venerdì 31 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 3]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2019
Episodi: 13
Stagione: 3
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Finita anche la terza stagione di The Handmaid's Tale, e ormai devo ammetterlo: ci sono rimasto sotto. Non riesco più a farne a meno, e ogni volta che chiudo un episodio mi ritrovo già a pensare al prossimo. È evidente che June resti in scena (o meglio in Gilead) per pura volontà di sceneggiatura, per allungare la storia oltre i confini naturali che il romanzo le aveva dato, eppure nonostante questa consapevolezza tutto prende una piega talmente accattivante da farmi passare sopra volentieri all'espediente narrativo.

Non si abbassa affatto l'asticella della pesantezza. Le violenze fisiche e psicologiche continuano a scorrere senza sconti, così come il senso di oppressione claustrofobica generato dal regime teocratico. Se nelle prime due stagioni c'era ancora spazio per un minimo di respiro tra un episodio e l'altro, qui la tensione resta costante, quasi soffocante, e proprio per questo funziona: non permette mai allo spettatore di abituarsi troppo a Gilead, di considerarlo normale.

Per mio puro piacere personale, quello di scoprire pian piano sempre più dettagli sul mondo che circonda la vicenda, questa stagione è stata generosa. Emergono nuovi indizi su Gilead, sul Canada che accoglie i profughi e fa da base per la resistenza, e persino su cosa resti effettivamente degli Stati Uniti dopo il collasso. Ho pure fatto una foto a una cartina geopolitica visibile per pochi secondi durante una scena, di quelle immagini che se ti distrai un attimo ti perdi per sempre. E in effetti non sono l'unico ad averla notata: la produzione stessa, proprio in coincidenza con questa terza stagione, aveva condiviso una mappa ufficiale dei territori contesi di Gilead, la stessa che si può intravedere fuori fuoco anche in una scena  nello studio di un Comandante. Serve proprio a dare finalmente una collocazione più precisa a questo mondo, con la parte orientale degli Stati Uniti sotto il controllo diretto di Gilead, ampie zone del Midwest e del Sud ancora terreno di scontro attivo tra le forze del regime e quel che resta dell'esercito americano, e sacche di resistenza organizzata nel New England, oltre naturalmente al governo legittimo rifugiato in Alaska.

La figura di June mi piace, anche se percepisco che stia evolvendo forse un po' troppo nella direzione dell'eroina, quasi un simbolo vivente della resistenza più che una donna reale alle prese con scelte impossibili. Ma può darsi che quello che leggo come spavalderia sia in realtà dettato da pura disperazione, dal non avere più nulla da perdere dopo tutto quello che le è stato tolto. È una lettura che mi convince più della prima, a pensarci bene: chi ha visto morire davanti a sé le persone che ama e ha perso ogni certezza sul futuro delle proprie figlie smette a un certo punto di calcolare il rischio nel modo in cui lo farebbe una persona con ancora qualcosa da salvaguardare. Nonostante appunto una spinta nel rimanere sia dettata dalla volontà (disperata) di portare via anche Annah.. 



giovedì 30 luglio 2026

I Dominatori Dell'Universo (1987)

 

Regia. Gary Goddard
Anno: 1987
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB (5.4)
Pagina di I Check Movies
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Mi sono finalmente visto quello "originale" del 1987. Non mi ci ero mai avvicinato, meno male perché probabilmente mi avrebbe traumatizzato la crescita, e ne ho approfittato adesso perché su Prime Video lo tolgono dal catalogo proprio domani sera. Decisamente indegno rispetto a quello del 2026 di cui ho scritto qualche giorno fa, che come sappiamo non è certo un capolavoro. Ma il suo lo fa. Questo del 1987 invece risente troppo di un budget inadeguato, ventidue milioni di dollari che al botteghino ne sono tornati indietro appena diciassette, e di una produzione fin troppo casereccia, diretta da Gary Goddard con Dolph Lundgren nei panni di He-Man e Frank Langella sotto la maschera di Skeletor.

La sceneggiatura non risulta per niente vicina ai personaggi; sono davvero pochi quelli della linea Mattel messi in scena, con una serie di libertà esagerate. He-Man usa più i fucili laser che la spada, quasi tutto si svolge sulla Terra invece che su Eternia, molte situazioni sembrano scopiazzate addirittura da Star Wars, i dialoghi fanno pena. Anche Courteney Cox, anni prima di diventare Monica di Friends, non riesce a salvare granché in un ruolo così scritto male.

Insomma davvero evitabile, se non fosse per la curiosità storica  e per il fascino un po' involontario di certe scelte tanto naif quanto sincere. Ma tra i due film, se dovessi consigliarne uno solo, la scelta è scontata.

mercoledì 29 luglio 2026

Masters Of The Universe (2026)

 

Regia: Travis Knight
Anno: 2026
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
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Sono un figlio degli anni Ottanta, quindi per me gli Imén, mica li chiamavo Masters, erano un vero cult. Avevo quasi tutti i personaggi in action figure, castello di Grayskull compreso (ne avevo pure parlato tempo fa in un articolo sui giochi dell'infanzia). Guardavo i cartoni e leggevo i mini fumetti a corredo delle confezioni. I miei preferiti erano sempre i cattivi, anche se poi nei giochi di fantasia in camera mia non c'erano vere fazioni, tutti quanti, Skeletor compreso lottavano per un unico obiettivo: farmi divertire per un pomeriggio intero.

Torniamo al film però. Ho passato abbondantemente i quaranta, quindi non mi è venuta voglia di gridare "per il potere di Grayskuuuull" davanti allo schermo, ma la visione è stata comunque piacevole. L'effetto nostalgia ha avuto la meglio sugli aspetti negativi che un film del genere può portarsi dietro. 

È una boiata? Senza dubbio. Ma fatta bene. Simpatica, forse un po' troppo calcata in alcune gag, ma strizza l'occhio a una trama volutamente puerile in cui puoi riconoscere praticamente tutti i personaggi della serie originale. Qui He-Man è un po' troppo legato al lato bonaccione di Adam, però ci sta che si sia voluto sviluppare un solo protagonista invece di disperdersi su due identità. Un po' dubbioso sulle parti ambientate nel mondo reale, che fortunatamente sono poche, mentre ho apprezzato il bombardamento di CGI nella parte fantasy e fantascientifica di Eternia. Anche i costumi sono coerenti e pure come vengono rappresentati i vari coprotagonisti. Secondo me il lavoro è stato abbastanza epico su questo lato, cattivi in primis.

Colonna sonora cool, che sa quando calcare la mano epica e quando lasciar respirare le scene più leggere. E che altro dire: lo consiglio a chi vuole sorridere per due ore con la piena consapevolezza di guardare un film che probabilmente non dirà ai quattro venti di aver apprezzato.

martedì 28 luglio 2026

Marilyn Manson - Smells Like Children

 

Artista: Marilyn Manson
Anno: 1995
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con Marilyn Manson ero parecchio titubante. Il personaggio, ancora prima della musica, era costruito apposta per spaventare: il nome che unisce quello di due icone americane agli antipodi, il trucco pesante, le provocazioni continue, le accuse di ogni tipo che gli piovevano addosso dai benpensanti americani, figuriamoci nella piccola Italia. Non era esattamente il tipo di artista che uno come me, abituato al metal classico e all'hard rock, avrebbe cercato spontaneamente.

Poi arrivò Sweet Dreams in televisione, alla radio, ovunque , e la storia cambiò. Il video, , era disturbante nel modo giusto: quella melodia degli Eurythmics del 1983 trasformata in qualcosa di più lento, più cupo, più minaccioso. Manson ha raccontato che l'idea di coverizzarla gli era venuta durante il suo primo trip acido; il risultato è uno di quei casi in cui la versione cover supera quasi l'originale, o quantomeno la affianca con dignità piena. C'è una cura nella costruzione del suono che va ben oltre il semplice arrangiamento heavy.

Quello che tecnicamente ho tra le mani è un EP, non un album vero e proprio: Smells Like Children è una raccolta di cover, remix e qualche originale, pubblicata tra il debut Portrait of an American Family e il successivo Antichrist Superstar. Oltre a Sweet Dreams ci sono una versione di I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins (trasformata in un incubo lisergico e poi finita nella colonna sonora di Lost Highway di Lynch) e qualche remix e brano sperimentale di diverso livello. Non tutto funziona allo stesso modo: alcune tracce sono più esperimenti di studio che canzoni vere, e certe scelte sono chiaramente fatte per provocare più che per convincere musicalmente.

La sorpresa, comunque, è stata che Manson non mi sembrava poi così estremo. Non conoscendo bene l'inglese i testi non arrivavano a colpirmi nel modo in cui probabilmente erano pensati; e musicalmente, per qualcuno che aveva già digerito metal classico, hard rock pesante e qualche incursione nel nu metal, non era esattamente roba da tapparsi le orecchie. Più industrial e più elettronico di quello a cui ero abituato, certo, ma non il muro invalicabile che il personaggio lasciava immaginare. Quasi una delusione, in senso positivo.

lunedì 27 luglio 2026

Marcello Simoni - L'Isola Dei Monaci Senza Nome

 

Autore: Marcello Simoni
Anno: 2013
Titolo originale: L'Isola Dei Monaci Senza Nome
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 390
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Trama del libro e quarta di copertina:
Il 2 luglio 1544 l’armata del corsaro ottomano Khayr al-Din Barbarossa mette sotto assedio le coste dell’isola d’Elba.
Lo scopo è liberare il figlio di Sinan il Giudeo, suo generale delle galee, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Il vero interesse del corsaro non è però il giovane, bensì il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan è infatti l’ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare le basi della fede cattolica. Ma il Rex Deus è stato occultato per oltre quindici secoli ed entrarne in possesso sarà tutt’altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un’antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della Loggia dei Nascosti, intenzionata a mettere le mani su quell’antico segreto…

Commento personale e recensione:
Sono arrivato a "L'isola dei monaci senza nome" di Marcello Simoni in un modo un po' curioso: Zizzi mi ha chiesto se conoscessi questo autore, noto per i suoi romanzi di avventura storica, e così mi sono messo a cercare un suo titolo che non facesse parte di una delle tante saghe che ha scritto nel corso degli anni. La scelta è caduta su questo, e la sorpresa più grande è arrivata fin dalle prime pagine, quando ho scoperto che le vicende si svolgono proprio nei nostri mari e sulle nostre coste: Piombino, Portoferraio, Rio Elba, il Volterraio, Castiglione della Pescaia, Talamone, il Giglio e, naturalmente, Montecristo.

La storia parte da un fatto storico reale, l'assedio dell'isola d'Elba del luglio 1544 da parte del corsaro ottomano Khayr al-Din Barbarossa, che aveva come obiettivo la liberazione del figlio di Sinan il Giudeo, suo generale delle galee, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Da qui Simoni costruisce una trama avventurosa che segue il giovane, in bilico tra le sue origini cristiane e quelle musulmane del padre, alla ricerca di un segreto antichissimo custodito da un misterioso ordine templare, tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali.

Come romanzo d'avventura funziona bene: si vede la mano di chi sa gestire ritmo e ambientazione storica, e l'uso di personaggi e avvenimenti realmente accaduti aggiunge un buon livello di credibilità a tutto l'impianto narrativo. Il mistero alla base della vicenda, però, il famoso segreto che tutti cercano, non mi ha lasciato quello stupore o quella curiosità che avrei sperato: resta più che altro un pretesto per far muovere i personaggi lungo la trama, senza avere davvero la forza di sorprendere il lettore.

Nel complesso resta comunque un buon romanzo di intrattenimento, capace di intrattenere piacevolmente grazie soprattutto al fascino di ritrovare luoghi che conosco bene trasformati in scenario di un'avventura del sedicesimo secolo.

domenica 26 luglio 2026

Tramonto a Roccatederighi

 

Allerta meteo arancione in tutta la Toscana... Così ci avevano raccontato, ma almeno da noi ha fatto 3,14 gocce e un po' di vento che cambia direzione con regolarità. Mare mosso un po' ovunque, quindi dopo aver osservato e scartato qualche spiaggia si opta per Salivoli. Giusto per fare come i vecchi che guardano al passato e si lamentano di come fosse prima.. Ovviamente meglio e più bella. Per il pomeriggio però accetto l'invito gradito per una mini escursione al tramonto ai massi di Roccatederighi. Non è dietro l'angolo, ma il viaggio in Maremma vale la candela. Piccolo giro al paese vecchio, che è decisamente vivo e con molti tedeschi e poi salita alla rocca. Ci abbarbichiamo sui massi per godere a trecentosessanta gradi del panorama sottostante. Aspettiamo che il sole cali e si nasconda con uno spumante Ribolla Gialla proprio estratto a km 0 e ci godiamo il nuovo spettacolo.

Album fotografico Tramonto a Roccatederighi 

sabato 25 luglio 2026

Elisabetta Vernier - Clipart

 

Autore: Elisabetta Vernier
Anno: 2003
Titolo originale: Clipart
Voto e recensione: 1/5
Pagine: 164
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Trama del libro e quarta di copertina:
Qual è il terribile segreto celato nella clip video che minaccia di distruggere la reputazione di David Xander, il più ammirato uomo d'affari della City, bello come una rockstar e ricco come pochi al mondo? Deve scoprirlo Alexandra Hill, la sua responsabile della sicurezza, in una caccia senza tregua attraverso la Periferia e le Wastelands sulle tracce di un misterioso ricattatore. Intorno a lei si muovono personaggi curiosi e indimenticabili, come Rue la ragazza hacker, gli squinternati Faxer, i nomadi del deserto radioattivo e Candy la bomba sexy.

Commento personale e recensione:
Sono arrivato a "Clipart" di Elisabetta Vernier, romanzo che ha vinto il Premio Italia nel 2004 e che è stato poi riproposto da Delos nella collana Odissea Fantascienza, e devo dire che il cyberpunk, purtroppo, è un genere che invecchia parecchio male. Quello che negli anni novanta o nei primi duemila poteva sembrare originale, oggi rischia di apparire già visto, un po' come capita a certi effetti speciali che al cinema, con il passare del tempo, perdono tutto il loro fascino.

La storia segue Alexandra Hill, guardia del corpo di un ricco uomo d'affari, alle prese con la ricerca di chi lo sta ricattando con un video compromettente, in una città degradata e in un mondo ambientalmente compromesso, tra Periferia e Wastelands. Il problema è che ho trovato la struttura della trama piuttosto acerba e debole, con uno sviluppo che fatica a reggersi su basi solide e che lascia la sensazione di un'impalcatura non del tutto rifinita.

Anche l'ambientazione, che dovrebbe essere il punto di forza di ogni romanzo cyberpunk che si rispetti, qui non brilla: è piena di luoghi comuni già visti e rivisti in decine di altre opere del genere, città degradate, innesti cibernetici, un'estetica che richiama fumetti e manga senza però aggiungere granché di nuovo al filone. Stessa cosa per i personaggi: si percepisce la volontà dell'autrice di dare centralità al mondo femminile, con una protagonista donna e diverse figure femminili attorno a lei, ma il risultato non riesce a essere del tutto convincente, restando personaggi poco strutturati e privi della profondità che avrebbero meritato.

Nel complesso una lettura veloce, ma che non lascia il segno quanto altri titoli della stessa collana.

giovedì 23 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 2]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2018
Episodi: 13
Stagione: 2
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Finita anche la seconda stagione di The Handmaid's Tale, in una sorta di gara a chi la terminava prima con La Volpe. L'ho vinta io, va detto, ma non senza fatica: l'inizio non è stato semplice, con un ritmo se possibile ancora più lento di quello, già compassato, della prima stagione. Dal sesto episodio in poi però c'è una piacevole accelerata, e i miei tre preferiti sono proprio gli ultimi, quelli in cui tutto quello che si era accumulato lentamente finalmente esplode. Questa stagione si compone di tredici episodi, tre in più della prima, e servono tutti per raccontare quanto Gilead sappia essere marcio anche nei dettagli apparentemente minori. Tra i volti nuovi c'è una giovanissima Sydney Sweeney, all'epoca ventenne, prima del successo di Euphoria o del grande schermo che l'avrebbe consacrata negli anni successivi. Interpreta Eden, quindicenne cresciuta come vera credente del regime, data in sposa a Nick praticamente ancora adolescente. Il suo personaggio non ha un peso enorme sulla trama principale, ma la parabola che le viene riservata, dall'entusiasmo ingenuo per il matrimonio fino alla fine tragica per essersi innamorata di un altro ragazzo, resta una delle cose più amare della stagione, proprio perché mostra come il sistema riesca a divorare anche chi ci crede sinceramente. Il personaggio di Serena (Hannah di Dexter) ha alti e bassi che, secondo me, tradiscono un po' la mano degli autori nel tentativo di renderla più simpatetica al pubblico, di darle sfumature che la rendano meno odiosa senza però mai davvero assolverla. Un lavoro di cesello che a tratti funziona e a tratti si sente fin troppo, come se si cercasse un compromesso tra la voglia di mostrarla vittima a sua volta del sistema e la necessità di non farla sembrare innocente. Resto comunque della mia idea di fondo: in questa serie le mogli e le zie sono gli esseri più spregevoli in assoluto. Non subiscono soltanto il sistema, lo accettano e vi partecipano attivamente, tenendo ferme le ancelle durante le cerimonie, cioè durante gli stupri di Stato, ma non solo quello. Sono parte integrante e consapevole della macchina malata di Gilead, e questo le rende, ai miei occhi, ancora più colpevoli dei Comandanti che quel sistema lo hanno inventato. June, dal canto suo, dimostra sempre una forza e una determinazione che la rendono il centro indiscutibile della narrazione. Devo però dire che la sceneggiatura, anche nelle sue fughe, tende ad aggiustare un po' troppo facilmente il "ritorno in famiglia", quasi fosse una parentesi che si richiude senza lasciare troppe cicatrici narrative. Capisco l'esigenza di far proseguire la storia, ma certe soluzioni sembrano scorciatoie più che sviluppi organici, e un po' mi stonano rispetto alla cura con cui viene costruito il resto. Tra i miei interessi principali in una storia come questa c'è sempre quello di scoprire piano piano di più sul mondo che sta attorno alla vicenda principale, sia Gilead che quello che resta all'esterno. In questa stagione questo avviene, ma solo in piccola parte. Qualche squarcio in più sulla vita fuori dai confini del regime, qualche dettaglio sul funzionamento interno del potere, e li apprezzo tutti, ma resto con la sensazione di grattare ancora solo la superficie di un mondo che avrebbe tanto altro da raccontare. Spero che le prossime stagioni allarghino un po' di più lo sguardo, perché è proprio quella cornice più ampia a rendere davvero credibile e inquietante una distopia. Peccato per gli ultimi sessanta secondi della stagione...

Il pisolino pomeridiano

 


C'è un momento della giornata, d'estate soprattutto, in cui l'unica cosa sensata da fare è arrendersi. Finito il primo turno, con il sole che picchia e l'aria che sembra uscita da un forno, non esiste impegno, commissione o buona intenzione che regga il confronto con il letto. Neanche andare al mare è sempre la più buona delle idee. Così negli ultimi mesi mi sono ritrovato a spostare tutta la mia vita attiva più tardi: niente più palestra, pausa estiva , ma corsa nel tardo pomeriggio o la sera, quando il caldo molla un po' la presa e si può respirare senza sentirsi in un sauna. E in mezzo, tra il turno e la corsa, ci sta lui: il pisolino, che nei mesi caldi smette di essere breve e diventa una faccenda seria, un'ora e mezza, a volte due.

Il calo di energia del primo pomeriggio non è un difetto di carattere, è scritto nel nostro orologio circadiano, che tra l'una e le quattro produce un naturale abbassamento di vigilanza indipendente da quanto abbiamo dormito la notte prima. La cosa buffa è che noi italiani questa verità l'avevamo capita per intuito molto prima che la scienza la certificasse con l'elettroencefalogramma, solo che l'abbiamo chiamata pisolino e ce ne siamo un po' vergognati, complici decenni di cultura aziendalista anglosassone che ci ha convinti che dormire di giorno sia da fannulloni.

Il caso più citato, quello che ha reso rispettabile il pisolino anche agli occhi dei più scettici, arriva dalla NASA, che negli anni novanta studiò i piloti durante i lunghi voli intercontinentali. Ai piloti veniva data una finestra di quaranta minuti per riposare in cabina, e in media si addormentavano per circa ventisei minuti. Il risultato fu che chi si concedeva questo pisolino mostrava un miglioramento della prontezza di attenzione fino al cinquantaquattro per cento e della performance sul lavoro di circa un terzo, rispetto a chi restava sveglio tutto il turno. Considerando che parliamo di gente che deve far atterrare un aereo, non è un dettaglio da poco.

Qui però va fatta una distinzione che mi riguarda da vicino, perché io d'estate raramente mi fermo ai fatidici venti minuti. Il sonno si articola in cicli di circa novanta minuti ciascuno, e nei primi venti-trenta minuti si resta nelle fasi leggere, quelle che rigenerano la mente senza scivolare nel sonno profondo. Se ci si sveglia proprio in quella fase profonda, a metà di un ciclo, si prova la cosiddetta inerzia del sonno: quella sensazione di essere stati tirati fuori da un pozzo, con la testa impastata per la mezz'ora successiva. Il trucco, quando il caldo e la stanchezza chiedono più di un quarto d'ora, è allora arrivare a completare uno o due cicli interi, cioè attorno ai novanta o ai centottanta minuti, così ci si sveglia comunque a fine ciclo e non nel mezzo. Non è un caso che le mie ore e mezza o due di sonnellino estivo, che a un osservatore esterno sembrano un eccesso, dal punto di vista della fisiologia del sonno hanno più senso di un pisolino di quaranta minuti lasciato a metà.

Detto questo, vale la pena essere onesti sui limiti della faccenda. Un conto è concedersi ogni tanto un recupero lungo nei giorni più torridi, un altro è farne un'abitudine quotidiana per tutto l'anno: alcuni studi hanno collegato i sonnellini lunghi e frequenti a un rischio cardiovascolare maggiore, oltre al fatto che dormire troppo a lungo di pomeriggio può rubare pressione al sonno notturno, soprattutto per chi già fatica ad addormentarsi la sera. Nel mio caso il fatto di spostare la corsa a sera tardi aiuta proprio a smaltire quell'energia in eccesso e a ritrovare la stanchezza giusta per dormire bene la notte, altrimenti il rischio di ribaltare completamente i ritmi sarebbe concreto.

Resta il fatto che io, dopo aver passato una vita a considerare il pisolino un lusso da vacanza, oggi lo tratto come una risposta fisiologica a un clima che d'estate diventa ostile a qualsiasi cosa non sia stare fermi all'ombra. Corro quando il sole è basso, dormo quando il sole è alto, e in mezzo cerco di far quadrare tutto il resto. Funziona, e soprattutto adesso ho anche la scusa scientifica pronta per chi mi guarda storto quando esco dal sonnellino delle due ore con l'aria di chi si è appena svegliato in un altro fuso orario.

martedì 21 luglio 2026

Odissea (2026)

 
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2026
Titolo originale: The Odyssey
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (8.4)
Pagina di I Check Movies

Sono uscito dal cinema con quella sensazione che provo raramente, quella di aver visto qualcosa che valeva davvero la pena vedere su un grande schermo e non su un divano tra sei mesi in streaming. The Odyssey di Christopher Nolan era uno dei film che aspettavo con più curiosità di questa stagione, anche perché l'idea stessa di affrontare Omero al cinema, con tutto il peso culturale che si porta dietro, mi sembrava un azzardo persino per uno come Nolan, abituato a costruire i suoi film su idee originali più che su testi sacri della letteratura occidentale.

E qui parte già la prima differenza, quasi banale ma che mi ha accompagnato per tutta la visione: l'Odissea di Omero non è mai stata pensata per essere raccontata in un arco temporale di due ore e mezza o tre, con un inizio e una fine chiusi dentro i confini di un film. Era un poema pensato per essere recitato, ascoltato in più serate, dilatato, con digressioni continue e un pubblico che già conosceva a memoria buona parte della storia. Nolan deve quindi necessariamente scegliere, tagliare, comprimere dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio in qualcosa che stia in piedi come esperienza cinematografica unica, e la cosa che mi ha colpito è che invece di annacquare tutto sceglie di intensificare, di rendere ogni tappa un blocco quasi autonomo, un piccolo film nel film.

Il montaggio a flashback o il giocare sui tempi, che in altri film di Nolan è quasi un marchio di fabbrica usato per spiazzare lo spettatore o giocare con la percezione del tempo, qui è più contenuto, più al servizio della storia che della sperimentazione. La cosa buffa è che leggendo qualche articolo ho scoperto che questa struttura non è nemmeno un'invenzione sua, perché l'Odissea originale è già così, con Ulisse che racconta in prima persona alla corte dei Feaci buona parte delle sue disavventure, cliclope compreso. Quindi in un certo senso Nolan non ha imposto la sua ossessione per la memoria e il tempo non lineare sul materiale di partenza, l'ha semplicemente trovata già lì, pronta all'uso, ed è un dettaglio che mi ha fatto sorridere pensando a quanto le sue ossessioni degli ultimi vent'anni di cinema potessero avere vita facile qui dentro.
Detto questo, è innegabile che qui Nolan giochi meno con i tempi rispetto a Tenet (vabbeh) o a Inception e Dunkirk dove la sceneggiatura era tutta sua e quindi libera di piegarsi come voleva lui senza dover rendere conto a nessun testo di partenza. Lì il tempo stesso era il soggetto del film, qui diventa uno strumento narrativo, usato con più misura, quasi con rispetto verso la materia che sta adattando. Devo dire che questa scelta mi ha convinto, perché i flashback non sono buttati lì per confondere ma arrivano sempre nel momento in cui serve un chiarimento, e alla fine la trama, che è lunghissima e piena di personaggi e di tappe, risulta comunque comprensibile senza bisogno di prendere appunti.

Sul fronte del cast, che è a dir poco stellare, mi aspettavo il solito rischio dei troppi nomi noti messi lì solo per attirare pubblico, e invece devo ricredermi. Matt Damon costruisce un Ulisse pieno di contraddizioni, un uomo di guerra segnato nel corpo e nella testa da quello che ha visto e fatto a Troia, devoto agli dei ma allo stesso tempo pronto a sfidarli quando la devozione diventa un ostacolo al ritorno a casa, e questa ambiguità psicologica secondo me è il cuore vero del film, più delle battaglie con i mostri. Ma se devo essere onesto, la figura che mi ha convinto ancora di più è quella di Penelope, interpretata da Anne Hathaway con una compostezza che diventa quasi politica, una donna che deve tenere in piedi un regno mentre aspetta un uomo che potrebbe non tornare mai più, e che gestisce corteggiatori, sospetti e lutto con un controllo che sullo schermo funziona benissimo. Tom Holland nei panni di Telemaco, Zendaya (forse la più "inutile") come presenza quasi eterea di Atena, Robert Pattinson e Charlize Theron in ruoli che non voglio rovinare a chi non ha ancora visto il film, tutti restano dentro il personaggio senza mai strafare, cosa rara quando hai un cast così pieno di volti che il pubblico riconoscerebbe ovunque. Menzione speciale per Samantha Morton nei panni di Circe, che riesce a rendere inquietante e magnetica allo stesso tempo una scena che potrebbe facilmente scivolare nel ridicolo, quella della trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali.

Le parti più propriamente fantastiche, il ciclope Polifemo, i giganti Lestrigoni, le sirene, sono trattate con un approccio  come agnostico rispetto al testo originale: gli dei qui non sono presenze dirette e onnipotenti come in Omero, ma esistono più che altro nel modo timoroso in cui gli uomini ne parlano, e persino i mostri sono girati con un piglio quasi documentaristico, effetti pratici, poca computer grafica, come se Nolan volesse convincerti che queste creature avrebbero potuto davvero esistere in un passato remoto invece di trattarle come pure invenzioni fantasy. Questa scelta mi è piaciuta proprio per questo approccio così fisico e concreto alla materia mitologica, sebbene siano presenze quasi timide, come se  volesse liquidarle in fretta per tornare al dramma umano. Ho trovato che queste sequenze si inseriscano bene nel racconto, senza mai avere la sensazione di un intermezzo forzato buttato lì per lo spettacolo fine a se stesso.

Sulla durata, che è quella tipica di un Nolan ambizioso, avvicinandosi alle tre ore, non ho sentito il peso che temevo. È un film che scorre, forse anche perché ogni tappa del viaggio ha un tono diverso dalla precedente, si passa dall'horror quasi puro della caverna del ciclope alla malinconia sospesa delle sirene, dalla tensione bellica dei flashback su Troia al dramma quasi da camera delle scene a Itaca. 

Non posso chiudere senza spendere due parole sul comparto tecnico, che è probabilmente il livello più alto che Nolan abbia mai raggiunto senza utilizzare esplosioni o artefatti fantascientifici.. La fotografia  sceglie toni desaturati, quasi spogli di qualsiasi nostalgia dorata verso un'epoca mitica, e restituisce un mondo antico che sembra vero, sporco, faticoso da attraversare. Le musiche  accompagnano senza mai sovrastare, sapendo quando ritirarsi e lasciare spazio al silenzio. I costumi hanno quella cura filologica che si nota senza diventare mai un esercizio da museo. E gli effetti pratici, con le riprese dal vero e pochissima grafica digitale, danno a tutto il film una consistenza fisica che oggi si vede sempre più raramente nel cinema di grande scala.

Chi conosce l'Odissea originale (ed io non mi metto tra quelli) noterà ovviamente parecchie libertà, inevitabili quando si trasforma un poema fatto di digressioni infinite in un racconto cinematografico con un suo arco chiuso, ma trovo che Nolan abbia saputo rispettare lo spirito del testo più che la sua lettera, mettendo al centro non tanto le imprese eroiche quanto il conflitto interiore di un uomo diviso tra il dovere verso gli dei, il senso di colpa per i compagni perduti e il desiderio quasi ostinato di tornare a casa. Un'epica nel senso più pieno del termine, sia per respiro visivo che per ambizione tematica, e uno dei rari casi in cui l'aggettivo epico non sembra usato a sproposito.

Cala Seregola: riqualificazione

 
Quando vado a giro si pensa che sia in gita a divertirmi... In realtà porto avanti progetti per conto della VER Holding. Ecco come sarà riqualificata Cala Seregola a breve. Se non vi piace, peggio per voi. 

Cala Seregola, Elba: Un Faro di Cultura e Storia

​Immaginate la vecchia struttura, non più un rudere fatiscente, ma un edificio vibrante, ricco di vita e significato. Ecco alcuni elementi chiave della riqualificazione:

  • Punto d'Informazione e Accoglienza: Al piano terra, un'area accogliente per i visitatori, con informazioni sulla storia della miniera, la flora e fauna locali, e i percorsi naturalistici dell'Elba.
  • Museo Minerario: Ai piani superiori, uno spazio espositivo dedicato alla storia dell'estrazione mineraria all'Elba. Pannelli informativi, reperti, attrezzature e fotografie storiche raccontano la vita dei minatori e l'evoluzione dell'attività estrattiva.
  • Terrazza Panoramica e Punto Ristoro: La terrazza sul tetto, accessibile anche alle persone con disabilità, offre una vista mozzafiato su Cala Seregola e il mare. Un piccolo chiosco o caffetteria serve prodotti locali e spuntini veloci.
  • Spazi per Mostre Temporanee ed Eventi: All'interno, aree flessibili per mostre temporanee d'arte, laboratori didattici per bambini, conferenze e presentazioni di libri, legati alla storia dell'Elba, alla geologia e alla sostenibilità ambientale.
  • Integrazione con la Spiaggia e il Paesaggio: La struttura è integrata armoniosamente nel paesaggio circostante. La vegetazione mediterranea autoctona, come ginestre, rosmarino e oleandri, è piantata intorno all'edificio. Un sentiero naturalistico collega la struttura alla spiaggia e ai percorsi interni dell'isola.
  • Sostenibilità Ambientale: La riqualificazione include soluzioni ecosostenibili, come pannelli solari per l'energia elettrica, un sistema di raccolta dell'acqua piovana e materiali edilizi a basso impatto ambientale.

Un Luogo per Tutti, un Luogo per Sempre

​Questa visione non è solo un sogno, ma una possibilità concreta di trasformare un rudere fatiscente in un luogo di cultura, storia e comunità. Un luogo dove passato e presente si incontrano, dove la storia dell'estrazione mineraria all'Elba viene raccontata e preservata per le generazioni future. Un luogo accessibile a tutti, senza scopi di lucro, che arricchisce la vita di residenti e turisti, e valorizza la bellezza unica di Cala Seregola.

Immaginate l'edificio come un nuovo faro di cultura e storia, che guida i visitatori alla scoperta delle meraviglie dell'Elba e della sua ricca eredità mineraria.


domenica 19 luglio 2026

Elba: anche spiagge #6

 

Oggi mi sono dedicato nuovamente ad andare in spiaggia, ma per comodo ne ho scelta una sola. Selvaggia ed a sud (con scirocco quindi non proprio l'ideale, ma soffiava così piano che non valeva la pena rinunciare per prudenza eccessiva). Nonostante mi svegli abbastanza presto rispetto alla media dei vacanzieri, oggi l'obiettivo principale era scegliere una spiaggia che non venisse presa d'assalto. Ho optato per la suggestiva Cala Seregola ed ho vinto la scommessa: anche se via via ha iniziato a riempirsi, lo ha fatto in maniera molto più godibile rispetto alle spiagge più gettonate.

Cala Seregola si trova tra Rio Marina e Cavo, sul versante orientale dell'isola, ed è tutt'altro che una spiaggia come le altre. È nata infatti nel cuore del distretto minerario di Rio Marina, lungo quella che viene chiamata la "Costa che Brilla" : il nome non è casuale, perché la sabbia rossastra e nerastra, ricca di ematite e altri minerali ferrosi, sotto il sole crea un effetto luccicante davvero particolare. Alle spalle dell'arenile si trovano i resti della miniera di Rio Albano, un tempo una delle più importanti d'Italia, e sulla destra si vedono ancora i ruderi dei magazzini e del vecchio pontile da cui il minerale veniva imbarcato per raggiungere gli altiforni di Piombino e Portoferraio, attivo tra i primi del Novecento e gli anni della guerra. Camminando dal parcheggio verso la spiaggia si respira ancora quell'atmosfera un po' sospesa da archeologia industriale, sebbene per molti sia soltanto degrado. 

Il resto della giornata è filato secondo copione: acqua limpida, caldo quasi sardo.

Album fotografico Elba: anche spiagge #6 

sabato 18 luglio 2026

Lucius Shepard - Le Stelle Senzienti


 
Autore: Lucius Shepard
Anno: 2007
Titolo originale: Stars Seen Through Stone
Pagine: 115
Voto e recensione: 3/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Nella cittadina di Black William, tra i monti della Pennsylvania, di tanto in tanto avvengono strani e inspiegabili fenomeni. La città viene improvvisamente avvolta da uno sciame di luci simili a stelle dalle quali provengono strane voci. Quando le luci scompaiono un'insolita creatività fa degli abitanti dei talenti nei campi più disparati. Ma non sempre i cambiamenti sono in senso positivo. Quando le "stelle" tornano si manifestano come una marea viscosa simile a catrame bollente, in mezzo alla quale si muovono delle luminescenze irte di aguzzi pungiglioni, e dalla massa informe, emergono figure che mutano le sembianze, passando dalla forma di uomini giganteschi a specie di lumache. E chi era dotato di talento scoprirà che il dono ricevuto aveva un prezzo.

Commento personale e recensione:
Continuo il mio percorso tra i volumetti della collana Odissea Fantascienza di Delos, che negli ultimi tempi sto centellinando volentieri: oltre ad averne ancora parecchi in casa, sono libri piccoli, leggeri, perfetti da infilare in borsa e leggere in spiaggia senza pesare troppo, né sulle spalle né sull'attenzione. Stavolta è toccato a "Le stelle senzienti" di Lucius Shepard.

Nonostante sia inserito in una collana di fantascienza, questo romanzo breve mi è parso più vicino al genere fantastico che a quello propriamente sci-fi, se proprio bisogna appiccicargli un'etichetta. In realtà, a lettura conclusa, credo che la definizione più onesta sia che si muove al confine tra più cerchi che si intersecano, senza appartenere del tutto a nessuno: c'è dentro qualcosa di fantascientifico, qualcosa di horror, e una buona dose di quello che potremmo chiamare realismo magico applicato alla provincia americana.

Il modo in cui è costruito mi ha ricordato non poco certe atmosfere di Stephen King: si parte da una descrizione quasi ordinaria di vita di paese, per poi lasciar entrare, di soppiatto, qualcosa di curioso e sovrannaturale che va a incrinare quella normalità. È una scrittura scorrevole, capace di tenere insieme il quadro sociale di una comunità e la sua deriva verso l'inspiegabile senza strappi eccessivi, cosa che rende la lettura piacevole anche per chi, come me, non cerca necessariamente il fantastico puro.

Un altro tassello godibile della mia rassegna estiva tra gli Odissea Delos, che continua a confermarsi la misura giusta per le mie letture da spiaggia.

Elba: anche spiagge #5

 

Sveglia alle 4.35 del mattino, con quel misto di incoscienza e voglia di novità che solo certe idee balzane sanno generare. Direzione Portoferraio, spiaggia delle Ghiaie, perché stamattina c'era in programma qualcosa che non capita tutti i giorni: un concerto all'alba.

L'appuntamento era per le 5.30, con Susanna Di Scala al violino e Matilde Galli al pianoforte a fare da cornice musicale al sorgere del sole sul mare, dentro la rassegna Summerissima promossa dal Comune di Portoferraio (con tanto di colazione offerta) . Hanno suonato soprattutto colonne sonore, tra cui la splendida Morricone di C'era una volta in America, ed è stato uno di quei momenti in cui la location fa la metà del lavoro (l'altra metà l'ha fatta la mancanza di sonno, che rendeva tutto ancora più onirico).

Dopo essermi goduto le Ghiaie durante il concerto mi sono spostato subito alla Padulella. Sono stato il primo a metterci piede, e mi sono conquistato il posto migliore e più ambito della spiaggia (soddisfazione che a quest'ora del giorno vale doppio). Tuffi rigeneranti e primissime ore godute in santa pace, prima che il tam tam mattutino richiamasse tutti quanti: già alle 9.00 era tutto pieno di gente.

Per la seconda parte della giornata mi sono spostato verso la più tranquilla Bagnaia, ombrellone e sdraio al Sunset Beach, giusto per bilanciare l'adrenalina da levataccia con un pomeriggio di puro dolce far niente.

Album fotografico Elba: anche spiagge #5 

mercoledì 15 luglio 2026

Doors - Light My Fire

 

Artista: Doors
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: vinile (non ufficiale)

Ieri Volpe mi ha aperto un ricordo chiedendomi se avessi visto il film The Doors con Val Kilmer... 
E per me la storia inizia da un vinile anomalo. Avevo preso non so assolutamente dove Light My Fire, pubblicato dalla Duchesse Records nel 1989, una di quelle etichette europee che negli anni Ottanta producevano ristampe economiche destinate ai discount e alle edicole, con poca cura editoriale e ancora meno scrupoli sulle licenze. Il titolo scelto era quello del singolo più famoso, Light My Fire appunto, e già questo avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Ma ci volle un po' prima che capissi cosa avessi tra le mani.

Il contenuto era sostanzialmente quello dell'album d'esordio ufficiale del 1967, The Doors, pubblicato dalla Elektra, con la tracklist leggermente riordinata e alcuni errori nelle attribuzioni in copertina (tra cui Alabama Song accreditata in modo scorretto). Una ristampa non ufficiale, insomma, camuffata da album autonomo grazie a un titolo diverso. Quando me ne accorsi, recuperai il CD del debut originale, anche perché ho usato raramente il supporto, preferendo appunto il lettore compact disc. 
I Doors sono una di quelle band che non hanno bisogno di presentazioni e al tempo stesso le richiedono sempre, perché chiunque conosca Jim Morrison come mito non necessariamente conosce la musica. Il quartetto di Los Angeles (Morrison alla voce, Ray Manzarek alle tastiere, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria) registrò l'esordio nel 1966, e il risultato fu qualcosa che non assomigliava a niente di quello che girava in quel momento. Niente basso (Manzarek copriva le linee di basso con la mano sinistra su un organo), niente psichedelia californiana solare e leggera, niente flower power. Al suo posto: blues, jazz, oscurità, e quella voce di Morrison che sembrava arrivare da un posto che non si riesce a localizzare con precisione.

Break On Through (To the Other Side) apre il disco come un manifesto: ritmo in 4/4 con accenti su ogni beat, chitarra tagliente, Morrison che canta con una sicurezza quasi insolente per un esordio. Soul Kitchen è un blues lento e lisergico che cresce senza fretta. Alabama Song, ripresa dal musical Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht e Weill, è la sorpresa del disco: una ballata quasi cabaret che non c'entra niente con il resto e funziona meglio di qualsiasi cosa più coerente avrebbe fatto. Light My Fire è ovviamente il brano che tutti conoscono: sette minuti nella versione album, con l'assolo di Manzarek e Krieger che occupa quasi metà del brano e che la versione singola dovette tagliare brutalmente per passare in radio. E poi c'è The End, undici minuti claustrofobici con il monologo edipico di Morrison nel mezzo che ancora oggi suona come qualcosa di difficile da guardare in faccia.

Non è un disco facile da catalogare, e non ha mai smesso di sembrare fuori tempo rispetto a qualsiasi epoca lo si ascolti. Che arrivi su un vinile Duchesse comprato al discount o sul CD originale Elektra, cambia poco: il suono è quello, e non si dimentica.

martedì 14 luglio 2026

Dream PAIRS sandali da trekking

 

Dopo che i sandali CMP Sahiph mi hanno abbandonato con la punta scollata, complice qualche stagione di troppo tra scogli e sentieri, mi sono guardato intorno per una sostituzione e sono finito su questi DREAM PAIRS, un marchio che non conoscevo ma che si è fatto un nome proprio in questa fascia di sandali sportivi chiusi. Il modello è praticamente un fratello concettuale dei CMP: punta completamente coperta e rinforzata per proteggere le dita dagli urti, suola antiscivolo per non scivolare sulle rocce bagnate, e un sistema di allacciatura rapida con cordino elastico che si stringe e si allenta in un secondo, molto più pratico del velcro tradizionale quando hai le mani occupate o bagnate. La tomaia è in tessuto tecnico traspirante, che si asciuga più in fretta della pelle dei CMP, un vantaggio non da poco per chi come me li usa anche per lavarsi i piedi o entrare in acqua senza pensarci.

Al tatto sembrano più leggeri dei vecchi CMP, e in effetti la costruzione è meno rigida: si piegano con più facilità, il che li rende comodi anche da infilare in uno zaino durante un cambio scarpe a metà escursione. Il prezzo, circa 30 euro, è nella norma per la categoria, e la sensazione generale è quella di un prodotto onesto anche se meno "premium" nella fattura rispetto al marchio tedesco che avevo prima. Li ho provati finora solo su terreni facili e in spiaggia, quindi la prova del nove sui sentieri più tecnici dell'Elba arriverà con calma, ma per l'uso quotidiano da post trekking o da giornata al mare sembrano promettere bene.

lunedì 13 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 1]

 

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2017
Episodi: 10
Stagione: 1
Iscriviti a Prime Video

Ho finito da pochi minuti la prima stagione di The Handmaid's Tale, e ci tenevo a scriverne mentre le sensazioni sono ancora fresche. Sono un appassionato di fantascienza distopica, lo sapete, ma stranamente il romanzo di Margaret Atwood non l'ho mai letto, e sono andato dritto sulla serie senza passare dalla carta. Una scelta che forse rifarei, ma che mi lascia comunque la curiosità di recuperare il libro prima o poi, anche solo per vedere quanto la voce (e il volto) di Offred, da noi ovviamente Difred, sulla pagina sia diversa da quella che le ha dato Elisabeth Moss sullo schermo.

Questi mondi alternativi che sono uno specchio deformato, ma non troppo, di quello che potremmo diventare mi caricano sempre parecchio. Mi mettono addosso una rabbia sorda nel vedere certe situazioni, quella sensazione fisica di ingiustizia che ti fa stringere i pugni, ma allo stesso tempo mi lasciano anche un filo di speranza, perché ogni sopruso porta con sé, prima o poi, il seme del suo ribaltamento. È un meccanismo narrativo vecchio come il mondo, eppure funziona ancora benissimo quando è scritto bene.

Della prima stagione ho apprezzato molto la gestione della trama, nonostante la lentezza, soprattutto nelle prime puntate. Capisco che serva ad allungare il brodo, a costruire tensione, a farci abituare gradualmente all'orrore, ma qualche episodio in meno forse non avrebbe fatto male. Quello che però resta impresso è la chiarezza con cui viene mostrato che basta un passo alla volta, uno solo, per arrivare a una situazione drastica e apparentemente irreversibile. È un promemoria che dovremmo portarci dietro sempre, ogni volta che vediamo il mondo cambiare intorno a noi. Non possiamo permetterci di accettare le cose passivamente solo perché arrivano un pezzetto alla volta.

I flashback fanno un lavoro egregio nel ricostruire, poco alla volta, l'evolversi della situazione fino al regime teocratico totalitario di Gilead. Pian piano ci facciamo un'idea abbastanza precisa di questo posto orribile che ha sostituito gli Stati Uniti, con quel che resta del vecchio paese relegato in Alaska e, (forse?) , alle Hawaii. Un dettaglio che aggiunge un brivido in più, perché non stiamo parlando di un pianeta lontano o di un futuro remoto, ma di un'America che potrebbe essere la porta accanto.

Devo confessare che ho trovato un po' poco realistico il fatto che le "cerimonie", quella messa in scena raccapricciante dello stupro rituale sanzionato dallo Stato, abbiano preso piede così in fretta nella società e che tutti i pronta abbiano accettato ed imparato il rituale così velocemente. Ripensandoci però il terrore, unito alla depravazione e a una cieca malvagità collettiva, può moltissimo. La storia, quella vera, ci ha insegnato che l'essere umano si adatta all'orrore con una velocità sconcertante, quando gli viene imposto con la forza sufficiente e giustificato con la retorica giusta.

E poi c'è lei, Elisabeth Moss, che interpreta June/Offred. Una vera bomba, non solo il personaggio che porta in scena ma proprio lei come attrice: riesce a far passare rabbia, sottomissione apparente e ribellione interiore quasi solo con lo sguardo, cosa non semplice quando buona parte del tempo sullo schermo la passa in un ruolo di silenzio imposto. Al suo fianco Joseph Fiennes nei panni del comandante Fred Waterford, Yvonne Strahovski come la moglie Serena e una straordinaria Ann Dowd nel ruolo di Zia Lydia, la carceriera spirituale delle ancelle. Non a caso questa prima stagione ha portato a casa otto Emmy, incluso quello per la miglior serie drammatica, prima serie in streaming a riuscirci.

Sul fronte della fedeltà al romanzo mi sono documentato un po', dato che non avendolo letto ero curioso di capire quanto la serie si discostasse dalla fonte. La risposta è che questi primi dieci episodi seguono il libro piuttosto da vicino, arrivando sostanzialmente a coprirlo per intero: la stagione si chiude più o meno dove finisce anche il romanzo, con Difred portata via dalla casa del Comandante senza sapere se gli uomini che vengono a prenderla siano Occhi del regime o membri della resistenza, lasciando volutamente aperta l'ambiguità del finale originale. Da lì in poi, tutto quello che segue nelle stagioni successive è materiale scritto apposta per la televisione, con la benedizione della stessa Atwood che ha lavorato come consulente della produzione.

Ci sono comunque alcune differenze non banali già in questa prima stagione. Nel libro non veniamo mai a sapere il vero nome di Offred, mentre la serie lo rivela fin dal primo episodio, June appunto, un'ipotesi che gli stessi lettori avevano avanzato nel tempo e che Atwood ha definito plausibile pur non essendo un'intenzione originale. La June della serie è anche molto più attiva politicamente prima della caduta, partecipa alle proteste di piazza contro la privazione dei diritti delle donne, mentre nel romanzo Difred si tiene più ai margini per paura di mettere a rischio marito e figlia. Anche il destino di Luke, il marito, viene ampliato parecchio: nel libro resta un fantasma nella memoria della ragazza , di cui non sapremo mai davvero la sorte, mentre la serie ce lo mostra sopravvissuto in Canada, dove si unisce alla resistenza insieme a Moira. Sono scelte che allargano il respiro narrativo senza tradire lo spirito cupo e claustrofobico del romanzo, e che probabilmente hanno reso possibile costruire poi altre cinque stagioni su un materiale che, da solo, si esauriva con la fine del libro.

Un'ultima cosa che mi ha colpito è quanto la serie, pur ambientata in un futuro alternativo mai troppo definito con precisione, riesca a sembrare sempre più attuale col passare degli anni dalla sua uscita nel 2017. Non è un caso che le uniformi rosse delle ancelle siano diventate un simbolo usato in manifestazioni per i diritti delle donne in giro per il mondo. Quando la finzione comincia a essere presa in prestito dalla realtà come strumento di protesta, vuol dire che ha toccato un nervo scoperto vero. Ora aspetto la seconda stagione, curioso di vedere come la storia continuerà a camminare da sola oltre i confini del romanzo.

Xiaomi Smart Band 10

 

Quattro anni e passa. Se ripenso a quanto scrissi quando passai dal Mi Band 2 alla versione 6, mi rendo conto che stavolta il tempo è stato molto più generoso col vecchio bracciale: non un capriccio, ma una sostituzione vera e propria, visto che ieri è perito dopo aver vibrato inspiegabilmente per quindici minuti. Il display del Mi Band 6 è sopravvissuto a non so quante escursioni, scogli, botte a lavoro, corse e colpi di sole. Del cinturino avevo pure una fornita collezione di riserva visto che era l'unica cosa fragile e la batteria, dichiarata con autonomia di 14 giorni, durava quasi un mese.  Xiaomi nel frattempo ha cambiato nome alla linea togliendo il "Mi" e chiamandola semplicemente Smart Band, il salto generazionale che ho fatto è quello dalla sesta alla decima.

La prima cosa che si nota togliendolo dalla scatola è che il corpo è cresciuto, ma non stravolto: parliamo di un display AMOLED da 1,72 pollici, contro l'1,56 del Band 6, con una risoluzione di 212 per 520 pixel che porta la densità a 326 PPI, la stessa cifra tonda che Xiaomi ripeteva già tre generazioni fa, segno che quella densità evidentemente basta e avanza per un pannello di queste dimensioni. Il refresh rate resta fermo a 60 Hz, il che sulla carta suona quasi anacronistico nel 2026, ma nell'uso quotidiano di una smartband, dove si guarda l'orario o si scorre una notifica in un paio di secondi, non ho trovato nessuna scattosità fastidiosa. Anzi va tutto benissimo purché la batteria duri molto anche in questo caso. La luminosità massima invece è salita parecchio, fino a 1500 nit, e questo sì che si sente: nelle giornate di sole pieno, quelle in cui col Band 6 dovevo fare ombra con la mano per leggere i dati del percorso, adesso lo schermo resta leggibilissimo anche in piena controluce.

Il corpo in alluminio della versione standard misura 46,57 per 22,54 per 10,95 millimetri, sensore cardiaco escluso, per un peso dichiarato di 15,95 grammi senza cinturino: leggero al polso quasi quanto il vecchio modello, nonostante lo schermo più grande, merito di cornici simmetriche ridotte a 2 millimetri che portano il rapporto schermo-corpo dal 66 al 73 per cento. La resistenza all'acqua rimane fissata ai 5 ATM di sempre, quindi doccia, mare e sudore non sono un problema, ma per le immersioni vere e proprie il discorso resta un altro. La batteria, una unità da 233 mAh, è di fatto la stessa capacità della generazione precedente, e infatti l'autonomia dichiarata resta sui 21 giorni di utilizzo standard, che scendono a 9 con lo schermo sempre acceso o a 8 con un uso più intensivo dei sensori. Nel mio caso, sevza notifiche attive, monitoraggio del sonno e cardiofrequenzimetro impostato  non continuativo , spero di viaggiare nuovamente vicino alle tre settimane, il che per un dispositivo di questa fascia resta un valore che fa impallidire qualsiasi smartwatch vero. La ricarica, tramite il solito (diverso dal precedente però) connettore magnetico proprietario è una rottura di palle. 

Sul fronte software il salto è quello da MIUI per Xiaomi Wear alla nuova interfaccia basata su HyperOS 2, con oltre 200 quadranti disponibili . Le modalità sportive sono lievitate oltre le 150, con il calcolo di parametri come il VO2 max, il carico di allenamento e i tempi di recupero stimato, roba che quattro anni fa era riservata a fasce di prezzo ben superiori. È stata migliorata anche la modalità nuoto, con monitoraggio della frequenza cardiaca in acqua e un conteggio vasche più preciso grazie a un sensore di movimento a nove assi. Per il resto la dotazione sensoristica ricalca quella che conoscevo già: cardiofrequenzimetro continuo, SpO2, monitoraggio dello stress e del sonno con tanto di fasi REM, giroscopio, bussola elettronica e sensore di luce ambientale per la regolazione automatica della luminosità.

Quello che invece non è cambiato, ed è un peccato dirlo dopo quattro anni di attesa, è l'assenza di NFC e di GPS integrato nella versione base italiana: per chi come me si accontenta di agganciare i dati di posizione tramite lo smartphone durante le camminate non è un dramma, ma resta l'unico vero limite strutturale di una gamma che per il resto è cresciuta ovunque, tranne che nel prezzo , visto che si è rimasti intorno ai 35€ su Amazon (tra l'altro pagabile in tre rate a zero interessi) . Poca roba in assoluto , soprattutto se paragonata a quanto costerebbe uno smartwatch con le stesse funzioni. 

Tirando le somme, il decimo Mi Band, o Smart Band che dir si voglia, non stravolge nulla rispetto a quello che Xiaomi fa ormai da anni, ma affina quel poco che c'era da affinare: schermo più grande e luminoso, software più fluido, qualche sensore in più per chi si allena sul serio. Per uno come me, che di questi bracciali ne ha visti passare al polso fin dal primo Mi Band (sono passati oltre dieci anni) , resta la conferma che a volte non serve reinventare la ruota, basta oliarla bene.

domenica 12 luglio 2026

Bruce Sterling - Il Chiosco

 

Autore: Bruce Sterling 
Anno: 2007
Titolo originale: Kiosk
Pagine: 112
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Borislav è il proprietario di un chiosco che vende ai bambini figurine di giocattoli che possono essere trasformati in oggetti reali e tridimensionali mediante il passaggio attraverso un vecchio "fabbricatore". Un giorno, una ricca turista dall'Unione Europea acquista in blocco tutto il contenuto del suo chiosco, così, dopo aver concluso l'affare, Borislav rileva da uno zingaro un nuovo rivoluzionario fabbricatore che sembra capace di produrre oggetti indistruttibili partendo da una strana polvere gialla. Però Borislav, sottoposto a pressioni per motivi legati alla duplicazione e ai diritti di immagine, comincia a temere di perdere il chiosco e il suo macchinario, e finché è in tempo decide di cederlo. Ma scoprirà che dietro a questo prodotto c'è una guerra tecnologica ed economica che va bel al di là del suo piccolo giro d'affari, e coinvolge il futuro stesso dell'Europa e dei suoi mercati.

Commento personale e recensione:
Di Bruce Sterling sapevo quel poco che si sa di uno dei padri fondatori del cyberpunk, il nome che insieme a William Gibson viene sempre citato quando si parla delle origini del genere. "Il chiosco", uscito per Delos nella solita collana Odissea Fantascienza, mi ha dato modo di leggerlo nuovamente , e l'esperienza è stata a due velocità.

La prima parte funziona bene. Si segue Borislav, proprietario di un chiosco in una città dell'est Europa mai nominata esplicitamente ma che sembra ricalcare Belgrado, dove vende ai bambini figurine di giocattoli trasformabili in oggetti reali tramite un vecchio fabbricatore. Quando una turista dell'Unione Europea gli acquista in blocco tutto il contenuto del chiosco, Borislav ne approfitta per procurarsi da un ricettatore un nuovo fabbricatore, capace di generare oggetti indistruttibili partendo da una misteriosa polvere gialla. Fin qui la costruzione del mondo, il personaggio e l'atmosfera cupa tipica di Sterling mi avevano conquistato, con quel retrogusto di guerra civile jugoslava (almeno per ciò che mi immagino io) che si respira sotto la superficie fantascientifica.

Il problema arriva nella seconda metà, molto più breve della prima, dove tutto sembra precipitare senza il respiro necessario. Le pressioni sui diritti di duplicazione e di immagine che spingono Borislav a parlare quasi di politica, a farlo entrare all'interno della guerra tecnologica ed economica che coinvolge il futuro stesso dei mercati europei, tutto questo viene buttato giù con una fretta che ho trovato eccessiva. Ho avuto la sensazione che l'autore avesse in mano più materiale e più idee di quante ne servissero per un racconto di queste dimensioni, e che negli ultimi capitoli abbia deciso di chiudere in fretta piuttosto che sviluppare con calma quello che aveva costruito, risultando così un po' sconclusionato.

Peccato, perché l'idea di base e la prosa, pungente anche nella traduzione italiana curata dalla moglie dello stesso Sterling (Jasmina Tesanovic) insieme a Salvatore Proietti, meritavano una chiusura più solida. Anche se non sono sicuro che i "nanotubi di carbone" sia esatto o un errore rispetto a "carbonio". Resta comunque una lettura che si consuma in fretta e che, nonostante lo squilibrio tra le due metà, lascia intravedere perché Sterling sia ancora oggi una voce di riferimento della fantascienza.

sabato 11 luglio 2026

Anello del Matanna

 
Si ritorna a solcare i sentieri apuani. Il richiamo è talmente forte da usare la scusa di andare al fresco, consci del fatto che stiamo mentendo anche a noi stessi. A poco serve la sveglia alle 5.00 del mattino, Suzukina che percorre il Romito ancora deserto e la partenza intelligente da Casetta Giorgini. Il percorso lo conosciamo abbastanza bene, perché quei sentieri li abbiamo fatti più volte nel corso di altre escursioni. Prima parte coperti dal bosco seguendo il sentiero 5, poi deviando con il 5A per passare dal rifugio Forte dei Marmi. Allunghiamo un po' il percorso per stare ancora coperti dal sole malevolo come fossimo vampiri e iniziamo una parte della cresta. Riscendiamo a troncamacchia (anche se la macchia non c'è) per ricollegarci alla normale fino al Rifugio Alto Matanna. Pausa rinfrescante e disidratante per prendere il 109, aggirare il Matanna verso il Nona e Foce delle Porcelle. Da qui ridiscendiamo a chiudere l'anello. Ne vale davvero sempre la pena, che ci siano due gradi o quaranta.

Album fotografico Anello del Matanna 

venerdì 10 luglio 2026

Iron Maiden - The X Factor

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1995
Tracce: 11
Formato: CD 
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Per quanto riguarda gli Iron Maiden il periodo con Blaze Bayley lo avevo già affrontato con Virtual XI, il secondo disco della sua era. Ma prima di arrivare lì c'era stato The X Factor nel 95, il primo, e vale la pena raccontare come ci sono arrivato. Avevo un singolo, Virus, con la voce di Bayley, e credevo fosse contenuto in questo album. In realtà non è così: Virus finì nella raccolta Best of the Beast del 1996 (ma io non amo troppo le raccolte) come brano inedito, e The X Factor non lo contiene. Ma quella canzone mi aveva incuriosito abbastanza da spingere all'acquisto, e il disco lo presi tenendolo in considerazione proprio per il cambio di cantante, curioso di capire come stesse funzionando l'esperimento.

Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.

Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.

Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.

giovedì 9 luglio 2026

Connie Willis - L'Ultimo Dei Winnebago

 

Autore: Connie Willis 
Anno: 1988
Titolo originale: The Last Of The Winnebago 
Pagine: 115
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Ambientato in un'America post-disastro regredita a forme di governo decisamente dittatoriali, questo romanzo parla prevalentemente di estinzioni. Nel futuro immaginato dall'autrice a causa di epidemie virali si stanno estinguendo molte razze di animali. Ed è proprio il racconto dell'uccisione dell'ultimo dei cani che dà lo spunto a Connie Willis per narrare una storia di una Terra in cui molte cose che abbiamo si stanno estinguendo, così come i "Winnebago" che oltre a esssere un modello di camper è anche il nome di una tribù pellerossa del Minnesota.

Commento personale e recensione:

Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.

L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.

Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.

Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.

Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.

Il Grido (1957)

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Anno: 1957
Titolo originale: Il Grido 
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.6)
Pagina di I Check Movies 
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Il grido  è uno dei film più intensi e dolorosi di Antonioni, un'opera che racconta la solitudine umana con una forza silenziosa, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. È un viaggio nell'animo di un uomo che, dopo la fine della relazione con la donna che ama, vede sgretolarsi ogni certezza e si lascia trascinare in un lento e inesorabile vagabondaggio nella pianura padana, alla ricerca di un nuovo equilibrio che sembra non arrivare mai. Tutto ha origine da una frase tanto semplice quanto devastante: "Ti voglio bene, ti voglio ancora bene. Ma non è più come prima." In poche parole Antonioni racchiude la fine di un amore e, allo stesso tempo, l'inizio dello smarrimento del protagonista. Non c'è un litigio furioso né un colpo di scena: c'è soltanto la dolorosa presa di coscienza che alcuni sentimenti, pur rimanendo autentici, possono cambiare irrimediabilmente.

La trama, in sé, è estremamente semplice. Proprio questa apparente essenzialità gli permette  di concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi, sui loro silenzi, sugli sguardi e su quei vuoti emotivi che diventano il vero cuore del racconto. Il protagonista non affronta soltanto la perdita dell'amore, ma sembra perdere progressivamente anche il proprio posto nel mondo. Ogni incontro lungo il cammino offre una possibilità di rinascita che, puntualmente, si rivela fragile e destinata a dissolversi.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della narrazione. Le campagne della Pianura Padana non fanno semplicemente da sfondo agli eventi, ma riflettono lo stato d'animo di Aldo (Steve Cichran). La presenza costante della nebbia, della pioggia, delle strade fangose, dei cieli grigi e delle campagne di periferia contribuisce in maniera decisiva ad alimentare il profondo pessimismo che attraversa l'intera opera. Ogni inquadratura sembra trasmettere un senso di freddo, immobilità e smarrimento, come se il mondo stesso fosse incapace di offrire una via d'uscita. È un ambiente che soffoca nonostante i campi larghi, che accompagna la lenta discesa psicologica del protagonista e rende tangibile la sua disperazione.

Antonioni costruisce tutto questo con una regia rigorosa e misurata. I dialoghi sono ridotti all'essenziale e spesso è l'immagine a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. I lunghi tempi d'attesa, i silenzi e i movimenti apparentemente ordinari assumono così un peso emotivo enorme, invitando lo spettatore a condividere il senso di alienazione del protagonista anziché limitarsi a osservarlo.

Pur essendo stato realizzato alla fine degli anni Cinquanta, Il Grido appare sorprendentemente moderno. I temi dell'incomunicabilità, della crisi dell'identità e dell'incapacità di trovare un proprio posto nella società o nella coppia anticipano molti degli elementi che diventeranno normalità nel cinema successivo. Non è un film che cerca di consolare o di offrire risposte rassicuranti: accompagna invece lo spettatore in un percorso amaro, lasciandolo immerso nelle stesse domande esistenziali che tormentano il soggetto principale.

Il grido è un'opera che richiede pazienza e disponibilità ad accettarne il ritmo contemplativo, ma sa ricompensare con una straordinaria profondità emotiva. Un film cupo, malinconico e profondamente umano, capace ancora oggi di raccontare la fragilità dell'individuo con una sensibilità rara e con immagini che restano impresse nella memoria molto tempo dopo i titoli di coda.

Anche il finale, ambientato tra le operazioni di esproprio e un paesaggio ormai trasformato, assume un forte valore simbolico. Non è soltanto un luogo che cambia volto, ma sembra essere lo stesso protagonista a non trovare più uno spazio nel mondo, come se la sua crisi personale e quella del territorio finissero per riflettersi l'una nell'altra.