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giovedì 29 ottobre 2026

Helloween - Master Of The Rings

 

Artista: Helloween
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato: CD
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Con gli Helloween avevo già fatto i conti con i Blind Guardian e il power metal tedesco in generale, e prima o poi bisognava affrontare anche questa pietra miliare del genere. Master of the Rings è il disco della rinascita (per me della nascita, perché non li conoscevo prima) , e già questo lo rende interessante prima ancora di ascoltarlo.

La storia che precede il disco è quella di una band che era quasi implosa. Dopo i due Keeper of the Seven Keys degli anni Ottanta, considerati il vertice assoluto del power metal europeo, gli Helloween avevano attraversato due anni difficilissimi: Pink Bubbles Go Ape e Chameleon, i due dischi precedenti, avevano deluso i fan con una svolta stilistica non voluta, e nel mezzo erano arrivate le uscite di Michael Kiske e del batterista storico Ingo Schwichtenberg (probabilmente per il nome difficile da pronunciare e soprattutto scrivere) , quest'ultimo in gravi difficoltà personali (morirà tragicamente nel 1995). La band era allo sbando. Invece di chiudersi, scelsero di ripartire con una formazione nuova: Andi Deris alla voce, proveniente dai Pink Cream 69, band tedesca con influenze glam, e Uli Kusch alla batteria, in seguito noto per i Masterplan. Due ingressi che sembravano rischiosi, e che invece funzionarono.

Il confronto con Kiske è inevitabile e in parte ingeneroso. Deris ha un timbro completamente diverso: più scuro, più aspro, con una vena hard rock che si distanzia dal falsetto cristallino del predecessore. Non è peggio, è diverso, e col tempo quella differenza è diventata un valore aggiunto. Su Master of the Rings si sente una band che ha recuperato motivazione e direzione, con un suono più muscolare e meno levigato rispetto ai Keeper. Where the Rain Grows è il brano che meglio incarna questa rinascita: power metal diretto, ritornello potente, Deris in stato di grazia. Sole Survivor ha un'energia quasi aggressiva che gli Helloween degli anni Ottanta non avevano sempre. Perfect Gentleman è il momento più accessibile e radiofonico, quasi una concessione al mainstream che però funziona. Still We Go chiude il disco come un inno di rientro, un manifesto della band che riprende in mano la propria storia.

Non è i Keeper, e non cerca di esserlo. È un disco che riconosce il cambio di guardia senza nasconderlo, che costruisce qualcosa di diverso invece di imitare il passato. Considerato che la band era sull'orlo del collasso, è già un risultato notevole. Il resto è power metal solido, ben suonato, con una voce che ci vuole qualche ascolto per entrare ma che poi difficilmente lasci andare.