giovedì 23 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 2]

  

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2018
Episodi: 13
Stagione: 2
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Finita anche la seconda stagione di The Handmaid's Tale, in una sorta di gara a chi la terminava prima con La Volpe. L'ho vinta io, va detto, ma non senza fatica: l'inizio non è stato semplice, con un ritmo se possibile ancora più lento di quello, già compassato, della prima stagione. Dal sesto episodio in poi però c'è una piacevole accelerata, e i miei tre preferiti sono proprio gli ultimi, quelli in cui tutto quello che si era accumulato lentamente finalmente esplode. Questa stagione si compone di tredici episodi, tre in più della prima, e servono tutti per raccontare quanto Gilead sappia essere marcio anche nei dettagli apparentemente minori. Tra i volti nuovi c'è una giovanissima Sydney Sweeney, all'epoca ventenne, prima del successo di Euphoria o del grande schermo che l'avrebbe consacrata negli anni successivi. Interpreta Eden, quindicenne cresciuta come vera credente del regime, data in sposa a Nick praticamente ancora adolescente. Il suo personaggio non ha un peso enorme sulla trama principale, ma la parabola che le viene riservata, dall'entusiasmo ingenuo per il matrimonio fino alla fine tragica per essersi innamorata di un altro ragazzo, resta una delle cose più amare della stagione, proprio perché mostra come il sistema riesca a divorare anche chi ci crede sinceramente. Il personaggio di Serena (Hannah di Dexter) ha alti e bassi che, secondo me, tradiscono un po' la mano degli autori nel tentativo di renderla più simpatetica al pubblico, di darle sfumature che la rendano meno odiosa senza però mai davvero assolverla. Un lavoro di cesello che a tratti funziona e a tratti si sente fin troppo, come se si cercasse un compromesso tra la voglia di mostrarla vittima a sua volta del sistema e la necessità di non farla sembrare innocente. Resto comunque della mia idea di fondo: in questa serie le mogli e le zie sono gli esseri più spregevoli in assoluto. Non subiscono soltanto il sistema, lo accettano e vi partecipano attivamente, tenendo ferme le ancelle durante le cerimonie, cioè durante gli stupri di Stato, ma non solo quello. Sono parte integrante e consapevole della macchina malata di Gilead, e questo le rende, ai miei occhi, ancora più colpevoli dei Comandanti che quel sistema lo hanno inventato. June, dal canto suo, dimostra sempre una forza e una determinazione che la rendono il centro indiscutibile della narrazione. Devo però dire che la sceneggiatura, anche nelle sue fughe, tende ad aggiustare un po' troppo facilmente il "ritorno in famiglia", quasi fosse una parentesi che si richiude senza lasciare troppe cicatrici narrative. Capisco l'esigenza di far proseguire la storia, ma certe soluzioni sembrano scorciatoie più che sviluppi organici, e un po' mi stonano rispetto alla cura con cui viene costruito il resto. Tra i miei interessi principali in una storia come questa c'è sempre quello di scoprire piano piano di più sul mondo che sta attorno alla vicenda principale, sia Gilead che quello che resta all'esterno. In questa stagione questo avviene, ma solo in piccola parte. Qualche squarcio in più sulla vita fuori dai confini del regime, qualche dettaglio sul funzionamento interno del potere, e li apprezzo tutti, ma resto con la sensazione di grattare ancora solo la superficie di un mondo che avrebbe tanto altro da raccontare. Spero che le prossime stagioni allarghino un po' di più lo sguardo, perché è proprio quella cornice più ampia a rendere davvero credibile e inquietante una distopia. Peccato per gli ultimi sessanta secondi della stagione...

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