Autore: Paul Auster
Anno: 1984
Titolo originale: In The Country Of The Last Things
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 176
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Trama del libro e quarta di copertina:
Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c'è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l'oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i "cacciatori di oggetti", persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.
Commento personale e recensione:
Capita, ogni tanto, di sentire il bisogno di una pausa. Nel mio caso, una tregua dalle letture di fantascienza più dichiarate, anche se non necessariamente quelle piene di astronavi, futuri ipertecnologici e mondi lontani. Così ho deciso di virare su Paul Auster, autore che apprezzo moltissimo, e di affrontare Nel paese delle ultime cose, romanzo breve ma tutt’altro che leggero.
Peccato (o forse no) che la pausa sia durata pochissimo: dopo poche pagine è evidente che ci troviamo comunque dentro una distopia. Non fantascienza in senso stretto, certo, ma uno di quei territori di confine che spesso ne condividono l’anima più cupa e riflessiva. Una società collassata, un mondo che si sta letteralmente spegnendo, e l’umanità che sopravvive per inerzia, giorno dopo giorno.
La lettura, però, non mi ha conquistato subito. Anzi. Nonostante la brevità del romanzo, ho incontrato diversi scogli già all’inizio. Il testo è scritto in prima persona (sigh), in forma simil-epistolare (sigh di nuovo) e con una protagonista che si rivolge continuamente a un “tu” indefinito (e qui il sigh diventa corale). Una scelta stilistica che, almeno per i miei gusti, appesantisce la prima parte e contribuisce a una sensazione di lentezza e ripetitività. In più, per buona parte del romanzo, sembra quasi mancare quel “soave modo di scrivere” che spesso associo ad Auster.
Col senno di poi, però, viene da pensare che sia tutto voluto. Un trucco, se vogliamo chiamarlo così. Perché nella seconda parte il libro cambia passo: la narrazione si fa più viva, più tesa, emotivamente più coinvolgente. I personaggi acquistano spessore, il mondo raccontato smette di essere solo una cornice opprimente e diventa materia viva, dolorosa, concreta.
E poi c’è il finale. Bello davvero. Toccante senza essere ricattatorio, coerente con il tono del romanzo ma capace di lasciare il segno. È lì che Nel paese delle ultime cose mostra fino in fondo la sua forza: non tanto come distopia, quanto come riflessione sulla resistenza umana, sulla speranza che sopravvive anche quando tutto il resto è andato perduto. E viene automaticamente pensare a Gaza o Mariupol o Mogadiscio o decine se non centina di altre che hanno visto il terrore.
Un libro non perfetto, almeno per chi fatica con certe scelte stilistiche, ma che alla fine ripaga la pazienza richiesta. E che conferma come Auster sappia parlare della fine del mondo senza mai dimenticarsi delle persone che lo abitano.

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