giovedì 12 marzo 2026

Manowar - Hail To England

 

Artista: Manowar
Anno: 1984
Tracce: 7
Formato: CD 
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C'è una confessione da fare prima di parlare dei Manowar: non è facile ammetterlo. Sono una band sopra le righe in modo quasi imbarazzante: le pose, i testi, l'estetica tutta muscoli e spade, la retorica del metal vero contrapposto al resto del mondo. Eppure ho una buona fetta della loro discografia, e non me ne sono mai liberato. Quindi tanto vale essere onesti.

Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.

Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.

Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.

Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.

mercoledì 11 marzo 2026

Blind Guardian - The Forgotten Tales



 Artista: Blind Guardian
Anno: 1996
Tracce: 13
Formato: CD 
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Seguendo la discografia dei Blind Guardian in ordine, dopo Imaginations From The Other Side mi sono ritrovato davanti a The Forgotten Tales, e la prima reazione è stata un momento di disorientamento. Non è un album di inediti: è una raccolta di cover e brani precedentemente pubblicati solo su singoli o edizioni limitate, uscita nel 1996 come intermezzo tra due dischi importanti. Uno di quei lavori che nelle discografie occupano uno spazio strano, a metà tra il regalo ai fan e il riempitivo.

Il punto di partenza, però, era favorevole: ho sempre avuto un debole per le cover. Quando una band sceglie di reinterpretare qualcosa di altrui, si capisce molto di come pensa alla musica, cosa la muove, cosa ha ascoltato nel tempo. E i Blind Guardian in questo senso non si risparmiano: la scaletta spazia da Surfin' U.S.A. dei Beach Boys a Mr. Sandman, passando per Spread Your Wings dei Queen e The Wizard dei Black Sabbath. Già solo guardare l'elenco fa capire quanto sia volutamente spiazzante, quasi una dichiarazione d'intenti: ci piace tutto, lo facciamo a modo nostro.

E in effetti quella è la chiave per apprezzare il disco. I Blind Guardian non si limitano a eseguire le cover in modo fedele, le reinterpretano con la loro cifra stilistica, cori massicci, arrangiamenti potenti, quella teatralità che li caratterizza. Sentire Surfin' U.S.A. trasformata in power metal è un'esperienza che fa sorridere ma funziona, perché non c'è ironia gratuita: c'è genuino entusiasmo. Lo stesso vale per i brani originali inediti e le versioni alternative presenti nel disco, che mostrano la band in una veste più rilassata, meno monumentale, quasi in modalità "retroscena".

Non è il disco con cui iniziare ad ascoltare i Blind Guardian, e probabilmente nemmeno il più importante della loro carriera. Ma una volta entrati nel loro mondo (dopo Imaginations e Nightfall in Middle-Earth) ha il suo senso preciso: è la finestra sul lato più giocoso e libero di una band che di solito si muove tra epopee tolkeniane e architetture sonore elaborate. E questo, alla fine, lo rende un ascolto piacevole anche per chi, come me, si era avvicinato con qualche riserva.

martedì 10 marzo 2026

Iron Maiden - Somewhere In Time



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD 
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Somewhere in Time arriva nel 1986, due anni dopo Powerslave, e segna un cambio di rotta abbastanza netto rispetto a quanto i Maiden avevano costruito fino a quel momento. La prima cosa che colpisce, ancora prima di mettere su il disco, è la copertina: Derek Riggs porta Eddie in un futuro distopico e cyberpunk, tra neon, ologrammi e skyline fantascientifici. Per chi ama la fantascienza è un invito immediato, quasi una promessa di quello che troverà dentro. La novità principale, e anche la più discussa, è l'ingresso massiccio delle chitarre sintetizzate: Steve Harris e Dave Murray le usano per costruire tappeti sonori, atmosfere, tessiture che nell'heavy metal classico non avevano molto spazio. Per qualcuno fu un tradimento, per altri un'evoluzione. Per me è semplicemente uno dei tratti che rendono questo disco riconoscibile e, a modo suo, unico nella discografia della band. Inoltre io li ho ascoltati almeno una decina (se non di più) di anni dopo l'uscita, quindi ero già preparato a certe sonorità. 

Non è il disco più immediato dei Maiden. Non ha l'esplosione frontale di Aces High né la monumentalità di Rime of the Ancient Mariner. Qui il gioco è diverso: l'album ti entra dentro gradualmente, costruisce strati, ti chiede un po' più di pazienza prima di restituire quello che ha da dare. E quelle sonorità più moderne, quelle tastiere e quei synth che a primo impatto potevano sembrare estranei al mondo Maiden, alla fine si rivelano coerenti con l'immaginario del disco: quasi una colonna sonora di quella città futuristica in copertina. L'apertura con Caught Somewhere in Time è già un segnale: il riff sintetico in intro potrebbe disorientare chi si aspettava il solito attacco diretto, ma poi la chitarra di Adrian Smith e Murray si fa largo e il disco prende quota. Wasted Years, scritta da Smith, è forse il brano più radiofonico che i Maiden abbiano mai pubblicato in quel periodo, e non è un difetto: è un pezzo che funziona a qualsiasi volume, con un ritornello che resta addosso senza chiedere permesso. Heaven Can Wait ha quel coro da stadio quasi insolente, il tipo di brano pensato per essere cantato da diecimila persone all'unisono.

Il disco vive però anche di momenti più oscuri e profondi. Sea of Madness e The Loneliness of the Long Distance Runner  ispirata al romanzo di Alan Sillitoe  mostrano una band capace di usare la complessità senza appesantire. E poi c'è Alexander the Great, l'epica conclusiva di oltre otto minuti dedicata ad Alessandro Magno: un brano che, come già Rime of the Ancient Mariner o To Tame a Land, dimostra che i Maiden sanno raccontare storie, costruire archi narrativi, fare del metal qualcosa che ha a che fare anche con la storia e la letteratura.

Somewhere in Time non è il mio Maiden preferito in assoluto , ma è un disco che rispetto molto, e che ogni riascolto rivela qualcosa di nuovo. È la prova che una band al vertice del proprio successo può permettersi di rischiare senza perdere se stessa.

lunedì 9 marzo 2026

Aggiornamento OxygenOS 14 (LE2123 B40P02)

 
Ancora una volta il postino di OnePlus bussa alla porta del 9 Pro. Questa volta arriva la build B40P02 (BRB1GDPR), 215 MB da scaricare, e per una volta le note di rilascio hanno qualcosa di concreto da raccontare.
Sul fronte Foto, le novità si sentono. Le animazioni nella schermata di navigazione delle immagini diventano più fluide quando si scorre su e giù — piccola cosa, ma uno di quei dettagli che si nota ogni giorno senza sapere bene perché. Più sostanzioso il ritocco all'editor video, che adesso supporta taglio, divisione, unione di clip, musica, testo, regolazione della velocità e ritaglio. Tutto in un posto solo. Non sarà Final Cut Pro, ma per chi vuole mettere insieme un video al volo senza installare app di terze parti, è un bel passo avanti.
Per la Protezione dati privati invece arrivano due miglioramenti che fanno comodo: aggiungere file alla cartella sicura è più veloce di prima, e finalmente si possono modificare immagini e video direttamente al suo interno senza doverli prima sbloccare. Meno passaggi, meno rischi di dimenticare qualcosa in giro.
E poi, come da tradizione: "Migliora la stabilità del sistema." La frase che non manca mai. A questo punto andrebbe quasi messa nel logo.
Il 9 Pro continua il suo lento e dignitoso invecchiamento assistito. Non è più giovane, ma OnePlus continua a non abbandonarlo — e questo, nel panorama Android, vale ancora qualcosa.

domenica 8 marzo 2026

Fine Gitina a Montelupo Fiorentino

 
Terminano oggi questi piccoli tre giorni intensi della mini Gitina. Resto a Montelupo Fiorentino con La Volpe in una giornata abbastanza intensa che ci vede impegnati in piccole gioie quotidiane. Tipo la colazione, giocare alla play station, andare a fare la fila alla Coop e godersi un bel pranzo cercando di salvare una pianta di bambù con l'aiuto di VIKI. Ma c'è anche un lato molto sportivo in tutto questo. Anzi tre: passeggiata mattutina, esercizi di ginnastica al campo e un breve trekking in campagna. Insomma, a tutto tondo. 

Album fotografico Montelupo Fiorentino 

sabato 7 marzo 2026

Juventus 4 - Pisa 0

 
Eh eh eh, dopo aver visto la partita del figlio di Volpe (che ha 14 anni) riesco anche a spostare l'attenzione sulla partita della Juventus. Ed il primo tempo ha la stessa qualità di quella vista nel pomeriggio. Poi Spalletti fa la magia: toglie la nostra unica punta, tale David, e tutto cambia. I gol arrivano a raffica. Un bel poker alla nuova squadre di Quadrado.

Firenze e Henri de Toulouse-Lautrec

 
Stessa stagione (fa un caldo boia) , stessa regione (qui va proprio di moda ) , stesso periodo storico: anche al Museo degli Innocenti di Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, la Belle Époque è protagonista. La mostra si intitola Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque, e se vi interessa è aperta fino a giugno. 

Henri de Toulouse-Lautrec  è una figura diversa da Boldini, per biografia e per poetica. Nobile di famiglia, colpito da una malattia genetica che ne compromise la crescita e lo lasciò con un'altezza di poco più di un metro e mezzo (quindi mi sta decisamente simpatico) , trovò il suo mondo nella Parigi notturna di Montmartre: il Moulin Rouge, i café-concert, le ballerine, le prostitute, i chansonnier. Non li dipingeva dall'esterno, con l'occhio del voyeur affascinato, ma dall'interno, da frequentatore abituale. È quella differenza che si sente nel suo lavoro: c'è ironia, c'è affetto, c'è anche uno sguardo sul lato oscuro di quel mondo scintillante. La sua innovazione più riconoscibile sono i manifesti litografici come Jane Avril, Aristide Bruant nel suo cabaret, la Troupe de Mademoiselle Églantine, opere che hanno di fatto inventato la grafica pubblicitaria moderna e che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, sono immediatamente riconoscibili.

La mostra raccoglie oltre 170 opere, tra manifesti, litografie, dipinti e disegni, in parte provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi e in parte da una collezione privata di Amburgo. L'allestimento punta sull'immersività: arredi d'epoca, fotografie, video e costumi ricostruiscono l'atmosfera dei locali notturni parigini di fine Ottocento. Ci sono anche opere di artisti coevi tipo Alphonse Mucha, Paul Berthon che aiutano a inquadrare Lautrec in un contesto più ampio, quello di una Parigi in cui l'arte stava letteralmente invadendo la strada.

Come già a Lucca con Boldini, anche qui la Belle Époque non è il mio pane quotidiano. Ma Toulouse-Lautrec ha qualcosa in più rispetto alla media del periodo: quella capacità di guardare ai margini senza estetizzarli troppo, di trovare umanità dove altri avrebbero trovato solo decorazione. Vale la visita  e non solo per togliersi lo sfizio, come la schiacciatina dell'Antico Vinaio, che per la prima volta nella mia vita son riuscito ad assaggiare.

venerdì 6 marzo 2026

Lucca e Giovanni Boldini

 
Weekend lungo per il vecchio Jack, che a cavallo di Ondino arriva alla stazione e trova il mitico Ludo. Condivido in treno con lui tutto il viaggio fino a Lucca e ci aggiorniamo avvicendevolmente sugli ultimi risvolti piombinesi e dei piombinesi. Arrivato in città faccio un giro e poi mi dirigo subito verso la mostra, meta della mia missione artistica. 

Giovanni Boldini è uno di quegli artisti che in Toscana non si può ignorare,l. Ferrarese di nascita, si forma a Firenze a contatto con i Macchiaioli, quella corrente di pittori italiani che a metà Ottocento rompeva con l'accademismo dipingendo en plein air, per macchie di colore e luce e poi se ne va a Parigi, dove diventa il ritrattista più ricercato della Belle Époque. Il suo nome è quasi sinonimo di quell'epoca: frivola, elegante, scintillante e, come tutte le epoche del genere, inconsapevole di quanto poco le restasse.

La mostra alla Cavallerizza di Piazzale Verdi,  si intitola La seduzione della pittura e raccoglie oltre cento opere tra olii su tela e pastelli, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il paese, comprese le Gallerie degli Uffizi e il Museo Boldini di Ferrara. Il percorso è diviso in sezioni che seguono l'evoluzione dell'artista: dai primi anni fiorentini, ancora vicini ai Macchiaioli, fino alla stagione parigina in cui Boldini abbandona definitivamente gli schemi della ritrattistica ufficiale e inventa qualcosa di nuovo: figure femminili in posizioni serpentine, pennellate lunghe e veloci che sembrano sciabolate, corpi che sembrano muoversi ancora sulla tela. È riconoscibile a colpo d'occhio, nel bene e nel male.

In mostra ci sono anche opere di contemporanei con cui Boldini condivise frequentazioni e affinità: De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Signorini. Nomi che per chi non vive nel mondo dell'arte ottocentesca italiana possono dire poco, ma che servono a inquadrare una stagione pittorica più ampia, in cui l'Italia cercava un suo posto nella modernità europea. Boldini quel posto se lo trovò, a modo suo, diventando il pittore preferito dell'alta borghesia e dell'aristocrazia internazionale. Che poi sia un merito o un limite, dipende dai punti di vista.

Personalmente la Belle Époque non è il mio periodo preferito, ma in Toscana le mostre su questo periodo si moltiplicano da qualche tempo, segno che il pubblico risponde bene. Quindi o queste o Pomì.

La giornata lucchese si conclude con un altro mitico incontro: mi vedo con Musampa che mi porta un po' a giro per la città prima di rimontare in treno e proseguire la mia avventura verso Montelupo.

Album fotografico Lucca e Giovanni Boldini 

giovedì 5 marzo 2026

Tullio Avoledo - Mare Di Bering

 Mare di Bering
Autore: Tullio Avoledo
Anno: 2003
Titolo originale: Mare Di Bering
Pagine: 398
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 Un magnate del Nord-Est vuole a tutti i costi procurare una laurea ad honorem alla giovane amante. Si rivolge a Mika, il protagonista, che di professione procura tesi preconfezionate a studenti inguaiati. Il ragazzo non sa che pesci pigliare e alla fine incarica due malavitosi, suoi vicini di casa, di minacciare Aurelio Scarfatti, giovane professore di diritto alle università di Bologna e di Urbino, affinché faccia ottenere all'illustre raccomandata la laurea ad honorem. Ma Mika non sa che quei due stessi malavitosi hanno ricevuto l'incarico di farlo fuori, o almeno punirlo severamente, da uno studente insoddisfatto della tesi acquistata. Né i due malavitosi sanno che la persona per cui lavorano è la stessa che devono punire.
 
Commento personale e recensione:
 
Trovare una copia di Mare di Bering non è stato semplice. Non c'era in digitale, non si trovava in libreria, e alla fine ho ripiegato su una copia usata. Una piccola caccia, che già di per sé dice qualcosa su quanto Avoledo fatichi a restare accessibile nonostante la qualità della sua scrittura.

Il romanzo è il secondo della sua produzione, uscito nel 2003 dopo L'elenco telefonico di Atlantide, e pur non ritrovando  Giulio Rovedo, il protagonista già conosciuto nel primo libro. abbiamo un personaggio quasi simile, con la sua antipatia di fondo, quella capacità di filtrare il mondo con un cinismo tagliente che non cerca la simpatia del lettore e non la ottiene, almeno da parte mia. Eppure funziona, perché è coerente, e Avoledo lo sa usare bene come lente narrativa.

La prolissità che avevo già notato nell'esordio è ancora qui, con tutte le digressioni e le dilatazioni che la caratterizzano, nel bene e nel male. È uno stile che richiede pazienza ma che quando ingrana ha una sua logica, un suo ritmo. Il problema, semmai, sta altrove: il romanzo ha una struttura ucronica, ovvero ambientata in una linea temporale leggermente alterata rispetto alla nostra. E qui mi sono fatto una domanda che non sono riuscito a togliermi dalla testa: perché? Perché la scelta ucroníca? Le modifiche rispetto alla realtà sono poche, inserite quasi di passaggio nei dialoghi tra personaggi, accennate più che costruite, e non cambiano nulla di sostanziale alla storia. Sarebbe cambiato qualcosa se il romanzo fosse stato ambientato nella nostra linea temporale? Probabilmente no. L'ucronia, che di solito serve a spostare il piano della realtà per dire qualcosa di diverso su di essa, qui sembra più un vezzo che una scelta narrativa consapevole. Un'etichetta appesa su una storia che avrebbe funzionato benissimo senza.

Detto questo, come già con Come si uccide un gentiluomo, la lettura non è stata male. C'è tanta carne al fuoco, forse troppa, ma Avoledo sa come tenerti dentro la storia anche quando ti fa girare in tondo. E alla fine vai avanti, quasi senza accorgertene.

mercoledì 4 marzo 2026

Korn - Life Is Peachy

 

Artista: Korn
Anno: 1996
Tracce: 14
Formato: CD 
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Life Is Peachy arriva dopo che il primo album mi aveva già fatto capire che i Korn erano qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo. Non amavo il nu metal, non lo amavo in modo attivo (lo guardavo con il distacco di chi viene da altri ascolti e fatica a prendere sul serio certe pose) . Eppure con quel disco omonimo avevano già fatto breccia, e quando mi sono messo ad ascoltare la loro discografia in sequenza, Life Is Peachy è arrivato come logica conseguenza, quasi senza che me ne accorgessi.

È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.

Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.

Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.

Pink Floyd - Meddle

 The lower half of a right ear underwater.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1971
Tracce: 6
Formato: CD
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I Pink Floyd sono uno di quei nomi che tutti dicono di conoscere. Tutti hanno canticchiato almeno una volta Another Brick in the Wall, tutti credono di sapere cosa sia The Wall, e quasi tutti associano la band a un paio di dischi monumentali degli anni Settanta. Poi però esiste Meddle, e lì le certezze iniziano a vacillare. Perché molti conoscono One of These Days o Echoes, ma pochi hanno davvero attraversato tutto l’album. Io mi inserisco tra quelli che conoscono marginalmente i Pink Floyd, ma ho cercato di seguirne il percorso e così mi si è aperto un mondo. 

Pubblicato nel 1971 e registrato in momenti diversi, tra studi e soluzioni tecniche differenti, Meddle è un disco che vive proprio di questa varietà. Non è ancora il Pink Floyd levigato e concettuale di The Dark Side of the Moon, ma non è più nemmeno la pura psichedelia degli esordi (che io scoprirò in seguito, con meno passione). È un punto di equilibrio, una terra di mezzo dove la band sperimenta senza ancora irrigidirsi in una formula definitiva.

L’apertura con One of These Days è magnetica: quel basso pulsante, quasi minaccioso, sembra arrivare da un futuro lontano rispetto al 1971. È un brano che molti collocano mentalmente più avanti nel tempo, tanto è moderno nell’impatto. Poi il disco cambia pelle: A Pillow of Winds è una ballata delicata, sospesa, mentre Fearless si chiude con il coro dei tifosi del Liverpool, scelta tanto insolita quanto perfettamente integrata nel flusso dell’album.

E poi c’è Echoes. Ventitré minuti abbondanti che occupano un intero lato del vinile originale e che rappresentano uno dei momenti più alti della loro carriera. Non è solo una suite: è un viaggio sonoro che attraversa atmosfere liquide, passaggi inquietanti, esplosioni psichedeliche e ritorni melodici di una bellezza quasi struggente. Non si preoccupa minimamente della durata radiofonica, e proprio per questo oggi suona ancora libera, quasi ribelle.

Quello che apprezzo di Meddle è la sua natura non del tutto celebrata. Non è il disco che viene citato per primo quando si parla dei Pink Floyd, ma è forse quello che meglio racconta la loro trasformazione. È creativo senza essere presuntuoso, sperimentale senza perdere calore, tecnico ma mai freddo.

Riascoltarlo significa rendersi conto che ridurre i Pink Floyd a due o tre brani iconici è un errore comodo ma superficiale. Meddle è il suono di una band che sta costruendo il proprio linguaggio definitivo, pezzo dopo pezzo. Non è solo un passaggio verso qualcosa di più grande: è già grande di per sé, basta avere la pazienza di ascoltarlo davvero.

martedì 3 marzo 2026

Savatage - Power Of The Night

 

Artista: Savatage
Anno: 1985
Tracce: 10
Formato: CD 
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Da grande estimatore dei Savatage, Power of the Night è stato uno di quegli album arrivati dopo, quando ormai il mio cuore era già pienamente conquistato dai lavori degli anni Novanta. Non è stato un colpo di fulmine iniziale, ma un tassello che ho voluto aggiungere con convinzione alla mia collezione, per dare completezza a un percorso che sentivo mio.

Rispetto a Sirens il salto è evidente. Qui la band suona più compatta, più consapevole, decisamente più matura. C’è ancora quell’energia ruvida e notturna degli esordi, ma è incanalata meglio, strutturata con maggiore attenzione. Le canzoni non sono più solo istinto e velocità, ma iniziano ad avere una forma più definita, una direzione più chiara.

L’anima heavy metal è ancora centrale, con riff diretti e un’impostazione che guarda alla scena americana dell’epoca, ma già si percepiscono quei semi melodici e quella vena drammatica che esploderanno pienamente negli anni successivi. È come osservare un artista nel momento in cui sta trovando la propria identità, ancora legato alle radici ma pronto a qualcosa di più ambizioso.

Non è l’album dei Savatage che ho ascoltato di più, e non è quello che associo immediatamente al mio legame con loro. Però è stato un compagno musicale onesto, solido, capace di accompagnarmi senza mai sembrare un riempitivo. Ogni volta che lo rimetto su ritrovo quella dimensione più diretta, meno orchestrale, meno concettuale, ma comunque sincera.

Power of the Night non rappresenta il vertice creativo della band, almeno non per me, ma è un passaggio fondamentale. È il ponte tra l’irruenza degli inizi e la maturità compositiva che li renderà unici negli anni a venire. E proprio per questo, pur non avendolo consumato come altri loro dischi, lo considero una presenza necessaria nella mia storia con i Savatage.

13 Peccati (2014)

 
Regia: Daniel Stamm
Anno. 2014
Titolo originale: 13 Sins
Voto e recensione: 4/10 
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Se c’è una cosa che 13 Peccati fa benissimo è farti dire: “Ok, adesso voglio vedere dove va a parare questa follia”. E nella prima parte ci riesce davvero.
Il film è il remake americano di un’opera thailandese, diretto da Daniel Stamm e interpretato da Mark Webber, che qui veste i panni di un uomo qualunque con una vita che definire complicata è poco: problemi economici, lavoro precario, responsabilità familiari che pesano come macigni. Poi arriva la telefonata. Un gioco. Tredici prove. Ogni prova superata, soldi. Sempre di più. Sempre peggio.
L’idea non è originalissima, diciamolo subito. Il meccanismo del “gioco perverso” che costringe il protagonista a oltrepassare progressivamente limiti morali lo abbiamo visto diverse volte, e si sente. Però funziona. Funziona perché la prima metà è costruita con un crescendo intelligente: ogni sfida è più disturbante della precedente, ma resta ancora in una zona di plausibilità. Ti chiedi cosa faresti tu. Ti immedesimi. E lì il film ti tiene.
C’è una tensione quasi da thriller sociale, con quel sottotesto sulla disperazione economica che rende il tutto più amaro. Non è solo voyeurismo della crudeltà: è la tentazione del denaro facile quando sei con le spalle al muro. E questo aggancio emotivo regge bene.
Il problema arriva dopo.
Quando la storia decide di alzare la posta in modo esagerato. Quando la sospensione dell’incredulità viene stirata fino a spezzarsi. Le prove diventano sempre più improbabili, l’organizzazione dietro al gioco assume contorni quasi onnipotenti, e i colpi di scena iniziano a sembrare inseriti più per scuotere lo spettatore che per vera necessità narrativa.
Si passa da “potrebbe succedere” a “ma dai, seriamente?”.
E lì qualcosa si rompe. Non perché il film diventi improvvisamente inguardabile, ma perché perde quella forza iniziale, quel senso di inquietudine concreta. Il finale prova a rilanciare con twist e rivelazioni, ma il risultato è più artificiale che sconvolgente. Sembra voler strafare quando invece avrebbe funzionato molto meglio restando più asciutto, più crudele nella sua semplicità.
Resta comunque un thriller che si lascia guardare, con un ritmo solido e un’idea di base intrigante. Non rivoluziona nulla, non lascia un segno profondo, ma per buona parte del tempo riesce a farti stare incollato allo schermo. E in un genere inflazionato, non è poco.
Peccato solo che, arrivato al momento decisivo, scelga la strada più rumorosa invece di quella più intelligente. 

lunedì 2 marzo 2026

Nirvana - Bleach

 Color-reversed image of a band playing on a studio. The band's name and the album title are visible in the top center and lower center respectively.
Artista: Nirvana
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: CD
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Bleach è stato l’ultimo album dei Nirvana che ho acquistato, nonostante sia il primo in ordine cronologico. L’ho preso per completezza, quasi per chiudere un cerchio, dopo essere passato attraverso l’impatto di Nevermind e la tensione ruvida di In Utero. Ed è probabilmente quello che conosco meno, quello che ho ascoltato con meno ossessione, forse perché arrivato tardi nel mio percorso con loro.

Qui dentro c’è un’altra band rispetto a quella che avrebbe cambiato gli anni Novanta. Bleach è più grezzo, più diretto, più figlio dell’underground e meno consapevole del proprio potenziale. Si sente l’influenza del punk e di un certo rumore abrasivo che non cerca melodie memorabili, ma impatto immediato. È un disco che non fa sconti e non ha ancora quell’equilibrio tra rabbia e orecchiabilità che renderà i Nirvana universali.

Brani come About a Girl lasciano già intravedere qualcosa di diverso, una sensibilità melodica che si svilupperà meglio in seguito, ma nel complesso l’album resta ruvido, quasi monocromatico. Le chitarre sono sporche, la produzione è essenziale, la batteria picchia senza troppi fronzoli. È un suono crudo, coerente con il contesto da cui proviene.

Forse proprio perché l’ho scoperto dopo gli altri due, Bleach non ha mai avuto su di me l’effetto rivelazione. Non è il disco che associo a un momento preciso della mia vita, né quello che mi ha fatto cambiare prospettiva su di loro. È piuttosto un tassello necessario, un capitolo iniziale che aiuta a capire da dove tutto è partito.

Eppure, riascoltandolo, c’è un fascino particolare in questa versione ancora acerba dei Nirvana. È come osservare una fotografia prima che venga messa a fuoco definitivamente. Non è il loro vertice creativo, almeno per me, ma è un documento sincero, diretto, privo di sovrastrutture. Un album che completa il quadro e che, pur non essendo quello che ascolto di più, resta fondamentale per comprendere davvero la loro traiettoria.

domenica 1 marzo 2026

L'Illusione Perfetta - Now You See Me: Now You Don't (2025)

 
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2025
Titolo originale:  Now You See Me: Now You Don't
Voto e recensione: 2/10
Pagina di IMDB (5.9)
Pagina di I Check Movies
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Ci risiamo. Pensavo che dopo il secondo capitolo avessimo toccato il fondo, e invece Now You See Me: Now You Don’t riesce nell’impresa quasi commovente di scavare ancora. Se il primo film  aveva il merito di essere un giocattolone furbo, patinato e con un ritmo che copriva le crepe, qui siamo davanti a un’operazione stanca, rumorosa e sorprendentemente svogliata. E sì, è davvero peggiore perfino di Now You See Me 2, che già non brillava per coerenza narrativa.
La trama è talmente fragile che sembra scritta su un tovagliolino durante una pausa pranzo particolarmente distratta. Colpi di scena che non sorprendono, motivazioni dei personaggi che cambiano a seconda delle esigenze della scena, svolte narrative che arrivano senza essere preparate. Non è nemmeno il classico caso di “film leggero che non si prende sul serio”: qui il problema è proprio strutturale. Sembra che ogni sequenza viva di vita propria, come sketch slegati cuciti insieme in post-produzione. Il risultato è un racconto che non scorre, non coinvolge, non costruisce tensione. Ti ritrovi a guardare lo schermo con la sensazione costante che manchi qualcosa. E infatti manca: un’idea.
Il primo Now You See Me giocava con l’illusione e con il fascino del trucco cinematografico, trasformando la magia in spettacolo pop. Qui la magia diventa un pretesto svuotato, un filtro glitterato per coprire buchi enormi. Le forzature sono talmente evidenti che quasi ci si aspetta che uno dei protagonisti si giri verso la camera e dica: “Tranquilli, è solo cinema”. Ma nemmeno l’autoironia salva il disastro. Ogni scena sembra urlare “guardate quanto siamo furbi”, quando in realtà tutto appare prevedibile e meccanico.
Il ritmo è schizofrenico: si passa da spiegoni imbarazzanti a sequenze d’azione confusionarie, senza che ci sia un vero crescendo. I personaggi, che nel primo film avevano almeno un minimo di carisma , qui diventano figurine. Entrano, escono, fanno cose improbabili, pronunciano battute che dovrebbero essere brillanti ma restano sospese nel vuoto. Non c’è empatia, non c’è tensione, non c’è nemmeno quel minimo di divertimento da blockbuster scanzonato. Solo una sensazione crescente di tempo che scorre inutilmente.
La cosa che irrita di più non è nemmeno la bruttezza in sé. È la sciatteria. Sembra un prodotto concepito esclusivamente per sfruttare un marchio, senza alcuna reale voglia di raccontare qualcosa. E questo, al netto di budget, effetti speciali e cast, è imperdonabile. Perché il cinema commerciale può essere leggero, può essere esagerato, può essere sopra le righe. Ma non può essere vuoto.
Uscendo (o spegnendo, che forse è la scelta più saggia) resta quella fastidiosa sensazione di aver assistito a uno spreco collettivo: di tempo per chi guarda e di risorse per chi produce. Non è nemmeno il classico “film brutto ma divertente”. È semplicemente un film che non funziona. E quando un film che parla di illusioni riesce a far sparire solo la pazienza dello spettatore, forse il trucco è davvero riuscito male.

 
 

Via dei Cavalleggeri con Maremma Trek


 Articolino veloce per il trekking odierno che mi vede nuovamente sul Promontorio di Piombino, Per la prima volta vado in gruppo, con Maremma Trek, visto che negli ultimi mesi ero stato fermo per varie vicissitudini e mi sono ritrovato in questa domenica alle porte  della primavera per un'escursione alle porte di casa. Sessantesima uscita con David ed è sempre un successo. Solitamente per comodità logistica questo anello lo inizio da Calamoresca, ma oggi siamo partiti dal reciso. Prima tappa la sempre splendida Buca delle Fate, per poi spostarci a  Cala San Quirico e Fosso alle Canne. Pausa pranza a Calamoresca e ripartenza dal crinale per concludere anche in tempi veramente buoni per essere in gruppo.