
Autore: Tullio Avoledo
Anno: 2003
Titolo originale: Mare Di Bering
Pagine: 398
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Un magnate del Nord-Est vuole a tutti i costi procurare una laurea
ad honorem alla giovane amante. Si rivolge a Mika, il protagonista, che
di professione procura tesi preconfezionate a studenti inguaiati. Il
ragazzo non sa che pesci pigliare e alla fine incarica due malavitosi,
suoi vicini di casa, di minacciare Aurelio Scarfatti, giovane professore
di diritto alle università di Bologna e di Urbino, affinché faccia
ottenere all'illustre raccomandata la laurea ad honorem. Ma Mika non sa
che quei due stessi malavitosi hanno ricevuto l'incarico di farlo fuori,
o almeno punirlo severamente, da uno studente insoddisfatto della tesi
acquistata. Né i due malavitosi sanno che la persona per cui lavorano è
la stessa che devono punire.
Commento personale e recensione:
Il romanzo è il secondo della sua produzione, uscito nel 2003 dopo L'elenco telefonico di Atlantide, e pur non ritrovando Giulio Rovedo, il protagonista già conosciuto nel primo libro. abbiamo un personaggio quasi simile, con la sua antipatia di fondo, quella capacità di filtrare il mondo con un cinismo tagliente che non cerca la simpatia del lettore e non la ottiene, almeno da parte mia. Eppure funziona, perché è coerente, e Avoledo lo sa usare bene come lente narrativa.
La prolissità che avevo già notato nell'esordio è ancora qui, con tutte le digressioni e le dilatazioni che la caratterizzano, nel bene e nel male. È uno stile che richiede pazienza ma che quando ingrana ha una sua logica, un suo ritmo. Il problema, semmai, sta altrove: il romanzo ha una struttura ucronica, ovvero ambientata in una linea temporale leggermente alterata rispetto alla nostra. E qui mi sono fatto una domanda che non sono riuscito a togliermi dalla testa: perché? Perché la scelta ucroníca? Le modifiche rispetto alla realtà sono poche, inserite quasi di passaggio nei dialoghi tra personaggi, accennate più che costruite, e non cambiano nulla di sostanziale alla storia. Sarebbe cambiato qualcosa se il romanzo fosse stato ambientato nella nostra linea temporale? Probabilmente no. L'ucronia, che di solito serve a spostare il piano della realtà per dire qualcosa di diverso su di essa, qui sembra più un vezzo che una scelta narrativa consapevole. Un'etichetta appesa su una storia che avrebbe funzionato benissimo senza.
Detto questo, come già con Come si uccide un gentiluomo, la lettura non è stata male. C'è tanta carne al fuoco, forse troppa, ma Avoledo sa come tenerti dentro la storia anche quando ti fa girare in tondo. E alla fine vai avanti, quasi senza accorgertene.
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