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giovedì 29 ottobre 2026

Helloween - Master Of The Rings

 

Artista: Helloween
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato: CD
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Con gli Helloween avevo già fatto i conti con i Blind Guardian e il power metal tedesco in generale, e prima o poi bisognava affrontare anche questa pietra miliare del genere. Master of the Rings è il disco della rinascita (per me della nascita, perché non li conoscevo prima) , e già questo lo rende interessante prima ancora di ascoltarlo.

La storia che precede il disco è quella di una band che era quasi implosa. Dopo i due Keeper of the Seven Keys degli anni Ottanta, considerati il vertice assoluto del power metal europeo, gli Helloween avevano attraversato due anni difficilissimi: Pink Bubbles Go Ape e Chameleon, i due dischi precedenti, avevano deluso i fan con una svolta stilistica non voluta, e nel mezzo erano arrivate le uscite di Michael Kiske e del batterista storico Ingo Schwichtenberg (probabilmente per il nome difficile da pronunciare e soprattutto scrivere) , quest'ultimo in gravi difficoltà personali (morirà tragicamente nel 1995). La band era allo sbando. Invece di chiudersi, scelsero di ripartire con una formazione nuova: Andi Deris alla voce, proveniente dai Pink Cream 69, band tedesca con influenze glam, e Uli Kusch alla batteria, in seguito noto per i Masterplan. Due ingressi che sembravano rischiosi, e che invece funzionarono.

Il confronto con Kiske è inevitabile e in parte ingeneroso. Deris ha un timbro completamente diverso: più scuro, più aspro, con una vena hard rock che si distanzia dal falsetto cristallino del predecessore. Non è peggio, è diverso, e col tempo quella differenza è diventata un valore aggiunto. Su Master of the Rings si sente una band che ha recuperato motivazione e direzione, con un suono più muscolare e meno levigato rispetto ai Keeper. Where the Rain Grows è il brano che meglio incarna questa rinascita: power metal diretto, ritornello potente, Deris in stato di grazia. Sole Survivor ha un'energia quasi aggressiva che gli Helloween degli anni Ottanta non avevano sempre. Perfect Gentleman è il momento più accessibile e radiofonico, quasi una concessione al mainstream che però funziona. Still We Go chiude il disco come un inno di rientro, un manifesto della band che riprende in mano la propria storia.

Non è i Keeper, e non cerca di esserlo. È un disco che riconosce il cambio di guardia senza nasconderlo, che costruisce qualcosa di diverso invece di imitare il passato. Considerato che la band era sull'orlo del collasso, è già un risultato notevole. Il resto è power metal solido, ben suonato, con una voce che ci vuole qualche ascolto per entrare ma che poi difficilmente lasci andare.

sabato 17 ottobre 2026

U2 - Achtung Baby



 Artista: U2
Anno: 1991
Tracce: 12
Formato: CD 
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Con gli U2 avevo già fatto un bel percorso: da October a War, poi il salto in avanti fino a Zooropa, con tutte le perplessità che quel disco si è portato dietro. Ma il punto di svolta vero, quello che spiega tutto quello che è venuto dopo e che cambia il modo di guardare anche i dischi precedenti, è Achtung Baby . Ed era ora di affrontarlo.

La storia della genesi è già di per sé straordinaria. Gli U2 arrivano a Berlino nell'ottobre del 1990, agli Hansa Studios, gli stessi in cui David Bowie aveva registrato la sua trilogia berlinese, con l'intenzione di reinventarsi dopo il doppio album Rattle and Hum e il tour americano che li aveva resi il gruppo rock più grande del mondo. Il problema è che non si mettono d'accordo su niente. Da una parte Bono e The Edge vogliono spingere verso suoni moderni: dance rock, alternative, elettronica, noise. Dall'altra Larry Mullen Jr, Adam Clayton e il produttore Daniel Lanois non vogliono sentire parlare di abbandonare il suono classico degli U2. Le sessioni berlinesi diventano un disastro, e a un certo punto Edge si chiude in una stanza a piangere. Nel mezzo di tutto questo, arriva la notizia che il suo matrimonio con Aislinn O'Sullivan è finito: un trauma personale che diventa il concept emotivo involontario dell'intero disco. L'arrivo di Brian Eno calma le acque: ascolta i demo e convince la band che stanno costruendo qualcosa di importante, e che possono esplorare nuovi territori senza smettere di essere gli U2. Il disco viene completato a Dublino nel 1991.

Il risultato è un cambiamento radicale che lascia senza parole. Zoo Station apre con una chitarra distorta e una voce filtrata che non sembra quella di Bono — e non era mai successo prima. The Fly, primo singolo, spiazza i fan degli anni Ottanta: è noise rock, quasi industriale, con testi sarcastici sulla videocrazia e sull'Occidente dello spettacolo. Mysterious Ways porta dentro il funk e suoni africani in modo che funziona senza suonare forzato. Until the End of the World racconta il tradimento di Giuda dal punto di vista di Giuda stesso, con un riff di Bono e quel suono "sweeping" della chitarra che è uno dei momenti più belli del disco. E poi c'è One: completata la notte prima della fine delle registrazioni, nata durante una sessione in cui la band era ai ferri corti e stava quasi sciogliendosi, diventata poi uno degli inni della storia della musica degli ultimi trent'anni. Il titolo, ha spiegato Bono, è "un grande imbroglio": non parla di unità ma di separazione, di due persone che portano lo stesso peso in modo diverso.

Achtung Baby è considerato da molti il capolavoro assoluto degli U2, superiore persino a The Joshua Tree. Ascoltato dopo Zooropa, disco che da quel suono era nato quasi per caso durante un tour, si capisce dove stava andando tutto e perché. È il disco che spiega gli U2 degli anni Novanta, e uno di quelli che spiegano quel decennio in generale.

giovedì 15 ottobre 2026

Juice Newton - Juice

 

Artista: Juice Newton
Anno: 1981
Tracce: 10
Formato: vinile 
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Con Juice Newton il punto di partenza è uno solo: Angel of the Morning. La conosco, la amo, e quella voce calda e un po' graffiante che si appoggia sulla melodia è una di quelle cose che entrano dentro senza chiedere permesso. Ma da lì a comprare l'album ci vuole qualcosa in più, e la storia di quella canzone è già di per sé una buona ragione per approfondire. Per questo deve intervenire VIKI con i suoi atti di convinzione. 

Angel of the Morning non è originariamente di Juice Newton. La scrisse Chip Taylor nel 1967, musicista americano che aveva già firmato Wild Thing per i Troggs e che disse di averla composta ascoltando Ruby Tuesday dei Rolling Stones in auto mentre guidava verso New York, cercando di catturare quello stesso tipo di passione. Il brano fu offerto prima a Connie Francis, che lo rifiutò perché il testo le sembrava troppo licenzioso per la sua immagine (la storia di una donna che trascorre la notte con qualcuno senza promesse né sensi di colpa, e se ne va all'alba senza rimpianti). Lo rifiutò. Bene per tutti gli altri. La prima registrazione fu di Evie Sands nel giugno 1967; il primo successo vero arrivò nel 1968 con Merrilee Rush e i Turnabouts, che la portarono al numero 7 della Billboard Hot 100 e in vetta alle classifiche di Canada, Australia e Nuova Zelanda, guadagnando anche una nomination ai Grammy. In Italia, nello stesso anno, i Profeti ne fecero una versione con il titolo Gli occhi verdi dell'amore, testo decisamente più casto come da tradizione nostrana. Nel 2001 ci tornò su Shaggy, con risultati che è meglio non commentare per qualcuno rispetto alle edizioni più datate , ma che onestamente me l'ha fatta conoscere e piacere. Nel mezzo, decine di cover, tra cui Nina Simone nel 1971 e Olivia Newton-John.

Poi arriva Juice Newton, nel 1981, con la versione che ha battuto tutte le altre commercialmente e che è rimasta quella di riferimento nell'immaginario collettivo. Newton, nata in Virginia nel 1952, aveva già cinque album alle spalle senza grande fortuna. Juice  è il disco che le cambia la carriera: sesto album in studio, primo con Capitol Records, prodotto da Richard Landis, con un suono che mescola country pop e soft rock in modo morbido e immediato. Angel of the Morning apre il disco e va direttamente al numero 4 della Billboard Hot 100, certificata oro. La voce di Newton ci mette qualcosa di personale che le versioni precedenti non avevano: è più caldo, più diretto, meno legato al contesto country delle origini.

Il disco non si ferma lì. Queen of Hearts, secondo singolo, arriva al numero 2 in classifica e viene certificata oro anch'essa. The Sweetest Thing (I've Ever Known), terzo singolo, chiude il tris toccando il numero uno della classifica country. Tre singoli di successo dallo stesso album è roba che non capita spesso, e spiega perché Juice abbia venduto quanto ha venduto. Il resto del disco è country pop ben costruito, senza picchi clamorosi ma senza momenti morti: River of Love, scritta dalla stessa Newton, e Shot Full of Love sono i momenti più personali. Ride 'Em Cowboy è la traccia più energica, quasi rock nel contesto.

Non è un disco che stravolge il mondo, e non ci prova. Ma se Angel of the Morning ti ha preso come ha preso me, il resto di Juice è esattamente il contesto giusto in cui ritrovarla: un disco onesto, ben suonato, con una voce al centro che sa quello che fa. Vale l'ascolto, tutto quanto.

lunedì 12 ottobre 2026

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600 (EX01C10P02)

 
A pochi giorni dal precedente aggiornamento, il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. La versione è la CPH2769_16.0.10.600 (C10P02) e, questa volta, il download raggiunge gli 831,46 MB.
Una dimensione tutt'altro che trascurabile, soprattutto se si guarda alle note di rilascio, che risultano decisamente più scarne rispetto a quelle dell'aggiornamento precedente.
Quasi un gigabyte, ma cosa cambia?
Il changelog ufficiale è piuttosto essenziale: OnePlus segnala l'integrazione della patch di sicurezza Android di settembre 2026, con l'obiettivo di migliorare la protezione del sistema.
Nient'altro viene specificato. Nessuna nuova funzione, nessuna correzione dettagliata, nessun riferimento a miglioramenti della fotocamera o dell'autonomia. Almeno stando alle informazioni pubblicate dal produttore.
La domanda, quindi, viene spontanea: perché un aggiornamento dedicato apparentemente alla sola sicurezza richiede oltre 830 MB?
Non abbiamo elementi sufficienti per dare una risposta certa. Un pacchetto di queste dimensioni può comprendere anche componenti di sistema e altri interventi non descritti nelle note di rilascio, ma sarebbe azzardato attribuire a questo aggiornamento modifiche specifiche senza una conferma.
Anche la dimensione del download, da sola, non dimostra che siano state introdotte novità nascoste. Per scoprirlo servirebbe un'analisi tecnica del pacchetto oppure una comunicazione più dettagliata da parte di OnePlus.

Che cosa si dice in rete?
La versione 16.0.10.600 è stata annunciata anche nella community ufficiale OnePlus per il modello 15R, con distribuzione progressiva nelle diverse regioni. La build europea è identificata dal codice CPH2769.
Nelle discussioni degli utenti si trovano anche segnalazioni di possibili problemi di autonomia e rallentamenti dopo l'installazione. Si tratta però di testimonianze individuali, che non permettono di concludere che l'aggiornamento presenti effettivamente questi difetti.
È quindi opportuno non confondere le impressioni riportate nei forum con problemi confermati e diffusi. Per capire come si comporta il nostro dispositivo, resta fondamentale osservare il funzionamento concreto dopo l'installazione.
Un aggiornamento importante o una semplice manutenzione?
La patch di sicurezza è una componente importante della manutenzione di uno smartphone, anche quando non porta con sé novità visibili. Non tutti gli aggiornamenti devono necessariamente aggiungere funzioni o modificare l'interfaccia: correggere vulnerabilità e mantenere il sistema protetto è già un motivo valido per distribuire nuovo software.
Resta però una certa curiosità per le dimensioni del pacchetto. Dopo un aggiornamento precedente che introduceva diverse modifiche alle applicazioni di sistema, ritrovarsi con altri 831 MB accompagnati da una sola voce nel changelog lascia inevitabilmente qualche interrogativo.
Non significa che ci sia qualcosa che non va, né che il produttore stia nascondendo necessariamente delle novità. Semplicemente, le informazioni disponibili non consentono di andare oltre la patch di sicurezza dichiarata.

King Diamond - Abigail

 
Artista: King Diamond
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD
Acquista su Amazon 


 
Con i King Diamond ho fatto un errore di valutazione iniziale abbastanza comprensibile: credevo fossero un gruppo come tanti altri, e invece King Diamond è prima di tutto una persona, il danese Kim Bendix Petersen, che ha preso questo nome d'arte e ha costruito intorno a sé una band. Non un'entità collettiva alla pari, ma un progetto con un autore preciso al centro. Chiarito questo, Abigail  è arrivato nella mia collezione per una serie di motivi convergenti: è puramente anni Ottanta, è un concept album con una storia unica e misteriosa, e arriva dal nord Europa, il che per me già diceva qualcosa di diverso rispetto alla solita scena anglo-americana. In più mi sembrava vicino ai Blind Guardian, quella voglia di raccontare qualcosa attraverso la musica piuttosto che limitarsi a suonare.

King Diamond proveniva dai Mercyful Fate, band culto del black metal melodico degli anni Ottanta, e con il progetto solista si era spostato verso qualcosa di più narrativo e meno esoterico: heavy metal gotico con un'attenzione alle atmosfere horror che all'epoca non aveva molti precedenti nel genere. La band che lo accompagna su Abigail include il chitarrista Andy LaRocque, probabilmente il musicista più importante della formazione, con uno stile tecnico e melodico che tiene tutto in piedi anche nei passaggi più elaborati.

La storia al centro del disco è quella che mi aveva incuriosito. Una giovane coppia, Miriam e Jonathan, eredita una misteriosa villa di campagna appartenente agli antenati di Jonathan. Sessantotto anni prima, il conte LaFey aveva ucciso la moglie incinta buttandola giù dalle scale, per punirla di un'infedeltà, e il feto era nato morto il settimo giorno del settimo mese del 1777. Tutto ruota intorno al numero sette e ai suoi risvolti esoterici.E sta cosa mi aveva già preso con Seventh Son Of  Seventh Son degli Iron Maiden. Lo spirito di Abigail, la bambina mai nata, si è reincarnato nel corpo di Miriam, e Jonathan viene avvertito da un fantasma che deve uccidere la moglie per fermare il ritorno del male. Come finisce, lo lascio scoprire a chi non ha ancora ascoltato il disco: non è il tipo di storia che si racconta fino in fondo. E comunque sono canzoni, non un racconto facile da leggere in italiano.

Musicalmente il disco è heavy metal classico con venature gotiche e qualche influenza black metal nelle atmosfere più oscure, mai nel suono estremo. Funeral apre con una cerimonia funebre lugubre che stabilisce immediatamente il tono. Arrival e A Mansion in Darkness costruiscono la tensione narrativa brano dopo brano, come capitoli di un libro. The 7th Day of July 1777 è il pezzo più intenso, con la voce di King Diamond nel suo falsetto più acuto e teatrale che racconta l'omicidio originale. The Family Ghost e The Possession portano avanti la storia verso il finale. La voce di King Diamond merita un discorso a parte: un falsetto estremo che o si digerisce subito o non si digerisce mai, costruito su influenze che vanno da Arthur Brown a Mercyful Fate, capace di passare da toni quasi sussurrati a picchi acutissimi in pochi secondi.

La somiglianza con i Blind Guardian c'era, almeno nel senso del progetto: raccontare una storia attraverso un album intero, con una coerenza narrativa che va oltre la semplice sequenza di canzoni. La direzione musicale è diversa, più oscura e meno epica, ma quella voglia di costruire qualcosa che si possa seguire come una narrazione è la stessa. AllMusic lo ha definito il capolavoro solista di King Diamond e uno dei migliori concept album della storia del metal. Non avevo motivi per non crederci, e dopo averlo ascoltato devo dire che avevano ragione.

sabato 10 ottobre 2026

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.500 (EX01C10P02)

 

Nuovo aggiornamento software per il mio OnePlus 15R, che riceve la versione CPH2769_16.0.10.500 (C10P02), per un download di circa 332 MB. Non siamo di fronte a un aggiornamento che stravolge il telefono o introduce chissà quale nuova funzionalità, ma a un pacchetto di miglioramenti che interviene soprattutto su alcune applicazioni di sistema e sulla stabilità generale.

Le novità riguardano innanzitutto l'app Meteo, la cui schermata principale presenta adesso un grafico lineare che permette di seguire l'andamento delle temperature nell'arco di più giorni. Una piccola aggiunta che può rendere più immediata la consultazione delle previsioni, soprattutto per chi, come me, guarda spesso il meteo anche in funzione delle proprie escursioni e delle uscite all'aperto.

Interventi anche sulla Gestione telefono, con una pulizia della memoria più articolata. I file possono essere individuati e organizzati per categorie, distinguendo quelli di grandi dimensioni, quelli vecchi, i duplicati e i documenti. L'obiettivo è rendere più semplice liberare spazio senza dover andare a caccia di file inutili nelle varie cartelle. Naturalmente, prima di cancellare qualcosa, meglio dare un'occhiata a cosa si sta eliminando: la pulizia automatica è comoda, ma il contenuto della memoria resta responsabilità nostra.

Un'altra piccola novità riguarda le impostazioni rapide, dove è possibile aggiungere collegamenti alle funzioni di Accelerazione di sistema e Ricerca virus. In questo modo si possono raggiungere più velocemente alcuni strumenti di manutenzione del dispositivo, senza dover ogni volta navigare tra i menu.

La parte forse più importante, anche se meno appariscente, è quella relativa al sistema: OnePlus dichiara un miglioramento della stabilità. Come spesso accade con questo genere di aggiornamenti, però, le note ufficiali non entrano nei dettagli e non specificano quali problemi siano stati corretti. Difficile quindi aspettarsi cambiamenti immediatamente visibili nell'uso quotidiano.

VERdetto

Un aggiornamento piuttosto contenuto, almeno sulla carta, che punta più a rifinire l'esperienza d'uso che a introdurre novità sostanziali. Le modifiche alla gestione della memoria e alle impostazioni rapide sono utili, mentre il nuovo grafico dell'app Meteo rappresenta una piccola comodità in più. Il miglioramento della stabilità è naturalmente benvenuto, anche se sarà l'utilizzo quotidiano a dire se ci saranno differenze concrete.

Nessuna funzione rivoluzionaria, dunque, ma non tutti gli aggiornamenti devono necessariamente reinventare lo smartphone. L'importante è che il OnePlus 15R continui a funzionare bene, possibilmente con qualche piccolo miglioramento a ogni passaggio. Per ora, questo è quanto emerge dalle note ufficiali: per giudicare il comportamento effettivo dopo l'installazione servirà un po' di tempo.


venerdì 9 ottobre 2026

SamanT(h)onic

 

Piccolo manuale dell’alchimista da salotto: come fabbricare un gin su misura (e fare bella figura)

​C’è stato un momento preciso nella storia recente in cui regalare una bottiglia di vino ha smesso di essere originale, la birra ha iniziato a divenire troppo dozzinale e altri prodotti alcolici, troppo casuali. Per evitare questa tragica deriva esistenziale con un’amica, ho deciso di scavalcare la mediazione commerciale e improvvisarmi maestro distillatore grazie ai prodigi dell'internet e di piattaforme come Iltuogin.

​Il risultato? Una pozione alcolica su misura con un profilo aromatico che punta dritto a spezie decise, sferzate agrumate e un tocco balsamico di sottobosco. Niente fronzoli floreali o dolcezze stucchevoli: roba per palati svegli.

​Se per puro spirito d’avventura voleste replicare la formula tra le mura domestiche tramite macerazione (compound gin, o per gli amici: "alcol da farmacia e botaniche a mollo"), ecco il grimorio botanico, le proporzioni e le fonti di approvvigionamento per 1 litro di spirito.

​La Dispensa Botanica: Cosa, Quanto e Dove

  • ​Ginepro comune (Juniperus communis) – 30 g La base indiscutibile. Senza di lui non è gin, è solo un intruglio alcolico dal destino incerto. È un arbusto sempreverde spontaneo delle nostre zone mediterranee e delle scarpate assolate; in alternativa, si recupera in qualunque erboristeria ben fornita. Servono le galbule (le tipiche "bacche" blu-violacee), leggermente schiacciate per liberare la carica resinosa e balsamica.  
  • ​ Limone (Citrus limon) – 4-5 g (solo scorza essiccata, rigorosamente senza albedo bianco) La lama agrumata. Albero da frutto coltivato ovunque batta il sole (specie al Sud e lungo le coste). Basta un agrume biologico non trattato, un pelapatate affilato e zero parte bianca interna, altrimenti l'amaro prende il sopravvento e addio freschezza.

  • ​Chinotto (Citrus myrtifolia) – 2,5 g (scorza essiccata) L'amaro nobile. Piccolo albero da frutto tipico della riviera ligure (Savona docet) e del Sud Italia. Reperibile essiccato online o presso speziali specializzati. Dà quella nota agrumata complessa, a metà strada tra l'arancia amara e il retrogusto di una gassosa d'altri tempi.

  • ​Coriandolo (Coriandrum sativum) – 8 g (semi essiccati) Il pilastro speziato. Pianta erbacea annuale originaria del bacino del Mediterraneo. I semi tondi si trovano facilmente in erboristeria, nei negozi etnici o nella corsia spezie di un supermercato degno di questo nome. Non temete il famigerato "sapore di sapone" delle foglie fresche: i semi essiccati rilasciano note calde, legnose e sorprendentemente agrumate.
  • ​Pepe nero (Piper nigrum) – 1,5 g (grani interi, appena pestati) Il graffio sul fondo. Pianta rampicante originaria dell'India, reperibile ovunque. Basta non esagerare: un grano di troppo e il gin passa da "distillato raffinato" a "marinatura per una fiorentina".

  • ​Timo (Thymus vulgaris) – 0,5 g (foglioline essiccate) Il soffio balsamico. Piccolo arbusto perenne aromatico diffusissimo nella macchia mediterranea, tra rocce e sentieri aridi, oppure comodamente coltivabile in vaso sul balcone. Una presenza discreta, appena sussurrata, per legare il ginepro e chiudere il cerchio erbaceo.

​La Formula (ovvero: Come non avvelenare gli ospiti)

  1. ​La base alcolica: Procuratevi 1 litro di alcol buongusto a 95° o, per fare prima senza calcoli da chimico per la diluizione, una vodka neutra da grano di buona qualità (40-43% vol.).
  2. ​Il primo turno (24 ore): Mettete in infusione in un vaso di vetro a chiusura ermetica l’alcol e il ginepro leggermente pestato. Lasciate riposare al buio.
  3. ​Il secondo turno (12-18 ore): Aggiungete tutte le altre botaniche (coriandolo, scorze di limone e chinotto, pepe nero e timo). Non prolungate oltre questo tempo: le scorze e le spezie rilasciano aromi molto in fretta e rischiano di coprire tutto.

  1. ​Il filtraggio: Filtrate prima con un colino a maglie fitte e poi con un filtro di carta da caffè per eliminare ogni residuo e torbidità.
  2. ​Il riposo: Se avete usato alcol puro, diluite con acqua oligominerale a basso residuo fisso fino a scendere intorno ai 42-43° vol. Fate riposare la bottiglia sigillata per un paio di settimane prima di servirla.

​Se poi preferite evitare di trasformare la cucina in un laboratorio clandestino del Proibizionismo, far fare il lavoro sporco ai distillatori professionisti resta una mossa di insospettabile saggezza diplomatica. Il regalo è fatto, la faccia è salva e il bicchiere è pieno. Avendo tutti i prodotti in orto, giardino, serra e balcone, ovviamente ho fatto da me. L'etichetta invece l'ho fatta disegnare a VIKI


giovedì 8 ottobre 2026

Terminatel 258

 
La mia uscita di sabato scorso al Flashback 2026, mi ha fatto investire da un vero e proprio flash per quanto riguarda un apparecchietto con cui "giocavamo" a fine anni novanta. Una chicca del genere, ben tenuta e funzionante, non può essere solo un pezzo da museo.

Il dispositivo che potete ammirare nella foto è un Terminatel 258 a marchio SIP, derivato dalla famiglia dei terminali francesi Minitel 2 (prodotti da Alcatel) e distribuito in Italia tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 per accedere alla rete Videotel.

Che cos'era il Videotel

Il Videotel era la versione italiana del sistema telematico videotex (reso celebre oltralpe dal Minitel). Consisteva in una rete pre-Internet gestita dalla SIP a cui ci si collegava tramite la linea telefonica fissa (con un modem interno a standard V.23, tipicamente 1200 baud in ricezione e 75 in trasmissione). Serviva per consultare elenchi telefonici, orari dei treni, notizie, annunci o per accedere alle prime chat room telematiche a pagamento e alle BBS (Bulletin Board System).

Il Terminatel 258 si distingueva per il suo design compatto "all-in-one" con schermo CRT integrato (in bianco e nero o a fosfori con scala di grigi) e tastiera ribaltabile che fungeva anche da coperchio di protezione durante il trasporto.

Possibili utilizzi oggi per un appassionato

Non essendoci più la rete Videotel attiva, questo terminale è un pezzo da collezione con un enorme potenziale per il modding e il retrocomputing:

  • Terminale seriale per Linux / Raspberry Pi: Sul retro del telaio è presente una presa DIN a 5 poli (la porta ausiliaria/seriale). Con un semplice convertitore di livello logico o un adattatore USB-Seriale (TTL/RS232 a seconda della revisione interna), puoi collegarlo a un Raspberry Pi o a un PC. Configurando la porta con getty in modalità ASCII (80 o 40 colonne a 1200 o 4800 baud tramite le combinazioni di tasti funzione), puoi usarlo come una vera shell Bash/Linux fisica, con un'estetica cyberpunk/retrò autentica.
  • Connessione a BBS telnet: Interfacciato a un microcontrollore come l'ESP8266 o ESP32 (usando firmware come modem-simulator o Virtual Modem), il Terminatel può "chiamare" via Wi-Fi le BBS retro ancora attive nel mondo tramite Telnet, emulando le connessioni telematiche d'epoca.
  • Client IRC, feed RSS o monitor di sistema: Collegato a una scheda headless, può essere adoperato su una scrivania come monitor dedicato per visualizzare metriche di sistema (CPU, RAM, meteo), leggere i titoli delle notizie o chattare su vecchi canali IRC.
  • Emulazione Minitel / Videotex locale: Esistono progetti open-source dedicati alla preservazione del Minitel (come PyMinitel) che permettono di ricreare localmente server videotex completi di schermate grafiche a blocchi e pagine informative navigabili con i tasti numerici e i comandi funzione originali (Invio, Guida, Annull, Ripetiz).

Zero Click Web

 

Per decenni il web ha funzionato secondo una logica elementare e apparentemente immutabile: digitare una manciata di parole chiave, scorrere una lista di link blu, cliccare, leggere e farsi un'idea. Quel rito laico che ha definito la navigazione di intere generazioni si sta sgretolando a vista d'occhio. Con l'integrazione sempre più pervasiva delle risposte generate direttamente nei motori di ricerca, non siamo più noi a esplorare la rete; è una sintesi algoritmica a masticarla per noi, restituendoci una risposta preconfezionata prima ancora che possiamo sfiorare un singolo sito.

Questo fenomeno, noto agli addetti ai lavori come "zero-click web", porta con sé un paradosso profondo. Da una parte regala l'illusione della comodità immediata: niente banner invasivi, nessun popup sui cookie da scavalcare, la soluzione al problema servita in tre righe pulite. Dall'altra, però, spezza il patto fondativo su cui è cresciuta internet. I siti indipendenti, i blog, i portali tematici e le testate giornalistiche producono contenuti originali, ma il traffico verso le loro pagine si prosciuga perché il motore trattiene l'utente dentro il proprio recinto dorato. Chi crea valore viene declassato a semplice fornitore di materia prima per l'addestramento e la sintesi automatica, senza ricevere in cambio la minima visibilità.

Il pericolo a lungo termine non è solo economico, ma culturale. Una rete in cui nessuno visita più le fonti originali è una rete destinata a impoverirsi. Quando le voci indipendenti smettono di ricevere lettori, molte finiscono per spegnersi, lasciando spazio a un web sempre più omogeneo, dove le risposte tendono a convergere verso una media neutrale e priva di attrito, spesso allucinata o priva di sfumature. L'ipersemplificazione rischia di atrofizzare lo spirito critico: se ci fidiamo ciecamente del primo paragrafo riassuntivo, smettiamo di confrontare fonti diverse, di notare le contraddizioni e di scovare quei dettagli preziosi che si nascondono sempre nelle pagine secondarie.

Forse è arrivato il momento di riscoprire il valore dell'esplorazione disordinata. Cliccare oltre la risposta pronta, tornare a salvare nei preferiti i siti che meritano davvero, usare i feed RSS o premiare chi produce pensiero autentico non è una banale nostalgia da pionieri del web, ma un atto di resistenza quotidiana per non ridurre la complessità del mondo a una risposta pre-digerita da un algoritmo.

martedì 6 ottobre 2026

Pink Floyd - The Wall

 

Artista: Pink Floyd
Anno: 1979
Tracce: 26
Formato: doppio CD 
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Con i Pink Floyd mi ero già dichiarato: sono uno di quei nomi che tutti credono di conoscere, mentre in realtà la maggior parte conosce due o tre brani e si ferma lì. Io ho cercato di andare oltre, partendo da Atom Heart Mother e passando per Meddle. Prima o poi però il momento di The Wall doveva arrivare. Ed è arrivato.

Su questo disco è già stato detto tutto, da chiunque, in qualsiasi lingua e con qualsiasi approccio critico. Musicologi, appassionati, giornalisti, ex fidanzate col cappotto nero e l'eyeliner: tutti hanno avuto qualcosa da dire su The Wall. Per questo ho deciso di lasciare la parola a VIKI, che in quanto ad archivio enciclopedico mi batte senza discussioni, e di limitarmi a raccontare cosa mi ha lasciato addosso questo disco.

Intanto, i fatti. The Wall esce il 30 novembre 1979, undicesimo album dei Pink Floyd, doppio disco di 26 brani, oltre 24 milioni di copie vendute nel mondo. La genesi è caotica quasi quanto il contenuto: la band è in crisi finanziaria (avevano affidato i soldi a un manager che li aveva investiti male, perdendone l'83%), i rapporti interni sono logorati, e Roger Waters è stanco, esaurito, ai limiti della paranoia. L'idea nasce durante il tour In the Flesh del 1977, quando Waters sputa addosso a un fan invasivo durante un concerto e si rende conto di quanto stia diventando distante dal pubblico. Vuole costruire un muro tra sé e il mondo. Letteralmente. Il produttore Bob Ezrin, chiamato a dare forma all'idea, passa una notte insonne a scrivere un manoscritto di quaranta pagine che diventa la sceneggiatura base del disco. La band si trasferisce in Francia per questioni fiscali e registra tra Londra e Parigi tra il dicembre 1978 e il novembre 1979.

Il disco racconta la storia di Pink, alter ego di Waters costruito anche su elementi di Syd Barrett, il fondatore della band perso nella follia anni prima. Pink è una rockstar che ha eretto un muro intorno a sé mattone dopo mattone, partendo dalla morte del padre in guerra (Another Brick in the Wall, Part 1), passando per la madre iperprotettiva, gli insegnanti oppressivi (Part 2, quella con i bambini in coro che tutti conoscono, bandita in Sudafrica e Corea del Nord per il messaggio antiautoritario), il matrimonio che si sgretola, il rapporto malato col pubblico. Alla fine Pink, trasformatosi in una specie di gerarca fascista, viene messo sotto processo da se stesso in The Trial, e il muro viene abbattuto.

Quello che funziona è l'architettura complessiva, la coerenza narrativa di un'ora e venti di musica che non perde mai il filo. Comfortably Numb è probabilmente il brano più riuscito del disco: quell'intro di chitarra di David Gilmour, uno degli assoli più famosi della storia del rock, costruisce un'atmosfera di dissociazione perfetta, e la tensione tra la voce di Waters nel verso e quella di Gilmour nel ritornello racconta da sola la distanza tra Pink e il mondo. Hey You è malinconica e potente. Run Like Hell è il momento più ritmato e quasi danzabile, con quell'eco di chitarra che entra direttamente nel cervello. Outside the Wall chiude il disco con una semplicità quasi commovente, mezza voce e qualche accordo, come se tutto il rumore precedente fosse servito solo per arrivare lì.

Non è il mio disco preferito dei Pink Floyd, perché la paranoia di Waters nella seconda parte mette a dura prova l'ascolto, e certi momenti sanno di esercizio stilistico più che di emozione vera. Ma è uno di quegli oggetti culturali che bisogna conoscere, non per moda, non per completezza, ma perché capire The Wall significa capire qualcosa di importante su cosa possa diventare un essere umano quando costruisce abbastanza muri intorno a sé. Waters lo sapeva bene. Lo aveva vissuto sulla propria pelle. E si sente.

venerdì 2 ottobre 2026

Google AI Pro

 
Premetto che la mia VIKI è un'entità multipla e in questo caso stiamo parlando della sua personalità Gemini. Alla fine ci sono cascato, o forse ho semplicemente deciso di vedere fino a che punto ci si può spingere quando si decide di dare pieno ossigeno a questi strumenti. Sullo schermo dello smartphone si è materializzata la classica proposta a cui è difficile dire di no a cuor leggero, soprattutto quando ti mettono davanti tre mesi di prova gratuita prima di passare al canone mensile: Google AI Pro, con un plafond di archiviazione che schizza direttamente a 5 Terabyte su Google One. Ventuno euro e novantanove centesimi al mese a partire dal rinnovo, una cifra che comincia ad avere un suo peso specifico, ma che promette di aprire le porte a un comparto tecnico sensibilmente potenziato rispetto al profilo base. La curiosità, d’altronde, ha sempre il sopravvento sui buoni propositi di frugalità digitale. Ovviamente prima della scadenza, fissata al 2 gennaio, non rinnoverò.

La lista delle caratteristiche snocciolate dalla schermata di attivazione mette in chiaro dove si stia concentrando l'attenzione di Mountain View: limiti di utilizzo quadruplicati per l'app Gemini, accesso garantito e prioritario al modello Pro più avanzato, e soprattutto funzionalità spinte come Deep Research per scandagliare la rete e strutturare dossier complessi senza scontrarsi con i consueti colli di bottiglia. Non mancano le integrazioni con gli ambienti di sviluppo e crediti estesi per il cloud, l'integrazione ormai capillare dentro Gmail e Documenti, e una serie di estensioni dedicate al comparto multimediale, tra cui la generazione video ad alta intensità e strumenti creativi per imbastire storie e scene cinematografiche. Spicca persino un enigmatico riferimento a Nano Banana Pro affiancato alle suite di ricerca e generazione, a testimonianza di come i laboratori stiano buttando nella mischia architetture sempre più articolate e specializzate.

I cinque terabyte di spazio fanno gola per conto loro, fungendo da rete di sicurezza per anni di archivi, fotografie e documenti, ma il banco di prova reale sarà l'efficacia pratica di questo motore potenziato nel flusso quotidiano. Capire se questi margini operativi quattro volte superiori e la profondità analitica promessa cambino davvero la sostanza del lavoro intellettuale o se si tratti soltanto di una cilindrata sovradimensionata per andare a fare la spesa. La finestra trimestrale permette di esplorare a fondo ogni anfratto senza ansie di fatturazione immediata, e le premesse per metterlo sotto torchio, tra elaborazioni complesse e sfide creative, ci sono tutte.

Muse - Origin Of Symmetry



 Artista: Muse
Anno: 2001
Tracce: 11
Formato: CD 
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Con i Muse avevo dichiarato fin dalla recensione di Absolution di essere stato indeciso tra quel disco e questo prima di fare il mio ingresso nella loro discografia. Origin of Symmetry  era rimasto lì in sospeso, come un debito da saldare. Alla fine ho saldato, e non me ne pento.

È il secondo album, registrato tra settembre 2000 e febbraio 2001 con il produttore David Bottrill (già al lavoro con Tool e Silverchair), e quello che ha trasformato i Muse da band di culto britannica a fenomeno internazionale. Negli Stati Uniti la Maverick Records lo rifiutò ritenendolo troppo lontano dal mercato americano, e rimase inedito oltreoceano fino al 2005. Quattro anni dopo, e due milioni di copie nel mondo, qualcuno doveva essersi pentito.

Il disco si apre con New Born, sei minuti che partono da un intro di pianoforte quasi cameristico e poi precipitano in un muro di chitarre e batteria che lascia poco spazio alla riflessione. È uno di quei brani che nei live diventa qualcosa di diverso dal disco, più fisico e più urgente; Chris Wolstenholme ha dichiarato che tra i tre è probabilmente il preferito dell'intero album, e capisco perché. Plug In Baby è l'altro brano che tutti conoscono: quel riff di chitarra, scritto in modo che richiama quasi Bach per la sua costruzione melodica, è diventato uno degli anthem dei Muse e uno dei riff più riconoscibili degli anni Duemila. Bliss porta il disco verso atmosfere più sospese e sintetiche. Space Dementia, con il piano che si fa sempre più ossessivo, è il momento più claustrofobico. Citizen Erased, sette minuti di progressive rock moderno con cambi di dinamica continui, è forse il brano più ambizioso e quello che dimostra meglio dove stessero andando.

E poi c'è Feeling Good, la cover del classico di Cy Grant del 1964, già interpretata da Nina Simone in modo definitivo: i Muse la prendono, la rallentano, la rivestono di archi e organo e la restituiscono in una versione che non ha paura del confronto con l'originale. Una scelta coraggiosa che funziona.

Se Showbiz era la band che stava diventando qualcosa, Origin of Symmetry è la band che lo è diventata. Più maturo, più ambizioso, più consapevole del proprio suono. Il debito era effettivamente da saldare.

giovedì 1 ottobre 2026

Baroness - Blue Record

 

Artista: Baroness
Anno: 2009
Tracce: 12
Formato: CD 
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I Baroness sono una di quelle band che vale la pena avere in collezione anche se poi non ci si torna spessissimo, ma io mi appoggio a VIKI per avere notizie e rinfrescarmi la memoria. Blue Record del 2009 è il secondo album del quartetto di Savannah, Georgia, ed è il disco che li ha portati all'attenzione della critica internazionale: numero uno nella Billboard Heatseekers chart, miglior disco del 2009 per Decibel Magazine, ventesimo miglior album metal di sempre secondo LA Weekly. Non male per una band che fino a due anni prima era praticamente sconosciuta fuori dalla scena underground americana.

Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.

Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.

Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.

lunedì 28 settembre 2026

Machine Head - Burn My Eyes


 
Artista: Machine Head
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato CD
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I Machine Head nascono a Oakland nel 1991, e già questo dice qualcosa: la stessa città dei Green Day, un posto che nella prima metà degli anni Novanta stava producendo musica da ogni angolo possibile. Burn My Eyes  è il loro esordio, e arriva in un momento in cui il grunge stava ancora dominando l'attenzione generale mentre il metal cercava una nuova direzione.

La risposta di Robb Flynn è un groove metal denso e incazzato, prodotto da Colin Richardson nei Fantasy Studios di Berkeley con un suono massiccio che ai tempi era quasi un manifesto. Le chitarre di Flynn e Logan Mader dialogano continuamente tra groove monolitici e riff più veloci; il basso di Adam Duce è spesso in primo piano, e la batteria di Chris Kontos tiene tutto insieme con una solidità che non lascia respiro. Il brano Old si apre con una voce registrata che dichiara semplicemente "It's 1994" (uno dei sample più noti del decennio nel genere), come se la band volesse fissare il momento storico prima di partire a testa bassa.

Davidian apre il disco con uno di quei riff che si ricordano: lungo, cavernoso, costruito per far muovere la testa in modo quasi involontario. A Thousand Lies alterna cavalcate quasi heavy metal classico ad accelerazioni thrash core improvvise che sorprendono nella loro brevità. None But My Own ha il groove più vicino ai Pantera, e il confronto con questi ultimi è inevitabile anche se non del tutto giusto: Flynn ha un approccio vocale più vario, meno sudista, con momenti di vocalità pulita che Anselmo non avrebbe mai concesso. I testi, scritti quasi interamente da Flynn, parlano di corruzione politica e degrado sociale americano; sullo sfondo ci sono la rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King e la tragedia di Waco del 1993, trattate con un linguaggio diretto e quasi crossover che all'epoca sembrava nuovo per il contesto metal.

Non è un disco che rivoluziona il genere, e forse non ci prova nemmeno. Ma è costruito con una coerenza e una solidità che mancano a molti contemporanei più ambiziosi, e il fatto che sia rimasto un punto di riferimento a distanza di trent'anni dice qualcosa sulla qualità di quello che c'è dentro.

giovedì 24 settembre 2026

Converge - Jane Doe

 

Artista: Converge
Anno: 2001
Tracce: 12
Ascolta gratis con Amazon Music


Con i Converge sono caduto nella trappola delle recensioni entusiastiche. Jane Doe  compare in quasi tutte le liste dei migliori album metal e hardcore del decennio: migliore disco del 2001 per Terrorizer, miglior album dell'intera decade per Sputnikmusic, sessantunesimo miglior album metal di sempre secondo Rolling Stone. Con queste credenziali era difficile non cedere alla curiosità.

Il disco è il quarto dei Converge, band di Salem, Massachusetts, nata nel 1990 e considerata tra i pionieri del metalcore e del mathcore. Il cantante Jacob Bannon lo scrisse in un periodo di fine di una relazione importante, e tutta quell'urgenza emotiva è finita dentro la musica in modo talmente diretto da non lasciare quasi spazio all'ascoltatore. La copertina, un volto di donna anonimo che sembra disintegrarsi, l'ha disegnata lo stesso Bannon: anche quella è un documento di quel periodo.

Il problema è che per me è parecchio rumore. Non nel senso figurato: nel senso letterale del termine. Jacob Bannon alla voce urla, stria e graffia in modo così estremo che seguire un testo è praticamente impossibile, e aprire il booklet per leggere le parole non aiuta più di tanto perché quello che è scritto lì dentro difficilmente coincide con quello che si riesce a percepire nell'ascolto. I ritmi sono spezzati, i tempi dispari, i brani si interrompono e ripartono in modo imprevedibile. Per chi ha i codici giusti per decifrarlo è probabilmente tutto questo a renderlo affascinante. Per me, abituato al metal classico e all'hard rock, resta un muro di suono che non riesce a comunicarmi molto.
 

Tra l'altro, mentre cercavo il CD per riascoltarlo, mi sono accorto di un'altra cosa curiosa:  non è affatto un album che oggi si trovi facilmente in formato fisico. L'edizione europea del 2001 uscì per Epitaph Records, con il CD dentro un caratteristico slipcase di cartoncino, e la prima stampa comprendeva anche un foglio con i testi e un patch. Esistono naturalmente ristampe e altre edizioni, ma il vecchio CD sembra essere diventato uno di quei dischi che, nonostante l'importanza che gli viene attribuita, non sono poi così facili da recuperare. E la cosa mi ha fatto venire un dubbio ancora più strano: io sono quasi sicuro di averlo (avuto?). Lo devo cercare, è finito da qualche parte. Ricordo perfettamente quella copertina e il CD fisico, quindi è difficile pensare che il mio rapporto con Jane Doe sia nato semplicemente da un MP3 scaricato qualche anno dopo. Adesso, quindi devo anche ritrovare il mio. 

martedì 22 settembre 2026

Cranberries - No Need To Argue



 Artista: The Cranberries
Anno: 1994
Tracce: 13 + 6
Formato: CD doppio 
Acquista su Amazon

Colpevolmente non avevo ancora parlato dei Cranberries su queste pagine, e già questo è un torto da riparare chiedendo un aiuto veloce a VIKI che è brava a fare ricerche. No Need to Argue (del 1994 con un Festivalbar spettacolare l'anno successivo) è il disco che li ha consacrati definitivamente, il secondo della loro breve e intensa discografia, e quello che più di tutti porta il segno di quello che erano: una band irlandese di Limerick con una voce al centro che bastava da sola a distinguerli da chiunque altro.

Quella voce è Dolores O'Riordan: un timbro unico, fragile e potente insieme, con quel vibrato singhiozzante che è diventato uno dei marchi sonori degli anni Novanta. Intorno a lei la chitarra acustica ed elettrica di Noel Hogan costruisce un folk pop rock che bilancia evocazioni irlandesi e alternative rock con una naturalezza che poche band sapevano trovare in quel periodo. Il disco è già maturo e coeso, con tredici canzoni che tengono insieme registri molto diversi senza mai perdere il filo.

Il centro di tutto è Zombie, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Dolores la scrisse dopo l'attentato IRA di Warrington del 20 marzo 1993, in cui vennero uccisi due bambini, Jonathan Ball e Tim Parry: una risposta rabbiosa e disperata, con le chitarre distorte in modo insolito per la band e la voce che sale fino all'urlo. La Island Records era titubante sul pubblicarla come singolo, convinta che una canzone politicamente militante potesse danneggiare la carriera della band. Nel frattempo però il brano aveva già cominciato a girare nei live, e mentre spopolava accadde qualcosa di incredibile: il 31 agosto 1994 l'IRA dichiarò il cessate il fuoco dopo venticinque anni di conflitto armato. Qualcuno insinuò che l'esposizione mediatica di un brano simile non fosse del tutto estranea alla decisione. La canzone uscì come singolo il 19 settembre e divenne il loro più grande successo commerciale.

Ma il disco vale molto oltre Zombie. Ode to My Family è malinconica e nostalgica, con i tubi tradizionali irlandesi uilleann pipes a colorare il sottofondo. I Can't Be with You è una delle ballate più riuscite, essenziale e diretta. Ridiculous Thoughts porta il suono alternative rock più vicino alla superficie. E poi c'è Daffodil's Lament, con quella sua atmosfera sospesa e celtica che sembra arrivare da un posto senza tempo.

Dolores è scomparsa nel 2018, e la sua assenza ha reso tutto questo ancora più prezioso e irreparabile. No Need to Argue non invecchia perché non ha mai cercato di essere moderno: cercava solo di essere onesto, e ci riusciva benissimo. 

mercoledì 16 settembre 2026

La mappa del mondo ci ha mentito

 
Nel mio studio (non) ovale ho una mappa gigante della National Geographic Pacifico centrica di cui vado fiero, presa a Londra. Solitamente invece abbiamo quelle "normali" con l'Europa al centro. Questo per dire che mi sono sempre piaciuti i punti di vista differenti, anche in geografia. 
Guardiamo una cartina geografica e pensiamo di guardare il mondo. In realtà stiamo guardando una delle sue tante possibili rappresentazioni. Sembra una distinzione da fissati della geografia, ma basta fare una cosa semplicissima per accorgersene: prendere una cartina e chiedersi perché la Groenlandia sembri enorme quasi quanto l'Africa. Non lo è. L'Africa è circa quattordici volte più grande della Groenlandia. Eppure siamo cresciuti vedendole rappresentate in modo apparentemente simile. Non è un errore del cartografo e nemmeno un complotto geografico: è il risultato di una scelta matematica. E in queste settimane la questione è tornata sorprendentemente d'attualità perché il 4 settembre 2026 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 164 voti favorevoli, uno contrario e sei astensioni una risoluzione che incoraggia l'utilizzo di proiezioni capaci di rappresentare in modo più corretto le dimensioni relative dei continenti, citando in particolare la proiezione Equal Earth. Il problema nasce da una cosa apparentemente banale: la Terra è una sfera e una carta geografica è piatta. Non si può trasferire perfettamente una superficie curva su un foglio senza deformarla. Qualcosa deve necessariamente cambiare: le superfici, le forme, le distanze oppure le direzioni. Non esiste quindi la "mappa perfetta". Esistono mappe progettate per scopi diversi. La famosa proiezione di Mercatore, elaborata da Gerardus Mercator nel 1569, fu pensata soprattutto per la navigazione. Ha una caratteristica fondamentale: permette di rappresentare le rotte a direzione costante in maniera particolarmente utile ai navigatori. Il prezzo da pagare è che le terre vengono progressivamente ingrandite man mano che ci si avvicina ai poli. E così la Groenlandia diventa gigantesca, il Canada sembra quasi spropositato e l'Europa assume dimensioni che il nostro cervello finisce per considerare normali. L'Africa invece, trovandosi molto più vicina all'Equatore, appare relativamente piccola. Se prendiamo una cartina di Mercatore e la confrontiamo con una rappresentazione che conserva correttamente le proporzioni delle superfici, il risultato è quasi straniante. Il continente africano improvvisamente sembra molto più grande di quello che ricordavamo. E non è perché qualcuno lo abbia "ingrandito": è perché per una volta non lo stiamo rimpicciolendo. La cosa interessante è che Mercatore non aveva progettato una mappa per insegnare alle persone quanto fossero grandi i continenti. Aveva risolto un problema pratico della navigazione. Per quello scopo la sua proiezione era straordinariamente utile. Il problema è arrivato molto dopo, quando quella stessa rappresentazione è diventata una sorta di immagine mentale standard del pianeta. L'abbiamo appesa nelle scuole, stampata sugli atlanti, utilizzata nei libri e poi trasferita sul mondo digitale. La proiezione Web Mercator è diventata infatti uno standard di fatto per le mappe online, perché funziona molto bene con le mappe interattive e permette di spostarsi e fare zoom in maniera efficiente. E qui arriva la parte che trovo più interessante: una mappa non è mai soltanto una fotografia del territorio. È una scelta su cosa vogliamo vedere bene. La storia della cartografia lo dimostra benissimo. Nel 1154 il geografo arabo al-Idrisi realizzò per il re normanno Ruggero II di Sicilia una delle più importanti rappresentazioni geografiche del Medioevo. La sua carta aveva il Sud in alto e il Nord in basso. Per noi appare immediatamente "sbagliata", perché siamo abituati all'esatto contrario. Ma non esisteva nessuna legge naturale secondo cui il Nord dovesse stare sopra. Era una convenzione. Nella cartografia islamica medievale l'orientamento con il Sud in alto era tutt'altro che strano, e nella carta di al-Idrisi la Mecca assumeva una posizione centrale e particolarmente importante. Ancora prima, molte mappe europee medievali non avevano nemmeno l'obiettivo di essere strumenti geografici nel senso moderno del termine. Alcune erano soprattutto rappresentazioni religiose e simboliche del mondo. La celebre mappa di Hereford, per esempio, era concepita come una rappresentazione della storia cristiana più che come una guida per attraversare l'Europa. Il punto non era sapere con precisione quanto fosse distante Parigi da Roma: il punto era rappresentare il mondo secondo una determinata visione religiosa. Anche il concetto di "centro del mondo" è quindi meno innocente di quanto sembri. Mettiamo l'Europa al centro e ci sembra normale. Mettiamo l'Asia al centro e improvvisamente cambia tutto. Mettiamo il Pacifico al centro e l'Europa finisce ai margini della carta, in alcuni casi divisa addirittura in due. Non è cambiata la Terra. È cambiato il modo in cui l'abbiamo tagliata. E la storia continua ancora oggi. La risoluzione approvata dall'ONU non vieta la proiezione di Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte geografiche del pianeta debbano essere sostituite. Il testo riguarda soprattutto finalità educative e di consapevolezza e riconosce esplicitamente che ogni proiezione comporta dei compromessi. La stessa risoluzione chiarisce che non modifica questioni relative a confini, sovranità o status territoriale. La proposta che ha ricevuto il sostegno dell'Assemblea è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 che cerca soprattutto di mantenere corrette le proporzioni delle superfici. Ma anche questa non è "la vera mappa del mondo". È semplicemente una mappa costruita per rispondere meglio a una domanda precisa: quanto è grande davvero una parte della Terra rispetto a un'altra? Se invece dobbiamo tracciare una rotta navale, abbiamo bisogno di altre proprietà. Se vogliamo rappresentare correttamente le distanze, ne servono altre ancora. Se vogliamo una carta del mondo che abbia una forma gradevole e facilmente leggibile, probabilmente faremo un altro compromesso. È una cosa che vale la pena ricordare anche quando usiamo Google Maps. Noi siamo ormai abituati a pensare alle mappe come a qualcosa di oggettivo e quasi magico. Il telefono sa dove siamo, vede la strada, ci dice dove girare e sembra mostrarci il territorio così com'è. In realtà anche lì dietro ci sono proiezioni, sistemi di coordinate, algoritmi, semplificazioni e scelte grafiche. La tecnologia ha reso le mappe infinitamente più comode, ma non le ha trasformate in una copia della realtà. Forse è proprio questa la cosa più affascinante della faccenda. Una carta geografica è un po' come una fotografia: ci sembra di vedere la realtà, ma qualcuno ha deciso da dove guardarla, cosa includere, cosa escludere, quale scala utilizzare e quali caratteristiche mettere in evidenza. Una mappa non mente necessariamente. Sceglie. E questa consapevolezza cambia parecchio il modo in cui possiamo guardarla. La prossima volta che vedremo la Groenlandia gigantesca accanto all'Africa non sarà necessario indignarsi contro Mercatore, né buttare nel cestino tutti gli atlanti di casa. Possiamo semplicemente ricordarci che quella carta sta facendo bene il lavoro per cui era stata progettata. E che se vogliamo capire quanto è grande davvero il mondo, forse dobbiamo cambiare mappa. Alla fine, è una lezione piuttosto bella: per secoli abbiamo cercato di rappresentare il mondo su un foglio. Abbiamo costruito mappe sempre più precise, inventato proiezioni, coordinate, satelliti e sistemi GPS. Eppure il problema fondamentale è rimasto lo stesso del primo cartografo che ha provato a disegnare la Terra: non possiamo mettere una sfera su un piano senza modificarla. Possiamo soltanto decidere come modificarla.

giovedì 3 settembre 2026

Black Flag - Damaged



Artista: Black Flag
Anno: 1981
Tracce: 15
Formato: CD
Acquista su Amazon

Jack: VIKI, spiega perchè questo album che tengo in mano è finito nella mia collezione privata casalinga:

VIKI: Se dovessi consigliare un solo disco per spiegare cosa significhi davvero la parola punk, senza tutta la patina da salotto buono che ormai si porta dietro, punterei dritto su Damaged dei Black Flag. Uscito sulla SST nel 1981, è il loro primo album vero e proprio, e arriva dopo un paio di tentativi falliti e un giro di cantanti che definire turbolento è poco. Alla fine il posto lo prende un ventenne di Washington DC che fino a poco prima faceva il fan sfegatato della band, tale Henry Rollins, che si ritrova catapultato in studio con appena qualche settimana di rodaggio alle spalle.

La cosa curiosa è che la maggior parte delle basi strumentali era già stata registrata prima del suo arrivo, quindi Rollins si è trovato a dover sovraincidere la voce su tracce pensate per un altro cantante, e nonostante questo il risultato suona come se fosse tutto nato insieme, di getto, con quella rabbia che non concede pause. Chitarra di Greg Ginn, basso di Chuck Dukowski, seconda chitarra di Dez Cadena passato dal microfono alla sei corde, batteria del misterioso Robo. Un quintetto che in poco più di trentaquattro minuti butta giù il manifesto dell'hardcore americano.

Dietro l'uscita del disco c'è anche una storia da manuale di quanto la musica desse fastidio a chi contava i soldi. La Unicorn Records, che doveva distribuirlo tramite la major MCA, si tira indietro all'ultimo perché il presidente della MCA lo giudica un disco anti genitori. I Black Flag, con la faccia tosta che li ha sempre contraddistinti, vanno di persona allo stabilimento di stampa e appiccicano sopra le copie già pronte degli sticker con su scritto, testuale, che da genitore lo trovavano un disco anti genitori. Alla fine il disco esce per conto proprio sulla SST di Ginn, e quella storia lì dice già tutto sullo spirito del gruppo.

Musicalmente Damaged non lascia respiro. Brani come Rise Above, Six Pack, Thirsty and Miserable o Depression parlano di paranoia, alcolismo, isolamento, disagio mentale, con un'urgenza che non ha nulla di calcolato. Rollins non canta, sbraita, e lo fa con una credibilità totale perché quelle cose evidentemente le sente sulla pelle. Poi arriva TV Party, che è quasi comica nella sua cattiveria contro il conformismo da divano, e chiude tutto Damaged I, il primo pezzo scritto proprio da Rollins, rallentato e quasi da spoken word, che suona come una confessione buttata lì senza filtri.

Perché avere questo cd in casa sia una buona cosa, secondo me, è presto detto. Non è un disco che si ascolta per piacere nel senso tradizionale del termine, è un disco che serve a ricordarsi che la musica può ancora essere pericolosa, scomoda, urgente, prima che diventasse un prodotto da playlist. Io vengo dal metal, quindi la mia formazione è fatta di epica, tecnica, atmosfere, e l'hardcore per natura va nella direzione opposta, essenziale e sporco. Eppure Damaged mi ha sempre insegnato qualcosa che il metal più ricercato a volte perde per strada, cioè che a volte bastano tre accordi urlati con sincerità per dire più cose di un assolo di otto minuti. Tenerlo in casa è un modo per non dimenticarselo.

lunedì 31 agosto 2026

Aggiornamento OxygenOS versione CPH2769_16.0.10.500

 

È arrivato anche sul mio OnePlus 15R un nuovo aggiornamento di sistema. Si tratta della versione CPH2769_16.0.10.500, basata su OxygenOS 16, con un download di circa 880 MB.

Non siamo davanti a una nuova versione major di Android, naturalmente, ma a un aggiornamento abbastanza corposo che interviene su diversi aspetti del telefono: schermata Home, Note, fotocamera, sicurezza e gestione delle app nascoste.

OnePlus ha iniziato a distribuirlo il 19 agosto 2026 attraverso un rollout progressivo. La versione CPH2769_16.0.10.500(EX01) è quella destinata ai dispositivi EU/GLO, quindi è proprio quella che interessa il mercato europeo.

Nel mio caso l'OTA è comparso direttamente sul telefono.

Un aggiornamento da quasi 880 MB

La schermata dell'aggiornamento segnala:

OxygenOS 16
CPH2769_16.0.10.500
879,73 MB

Quindi non è il classico aggiornamento da poche decine o centinaia di megabyte dedicato esclusivamente alle patch di sicurezza.

Il changelog ufficiale, però, fa capire abbastanza bene dove OnePlus abbia concentrato il lavoro.

Home screen: finalmente un modo rapido per eliminare i badge

Una delle novità più piccole, ma potenzialmente comode, riguarda i badge delle notifiche sulle icone delle applicazioni.

Ora è possibile fare un gesto di apertura con due dita sulla schermata Home per cancellare contemporaneamente tutti i badge delle notifiche.

Non cambia la gestione delle notifiche vere e proprie: semplicemente permette di ripulire rapidamente quei numerini rossi che, dopo qualche ora o qualche giorno, finiscono inevitabilmente per trasformare la Home in una specie di tabellone della borsa.

Una funzione minuscola, ma che può diventare comoda per chi tende ad avere molte notifiche non lette.

Note diventa un po' più utile

Un'altra modifica riguarda l'app Note.

Con OxygenOS 16.0.10.500 è possibile annotare direttamente le immagini inserite nelle Note, utilizzando gli strumenti di modifica per evidenziare particolari o aggiungere indicazioni.

È una funzione pensata soprattutto per chi utilizza lo smartphone anche per lavoro, studio o organizzazione personale: fotografare qualcosa, inserirlo in una nota e indicare direttamente sull'immagine ciò che interessa diventa più immediato.

Niente di rivoluzionario, ma è il genere di piccola aggiunta che ha senso in un'interfaccia ormai sempre più orientata alla produttività.

La novità più interessante: AI Remix Collage

La parte più curiosa dell'aggiornamento è probabilmente quella dedicata a Camera & Photos.

OnePlus introduce AI Remix Collage, una funzione che permette di prendere un soggetto da un video e trasformarlo in uno sticker animato.

Il soggetto può poi essere utilizzato su:

  • altri video;
  • Motion Photo;
  • fotografie;
  • nuovi contenuti creativi;
  • immagini con contorni animati.

In pratica OnePlus sta portando nella galleria una serie di strumenti di manipolazione delle immagini basati sull'intelligenza artificiale, con un approccio decisamente più "social" e creativo che fotografico.

È una di quelle funzioni che probabilmente utilizzeremo tutti meno di quanto suggerisca il comunicato stampa, ma che può diventare divertente quando si vuole fare qualcosa di un po' meno serio con le fotografie.

Risolto anche un piccolo problema della fotocamera

L'aggiornamento corregge inoltre un problema che poteva verificarsi utilizzando la fotocamera in modalità orizzontale.

In alcune situazioni icone, testi e menu potevano infatti rimanere visualizzati con l'orientamento verticale.

Con la nuova versione il problema dovrebbe essere risolto.

Più attenzione alla sicurezza

La parte probabilmente meno spettacolare, ma più importante, riguarda la sicurezza.

OnePlus ha migliorato il sistema di protezione contro comportamenti considerati ad alto rischio, in particolare quelli che possono sfruttare impropriamente i servizi di Accessibilità.

Il sistema può bloccare automaticamente determinate attività sospette, registrare gli eventi rilevati e mostrare un avviso all'utente.

La funzione è accessibile dal Gestore telefono → Virus e rischi → Blocca attività app sospette.

È un intervento interessante perché i permessi di Accessibilità sono da tempo uno dei punti delicati della sicurezza Android: applicazioni malevole possono cercare di sfruttarli per interagire con l'interfaccia e compiere operazioni che normalmente non sarebbero consentite.

Migliorata anche la gestione delle app nascoste

OnePlus ha inserito inoltre una piccola modifica per le app nascoste.

Quando si utilizza un'app nascosta, è ora possibile effettuare uno swipe dal basso verso l'area della finestra fluttuante nell'angolo superiore destro per aprirla in una finestra flottante.

Una funzione abbastanza particolare, destinata probabilmente a una minoranza di utenti, ma che aumenta le possibilità del sistema multitasking di OxygenOS.

E soprattutto: patch di sicurezza di agosto 2026

La parte più importante dell'aggiornamento dal punto di vista della manutenzione è probabilmente l'integrazione della patch di sicurezza Android di agosto 2026.

È un dettaglio che spesso passa inosservato perché non produce nessuna nuova icona o animazione sullo schermo, ma è esattamente il tipo di aggiornamento che è bene installare.

Il rollout è comunque incrementale: OnePlus non distribuisce necessariamente l'OTA contemporaneamente a tutti gli utenti. La società ha infatti spiegato che l'aggiornamento viene inizialmente inviato a una percentuale limitata di dispositivi per poi essere esteso progressivamente.

Vale la pena aggiornare?

Direi proprio di sì.

Non perché OxygenOS 16.0.10.500 trasformi improvvisamente il OnePlus 15R in un telefono diverso, ma perché è un aggiornamento che mette insieme nuove funzioni, correzioni, miglioramenti della sicurezza e patch mensile.

Le novità che probabilmente noteremo di più sono AI Remix Collage, le nuove possibilità di annotazione delle immagini nelle Note e il gesto a due dita per cancellare i badge.

Molto più importanti, anche se invisibili nell'uso quotidiano, sono invece le correzioni di sicurezza e il miglioramento della gestione delle applicazioni potenzialmente rischiose.

Il mio 15R, quindi, si aggiorna ancora una volta. E considerando che l'ho appena scelto come successore del vecchio OnePlus 9 Pro, è anche un buon modo per iniziare a vedere quanto OnePlus continuerà a lavorare sul software di questo dispositivo nel corso del suo ciclo di vita.

Per ora, insomma, 879 MB ben spesi.

Scheda dell'aggiornamento

Dispositivo: OnePlus 15R
Sistema: OxygenOS 16
Versione: CPH2769_16.0.10.500
Build europea: CPH2769_16.0.10.500(EX01)
Dimensione OTA: 879,73 MB
Patch sicurezza: agosto 2026
Distribuzione: rollout incrementale EU/GLO
Principali novità: AI Remix Collage, annotazione immagini nelle Note, gestione dei badge, miglioramenti fotocamera, sicurezza e app nascoste.


*Aggiornamento ricevuto sul mio OnePlus 15R (CPH2769) il 31 agosto 2026.*


giovedì 27 agosto 2026

OnePlus 15R: panoramica e specifiche

 

Dopo quasi tre anni di onorato servizio, è arrivato il momento di mandare in pensione il mio OnePlus 9 Pro. Al suo posto è arrivato un OnePlus 15R, nella versione Charcoal Black con 12 GB di RAM e 256 GB di memoria interna.

Il passaggio è curioso perché, sulla carta, sembra quasi un confronto impari. Il 15R appartiene a una generazione tecnologicamente molto più avanzata e in diversi settori sembra arrivare direttamente dal futuro. Ma il 9 Pro era un vero flagship e, soprattutto, aveva una cosa che oggi molti smartphone sembrano aver dimenticato: un certo gusto per il design.

Il risultato è quindi meno scontato di quanto si potrebbe pensare.

Le caratteristiche del OnePlus 15R

Il OnePlus 15R monta la piattaforma Qualcomm Snapdragon 8 Gen 5, con CPU Oryon fino a 3,8 GHz, 12 GB di RAM LPDDR5X Ultra e memoria UFS 4.1. La mia versione dispone di 256 GB. È una dotazione che, anche senza scomodare il marketing, è decisamente di fascia alta.

Il sistema operativo è OxygenOS 16 basato su Android 16, quindi il telefono parte già con una generazione software molto più recente rispetto al mio vecchio 9 Pro, nato con Android 11 e OxygenOS dell'epoca.

Ma è la batteria la caratteristica che probabilmente farà la differenza nell'utilizzo quotidiano: 7.400 mAh, contro i 4.500 mAh del 9 Pro. Significa circa il 64% di capacità in più. La ricarica è SUPERVOOC a 80 W e OnePlus dichiara una ricarica dall'1 al 50% in circa 22 minuti nelle proprie condizioni di laboratorio.

Insomma, dopo anni passati a guardare con una certa ansia la percentuale della batteria del 9 Pro, questa potrebbe essere la differenza più piacevole di tutte.

Display: 165 Hz contro la qualità del vecchio QHD+

Lo schermo è un AMOLED da 6,83 pollici, con risoluzione 2.800 × 1.272 pixel, 450 ppi e refresh rate adattivo fino a 165 Hz. Supporta 10 bit e il 100% dello spazio colore DCI-P3, mentre la luminosità HBM arriva a 1.800 nit.

Il 9 Pro aveva però una caratteristica che sulla carta continua a essere superiore: il suo Fluid AMOLED LTPO da 6,7 pollici raggiungeva 3.216 × 1.440 pixel, 525 ppi e 120 Hz.

Qui, quindi, il nuovo non è semplicemente “migliore”.

Il 15R vince nettamente sulla fluidità, con i suoi 165 Hz, ma il 9 Pro aveva una risoluzione maggiore e soprattutto un pannello LTPO che all'epoca rappresentava una delle soluzioni più raffinate disponibili.

Nell'uso normale, comunque, 165 Hz sono probabilmente più una bella cifra da leggere sulla scheda tecnica che una rivoluzione percepibile rispetto ai 120 Hz del 9 Pro. Lo schermo del 15R è però enorme, luminoso e molto fluido.

Il grande salto: la potenza

Qui non c'è praticamente partita.

Il 9 Pro utilizzava lo Snapdragon 888, con GPU Adreno 660, 12 GB di RAM LPDDR5 e memoria UFS 3.1.

Il 15R utilizza invece lo Snapdragon 8 Gen 5, 12 GB di LPDDR5X Ultra e UFS 4.1. OnePlus dichiara incrementi del 36% per la CPU, dell'11% per la GPU e del 46% nelle prestazioni AI rispetto alla generazione precedente, valori ovviamente da considerare come dati di laboratorio del produttore.

Al di là dei numeri, il salto generazionale dopo cinque anni è inevitabilmente enorme. Il 9 Pro continua a essere un telefono assolutamente utilizzabile, ma il 15R nasce in un'epoca nella quale processore, memoria, gestione termica e intelligenza artificiale hanno fatto parecchi passi avanti.

OnePlus ha inoltre inserito un sistema di raffreddamento Cryo-Velocity a 360°, con camera di vapore da 5.704 mm², pensato soprattutto per mantenere alte le prestazioni durante sessioni impegnative.

Per chi usa lo smartphone semplicemente per telefonare, navigare, fotografare e leggere, probabilmente è persino esagerato. Ma almeno non ci si troverà a cambiare telefono perché “non ce la fa più”.

Fotocamere: qui il 9 Pro ha ancora qualcosa da dire

Ed eccoci al punto in cui il vecchio OnePlus non è affatto da buttare.

Il 15R dispone di due fotocamere posteriori:

  • principale Sony IMX906 da 50 MP, f/1.8, con OIS;
  • ultra-grandangolare da 8 MP, 16 mm equivalenti.

La fotocamera anteriore è da 32 MP con autofocus. Il 15R può inoltre registrare video fino a 4K a 120 fps, una caratteristica notevole.

Il 9 Pro aveva invece un sistema decisamente più completo: principale Sony IMX789 da 48 MP con OIS, ultra-grandangolare Sony IMX766 da 50 MP e soprattutto un teleobiettivo da 8 MP con zoom ottico 3,3× e OIS. Il tutto con la collaborazione Hasselblad, compresa la calibrazione dei colori e una modalità Pro particolarmente curata.

E qui c'è un piccolo paradosso.

Il 15R è il telefono più nuovo e tecnologicamente più avanzato, ma il 9 Pro ha un comparto fotografico più versatile. L'ultra-grandangolare da 50 MP del vecchio telefono, soprattutto, era una componente di livello decisamente superiore agli 8 MP del 15R.

E manca completamente il teleobiettivo.

Per uno come me, che usa spesso il telefono durante viaggi, escursioni e trekking, questa non è una differenza trascurabile. Il 15R punta molto di più sulla fotografia computazionale e sul sensore principale, mentre il 9 Pro offriva una vera dotazione fotografica da flagship.

E poi c'è il design

Qui devo essere onesto: il mio vecchio 9 Pro è più bello.

Non necessariamente più moderno. Non più potente. Non più pratico.

Più bello.

Il 9 Pro aveva quel mix di vetro, curve, fotocamere Hasselblad e proporzioni relativamente contenute che gli davano ancora l'aspetto di uno smartphone “importante”. Il display curvo e il corpo più stretto contribuivano parecchio alla sensazione di prodotto premium.

Il 15R è più grande e più massiccio: misura 163,41 × 77,04 × 8,3 mm e pesa 214 grammi nella versione Charcoal Black. Il 9 Pro misurava 163,2 × 73,6 × 8,7 mm e pesava 197 grammi.

Quindi il nuovo telefono è praticamente identico in altezza, ma 3,4 mm più largo e 17 grammi più pesante.

E si sentono.

Il 15R è più grosso, più squadrato e meno elegante. Il design è funzionale, moderno e probabilmente più resistente, ma ha qualcosa di più anonimo. Il 9 Pro aveva invece quella sensazione da oggetto progettato con maggiore attenzione al dettaglio.

È uno dei casi in cui guardando il vecchio telefono viene spontaneo pensare: “Sì, però questo era proprio bello”.

Dove il 15R stravince: resistenza e autonomia

Se il design va al vecchio 9 Pro, la resistenza va tutta dalla parte del 15R.

Il nuovo modello dispone della combinazione di certificazioni IP66, IP68, IP69 e IP69K, una protezione molto più estrema contro polvere, immersioni e getti d'acqua rispetto alla maggior parte degli smartphone.

Per chi porta il telefono sui sentieri, sotto la pioggia, nella polvere o semplicemente lo infila in tasca dopo aver sudato per quattro ore su una montagna, è una caratteristica molto più interessante di quanto possa sembrare leggendo una scheda tecnica.

E poi c'è quella batteria da 7.400 mAh.

È enorme.

Rispetto ai 4.500 mAh del 9 Pro, sulla carta abbiamo circa 2.900 mAh in più, cioè quasi due terzi di capacità aggiuntiva.

Per un telefono destinato a viaggi, trekking, GPS, fotografie e video, questa è probabilmente la caratteristica che più di tutte potrebbe cambiare concretamente il modo di utilizzarlo.

Ci sono anche alcuni passi indietro

Il 15R non è un 9 Pro semplicemente “migliorato”. È un telefono progettato con priorità diverse.

Per esempio, la porta USB-C è ancora USB 2.0, nonostante l'enorme potenza del dispositivo.

Il telefono utilizza inoltre due slot nano-SIM e, almeno nella versione europea riportata dalla scheda tecnica ufficiale, quella che ho io  offre pure eSIM.

E naturalmente non c'è la ricarica wireless che avevo sul 9 Pro, che supportava Warp Charge wireless a 50 W.

Sono dettagli che non compromettono l'esperienza quotidiana, ma spiegano perché il 15R non vada considerato semplicemente un “flagship OnePlus 2026” in senso assoluto. È un telefono che concentra tantissimo sull'autonomia e sulle prestazioni, sacrificando qualcosa sul fronte della fotografia e delle funzioni premium.

OnePlus 9 Pro vs OnePlus 15R


OnePlus 9 Pro OnePlus 15R
Anno 2021 2025/26
Processore Snapdragon 888 Snapdragon 8 Gen 5
RAM 12 GB LPDDR5 12 GB LPDDR5X Ultra
Memoria 256 GB UFS 3.1 256 GB UFS 4.1
Display 6,7" LTPO AMOLED 6,83" AMOLED
Risoluzione 3216 × 1440 2800 × 1272
Refresh 120 Hz 165 Hz
Batteria 4.500 mAh 7.400 mAh
Ricarica 65 W + wireless 50 W 80 W
Fotocamera principale 48 MP Sony IMX789 50 MP Sony IMX906
Ultra-grandangolare 50 MP 8 MP
Teleobiettivo 8 MP, 3,3× OIS —
Selfie 16 MP 32 MP AF
Video fino a 8K/4K fino a 4K 120 fps
Peso 197 g 214 g
Spessore 8,7 mm 8,3 mm
Protezione IP68 IP66/IP68/IP69/IP69K
USB USB-C USB-C 2.0
eSIM dipende dalla variante No nella versione europea

Le specifiche sono tratte dalle schede ufficiali OnePlus dei due modelli.

Quindi: vale la pena passare dal 9 Pro al 15R?

Dopo cinque anni dall'uscita del 9 PRO, sì. Ma non perché il 9 Pro sia diventato improvvisamente un ferrovecchio.

Il OnePlus 15R è un enorme salto in avanti per prestazioni, autonomia, resistenza, velocità della memoria e fluidità del display. La batteria da 7.400 mAh, in particolare, potrebbe essere una delle caratteristiche più azzeccate per chi usa molto lo smartphone fuori casa.

Il OnePlus 9 Pro resta però più elegante, più compatto e più raffinato, oltre ad avere un comparto fotografico posteriore più completo grazie al teleobiettivo e all'ultra-grandangolare da 50 MP.

In altre parole, il 9 Pro era uno smartphone costruito intorno all'idea di flagship elegante e completo.

Il 15R sembra invece costruito intorno a un'altra filosofia: dammi una quantità oscena di batteria, un processore potentissimo, uno schermo velocissimo e rendimi praticamente impermeabile; sulle raffinatezze possiamo trattare.

E forse è proprio questo il senso del passaggio.

Dopo cinque anni non cercavo necessariamente un telefono più bello del 9 Pro. Cercavo un telefono che non mi facesse rimpiangere ogni sera di essere uscito di casa con il GPS acceso.

Da questo punto di vista, il 15R parte decisamente bene.

Voto iniziale: 8,5/10.

Il 9 Pro, per me, resta più bello.

Il 15R, però, probabilmente è molto più adatto alla vita che faccio oggi.