lunedì 29 giugno 2026

Scorpions - Virgin Killer

 

Artista: Scorpions
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: vinile 
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Con gli Scorpions il punto di partenza è stato lo stesso per quasi tutti quelli della mia generazione: Wind of Change. Quella fischiettata, quella melodia sospesa tra la caduta del muro di Berlino e un'idea romantica di cambiamento storico che nel 1990 o nel 2000 riusciva a farti venire i brividi anche se avevi dieci anni o finivi il liceo e non capivi ancora bene cosa stesse succedendo in Europa. Ma la curiosità di andare oltre i singoli mi ha portato a scavare, e alla fine sono arrivato a Virgin Killer, il quarto album, quello che più di tutti ha definito il loro suono.

Della copertina originale mi sono perso la diatriba, perché quando acquistai il vinile esisteva solo quella sostitutiva con la band in posa. E forse è meglio così, considerando che l'originale, raffigurante una bambina di dieci anni in un modo che la stessa band ha poi rinnegato con imbarazzo, ha continuato a generare polemiche per decenni: basta sapere che nel 2008 la Internet Watch Foundation britannica aveva inserito alcune pagine di Wikipedia in una blacklist per via di quell'immagine, e che il chitarrista Uli Jon Roth ha dichiarato di vergognarsi tutt'oggi di averla approvata. L'etichetta, la RCA, spinse per quella scelta contando sulla controversia come strumento di promozione. Funzionò, nel senso peggiore possibile.

Il disco, però, è un'altra storia. È il primo album degli Scorpions ad attirare attenzione fuori dall'Europa, e si sente perché: il suono è più pesante e definito rispetto agli esordi psichedelici, con il chitarrista Uli Jon Roth al massimo della sua forma creativa. Pictured Life apre con un'energia diretta e una melodia che resta subito in testa, uno dei classici assoluti del primo periodo della band. Catch Your Train è velocissima, pura energia da hard rock anni Settanta. Crying Days è il momento più malinconico e gotico del disco, una perla lenta e densa che richiede qualche ascolto per essere capita fino in fondo. La title track è costruita su un riff pesante e ribassato, con Roth che costruisce sopra sequenze di scale da brividi. Yellow Raven chiude il disco in modo quasi psichedelico, un residuo del suono delle origini che non stona affatto nel contesto.


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