domenica 14 dicembre 2025

Queen - The Miracle

 

Autore: Queen 
Anno: 1989
Tracce: 10
Formato: CD
Acquista su Amazon

Sono un po' all'antica e seguo ogni tanto su Youtube un certo Caravaggio che di musica ne sa e in brevi video riesce a raccogliere sempre la mia attenzione. Visto che ieri mi è capitato qualcosa sui Queen, ecco che mi è venuta voglia di scrivere una recensione su un loro album. Spesso li do per scontati. Anche con album come questo, di cui ho provato a cercare informazioni maggiori prima di buttare giù le mie solite due righe.

The Miracle esce nel 1989 e già dal titolo sembra voler dire tutto senza spiegare troppo. Un disco che oggi si ascolta con un nodo alla gola, ma che all’epoca provava a guardare avanti, a fare finta che andasse tutto bene. Spoiler: non andava affatto, ma i Queen erano bravissimi a trasformare la tensione in musica.

È un album figlio di un momento delicatissimo. Freddie Mercury è già malato, anche se ufficialmente non lo sa (o meglio, non lo dice), e la band decide di lavorare in modo diverso dal passato. Niente ego in copertina, niente brani attribuiti ai singoli membri: qui tutto è firmato semplicemente Queen. Una scelta non solo simbolica, ma quasi politica. Siamo una cosa sola, fino in fondo.

La copertina è forse uno degli elementi più affascinanti del disco. Quattro volti fusi in uno solo, ottenuti con una tecnica allora piuttosto innovativa. Il risultato è disturbante e magnetico allo stesso tempo: non sai dove finisce Mercury e dove inizia May, Taylor o Deacon. Ed è perfetta, perché racconta esattamente lo spirito dell’album: identità collettiva, unità forzata ma sincera, resistenza.

Musicalmente, The Miracle non è un disco rivoluzionario, e nemmeno pretende di esserlo. È piuttosto un lavoro di consolidamento, quasi una dichiarazione di sopravvivenza. I Queen recuperano il gusto per le melodie ampie, per i cori giganteschi, per quel pop-rock elegante che sanno maneggiare meglio di chiunque altro. Il suono è anni Ottanta fino al midollo, ma con una produzione più curata e meno plastificata rispetto a qualche passo falso precedente.

Gli aneddoti non mancano. Pare che l’atmosfera in studio fosse sorprendentemente serena, nonostante tutto. Freddie, già molto provato fisicamente, pretendeva normalità: lavorare, scherzare, creare. Nessuna autocommiserazione, nessun dramma plateale. Anzi, la band ricorderà spesso The Miracle come uno degli album più collaborativi e “democratici” della loro carriera. Possono sembrare frasi fatte, create per fare marketing, ma oggi se guardiamo la loro produzione nel complesso, queste non si distanziano dalla realtà.

Riascoltato oggi, il disco colpisce più per ciò che rappresenta che per quello che innova. È un album di transizione, certo, ma anche di dignità. I Queen non cercano di rincorrere mode né di riscrivere la propria storia. Si limitano – che poi “limitarsi” è una parola grossa – a essere se stessi, con eleganza e orgoglio.

Non è il loro capolavoro assoluto, e nemmeno vuole esserlo. The Miracle è un disco che parla sottovoce, ma dice cose importanti. È l’inizio della fine (una fine lontana ancora però), sì, ma anche la prova che i Queen, quando tutto stava per crollare, hanno scelto di restare uniti. E già questo, alla fine, è davvero un piccolo miracolo.


sabato 13 dicembre 2025

Incontro con Valerio Aiolli

 
Che si fa oggi? Giratina al tramonto per vedere il mare che si ruba il sole a Marina di Donoratico e poi in su verso Castagneto. Qui, al Bar enoteca Carducci, oltre che due calici di vino di Bolgheri possiamo partecipare ad un incontro letterario che si presta bene in una cornice invernale di un certo livello. Ospite della serata è Valerio Aiolli, noto scrittore fiorentino. Ho la fortuna ed il piacere di ascoltarlo mentre presenta il suo ultimo libro, Portofino Blues, un romanzo con una solida base che fa riferimento a fatti di cronaca avvenuti ad inizio nuovo millennio, Vi dice niente Francesca Vacca Augusta e la sua misteriosa scomparsa? Ecco, un avvenimento molto discusso all'epoca ed ancora in parte con diversi interrogativi irrisolti, che Aiolli ha voluto sviscerare e romanzare. Che dire, l'autore è risultato piacevole nella sua dialettica e si è prestato amichevolmente per un selfie con la redazione di VER, che sicuramente lo renderà ancora più noto e conosciuto. Da lì ci siamo spostati ad Pandemonium Puv, sempre a Castagneto Cartucci per una lezione sulle birre artigianali e sullo speed metal. Cultura a tutto tondo. 

mercoledì 10 dicembre 2025

Juventus 2 - Pafos 0

 
Seconda vittoria consecutiva in Champions, e meno male! Direi che sarebbe stata scontata, sebbene abbiamo sofferto abbastanza per raggiungere questo risultato. E se pensiamo al primo tempo la cosa non solo è preoccupante, ma addirittura vergognosa. Però le partite durano novanta minuti e bene o male c'è da dire che nonostante i rischi (hanno preso anche un palo gli avversari) la gara è stata indirizzata in attacco. Anche questo abbastanza scontato sulla carta visto che giocavamo in casa, visto che andava vinta per forza e visto che gli avversari neanche puoi dirli di conoscerli grazie alle partitelle di Sensible Soccer. Già perchè il Pafos, esiste dal 2014... Comunque a parte qualche disastro e disattenzione non sono mancate le azioni positive. Il secondo tempo onestamente è stato di gran lunga migliore del primo, e ci vuole poco, facendo arrivare quasi tranquillamente le due reti che attualmente ci portano in una zona quasi sicura della classifica. Per quasi sicura intendo che non stiamo più arrancando nelle ultime posizioni. Avanti e vediamo le prossime.

Tullio Avoledo - Come Si Uccide Un Gentiluomo


 
Autore: Tullio Avoledo
Anno: 2025
Titolo originale: Come Si Uccide Un Gentiluomo 
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 384
Acquista su Amazon (libro o ebook)

Trama del libro e quarta di copertina:
L’avvocato Vittorio Contrada, Controvento per gli amici, uomo senza peli sulla lingua e molto pelo sullo stomaco, ha cambiato vita. Lasciato il diritto societario per seguire soltanto cause ambientali o comunque “eticamente valide”, ha chiuso con i viaggi da sogno, gli affari milionari, i lussi indescrivibili e i polli da spennare, per rifugiarsi in uno studio sgarrupato con la sola compagnia di Gloria Almariva, collega combattiva e testarda ben lontana dallo stereotipo dell’avvocata di grido. Una cosa però è rimasta a Vittorio: la voglia di scontrarsi, e di vincere. Oltre alla passione per le belle donne e le auto d’epoca, ovviamente. Così, quando Valerio Del Zotto emerge dal suo passato per consegnargli una valigetta – la sua mitica ventiquattrore da cui uscivano sempre tesori o idee inestimabili – e poi morire poco dopo, Vittorio non può restare a guardare. C’è del marcio in quella ventiquattrore, su cui Vittorio si impegna a indagare insieme a Gloria. Il caso ha a che fare con un’isolata comunità montana e una spregiudicata speculazione edilizia, ma tra i fiumi che cambiano corso e le vallate presi - diate dalle ruspe si muovono poteri molto più grandi di quanto i due avvocati riescano a immaginare. Anche se a essere più pericolose a volte sono cose molto piccole, quasi insignificanti: cose come le idee.
Tra una Milano che sale vorticosa – eccessiva, spietata, ingiusta – e un Friuli edenico e fiero che qualcuno sta cercando di distruggere, Come si uccide un gentiluomo è un romanzo nerissimo e dolce, arrabbiato ed esilarante, tenero e feroce, che rispecchia alla perfezione il mondo di oggi: ugualmente pieno di inquietudine e speranza.

Commento personale e recensione:
Dopo essere rimasto colpito dall'esordio di Tullio Avoledo, ho deciso di proseguire il viaggio nella sua bibliografia saltando direttamente al suo lavoro più recente, Come si uccide un gentiluomo. C'è una dote che devo riconoscere subito all'autore: la capacità di immergere il lettore nella storia con uno stile narrativo incredibilmente preciso e realistico. Avoledo non si limita a raccontare la trama, ma costruisce un mondo tridimensionale fatto di dialoghi da bar, digressioni musicali e cinematografiche, e riferimenti all'attualità che rendono tutto estremamente tangibile. È una scrittura che vive di dettagli, tanto che mi ha strappato un sorriso trovare persino un aneddoto sulla nostra Baratti, una piccola gemma di realismo locale che, pur non essendo centrale per la trama, impreziosisce l'atmosfera.
​Sul fronte dei personaggi, il protagonista Contrada è una figura riuscita: spigoloso, decisamente borderline e per nulla simpatico, ma è proprio questo a renderlo credibile; in fondo, non cerchiamo sempre eroi a tutto tondo o senza macchia. Meno convincente, invece, la figura di Ansaldo, che ho trovato eccessivamente caricaturale e antipatica, quasi una nota stonata rispetto agli altri comprimari che funzionano bene nell'economia del racconto. Purtroppo, però, devo constatare un difetto ricorrente: anche in questo romanzo il finale mi è sembrato il punto debole. Dopo aver costruito una tensione credibile per centinaia di pagine, la conclusione arriva in modo esagerato e rocambolesco, come se ci fosse la fretta di sistemare tutto in poche righe. Una scelta che, per contrasto, finisce per indebolire il grande realismo costruito nel resto del libro.

lunedì 8 dicembre 2025

Educazione Criminale (2025)

 
Regia: Nick Rowland 
Anno: 2025
Titolo originale: She Rides Shotgun
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.5)
Pagina di I Check Movies
Iscriviti a Prime Video 

Educazione Criminale è quel tipo di film che parte con l’aria da “ne ho già visti cento così”, e in effetti… sì, la storia non brilla per originalità. Abbiamo la fuga, il legame complicato, il pericolo che incombe e un finale che, diciamocelo, lo indovini praticamente dopo dieci minuti. Ma — e qui arriva il punto — funziona.

Il film riesce a tenere insieme azione e dramma con un equilibrio sorprendentemente efficace: niente virtuosismi, niente ambizioni da capolavoro, solo un racconto lineare che va dritto al sodo e lo fa con mestiere. È semplice, ma curato. Il ritmo tiene, i personaggi hanno quel minimo di spessore che basta per non crollare nel cliché totale, e la messa in scena è abbastanza energica da tenerti lì senza che ti venga voglia di sbirciare il telefono.

Non è un film che ti cambia la giornata, né uno che ricorderai tra un mese. Forse neppure domani, se siamo sinceri. Però nel suo piccolo fa quello che promette: ti intrattiene, ti coinvolge quanto basta e scorre senza intoppi. A volte è tutto quello che serve.


Teatro dei Concordi - La Scommessa

 

Ammetto la mia colpa: le volte che sono andato a teatro (volontariamente) si contano sulle dita di una mano, eppure non sono rimasto mai deluso. Sono un neofita, un convertito tardivo, ma c'è un dato di fatto: ogni volta che metto piede in sala, ne esco puntualmente soddisfatto. E ieri sera non ha fatto eccezione, anzi!. Siamo andati al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima — poiché a Piombino non ci sono più né cinema né teatri, ed è bene ricordarlo — per vedere una commedia intitolata, semplicemente, La Scommessa . Il cast era composto da Gaia De Laurentis, Fabio Ferrari e Emanuele Barresi, quest'ultimo anche regista e sceneggiatore (sì, si dice così anche a teatro, o per meglio dire autore e regista), un trio che si è rivelato subito competente e coinvolgente. Lo spettacolo, definito un "dramma ridicolo in due atti", mi ha colpito per le voci alte e ben calibrate degli attori e per il ritmo allegro, per niente soporifero, che ha tenuto la sala attenta. La storia era al tempo stesso divertente e intelligente, un mix riuscito che ha reso l'esperienza unica. Il trittico di attori ha funzionato alla perfezione (peccato solo per quelli dietro di me, pure troppo rumorosi nelle risate, ma purtroppo esiste il codice penale e non sono intervenuto). Sicuramente un'altra esperienza da ripetere. Mi ha ricordato quanto sia potente e diretta l'arte teatrale, un'esperienza che nessun film può replicare. Se siete amanti del teatro o, come me, siete in cerca di un'occasione per tornarci, questo tipo di spettacolo è l'ideale.

La Scommessa ci porta nelle vite di due giocatori incalliti: Enrico, un avvocato e un giocatore che sa quanto può giocare e quando è arrivato il momento di smettere e Michele un operaio che invece gioca tutto quello che ha e si indebita pur di continuare a giocare. La terza protagonista è Chiara, moglie di Michele, che continua a stare con lui nonostante la situazione rovinosa in cui suo marito ha fatto precipitare la famiglia, per colpa del suo inguaribile vizio. 

domenica 7 dicembre 2025

Malice [Stagione 1]

 
Anno: 2025
Titolo originale: Malice
Numero episodi: 6
Stagione: 1
Iscriviti a Prime Video 


 
 “Malice”, la mini serie in sei episodi disponibile su Prime Video , è una di quelle visioni che si guardano tutte d’un fiato solo perché, alla fine, dura poco. La curiosità spinge a vedere come andrà a finire, ma non si può dire che lasci davvero soddisfatti. Il personaggio del “cattivo” è talmente sgradevole da risultare insopportabile: il classico tipo viscido, manipolatore, sempre lì a insinuarsi dove non dovrebbe. Un profilo talmente esagerato e caricato da perdere qualsiasi credibilità, tanto che diventa difficile capire come mai ben due famiglie gli si siano legate così tanto. In più ci sono almeno una decina di scene che sembrano esistere solo per far funzionare la trama: coincidenze a dir poco generose, svolte forzate e colpi di fortuna fuori luogo. In pratica, una serie che scorre, si lascia guardare, ma che non convince davvero né per coerenza né per realismo. 

venerdì 5 dicembre 2025

Corto Maltese - Sotto La Bandiera Dell'Oro

 

Sotto la bandiera dell’oro è una di quelle storie in cui Pratt si diverte apertamente a ribaltare l’idea del “racconto di guerra”. Siamo al confine tra Austria e Italia, in un’Europa che sta  prendendo fuoco, ma la guerra. E Corto Maltese, come sempre, se ne infischia. Non combatte per nessuno, non indossa uniformi, non sceglie bandiere: segue solo la direzione del proprio istinto, che coincide puntualmente con missioni personali dalle motivazioni opache… ma terribilmente affascinanti.

La storia parte senza Corto, e questo già dà una certa scossa. Lui appare più tardi, quasi come un’ombra che decide di entrare in scena quando lo ritiene opportuno, e non un secondo prima. Quando arriva, però, prende subito il controllo della situazione: non come un comandante militare, ma come un grande stratega che vede oltre la scacchiera. Mentre gli altri corrono da una parte all’altra, schiacciati dalle urgenze del momento storico, Corto si muove con calma olimpica, guida, osserva, manipola, costruisce percorsi che gli altri nemmeno immaginano.

È impressionante quanto Pratt riesca a raccontare il conflitto senza mostrarlo davvero, se non in una zona decisamente limitata . Il fragore dei cannoni, i soldati che vedono nemici ovunque; le tensioni politiche ci sono, ma filtrano solo attraverso i discorsi degli altri. Corto, invece, segue soltanto la sua agenda: aiutare chi ritiene meritevole, recuperare cose preziose, mantenere rapporti ambigui, sfidare il destino come se fosse un vecchio amico. La guerra non lo condiziona, non lo spaventa e non lo definisce: è un vento di fondo che passa, mentre lui resta se stesso.

Molto bella l’atmosfera: un’Europa incoerente, sporca, frastornata, , paesi sospesi tra due eserciti, gente che non sa da che parte finirà il mondo. E in mezzo a tutto questo, Corto è l’unico a sembrare davvero lucido. Non è un eroe, non è un patriota, non è un mercenario: è un uomo che attraversa gli eventi senza farsi trascinare dalla corrente, e che trova sempre una rotta personale con cui orientarsi.

Se nelle storie caraibiche Corto appariva ancora sfuggente, qui prende un peso diverso. Non è solo il marinaio romantico; diventa un punto di riferimento silenzioso, un centro magnetico attorno al quale si muovono tutti gli altri. Pratt lo tratteggia con la solita eleganza asciutta, ma aggiunge una sfumatura nuova: quella dello stratega che gioca una partita più grande degli altri, pur facendo sembrare tutto naturale.

In definitiva, Sotto la bandiera dell’oro è un’avventura che parla più di persone che di guerre, più di scelte individuali che di fronti contrapposti. E Corto, come sempre, racconta la cosa più interessante: che si può restare liberi anche quando il mondo intero si divide in schieramenti.




Sostituzione della batteria al OnePlus 9 Pro

 

Ciao.. Sono Jack... E sono venti minuti che non ho lo smartphone in mano... Eh, sembra poco, ma quando sai già che non puoi usarlo almeno due ore e mezzo, 150 minuti, (volevo scrivere i secondi, ma sono abituato ad usare la calcolatrice del telefono), sai di essere in una sorta di prigione. Succede un po' così a chi è in crisi di astinenza mi sa. Comunque sono qui a scrivere non per spiegarvi come sostituire la batteria del vostro OnePlus 9 Pro, ma perchè questo articolo mi serve come cassetto della memoria per tenerne traccia. Infatti lo ho portato nel negozio di fiducia per l'operazione in essere. Figuratevi se mi metto farla io, sebbene siano passati a malapena due anni e quindi la garanzia è passata. Speravo durasse un (BEL) po' di più in realtà. Non che la tratti benissimo, ma due anni sono un po' pochini. Mi sono accorto del suo deterioramento durante i giorni passati a Madeira in quanto faticavo a fine escursioni a ricaricare il telefono in maniera ottimale e duratura. In alcune occasioni la batteria calava improvvisamente e drasticamente anche del 10%. Via via questa discrepanza è aumentata anche nella frequenza oltre che nella quantità. Non potendo rischiare di fare cammini o anche semplici escursioni con la batteria a terra è venuto il momento di cambiarla. In questi ultimi due mesi l'ho anche monitorata con app specifiche per vedere usura dei cicli e tecnicismi vari, controllare l'uso da parte di applicazioni e servizi e così via. In pratica da 100 a 85 dura pochissimi minuti, così come 45 a 20 e da 10 a 1. Insomma uno strazio. Non ci fai assolutamente la giornata avendone a disposizione quasi la metà se va bene. Quando non utilizzo l'alimentatore ufficiale inoltre carica veramente troppo lento, addirittura in negativo se collegata al mini PC. Insomma è matura per essere cambiata. Oh, mancano solo due ore!!!!

Fuoco Assassino (1991)

 
Regia: Ron Howard
Anno: 1991
Titolo originale: Backdraft
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
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Film:
 Backdraft (titolo originale), diretto nel 1991 da Ron Howard, si presenta oggi come un classico film d'azione ad alto budget con un cast eccezionale, ma che, a trent'anni di distanza, risulta eccessivamente retorico, melodrammatico e prevedibile. Nonostante il successo con svariati milioni di incasso e un presunto impatto positivo sul reclutamento dei vigili del fuoco, l'esperienza visiva si trasforma in una visione stancante e, a tratti, involontariamente comica. Specie se visto oggi, nonostante nel mezzo ci sia stato un certo undici settembre.

​La forza innegabile del film risiede nelle spettacolari e realistiche scene di fuoco, fumo ed esplosioni, merito anche della dedizione dei protagonisti, Kurt Russell e William Baldwin, accreditati come stuntman. Tuttavia, l'eccellenza tecnica non riesce a bilanciare la estrema debolezza della trama. ed il cast eccezionale. I fratelli McCaffrey, Stephen (Russell), il pompiere scavezzacollo, e Brian (Baldwin), l'instabile alla ricerca di sé, seguono un arco narrativo chiaro e scontato fin dal primo minuto. Le sottotrame, inclusi un politico corrotto (J.T. Walsh) e una presenza alla Hannibal Lecter (Donald Sutherland), servono solo a riempire le oltre due ore di pellicola, contribuendo a una prevedibilità che annienta ogni suspense. L'identità del piromane e il destino dei personaggi secondari sono anticipati senza alcuna sorpresa.

​A peggiorare il quadro contribuisce la recitazione sprecata di un cast stellare, che include anche Robert De Niro, e una regia che ignora il realismo (i pompieri entrano negli incendi senza maschere né aspettare l'acqua) in favore del melodramma. Il tono del film è così esageratamente retorico da rendere quasi antipatici i vigili del fuoco, persone che, per mestiere, mettono a rischio la propria vita. Perfino la colonna sonora di Hans Zimmer risulta, a tratti, pomposa e ridicola. In sintesi, al di là delle impressionanti fiammate, Backdraft è un concentrato di cliché che  merita di essere recuperato, ma solo per completezza.

Edizione: bluray
Semplice amaray con traccia audio italiana in DTS HD 5.1 ed i seguenti extra:
  • Introduzione di Ron Howard (3 minuti)
  • Scene eliminate (43 minuti)
  • La scintilla della storia (10 minuti)
  • Formare la squadra (19 minuti)
  • Acrobazie esplosive (15 minuti)
  • Creare il cattivo: il fuoco (13 minuti)
  • Pompieri veri, storie vere (9 minuti) 

Dream Theater - When Dream And Day Unite



 Artista: Dream Theater
Anno: 1989
Tracce: 8
Formato: CD 
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Tornare al primo capitolo dei Dream Theater, specialmente dopo essersi immersi in capolavori maturi come Metropolis Pt. 2, è un esercizio affascinante. Questo album di debutto, "When Dream and Day Unite" del 1989, non è soltanto un disco, ma il documento storico che attesta la nascita di una delle band più influenti del Progressive Metal. È come guardare le prime bozze di un architetto geniale.

​Il primo elemento che colpisce l'ascoltatore abituato ai ruggiti operistici di James LaBrie è la presenza di Charlie Dominici al microfono. Dominici porta con sé un'impronta vocale più radicata negli anni '80: la sua è una voce pulita, con un registro medio-basso, molto meno esuberante e più sobria rispetto a ciò che verrà. Questa scelta vocale contribuisce a dare all'album un'atmosfera unica, a tratti più vicina al Progressive Rock classico di band come i Rush o i Fates Warning di quel periodo. Si crea così un contrasto affascinante tra la ferocia strumentale e la compostezza vocale che rende l'album un corpo estraneo, ma essenziale, nella discografia del gruppo.

​Tecnicamente, l'album è strabiliante, ma l'orecchio deve abituarsi alla sua produzione. Siamo nel 1989 e il budget non era certo quello di una major. Il suono è sottile, a tratti secco, e l'intero album risuona con un'estetica tipicamente ottantiana che ne svela l'età. Tuttavia, è proprio sotto questa patina "low-budget" che si nasconde il genio. Il nucleo strumentale della band—Petrucci, Portnoy, Myung e Moore—mostra un'interazione e un talento già sbalorditivi. Questo album è il blueprint del Dream Theater: tutte le idee, le architetture complesse e le ambizioni sono già lì, solo incastonate in una produzione datata. Brani strumentali come "Ytse Jam" sono la prima, inequivocabile dichiarazione d'intenti della band, un manifesto sulla loro incredibile capacità tecnica che diventerà presto il loro marchio di fabbrica.

​Riscoprire When Dream and Day Unite è un esercizio di ascolto archeologico, cruciale per capire come i "The Miracle and the Sleeper" siano diventati i maestri che conosciamo. Non è l'album più facile da amare del Dream Theater; non ha l'immediatezza melodica dei dischi successivi, ma è fondamentale per comprendere le radici del Progressive Metal moderno. È qui che hanno imparato a unire la pesantezza del metal con la complessità armonica e ritmica del prog. Se cercate un disco che vi mostri l'inizio di tutto, un sogno acerbo ma incredibilmente promettente, dovete assolutamente rispolverare questo capitolo.


mercoledì 3 dicembre 2025

Dream Theater - Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory



 Artista: Dream Theater
Anno: 1999
Tracce: 12
Formato: CD 
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Esistono album che non sono semplici raccolte di canzoni, ma veri e propri monoliti sonori. Opere che chiedono (e meritano) un ascolto totale, immersioni quotidiane che trasformano la musica in una colonna sonora esistenziale. "Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory" dei Dream Theater è, per molti, esattamente questo.

​Per chiunque abbia avuto modo di incrociarlo in un periodo di grande fermento intellettuale e personale—come l’inizio degli studi universitari, magari con la torre pendente come sfondo delle proprie giornate, come nel mio caso a Pisa—quest’album è molto più di Progressive Metal. È un compagno di studi e di scoperte.

​Il Legame con il Capostipite

​La prima, grande gioia per ogni fan della band è nel titolo stesso. Se avete avuto la vostra ossessione con "Metropolis—Part I: The Miracle and the Sleeper" (e chi non l’ha avuta?), l'idea di un seguito, di un capitolo due che espande quell'universo di metafore e complessità, è un sogno che si realizza.

​E la band non delude. Metropolis Pt. 2, pubblicato nel 1999, non è solo un sequel nominale, ma un vero e proprio concept album che tesse una narrazione intricata e avvincente di reincarnazione, omicidio, e memoria repressa.

​Non Solo Musica: Un Romanzo Sonoro

​Il punto di forza di quest'opera non è solo la maestria tecnica—che, trattandosi dei Dream Theater, è scontata—ma la struttura narrativa. L'album ci porta nella storia di Nicholas, un uomo che, attraverso l'ipnosi, scopre di essere la reincarnazione di una ragazza, Victoria Page, assassinata nel 1928.

​Ogni traccia è una "scena" di questo dramma, non un brano a sé stante. L'album deve essere ascoltato dall'inizio alla fine, come si legge un romanzo o si guarda un film, per apprezzare la transizione fluida tra i temi, i leitmotiv musicali che ritornano in momenti diversi e le variazioni emotive.

​Non ci si focalizza sulle singole canzoni perché sono i "capitoli" di un'unica, grande cattedrale sonora. La melodia si fonde con le parti strumentali virtuosistiche, ma a servizio della storia.

​Il Suono che Impegna l'Ascoltatore

​Durante un periodo di studio intenso come quello universitario, si cerca spesso musica che sia profonda quanto i testi che si devono imparare. Scenes from a Memory offre proprio questo. È musica che chiede la vostra concentrazione, ma che vi ricompensa con una complessità emotiva e strumentale appagante.

È un'opera di precisione chirurgica. Ogni nota, ogni cambio di tempo, è esattamente dove deve essere.


​Le performance sono leggendarie: la batteria complessa di Mike Portnoy, le chitarre incisive di John Petrucci, il basso potente di John Myung che non si limita a fare da sfondo, e il muro di tastiere di Jordan Rudess, che qui debutta in studio con la band, donando al sound una nuova, più cinematica, profondità. La voce di James LaBrie si adatta perfettamente ai ruoli narrativi, passando dalla dolcezza alla disperazione.

​Conclusione

"Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory" non è un semplice album da ascoltare: è un'esperienza da vivere. È l'equivalente sonoro di un'architettura gotica: complessa, imponente e ricca di dettagli nascosti che si rivelano solo dopo ripetute visite.

​Se amate i concept album che uniscono la raffinatezza del Progressive Rock alla potenza del Metal, e cercate un disco in grado di tenervi compagnia durante lunghe sessioni di studio o semplicemente di viaggio interiore, avete trovato la vostra reliquia. Un album che non tramonta, ma si approfondisce ad ogni riascolto.


martedì 2 dicembre 2025

Juventus 2 - Udinese 0


Non ci resta che guardare con positiva speranza alla Coppa Italia. La Juventus, come al solito non disdegna la competizione e pur con un po' di turn over mette in campo una squadra adatta a vincere. Il primo tempo, tra i migliori visti quest'anno (è facile lo so), puntiamo non solo a tenere palla, ma anche a spingere e fraseggiare. La maggior parte delle volte ci riesce tutto facile, complice anche una Udinese che sembra sorpresa da questo atteggiamento e fatica molto a reagire. Fioccano le azioni, i tiri, i calci d'angolo ed arriva anche la rete. Potrebbero essere due se il VAR funzionasse a dovere. Per il raddoppio c'è da attendere la ripresa, con la Juventus sempre votata all'attacco anche se forse in maniera meno aggressiva. Sul finale spingiamo ancora sull'acceleratore e siamo contenti della prestazione! 
 

2002: La Seconda Odissea (1972)

 
Regia: Douglas Trumbull
Anno: 1972
Titolo originale: Silent Running
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
Acquista su Amazon 
 
Film:
 Spesso, recuperando il cinema di genere del passato, ci si imbatte nelle curiose strategie della distribuzione italiana, e in questo senso 2002: la seconda odissea rappresenta uno dei casi più eclatanti di marketing "furbetto". Il titolo, infatti, è stato palesemente confezionato per far credere al pubblico che si trattasse del seguito del capolavoro di Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, sfruttando l'onda lunga del successo di quel film. In realtà, la pellicola originale si intitola Silent Running e non ha nulla a che vedere con il monolite o con le opere di Arthur C. Clarke, configurandosi piuttosto come un prodotto minore della fantascienza anni Settanta, figlio delle tematiche ecologiste e pessimiste tipiche di quel decennio.

​Tuttavia, superato il fastidio per l'inganno del titolo, il film merita una visione perché, pur essendo una pellicola che narrativamente non offre niente di particolare e che procede con ritmi a tratti molto compassati, nasconde una grandissima qualità tecnica. Il motivo è semplice: il regista è Douglas Trumbull, ovvero il genio degli effetti visivi che aveva lavorato proprio al vero 2001 di Kubrick. Si nota immediatamente la sua mano, perché gli effetti speciali non sono affatto male, anzi, risultano incredibilmente curati e suggestivi per l'epoca, specialmente nella realizzazione delle enormi cupole geodetiche che ospitano le ultime foreste della Terra alla deriva nello spazio.

​È un film che vive di contrasti: da un lato abbiamo una trama piuttosto semplice, quasi intima, retta quasi interamente dalla performance "allucinata" di Bruce Dern e dalla sua interazione con i tre droni (che anticipano chiaramente l'R2-D2 di Star Wars); dall'altro abbiamo una messa in scena visiva che aspira alla grandezza. Certo, non siamo di fronte a una pietra miliare imprescindibile e la sceneggiatura a volte mostra il fianco a qualche ingenuità, ma 2002: la seconda odissea resta un reperto affascinante di un'epoca in cui la fantascienza usava le astronavi per parlare di solitudine e natura. Un film onesto e visivamente appagante, a patto di dimenticarsi quel titolo italiano che promette un seguito che non esiste.

Edizione: doppio DVD 
Versione italiana in doppio DVD. La qualità video non è eccelsa, ma possiamo scusare il risultato vista l'età della pellicola. La cosa importante è che sia prevista la doppia traccia italiana in stereo con entrambe le versioni del doppiaggio, quello degli anni settanta e quello più nuovo del 2002 più fedele all'opera originale. Gli extra sono divisi in questo modo:
 
Disco 1:
  •  Immagini e locandine
  • Trailer
  • Commento audio 
Disco 2
  • The Making of (49 minuti)
  • Silent Running (30 minuti)
  •  A conversation with Bruce Dern (11 minuti)
  • Trumbull: then and now (5 minuti) 

lunedì 1 dicembre 2025

Mr. Mercedes [Stagione 2]

 
 
Anno: 2018
Titolo originale: Mr. Mercedes
Numero episodi: 10
Stagione: 2
Acquista libro ( Chi Perde Paga oppure Fine Turno ) su Amazon 
Iscriviti a Prime Video
 
 

Un crollo verticale che rasenta la vergogna

​Se nella recensione della prima stagione ero stato indulgente, sottolineando come la serie fosse comunque godibile nonostante i difetti, qui alzo le mani e faccio mettere a VIKI il pre titolo in grassetto e  caratteri cubitali Definire questa seconda stagione "deludente" sarebbe un eufemismo, un modo per non essere completamente sinceri. La verità è che, rispetto al capitolo precedente (ma anche rispetto alla media delle serie tv attuali, che hanno un livello non alto), siamo di fronte a un prodotto che si può tranquillamente definire vergognoso.

​Caos narrativo e salti ingiustificati

​Come sapete, non ho letto i romanzi di King, ma parlando con il mio amico Roikin – che invece la trilogia la conosce bene – è emerso un dettaglio sconcertante che spiega parte del disastro. Sembra che gli sceneggiatori abbiano deciso di saltare a piè pari il secondo romanzo (Chi perde paga) per basare questa stagione direttamente sul terzo (Fine turno). Se la memoria di Roikin non inganna, manca quindi totalmente il rispetto della cronologia e della fedeltà all'opera originale. E il risultato si vede tutto.

​Un cambio di genere inaccettabile

​La cosa che fa più rabbia è il cambio di rotta improvviso e insensato. Eravamo partiti con un thriller poliziesco solido, un "gatto col topo" realistico, e ci ritroviamo catapultati in una sorta di fantascienza paranormale di serie B.

L'idea che Brady Hartsfield (Mr. Mercedes), in stato vegetativo, riesca a "controllare le menti altrui" è una forzatura che distrugge la credibilità costruita in precedenza.

​Ancora peggio è il tentativo maldestro di giustificare questa sorta di telepatia attraverso improbabili effetti collaterali di farmaci sperimentali. È una spiegazione che non regge, che fa acqua da tutte le parti e che trasforma un villain inquietante in una caricatura da fumetto scadente.

​Scrittura grossolana

​A livello tecnico, la sceneggiatura è il vero colpevole. È frivola, grossolana e palesemente arrangiata. Manca di coesione, manca di logica interna. Le situazioni che fanno storcere il naso non sono più "alcune" come nella prima stagione, ma sono la norma. Si ha la sensazione costante che gli autori non sapessero come portare avanti la storia e abbiano buttato dentro idee a caso, sperando che lo spettatore non se ne accorgesse.

​Conclusione

​Questa seconda stagione è un'enorme occasione persa. Ha preso tutto ciò che di buono c'era nella prima (il cast, l'atmosfera cupa) e lo ha gettato alle ortiche in favore di una trama ridicola e di una scrittura pigra. Se avete amato la prima stagione per il suo realismo crudo, scappate: qui troverete solo confusione e imbarazzo.