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mercoledì 30 aprile 2014

The Cell + Losing My Religion: vuoto di memoria

Cavolo, ho avuto un tremendo vuoto di memoria. Mi son messo a guardare The Cell - La Cellula convinto di non averlo recensito. Tra l'altro mentre lo guardavo, qualcosa mi tornava in mente, ma credevo fossero reminiscenze della mia prima volta. Quella che mi spinse a guardarlo per la presenza di Jennifer Lopez. Oggi le cose sono un po' cambiate e non so come, ma ho puntato dritto proprio su questo titolo per rispolverare un horror fantascientifico dai risvolti onirici. Tutto pronto, lo guardo, mi accorgo di una chicca sublima che poi vi spiegherò dopo e vado per scrivere la recensione. Inserisco le etichette e mi accorgo che Tarsem Singh lo ho già utilizzato. Eppure come nome non mi dice quasi nulla ed ha fatto da regista ad una manciata di film... E allora cazzo, vado a vedere che neanche due anni fa ho già visto il film e pure lo ho recensito. Un deja-vu bestiale, di quelli che ti ci fanno rimanere veramente male. Anche perchè leggo la recensione e dice le stesse cose più o meno che avrei detto stasera. Un incubo guardate. Giusto per restare in tema. Comunque torniamo alla stupenda cosa che ho scoperto e che l'altra volta non so come mi era sfuggita. Guardate l'immagine usata per l'articolo: si tratta di quando Jennifer Lopez incontra Carl il serial killer. E' praticamente la stessa stanza usata nel video dei R.E.M. Losing My Religion che potrete apprezzare qui sotto. Il regista, tale Tarsem Singh è il medesimo e nel 1191 aveva appunto girato il video musicale.


martedì 27 settembre 2011

R.E.M. - Up


Artista: R.E.M.
Anno: 1998
Tipo album: studio
Numero tracce: 14
Pagina di MusicBrainz

Un cambio di tendenza nella mia collezione musicale, che si allontana pesantemente dal metal o dall'hard rock, ma che non lascia per niente deluso. Oltre che discostarsi dai miei abituali gusti musicali, UP riesce ad essere sperimentale anche per quanto riguarda la produzione dei R.E.M. stessi, avendo caratteristiche prettamente legate all'elettronica ed abbandonando (per forza di cose) una batteria di tipo fisico. Abbiamo quindi un forte uso del sintetizzatore e note decisamente pulite, cristalline, da campionatura. A leggerla così potrebbe sembrare anche quasi un insuccesso, non fosse per le straordinarie chitarre di Peter Buck e per i testi, vere e proprie poesie, che vengono fuori dalla penna di Stipe. Tracce per lo più lente, ma non soffocate, piuttosto introspettive che lasciano spazio a pensieri e parole. Testi impegnati e rassegnati (Sad Professor e The apologist), romantiche dichiarazioni d'amore (con la mia preferita At my most beautiful) , permettono la presenza anche di sonorità più accattivanti (Lotus, Hope e Walk Unafraid). L'elemento elettronico è presente in ogni traccia, pur non oscurando il lavoro di arpeggi, distorsioni e tastiere pure. Un fiume di parole che si susseguono a ritmi riflessivi che nascondono veri e propri capolavori indimenticabili come anche la più conosciuta Daysleeper. L'immediatezza dei pezzi non è il fulcro dell'album, in quanto per apprezzare ottimi lavori spesso ci si deve dedicare ad ascolti più attenti. Ed è proprio per questo che Up piace a dismisura: le tracce iniziano a far parte di te stesso. Un album minimalista se vogliamo, ma che subentra in punta di piedi, onesto ed educato nella (mia) storia musicale.