venerdì 10 luglio 2026

Iron Maiden - The X Factor

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1995
Tracce: 11
Formato: CD 
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Per quanto riguarda gli Iron Maiden il periodo con Blaze Bayley lo avevo già affrontato con Virtual XI, il secondo disco della sua era. Ma prima di arrivare lì c'era stato The X Factor nel 95, il primo, e vale la pena raccontare come ci sono arrivato. Avevo un singolo, Virus, con la voce di Bayley, e credevo fosse contenuto in questo album. In realtà non è così: Virus finì nella raccolta Best of the Beast del 1996 (ma io non amo troppo le raccolte) come brano inedito, e The X Factor non lo contiene. Ma quella canzone mi aveva incuriosito abbastanza da spingere all'acquisto, e il disco lo presi tenendolo in considerazione proprio per il cambio di cantante, curioso di capire come stesse funzionando l'esperimento.

Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.

Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.

Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.

giovedì 9 luglio 2026

Connie Willis - L'Ultimo Dei Winnebago

 

Autore: Connie Willis 
Anno: 1988
Titolo originale: The Last Of The Winnebago 
Pagine: 115
Voto e recensione: 2/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Ambientato in un'America post-disastro regredita a forme di governo decisamente dittatoriali, questo romanzo parla prevalentemente di estinzioni. Nel futuro immaginato dall'autrice a causa di epidemie virali si stanno estinguendo molte razze di animali. Ed è proprio il racconto dell'uccisione dell'ultimo dei cani che dà lo spunto a Connie Willis per narrare una storia di una Terra in cui molte cose che abbiamo si stanno estinguendo, così come i "Winnebago" che oltre a esssere un modello di camper è anche il nome di una tribù pellerossa del Minnesota.

Commento personale e recensione:

Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.

L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.

Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.

Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.

Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.

Il Grido (1957)

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Anno: 1957
Titolo originale: Il Grido 
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.6)
Pagina di I Check Movies 
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Il grido  è uno dei film più intensi e dolorosi di Antonioni, un'opera che racconta la solitudine umana con una forza silenziosa, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. È un viaggio nell'animo di un uomo che, dopo la fine della relazione con la donna che ama, vede sgretolarsi ogni certezza e si lascia trascinare in un lento e inesorabile vagabondaggio nella pianura padana, alla ricerca di un nuovo equilibrio che sembra non arrivare mai. Tutto ha origine da una frase tanto semplice quanto devastante: "Ti voglio bene, ti voglio ancora bene. Ma non è più come prima." In poche parole Antonioni racchiude la fine di un amore e, allo stesso tempo, l'inizio dello smarrimento del protagonista. Non c'è un litigio furioso né un colpo di scena: c'è soltanto la dolorosa presa di coscienza che alcuni sentimenti, pur rimanendo autentici, possono cambiare irrimediabilmente.

La trama, in sé, è estremamente semplice. Proprio questa apparente essenzialità gli permette  di concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi, sui loro silenzi, sugli sguardi e su quei vuoti emotivi che diventano il vero cuore del racconto. Il protagonista non affronta soltanto la perdita dell'amore, ma sembra perdere progressivamente anche il proprio posto nel mondo. Ogni incontro lungo il cammino offre una possibilità di rinascita che, puntualmente, si rivela fragile e destinata a dissolversi.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della narrazione. Le campagne della Pianura Padana non fanno semplicemente da sfondo agli eventi, ma riflettono lo stato d'animo di Aldo (Steve Cichran). La presenza costante della nebbia, della pioggia, delle strade fangose, dei cieli grigi e delle campagne di periferia contribuisce in maniera decisiva ad alimentare il profondo pessimismo che attraversa l'intera opera. Ogni inquadratura sembra trasmettere un senso di freddo, immobilità e smarrimento, come se il mondo stesso fosse incapace di offrire una via d'uscita. È un ambiente che soffoca nonostante i campi larghi, che accompagna la lenta discesa psicologica del protagonista e rende tangibile la sua disperazione.

Antonioni costruisce tutto questo con una regia rigorosa e misurata. I dialoghi sono ridotti all'essenziale e spesso è l'immagine a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. I lunghi tempi d'attesa, i silenzi e i movimenti apparentemente ordinari assumono così un peso emotivo enorme, invitando lo spettatore a condividere il senso di alienazione del protagonista anziché limitarsi a osservarlo.

Pur essendo stato realizzato alla fine degli anni Cinquanta, Il Grido appare sorprendentemente moderno. I temi dell'incomunicabilità, della crisi dell'identità e dell'incapacità di trovare un proprio posto nella società o nella coppia anticipano molti degli elementi che diventeranno normalità nel cinema successivo. Non è un film che cerca di consolare o di offrire risposte rassicuranti: accompagna invece lo spettatore in un percorso amaro, lasciandolo immerso nelle stesse domande esistenziali che tormentano il soggetto principale.

Il grido è un'opera che richiede pazienza e disponibilità ad accettarne il ritmo contemplativo, ma sa ricompensare con una straordinaria profondità emotiva. Un film cupo, malinconico e profondamente umano, capace ancora oggi di raccontare la fragilità dell'individuo con una sensibilità rara e con immagini che restano impresse nella memoria molto tempo dopo i titoli di coda.

Anche il finale, ambientato tra le operazioni di esproprio e un paesaggio ormai trasformato, assume un forte valore simbolico. Non è soltanto un luogo che cambia volto, ma sembra essere lo stesso protagonista a non trovare più uno spazio nel mondo, come se la sua crisi personale e quella del territorio finissero per riflettersi l'una nell'altra.

mercoledì 8 luglio 2026

Europe - The Final Countdown

 

Artista: Europe
Anno: 1986
Tracce: 10
Formato: CD 
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Stamattina entro al bar per la colazione e parte quel riff di tastiera. Quei quattro accordi che non servono presentazioni. E immediatamente si aprono i ricordi del liceo, l'audiocassetta, tutto. Ci sono canzoni che non invecchiano perché non appartengono a nessun tempo in particolare, e The Final Countdown degli Europe è una di quelle.

Il disco omonimo esce nel 1986 ed è il terzo album del quintetto svedese, il primo con il tastierista Mic Michaeli e il batterista Ian Haugland, e l'ultimo con il chitarrista John Norum prima che abbandonasse la band durante il tour successivo, non soddisfatto del nuovo sound più morbido e commerciale. L'uso delle tastiere e le chitarre un po' di contorno funzionano, ma il risultato è un pop-metal melodico e lucidato a specchio che all'epoca era esattamente ciò che il mercato voleva a discapito di una certa aggressività. 

Il riff della title track lo aveva scritto Joey Tempest già tra il 1981 e il 1982 su un sintetizzatore Korg Polysix prestato dallo stesso Michaeli; al tempo nessuno pensava che potesse diventare un singolo, tanto che alcuni membri della band volevano che il primo estratto fosse Rock the Night. Invece fu proprio The Final Countdown, e il risultato fu uno dei singoli più venduti della storia: numero uno in venticinque paesi, nove settimane in vetta alle classifiche italiane, dodici milioni di copie vendute del disco. Il tour promozionale portò gli Europe persino a Sanremo e a Domenica In, il che dice tutto su quanto fossero usciti fuori dal circuito strettamente rock. Norum lasciò la band prima ancora che il tour finisse.

Ma il disco vale ben oltre la title track. Rock the Night è adrenalina pura, hard rock diretto e senza fronzoli che regge ancora benissimo. Carrie è la power ballad perfetta degli anni Ottanta, quella melodia vocale di Tempest che si appoggia sulle tastiere con una naturalezza disarmante. Cherokee è la sorpresa del disco per chi si ferma ai singoli. Il resto tiene bene il livello, senza picchi ma senza cadute.

Non è musica per puristi, e chi la considerava commerciale e superficiale all'epoca non aveva tutti i torti. Ma certe canzoni entrano nei ricordi in modo indipendente da qualsiasi giudizio critico, e quando le senti al bar la mattina capisci che non se ne sono mai andate davvero.

martedì 7 luglio 2026

Dream Theater - Octavarium

 

Artista: Dream Theater
Anno: 2005
Tracce: 8
Formato: CD 
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Con i Dream Theater avevo già segnato il momento di svolta con Six Degrees of Inner Turbulence: il disco in cui la band aveva iniziato a scricchiolare nelle mie preferenze, con quel virtuosismo sempre più fine a se stesso che mi schiacciava invece di sollevarmi. Octavarium  è stato, per usare una parola sola, il colpo di grazia.

Il disco è tecnicamente superlativo, e sarebbe disonesto non dirlo. Petrucci alla chitarra è in uno stato di grazia, Rudess alle tastiere costruisce tappeti sonori di una complessità quasi accademica, Portnoy alla batteria non sbaglia un colpo. Il disco prende il nome dall'intervallo musicale di ottava, e tutta la struttura è costruita intorno a questo concetto: ogni brano è in una tonalità che segue la scala, il disco si apre e si chiude sulla stessa nota, ci sono rimandi interni pensati per chi conosce la teoria musicale. È un oggetto costruito con una cura maniacale, e si vede.

Il problema è che quella cura, ascoltandolo, la percepisci più come un esercizio che come un'emozione. The Root of All Evil funziona ancora abbastanza, con quel groove che richiama i momenti migliori di Awake. Panic Attack è forse il brano più diretto del disco, sette minuti di furia progressiva che almeno non perdono il filo. Ma poi c'è Octavarium, la suite conclusiva di ventiquattro minuti: architettura impressionante, costruzione impeccabile, citazioni di decine di band sparse lungo il percorso come una sorta di autoritratto del genere. Tutto giusto. Tutto perfetto. E tuttavia, alla fine, mi ritrovo a chiedermi cosa mi abbia lasciato davvero addosso, al di là dell'ammirazione per la tecnica.

Con Metropolis Pt. 2 la complessità aveva un cuore emotivo che giustificava tutto il resto. Con Images and Words c'erano melodie che non si dimenticavano. Octavarium ha la tecnica di entrambi, ma non ha il calore di nessuno dei due. È il disco in cui i Dream Theater hanno smesso di sorprendermi, e ho smesso di aspettarmi che lo facessero.

lunedì 6 luglio 2026

Black Sabbath - Born Again

 

Artista: Black Sabbath 
Anno: 1983
Tracce: 9
Formato: CD
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Con i Black Sabbath avevo già un percorso avviato, da Paranoid a Vol. 4 fino a Sabotage; seguiti, come sempre, più per storia che per passione. Born Again  lo presi essenzialmente per Ian Gillan, voce storica dei Deep Purple, curioso di sentire cosa succedesse mettendo insieme due mondi così diversi. In realtà è stata quasi una delusione, e capendo meglio la storia (che posso studiare grazie a VIKI) dietro al disco si capisce anche perché.

La genesi è a dir poco caotica. Dopo l'uscita di Ronnie James Dio, Iommi si ritrova senza cantante e, su suggerimento del manager Don Arden (padre di Sharon Osbourne), finisce per proporre il posto a Gillan durante una serata di pesante consumo alcolico a Bearsville, New York. Gillan firma il contratto ubriaco fradicio e il mattino dopo non ricorda assolutamente nulla; scopre di essere il nuovo cantante dei Black Sabbath quando gli vengono presentati i documenti firmati. Il progetto nasce come supergroup senza nome preciso, ma a registrazioni ultimate la casa discografica insiste per pubblicarlo come Black Sabbath: i musicisti vengono praticamente scavalcati dal management. Come se non bastasse, il mixaggio finale risulta sbilanciato per un problema di umidità alle master tape: quando la band se ne accorge, il disco è già in stampa. Gillan ha raccontato di averlo lanciato fuori dal finestrino dell'auto al primo ascolto. Aveva un giradischi sul cruscotto molto probabilmente... 

Musicalmente il disco non è un disastro, anzi: Trashed apre con una furia hard rock convincente, Disturbing the Priest (il titolo viene dal fatto che durante le prove disturbavano davvero un sacerdote nei dintorni) è pesante e oscura in modo che i Sabbath sanno fare bene, e Zero the Hero ha un riff monolitico che cresce fino a diventare quasi claustrofobico. La title track è il momento più suggestivo del disco, malinconico e lento, con Gillan che costruisce qualcosa di genuinamente bello. Ma il problema rimane quello della produzione compromessa: le chitarre sono impastose, il basso troppo in primo piano, la batteria di Bill Ward (tornato per l'occasione ma ancora in difficoltà con i propri problemi personali) spesso coperta. Si sente che tutto è avvenuto di fretta e in condizioni non ideali.

Gillan del resto non si è mai sentito davvero a casa: durante il tour successivo, sul palco del Reading Festival del 1983, la band suonò improvvisamente Smoke on the Water, vanificando tutte le smentite di Butler sul fatto che "questa non è né Deep Sabbath né Black Purple". La collaborazione finì quasi subito, con Gillan incapace persino di ricordare i testi delle vecchie canzoni di Ozzy. I vari cambi di formazione succedutisi negli anni avevano inevitabilmente lasciato il segno, e Born Again ne porta tutte le ferite addosso. Un episodio isolato, interessante da conoscere, ma lontano da quello che mi aspettavo.

domenica 5 luglio 2026

Steal - La Rapina [Stagione 1]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Steal
Numero episodi: 6
Stagione: 1
 
Mini serie autoconclusiva di soli sei episodi che si guardano con piacere. Non totale, ma comunque senza quasi mai storcere il naso. Il primo episodio mi pareva corresse un po' troppo velocemente, perchè mi è addirittura salito il dubbio ancestrale che fosse un film e non una puntata: la rapina si conclude nei fatti proprio qui. E in altre circostanze, parlo di serie davvero più brutto, c'è chi la avrebbe tirata per le lunghe. In questa serie inglese si tira per le lunghe il movente e la struttura andando a complicarla e renderla più elaborata. Non c'è nessun miracolo come detto all'inizio, ma la formula mi è piaciuta. Anche se.. Occhio spoiler: vi avviso, dico chi è il colpevole, non andate avanti se non volete. Eccomi di nuovo, stavo dicendo che gli sceneggiatori nel loro porco lavoro di inserire i personaggi e dargli una certa importanza hanno infilato in maniera troppo silenziosa un investigatore finanziario troppo esagerato e  poco credibile. Sebbene nel finale si forzi a puntare su di lui e difficilmente lo spettatore si accorga che è lui il più invischiato di tutto, quando ci troviamo alla resa dei conti vediamo che tutto torna in maniera un po' troppo romanzata e forzata. Ma ci sta. Però come dice il mio mantra: non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto. E qui c'era da terminare il sesto episodio in un altro modo in cui la morale sarebbe dovuta essere messa da parte. Senza se e senza ma.

L'Ultima Missione: Project Hail Mary (2026)


 Regia: Phil Lord, Chris Miller
Anno: 2026
Titolo originale: Project Hail Mary
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (8.2)
Pagina di I Check Movies 
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Ero arrivato a vedere "L'ultima missione: Project Hail Mary" con le aspettative parecchio gonfiate, lo ammetto. Non ho letto il romanzo di Andy Weir da cui è tratto, ma le recensioni che avevo letto in giro erano quasi tutte entusiaste, con paragoni pesanti tirati in ballo (

Qui invece, nonostante un budget che si vede tutto sullo schermo, Ryan Gosling praticamente da solo per gran parte del film, ed effetti speciali di livello alto, mi sono annoiato in maniera sorprendente. Il film dura quasi due ore e mezza, e si sente tutto: ci sono passaggi che si dilungano senza reale necessità (tipo la scena del karaoke) , con la sensazione di guardare l'orologio molto prima della fine.

Quello che mi ha infastidito di più però è l'approccio tutt'altro che scientifico con cui vengono trattati i problemi che il protagonista deve affrontare. Penso alla facilità con cui si inventa soluzioni a catena per ogni ostacolo, o al modo in cui l'astrofago, il microrganismo alla base di tutta la minaccia solare, si comporta in maniera funzionale alla trama più che a una qualche logica biologica plausibile: si muove, si riproduce, reagisce agli stimoli in modo che sembra scritto apposta per risolvere la scena successiva, senza che nulla venga davvero giustificato. Lo stesso vale per certi salti logici nella costruzione dell'astronave o nel sistema di comunicazione con l'alieno, tutti risolti con un colpo di genio improvviso del protagonista che arriva sempre al momento giusto.

E poi c'è quel tono da commedia che ho trovato francamente irritante. Capisco la scelta di alleggerire un racconto di sopravvivenza spaziale con battute e ironia, la stessa cosa funzionava benissimo in The Martian, ma qui è calcata così tanto che ogni momento di tensione viene smontato da una gag o da una battuta, come se il film avesse paura di prendersi sul serio anche per pochi minuti di fila. Il risultato è che la storia, che pure avrebbe elementi di dramma e di scoperta interessanti, resta sempre in superficie, senza mai lasciarmi davvero coinvolto.

Alla fine mi sono ritrovato a chiedermi se le recensioni entusiastiche che avevo letto prima non abbiano semplicemente alzato troppo l'asticella. Resta un film tecnicamente ben fatto, con Gosling sempre convincente nel suo ruolo, ma per me lontanissimo dall'esperienza che mi aveva lasciato Sopravvissuto, ma io. 

Toccata e fuga al Cavo

 
Toccata e fuga anche come articolo. Breve, giusto per tenere traccia dei miei umili spostamenti. Partiamo dal porto di Piombino con nave mattutina, mamma ed io, alla volta di Rio Marina. Viaggio breve e tranquillo, meno caotico rispetto alla più comune rotta per Portoferraio. Recuperiamo l'auto e ci dirigiamo subito al mare. Anche in questo caso qualcosa di meno battuto: il Cavo nonostante sia domenica, non è preso d'assalto dai turisti. Ed al Molo Beach, nostra base, si sta come picchi. Colazione vista mare, usufruiamo delle sdraine, facciamo il bagno, leggo, pranziamo leggeri più che vista mare, ma proprio con i piedi in spiaggia. Divino godimento della vita. Poi ripartiamo per Casetta degli Aranci e sistemiamo un po' di cose nel pomeriggio. È già ora di tornare, ma come si suole dire "basta attraversare il canale ed è come essere in gita lontani". 

Giampietro Stocco - Dalle Mie Ceneri



 Artista: Giampietro Stocco
Anno: 2008
Titolo originale: Dalle Mie Ceneri 
Pagine: 117
Voto e recensione: 2/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Per le strade di Buenos Aires si aggira un reduce molto speciale di una guerra a sua volta molto particolare: l'Argentina non ha mai perso le isole Malvine. Rico è uno dei tanti volontari italiani che hanno aiutato il paese sudamericano a infliggere all'Inghilterra una sconfitta tanto sorprendente quanto umiliante, e a costruire il socialismo sotto la Croce del Sud e in gran parte del mondo. Di speciale, però, Rico ha anche altre doti, che qualcuno vuole mettere a frutto per invertire la tendenza politica. Un qualcuno potente e senza scrupoli, che non esiterà a scavare nelle debolezze di Rico e a mettere in campo una scoperta scientifica che aprirà nuove frontiere al genere umano. Ma di che umanità stiamo parlando?

Commento personale e recensione:

Ho finito "Dalle mie ceneri" di Giampietro Stocco in una sola giornata di spiaggia, cosa che dice già molto sulla scorrevolezza del libro. Di Stocco avevo già parlato qui sul blog quando lessi "La Corona Perduta" (trovate la recensione a questo link), e devo dire che l'ucronia è chiaramente il terreno dove questo autore si muove meglio e più volentieri.

Rispetto a "La Corona Perduta", qui la lettura scorre molto più veloce, e credo che il merito sia soprattutto dell'ambientazione, che definirei al limite del cyberpunk. Il libro è del 2008 ma i fatti si svolgono in un 2015 che, nonostante fosse all'epoca praticamente contemporaneo, viene reso quasi fantascientifico, con nanobot, intelligenze artificiali e proiezioni olografiche a farla da padrone. Stocco insomma non si limita a deviare la linea temporale sul piano sociale, politico e geografico (e qui secondo me esagera parecchio, con un Sudamerica che dopo la vittoria argentina alle Malvine si trasforma in una potenza socialista planetaria), ma ci aggiunge sopra anche una bella spinta tecnologica, come se il solo cambio di storia non fosse abbastanza.

Per un romanzo così breve, di carne al fuoco ce n'è fin troppa, almeno dal mio punto di vista. Tra la guerra delle Malvine vinta dagli argentini, il nuovo ordine mondiale socialista, i poteri speciali di Rico e le cospirazioni scientifiche che lo coinvolgono, ho avuto la sensazione che la trama fosse più che altro un pretesto per mostrare al lettore questo nuovo mondo, piuttosto che una storia che avesse davvero bisogno di tutti questi elementi per reggersi in piedi. Capisco la voglia di stupire e di costruire uno scenario ricco, ma in cento e passa pagine restano più suggestioni buttate lì che sviluppate a dovere.

Detto questo, resta una lettura godibile e via veloce, perfetta per chi come me la porta in spiaggia e vuole qualcosa che non richieda troppo sforzo ma nemmeno annoi. Stocco si conferma un narratore capace di tenere il ritmo, anche quando il mondo che racconta avrebbe meritato più spazio di quanto gliene abbia concesso.

sabato 4 luglio 2026

Robert Charles Wilson - Julian L'Eretico

 
Autore: Robert Charles Wilson 
Anno: 2005
Titolo originale: A Christmas Tale
Voto e recensione: 2/5
Pagine: 111
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Trama del libro e quarta di copertina:
A seguito di un collasso tecnologico globale, nel 2176 gli Stati Uniti sono regrediti a un'epoca pre-industriale di limitate cognizioni scientifiche e di costumi puritani. Ogni ricordo del passato viene considerato una pericolosa eresia. Il tessuto sociale è composto da tre categorie di persone: gli aristoi, la classe intermedia dei mercanti e quella dei lavoratori a contratto. I Sessanta Stati dell'Unione sono governati dalla coalizione delle Chiese del Dominio, guidata dal presidente autocrate Deklan Comstock, che solo formalmente viene rieletto ogni quattro anni. In questo contesto si svolge la storia di Julian, nipote del presidente e figlio di un generale che, in disaccordo con il governo, viene giustiziato come traditore. Il presidente considera il ragazzo un rischio, vedendo in lui colui che potrebbe destituirlo. E le idee di Julian, impaziente di far avanzare verso il domani una società che ha paura del futuro, lo rendono ancora più pericoloso. 

Commento personale e recensione:
Ho chiuso "Julian l'eretico" di Robert Charles Wilson in un paio di sedute, il che la dice lunga sia sulla mole (siamo sulle 110 pagine, formato tascabile Delos, quello che ormai conosco bene da quando ho iniziato a portarmi questi volumetti in spiaggia) sia sulla scorrevolezza della scrittura. È il classico libro che si può affrontare tra un tuffo e l'altro senza perdere il filo, e per me questo è già un pregio non da poco.

L'ambientazione è quella di un futuro post apocalittico, un genere che non è mai stato tra i miei preferiti dentro la fantascienza, anche se a pensarci bene ci sono cresciuto in mezzo senza nemmeno accorgermene. Da ragazzo ho divorato i librogame de "I guerrieri della strada", ho visto e rivisto Ken il guerriero, e naturalmente tutta la saga di Mad Max è parte del mio bagaglio di immaginario condiviso. Quindi diciamo che il terreno mi era familiare, anche se non è quello che cerco per primo quando scelgo un libro.

Qui gli Stati Uniti, dopo un collasso tecnologico, sono regrediti a un'epoca pre industriale, con costumi puritani e un sospetto quasi religioso verso qualunque ricordo del passato scientifico, che viene bollato come eresia (da cui il titolo italiano ). Il potere è nelle mani delle Chiese del Dominio, e la storia segue Julian, nipote del presidente-dittatore in carica e figlio di un generale giustiziato come traditore. Le sue idee, curiose e in anticipo sui tempi rispetto a una società che ha paura del futuro, lo rendono un pericolo agli occhi dello zio.

Non conoscevo nulla di Wilson prima di questo libro, e proprio per questo, arrivato alla fine, mi è rimasto un dubbio: mi è sembrato che la storia fosse più che altro un'introduzione, il preludio a qualcosa di più ampio con lo stesso protagonista, come se il vero racconto dovesse ancora cominciare. Ho fatto una piccola verifica e in effetti è proprio così: questo testo nasce come novella breve (nel 2005 o 2006 e finalista al premio Hugo l'anno dopo), e Wilson l'ha poi ampliata in un romanzo vero e proprio, "Julian Comstock: A Story of 22nd-Century America", pubblicato nel 2009 e anch'esso candidato all'Hugo. Quindi il mio sospetto da lettore era fondato: quello che ho letto è la versione ridotta, quasi un assaggio, di una storia che altrove viene raccontata per intero.

Presa per quello che è, una novella e non un romanzo, "Julian l'eretico" fa il suo mestiere: costruisce con efficacia un mondo plausibile e inquietante nella sua regressione, senza bisogno di spiegoni, e lascia il protagonista sulla soglia della sua storia più grande. Non è il libro che mi ha fatto innamorare del post apocalittico, ma è stata una lettura piacevole, giusta per il ritmo delle vacanze, e mi ha lasciato la curiosità di capire, un giorno, se vale la pena rincorrere anche la versione estesa.

venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

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giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
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Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
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I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.