martedì 10 febbraio 2026

Dark Quarterer - The Etruscan Prophecy

 The Etruscan Prophecy
Artista: Dark Quarterer
Anno: 1989
Tracce: 6
Formato: CD
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Avevo pronta un'altra recensione, ma appena saputo della morte di Fulberto Serena, storico chitarrista dei Dark Quarterer, ho deciso di buttare giù due righe per omaggiarlo. Oltre allo splendido War Tears, ho il privilegio di avere anche The Etruscan Prophecy, il secondo album della band heavy metal piombinese, in cui era presente questo splendido chitarrista che ci ha appena abbandonati. 

Quando mi sono imbattuto in The Etruscan Prophecy, ho avuto la netta sensazione di entrare in un luogo sonoro dove il tempo non corre come altrove. Non è un disco comodo, né immediato, e proprio per questo porta con sé un fascino tutto suo, un po’ oscuro, un po’ misterioso, profondamente radicato nella tradizione più epica e nello stesso tempo stranamente fuori dal tempo. 

La formazione, allora composta da Gianni Nepi (voce e basso), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria), il disco si muove con passi lunghi e solenni, come se fosse concepito per raccontare storie antiche attorno a un fuoco collettivo. La title track, quasi dieci minuti di suono lento e narrativo, è l’esempio più chiaro di questo approccio: non è solo una canzone, è una piccola saga metallica che si sviluppa tra riff evocativi e cambi di atmosfera. 

L’apertura con “Retributioner” ti piomba addosso con un riff deciso, quasi telegrafico, che ti dice subito che qui non si viene a fare il semplice “metal da ascolto”, ma una musica che richiede attenzione. Brani come “Piercing Hail” e la spettrale “Devil Stroke” (tra le mie preferite) ampliano questo immaginario con tessiture più complesse, dove momenti acustici e passaggi quasi progressivi si intrecciano senza mai perdere quel senso epico e leggermente malinconico che sembra essere il filo rosso dell’intero lavoro. 

La produzione lascia chiaramente intravedere il suo tempo e i limiti dello studio in cui fu registrato, ma curiosamente questa imperfezione contribuisce all’atmosfera: c’è una sorta di patina vissuta che rende tutto più autentico, come se stessi ascoltando un documento emerso da qualche archivio dimenticato.

Il punto di forza dell’album, almeno per me, è proprio questa sua doppia natura: da una parte c’è la tecnica e la costruzione di canzoni lunghe e articolate, dall’altra una tensione evocativa che raramente suona gratuita o fine a se stessa. È un disco che cresce con l’ascolto, che si svela a piccoli strati, e che riesce a restituire un senso di epica metal lontana dai cliché più moderni, più vicina a un’idea di racconto sonoro che ti accompagna e ti cattura.

Proprio nel suo essere un po’ ostico, un po’ lontano dalle mode (di fine ani ottanta), sta la sua forza. È un disco che ti ricorda che il metal può essere narrativa, mito, profezia — e che a volte vale la pena lasciarsi trasportare in territori dove la musica sembra voler raccontare più storie di quante tu sia pronto ad ascoltare al primo impatto.

 Ciao Fulberto Serena. 

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