La prima parte funziona bene. Si segue Borislav, proprietario di un chiosco in una città dell'est Europa mai nominata esplicitamente ma che sembra ricalcare Belgrado, dove vende ai bambini figurine di giocattoli trasformabili in oggetti reali tramite un vecchio fabbricatore. Quando una turista dell'Unione Europea gli acquista in blocco tutto il contenuto del chiosco, Borislav ne approfitta per procurarsi da un ricettatore un nuovo fabbricatore, capace di generare oggetti indistruttibili partendo da una misteriosa polvere gialla. Fin qui la costruzione del mondo, il personaggio e l'atmosfera cupa tipica di Sterling mi avevano conquistato, con quel retrogusto di guerra civile jugoslava (almeno per ciò che mi immagino io) che si respira sotto la superficie fantascientifica.
Il problema arriva nella seconda metà, molto più breve della prima, dove tutto sembra precipitare senza il respiro necessario. Le pressioni sui diritti di duplicazione e di immagine che spingono Borislav a parlare quasi di politica, a farlo entrare all'interno della guerra tecnologica ed economica che coinvolge il futuro stesso dei mercati europei, tutto questo viene buttato giù con una fretta che ho trovato eccessiva. Ho avuto la sensazione che l'autore avesse in mano più materiale e più idee di quante ne servissero per un racconto di queste dimensioni, e che negli ultimi capitoli abbia deciso di chiudere in fretta piuttosto che sviluppare con calma quello che aveva costruito, risultando così un po' sconclusionato.
Peccato, perché l'idea di base e la prosa, pungente anche nella traduzione italiana curata dalla moglie dello stesso Sterling (Jasmina Tesanovic) insieme a Salvatore Proietti, meritavano una chiusura più solida. Resta comunque una lettura che si consuma in fretta e che, nonostante lo squilibrio tra le due metà, lascia intravedere perché Sterling sia ancora oggi una voce di riferimento della fantascienza.

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