- Versione estesa (1 ora e 40 minuti vs 1 e 28 minuti della standard)
- Trailer
giovedì 14 maggio 2026
976 - Chiamata Per Il Diavolo (1988)
venerdì 8 maggio 2026
Colour From The Dark (2008)
- Dietro le quinte (18 minuti)
- Intervista al regista (7 minuti)
- Interviste ai protagonisti (12 minuti)
- I Love New York (videoclip)
- My memories of the Ghost we named Trevor (3 minuti)
- Trailers
- Galleria fotografica
- "Una Favola Di Morte" (cortometraggio 19 minuti)
mercoledì 17 dicembre 2025
Assassination (1987)
Bronson interpreta Jay Killion, agente dei Servizi Segreti che deve proteggere la First Lady da una serie di attentati, e sì, tutto si svolge con la prevedibilità di un manuale di cliché: lei inizialmente lo detesta, poi scopre i rischi, fuggono insieme, qualche scena d’azione e boom, fine.
I dialoghi? Molto “guarda che esplode tutto!” e pochissima profondità. La sceneggiatura è piuttosto scarna e non aiuta a far decollare niente, mentre i personaggi secondari sono talmente piatti che potresti confonderli con sagome di cartone.
Nota positiva? Se cerchi un relitto nostalgico degli anni ’80, c’è almeno da apprezzare la presenza sullo schermo della coppia Bronson–Jill Ireland (lei, in uno dei suoi ultimi ruoli), che anche se non aggiunge molto alla qualità del film regala qualche momento leggermente più umano/ironico nel loro rapporto.
E per fan hardcore di Bronson che vogliono vedere il suo stoicismo incrollabile in azione, beh… quel lato lì c’è, anche se non basta a salvare il film.
In definitiva: penoso, con una trama da manuale del “tanto per tenere in piedi 88 minuti” e dialoghi che ti fanno rimpiangere persino il doppiaggio amatoriale. Ma se vuoi un pezzo di cinema ottantiano bizzarro e involontariamente comico, qualche secondo di curiosità lo strappa.
martedì 2 dicembre 2025
2002: La Seconda Odissea (1972)
Tuttavia, superato il fastidio per l'inganno del titolo, il film merita una visione perché, pur essendo una pellicola che narrativamente non offre niente di particolare e che procede con ritmi a tratti molto compassati, nasconde una grandissima qualità tecnica. Il motivo è semplice: il regista è Douglas Trumbull, ovvero il genio degli effetti visivi che aveva lavorato proprio al vero 2001 di Kubrick. Si nota immediatamente la sua mano, perché gli effetti speciali non sono affatto male, anzi, risultano incredibilmente curati e suggestivi per l'epoca, specialmente nella realizzazione delle enormi cupole geodetiche che ospitano le ultime foreste della Terra alla deriva nello spazio.
È un film che vive di contrasti: da un lato abbiamo una trama piuttosto semplice, quasi intima, retta quasi interamente dalla performance "allucinata" di Bruce Dern e dalla sua interazione con i tre droni (che anticipano chiaramente l'R2-D2 di Star Wars); dall'altro abbiamo una messa in scena visiva che aspira alla grandezza. Certo, non siamo di fronte a una pietra miliare imprescindibile e la sceneggiatura a volte mostra il fianco a qualche ingenuità, ma 2002: la seconda odissea resta un reperto affascinante di un'epoca in cui la fantascienza usava le astronavi per parlare di solitudine e natura. Un film onesto e visivamente appagante, a patto di dimenticarsi quel titolo italiano che promette un seguito che non esiste.
- Immagini e locandine
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- Commento audio
- The Making of (49 minuti)
- Silent Running (30 minuti)
- A conversation with Bruce Dern (11 minuti)
- Trumbull: then and now (5 minuti)
sabato 8 novembre 2025
Matinee (1993)

Siamo nel 1962, a Key West, in Florida, dove tutto sembra calmo e soleggiato finché il mondo non si ritrova sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Mentre i genitori si preoccupano per la guerra, i ragazzi pensano a vivere, sognare e – soprattutto – andare al cinema. È lì che arriva il leggendario Lawrence Woolsey (interpretato da un John Goodman strepitoso), un produttore di film horror di serie B che fa del “terrore come intrattenimento” la sua filosofia di vita. Vuole presentare il suo nuovo capolavoro, Mant! (mezzo uomo, mezza formica), e per farlo trasforma la proiezione in un’esperienza sensoriale folle, tra scosse elettriche finte, effetti in sala e pubblico terrorizzato.
Dante usa questa cornice per fare un doppio omaggio: da un lato al cinema di mostri degli anni ’50, quello ingenuo ma geniale dei drive-in e delle creature mutate dalle radiazioni; dall’altro ai registi-showman di quegli anni, che con le loro trovate spettacolari trasformavano la paura in un gioco collettivo. Ma sotto l’ironia e la passione cinefila si nasconde anche una riflessione più amara: la paura, che sia atomica o cinematografica, serve a unire le persone e a farle sentire vive, almeno per un paio d’ore.
La regia di Dante è piena di ritmo e affetto. Si sente la mano di chi ama davvero i personaggi che racconta: gli adolescenti con le loro prime cotte, gli adulti confusi, il mago del cinema che crede ancora nel potere della fantasia. Matinee non è solo una commedia nostalgica, ma una dichiarazione d’amore al cinema come rifugio e come antidoto al terrore del mondo reale. Tutto è costruito con una leggerezza intelligente, tra citazioni, risate e momenti di autentica poesia.
John Goodman è perfetto: il suo Woolsey è un sognatore senza scrupoli ma con un cuore enorme, un illusionista che usa l’arte della paura per regalare meraviglia. Il film nel film (Mant!) è una chicca irresistibile, con dialoghi volutamente esagerati e un’estetica da B-movie riprodotta con affetto maniacale.
Alla fine, Matinee lascia addosso lo stesso sapore di un pomeriggio passato al cinema da ragazzini: un misto di emozione, risate e un po’ di malinconia per un mondo che non esiste più. Joe Dante, come sempre, riesce a parlare di infanzia, fantasia e mostri (reali e immaginari) con un tono unico, sospeso tra la commedia e la tenerezza. È un film che non fa rumore, ma resta nel cuore di chi ama davvero il cinema e crede ancora che, a volte, la paura sia la via più diretta per sentirsi vivi.
- Trailer
- Io faccio cinema (10 minuti)
Compagni Di Scuola (1988)
L’idea parte da un pretesto semplice ma potentissimo: una rimpatriata tra ex compagni di liceo, quidici (circa) anni dopo la maturità. Ognuno arriva con il proprio bagaglio di vite vissute, fallimenti, successi presunti e nevrosi reali. C’è chi vuole dimostrare di essere diventato qualcuno, chi non è mai cresciuto davvero, chi cerca vendetta o amore, chi semplicemente spera di non passare inosservato. Tutto si consuma in una sola notte, in una villa ai Castelli Romani, mentre piove fuori e i rancori si sciolgono (o si incendiano) tra un brindisi e l’altro.
Nel cast, una vera sfilata di nomi che hanno fatto la commedia italiana: Christian De Sica, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli, Angelo Bernabucci, Piero Natoli e ovviamente Verdone stesso, qui nel ruolo del professore Mario (detto er patata), goffo, insicuro, ma anche teneramente inadeguato. Ognuno porta sullo schermo un personaggio che sembra uscito da una foto ingiallita di classe, ma con le rughe del tempo e la disillusione della vita. L’alchimia tra loro è perfetta: le gag funzionano, ma sotto c’è sempre qualcosa di amaro, un retrogusto malinconico che si insinua piano piano fino a diventare quasi commozione, ma anche cattiveria. Il vestito è quello della commedia, ma l'abito non fa il monaco.
Verdone in questo film lascia da parte la comicità pura e il bozzetto romano per concentrarsi su un racconto più corale e malinconico, in equilibrio perfetto tra risata e riflessione. Vi è la malinconia di chi si accorge di non essere diventato la persona che sognava di essere. Il regista, che qui mostra una maturità narrativa notevole, riesce a dare ritmo anche se non con una piena credibilità a una storia che, pur girando tutta attorno a un’unica location, non annoia mai: i dialoghi sono taglienti, realistici, a tratti crudeli, e la macchina da presa cattura con attenzione le piccole ipocrisie e le fragilità dei personaggi.
“Compagni di scuola” è uno di quei film che invecchiano bene, forse perché parla proprio del tempo che passa e della vita che non va mai come ce l’eravamo immaginata. È una commedia dolceamara che racconta senza moralismi né pietà quel misto di nostalgia e fallimento che accompagna l’età adulta. Ci si ride, ma quando scorrono i titoli di coda resta addosso un piccolo nodo alla gola, come dopo una serata tra amici in cui hai riso fino alle lacrime ma sai che non sarà più come prima.
Un Verdone in stato di grazia, capace di mescolare malinconia e ironia come pochi altri registi italiani. E un film che, pur avendo più di trent’anni, continua a parlare a chiunque abbia mai pensato, almeno una volta: “Com’eravamo?”.
- 4 interviste (55 minuti)
- 3 schede testuali
sabato 25 ottobre 2025
I Check Movies #2700

Rank: 4004 (- 100)
Awards: 39 (+3)
- Bronzo su ICheckMovies 's 2010s Top 100
- Bronzo su ICheckMovies 's 1990s Top 100
- Bronzo su Taschen's 100 All-Time Favorite Movies
- Bronzo su ASC's 100 Mileston Films in Cinematography of the 20th Century
- Bronzo su BBC's The 21st Centuryst's 100 Greatest Films
- Bronzo su Time Out's The 100 Best Thrillers
- Bronzo su Rotten Tomotaoes Top 100
- Bronzo su 2010s
- Bronzo su FOK! top 250
- Bronzo su Total The 100 Greatest Sci-Fi Movies
- Bronzo su Top 250
- Bronzo su AFI's 100 years... 100 thrills
- Bronzo su 1970s
- Bronzo su AFI's 100 years... 100 movies
- Bronzo su Horror
- Bronzo su A.V. Club's The Best Movies of the 2000s
- Bronzo su Fantasy
- Bronzo su Animation
- Bronzo su Commedy
- Bronzo su 1980s
- Bronzo su Empire's the 500 Greatest Movies of All Time
- Bronzo su Action
- Bronzo su Family
- Bronzo su BFI's 100 Science Fiction Films
- Bronzo su Biography
- Argento su iCheckMovies - Most Checked
- Argento su MovieSense 101
- Argento su 2000s
- Argento su Independent
- Argento su Reddit top 250
- Argento su 1990s
- Argento su Crime
- Argento su Adventure
- Argento su Thriller
- Argento su Mystery
- Argento su Empire's Greatest Sequels
- Argento su Drama
- Oro su FilmTotaal top 100
- Oro su Sci-Fi
Argento: 75% dei titoli in una lista
Oro: 90% dei titoli in una lista
Platino: 100% dei titoli in una lista
Ed è da considerare il fatto che i film inseriti nelle liste possono variare nel corso del tempo.
lunedì 20 ottobre 2025
Dal Tramonto All'Alba 3 - La Figlia Del Boia (1999)
L’idea di spostare l’azione nell’Ottocento poteva anche essere interessante: un horror-western non è di per sé un’eresia, anzi, ha un suo fascino. Il problema è che qui non funziona nulla. I dialoghi sono piatti, scolastici, recitati senza convinzione. L’ambientazione è sfruttata male, ridotta a qualche scenografia polverosa e cavalli buttati lì per ricordarti che sei nel passato. Non c’è tensione, non c’è ironia, non c’è quella brillantezza pulp che aveva reso il primo film un piccolo gioiello anarchico. Qui tutto è prevedibile fin dall’inizio, e quel colpo di scena che dovrebbe far esplodere la parte vampiresca arriva come una formalità burocratica: ti aspetti che succeda, succede, e ti lascia assolutamente indifferente.
Anche la struttura è una copia sbiadita dell’originale: prima parte più “realistica”, seconda parte con i vampiri. Solo che, se nel ’96 quell’idea era un colpo di scena geniale e dirompente, ormai qui è solo una barzelletta raccontata per la terza volta, senza verve e senza la minima sorpresa. L’effetto “wow” si è perso per strada già dal secondo film, e questo terzo non fa altro che scavare la fossa un po’ più profonda. Persino i vampiri sembrano svogliati: non c’è sangue, non c’è splatter, non c’è cattiveria. Sono quasi decorativi, come se dovessero esserci per contratto.
Il film si prende pure sul serio, e questa è forse la cosa più fastidiosa. Dove il primo giocava con l’assurdo e il secondo almeno si divertiva a esagerare, questo terzo prova a darsi un tono da “storia d’origine”, ma senza avere né la scrittura né l’atmosfera per sostenerlo. Ne esce un western spento con qualche mostriciattolo buttato lì a metà. E quando mancano sia i dialoghi intelligenti sia le scene truculente, resta davvero poco da salvare.
Non c’è ironia, non c’è coraggio, non c’è personalità. Dal tramonto all’alba 3 è uno di quei sequel-prequel che si dimenticano già durante i titoli di coda. Un esercizio pigro di riempimento per tenere in vita un marchio, ma senza il minimo amore per il materiale originale. Un film che vorrebbe spiegarti da dove viene tutto, ma finisce solo per farti rimpiangere di aver voluto saperlo.
sabato 11 ottobre 2025
Dal Tramonto All'Alba 2 - Texas, Sangue E Denaro (1999)
Siamo sempre nello stesso universo narrativo, ma il tono è cambiato. Non c’è più quella sensazione di essere catapultati dentro due film cuciti insieme, come accadeva nel primo. Qui si entra subito nella dimensione vampiresca e non se ne esce più. È un film che non gioca sull’effetto sorpresa, ma sull’esagerazione. È più crudo, più fisico, più cattivo, e a tratti anche più grezzo. Non ha la stessa eleganza narrativa di Rodriguez e Tarantino, ma sceglie di compensare con la quantità di sangue, morsi e corpi che volano in aria.
Il regista, Scott Spiegel, viene dal mondo dei B-movie e ha lavorato con Sam Raimi, e questa cosa si nota tantissimo: l’impronta è quella dello splatter anni ’80, con inquadrature assurde, ritmo serrato e quella voglia di trasformare ogni scena in un’esplosione di budella e denti affilati. Lo humor nero è ancora presente, ma meno fine. Dove il primo film giocava con l’intelligenza dello spettatore, il secondo si diverte a prenderlo a secchiate di sangue. E per chi ama questo tipo di cinema, è quasi una carezza affettuosa.
La trama è semplice, molto più essenziale del primo. Un gruppo di criminali si ritrova invischiato in una storia vampiresca al confine tra Stati Uniti e Messico. Non c’è la costruzione dei personaggi che avevamo con i fratelli Gecko, niente dialoghi memorabili, niente cambi di tono improvvisi. Qui si corre dritti verso l’azione, senza troppe esitazioni. In un certo senso è un film più “onesto”: ti promette vampiri e splatter e ti dà esattamente quello, senza fronzoli né ambizioni particolari.
Ovviamente il paragone con il primo capitolo è inevitabile e anche un po’ ingiusto. Dal tramonto all’alba 2 non ha la pretesa di essere un cult. Non cerca di stupire, non inventa nulla di nuovo. Ma allo stesso tempo non finge di essere altro. È una carneficina divertita e consapevole di esserlo. Un film per chi ama gli horror da videoteca, quelli da guardare a notte fonda con la luce spenta e una birra in mano. Non a caso è un prodotto pensato direttamente per il mercato home video: budget più basso, libertà maggiore e quella sfacciataggine tipica dei sequel che non devono dimostrare nulla a nessuno.
Riguardandolo oggi, la differenza con il primo è netta e quasi brutale: meno stile, più sangue. Meno cinema “grande”, più intrattenimento di genere. Ma non per questo è da buttare, anzi. Ha il pregio di non scimmiottare l’originale, di prendere la strada più semplice e diretta: dare ai fan dell’horror quello che vogliono. E lo fa con un’energia rozza ma efficace. Non è un film che ti resta addosso come il primo, ma ti diverte nel momento in cui lo guardi. Ed è probabilmente esattamente quello che voleva essere.
giovedì 9 ottobre 2025
Dal Tramonto All'Alba (1996)
La coppia Rodriguez–Tarantino funziona qui come un’orchestra improvvisata ma perfettamente sincronizzata. La prima parte è quasi teatrale, costruita sui dialoghi e sui rapporti malati tra i personaggi: George Clooney, nei panni di Seth Gecko, è carismatico e magnetico, lontano anni luce dal bravo ragazzo di E.R. che lo aveva reso famoso. Tarantino, con quella faccia da psicopatico sorridente, è inquietante e divertente allo stesso tempo. Harvey Keitel e Juliette Lewis aggiungono uno spessore quasi malinconico, mentre Salma Hayek — con il suo celebre balletto ipnotico con il serpente — diventa uno di quei momenti di cinema che non si dimenticano facilmente. Poi, senza troppi complimenti, il film cambia pelle: dal realismo pulp al mostruoso, dal thriller alla carneficina, da Pulp Fiction a un B-movie sanguinolento. E la cosa più incredibile è che funziona.
Guardandolo oggi ho apprezzato tantissimo il ritmo e il montaggio, quella sensazione di cinema fatto con le mani, con idee, con passione e non con i soldi di uno studio gigante. Il budget era relativamente contenuto, ma non si direbbe. Gli effetti speciali sono artigianali, sporchi, concreti. Quasi niente computer, tanto trucco prostetico, lattice e sangue finto. Ed è forse per questo che il film è invecchiato bene: perché non cerca di sembrare qualcosa che non è. È onesto, diretto, ironico. Non si prende sul serio ma sa esattamente dove vuole portarti. Rodriguez lo gira nel deserto, costruisce da zero il Titty Twister, e crea un teatro perfetto per una notte di follia.
Un’altra cosa che oggi si nota molto di più è il coraggio produttivo dietro a tutto questo. Tarantino aveva scritto la sceneggiatura come un film horror di serie B commissionato da Robert Kurtzman, uno dei maestri degli effetti speciali. Ma poi arriva Rodriguez, accetta di girarlo e lo trasforma in qualcosa di molto più ambizioso: un omaggio al cinema di genere, ai western, agli horror anni Ottanta e a tutto quel mondo di film che si facevano per divertimento, senza preoccuparsi troppo dei premi o della critica. È un film che vive di libertà. E questa libertà si sente in ogni inquadratura.
Da ragazzo mi era piaciuto soprattutto per l’azione e per il colpo di scena. Da adulto mi piace per i dialoghi, per quella scrittura che non lascia mai spazio al superfluo, per la recitazione calibrata e per la sfrontatezza con cui cambia completamente registro senza chiedere permesso. È cinema pop, trash, pulp, eppure elegantissimo nella sua anarchia. È un film che oggi probabilmente non passerebbe indenne dalle mani di qualche comitato produttivo iper prudente. Ma negli anni ’90 era tutto più libero, più selvaggio, e Dal tramonto all’alba è figlio diretto di quella libertà.
Non è solo un film con i vampiri, e nemmeno solo un pulp. È una piccola dichiarazione d’amore al cinema di genere. È uno di quei film che non pretendono di essere capolavori ma che, alla fine, rimangono impressi molto più di tanti titoli più blasonati. Se da adolescente lo avevo trovato assurdo, oggi mi sembra un colpo di genio. Quando il cinema smette di prendersi troppo sul serio e osa, a volte, riesce a essere davvero indimenticabile.
venerdì 3 ottobre 2025
Cassandra Crossing (1976)
La trama è semplice ma funzionale: un terrorista infettato da un virus letale si imbarca su un treno europeo diretto in Svezia. I passeggeri, ignari, si trasformano in potenziali bombe biologiche su rotaia. Le autorità militari decidono di contenere il contagio non con soluzioni mediche o umanitarie, ma deviando il convoglio verso un ponte fatiscente, il famigerato “Cassandra Crossing”, con la chiara intenzione di sacrificare tutti i viaggiatori pur di eliminare il rischio di un’epidemia fuori controllo.
Rivisto oggi, il film ha inevitabilmente un che di vetusto: i ritmi sono dilatati, gli effetti speciali datati e certe soluzioni narrative un po’ forzate. Ma Cassandra Crossing conserva un fascino particolare, sia per l’ambientazione claustrofobica del treno lanciato senza sosta, sia per l’attualità sorprendente del tema. L’idea di “contenere il contagio” con misure sproporzionate, quasi più politiche che sanitarie, ci ha riportato alla memoria le derive reali della pandemia di Covid, quando l’emergenza ha giustificato scelte radicali e spesso discutibili.
Dal punto di vista cinefilo, Cosmatos costruisce un film che risente fortemente della moda catastrofica degli anni ’70, sulla scia di titoli come L’inferno di cristallo. Il montaggio alterna primi piani dei protagonisti (a tratti ingessati, ma sempre magnetici) a inquadrature che cercano di restituire la scala epica della vicenda, anche se la produzione europea non aveva gli stessi mezzi hollywoodiani. La fotografia di Ennio Guarnieri, pur non memorabile, riesce a dare al treno un’atmosfera cupa e asfissiante, mentre le musiche di Jerry Goldsmith aggiungono tensione con la loro inconfondibile impronta orchestrale.
Il film non è un capolavoro, ma resta un solido pezzo di cinema catastrofico anni ’70, dove il confine tra intrattenimento e allegoria politica è sottile. Se da un lato diverte con la sua tensione, dall’altro fa riflettere sul rapporto tra potere, paura e vite umane sacrificate sull’altare della sicurezza. In questo senso, Cassandra Crossing non ha perso del tutto la sua forza, anzi: col senno di poi, suona quasi profetico.
Un viaggio lungo i binari del thriller, con fermate obbligate nella paranoia collettiva.
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- Biografia e filmografia Loren (scheda testuale)
- Galleria fotografica
- Premi Loren (scheda testuale)
lunedì 29 settembre 2025
L'Ascensore (1983)
La trama è tanto semplice quanto claustrofobica: un ascensore di un moderno palazzo sembra impazzire, provocando incidenti inspiegabili e mortali. A indagare sono un tecnico incaricato della manutenzione e una giornalista curiosa, che presto si rendono conto che il problema non è un guasto qualunque: dietro c’è qualcosa di molto più oscuro e “avanzato”.
Ed è qui che il film sorprende. Negli anni ’80, il terrore tecnologico non si concentrava ancora sull’intelligenza artificiale come oggi, ma sul rischio di sistemi elettronici “troppo autonomi”. Il film parla di chip in grado di “pensare”, un concetto che oggi ci fa sorridere, ma che al tempo era lo spauracchio dell’informatica emergente. In questo senso, L’ascensore è incredibilmente “in linea con i tempi”: se uscisse oggi, probabilmente il colpevole sarebbe un’IA maligna (anche se Skynet è solo di un anno dopo), ma il meccanismo della paura resterebbe identico.
Certo, il basso budget si sente: gli effetti speciali sono rudimentali, la regia non sempre riesce a mantenere alta la tensione, e i dialoghi — soprattutto nella traduzione italiana — lasciano a desiderare. È curioso notare come si crei confusione tra “meccanico” ed “elettricista”, o tra “informatica” ed “elettronica”. Forse già nell’originale c’erano ingenuità di scrittura, ma il doppiaggio italiano di certo non aiuta. Però parliamo di un film “di altri tempi”: queste sbavature oggi fanno quasi parte del suo fascino vintage.
Un altro aspetto interessante è il contesto della sua diffusione in Italia: L’ascensore venne trasmesso su Italia 1 all’interno dello storico contenitore horror Zio Tibia Picture Show. Per chi c’era, fu una di quelle notti televisive che segnarono l’immaginario degli appassionati, rendendo il film un cult casalingo ancora prima che arrivasse nei circuiti home video. E fu il primo film ad essere "bollinato" con la dicitura "vietato ai minori di 14 anni": prima erano vietati, ma non c'era il bollino.
Dick Maas, tra l’altro, ci credette abbastanza da girarne anni dopo un remake con più mezzi, Down – Discesa infernale (2001), ambientato a New York e con un cast internazionale che devo ancora recuperare.
In definitiva, L’ascensore è un film che parla di un’epoca in cui la tecnologia faceva paura perché incomprensibile, misteriosa e potenzialmente letale. Un horror con i suoi limiti, ma capace di raccontare in modo diretto l’ansia per l’evoluzione delle macchine. Un titolo che gli amanti del genere dovrebbero recuperare, non solo per il brivido claustrofobico, ma anche come testimonianza culturale di un periodo in cui persino un “banale” ascensore poteva trasformarsi in una trappola mortale.
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venerdì 18 luglio 2025
Osterman Weekend (1983)
Non è certo il film che ti aspetti da un regista iconico come Sam Peckinpah, quello che ha riscritto le regole del western e dell’action con Il mucchio selvaggio e Cane di paglia. Eppure Osterman Weekend, uscito nel 1983 e tratto da un romanzo di Robert Ludlum (sì, quello di Jason Bourne), è una creatura strana, ibrida, quasi malata. Ultima opera di un autore ormai provato fisicamente e psicologicamente, è un thriller paranoico che sembra vivere in uno specchio deformante, dove la CIA fa la parte del Grande Fratello e gli amici del weekend diventano sospetti, burattini e potenziali traditori.
La trama in breve: un giornalista televisivo (Rutger Hauer, che pochi mesi prima era il replicante più figo della storia in Blade Runner) viene avvicinato da un misterioso agente (John Hurt) che gli rivela che i suoi amici più intimi sono in realtà spie sovietiche. Bastano pochi minuti e sei già nel delirio: sorveglianza, manipolazione, giochi mentali, intrighi che si accartocciano su sé stessi.
Peckinpah ci mette dentro tutto quello che può: telecamere ovunque, montaggi sincopati, flashback schizofrenici, una regia che alterna momenti di autentica tensione a sbalzi da thriller televisivo anni '70. Il problema? È tutto un po’ sopra le righe. Il romanzo di Ludlum è già un mattone incasinato, il film riesce nell'impresa di renderlo ancora più contorto, aggiungendo il malessere del regista e un'atmosfera straniante da incubo post-Watergate.
Il cast è da urlo: oltre a Hauer e Hurt, ci sono Dennis Hopper (che sembra uscito da un trip acido), Burt Lancaster (quasi in autoparodia), e Meg Foster, con quegli occhi da aliena che inquietano più di mille effetti speciali. Tutti sembrano sapere qualcosa che tu spettatore non capisci fino in fondo. E forse nemmeno loro.
Alla fine, Osterman Weekend è un film imperfetto, malato, invecchiato male ma affascinante. Un esempio di cinema che prova a dire troppo, quando forse sarebbe bastato dire meno ma meglio. Però è anche l'addio amaro di un regista che aveva fatto la guerra al sistema hollywoodiano, e che qui sembra circondato da nemici invisibili.
Insomma: un pasticcio di classe, un bignami di paranoia anni '80. Se ti piacciono i film dove non ti fidi di nessuno (nemmeno del regista), è da vedere almeno una volta.
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venerdì 4 luglio 2025
Una Donna Per 7 Bastardi (1974)
Qui l’ambientazione è più polverosa di facciata che di sostanza: un gruppetto di uomini rudi, una donna contesa, due calci in faccia, dialoghi da fotoromanzo andato a male. La trama è poca roba, ridotta all’osso: si litiga, si beve, si minaccia, si ride di grana grossa — e si mena. Soprattutto si mena. Le scazzottate sono coreografate a metà, anche senza stunt improvvisati e inquadrature spesso più storte di una sedia sfondata.
Eppure, malgrado tutto, c’è quel fascino sporchissimo di cinema minore che non voleva essere altro se non un passatempo da seconda serata. Un film di cliché appiccicati con la colla: la donna perennemente in pericolo o seducente a comando, i sette maschi rissosi che sembrano usciti tutti dallo stesso bar sotto casa, un regista che probabilmente aveva una sola indicazione: «Buttatevi giù e fate casino».
Insomma, Una donna per sette bastardi è figlio di un’epoca in cui anche la serie B (o C, in questo caso) aveva il diritto di farsi vedere al cinema di provincia o in qualche retro-programmazione notturna. Oggi lo guardi con un occhio mezzo chiuso e un sorriso mezzo aperto: brutto, sì, ma onesto.
E poi, diciamolo: certi “bastardi” di celluloide, col tempo, diventano quasi simpatici.
- Introduzione di Roger Fratter (4 minuti)
- Titoli di testa alternativi
mercoledì 2 luglio 2025
Magic - Magia (1978)
Corky è un prestigiatore di scarso successo che trova nel pupazzo la sua voce e la sua sicurezza. Ma invece di liberarlo, Forca diventa la gabbia. Hopkins è magistrale nel mostrare questa scissione: gli occhi sempre più sfuggenti, la voce che passa dal balbettio incerto alla tirannia ringhiosa di Forca. È un doppio ruolo a tutti gli effetti, solo che la controparte è di legno e stoffa.
Quello che funziona meglio in Magic è la coerenza con cui rimane ancorato alla psiche. Nessuna virata horror a effetto, nessuna possessione. Solo la lenta deriva di un uomo che lascia entrare la follia nel proprio numero da baraccone fino a confonderla con la vita vera. La tensione nasce tutta lì: sapere che non c’è un “spirito maligno” a cui dare la colpa. Siamo soli con Corky e la sua voce interiore, truccata da pupazzo.
Il finale non tradisce questa impostazione: niente spiegoni mistici, nessun colpo di scena da brividi facili. C’è solo la logica conseguenza di una mente che non regge più i fili che muovono il burattino. E non è Fats ad animarsi, ma Corky a disfarsi. Come se fosse lui, in fondo, l’unico vero fantoccio di tutta questa messinscena.
Oggi, tra ventriloqui maledetti e bambole possedute a pacchi, Magic resta un piccolo gioiello di equilibrio psicologico, e pure un monito: a volte fa più paura non avere nessuno a cui dare la colpa, se non se stessi.
mercoledì 25 giugno 2025
Riusciranno I Nostri Eroi A Ritrovare L' Amico Misteriosamente Scomparso In Africa? (1968)
Questo film dal lunghissimo titolo è una commedia che sa di polvere, di sole che cuoce le lamiere e di un’Italia che ancora aveva voglia di perdersi per ritrovarsi. Un titolo chilometrico per un film che – guarda caso – chilometrico lo è davvero: più di due ore e mezza, un formato che oggi ti farebbe chiudere il player al minuto 40. Ma se si resiste, il viaggio merita la fatica.
Il protagonista è Alberto Sordi, qui in modalità imprenditore cinico ma in fondo umano, che parte per l’Africa alla ricerca del cognato scomparso (Nino Manfredi, in stato di grazia). Lo segue l’impiegato fedele e sfigato (Bernard Blier, francese innestato perfettamente nella commedia italiana), ed è subito safari psicologico tra capanne, missioni, indigeni veri e altri visti solo col filtro coloniale.
Il film è figlio del suo tempo, e questo è il suo pregio e il suo limite: una fotografia che gioca con la luce naturale, una sceneggiatura che prende il suo tempo (a volte troppo), e un umorismo che oggi risulterebbe quasi antropologico. Ma è anche un film che osa, che esce dai confini urbani e provinciali per andare a cercare l’avventura, quella con la A maiuscola, anche se poi la trova un po’ per caso, tra una disillusione e un tramonto.
Visto appena dopo Cuore di tenebra di Conrad, è impossibile non notare l’eco: il viaggio nel cuore dell’Africa come viaggio interiore, il personaggio scomparso che si fa leggenda, il protagonista che cambia (o almeno si incrina) durante il tragitto. Certo, qui tutto è più scanzonato, più italiano, più caciara. Ma la traccia c’è. E ti resta dentro.
Alla fine, Riusciranno i nostri eroi... è una commedia filosofica in incognito, mascherata da film di evasione. Ti fa ridere, ti fa riflettere, e a tratti ti lascia lì, nella savana dei tuoi pensieri. Un film d’altri tempi, sì. Ma anche di quelli in cui, forse, ci si perdeva con più onestà.
- Presentazione
- 2 schede didascaliche
martedì 24 giugno 2025
La Settima Donna (1978)
Ci sono film che non hanno bisogno di mostrare tutto per essere disturbanti. La settima donna di Franco Prosperi (leggero pseudonimo di Francesco) è uno di questi. Un’opera che incide nella carne dello spettatore senza necessariamente farla vedere. E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di quasi cinquant’anni, continua a far male.
Ambientato in un convento isolato, in un’Italia che sta ancora cercando di capire se crede più in Dio o nel caos post-‘68, il film racconta l’irruzione brutale di tre criminali in fuga, che sconvolgono l’equilibrio sacro di un piccolo gruppo di novizie. Lì, in quello spazio apparentemente protetto, si consuma una lenta e inesorabile discesa nell’orrore. Ma non è l’orrore a cui ci hanno abituato i torture porn americani o i remake acchiappa-click: La settima donna lavora per sottrazione. Le scene più violente ci sono, eccome, ma non vengono mai sbattute in faccia. E proprio per questo risultano ancora più inquietanti.
La violenza non è solo fisica, è psicologica, sacrilega, carica di tensione erotica e repressa. Florinda Bolkan, nel ruolo della suora protagonista, offre una performance intensa, fatta di sguardi, tremori e dignità ferita. Lo spettatore sente addosso la paura, il terrore paralizzante, l’impossibilità di reagire in un mondo dove ogni riferimento morale sembra crollato.
Ed è qui che La settima donna fa scuola. Oggi ci si affanna a imbastire horror sempre più splatter, sempre più artificiali, pieni di sangue finto e urla isteriche. Ma pochi riescono a costruire un senso di violazione così tangibile, di profanazione così potente, come fa Prosperi con pochi elementi: una location claustrofobica, tre uomini come bestie feroci, e il contrasto tra sacro e profano portato all’estremo.
Un film che mette a disagio. Non perché esagera, ma perché non ha bisogno di farlo. Un cinema violento, sì, ma intelligente, che affonda coltelli simbolici nella carne viva del senso di colpa, della paura del diverso, del trauma non detto. Guardarlo oggi fa quasi rabbia: con così pochi mezzi e nessun effetto digitale, riesce a essere più disturbante di decine di titoli recenti pieni di orpelli.
In definitiva, La settima donna è un pugno nello stomaco ancora attuale. Un promemoria su come si può essere spietati senza diventare ridicoli, e su quanto il vero orrore spesso risieda in ciò che non si vede, ma si sente.
Edizione: DVD
Non è un caso che le versioni fisiche (o digitali ) non si trovano con facilità. Semplice DVD con audio italiano anche in multicanale ed i seguenti extra:
- Presentazione (3 minuti)
- 2 schede didascaliche
mercoledì 21 maggio 2025
Fumo Di Londra (1966)
Diciamolo subito: Fumo di Londra non è un brutto film. È un film... spaesato. Come il suo protagonista. Come il suo regista. Come lo spettatore che, dopo un’ora e mezza, si chiede ancora dove si voleva andare a parare.
Alberto Sordi, nel 1966, si lancia per la prima volta dietro la macchina da presa. Fa tutto lui: scrive, dirige, interpreta. E fin qui, applausi. Il problema è che ci regala una storia che — pur con buone intenzioni — resta a metà strada tra troppe cose: commedia all’italiana, satira di costume, dramma esistenziale, e cartolina turistica con ambizioni da cinema d’autore. Il risultato? Un ibrido confuso, in cui ogni cosa sembra entrare in scena e poi uscire senza aver lasciato il segno.
La trama è quella di Dante Fontana, antiquario romano infatuato dell’Inghilterra aristocratica, che parte per Londra con l’idea di diventare uno di loro. Ovviamente non ci riuscirà, perché l’inglese, per quanto tu possa imitarlo, lo resta solo lui. Ma la parabola di Dante non è né comica né drammatica. È solo... sbilenca. Non decolla mai davvero, non graffia, non emoziona. Segue una linea narrativa che, a tratti, pare scritta giorno per giorno. Vuole essere sofisticata, ma finisce col sembrare incerta.
E poi c'è l’inglese nei dialoghi. Che dire? Un disastro. I personaggi parlano inglese, poi rispondono in italiano, poi tornano all’inglese, ma capiscono tutto come se nulla fosse. Sordi tenta una strana forma di realismo linguistico, ma l’effetto è straniante, a tratti ridicolo. Sembra che nemmeno il film sappia in che lingua dovrebbe esprimersi. Un po’ come il suo protagonista, che non è né carne né pesce: troppo italiano per gli inglesi, troppo “inglesizzato” per gli italiani. E lo stesso vale per la sceneggiatura.
C’è qualcosa di interessante nel tentativo di raccontare l’identità, lo sradicamento, l’imbarazzo di chi sogna di appartenere a un mondo che non lo accetta. Ma è un’idea buttata lì, non sviluppata davvero. Sordi dirige con onestà, ma senza vero slancio. Si percepisce un grande amore per Londra — quella vera, a tinte sbiadite come il fumo, tra pioggia e minigonne — ma manca la cattiveria della satira o la profondità del dramma.
Alla fine, Fumo di Londra è come il suo titolo: evanescente. Ti avvolge per un po’, ma poi svanisce e non lascia molto. Se non la sensazione che anche un gigante come Sordi, ogni tanto, abbia bisogno di una bussola.
Ma va visto? Sì, per curiosità, per completismo, per capire che pure i maestri inciampano. E che a volte, quando cerchi di essere un altro, finisci solo col perdere te stesso.
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domenica 13 aprile 2025
Quando I Mondi Si Scontrano (1951)
La trama è semplice come una profezia biblica. Un pianeta, Zyra, e la sua stella gemella, Bellus, stanno arrivando dritti verso la Terra con l’intenzione di sfondarla come un proiettile nel burro. La scienza (rigorosamente ben pettinata) se ne accorge, cerca di avvisare l’umanità, ma ovviamente nessuno ascolta. Allora si passa al piano B, che tanto quello A sarebbe stato un casino metterlo in pratica se avessero dovuto salvare tutti: costruire un’arca spaziale per salvare pochi eletti e ripopolare un nuovo Eden su Zyra, che passerà vicino alla Terra prima che Bellus la incenerisca.
Oggi, quando si parla di disaster movie, il pensiero corre subito a titoli come Deep Impact o Armageddon, esplosioni digitali e asteroidi , effetti speciali a palate e budget fuori scala. Ma Quando i mondi si scontrano non è stato da meno, se si considera che è figlio dei primi anni Cinquanta. Gli effetti visivi, premiati con l’Oscar, sono un piccolo miracolo artigianale: modellini, matte painting e trucco ottico che riescono a trasmettere lo stesso senso di catastrofe imminente con mezzi infinitamente più modesti. E proprio per questo, forse, più affascinanti.
Il film non ha paura di mettere sul piatto il dilemma etico: chi merita di salvarsi? Chi decide chi sale sull’astronave? Chi resta a morire in una palla di fuoco? Ma non aspettatevi Sartre. Qui la riflessione è sussurrata, mai affrontata. Alla fine vincono la fede intesa come speranza, la scienza, e qualche colpo di fortuna.
Eppure, Quando i mondi si scontrano non è solo un film-catastrofe: è un racconto morale, un messaggio salvifico travestito da B-movie. L’umanità è condannata, ma può salvarsi se sa ascoltare, cooperare e costruire. E magari amare nel frattempo, perché anche mentre la Terra esplode, ci dev’essere spazio per un bacio hollywoodiano. Visione consigliata con: tazza di caffè americano, pioggia fuori dalla finestra, e voglia di fine del mondo (possibilmente vintage).
Ah, ci sta che la traccia omonima degli Iron Maiden, tolte le metafore sullo scontro tra la band ed il nuovo cantante Blaze Bayley, possa riferirsi al film. Non ho indagato a fondo, quindi non trovo riscontri.
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domenica 6 aprile 2025
Camping (1957)
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