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sabato 11 aprile 2026

Ligabue, il ruggito dell'anima, Pisa

 
iciDiciamocelo subito: non è che uno vada agli Arsenali di Pisa aspettandosi di uscire con addosso quella specie di peso specifico che certi artisti ti lasciano dentro. Eppure è andata così. La mostra si chiama Il ruggito dell'anima e il titolo, per una volta, non è una di quelle trovate di marketing che promettono mari e monti: è proprio la descrizione esatta di quello che trovi.
Cominciamo dall'uomo, perché con Ligabue non si può fare diversamente: l'uomo e il pittore sono la stessa cosa, inscindibili. Nasce a Zurigo alla fine dell'Ottocento, figlio di una ragazza madre italiana e di padre ignoto. La madre muore quando lui è ancora bambino. Cresce tra famiglie affidatarie svizzere, istituti per "ragazzi difficili", cliniche psichiatriche. A vent'anni viene espulso dalla Svizzera dopo la denuncia della madre adottiva per maltrattamenti e spedito in Italia senza conoscere una parola di italiano, in un paese di provincia dell'Emilia che non ha mai visto in vita sua.
Pensate un attimo alla scena. Un ragazzo che tutti considerano matto, senza soldi, senza famiglia, senza lingua. I compaesani lo schivano (o schifano) e lui si  porta dietro "el mat" come un secondo nome. Campa di sussidi, fa il manovale, per qualche tempo segue compagnie di circo disegnando cartelloni. Poi comincia a dipingere, prima con mezzi di fortuna, poi grazie a un incontro fortuito con uno scultore del posto che gli vede dentro qualcosa che gli altri non vedono. Da lì non si ferma più, pur tra altri ricoveri in manicomio, miseria, e una solitudine che non lo abbandonerà mai davvero.
Per dipingere gli animali studia libri di zoologia e va al mattatoio ad esaminarne le carcasse. Un metodo di ricerca, diciamo, non convenzionale.
La mostra agli Arsenali porta oltre ottanta opere tra dipinti, sculture, disegni, autoritratti e il percorso è costruito bene: ti accompagna attraverso la vita dell'uomo mentre guardi i quadri, e le due cose si intrecciano in modo che l'una illumina l'altra. Lo spazio funziona: le navate medievali hanno una grandiosità sobria che non schiaccia le opere ma le sostiene.
Davanti ai quadri succede una cosa strana: ti aspetti l'arte naïf, quella roba pittoresca e un po' ingenua, e invece ti ritrovi di fronte a qualcosa di molto più inquieto. Il curatore insiste sul paragone con l'Espressionismo europeo e il paragone regge. Ligabue non ha mai frequentato accademie, non ha mai vissuto vicino ai circuiti dell'arte, eppure dipinge con la stessa urgenza viscerale di quei tedeschi e austriaci tormentati che nel frattempo riformavano la pittura europea. Uno di loro, solo che nessuno glielo ha detto.
Gli animali sono ovunque (tigri, leopardi, aquile, galli in lotta) ma non è zoologia, è autoritratto mascherato. Ogni tigre che balza, ogni rapace che piomba sulla preda: è Ligabue che urla. Il tratto pittorico racconta la forza e il temperamento degli animali, ma quello che emerge davvero è il suo tumulto interiore, la fragilità, la rabbia, la fame di vita di un uomo che il mondo ha respinto fin da quando era in fasce.
E poi ci sono gli autoritratti veri e propri, che sono forse la cosa più devastante della mostra. Ne ha dipinti circa cinquecento nel corso della vita. Cinquecento. Una quantità ossessiva, compulsiva, che racconta da sola tutto quello che c'è da sapere su qualcuno che ha trovato nel farsi ritratto un modo per affermare: io esisto, ci sono, sono reale. E cromaticamente ricordano quelli di Van Gogh... Addirittura. La prima mostra personale arriva quando ha già più di sessant'anni. L'anno dopo un incidente lo lascia paralizzato. Muore poco dopo a Gualtieri, il paese che lo aveva preso in giro per tutta la vita e che adesso gli dedica un museo.
L'audioguida in italiano è inclusa nel biglietto (sconto se siete soci FAI): usatela, perché aiuta non poco.
Vale la visita? Assolutamente sì. Non è una di quelle mostre dove vai, guardi dei quadri carini e torni a casa. È una di quelle che ti seguono per qualche giorno, a rimuginare su un uomo che ha trasformato una vita ai margini in qualcosa che, sessant'anni dopo la sua morte, fa ancora effetto. El Matt aveva ragione su tutto.

sabato 7 marzo 2026

Firenze e Henri de Toulouse-Lautrec

 
Stessa stagione (fa un caldo boia) , stessa regione (qui va proprio di moda ) , stesso periodo storico: anche al Museo degli Innocenti di Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, la Belle Époque è protagonista. La mostra si intitola Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque, e se vi interessa è aperta fino a giugno. 

Henri de Toulouse-Lautrec  è una figura diversa da Boldini, per biografia e per poetica. Nobile di famiglia, colpito da una malattia genetica che ne compromise la crescita e lo lasciò con un'altezza di poco più di un metro e mezzo (quindi mi sta decisamente simpatico) , trovò il suo mondo nella Parigi notturna di Montmartre: il Moulin Rouge, i café-concert, le ballerine, le prostitute, i chansonnier. Non li dipingeva dall'esterno, con l'occhio del voyeur affascinato, ma dall'interno, da frequentatore abituale. È quella differenza che si sente nel suo lavoro: c'è ironia, c'è affetto, c'è anche uno sguardo sul lato oscuro di quel mondo scintillante. La sua innovazione più riconoscibile sono i manifesti litografici come Jane Avril, Aristide Bruant nel suo cabaret, la Troupe de Mademoiselle Églantine, opere che hanno di fatto inventato la grafica pubblicitaria moderna e che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, sono immediatamente riconoscibili.

La mostra raccoglie oltre 170 opere, tra manifesti, litografie, dipinti e disegni, in parte provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi e in parte da una collezione privata di Amburgo. L'allestimento punta sull'immersività: arredi d'epoca, fotografie, video e costumi ricostruiscono l'atmosfera dei locali notturni parigini di fine Ottocento. Ci sono anche opere di artisti coevi tipo Alphonse Mucha, Paul Berthon che aiutano a inquadrare Lautrec in un contesto più ampio, quello di una Parigi in cui l'arte stava letteralmente invadendo la strada.

Come già a Lucca con Boldini, anche qui la Belle Époque non è il mio pane quotidiano. Ma Toulouse-Lautrec ha qualcosa in più rispetto alla media del periodo: quella capacità di guardare ai margini senza estetizzarli troppo, di trovare umanità dove altri avrebbero trovato solo decorazione. Vale la visita  e non solo per togliersi lo sfizio, come la schiacciatina dell'Antico Vinaio, che per la prima volta nella mia vita son riuscito ad assaggiare.

venerdì 6 marzo 2026

Lucca e Giovanni Boldini

 
Weekend lungo per il vecchio Jack, che a cavallo di Ondino arriva alla stazione e trova il mitico Ludo. Condivido in treno con lui tutto il viaggio fino a Lucca e ci aggiorniamo avvicendevolmente sugli ultimi risvolti piombinesi e dei piombinesi. Arrivato in città faccio un giro e poi mi dirigo subito verso la mostra, meta della mia missione artistica. 

Giovanni Boldini è uno di quegli artisti che in Toscana non si può ignorare,l. Ferrarese di nascita, si forma a Firenze a contatto con i Macchiaioli, quella corrente di pittori italiani che a metà Ottocento rompeva con l'accademismo dipingendo en plein air, per macchie di colore e luce e poi se ne va a Parigi, dove diventa il ritrattista più ricercato della Belle Époque. Il suo nome è quasi sinonimo di quell'epoca: frivola, elegante, scintillante e, come tutte le epoche del genere, inconsapevole di quanto poco le restasse.

La mostra alla Cavallerizza di Piazzale Verdi,  si intitola La seduzione della pittura e raccoglie oltre cento opere tra olii su tela e pastelli, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il paese, comprese le Gallerie degli Uffizi e il Museo Boldini di Ferrara. Il percorso è diviso in sezioni che seguono l'evoluzione dell'artista: dai primi anni fiorentini, ancora vicini ai Macchiaioli, fino alla stagione parigina in cui Boldini abbandona definitivamente gli schemi della ritrattistica ufficiale e inventa qualcosa di nuovo: figure femminili in posizioni serpentine, pennellate lunghe e veloci che sembrano sciabolate, corpi che sembrano muoversi ancora sulla tela. È riconoscibile a colpo d'occhio, nel bene e nel male.

In mostra ci sono anche opere di contemporanei con cui Boldini condivise frequentazioni e affinità: De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Signorini. Nomi che per chi non vive nel mondo dell'arte ottocentesca italiana possono dire poco, ma che servono a inquadrare una stagione pittorica più ampia, in cui l'Italia cercava un suo posto nella modernità europea. Boldini quel posto se lo trovò, a modo suo, diventando il pittore preferito dell'alta borghesia e dell'aristocrazia internazionale. Che poi sia un merito o un limite, dipende dai punti di vista.

Personalmente la Belle Époque non è il mio periodo preferito, ma in Toscana le mostre su questo periodo si moltiplicano da qualche tempo, segno che il pubblico risponde bene. Quindi o queste o Pomì.

La giornata lucchese si conclude con un altro mitico incontro: mi vedo con Musampa che mi porta un po' a giro per la città prima di rimontare in treno e proseguire la mia avventura verso Montelupo.

Album fotografico Lucca e Giovanni Boldini 

sabato 28 febbraio 2026

Pablo Picasso: i suoi manifesti

 
Ogni tanto ci sono cose che non ti aspetti, in posti che non ti aspetti. 

Immagina di passeggiare per le strade di Cecina e imbatterti, quasi per caso (visto che ci vai volutamente, ma il luogo non è semplice da trovare), in un appuntamento ravvicinato con uno dei geni  più vulcanici del Novecento. Artisticamente parlando ovviamente.  È questa la sensazione che si prova visitando la mostra dedicata ai manifesti di Pablo Picasso al Centro Espositivo Comunale (in Piazza Guerrazzi, ma senza civico), un’esperienza che ribalta completamente l’idea polverosa che a volte abbiamo delle esposizioni d’arte. Non ci sono le solite tele imponenti o le cornici dorate che creano distanza, ma cinquantotto capolavori grafici che arrivano per la prima volta in Italia direttamente da una prestigiosa collezione svizzera, portando con sé un’aria di libertà e immediatezza che può spiazzare.

​Quello che colpisce appena varcata la soglia è scoprire un Picasso inedito, un artista che decide di mettere il suo immenso talento al servizio della comunicazione quotidiana. Questi manifesti non erano nati per finire in un museo, ma per vivere tra la gente, affissi sui muri di Vallauris o nelle bacheche dei congressi per la pace. Si passa con naturalezza estrema dalle grafiche dedicate alle mostre di ceramica, dove il tratto si fa quasi giocoso e mediterraneo, ai lavori di impegno civile dove la sua celebre colomba diventa un grido silenzioso contro la guerra. C’è qualcosa di profondamente democratico nel vedere come Picasso riuscisse a sintetizzare concetti enormi con pochissimi segni neri su fondo bianco, rendendo l’arte un linguaggio universale comprensibile a chiunque passasse per strada.

​Il percorso espositivo si snoda tra i temi cari al maestro, dalla passione viscerale per la tauromachia alla promozione di eventi culturali curati per i suoi amici artisti, rivelando una padronanza tecnica della litografia che lascia senza fiato. Ogni foglio racconta una storia diversa: c’è il calore del sole della Costa Azzurra, la tensione dell’arena e la speranza di un mondo senza conflitti. La bellezza di questa esposizione sta proprio nella sua capacità di farci sentire Picasso più vicino, quasi fosse un contemporaneo che comunica con noi attraverso un poster moderno, essenziale e straordinariamente attuale.

​Forse il valore più grande di questa iniziativa a Cecina è la scelta di offrire una tale qualità artistica in modo totalmente gratuito, trasformando la cultura in un dono per la comunità e per i turisti. È un invito a rallentare, a lasciarsi guidare dalla linea spezzata di un disegno o dalla forza di un contrasto cromatico, prima di ritornare alla luce della Toscana con gli occhi pieni di quella vitalità che solo Picasso sapeva infondere in ogni sua creazione. È una visita che consiglierei a tutti, ma vi avviso che domani 1 marzo termina. Siamo arrivati quasi in extremis per un qualcosa che forse non verrà ricordato come la mostra più importante della vita, ma sicuramente particolare ed atipica. Klaus e Zizzi presenti.

Album fotografico Pablo Picasso: i suoi manifesti 

sabato 1 novembre 2025

Palazzo Blu, Pisa - Belle Epoque

 


Oggi giornata da “classico Jack in trasferta culturale”. Quando a Pisa spunta una mostra degna di nota (o anche no) , io prendo il treno e vado. Oggi nella bruma, insieme a tanti cosplayer che andavano al Lucca Comics. Non importa se il tema mi appassiona o meno: l’arte è arte, e ogni tanto fa bene lasciarsi sorprendere anche da ciò che non rientra nelle proprie ossessioni personali. Questa volta toccava a La Belle Époque a Palazzo Blu — quella stagione elegante, scintillante e un po’ vanesia che, tra il 1870 e il 1914, fece di Parigi il centro del mondo e del buonumore borghese.

Appena entrato, la prima impressione è stata quella di un viaggio in un universo sospeso tra ottimismo e autocelebrazione. L'esposizione racconta bene lo spirito del tempo: un’Europa in fermento dopo il 1870, che scopre la scienza, la moda, la pubblicità, i teatri e perfino l’idea del benessere diffuso. Insomma, il trionfo della borghesia che sognava il progresso infinito e la felicità universale — prima che la Storia decidesse di svegliarla con uno schiaffone nel 1914.

L’allestimento è curato nei minimi dettagli, come sempre a Palazzo Blu: luci morbide, ambienti che alternano scene quotidiane e ritratti, un percorso che scorre tra pittura, affiches, eleganza e voglia di vivere. Nonostante non sia tra le mie correnti preferite (confesso che preferisco epoche più cupe e tormentate), ho apprezzato la leggerezza e l’equilibrio con cui la mostra racconta quegli anni. C’è un’aria di vitalità contagiosa, quasi una promessa di felicità che, se non altro, fa piacere respirare per quasi un paio d’ore.

Il testo di apertura la definisce “un’era felice, caratterizzata da un’estesa libertà di pensiero e da prodigiose scoperte scientifiche”, con Parigi che si prepara a diventare “la capitale del XIX secolo”. E in effetti tutto sembra ruotare attorno a questa voglia di rinascita, di modernità, di glamour. Boldini e De Nittis — due italiani trapiantati nella Ville Lumière — diventano i protagonisti di questa scena, interpretando la “joie de vivre” francese con pennellate veloci, eleganti, quasi teatrali. Le loro tele raccontano un mondo in movimento, in cui tutto sembra nuovo, profumato, luccicante.

Girando tra le sale, ho provato quella sensazione curiosa che a volte mi dà l’arte: essere attratto da qualcosa che so non mi appartiene del tutto. I salotti mondani, i cappelli a tesa larga, i boulevard pieni di carrozze non sono certo il mio habitat naturale — eppure mi sono ritrovato a sorridere davanti a certe scene di vita borghese, forse perché in fondo raccontano un’umanità che si illude di essere eterna, e che proprio per questo diventa affascinante.

C’è anche una parte più riflessiva, quasi malinconica, sotto quella superficie dorata. La Belle Époque era sì un’epoca di sogni e progresso, ma anche di disuguaglianze e illusioni fragili. Forse è proprio per questo che, oggi, guardarla da lontano fa un certo effetto: è un po’ come vedere un vecchio film a colori pastello sapendo già che finirà in bianco e nero.

Uscendo, mi sono fermato qualche minuto davanti all’Arno. Pisa sonnecchiava tranquilla sotto un sole spento di novembre, ma gentile. Ho pensato che in fondo la joie de vivre di quei pittori non era poi così diversa dal piacere semplice di una gita in treno, una passeggiata tra le sale di Palazzo Blu e un caffè preso senza fretta. Forse la felicità borghese, in piccolo, è anche questa: il lusso di dedicare tempo alla bellezza, anche quando non ci appartiene del tutto.


Album fotografico Palazzo Blu - Belle Epoque 


martedì 1 aprile 2025

Ghiblification

 

Il Diluvio di Facce Ghibli e l’Inarrestabile Corsa all’Appiattimento Digitale

Ormai ci siamo dentro fino al collo: apri un social qualsiasi e vieni sommerso da un’orda di facce trasformate in personaggi da cartone animato. Tutti, ma proprio tutti, sembrano essere diventati protagonisti di un film dello Studio Ghibli, con occhi luccicanti e fondali bucolici da sogno. Il problema? Questo trend è ormai ovunque, talmente diffuso che persino il mio frigorifero potrebbe decidere di presentarsi con un filtro anime mentre cerco di prendere un succhino. 

E ovviamente non ho potuto fare a meno di provarlo anch’io. Perché sì, è una moda un po’ scocciante, ma è anche maledettamente divertente.

Benvenuti nell’era del Ghibli-fication selvaggio

Non fraintendetemi, il fascino di vedere la propria faccia trasformata in un’illustrazione d’autore è innegabile. Ti senti un po’ come quei due quando scoprono Totoro per la prima volta: un mondo magico e affascinante che ti fa sorridere… fino a quando non realizzi che ogni singola persona sui social ha incontrato lo stesso Coso e ora siamo circondati da cloni digitali con la medesima espressione sognante.. Un esercito di copie che avanzano inesorabili, pronti a riempire le bacheche con versioni alternative di se stessi.

E non finisce qui: perché limitarsi allo stile Ghibli quando puoi diventare un personaggio Disney, un Simpson, un supereroe Marvel o persino una versione animata di te stesso nel peggior stile generato dall’intelligenza artificiale? Il tutto mentre gigabyte di dati personali vengono allegramente ceduti a qualche misteriosa startup, che nel frattempo si sta costruendo un database mondiale di volti, magari per scopi “innocui” (forse).

IA: salverà il mondo o ci trasformerà tutti in adesivi?

Quando ci hanno promesso che l’intelligenza artificiale avrebbe migliorato l’umanità, l’idea era un tantino più ambiziosa di "trasformare ogni selfie in un cartone animato". E invece eccoci qui, a usare il più grande balzo tecnologico del secolo per giocare a fare i protagonisti di un film animato. Diciamo che se Skynet deciderà di sterminarci tutti, un po’ ce la saremo cercata.

Nel frattempo, però, ci divertiamo. Perché sì, è un’idiozia, ma è un’idiozia simpatica. C’è qualcosa di affascinante nel vedersi trasportati in un universo illustrato, anche se lo fanno tutti, anche se non è per niente originale, anche se ormai anche il tuo capo ha messo la sua versione anime su LinkedIn e sai che qualcosa è andato terribilmente storto.

E il copyright? Ci vediamo in tribunale!

C’è poi il piccolo dettaglio della legalità. Perché, sorpresa sorpresa, il mondo dell’animazione non è esattamente entusiasta di questo saccheggio visivo su scala globale. Gli artisti tradizionali (quelli veri, che disegnano con le mani e non con un algoritmo) sono già sul piede di guerra, mentre gli avvocati dei grandi studi cinematografici stanno probabilmente sfregandosi le mani in attesa della prima maxi-causa per violazione di copyright.

Quindi, ecco lo scenario più probabile: ci divertiremo per qualche mese, poi arriverà qualche colosso dell’intrattenimento a spegnere la festa, tra denunce, blocchi e app improvvisamente sparite dal mercato. A quel punto ci guarderemo indietro e ci chiederemo: “Era davvero così necessario?”.

Ovviamente no.

Ma era divertente? Maledettamente sì.

Conclusione: continuiamo a giocare, ma con moderazione

In fondo, non c’è nulla di male nel divertirsi con questi filtri e lasciarsi prendere dall’entusiasmo di vedersi in versione cartone animato. Basta solo non perdere il controllo e non trasformare i nostri feed in un’infinita galleria di sosia digitali, almeno finché non inventeranno qualcosa di ancora più inutile con cui distrarci.

E ora scusatemi, devo tornare a generare la mia versione Ghibli con un gatto parlante e una città sospesa nel cielo. Perché sì, lo so, ho appena criticato questa moda… ma resistere è impossibile. Anzi vi metto la versione di me POVERINO, rubata da LeonardoIA, senza chiamare in causa stili al momento abusati:




lunedì 24 marzo 2025

Karel Thole: L’Artista di Urania e dei Mondi Impossibili

 

Da qualche mese partecipo (perlopiù lurkando) ad alcuni gruppi con tema fantascienza, e finalmente ho trovato persone affini che come me si sono affezionate alle copertine di alcuni libri. Ho una discreta, anche se incompleta, collezione di Urania (originali prime edizioni e ristampe) e devo dire che le copertine mi hanno da sempre affascinato, spesso colpito più del titolo in fase di acquisto. E gran parte delle volte devo ringraziare un certo artista. Se sei cresciuto sfogliando le pagine di Urania, il suo nome è più di un semplice ricordo: Karel Thole è l’immaginazione fatta immagine, il filtro visionario attraverso cui la fantascienza ha preso forma nel nostro immaginario. Le sue copertine non erano solo illustrazioni: erano portali verso l’ignoto, frammenti di universi surreali che promettevano meraviglia e inquietudine.

Un Maestro tra Due Mondi

Nato nei Paesi Bassi nel 1914, Karel Thole inizia la sua carriera artistica tra la pubblicità e l’illustrazione, ma è in Italia che trova la sua vera dimensione creativa. Nel 1958 viene chiamato dalla Mondadori per dare un nuovo volto alla collana Urania, e da quel momento il suo stile diventa indissolubilmente legato alla fantascienza italiana.

Thole non si limitava a rappresentare astronavi scintillanti o robot metallici, come spesso accadeva nelle copertine pulp americane. Il suo era un approccio più onirico e surreale, ispirato all’arte simbolista e a quella visionaria di artisti come Max Ernst e Salvador Dalí. Le sue immagini erano un amalgama di corpi distorti, occhi spalancati nel vuoto, paesaggi alieni e figure sospese tra il grottesco e il metafisico. Un’estetica che si adattava perfettamente alla fantascienza più sofisticata, quella che esplorava gli abissi dell’inconscio oltre che quelli dello spazio.

Il Volto della Fantascienza Italiana

Con oltre vent’anni di copertine per Urania, Thole ha definito l’identità visiva della collana, influenzando generazioni di lettori e artisti. Ogni sua illustrazione era un invito a perdersi nell’ignoto, un biglietto d’ingresso per storie che mescolavano meraviglia e terrore cosmico.

Le sue opere non si limitano alla fantascienza: ha illustrato anche libri di gialli, horror e romanzi gotici, collaborando con autori come Edgar Allan Poe, Lovecraft e Stephen King. Ma è con la SF che ha lasciato il segno più profondo.

Un’Eredità Indelebile

Karel Thole è morto nel 2000, ma la sua influenza è ancora viva. Le sue copertine sono ormai icone della cultura pop, celebrate da collezionisti e appassionati. La sua capacità di evocare mondi impossibili resta insuperata, un’arte che continua a stimolare l’immaginazione di chiunque abbia mai sognato guardando un suo dipinto.

Se Urania è stata per molti il primo contatto con la fantascienza, Thole è stato il primo ad accompagnarci in quel viaggio. E ogni volta che apriamo una vecchia edizione, è ancora lì, con le sue creature impossibili e i suoi paesaggi alieni, pronto a mostrarci qualcosa che non avevamo mai visto prima.


sabato 1 febbraio 2025

Scopri il FAI: Fondazione Ambiente Italiano

 


Perché tesserarsi e quali vantaggi offre?

Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano è una fondazione senza scopo di lucro che si occupa della tutela, della valorizzazione e della promozione del patrimonio storico, artistico e naturalistico italiano. Fondata nel 1975, il FAI ha restaurato e gestisce numerosi beni in tutta Italia, rendendoli accessibili al pubblico e garantendone la conservazione per le generazioni future. Tesserarsi al FAI significa non solo supportare una causa importante, ma anche godere di numerosi vantaggi.


Perché scegliere il FAI?

L’Italia è uno scrigno di bellezze naturali, artistiche e storiche, e il FAI si impegna a proteggerle e a farle conoscere attraverso un approccio sostenibile e partecipativo. I fondi raccolti dalla fondazione vengono utilizzati per:

  • Restaurare e gestire luoghi unici come ville, castelli, giardini e aree naturalistiche.
  • Sensibilizzare il pubblico sull’importanza della tutela del territorio e del paesaggio.
  • Organizzare eventi e iniziative, come le celebri Giornate FAI di Primavera e di Autunno, durante le quali vengono aperti al pubblico siti normalmente non accessibili.

Puoi trovare maggiori informazioni sul sito ufficiale del FAI: www.fondoambiente.it.


I vantaggi di tesserarsi al FAI

Tesserarsi al FAI non significa solo sostenere una causa nobile, ma anche accedere a numerosi benefici esclusivi. Ecco i principali:

1. Ingressi gratuiti nei beni del FAI

I soci possono accedere gratuitamente a tutti i beni gestiti dal FAI in Italia, tra cui:

  • Villa del Balbianello (Lombardia): uno spettacolare complesso sul Lago di Como.
  • Abbazia di San Fruttuoso (Liguria): un’abbazia medievale incastonata nella baia omonima.
  • Castello di Masino (Piemonte): una dimora storica circondata da un parco monumentale.

Puoi scoprire tutti i beni aperti al pubblico qui: Elenco dei beni del FAI.

2. Accesso prioritario durante le Giornate FAI

Le Giornate FAI di Primavera e di Autunno sono eventi imperdibili per scoprire luoghi solitamente chiusi al pubblico. I tesserati FAI hanno accesso prioritario e possono evitare le lunghe code.

3. Sconti e agevolazioni

Con la tessera FAI, hai diritto a:

  • Sconti fino al 50% sull’ingresso a più di 1.000 siti culturali e naturalistici in tutta Italia, come musei, castelli, parchi e giardini.
  • Promozioni dedicate presso teatri, librerie, hotel e ristoranti convenzionati.

Consulta la lista completa degli sconti: Convenzioni per i soci FAI.

4. Rivista "FAI - Fondo Ambiente"

I soci ricevono periodicamente la rivista del FAI, ricca di articoli su restauri, iniziative e approfondimenti sul patrimonio italiano.

5. Supporto concreto alla cultura

Essere tesserati al FAI significa partecipare attivamente alla salvaguardia di luoghi unici e contribuire alla trasmissione di un patrimonio inestimabile.


Come tesserarsi al FAI?

Tesserarsi è semplice e veloce. Puoi scegliere tra diverse modalità:

  • Online: direttamente dal sito ufficiale del FAI nella sezione Tesseramento.
  • Presso i beni FAI: puoi tesserarti direttamente in uno dei luoghi gestiti dalla fondazione.
  • Durante le Giornate FAI: spesso sono presenti postazioni per il tesseramento.

Costi della tessera:

  • Singola: €39.
  • Coppia: €60 (due tessere per due adulti).
  • Giovani (fino a 35 anni): €20.
  • Famiglia: €66 (due adulti e fino a 3 bambini sotto i 18 anni).

Conclusione

Tesserarsi al FAI è un piccolo gesto che può fare una grande differenza. Oltre a godere di vantaggi esclusivi, avrai la soddisfazione di contribuire alla protezione del nostro straordinario patrimonio culturale e naturale.
Se sei già tesserato, invita amici e parenti a unirsi: ogni tessera è un passo in più per garantire un futuro migliore ai tesori italiani!


sabato 18 gennaio 2025

A Pisa con Hokusai ed Erwitt

 
Fuori porta veloce e ritorno a Pisa. Ne approfitto anche per rivedere e salutare vecchie amicizie con cui condivido la prima mostra, a Palazzo Blu. Si tratta di quella dedicata a Hokusai: uno dei più celebri artisti giapponesi, noto principalmente per le sue stampe ukiyo-e, ma anche per i suoi dipinti, disegni e libri illustrati. La sua opera più famosa è "La grande onda di Kanagawa", una stampa che fa parte della serie "Trentasei vedute del Monte Fuji".  Quest'immagine, che rappresenta un'onda gigante pronta a schiantarsi su alcune barche, è simbolo della bellezza naturale e della forza degli elementi. Tutta la serie è presente alla mostra e viene da Genova, come quasi tutto il resto dell'allestimento. L'influenza di Hokusai è enorme, sia in Giappone che all'estero, e la sua arte ha contribuito alla diffusione della cultura giapponese in Occidente, particolarmente durante il periodo di apertura del Giappone al resto del mondo nel XIX secolo (con l'arte giapponese che influenzò artisti come Monet e Van Gogh). Un altro aspetto interessante di Hokusai è la sua continua ricerca artistica e il suo spirito innovativo. Pur vivendo in un periodo di tradizione, la sua arte è spesso vista come pionieristica, anticipando aspetti della modernità che si sarebbero sviluppati nei decenni successivi.
Poi è stata la volta di una lunga passeggiata per il centro di Pisa e successivamente visita agli Arsenali che ospitano  il genio fotografico di Elliott Erwitt attraverso 80 scatti iconici che catturano la storia, il costume e l'ironia del Novecento. Le immagini in esposizione offrono uno spaccato unico della sua lunga carriera, rivelando lo sguardo surreale, romantico e spesso giocoso che ha reso inconfondibile il suo stile. La mostra propone alcuni dei momenti più celebri immortalati da Erwitt, come l'incontro tra Nixon e Kruscev, l'immagine commovente di Jackie Kennedy al funerale del marito e il celebre incontro di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier. 
Lungo il ritorno anche spazio per piccola mostra gratuita allestita... Nei locali dei bagni pubblici in Corso Italia. Bislacca posizione. 

 

domenica 12 gennaio 2025

Focus sulla mostra di Botero

 
Faccio un piccolo focus su Botero perchè merita davvero due righe in più e soprattutto, la mostra terminerà a breve quindi resta poco tempo per visitarla. Inoltre Facebook mi ha bloccato la pubblicazione del primo articolo (poi ha corretto il proprio errore dopo che li ho sollecitati a darsi una svegliata) in quanto secondo loro le foto inserite riguardavano nudi non in linea con la loro policy. Quindi sì dai, merita un approfondimento, perchè magari l'algoritmo (tanto è sempre colpa sua no?) impara qualcosa di nuovo.
La mostra "Fernando Botero. La grande mostra" è ospitata a Palazzo Bonaparte a Roma fino al 19 gennaio 2025. Si tratta della prima e più completa retrospettiva dedicata al maestro colombiano in Italia, a un anno dalla sua scomparsa. 

L'esposizione si articola in dodici sale tematiche, presentando oltre 120 opere tra dipinti, acquerelli, carboncini e sculture, alcune delle quali inedite. Questa vasta raccolta permette di ripercorrere l'intera carriera di Botero, evidenziando la sua evoluzione artistica e il suo stile inconfondibile caratterizzato da forme monumentali, colori vivaci e volumi dilatati. 

Un elemento di particolare interesse è l'attenzione dedicata al rapporto tra Botero e l'Italia. Fin dal suo primo viaggio in Europa, l'artista rimase profondamente influenzato dai capolavori del Quattrocento e del Rinascimento italiano. Opere di maestri come Piero della Francesca, Paolo Uccello e Masaccio hanno ispirato il suo senso del volume e la pienezza dei corpi nello spazio, elementi distintivi del suo linguaggio artistico. 

Tra le opere esposte, spicca "Omaggio a Mantegna" del 1958, un dipinto recentemente scoperto e presentato per la prima volta al pubblico. Quest'opera testimonia l'ammirazione di Botero per Andrea Mantegna e rappresenta un punto di svolta nella sua carriera, avendo vinto il primo premio al Salone Nazionale di Pittura della Colombia nel 1958. 

La mostra offre anche una "sala degli specchi", un'installazione immersiva che moltiplica la bellezza delle opere di Botero, permettendo ai visitatori di immergersi nelle sue creazioni caratterizzate da monumentalità, linee curve e colori intensi. 

Nonostante il grande apprezzamento del pubblico, la critica ha spesso avuto opinioni contrastanti sull'opera di Botero. Alcuni critici sottolineano come, pur affrontando temi drammatici, le sue rappresentazioni manchino di pathos, risultando più decorative che espressive. 

In conclusione, "Fernando Botero. La grande mostra" rappresenta un'occasione imperdibile per approfondire la conoscenza di un artista che ha saputo creare un linguaggio visivo unico, celebrando l'abbondanza e la vitalità attraverso forme e colori distintivi. La retrospettiva offre una panoramica esaustiva della sua produzione, evidenziando sia l'influenza dell'arte italiana sia la sua capacità di reinterpretare la realtà con ironia e profondità.
 
Ecco alcuni testi che potreste prendere approfondire:
 

A giro per Roma e Botero

 
Saluto in mattinata il Trevi Portrait, b&b centrale e ben messo che mi accolto per questo weekend. Posizionato in via Rasella, tristemente nota per il rastrellamento delle Fosse Ardeatine. Primo appuntamento a Palazzo Bonaparte in cui mi attende la sensazionale mostra dedicata a Botero. Anche oggi l'arte la fa da padrona, ma mi accontento delle audio guide e delle didascalie. Terminata la visita entro a Palazzo Cipolla dove è esposto, con entrata gratuita, il quadro "La Crocifissione Bianca" di Chagall. Allungo il mio tragitto del ritorno ed entro al Museo di Roma in Piazza Navona e successivamente scendo nei sotterranei dove e ben visibile e conservata parte dell'antico Stadio di Domiziano. Qui sotto anche il museo dello Sport. Essendo comunque il Giubileo, non posso non passare da una delle Porte Sante aperte per l'occasione e scelgo saggiamente quella della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a messa iniziata, quindi con meno controlli. Mi sento davvero più pulito e senza peccati tanto da poter scagliare pietre ovunque. Sebbene abbia approfondito un po' di diritto canonico ed appurato che acquisire l'indulgenza plenaria sia un po' più laborioso:
Secondo la dottrina cattolica, attraversare la Porta Santa durante un Anno Santo o Giubileo non comporta automaticamente l'assoluzione da tutti i peccati, ma permette di ottenere un’indulgenza plenaria, a determinate condizioni.

Che cos’è l’indulgenza plenaria?

L’indulgenza plenaria è la remissione completa della pena temporale dovuta per i peccati già confessati e perdonati. Non è un "perdono dei peccati", ma cancella le conseguenze temporali di questi peccati.

Condizioni per ottenere l’indulgenza plenaria:

1. Confessione sacramentale: Il pellegrino deve confessarsi per ricevere il perdono dei peccati.


2. Comunione eucaristica: Partecipare alla Messa e ricevere la Comunione.


3. Preghiera per le intenzioni del Papa: Recitare almeno il Padre Nostro e un’Ave Maria o una preghiera a scelta.


4. Distacco da ogni peccato, anche veniale: Ci deve essere una disposizione interiore di conversione e pentimento.


5. Attraversare la Porta Santa o compiere un altro gesto richiesto (es. opere di carità o pellegrinaggi).



Se manca anche solo una di queste condizioni, l’indulgenza non è completa. Tuttavia, si può ottenere un’indulgenza parziale.


Album fotografico Roma e Botero 

sabato 11 gennaio 2025

A giro per Roma e Guercino

 

È l'anno del Giubileo, e non fai una capatina nella città eterna? Giusto un salto, ma ero arrivato domenica scorsa di ritorno dal Cammino della Sibilla giusto per prendere il bus che mi avrebbe riportato a Rieti. E un po' mi era mancato stare a girare per una metropoli, in mezzo a milioni di persone, che ha da offrire tanto ad ogni angolo. Inoltre caso vuole, anzi fortuna vuole, che ho la possibilità di essere accompagnato per quasi tutto il giorno da una vera e propria guida affamata d'arte. Così tea chiese colme di opere d'arte, Bernini e Borromini che si sfidano, gallerie, fontane, piazze ed obelischi c'è tempo per un pranzetto romanesco (carciofi, cacio, pepe...) e soprattutto per rinchiuderci alle Scuderie del Quirinale dove è ospitata la mostra "Guercino. L'era Ludovisi a Roma". Se interessati sbrigatevi perché termina il 26 gennaio. La mostra offre un'immersione nell'arte del Seicento, focalizzandosi sul periodo romano di Giovanni Francesco Barbieri, noto come Guercino, durante il pontificato di Gregorio XV Ludovisi (1621-1623). L'esposizione presenta 122 opere provenienti da 68 musei e collezioni internazionali, illustrando l'influenza dei Ludovisi sull'arte e la cultura dell'epoca. Tra i capolavori esposti, spicca il fac-simile a grandezza naturale della pala d'altare "Sepoltura e gloria di Santa Petronilla", commissionata a Guercino per la Basilica di San Pietro, oggi conservata ai Musei Capitolini, l'autoritratto e appunto un altro centinaio di capolavori. La mostra esplora anche il dialogo artistico tra Guercino e i suoi contemporanei, come Guido Reni, Domenichino e Gian Lorenzo Bernini, evidenziando l'eclettismo e l'innovazione che caratterizzarono la sua produzione durante l'era Ludovisi. Un'opportunità unica per approfondire la conoscenza di un periodo cruciale della storia dell'arte italiana, attraverso le opere di uno dei suoi più illustri protagonisti. E io ne ero praticamente all'oscuro. Lei no e non si fermava un attimo. Eccome come è passato il pomeriggio, Jack tornato sui banchi di scuola, ma con maggiore voglia e sete di conoscenza. Al di là di questo: ma a Roma c'è un contest per suonare il clacson? Uno sport con gare per rioni?

Album fotografico Roma e il Guercino 

sabato 11 maggio 2024

Amiata e Giardino Spoerri

 
Oggi bella sgambata nella faggeta del Monte Amiata: nonostante questa zona l'abbia già battuta in lungo ed in largo, presenta sempre dei sentieri e degli innesti nuovi, come la partenza dalla fonte di Capovetra fino ad arrivare alle Macinaie . Inoltre immergersi nel bosco ha sempre un qualcosa di profondamente introspettivo. Saranno gli alberi e le foreste che da secoli impreziosiscono questo luogo ed i raggi di sole che filtrano come segnali intermittenti, ma si può percepire una certa spiritualità. Ad ogni modo questo trekking per me, nonostante la sua bellezza, era quasi una scusa per poter abbinare l'uscita al Giardino di Daniel Spoerri. Visto che si stava parlando di spiritualità e posti magici, questo con le sue innumerevoli installazioni artistiche non è proprio da meno. La fortuna poi è stata quella di esserci con Mafi, che ama l'arte ed è veramente preparata a coglierne ogni emozionante aspetto. Un'esperienza unica. 

Album fotografico Amiata e Giardino Spoerri

sabato 13 aprile 2024

Kiefer a Palazzo Strozzi e tanto altro

 
Venire a Firenze per trovare La Volpe è sempre una buona idea. Anche quando a metà aprile il clima è quello di giugno inoltrato e te ne staresti bene con le palle a mollo a cala. Mi sposto in treno, che nel corso degli anni è divenuto il mio mezzo preferito ed arrivo con pochi minuti di ritardo di fronte al Tiger di Mafi, nostro punto d'incontro. Si passeggia per Firenze commentando ancora una volta la massa di turisti americani che probabilmente si rendono conto più di noi di stare camminando nell'ennesimo museo a cielo aperto dove ogni palazzo ha una storia da raccontare, così come ogni via, piazza e strada. Noi comunque arriviamo, dopo una bella colazione in centro, al Palazzo Strozzi, in cui è allestita la mostra di Kiefer. Non conoscevo (e non conosco) per niente tale autore, ma le opere lasciano il segno. Proseguiamo la nostra breve passeggiata per il centro guardando qualche negozio e qualche servito di piatti da Ginori per poi pranzare ultra scontati da una delle mie più grandi scoperte fiorentine degli ultimi anni: Mattacena, che non delude mai. E' tempo quindi di smaltire tutto con una camminata eroica sotto il sole ed in salita zigzagando tra i turisti birilli ed i fiorentini automuniti imbruttiti per raggiungere Piazzale Michelangelo. I gradi sono circa quelli della Death Valley, e poichè il Giardino dell'iris è ancora chiuso (apre cinque giorni l'anno) torniamo indietro per quello delle Rose, in cui si può un po' frescheggiare e godersi il panorama. Si ritorna verso la stazione entrando in più negozi di orecchini posizionati per prezzo decrescente da Ponte Vecchio in poi, e rischio di non trovare un posto sul treno della speranza che mi porta a Campiglia passando per Calcutta. C'è chi fa merenda con un barattolo di piselli.

Album fotografico Firenze.

domenica 10 dicembre 2023

Firenze in giornata

 

In questo weekend con ponte, una piccola capatina a Firenze non me la faccio scappare. Forse è esagerato parlare di traduzione, ma non è certamente la prima visita che faccio al capoluogo durante questi giorni di festa nel corso degli anni. La città di Boddalina, che poi non è questa, ma ci siamo capiti, ha numerose risorse ed opportunità. Anche il sol girarla per pochi ore ti apre numerose novità e porte. Partiamo con il nostro giro dalla stazione di Santa Maria Novella in una giornata che mi ha visto arrivare tra pioggia, nebbia, nuvole e portare un po' di sole. Prima tappa curiosa è la libreria cinema di Giunti Odeon. Si trova a pochi passi da Palazzo Strozzi, prima meta lunga, che attualmente ospita la mostra di Anish Kapoor fatta con audioguida. Meh. Si va quindi per il Museo degli Innocenti, il quale invece ospita la più interessante ed esaustiva mostra dedicata ad Alphonse Mucha e l'art nouveau. Piccole capatine quindi sul viale del ritorno al Giacosa (storia e leggenda narrano che qui fu inventato il Negroni: per approfondire e scoprire la parte di verità al 75% cercate maggiori informazioni) ed alla Officina Profumo-Farmaceutica, una delle più antiche farmacie della città.

Album fotografico Firenze 

domenica 12 novembre 2023

Kobra a Pisa

 
Avete presente il murales Tuttomondo che Keith Haring a fine anni ottanta fece a Pisa? Probabilmente sì, perché è un must della street art contemporanea, universalmente riconosciuto come imperdibile durante una seppur breve visita nella città famosa per la Torre Pendente. Ebbene, a pochi metri di distanza, è stato appena completata un'altra opera a disposizione di cittadini e turisti: si tratta di Galileo Galilei di Kobra, artista brasiliano già conosciuto per altri lavori tra cui il David sulle Apuane. Quest'ultimo rientra nel progetto di riqualificazione cittadino, con una parete disegnata per 160 metri quadri che allaccia la storia pisana esaltando appunto Galileo, ma anche la Repubblica Marinara, la Torre e le aperture sul mondo e l'universo. Altre opere di Eduardo Kobra sono visibili in un'apposita sala all'interno del Palazzo Blu (in cui attualmente è anche visitabile per la mostra Le Avanguardie) in forma gratuita e fino al 7 gennaio 2024. Se capitate quindi, non lasciatevelo perdere.

Album fotografico Kobra a Pisa 

sabato 30 settembre 2023

Le Avanguardie, Palazzo Blu Pisa

 
Una volta che la congiunzione astrale si è rivelata idonea, ci siamo ritrovati in un weekend libero per entrambi ed ho potuto usufruire del regalo del mio compleanno. Pisa ed il suo Palazzo Blu non deludono mai (Bravo France, prendi spunto da queste mostre) ed eccoci così ad apprezzare Le Avanguardie. Mostra che fino ad aprile sarà possibile visitare con opere del Philadelphia Museum of Art. Un itinerario che si dipana con essenziale chiarezza secondo il tracciato della storia, mostrando sala dopo sala come il concetto stesso di “avanguardia” prenda aspetti nuovi, aprendosi a scenari sorprendenti.
Una selezione di dipinti e sculture del primo Novecento. Sazi di cultura è quindi ora di spostarci al ristorante Scento, in zona Piazza delle Vettovaglie per saziarci anche fisicamente e quindi giratina per il centro storico pisano

martedì 8 agosto 2023

Sui passi di Elisa, Piombino

 
Questa mattina, forte dei miei 43 anni, per smaltire crudi e crostacei di ieri sera al Vespero, mi sveglio presto e vado a passeggiare per la mia amata Piombino. Da tener di conto che sia domenica che ieri mattina ho fatto allenamento, quindi la passeggiatina rigenerante ad una certa età è d'uopo. Ma cosa c'entra questo con Elisa Bonaparte? C'entra che ne ho approfittato per andare a vedere le nuove installazioni inserite lungo il Belvedere a lei dedicato, che sono state inaugurate giusto ieri. C'è chi applaude l'operato di Bravo France e c'è chi critica la spesa di oltre sessantamila euro per la valorizzazione di questo angolo cittadino. Io mi sento più nel team dei secondi, visto che a mio avviso al netto di una maggiore pulizia e fruibilità della camminata non vi era la necessità di un particolare richiamo attraverso le opere di Marina Meoni. Del resto si tratta di alcuni archi che seguono il percorso in chiave artistica richiamando, proprio sul suo termine un sofà tipico della tradizione francese, costituiti in metallo, a cui storicamente Piombino è da sempre e forse per sempre legata. Quindi prima di arrivare all'affaccio sul mare e sull'arcipelago, ecco una sorta di tracciato storico ed artistico, purtroppo attualmente ancora senza nessun tipo di cartellonistica esplicativa. Fatto sta che adesso, oggettivamente, questo camminamento è più completo e pulito rispetto a prima.

Album fotografico Belvedere Elisa Bonaparte

giovedì 20 luglio 2023

Piombino – La Maschera in Scena

 Riprendo un altro articolo da Riccardz, anche se non mi trovo d'accordo con il titolo (che però copio pure quello), per il semplice fatto che entrambi abbiamo visto la mostra in oggetto e conosciamo personalmente coloro che l'hanno permessa, allestita, promossa e curata. Quindi meritano un'altra po' di attenzione, nonostante sia terminata da tempo, sperando comunque che possa un giorno ripetersi.

Dopo oltre tre mesi di permanenza in Piemonte, finalmente scendo a casa per le feste pasquali; oltre ai rituali cattolici, a quelli del ritorno in patria quale figliol prodigo, ad aperitivi con amici e a racconti superlativi come un immigrato degli anni '20 in America, vi è anche la possibilità di poter esseri fedeli abitanti del Castello di Piombino. Infatti proprio in questi giorni, il mio amico Riccardo, in particolar modo con la sua Associazione teatrale Matan, ha allestito e organizzato una mostra intitolata la "Maschera in Scena" dove, grazie all'aiuto e alla preziosa collaborazione di Gaia, che non solo ha realizzato molte delle opere, ma anche coinvolto altri "mascherai" (e addirittura ha dedicato vari giorni all'insegnamento delle tecniche con laboratori didattici), ho potuto assistere sia alla preparazione della mostra e alla sua visita in anteprima sia a quella del suo contenitore così interessante.

L'aria di casa si respira fin da subito

Le maschere, che poi verranno utilizzate in maggior misura in ambito teatrale, hanno una storia complessa e articolata; sono esempio recondito di come l'uomo abbia sempre cercato di rappresentare, dare più importanza e raffigurazione, a quella parte più importante che appare essere la testa, ovvero il fulcro del pensiero. Gli usi, i materiali, gli scopi delle maschere si confondono nel tempo e nel sentimento umano; possiamo trovare maschere fin dal Neolitico costruite in pietra (di cui rimangono pochissime testimonianze materiali), passando per ogni luogo della terra, dall'Egitto con i suoi dischi solari agli idoli in pietra degli Atzechi. Insomma, se chiudiamo gli occhi ci vengono in mente quelle romane o quelle della commedia dell'arte, quelle più recenti nei carnevali di tutta Italia, o quelle per nascondere il viso presenti in scene di alcuni film famosi. Un oggetto quanto mai comune ma che abbiamo non abbiamo ammirato quanto avremmo dovuto, essendo compagno fisso delle nostre storie fin da tempo immemore.

Ecco alcuni esempi di come questo oggetto sia vera e propria arte:

Le successive con materiale di riuso mi sono particolarmente piaciute:

infine altre tipologie di maschere:

e infine quella più colorata:

Devo dire che l'esperienza di vistare una mostra così sui generis ma altrettanto importante dal punto di vista umano, basti ricordare in questo ambito il pensiero e la poetica di Pirandello, ha giovato senza ombra di dubbio all'acculturamento di ogni persona.

Non da dimenticare anche il luogo suggestivo del castello, che sempre più, ormai da anni, è partecipe come contenitore di bellissime intuizioni culturali.