I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa.
La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.
Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.
Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.

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