Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.
L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.
Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.
Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.
Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.

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