Visto che Aftermath lo hai già, e quindi la fase blues-pop-sitar di Brian Jones ce l'hai già nello scaffale, il passo successivo per te è uno solo: Let It Bleed. Dicembre 1969, ottavo album inglese dei Rolling Stones, ed è il disco in cui la baracca cambia pelle mentre sta ancora in piedi.
Perché la storia è questa. Brian Jones è ormai un fantasma, viene mandato via durante le sessioni e muore poco dopo, e infatti compare solo in due pezzi, con l'autoharp in You Got the Silver e con le percussioni in Midnight Rambler. Al suo posto arriva Mick Taylor, che qui suona solo in Country Honk e Live with Me ma si capisce già che aria tira. Il resto lo fanno Keith, Charlie, Bill Wyman e un gruppo di ospiti che da solo varrebbe il prezzo del biglietto: Nicky Hopkins al piano, Leon Russell, Al Kooper, Bobby Keys, Byron Berline al violino su Country Honk. Dietro al banco c'è Jimmy Miller, come già in Beggars Banquet.
Poi c'è Gimme Shelter, che apre il disco e che dovrebbe essere obbligatoria in qualsiasi scuola dell'obbligo. Quel tremolo di chitarra iniziale ti mette addosso un'ansia da fine del mondo, e quando entra Merry Clayton con la sua parte vocale la canzone diventa un'altra cosa. Non cercare di capire subito perché ti fa quell'effetto, alza il volume e basta. Tra l'altro è proprio quello che ti chiedeva l'edizione americana del disco, con l'invito a suonarlo forte stampato sulla manica interna.
Il resto è un'altalena meravigliosa. Love in Vain di Robert Johnson in versione Stones, la title track sporca e sgangherata, Midnight Rambler che apre il lato B e ti trascina in una specie di processione blues da incubo, Monkey Man, e poi la chiusura con You Can't Always Get What You Want, con il coro di voci inglesi che parte dal nulla e ti frega ogni volta. Sì, anche se la conosci a memoria. Soprattutto se la conosci a memoria.
Rispetto ad Aftermath qui non troverai più le sperimentazioni da studio un po' curiose e un po' pop, ma una band che ha messo da parte i vestiti buoni e ha trovato la propria strada, più cruda, più americana, più cattiva. Se Aftermath è il momento in cui i Rolling Stones imparano a scrivere le proprie canzoni, Let It Bleed è quello in cui capiscono che cosa farne.
Il voto non te lo do, i voti lasciano il tempo che trovano. Ti dico solo che se dovessi portare cinque dischi dei Rolling Stones su un'isola, e tu di isole te ne intendi, questo ci sarebbe. Poi magari ci metti anche Aftermath, per non fargli un torto.
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