
Quando mi sono imbattuto in The Etruscan Prophecy, ho avuto la netta sensazione di entrare in un luogo sonoro dove il tempo non corre come altrove. Non è un disco comodo, né immediato, e proprio per questo porta con sé un fascino tutto suo, un po’ oscuro, un po’ misterioso, profondamente radicato nella tradizione più epica e nello stesso tempo stranamente fuori dal tempo.
La formazione, allora composta da Gianni Nepi (voce e basso), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria), il disco si muove con passi lunghi e solenni, come se fosse concepito per raccontare storie antiche attorno a un fuoco collettivo. La title track, quasi dieci minuti di suono lento e narrativo, è l’esempio più chiaro di questo approccio: non è solo una canzone, è una piccola saga metallica che si sviluppa tra riff evocativi e cambi di atmosfera.
L’apertura con “Retributioner” ti piomba addosso con un riff deciso, quasi telegrafico, che ti dice subito che qui non si viene a fare il semplice “metal da ascolto”, ma una musica che richiede attenzione. Brani come “Piercing Hail” e la spettrale “Devil Stroke” (tra le mie preferite) ampliano questo immaginario con tessiture più complesse, dove momenti acustici e passaggi quasi progressivi si intrecciano senza mai perdere quel senso epico e leggermente malinconico che sembra essere il filo rosso dell’intero lavoro.
La produzione lascia chiaramente intravedere il suo tempo e i limiti dello studio in cui fu registrato, ma curiosamente questa imperfezione contribuisce all’atmosfera: c’è una sorta di patina vissuta che rende tutto più autentico, come se stessi ascoltando un documento emerso da qualche archivio dimenticato.
Il punto di forza dell’album, almeno per me, è proprio questa sua doppia natura: da una parte c’è la tecnica e la costruzione di canzoni lunghe e articolate, dall’altra una tensione evocativa che raramente suona gratuita o fine a se stessa. È un disco che cresce con l’ascolto, che si svela a piccoli strati, e che riesce a restituire un senso di epica metal lontana dai cliché più moderni, più vicina a un’idea di racconto sonoro che ti accompagna e ti cattura.
Proprio nel suo essere un po’ ostico, un po’ lontano dalle mode (di fine ani ottanta), sta la sua forza. È un disco che ti ricorda che il metal può essere narrativa, mito, profezia — e che a volte vale la pena lasciarsi trasportare in territori dove la musica sembra voler raccontare più storie di quante tu sia pronto ad ascoltare al primo impatto.
Ciao Fulberto Serena.
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