Ci sono quei film che sai già come finiscono e li rivedi lo stesso, perché non è la destinazione a contare ma il modo in cui ci arrivi. Questo è esattamente uno di quelli. Rischio di fare spoiler, lo so, ma mi sembra impossibile parlarne senza dire che la sua forza sta tutta nell'equilibrio. Il film sta in bilico tra un thriller drammatico, con tanto di psichiatra che cerca di capire chi sia davvero il suo paziente, e una favola di fantascienza che ti fa venire voglia di credere alla storia più improbabile. Non si decide mai fino in fondo da che parte stare, e proprio per questo funziona, come un gioiello che cambia colore a seconda di come lo giri alla luce.
Il merito )oltre che del soggetto ovviamente) è in gran parte di Kevin Spacey, che nei panni di Prot è calmo, gentile, spiazzante e per niente banale. È sempre stato un attore straordinario, e a me manca davvero nel cinema moderno. Gli sta accanto Jeff Bridges, che nei panni del dottor Powell fa il lavoro meno appariscente ma altrettanto difficile, quello di tenere il film coi piedi per terra mentre tutto intorno si mette a svolazzare. Funzionano bene insieme, perché i loro scambi sono il vero cuore del film.
C'è poi un aspetto che mi ha sempre colpito. Il film sa essere commovente senza strafare, e sa essere filosofico senza prendersi troppo sul serio. Parla di cosa significhi sentirsi estranei in un mondo che non capisce chi è diverso, e lo fa con una delicatezza che non è affatto scontata. Poesia.
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