Follow the Leader dei Korn arriva in un momento per me contraddittorio, perché il nu metal era un genere che inizialmente guardavo con parecchio sospetto. Venivo da altri suoni, altre strutture, altre ossessioni musicali. Eppure il primo album omonimo dei Korn aveva già iniziato a scalfire quelle resistenze, mostrando qualcosa di diverso, di disturbante e sincero, che non riuscivo a liquidare come semplice moda.
Con Follow the Leader quella curiosità si è trasformata in ascolto vero e proprio. È un disco più consapevole, più strutturato e anche più ambizioso, che prende quanto di buono c’era agli inizi e lo espande senza snaturarlo. Le atmosfere restano cupe, opprimenti, spesso sgradevoli nel senso buono del termine, ma acquistano una dimensione quasi cinematografica, capace di trascinarti dentro un disagio che non cerca consolazione.
Jonathan Davis è il perno emotivo di tutto: voce spezzata, urlata, sussurrata, sempre sull’orlo del collasso. Non canta per piacere, canta per sopravvivere, e questo resta uno degli elementi che più mi ha fatto rivalutare i Korn rispetto ad altre realtà del genere. Anche musicalmente il disco funziona: riff ossessivi, basso ipnotico, groove che ti resta addosso e una produzione che rende tutto più massiccio senza perdere quell’aura malsana. E anche con le prime 12 tracce silenziose, di 5 secondi l'una: un minuto di silenzio in omaggio a Justin, un ragazzo malato terminale.
Follow the Leader non mi ha fatto amare il nu metal in senso lato, ma ha consolidato il mio rispetto per i Korn. È uno di quei dischi che ascolti perché ti mette a disagio, perché non cerca approvazione e perché, nel bene e nel male, suona sincero. Per me rappresenta il momento in cui ho smesso di respingerli per principio e ho iniziato ad ascoltarli senza pregiudizi, riconoscendo che, almeno in questo caso, dietro l’etichetta c’era molta più sostanza di quanto volessi ammettere all’inizio.
Nessun commento:
Posta un commento