Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2019
Episodi: 13
Stagione: 3
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Finita anche la terza stagione di The Handmaid's Tale, e ormai devo ammetterlo: ci sono rimasto sotto. Non riesco più a farne a meno, e ogni volta che chiudo un episodio mi ritrovo già a pensare al prossimo. È evidente che June resti in scena (o meglio in Gilead) per pura volontà di sceneggiatura, per allungare la storia oltre i confini naturali che il romanzo le aveva dato, eppure nonostante questa consapevolezza tutto prende una piega talmente accattivante da farmi passare sopra volentieri all'espediente narrativo.
Non si abbassa affatto l'asticella della pesantezza. Le violenze fisiche e psicologiche continuano a scorrere senza sconti, così come il senso di oppressione claustrofobica generato dal regime teocratico. Se nelle prime due stagioni c'era ancora spazio per un minimo di respiro tra un episodio e l'altro, qui la tensione resta costante, quasi soffocante, e proprio per questo funziona: non permette mai allo spettatore di abituarsi troppo a Gilead, di considerarlo normale.
Per mio puro piacere personale, quello di scoprire pian piano sempre più dettagli sul mondo che circonda la vicenda, questa stagione è stata generosa. Emergono nuovi indizi su Gilead, sul Canada che accoglie i profughi e fa da base per la resistenza, e persino su cosa resti effettivamente degli Stati Uniti dopo il collasso. Ho pure fatto una foto a una cartina geopolitica visibile per pochi secondi durante una scena, di quelle immagini che se ti distrai un attimo ti perdi per sempre. E in effetti non sono l'unico ad averla notata: la produzione stessa, proprio in coincidenza con questa terza stagione, aveva condiviso una mappa ufficiale dei territori contesi di Gilead, la stessa che si può intravedere fuori fuoco anche in una scena nello studio di un Comandante. Serve proprio a dare finalmente una collocazione più precisa a questo mondo, con la parte orientale degli Stati Uniti sotto il controllo diretto di Gilead, ampie zone del Midwest e del Sud ancora terreno di scontro attivo tra le forze del regime e quel che resta dell'esercito americano, e sacche di resistenza organizzata nel New England, oltre naturalmente al governo legittimo rifugiato in Alaska.
La figura di June mi piace, anche se percepisco che stia evolvendo forse un po' troppo nella direzione dell'eroina, quasi un simbolo vivente della resistenza più che una donna reale alle prese con scelte impossibili. Ma può darsi che quello che leggo come spavalderia sia in realtà dettato da pura disperazione, dal non avere più nulla da perdere dopo tutto quello che le è stato tolto. È una lettura che mi convince più della prima, a pensarci bene: chi ha visto morire davanti a sé le persone che ama e ha perso ogni certezza sul futuro delle proprie figlie smette a un certo punto di calcolare il rischio nel modo in cui lo farebbe una persona con ancora qualcosa da salvaguardare. Nonostante appunto una spinta nel rimanere sia dettata dalla volontà (disperata) di portare via anche Annah..

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