Visualizzazione post con etichetta Queen. Mostra tutti i post
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lunedì 3 agosto 2026

Queen - The Game

 

Artista: Queen
Anno: 1980
Tracce: 10
Formato: CD 
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Torniamo adesso sui Queen. Con loro era così, a metà anni Novanta per me: qualsiasi cosa portasse la firma di Mercury e compagni aveva un posto garantito nella collezione, senza bisogno di troppa analisi. The Game  non fa eccezione, e lo tengo in collezione con affetto anche sapendo che non è il loro disco più ispirato.

È un disco di svolta, e si sente. Per la prima volta, mi suggerisce VIKI, nella loro carriera i Queen usano un sintetizzatore (un Oberheim OB-X), abbandonando quella scritta "No synthesizers!" che aveva campeggiato sulle copertine dei lavori precedenti come un punto d'onore. Cambia anche il look, con Mercury che si presenta nei video con capelli corti e baffi in quello che diventerà il suo look definitivo. È l'inizio degli anni Ottanta, e la band lo sa: il suono si fa più diretto, più radiofonico, con singoli costruiti per arrivare ovunque. I puristi storsero il naso; il pubblico rispose comprando dischi. Io, circa tre lustri dopo, facevo parte di quel pubblico. 

Crazy Little Thing Called Love è rockabilly puro, scritta da Mercury in dieci minuti nella vasca da bagno dell'hotel Bayerischer Hof di Monaco di Baviera (non ero lì, ma VIKI sì) : primo numero uno negli Stati Uniti per la band. Another One Bites the Dust, scritta dal bassista John Deacon su un giro funk che ricordava da vicino certi Chic di Nile Rodgers, rischiò di non entrare nella tracklist perché Roger Taylor la trovava troppo lontana dal suono Queen; fu Michael Jackson in persona, che aveva frequentato gli studi durante le registrazioni, a convincere la band a pubblicarla come singolo. Vendette sette milioni di copie. Play the Game è la ballata più melodica, con Mercury al piano, mentre Save Me chiude il disco nel modo più malinconico e riuscito.

Non è il loro disco più ambizioso né quello con la scrittura più alta, e la seconda metà scivola senza particolari picchi. Ma ha due singoli immortali, un paio di ballate riuscite, e soprattutto ha quella voce che a metà anni Novanta bastava da sola a giustificare qualsiasi acquisto. Alcune cose non cambiano.

lunedì 25 maggio 2026

Queen - Queen

 
Artista: Queen
Anno: 1973
Tracce: 10
Formato: CD
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Con i Queen ho fatto il percorso che si fa quasi sempre con le grandi band: prima i dischi più celebrati, poi a ritroso verso le origini. Dopo Innuendo, The Miracle, A Kind of Magic e News of the World, prima o poi arriva il momento di chiudere il cerchio e tornare all'inizio. Il disco omonimo del 1973 è esattamente quello, l'inizio, nel senso più letterale del termine.

È un disco acerbo, e lo si sente. Non c'è ancora la grandiosità orchestrale che avrebbero sviluppato negli anni successivi, non ci sono gli inni da stadio, non c'è quel senso di inevitabilità che i Queen migliori trasmettono. C'è però già tutto il materiale grezzo: la chitarra di Brian May, costruita artigianalmente, che ha già un suono riconoscibile e unico. La voce di Freddie Mercury, che già qui mostra un'ampiezza e una duttilità fuori dal comune. E una voglia di mescolare hard rock, glam, prog e teatralità che non aveva ancora trovato la forma definitiva ma era già chiaramente lì.

Keep Yourself Alive è il singolo d'esordio con il riff di May potente e diretto, Mercury che canta come se stesse già riempiendo arene che all'epoca non aveva ancora visto. Liar è il brano più ambizioso del disco, quasi sei minuti in cui la band esplora cambi di tempo e dinamiche che anticipano quello che avrebbe fatto di lì in poi. Seven Seas of Rhye chiude in modo forse un po' brusco ma lascia intendere dove stessero andando anche se la versione completa sarebbe arrivata nell'album successivo.

Non è il disco da cui consiglio di iniziare. Ma è quello da avere e da ascoltare con la giusta prospettiva, non come un capolavoro, ma come il punto zero di una delle band più grandi della storia del rock. Ascoltato dopo tutto il resto, ha un suo fascino particolare: si riconoscono i semi di cose che sarebbero diventate enormi.

martedì 17 marzo 2026

Queen - A Kind Of Magic

 

Artista: Queen
Anno: 1986
Tracce: 9
Formato: CD 
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C'è un modo insolito di arrivare a un disco, ed è attraverso un film. Ne avevo già parlato quando ho recensito Highlander: la colonna sonora dei Queen è una di quelle cose che ti restano in testa prima ancora di sapere da dove vengono. Sono cresciuto con quel film, l'ho rivisto più volte, e ogni volta che partiva la musica c'era qualcosa che andava oltre la semplice associazione visiva. Solo dopo, con calma, mi sono messo ad ascoltare A Kind of Magic come disco vero e proprio  e l'ho fatto con la gioia di chi sa già che troverà qualcosa di buono.

L'album esce nel 1986 (ma io lo avrò negli anni novanta) e nasce in modo piuttosto insolito per i Queen: una buona parte dei brani viene scritta appositamente per Highlander, e poi riorganizzata in un lavoro che ha una sua coerenza autonoma. Non è una semplice raccolta di brani per la colonna sonora, è un disco che usa quella materia prima e ci costruisce intorno qualcosa di più compiuto. La title track A Kind of Magic, ad esempio, parte da un riff scarabocchiato da Roger Taylor durante le riprese del film e viene poi trasformata da Mercury e May in qualcosa di molto più elaborato. Anche Who Wants to Live Forever, forse il brano più intenso del disco, nasce direttamente da una scena del film, quella in cui Connor MacLeod perde la donna che ama, condannato com'è a sopravvivere a tutto e a tutti.

Il disco è figlio del suo tempo nel suono: tastiere, produzione lucida, quell'estetica anni Ottanta che nei Queen non suona mai completamente fuori posto perché la grandiosità è nel loro DNA da sempre. Ma ha anche dei picchi memorabili. One Vision apre con una cattiveria insolita per la band, quasi arena rock spinto. Friends Will Be Friends è il classico inno da stadio, il tipo di brano che i Queen sapevano scrivere meglio di chiunque altro: semplice, diretto, impossibile da dimenticare. E poi c'è Who Wants to Live Forever, che è una di quelle canzoni difficili da ascoltare con distacco: Mercury la canta come se sapesse già qualcosa, anche se all'epoca ufficialmente non lo sapeva ancora.

Non è il Queen più celebrato dalla critica, e probabilmente non è nemmeno il più rappresentativo della loro carriera nel senso stretto. Ma per me ha un valore aggiunto che va oltre la qualità intrinseca dei brani: è il disco che mi ha fatto capire che quella musica che amavo su Highlander non era solo colonna sonora, era Queen. E quella scoperta, quando arriva con gioia, vale quanto un capolavoro.

domenica 14 dicembre 2025

Queen - The Miracle

 

Autore: Queen 
Anno: 1989
Tracce: 10
Formato: CD
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Sono un po' all'antica e seguo ogni tanto su Youtube un certo Caravaggio che di musica ne sa e in brevi video riesce a raccogliere sempre la mia attenzione. Visto che ieri mi è capitato qualcosa sui Queen, ecco che mi è venuta voglia di scrivere una recensione su un loro album. Spesso li do per scontati. Anche con album come questo, di cui ho provato a cercare informazioni maggiori prima di buttare giù le mie solite due righe.

The Miracle esce nel 1989 e già dal titolo sembra voler dire tutto senza spiegare troppo. Un disco che oggi si ascolta con un nodo alla gola, ma che all’epoca provava a guardare avanti, a fare finta che andasse tutto bene. Spoiler: non andava affatto, ma i Queen erano bravissimi a trasformare la tensione in musica.

È un album figlio di un momento delicatissimo. Freddie Mercury è già malato, anche se ufficialmente non lo sa (o meglio, non lo dice), e la band decide di lavorare in modo diverso dal passato. Niente ego in copertina, niente brani attribuiti ai singoli membri: qui tutto è firmato semplicemente Queen. Una scelta non solo simbolica, ma quasi politica. Siamo una cosa sola, fino in fondo.

La copertina è forse uno degli elementi più affascinanti del disco. Quattro volti fusi in uno solo, ottenuti con una tecnica allora piuttosto innovativa. Il risultato è disturbante e magnetico allo stesso tempo: non sai dove finisce Mercury e dove inizia May, Taylor o Deacon. Ed è perfetta, perché racconta esattamente lo spirito dell’album: identità collettiva, unità forzata ma sincera, resistenza.

Musicalmente, The Miracle non è un disco rivoluzionario, e nemmeno pretende di esserlo. È piuttosto un lavoro di consolidamento, quasi una dichiarazione di sopravvivenza. I Queen recuperano il gusto per le melodie ampie, per i cori giganteschi, per quel pop-rock elegante che sanno maneggiare meglio di chiunque altro. Il suono è anni Ottanta fino al midollo, ma con una produzione più curata e meno plastificata rispetto a qualche passo falso precedente.

Gli aneddoti non mancano. Pare che l’atmosfera in studio fosse sorprendentemente serena, nonostante tutto. Freddie, già molto provato fisicamente, pretendeva normalità: lavorare, scherzare, creare. Nessuna autocommiserazione, nessun dramma plateale. Anzi, la band ricorderà spesso The Miracle come uno degli album più collaborativi e “democratici” della loro carriera. Possono sembrare frasi fatte, create per fare marketing, ma oggi se guardiamo la loro produzione nel complesso, queste non si distanziano dalla realtà.

Riascoltato oggi, il disco colpisce più per ciò che rappresenta che per quello che innova. È un album di transizione, certo, ma anche di dignità. I Queen non cercano di rincorrere mode né di riscrivere la propria storia. Si limitano – che poi “limitarsi” è una parola grossa – a essere se stessi, con eleganza e orgoglio.

Non è il loro capolavoro assoluto, e nemmeno vuole esserlo. The Miracle è un disco che parla sottovoce, ma dice cose importanti. È l’inizio della fine (una fine lontana ancora però), sì, ma anche la prova che i Queen, quando tutto stava per crollare, hanno scelto di restare uniti. E già questo, alla fine, è davvero un piccolo miracolo.


mercoledì 23 aprile 2025

Queen - Innuendo

 
Autore: Queen 
Anno: 1991
Tracce: 12
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"Innuendo", pubblicato nel 1991, si staglia come un monumento nel panorama musicale, non solo per essere l'ultimo album dei Queen con Freddie Mercury ancora in vita, ma per la sua straordinaria profondità emotiva e la sua audace sperimentazione musicale. Lungi dall'essere un addio sommesso, "Innuendo" è un'opera potente e vibrante, che affronta temi di mortalità, amore e resilienza con una dignità e una forza ineguagliabili.
Fin dalla sua iconica copertina, ispirata alle illustrazioni di Grandville, "Innuendo" cattura l'attenzione con il suo simbolismo enigmatico e la sua bellezza inquietante. Le figure stilizzate e oniriche sembrano danzare sull'orlo dell'ignoto, riflettendo perfettamente la complessità emotiva e la stratificazione sonora dell'album.
La title track, "Innuendo", è un'epopea musicale che da sola vale l'ascolto dell'intero disco. Con la sua strutturaProgressive Rock, le influenze spagnoleggianti, l'incalzante sezione ritmica e l'inconfondibile voce di Freddie Mercury che spazia tra sussurri e potenti acuti, la canzone è un vero tour de force. Il suo testo enigmatico e ricco di metafore sembra presagire l'ombra incombente, ma allo stesso tempo celebra la forza interiore e la capacità di trovare bellezza anche nell'oscurità.
Ma "Innuendo" non si ferma alla sua maestosa apertura. L'album è un caleidoscopio di stili e atmosfere. Troviamo la dolce e malinconica ballata "These Are the Days of Our Lives", un commovente sguardo al passato e un tenero addio. "Headlong" sprigiona l'energia rock più pura dei Queen, con riff potenti e un ritmo incalzante. "I'm Going Slightly Mad" è un gioiello di eccentricità e umorismo nero, che cela una vulnerabilità toccante dietro la sua apparente follia.
Brani come "Bijou", con il suo delicato e atmosferico assolo di chitarra di Brian May, e la potente "The Show Must Go On", un inno alla perseveranza e alla passione nonostante le avversità, dimostrano la straordinaria versatilità e la coesione musicale della band. Ogni membro dei Queen, al culmine della propria arte, contribuisce a creare un tessuto sonoro ricco e stratificato, dove melodia, armonia e ritmo si fondono in un'unica, potente espressione.
"Innuendo" non è solo un album, è un'esperienza emotiva intensa. È un testamento alla genialità musicale dei Queen e al coraggio indomito di Freddie Mercury. Pur essendo nato in un periodo di difficoltà, risplende di una luce propria, offrendo un messaggio di speranza, resilienza e la celebrazione della vita anche di fronte al suo inevitabile termine. Se sei affascinato dalla title track e dalla sua copertina, preparati ad essere completamente conquistato dalla profondità e dalla bellezza di "Innuendo" nella sua interezza. È un capolavoro senza tempo che continua a emozionare e ispirare.

martedì 1 aprile 2025

Queen - News Of The World

 



Autore: Queen
Anno: 1977
Tracce: 11
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Ci sono album che definiscono un'epoca, e poi ci sono album che sfidano il tempo stesso. News of the World appartiene a questa seconda categoria. Pubblicato nel 1977, è un'opera che non solo cattura l'energia e la versatilità dei Queen, ma consolida il loro status di icone immortali del rock. Con la sua iconica copertina disegnata da Frank Kelly Freas, l'album porta con sé un senso di grandiosità e drammaticità che si riflette perfettamente nella musica. Personalmente, ho incorniciato nel mio angolo musicale la versione pubblicitaria della copertina in cui il robot cerca di catturare gli uomini con la sua grande mano.

Fin dall'inizio, l'impatto è devastante: We Will Rock You e We Are the Champions sono inni destinati all'eternità, costruiti per riempire stadi e scolpiti nella memoria collettiva della cultura musicale. Sono brani che superano il concetto stesso di canzone rock e diventano simboli.

Ma sarebbe un errore ridurre l'album solo a questi due giganti. Sheer Heart Attack (da non confondere con l'omonimo albumè un'esplosione punk aggressiva che anticipa certe sonorità della fine degli anni '70, mentre Spread Your Wings dimostra la sensibilità melodica di John Deacon con una ballata che si libra con grazia sopra riff avvolgenti. Fight from the Inside e Get Down, Make Love mostrano il lato più sporco e sperimentale della band, con influenze funk e hard rock fuse in un mix di potenza e sensualità.

Sleeping on the Sidewalk, con il suo groove bluesy e l'approccio rilassato di Brian May, offre una pausa prima che Who Needs You introduca sonorità latineggianti in un album già incredibilmente vario. La chiusura con It's Late e My Melancholy Blues conferma il genio compositivo della band: il primo è un viaggio epico nel rock drammatico, il secondo un brano jazzato che Freddie Mercury trasforma in un'intima confessione.

A distanza di quasi cinquant'anni, News of the World rimane un'opera imprescindibile per chiunque voglia comprendere la grandezza dei Queen. Non solo un album di successo, ma una dichiarazione d'intenti: i Queen non si sarebbero mai fermati davanti a nulla, esplorando generi, suoni e dinamiche con un coraggio che ancora oggi ispira. E forse, proprio come il robot di Freas che ci guarda dalla copertina, continueranno a farlo per sempre.



mercoledì 5 marzo 2025

Queen - Sheer Heart Attack

 

Autore: Queen 
Anno: 1974
Numero tracce: 13
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Sheer Heart Attack: Il mio primo CD dei Queen

Ricordo ancora il momento in cui ho messo le mani sul mio primo CD dei Queen. Non era A Night at the Opera con la sua iconica Bohemian Rhapsody, né News of the World con i suoi inni da stadio. Il mio ingresso nell’universo della band di Freddie Mercury è avvenuto con Sheer Heart Attack, un album che non sempre viene citato tra i loro lavori più celebri, ma che per me è diventato il punto di partenza di un lungo viaggio musicale.

Un album di transizione, ma già un capolavoro

Uscito nel 1974, Sheer Heart Attack è il terzo album dei Queen e segna una netta evoluzione rispetto ai due lavori precedenti. Se Queen e Queen II erano ancora fortemente influenzati dal rock progressivo e dall’hard rock più epico, con atmosfere oscure e complesse, qui la band inizia a esplorare un sound più vario e accessibile. Non si può ancora parlare del pop-rock sofisticato che avrebbe caratterizzato la loro produzione successiva, ma è evidente che i Queen stavano cercando una propria identità, sperimentando con diversi generi senza perdere la loro essenza.

L'energia esplosiva di Brighton Rock e Stone Cold Crazy

L’album si apre con Brighton Rock, un brano che diventerà uno dei pezzi più amati dai fan per il celebre assolo di Brian May, costruito con l’effetto delay che diventerà un suo marchio di fabbrica. Già dalle prime note si percepisce la potenza e la teatralità della band, con un Freddie Mercury istrionico e una batteria di Roger Taylor che spinge il pezzo in avanti senza tregua.

Ma se parliamo di energia pura, Stone Cold Crazy è probabilmente il brano più violento e veloce dell’album, tanto da essere considerato un precursore del thrash metal. Metallica lo omaggerà con una cover nel 1990, dimostrando quanto il pezzo fosse avanti per i suoi tempi.

Killer Queen: il primo vero successo

Il pezzo che ha segnato la svolta commerciale dei Queen è senza dubbio Killer Queen. Elegante, teatrale e irresistibile, racconta la storia di una femme fatale con una leggerezza che contrasta con le atmosfere più dure di altri brani dell’album. Il successo di questo singolo ha permesso alla band di ottenere visibilità internazionale, anticipando quel mix di rock e teatralità che avrebbe caratterizzato lavori successivi come A Night at the Opera.

Brani sottovalutati e sperimentazione

Tra le tracce meno celebri ma degne di nota c’è Flick of the Wrist, un pezzo velenoso che dimostra il lato più aggressivo dei Queen, e Lily of the Valley, una ballata breve ma intensa, che esalta le doti vocali di Mercury.

C’è poi In the Lap of the Gods (e la sua reprise), un brano che richiama le atmosfere grandiose dei Queen dei primi album e che dal vivo diventerà un momento emozionante, grazie al ritornello perfetto per essere cantato a squarciagola dal pubblico.

Un disco ancora attuale

Riascoltandolo oggi, Sheer Heart Attack rimane un album straordinario. Forse meno celebrato di altri capolavori della band, ma fondamentale per capire l’evoluzione dei Queen. È il momento in cui il loro sound si apre a nuove influenze senza perdere la potenza dell’hard rock delle origini.

Per me, poi, ha un valore speciale: è stato il primo, quello che mi ha fatto scoprire una band capace di spaziare dal rock più duro alle ballate più raffinate, con un carisma ineguagliabile. Dopo di lui sono arrivati altri album, altre canzoni, altre epoche della storia dei Queen. Ma Sheer Heart Attack resta sempre il punto di partenza.


lunedì 8 aprile 2019

Bohemian Rhapsody (2018)




Regia: Bryan Singer
Anno: 2018
Titolo originale: Bohemian Rhapsody
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (8.1)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Facile guardare Bohemian Rhapsody: chiunque nato negli anni ottanta, escluso qualche alternativo o qualche infelice, ha avuto il proprio periodo Queen. Anzi, forse noi eravamo addirittura troppo piccoli per poter apprezzare Freddie & C. in maniera totale come quelli più grandi di noi che hanno potuto viverli in pieno. Capita spesso così però eh, roba del tipo "eh non c'è più la musica di una volta". Vabbeh a parte questo parliamo del film: dai è bello, c'è qualcuno che non lo ha apprezzato, però boh, secondo me è parecchio coinvolgente. Non si deve essere (e neanche mi considero tale) fan della band o del loro leader, per vedere quanto è fatto bene. Dai costumi alle prove degli attori (Malek ci ha pure preso l'Oscar) al contesto della storia raccontata. E la colonna sonora? Ne vogliamo parlare??? Eh scherzo, la colonna sonora è un insieme di hit (più o meno) che abbracciano gli anni settanta e la prima metà degli ottanta e comprendono ovviamente la produzione dei Queen. A me è piaciuto molto, compresi i trenta minuti finali incentrati sul Live Aid dell'85. 

Edizione: bluray
Ho optato per la versione semplice in amaray. La qualità video è molto buona, la traccia audio italiana è un normale DTS 5.1, c'è però da dire che essendo un film molto sonoro, la parte stereo è decisamente ben curata e corposa. Dispiace però che nn sia stato utilizzato qualcosa di più performante. Gli extra sono i seguenti:
  • The complete Live Aid movie performance (22 minuti)
  • Rami Malek: becoming Freddie (16 minuti)
  • The look and the sound of Queen (22 minuti)
  • Recreating Live Aid (20 minuti)
  • Trailer

domenica 14 gennaio 2018

Flash Gordon (1980)




Regia: Mike Hodges
Anno: 1980
Titolo originale: Flash Gordon
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.5)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Quando lo vidi la prima volta, da piccolo, fu una bella delusione. Non era infatti nè carne nè pesce: mi aspettavo qualcosa di fantascienza tipo Star Wars, ma ovviamente non lo era. E non vi era neanche un supereroe con appunto superpoteri. E Flash Gordon infatti è decisamente atipico, è un eroe, senza bisogno di grandi doni fantastici o sovrannaturali. Rivisto in età più adulta, ma sempre adolescenziale, lo ho cercato essenzialmente per la colonna sonora, marcata Queen, ma anche in questa occasione il giudizio non è stato tra i più positivi. Nonostante oggi per alcuni sia un cult fantascientifico, questo kolossal di produzione italiana (Dino De Laurntis) a mio avviso è degno di nota esclusivamente per il reparto scenografico e dei costumi che gli dà un aria quasi trash, decisamente kitsch., nell'utilizzo positivo del termine. Pomposo, mastodontico, per nulla elegante e con effetti speciali che lasciano molto a desiderare: ok siamo nel 1980, ma alcuni costumi fanno più sorridere che altro. La storia (non conosco il fumetto) è propriamente leggera tendente quasi al comico, con tutti i protagonisti che riescono nel buon intento di non prendersi mai sul serio, pur esaltando alti valori quali l'eroismo e l'unione che fa la forza. Da segnalare la presenza della nostra Ornella Muti in un ruolo di tutto rispetto. Tornando alla trama invece restano nella memoria scene epiche come lo scontro tra Flash Gordon e le guardie seguendo i dettami di una partita di football americano, che non lasciano indifferenti. Ritmo sempre sostenuto e la noia può arrivare soltanto nel finale, davvero scontato, come è giusto che sia.

Edizione: bluray
Anche questo fa parte di una delle ultime uscite della Quadrifoglio. Video pressochè impeccabile, audio italiano con doppia traccia in LPCM e DTS HD MA sempre stereo, mentre sia l'inglese che la francese sono lossless, ma in multicanale. Come extra soltanto il trailer originale.

lunedì 12 marzo 2012

Musica e copertine

Max Gazzè, che possiamo anche definire geniale senza vergognarsi di esagerare, c'ha scritto una canzone su cosa una musica può fare ; sebbene non sia mai finito sotto l'armadio (ad ascoltare la radio) ho deciso che la musica può anche arredare. Così già lo scorso anno venni a conoscenza di ArtVinyl ed adesso la parte di una parete vede appese cover di album che per me hanno fatto la storia. o almeno la storia della mia vita. Anche se adesso è difficile che ascolti un determinato pezzo, voglio ricordarli come parte di una lunga colonna sonora durata tutta un'adolescenza. Il mio primo gruppo straniero sono stati i Queen (e di chi non lo sono stati?) e tra tutti i dischi che hanno fatto, uno in particolare mi ha colpito per la sua copertina: News of the World. Per questo acquistai, da un venditore di Stoccolma la pagina di una rivista in cui venivano pubblicizzati con l'indimenticabile illustrazione di Frank Kelly Freas. In ordine temporale, sono passato ai Guns n' Roses e senza alcun dubbio il mio preferito è sempre stato Appetite for Destruction. Come la maggior parte delle persone avevo il cd, la cui cover è una croce con i teschi raffiguranti i componenti della band. Originariamente però l'LP uscì con la copertina disegnata da Robert Williams, successivamente censurata perchè troppo spinta. Non potevo farmi mancare la cornice con tutto il vinile, che fa l'accoppiata con quello di Piece of Mind (Iron Maiden) disegnata da Derek Riggs. A breve, gettons permettendo, il disco d'oro di Images and words dei Dream Theater.

martedì 9 agosto 2011

Queen - A night at the Opera


Artista: Queen
Anno: 1975
Tipo album: studio
Numero tracce: 12
Pagina di MusicBrainz

Ok, ci provo. Anche se non è semplice ed ho un po' di reverenza. Provare a recensire ( o meglio: parlare di) un album dei Queen non è certo un lavoro facile. Tutti lo hanno già fatto. Tutti li hanno già ascoltati. Tutti sanno già ogni cosa. Tutti li hanno amati. Milioni di volte. Ed io? Eh sì pure io. Per ovvie ragioni anagrafiche ho iniziato il loro ascolto, dopo la morte di Freddy Mercury. Quindi durante l'apoteosi del loro successo, mai calato credo, dagli anni settanta in poi. A night at the Opera non è stato il mio primo loro album, ma è stato anticipato da Innuendo e da Sheer heart attack. Ho però deciso di parlare di questo perchè forse è uno dei più rappresentativi del loro modo di fare musica e di farla ascoltare. Già dal titolo, dedicato all'omonimo film del 1935, abbiamo un qualcosa che mi ha sempre stuzzicato: la relazione tra cinema e musica. Se un artista rimane colpito da un'opera di altro genere, tanto da portarlo a prendere un po' di quella ed inserirlo nella sua, secondo me è un qualcosa di interessante. Se vogliamo guardare poi le tracce, queste dal punto di vista artistico possono risultare come una sorta di concept album, visto l'insieme di elementi di musica classica che si mischiano ad un hard rock un po' sperimentale. Non lo è ovviamente dal punto di vista dei testi. Con tutta sincerità, pur apprezzando la totalità del disco, penso che quasi tutte le tracce sia piccoli antipasti per arrivare alla più famosa e blasonata Bohemian Rhapsody. Non che il resto delle canzoni non siano di buona fattura, ma almeno per quanto mi riguarda vivono all'ombra del capolavoro. Fin dalla prima traccia infatti mi aspetto un continuo crescendo, che arriva con l'ultima (se non vogliamo considerare l'inno God save the Queen). In molte tracce è presente un richiamo al passato, non solo per l'alternarsi di stralci che richiamano la classica, ma anche per sistemi che ricordano anni lontani nel tempo, pur avendo una ritmicità moderna. Ballate e swing si danno il cambio con riff di chitarra e scossoni hard rock, in quasi tutta la produzione. La sua forza è infatti nel saper far confluire diversi tipi di sonorità in un'unica grande opera. L'ambizione di un prodotto del genere li ha portati lontano. Non sto a dilungarmi su quanto siano stati bravi sia nelle voci, nei cori, o nelle parti strumentali, solo che ascoltare certe note ti fa respirare a pieni polmoni. La mia preferita resta Bohemian Rhaposdy, con parti a cappella, assoli, una voce stupenda ed una struttura difficilmente apprezzabile in altre canzoni.Decisamente tanti generi e tanta innovazione all'interno di sei minuti di batticuore. Impossibile parlarne ancora, ecco il video, si fa troppo prima: