mercoledì 4 marzo 2026

Pink Floyd - Meddle

 The lower half of a right ear underwater.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1971
Tracce: 6
Formato: CD
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I Pink Floyd sono uno di quei nomi che tutti dicono di conoscere. Tutti hanno canticchiato almeno una volta Another Brick in the Wall, tutti credono di sapere cosa sia The Wall, e quasi tutti associano la band a un paio di dischi monumentali degli anni Settanta. Poi però esiste Meddle, e lì le certezze iniziano a vacillare. Perché molti conoscono One of These Days o Echoes, ma pochi hanno davvero attraversato tutto l’album. Io mi inserisco tra quelli che conoscono marginalmente i Pink Floyd, ma ho cercato di seguirne il percorso e così mi si è aperto un mondo. 

Pubblicato nel 1971 e registrato in momenti diversi, tra studi e soluzioni tecniche differenti, Meddle è un disco che vive proprio di questa varietà. Non è ancora il Pink Floyd levigato e concettuale di The Dark Side of the Moon, ma non è più nemmeno la pura psichedelia degli esordi (che io scoprirò in seguito, con meno passione). È un punto di equilibrio, una terra di mezzo dove la band sperimenta senza ancora irrigidirsi in una formula definitiva.

L’apertura con One of These Days è magnetica: quel basso pulsante, quasi minaccioso, sembra arrivare da un futuro lontano rispetto al 1971. È un brano che molti collocano mentalmente più avanti nel tempo, tanto è moderno nell’impatto. Poi il disco cambia pelle: A Pillow of Winds è una ballata delicata, sospesa, mentre Fearless si chiude con il coro dei tifosi del Liverpool, scelta tanto insolita quanto perfettamente integrata nel flusso dell’album.

E poi c’è Echoes. Ventitré minuti abbondanti che occupano un intero lato del vinile originale e che rappresentano uno dei momenti più alti della loro carriera. Non è solo una suite: è un viaggio sonoro che attraversa atmosfere liquide, passaggi inquietanti, esplosioni psichedeliche e ritorni melodici di una bellezza quasi struggente. Non si preoccupa minimamente della durata radiofonica, e proprio per questo oggi suona ancora libera, quasi ribelle.

Quello che apprezzo di Meddle è la sua natura non del tutto celebrata. Non è il disco che viene citato per primo quando si parla dei Pink Floyd, ma è forse quello che meglio racconta la loro trasformazione. È creativo senza essere presuntuoso, sperimentale senza perdere calore, tecnico ma mai freddo.

Riascoltarlo significa rendersi conto che ridurre i Pink Floyd a due o tre brani iconici è un errore comodo ma superficiale. Meddle è il suono di una band che sta costruendo il proprio linguaggio definitivo, pezzo dopo pezzo. Non è solo un passaggio verso qualcosa di più grande: è già grande di per sé, basta avere la pazienza di ascoltarlo davvero.

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