- Galleria fotografica
mercoledì 24 giugno 2026
Grandi Speranze (1946)
domenica 21 giugno 2026
Alice Nelle Città (1974)
- Commento audio del regista
- Scene tagliate (16 minuti)
- Conversazione con Wim Wenders (1 ora e 24 minuti)
- Sulla colonna sonora del film (4 minuti)
- Intervista a Wim Wenders (45 minuti)
mercoledì 20 maggio 2026
The Bang Bang Club (2010)
- Trailer
venerdì 20 marzo 2026
L'Inganno (2017)

Tra i film in lista ho tirato a caso, e mi è uscito L'Inganno di Sofia Coppola. Non era esattamente quello che avrei scelto di mia spontanea volontà: è un film in costume, ambientato intorno al 1860 nella Virginia del Sud, con quel ritmo meditativo e quella fotografia algida che sono la firma della regista. Probabilmente sarebbe stato più adatto a una visione con Zizzi, che per questo tipo di cose ha più pazienza di me.
La storia è quella di un soldato unionista ferito, Colin Farrell, che viene raccolto e curato in un collegio femminile del Sud gestito da Nicole Kidman. Intorno a lui si muovono insegnanti e studentesse, e tra le mura di quella casa isolata dalla guerra si sviluppano tensioni, desideri repressi, gelosie. La Coppola prende un soggetto che di per sé ha tutto: ambiguità, pericolo, seduzione, violenza trattenuta, e lo porta sullo schermo con una sobrietà tale da svuotarlo quasi completamente di tensione. Il risultato è un film che sfiora continuamente qualcosa di interessante senza mai decidersi ad affondarci dentro.
Farrell fa quello che può con un personaggio che alterna la furbizia al patetismo, la Kidman è sempre efficace anche quando il materiale non la aiuta, e il cast femminile nel complesso funziona. Ma la trama, nonostante la serietà del soggetto, scivola verso una semplicità quasi disarmante. I meccanismi narrativi sono talmente espliciti, le dinamiche talmente prevedibili, che a un certo punto smetti di aspettarti sorprese. Devo dire che mi ha anche fatto pensare che quella stessa trama ( un uomo solo in una casa piena di donne con desideri repressi in un'ambientazione isolata ) con scelte diverse avrebbe potuto diventare materiale per tutt'altro tipo di pellicola. orientata al soft porn o anche più spinto. Non è una critica, è solo la constatazione di quanto il soggetto originale fosse intrinsecamente esplosivo e quanto il film abbia scelto deliberatamente di non farlo esplodere.
Edizione: bluray
- Cambiare prospettiva (7 minuti)
- Lo stile del Sud (6 minuti)
giovedì 18 dicembre 2025
Standard Operating Procedure - La Verità Dell'Orrore (2008)
Non sono un ingenuo, né mi definisco un pacifista nel senso più idealista del termine; so bene che la guerra è una macchina brutale e che atrocità simili accadono probabilmente in ogni conflitto, rimanendo per lo più sepolte sotto il peso del segreto militare. In questo caso, però, la bolla è esplosa e tutto, o quasi, è venuto a galla grazie a quegli scatti digitali che sono diventati il simbolo del fallimento morale di un’intera spedizione. Morris analizza i fatti con una freddezza quasi chirurgica, intervistando i protagonisti diretti di quegli abusi — i soldati di basso rango che abbiamo visto sorridere accanto ai prigionieri umiliati — e il risultato è un quadro desolante di deresponsabilizzazione. È fin troppo facile puntare il dito contro l'ultimo anello della catena, ma è evidente che il pesce puzza dalla testa. I veri responsabili, coloro che hanno creato il clima di impunità e hanno teorizzato le tecniche di "interrogatorio potenziato", siedono quasi sempre ai piani alti e, come spesso accade nella storia, trovano sempre una scappatoia legale o politica per restare impuniti.
Il film mette in luce come la mancanza di controlli rigorosi abbia permesso a dei giovani soldati, spesso privi di una guida etica solida, di trasformarsi in aguzzini. Sebbene sia utopistico pensare di annullare totalmente la crudeltà in un contesto bellico — perché sappiamo tutti che la guerra non è mai una bella cosa e porta con sé il peggio dell'umanità — è imperativo pretendere meccanismi di supervisione che limitino il più possibile simili derive. Non basta però guardare verso l'alto; il documentario ci spinge a riflettere sulla necessità di una presa di coscienza che parta anche dal basso. La banalità del male di cui parlava la Arendt si manifesta qui attraverso macchine fotografiche digitali usate come trofei, in un mix di noia, sadismo e obbedienza cieca. Standard Operating Procedure non è solo un resoconto di fatti storici, ma un monito necessario sulla facilità con cui l'essere umano può smarrire la propria bussola morale quando si sente parte di un sistema che giustifica l'ingiustificabile. È una visione difficile, disturbante, ma essenziale per chiunque voglia guardare oltre la propaganda e affrontare la realtà nuda e cruda di ciò che l'uomo è capace di fare dietro le mura di una prigione, lontano da occhi indiscreti.
- Commento audio
- Trailer
- Premiere Q&A con Errol Morris (11 minuti)
- Conferenza stampa con il regista (32 minuti)
- Doplomacy in the age of terror (45 minuti)
- Scene aggiuntive (26 minuti)
- 5 interviste estese
venerdì 5 dicembre 2025
Fuoco Assassino (1991)

La forza innegabile del film risiede nelle spettacolari e realistiche scene di fuoco, fumo ed esplosioni, merito anche della dedizione dei protagonisti, Kurt Russell e William Baldwin, accreditati come stuntman. Tuttavia, l'eccellenza tecnica non riesce a bilanciare la estrema debolezza della trama. ed il cast eccezionale. I fratelli McCaffrey, Stephen (Russell), il pompiere scavezzacollo, e Brian (Baldwin), l'instabile alla ricerca di sé, seguono un arco narrativo chiaro e scontato fin dal primo minuto. Le sottotrame, inclusi un politico corrotto (J.T. Walsh) e una presenza alla Hannibal Lecter (Donald Sutherland), servono solo a riempire le oltre due ore di pellicola, contribuendo a una prevedibilità che annienta ogni suspense. L'identità del piromane e il destino dei personaggi secondari sono anticipati senza alcuna sorpresa.
A peggiorare il quadro contribuisce la recitazione sprecata di un cast stellare, che include anche Robert De Niro, e una regia che ignora il realismo (i pompieri entrano negli incendi senza maschere né aspettare l'acqua) in favore del melodramma. Il tono del film è così esageratamente retorico da rendere quasi antipatici i vigili del fuoco, persone che, per mestiere, mettono a rischio la propria vita. Perfino la colonna sonora di Hans Zimmer risulta, a tratti, pomposa e ridicola. In sintesi, al di là delle impressionanti fiammate, Backdraft è un concentrato di cliché che merita di essere recuperato, ma solo per completezza.
- Introduzione di Ron Howard (3 minuti)
- Scene eliminate (43 minuti)
- La scintilla della storia (10 minuti)
- Formare la squadra (19 minuti)
- Acrobazie esplosive (15 minuti)
- Creare il cattivo: il fuoco (13 minuti)
- Pompieri veri, storie vere (9 minuti)
lunedì 17 novembre 2025
Monty Python - Il Senso Della Vita (1983)
Rivedere Il senso della vita è come rituffarsi in un acquario pieno di pesci che filosofeggiano mentre ti fissano con lo stesso sguardo con cui tu guardi la bolletta della luce: confuso, ma rassegnato. I Monty Python in questo film non raccontano una storia vera e propria, non costruiscono un arco narrativo, non cercano nemmeno di fingere di farlo. Loro ti prendono per mano, ti portano in giro per le varie tappe dell’esistenza umana – nascita, scuola, guerra, lavoro, morte – e poi ti mollano lì, con un sorriso beffardo e la netta sensazione che il “senso” non sia mai stato il punto.
Il film è uno sketch dopo l’altro, una collezione di idee folli e fulminanti che oscillano tra il demenziale, la satira feroce e quell’assurdo britannico che oggi sarebbe praticamente illegale. Si passa dal parto “con macchinari che fanno ping” al collegio in cui la lezione di educazione sessuale è… pratica, fino all’assalto dei soldati che invece di sparare si fanno uccidere per dei regali. Ogni scena sembra una barzelletta portata fino alle estreme conseguenze, senza limiti e senza pudore. Il che è esattamente ciò che ha reso immortali i Python.
E poi c’è lui: Mr. Creosote, una delle cose più disgustosamente geniali mai viste su uno schermo. Una sequenza che oggi non la farebbero più, ne parleremmo su Twitter per mesi e ci sarebbe pure un editoriale indignato sul Corriere. All’epoca invece era semplicemente un’altra dimostrazione che i Python non avevano paura di nulla, nemmeno del buon gusto. E meno male.
Rispetto al più compatto Brian di Nazareth, qui c’è meno “film” e più anarchia creativa, ma è proprio questa libertà totale a renderlo così gustoso. Non tutto funziona allo stesso livello, certo: alcuni numeri sono micidiali, altri un po’ tirati, qualcuno invecchiato male… però quando il film colpisce, colpisce come un calcio nel coccige. E ti fa ridere mentre pensi a quanto siamo ridicoli noi, la società, le istituzioni, tutte le nostre certezze costruite su fondamenta di purissima fuffa.
Il finale – con la Morte che passa a prendere la comitiva e poi il “messaggio universale” letto come un comunicato aziendale – è la perfetta conclusione di questa giostra filosofico-surrealista: non c’è alcun senso. O meglio, se c’è, non è loro compito dirtelo. Loro te lo smontano, te lo frullano, ci ridono sopra e lo servono con un numeretto musicale.
Il senso della vita non è il capolavoro narrativo dei Monty Python, ma è la loro summa creativa: sfacciata, dissacrante, sporca, elegante, volgare, intelligente e idiota insieme. Un film che oggi non avrebbero mai il coraggio di produrre, e forse è anche per questo che continua a profumare di libertà.
E alla fine, qual è il senso della vita? Secondo loro: “Siate gentili, evitate i grassi saturi e leggete un bel libro ogni tanto.” Non sarà filosofia, ma è comunque più utile di tante conferenze motivazionali.
- Il senso dei Monty Python: di nuovo insieme per il 30° anniversario (1 ora)
- Prologo di Eric Idle del 2003 (1 minuto)
- Scene tagliuzzate (6 minuti)
- Scuola di vita (1 ora e 4 minuti)
- Show business (21 minuti)
- 6 video promozionali
- I pesci (19 minuti)
- Colonna sonora
- Commento audio
- Guarda il film e canta con noi
sabato 15 novembre 2025
Sex And Zen 3D (2011)
Sex and Zen 3D è uno di quei film che arrivano con un’aura quasi leggendaria, come se fossero oggetti misteriosi provenienti da un universo parallelo dove il cinema erotico tenta la via dell’innovazione tecnologica. Nella realtà, però, si rivela per quello che è: un prodotto dozzinale, impacchettato come “esperienza sensoriale in tre dimensioni” ma che poi, quando ti siedi e lo guardi, ti ricorda più un gadget invecchiato male che una rivoluzione cinematografica.
Il racconto prova a infilare insieme erotismo, filosofia, romanticismo tormentato e persino una punta di dramma. In teoria potrebbe pure funzionare, ma nella pratica è una fiera del “vorrei ma non posso”, con personaggi che sembrano presi da una soap operina orientale e dialoghi che oscillano tra il sospetto di essere da commedia e la certezza di essere ridicoli. È un film che non capisce bene cosa vuole essere, e nel dubbio prova a essere tutto… senza riuscire in niente.
E poi c’è la chicca della versione italiana, che riesce nell’impresa titanica di peggiorare il già zoppicante risultato originale (così voglio immaginare non avendo visto la versione estesa). Tagli su tagli, come se il montatore avesse deciso di mettere alla dieta il film proprio nelle parti per cui esiste: le scene erotiche vengono smontate con una furia puritana che lascia solo ombre e mezze idee, mentre anche i momenti più crudi e violenti vengono alleggeriti, smussati o tolti. Alla fine rimane un film talmente ripulito che perdi perfino quel minimo di identità trash che lo poteva rendere quantomeno “vedibile” in chiave ironica.
Il paradosso è che Sex and Zen 3D nella sua interezza punta tutto su un’esagerazione costante, su un’estetica barocca e su un erotismo spinto che dovrebbe shockare e divertire allo stesso tempo. Togli quello, cosa rimane? Un pastrocchio confuso, esteticamente pacchiano, narrativamente risibile e privo di qualsiasi spinta emotiva o sensoriale. Una specie di reliquia di un periodo in cui sembrava che mettere “3D” nel titolo bastasse a rendere tutto più interessante.
Alla fine il film può incuriosire solo se lo si affronta con la consapevolezza che si sta per entrare in un territorio borderline, dove il fascino nasce dal cattivo gusto e nonostante il cattivo gusto. E forse è proprio lì, in quella sua incapacità totale di essere ciò che promette, che Sex and Zen 3D trova il suo assurdo motivo d’esistere: un’esperienza talmente sbilenca da diventare un piccolo monumento al cinema erotico che tenta di essere epico… e finisce per sembrare solo goffo.
- Trailer
lunedì 10 novembre 2025
Broken Flowers (2005)

Bill Murray interpreta Don Johnston, ex dongiovanni ormai in crisi, che riceve una lettera anonima da una vecchia fiamma: pare che da quella relazione sia nato un figlio, ora ventenne, in viaggio per incontrarlo. Spinto da un vicino invadente ma entusiasta, Don parte per rintracciare le sue ex e scoprire chi possa essere la misteriosa madre. Da qui in poi il film procede per tappe: ogni incontro è un frammento di passato che riemerge, ma senza mai trovare un vero punto di arrivo. E dopo un po’, la struttura ciclica — visita, imbarazzo, silenzio, ripartenza — inizia a pesare.
Jarmusch non vuole raccontare una storia in senso classico, ma mostrare un uomo che vaga tra i resti della sua vita, senza più capire dove sia finito il suo tempo e cosa gli resti da dire. È cinema contemplativo, che si nutre di dettagli, sguardi e assenze. Peccato che a volte sembri più interessato all’eleganza della forma che alla sostanza. Le dissolvenze e le odiose inquadrature riflesse nello specchietto diventano simboli insistiti, tanto da risultare quasi stucchevoli, come se il film si compiacesse della propria lentezza.
Qualche nota positiva però va detta, perché Broken Flowers ha anche motivi per essere apprezzato. Bill Murray, per esempio, regge tutto sulle spalle con la sua recitazione minimalista: comunica apatia, rimpianto e ironia con una semplice smorfia o uno sguardo perso nel vuoto. È un’interpretazione che in altre occasioni potrebbe essere definita magistrale, ed effettivamente riesce a dare spessore a un personaggio altrimenti piatto. Anche la fotografia, con i suoi toni desaturati e la calma delle inquadrature, ha una sua eleganza malinconica. E il film, nel suo insieme, conserva un messaggio sottile ma sincero: la ricerca di un senso, di un legame, di un contatto umano, anche quando sembra troppo tardi.
Alla fine però resta la sensazione che Broken Flowers sia più un esperimento che un’esperienza. È lento, volutamente distaccato e a tratti ripetitivo, ma dietro quella patina di minimalismo c’è comunque la voglia di raccontare l’umanità fragile e smarrita di chi si guarda indietro e non sa più dove sia finito il proprio presente. Forse sono stato un po’ duro, ma se da un film ti aspetti emozione e ritmo, qui trovi più distanza che calore. Chi invece ama i toni rarefatti e contemplativi di Jarmusch potrà trovarci poesia e malinconia. Io, sinceramente, più di qualche sbadiglio.
- 2 trailer
- Dall'inizio alla fine (8 minuti)
- La casa dei campi (4 minuti)
- Le ragazze sull'autobus (2 minuti)
domenica 9 novembre 2025
Eye On Juliet (2017)
La trama è semplice ma curiosa. Gordon (Joe Cole), un tecnico che lavora per una compagnia petrolifera, controlla da remoto dei droni a forma di ragno usati per sorvegliare un oleodotto nel Nord Africa. È un uomo solo, emotivamente svuotato, che vive un’esistenza piatta e alienante. Dall’altra parte dello schermo, però, la sua telecamera incrocia Ayusha (Lina El Arabi), una giovane donna promessa sposa contro la sua volontà. Inizia così una comunicazione surreale ma toccante tra due mondi divisi da migliaia di chilometri, da culture diverse e da una realtà che sembra destinata a tenerli separati.
Il film gioca costantemente su questa contraddizione: la distanza fisica e quella emotiva, la tecnologia fredda e il calore dei sentimenti. A tratti la storia sembra forzata, quasi incredibile nel modo in cui si sviluppa, ma è proprio lì che sta la sua forza: Eye on Juliet non vuole essere realistico, vuole essere possibile. È una favola moderna raccontata con strumenti contemporanei, dove la solitudine e la disillusione del protagonista si sciolgono grazie a un gesto di altruismo e a un legame che sfida ogni logica.
Nguyen dirige con delicatezza, senza enfasi e senza moralismi, affidandosi più alle immagini che alle parole. Le inquadrature del deserto, i movimenti ipnotici dei droni e il contrasto con la vita grigia di Gordon in Occidente creano un dialogo visivo costante: due universi opposti che però condividono la stessa sete di libertà. Joe Cole è bravissimo nel dare corpo a un uomo che ritrova un senso solo quando smette di guardare il mondo attraverso uno schermo per cominciare a viverlo davvero.
Il finale, pur lasciando qualche incredulità, regala una sensazione limpida e positiva. È un messaggio di speranza, quasi utopico, ma sincero: anche quando tutto sembra disconnesso, anche quando la tecnologia sembra dividerci, resta la possibilità di capire e di aiutare. Eye on Juliet è un film che crede ancora nella bontà umana, nella comunicazione come salvezza, nell’amore come atto di coraggio.
Non sarà un capolavoro, né un film da grandi numeri, ma ha un’anima vera. E in tempi di cinismo dilagante, questo basta e avanza per farlo entrare tra quelli che vale la pena ricordare.
- Trailer
lunedì 3 novembre 2025
Annabelle 2: Creation (2017)

Non posso dire che mi aspettassi grandi rivoluzioni, visto che il primo Annabelle non mi aveva lasciato particolari emozioni. Curiosità sì, interesse per l’universo The Conjuring anche, ma niente che mi avesse fatto davvero sussultare. Questo secondo capitolo, o meglio prequel, l’ho guardato con lo stesso spirito: senza troppe pretese, giusto per chiudere il cerchio e capire come diavolo fosse nata quella bambola dall’aria perennemente inquietante.
Il film si apre in maniera quasi tranquilla, con una coppia di artigiani, i Mullins, che perdono la figlia in un tragico incidente. Anni dopo, ormai isolati e segnati dal lutto, decidono di ospitare una suora e alcune orfanelle nella loro grande casa di campagna. Fin qui tutto bene, o quasi. Perché, come è facile intuire, quella casa nasconde più di un segreto, e tra le sue pareti si muove un male che ha preso forma proprio nella bambola Annabelle. Da quel momento in poi è un crescendo di presenze, ombre, rumori e momenti che oscillano tra il paranormale e il puro spavento fisico.
A differenza del primo film, Annabelle 2 ha il pregio di prendersi il suo tempo. Non parte subito con il solito carosello di urla e porte che sbattono, ma costruisce l’atmosfera con pazienza, facendo respirare i luoghi e i personaggi. La fotografia è curata, la casa sembra viva, e la regia di David F. Sandberg riesce a creare tensione senza dover per forza ricorrere ai soliti stratagemmi da luna park horror. C’è una certa eleganza nel modo in cui la paura cresce, sottile e inesorabile, anche se non mancano ovviamente i momenti da manuale con la bambola che si sposta o appare dove non dovrebbe.
Nonostante questo passo avanti sul piano tecnico, resta però quel senso di déjà-vu che accompagna un po’ tutto il film. I personaggi sono funzionali ma non indimenticabili, e l’idea del male che nasce dal dolore e dal rimorso è interessante ma trattata in modo un po’ superficiale. È come se tutto funzionasse al livello giusto per intrattenere, ma mai abbastanza per colpire davvero. Insomma, un film che si lascia guardare volentieri ma che non lascia il segno, soprattutto se non sei un appassionato del genere e cerchi più atmosfera che spaventi gratuiti.
Nel complesso, Annabelle 2 fa il suo dovere. È più solido e coerente del primo capitolo, meglio diretto e più curato nella messa in scena, ma rimane un prodotto pensato per un pubblico che vuole spaventarsi con regolarità e senza troppi pensieri. Io, che con l’horror mantengo sempre un certo distacco, l’ho trovato tutto sommato piacevole da guardare, anche se non ha cambiato la mia opinione generale sulla serie. Un prequel riuscito meglio dell’originale, con qualche brivido autentico e un’atmosfera ben costruita, ma che non riesce mai davvero a superare la barriera del “già visto”.
- Commento audio
- Deleted scenes featurette (12 minuti)
- Directing Annabelle: Creation (42 minuti)
- Attic Panic (cortometraggio)
- Coffer (cortometraggio)
domenica 2 novembre 2025
Space Jam (1996)
La trama è semplice e fuori di testa: gli alieni vogliono rapire i Looney Tunes per trasformarli in attrazione del loro parco a tema intergalattico. Bugs Bunny, Daffy Duck & co. non ci stanno e sfidano i rapitori a basket. Solo che gli alieni rubano il talento ai campioni NBA, e allora serve un rinforzo d’eccezione: Michael Jordan, appena ritirato dal basket per provare (malamente) la carriera da giocatore di baseball. Ecco, già questa premessa meriterebbe un premio per la più improbabile idea di crossover mai scritta, ma incredibilmente funziona.
Il film è un gigantesco spot pubblicitario travestito da commedia sportiva – e non si fa nemmeno troppi scrupoli a nasconderlo. Tutto è brandizzato, scintillante, ipercinetico, costruito per il pubblico dei bambini che negli anni ’90 vivevano di merendine, videogiochi e cartoni Warner. Eppure, nonostante l’evidente natura commerciale, Space Jam ha un suo fascino. Forse per quella leggerezza disarmante, per la nostalgia che sprigiona ogni volta che appare Bugs Bunny con la sua faccia da “che succede amico?”, o per quella patina vintage che oggi fa tanto “film del pomeriggio su Italia 1”.
Michael Jordan, pur non essendo un attore, regge la scena con una naturalezza che sorprende: è carismatico anche quando parla con un coniglio disegnato. Non serve che reciti: basta che sia se stesso, l’icona perfetta che i Looney Tunes eleggono a loro eroe terreno. A proposito di “icone”, la colonna sonora è un concentrato di anni ’90, con “I Believe I Can Fly” di R. Kelly che – al netto di tutto ciò che è venuto dopo – resta ancora oggi una delle power ballad più epiche dell’epoca.
Certo, visto oggi, Space Jam è un film che mostra tutti i suoi anni: gli effetti speciali sono datati, la sceneggiatura è un pretesto e i momenti comici non sempre colpiscono nel segno. Ma riesce comunque a strappare sorrisi genuini, soprattutto se ci si lascia trascinare dal suo spirito giocoso e dall’assurdità delle situazioni. È un film che non ha mai voluto essere “grande cinema”, ma solo un gigantesco, coloratissimo divertissement.
In fondo, lo scopo è quello: intrattenere, mescolare sport e fantasia, e far sognare una generazione che ha imparato da Bugs Bunny e Jordan che, con un po’ di immaginazione, puoi davvero volare.
Anche se l’ho visto con trent’anni di ritardo, mi ha ricordato che a volte il cinema non ha bisogno di logica o profondità: basta solo un canestro impossibile e un coniglio parlante.
- Commento audio
- Seal's like an eagle (video musicale)
- Monstars anthem hit 'em high (video musicale)
- Jammin' with Bugs Bunny and Michael Jordan (23 minuti)
- Trailer
sabato 25 ottobre 2025
I Check Movies #2700

Rank: 4004 (- 100)
Awards: 39 (+3)
- Bronzo su ICheckMovies 's 2010s Top 100
- Bronzo su ICheckMovies 's 1990s Top 100
- Bronzo su Taschen's 100 All-Time Favorite Movies
- Bronzo su ASC's 100 Mileston Films in Cinematography of the 20th Century
- Bronzo su BBC's The 21st Centuryst's 100 Greatest Films
- Bronzo su Time Out's The 100 Best Thrillers
- Bronzo su Rotten Tomotaoes Top 100
- Bronzo su 2010s
- Bronzo su FOK! top 250
- Bronzo su Total The 100 Greatest Sci-Fi Movies
- Bronzo su Top 250
- Bronzo su AFI's 100 years... 100 thrills
- Bronzo su 1970s
- Bronzo su AFI's 100 years... 100 movies
- Bronzo su Horror
- Bronzo su A.V. Club's The Best Movies of the 2000s
- Bronzo su Fantasy
- Bronzo su Animation
- Bronzo su Commedy
- Bronzo su 1980s
- Bronzo su Empire's the 500 Greatest Movies of All Time
- Bronzo su Action
- Bronzo su Family
- Bronzo su BFI's 100 Science Fiction Films
- Bronzo su Biography
- Argento su iCheckMovies - Most Checked
- Argento su MovieSense 101
- Argento su 2000s
- Argento su Independent
- Argento su Reddit top 250
- Argento su 1990s
- Argento su Crime
- Argento su Adventure
- Argento su Thriller
- Argento su Mystery
- Argento su Empire's Greatest Sequels
- Argento su Drama
- Oro su FilmTotaal top 100
- Oro su Sci-Fi
Argento: 75% dei titoli in una lista
Oro: 90% dei titoli in una lista
Platino: 100% dei titoli in una lista
Ed è da considerare il fatto che i film inseriti nelle liste possono variare nel corso del tempo.
Amore Senza Confini (2003)
Non male, anche se non osa in maniera esagerata. Beyond Borders (2003) di Martin Campbell mette al centro ONG, aiuti umanitari e volontariato in condizioni estreme, mostrando allo stesso tempo le crepe del sistema: compromessi, corruzione, giochi politici e ipocrisie varie. È un film che vuole denunciare e commuovere, ma lo fa con un tocco un po’ troppo patinato per il tema che affronta.
Angelina Jolie interpreta la volontaria idealista che decide di seguire un medico ribelle (Clive Owen) nei luoghi più martoriati del pianeta: Etiopia, Cambogia, Cecenia. Sullo sfondo, il classico intreccio sentimentale tra due persone divise da visioni del mondo diverse, ma inevitabilmente attratte l’una dall’altra.
Il messaggio arriva, anche se con un certo didascalismo hollywoodiano. Non scava davvero nel lato oscuro dell’aiuto umanitario, ma ne offre comunque un assaggio realistico, soprattutto quando mostra la burocrazia, il cinismo dei finanziatori e la fatica di chi cerca di fare del bene in un contesto dove spesso il bene non basta.
In sintesi: un film onesto, più emozionale che politico, con qualche momento autentico e una bella fotografia. Peccato non affondi il colpo.
Nota finale: rivedendo il film oggi, si percepisce come la tematica sia ancora attuale — e quanto poco sia cambiato nei meccanismi dell’assistenza internazionale.
- 2 trailer
- dietro le quinte (7 minuti)
- Interviste (9 minuti)
martedì 7 ottobre 2025
Lo Sguardo Di Satana - Carrie (2013)
Rifare Carrie era un’operazione rischiosa, quasi sacrilega. Prendere un film che ha fatto la storia dell’horror psicologico e tentare di aggiornarlo in chiave contemporanea significava camminare su una linea sottile tra omaggio e copia carbone. Il remake del 2013, diretto da Kimberly Peirce e con Chloë Grace Moretz nel ruolo della protagonista, prova a fare proprio questo: modernizzare la tragedia di un’adolescente schiacciata dal fanatismo religioso della madre e dalla crudeltà dei coetanei.
Va detto: lo sforzo c’è, e si vede. Peirce inserisce elementi più fedeli al romanzo di Stephen King rispetto al film di Brian De Palma del 1976 — soprattutto nei passaggi legati al contesto scolastico e alla componente telecinetica, che qui viene resa più esplosiva e visivamente spettacolare. L’uso dei social network come strumento di umiliazione è una scelta azzeccata e attuale, capace di trasportare l’incubo di Carrie nel linguaggio del nostro tempo.
Ma nonostante ciò, Carrie 2013 non riesce mai davvero a scuotere come dovrebbe. Forse perché la tensione viscerale, quasi sporca, del film di De Palma era figlia del suo tempo: sudore, sangue e follia girati con un’estetica ruvida, imperfetta ma autentica. La Peirce invece costruisce un orrore più patinato, ordinato, che preferisce la precisione digitale al disordine emotivo.
Chloë Grace Moretz, pur brava, non possiede quella fragilità disturbante che aveva Sissy Spacek: la sua Carrie è più carina, più sicura, quasi troppo “normale” per suscitare la pietà e il disagio che la storia richiede. Julianne Moore, nel ruolo della madre fanatica, regge il film da sola per intensità e presenza, ma non basta a salvarlo da una certa prevedibilità di fondo.
Il risultato è un remake che non fa rimpiangere del tutto l’originale, ma nemmeno riesce a superarlo. Carrie 2013 è un film corretto, con momenti ben costruiti e qualche intuizione interessante, ma privo di quella scintilla malata che rendeva il primo una discesa all’inferno tanto psicologica quanto visiva.
In definitiva: uno sguardo di Satana un po’ troppo pulito, che preferisce la messa in scena all’angoscia vera.
- Commento audio al film
- Scene eliminate o estese con commento (10 minuti)
- Tina on fire con commento (2 minuti)
- Creating Carrie (21 minuti)
- The power of telekinesis (4 minuti)
- Telekinetik coffee shop surprise (3 minuti)
- Trailer
martedì 30 settembre 2025
Cursed - Il Maleficio (2005)
La sceneggiatura di Kevin Williamson (lo stesso di Scream) sembra costruita con lo stampino dei prodotti adolescenziali anni Duemila: dialoghi banali, personaggi stereotipati, dinamiche amorose e conflitti da high school che nulla hanno a che vedere con l’aura oscura che un racconto di licantropi dovrebbe avere. La storia è piatta e prevedibile, incapace di creare tensione o di giocare con le regole del genere.
Anche sul piano tecnico, il film non convince: gli effetti digitali risultano datati già all’epoca, con un lupo mannaro più vicino al videogioco che alla tradizione gotica. La regia di Craven, solitamente incisiva, appare svogliata, quasi in balia di una produzione travagliata (il film, non a caso, subì numerosi reshoot e interventi dello studio).
Il risultato finale è un horror di serie B travestito da blockbuster, incapace di spaventare, di divertire o anche solo di lasciare un ricordo forte. Per i fan del regista resta un’opera minore da dimenticare in fretta; per chi cerca un buon film sui lupi mannari, esistono decine di titoli più riusciti, sia classici che contemporanei.
In definitiva, Cursed è un’occasione mancata: il tentativo di rinfrescare un mito antico viene affogato in una confezione troppo patinata e in una scrittura poco ispirata. Wes Craven ci aveva abituati a ben altro.
- Convertirse en hombre lobo (8 minuti)
- Los efectos especiales (7 minuti)
- El montaje de la criatura (6 minuti)
- Como se hizo "Cursed . La Maldicion" (8 minuti)
- Escena eliminada / censurada (2 minuti)
- Trailer de cine
mercoledì 10 settembre 2025
Indiscreto (1958)
Il problema è che, visto oggi, il film appare invecchiato malissimo. Più che divertente, risulta imbarazzante. Quello che forse allora veniva percepito come sofisticata leggerezza, oggi suona come una commedia forzata, quasi offensiva nella sua visione dei rapporti di coppia. I dialoghi che dovrebbero brillare di charme appaiono rigidi, e il presunto romanticismo si riduce a cliché che oggi faticano a strappare anche un sorriso.
Non è solo una questione di ritmo o di linguaggio cinematografico ormai datato: è proprio il messaggio sotteso, il modo in cui i ruoli di genere vengono rappresentati, a rendere l’opera indigesta. Ingrid Bergman e Cary Grant fanno del loro meglio, ma sembra di guardarli intrappolati in una cornice che li schiaccia, più che esaltarli.
In conclusione, Indiscreto non è quel “classico senza tempo” che magari qualcuno si aspetta. È piuttosto un esempio di come certe opere possano restare ferme nel loro contesto storico senza riuscire a comunicare davvero qualcosa a chi arriva decenni dopo. Per quanto mi riguarda, un film da vedere solo per curiosità filologica, ma non certo per piacere.
martedì 8 luglio 2025
Love Is All You Need (2012)
Love is all you need è uno di quei titoli che promettono leggerezza, dolcezza, un sorriso tirato a fine visione. Peccato che invece regali un polpettone indigeribile, infarcito di drammi da rivista Harmony e dialoghi che sembrano scritti in un pomeriggio di pioggia da qualcuno in piena crisi esistenziale.
C’è troppa carne al fuoco: matrimoni, tradimenti, malattie, segreti di famiglia e paesaggi da cartolina sprecati come contorno insipido. Si finisce per provare quasi pena per i poveri protagonisti, impantanati in situazioni improbabili che vorrebbero commuovere o far ridere — ma finiscono per far sbadigliare.
Forse l’unico merito è ricordarci che “l’amore è tutto ciò di cui hai bisogno”… se non hai niente di meglio da fare, tipo stirare.
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domenica 6 luglio 2025
Flashdance (1983)
Flashdance è uno di quei film che più che per la storia, ce lo ricordiamo per l’iconografia. Oggi lo guardi e ti rendi conto che in fondo è una fiaba ultra-pop: una saldatrice di giorno e ballerina di notte che sogna di entrare in un’accademia prestigiosa. Il plot è un Bignami di romanticismo anni ’80 condito da tutti i cliché del “se ci credi, ce la fai”, infilati dentro tutine, scaldamuscoli e sudore in controluce.
Però, diamogli atto: la colonna sonora è diventata parte del nostro DNA pop, da What a Feeling a Maniac, senza scordare la nostra Gloria americanizzata, pezzi che ancora oggi partono in radio e ci ritroviamo a cantare (magari mentre nessuno guarda). E la scena dell’audizione finale, con la commissione che da composta passa al battito di mani e piedi, è puro carburante motivazionale, un momento talmente iconico che anche chi non ha mai visto il film la conosce per osmosi culturale.
Il resto? È rimasto lì, incapsulato nei VHS e nei pomeriggi d’estate, insieme ai poster di Jennifer Beals con felpa slabbrata e spallina cadente. Non è brutto, per l’epoca ha fatto scuola, ma se oggi gli ho appioppato un 6 — che su VER è praticamente una stretta di mano e un bicchiere di vino — è solo per rispetto al sound e a quell’energia da sogno americano a passo di danza che, volenti o nolenti, ci ha ipnotizzati almeno una volta.
Fine. Prossimo ballo?
sabato 28 giugno 2025
Paris, Texas (1984)
Oh, Paris, Texas. Una distesa di silenzio, polvere e malinconia. Un road movie che in realtà non ha nulla di avventuroso: è piuttosto un viaggio dentro un uomo scomparso da se stesso. Wim Wenders prende Harry Dean Stanton — volto scavato, occhi persi — e lo spedisce in un’America di motel, distributori di benzina e deserti infiniti. Ma non ci sono sparatorie, non c’è eroismo: solo una fuga che è una lenta resa dei conti.
Travis è un fantasma che riemerge dopo quattro anni di sparizione. All’inizio non parla, non mangia, cammina come un cane randagio. Ma piano piano ricomincia a riempire di senso le sue stesse tracce. Ritrova il fratello, prova a ricollegare i pezzi di una famiglia frantumata. E lì Wenders ci inchioda: con lo sguardo di un bambino che non sa chi sia suo padre e con la tensione costante di un uomo che forse non vuole, o non può, davvero tornare indietro.
È un film che sembra sospeso in una bolla di luce calda — merito della fotografia di Robby Müller, che regala agli orizzonti texani un’aura quasi mistica. E poi la colonna sonora di Ry Cooder, quel dobro che sfrigola nell’aria come un serpente: una musica che non accompagna, ma punge. Tutto è dolcemente straziante, anche quando non accade nulla. È cinema che si nutre di spazi vuoti, di conversazioni a metà, di sguardi riflessi in un vetro.
Il momento più devastante? Quella cabina erotica dove Travis — finalmente — parla. Racconta, guarda attraverso uno specchio, e noi capiamo che l’unico modo per riconciliarsi è sparire di nuovo. L’amore, in Paris, Texas, è un treno che passa una volta sola e lascia dietro di sé vagoni sventrati.
C’è una bellezza tremenda in questo film: la sensazione che a volte l’unico gesto di salvezza possibile sia non rovinare tutto un’altra volta. Non esiste perdono, non esiste ritorno: esiste solo la dignità di lasciare andare.
Non è un film per chi cerca risposte. È per chi accetta di restare nella polvere, senza bussola, con la speranza che almeno una parte di sé possa rinascere, da qualche parte, lontano da tutto.
Un cinema che oggi sembra quasi impensabile: lento, umile, pieno di silenzi che gridano. Eppure, proprio per questo, necessario.
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- Scene tagliate con commento (23 minuti)
- Chanel in conversation with Wim Wenders (4 minuti)
- Intervista a Wim Wenders del 2022 (49 minuti)
- Introduzione di Wim Wenders alla visione del film (3 minuti)
- Scena aggiuntiva in super8 (7 minuti)

