
Autore: Metallica
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD
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Deh, ogni volta che mi vedo uno short di tale Caravaggio su Youtube, mi si aprono mille ricordi. Ed eccoci qua a parlare ancora (troppo poco in realtà) dei Metallica. Parlare di Master of Puppets significa confrontarsi con quello che molti considerano il monolite definitivo del metal, un'opera talmente imponente da trascendere i confini del genere per entrare di diritto nella storia della musica del Novecento. Per me è un album arrivato successivamente, per riscoprire il gruppo dopo che ero partito con il Black Album del 91: c'è sempre stato quel senso di apprezzamento profondo che non sfocia mai in un amore assoluto, perché descrive perfettamente l'impatto che i Metallica di quegli anni potevano avere su di me, ovvero una macchina da guerra tecnica e compositiva che incute quasi timore per la sua perfezione formale. Se con gli Iron Maiden mi sentivo al caldo della mia comfort zone, con questo album del 1986 entriamo in una cattedrale di cemento e acciaio, dove ogni nota è incastrata in un’architettura sonora complessa e implacabile che non lascia spazio all'improvvisazione.
L'album si apre con l'ingannevole delicatezza acustica di Battery, che in pochi secondi esplode in un assalto sonoro che definisce i canoni del thrash metal, ma è nella title track che i Metallica firmano il loro testamento artistico. Master of Puppets è una suite monumentale che alterna una violenza ritmica chirurgica a un intermezzo melodico di rara bellezza, dove le chitarre di James Hetfield e Kirk Hammett si intrecciano in armonie che sembrano quasi musica classica prestata alla distorsione. È un disco che parla di controllo, di manipolazione e di dipendenza, temi che vengono sviscerati attraverso strutture narrative che rifiutano la classica forma canzone per esplorare territori più progressivi e articolati.
Il cuore pulsante dell'opera resta però il contributo di Cliff Burton, il cui basso non si limita a seguire la batteria, ma diventa uno strumento solista, fluido e colto, capace di elevare brani come Orion a vette di puro lirismo strumentale. È proprio questa tensione tra la furia cieca di pezzi come Damage, Inc. e la costruzione quasi sinfonica di Welcome Home (Sanitarium) a rendere l'ascolto un'esperienza totalizzante, un viaggio oscuro nei meandri della psiche umana sorretto da una produzione che, per l'epoca, risultava incredibilmente nitida e potente. Anche per chi non ha mai giurato fedeltà eterna ai Metallica, Master of Puppets rimane un passaggio obbligato, un "must to listen" perché rappresenta il momento irripetibile in cui l'aggressività giovanile ha incontrato una visione artistica superiore, cambiando per sempre le regole del gioco e dimostrando che si poteva essere estremi senza rinunciare a una scrittura di altissimo livello.
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