Però Falling Into Infinity non è mai stato tra i miei album preferiti dei Dream Theater, e probabilmente è anche per questo che rientra tra i meno ascoltati della mia collezione. Non perché sia un brutto disco, ma perché è un lavoro che mi ha sempre lasciato una sensazione di distanza, come se stessi ascoltando una band che non è del tutto a suo agio nella direzione che sta prendendo.
È un album strano, sospeso, che sembra continuamente trattenuto. Dopo dischi carichi di identità e tensione creativa, qui i Dream Theater appaiono più misurati, più controllati, a tratti quasi prudenti. La scrittura è più lineare, le strutture più convenzionali, le lunghe divagazioni strumentali ridotte al minimo da una parte e forse troppo lunghe e ripetitive dall'altra. Non è il Dream Theater che spinge in avanti i confini, ma quello che li osserva con una certa cautela.
Questo non significa che manchino i momenti riusciti, anzi. Ci sono passaggi intensi, melodie ispirate, atmosfere che funzionano e che, se prese singolarmente, reggono benissimo. Ma l’impressione generale è quella di un disco che non trova mai un vero centro emotivo, come se stesse cercando di tenere insieme anime diverse senza riuscire a farle convivere davvero.
È anche un album molto più emotivo che tecnico, più concentrato sulle canzoni che sull’esibizione strumentale. In teoria potrebbe essere un pregio, ma nel mio caso ha sempre avuto l’effetto opposto: invece di avvicinarmi, mi ha lasciato un passo indietro. Alcuni brani scorrono bene, altri mi risultano poco incisivi, e nel complesso faccio fatica a ricordare il disco come un’esperienza compatta, cosa che con i Dream Theater di solito non mi succede.
Riascoltandolo oggi, capisco meglio cosa stavano cercando di fare, e riesco ad apprezzarne certi dettagli che all’epoca mi erano sfuggiti. Ma resta un album che ascolto raramente dall’inizio alla fine, uno di quelli che non mi viene mai spontaneo scegliere quando ho voglia di Dream Theater. Non mi infastidisce, non lo boccio, semplicemente non mi coinvolge come altri.
Falling Into Infinity per me rimane un disco di passaggio, più interessante da analizzare che da amare davvero. Un lavoro che ha i suoi momenti, ma che non riesce mai a diventare indispensabile. Ed è probabilmente per questo che, ogni volta che lo rimetto "sul piatto" , ho la sensazione di riascoltarlo quasi come se fosse la prima volta.

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