Hot Chili Peppers non è stato amore a prima vista. Blood Sugar Sex Magik  è stato il mio primo disco loro grazie a mio cugino, e ci ho messo un po' prima che entrasse davvero: il funk californiano è un territorio che non frequento naturalmente, e certi ritmi e certe atmosfere richiedono tempo prima di fare breccia. E' stato più facile verso la fine degli anni novanta, quando io ero parecchio più maturo (musicalmente) e soprattutto uscì Californication. Un top album che mi fece rispolverare questo. E questo lo presi anche spinto dalla curiosità dettata dal libro di Brizzi.

Il sound è funk rock nella sua forma più pura ovvero grezzo, fisico, immediato. Flea al basso è il motore di tutto, con linee che non stanno mai ferme. John Frusciante alla chitarra sa essere tagliente su Give It Away e Suck My Kiss e delicato quasi aereo su Breaking the Girl. Anthony Kiedis alla voce alterna rap, canto e urlo con una disinvoltura che all'epoca sembrava quasi arrogante, e forse lo era, ma funzionava. E poi c'è Under the Bridge: una ballata malinconica scritta da Kiedis su un momento di solitudine profonda a Los Angeles, con un finale orchestrale che arriva da un'altra dimensione rispetto al resto del disco. È il brano che più di tutti spiega quanto i RHCP sapessero fare cose diverse, anche quando nessuno se lo aspettava.


venerdì 5 giugno 2026

Bosch [Stagione 1]

 
Anno: 2014 - 2015
Titolo originale: Bosch
 Numero episodi: 10
Stagione: 1
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Serie TV relativamente vecchiotta, ma piacevole. E questo nonostante io abbai sempre avuto un certo fastidio nei confronti del personaggio. Ho letto infatti numerosi libri di Connelly, che adopera spesso Bosch nei suoi thriller, e non vedevo l'ora che facesse un passo falso per essere incastrato. Qui sicuramente è meno antipatico, sebbene burbero, macho, noir, schivo e con le proprie regole. Forse sono cambiato io, ma secondo me gli autori hanno leggermente cambiato la figura rendendola più appetibile al pubblico. Questa prima stagione si basa su ben tre romanzi, ma ne ho letto solo uno: La Bionda Di Cemento (veramente poco) La Città Delle Ossa e Il Cerchio del Lupo. Probabilmente, non avendo letto gli ultimi due, le storie principali prese da questi hanno un Bosch meno "so tutto io figli di puttana" e quindi migliore dal punto di vista poliziesco. La serie si fa ben guardare ed essendoci anche altre stagioni, proseguirò con la seconda senza dubbio.

Una Di Famiglia - The Housemaid (2025)

 
Regia: Paul Feig
Anno: 2025
Titolo originale: The Housemaid
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDb (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Ammetto di averlo guardato per due motivi: Sydney Sweeney che solitamente ci fa vedere un po' di nudo, e per parlarne male visto che si diceva in giro che fosse una boiata. Un po' di delusione sulla prima, anche se qualcosa fa vedere. Sul secondo discorso invece mi devo ricredere. D'accordo che i dialoghi, soprattutto quelli iniziali sono davvero terra terra e che ci sono numerose forzature sui personaggi, ma nel complesso non è male. Non sarà il film da ricordare per tutta l'estate certo, ma la storia ha un che di divertente ed il ribaltamento dei ruoli porta il tutto anche su un piano decisamente drammatico. In altre mani sarebbe stato forse un prodotto ancora migliore ed anche tagliando un po' di scene e personaggi come quello del giardiniere o rendendo più credibile la mamma, la trama ne avrebbe beneficiato. Tuttavia si fa vedere abbastanza bene.

martedì 2 giugno 2026

Monte Murano e Serra San Quirico

 

Terzo e ultimo giorno di cammino di questa mini vacanza marchigiana. Domani si riparte con calma verso casa, ma prima c'è tempo per l'ultimo atto sui sentieri. Per l'occasione decido di tornare nella stessa zona di ieri, la Gola Rossa, ma cambiando completamente prospettiva e spostandomi sul versante opposto.

​Il punto di partenza è il borgo di Serra San Quirico, da cui attacco subito, senza alcun riscaldamento, la ripida ascesa verso la cima del Monte Murano. Strada facendo decido di non seguire una traccia lineare e improvviso un anello per il rientro, disegnando la discesa al momento. Sulla carta sono "solo" 15 chilometri, ma le gambe e il cronometro non mentono: alla fine questo si rivela il percorso più impegnativo e tecnico di tutti i giorni passati. Il tracciato ha un carattere decisamente wild e vario; a tratti regala scorci panoramici pazzeschi sulla gola e sulle vallate circostanti, mentre per lunghi tratti si sprofonda dentro la fitta vegetazione del bosco.

​Il vero banco di prova, però, arriva nella zona delle grotte: le discese qui si fanno rispettare, sono incredibilmente ripide e con un fondo di sassi e terra battuta che sdrucciola che richiede la massima concentrazione per non finire a terra. Giusto per rendere le cose ancora più interessanti, mi addentro anche in un paio di fuori sentiero improvvisati nel fitto della vegetazione; niente panico, con un po' di senso pratico e d'orientamento riesco a ritrovare la traccia principale senza troppi grattacapi.

​Al termine del giro, e anche oggi è tornato il caldo, il meritato relax si consuma tra le viuzze di Serra San Quirico. È un piccolo borgo medievale davvero suggestivo, arroccato sulla roccia. Il modo migliore per chiudere in bellezza quattro giorni intensi di montagne, panorami e passi veloci.

Album fotografico Monte Murano e Serra San Quirico 


lunedì 1 giugno 2026

Monte Revellone e Cupramontana

 

Terzo giorno di questo ponte marchigiano e le gambe iniziano a girare con il ritmo giusto, pronte per la prima vera sfacchinata nell'entroterra. Destinazione: Monte Revellone. La mattina inizia sotto il cielo lindo, ma le previsioni (che ho saggiamente guardato)  promettino poco di buono. Non non è certo qualche goccia di acqua a rovinare i miei piani. Gli scarponi mordono subito il sentiero per un lungo e articolato viaggio tra le pieghe di questi colli.

​Il tracciato si rivela una meraviglia selvaggia, un saliscendi continuo che per sette ore abbondanti mi fagocita dentro un paesaggio fatto di boschi fitti e silenziosi, picchi rocciosi che spuntano all'improvviso e antichi eremi incastonati nella pietra, dove l'aria sa di storia e di isolamento totale. Tutto perfetto, se non fosse che a un certo punto la natura decide di ricordare a tutti chi comanda: il cielo si chiude completamente e inizia a piovere. Non sapendo bene quanta acqua avesse intenzione di scaricare e non avendo troppa voglia di testare la tenuta stagna di kwaino + pantaloni corti + scarpe basse sotto un diluvio universale, decido che è il momento di cambiare marcia. Il ritorno, che per non farsi mancare nulla si sviluppa tutto in salita, si trasforma così in una marcia forzata a ritmo serrato. Esattamente come nelle versioni di latino. Spingo forte sulle gambe, il fiato si fa corto, ma alla fine riesco a chiudere l'anello portando a casa la bellezza di oltre 28 chilometri. Un chilometraggio da maratona di montagna fatto a passo decisamente svelto, con i muscoli caldi che quasi ringraziano per la strigliata.

Il pomeriggio, nonostante sia zuppo come una spugna usata in piscina, prende una piega decisamente più rilassata, soprattutto perché in macchina ho un ombrello. Mi sposto di pochi chilometri per una piccola visita alla vicina Cupramontana. Se Jesi è la regina dei castelli, qui ci si trova nel cuore pulsante del Verdicchio. Il borgo accoglie con quella tipica quiete collinare, fatta di vicoli in pietra, palazzi storici che si affacciano su piazze ordinate e una vista pazzesca  anche se diobono piove. Passeggiare senza l'assillo del cronometro tra le sue stradine è il contrappeso perfetto alla faticata della mattina. Un caffè, quattro passi per respirare l'aria di questa capitale del vino e poi si rigira la macchina verso la base. Un'altra giornata da incorniciare è passata, e i monti marchigiani continuano a non deludere le aspettative.

Album fotografico Monte Revellone e Cupramontana