domenica 25 ottobre 2026

Lecce 0 - Juventus 2

 
Siamo già arrivati al punto che con il Lecce devi vincere a tutti i costi, ma hai molti dubbi. Infatti si inizia subito col brivido rischiando di prendere gol su rinvio del portiere. È comunque la Juventus che, ovviamente, fa la partita nei primi minuti e spinge. Non mancano però i pericolo ed oggettivamente non creiamo alcunché. Il vantaggio arriva da palla inattiva con un bello schema ed il texano che torna a segnare. Poi arriva finalmente anche rete, meritata, di Douglas Luiz. Secondo tempo di confusione e senza emozioni nella prima parte: siamo fermi ed il Lecce prova a rendersi pericoloso. Noia totale, ma vittoria meritata e obbligatoria. 

Masterplan (2026)

 Regia: Thomas Vincent
Anno: 2026
Titolo originala: Masterplan
Voto e recensione: 3/10 
Pagina di IMDB )5.4)
Pagina di I Check Movies
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Sarò breve e svogliato: neanche ho perso tempo a cercare una locandina da inserire ad inizio articolo. Un thriller scritto coi piedi, con una fotografia patinata che altro non fa che renderlo inguardabile. Dialoghi e situazioni talmente imbarazzanti che vien voglia di spegnere già dopo dieci minuti. Invece mi immolo per la Patria (ah no) e lo porto a termine, giusto per testimoniarne la bruttezza. Nel frattempo mi guardo i reel, molto più interessanti, delle manifestazioni nelle piazze italiane, soppresse in molti casi da squadristi con divise, scudi e manganelli. Non partecipo, ma sto dalla parte degli oppressi. Sfrutto questo articolo per la mia solidarietà a chi manifestava civilmente, praticamente tutti, per non andare incontro alla censura. Invece di guardarvi film demenziali come questo, se potete scendete in piazza anche voi.  
 
 

Airbnb e le pulizie: io sto dalla parte degli ospiti

 

In questi giorni ho letto parecchie lamentele da parte degli host di Airbnb per le nuove regole introdotte dalla piattaforma, che limiteranno le incombenze da richiedere agli ospiti al momento del check-out. Da host anch'io, però, la penso diversamente: secondo me Airbnb sta andando nella direzione giusta. O almeno non ci vedo niente di drastico. 

Non perché chi affitta un appartamento debba trasformarsi in un servitore personale, ma perché tra il pretendere rispetto per la propria casa e trasformare la partenza in una lista di mansioni domestiche c'è una bella differenza.

Il punto è semplice: se affitto un alloggio per le vacanze, voglio che i miei ospiti si sentano in vacanza. Non al lavoro. Si tratta di affitti brevi. 

Non siamo tutti in vacanza per fare le pulizie

Immaginiamo una coppia che trascorre qualche giorno in una città d'arte. Ha pagato il soggiorno, magari anche le spese di pulizia, e l'ultimo giorno vorrebbe fare colazione con calma, visitare un museo o godersi le ultime ore prima di ripartire.

Poi legge le istruzioni per il check-out: lavare e riporre tutte le stoviglie, togliere le lenzuola, avviare la lavatrice, portare fuori la spazzatura e lasciare la casa in ordine.

A quel punto viene spontaneo chiedersi se si sia prenotato un alloggio per le vacanze oppure un turno di lavoro non retribuito.

Non significa pretendere di lasciare una discarica. Significa distinguere tra il normale rispetto della casa e le operazioni necessarie a prepararla per gli ospiti successivi.

Le pulizie costano? Facciamole pagare il giusto

Una delle obiezioni che ho letto riguarda i costi. Se gli ospiti non devono più occuparsi di determinate attività, qualcuno dovrà pur farle. Vero, ma non mi sembra un motivo sufficiente per opporsi alle nuove regole.

Se le pulizie mi costano più di quanto avevo previsto, posso rivedere la tariffa dedicata. Se il mio appartamento non è sostenibile ai prezzi attuali, devo rivedere i conti. È il normale funzionamento di un'attività.

Non sto dicendo che i prezzi debbano aumentare per forza, ma che eventuali costi aggiuntivi vadano gestiti in maniera trasparente, anziché recuperati chiedendo al cliente di occuparsi di una parte del servizio.

Del resto, se propongo un alloggio per una vacanza comoda e indipendente, non posso stupirmi se gli ospiti desiderano proprio comodità e indipendenza.

Rispettare la casa è una cosa, fare il personale è un'altra

Naturalmente, anche gli ospiti devono fare la loro parte. Un appartamento non è un contenitore usa e getta: è giusto chiedere di rispettare gli orari di silenzio, non fumare dove è vietato, evitare feste non autorizzate e segnalare eventuali danni.

Le nuove regole non impediscono nemmeno di chiedere piccole attenzioni, come raccogliere gli asciugamani utilizzati, separare i rifiuti o lasciare le stoviglie nel lavello. La differenza sta nel non trasformare queste richieste in un elenco di faccende da sbrigare prima di partire.

C'è poi un aspetto che, secondo me, viene spesso trascurato nelle polemiche: noi host dobbiamo garantire che chi arriva dopo trovi un alloggio pulito.

Facciamo un esempio. Una famiglia prenota il mio appartamento per una settimana. Nei primi giorni utilizza piatti, bicchieri e pentole e, naturalmente, lava le stoviglie che le servono. È del tutto normale: non avrebbe senso pretendere che sia io a lavare i piatti dopo ogni pasto.

Ma al momento della partenza, se gli ospiti lavano tutto prima di andare via, io devo comunque verificare che il risultato sia adeguato. Le stoviglie sono davvero pulite? Sono state asciugate e riposte correttamente? Oppure devo fidarmi e metterle direttamente a disposizione di chi arriva dopo?

Personalmente preferisco controllare. E potrei finire per lavare nuovamente cose già lavate dagli ospiti, semplicemente perché non so quanto accuratamente sia stato fatto il lavoro. In pratica, rischierei di fare due volte la stessa cosa.

Ecco perché, a mio parere, ha più senso che gli ospiti si occupino normalmente delle stoviglie durante il soggiorno, mentre la pulizia finale resti a carico di chi gestisce l'alloggio. Non è una questione di pretendere meno collaborazione: è una questione di organizzazione e di responsabilità sul risultato.

Non voglio che gli ospiti lascino avanzi in giro o la cucina in condizioni disastrose. Voglio semplicemente evitare di chiedere loro di svolgere attività che dovrò comunque controllare e che, in ultima analisi, spettano a me per garantire la qualità del soggiorno successivo.

Un buon host non è quello che pretende di più

Credo che una parte delle polemiche nasca da un equivoco sul significato stesso dell'ospitalità. Mettere a disposizione un appartamento non significa soltanto consegnare le chiavi e incassare il pagamento: significa offrire un servizio, con tutto quello che comporta, dalla manutenzione alla pulizia.

Non vuol dire accettare qualsiasi comportamento o lavorare in perdita. Vuol dire stabilire un prezzo adeguato, organizzarsi e chiarire fin dall'inizio cosa è compreso nel soggiorno.

Un alloggio che offre un'esperienza semplice e senza sorprese può essere più interessante di uno apparentemente economico, ma accompagnato da una lunga lista di incombenze finali. E questo si riflette anche sulla reputazione dell'host e sulla possibilità che gli ospiti decidano di tornare.

Airbnb non sta chiedendo agli host di lavorare gratis

Le nuove direttive non risolvono tutti i problemi di chi affitta. I costi esistono, gli ospiti maleducati esistono e le case non si puliscono da sole. Sarebbe bello, ma temo che la tecnologia non sia ancora arrivata a tanto.

Il punto è rendere più chiaro ciò che un ospite può ragionevolmente aspettarsi e ciò che un host può legittimamente chiedere. Regole trasparenti significano meno malintesi e aspettative più chiare per entrambe le parti.

Si può discutere sui dettagli delle disposizioni e sulle situazioni particolari, ma non vedo perché difendere a oltranza qualsiasi abitudine consolidata.

In fondo, quando prenoto una vacanza, voglio tornare a casa con dei bei ricordi, non con la soddisfazione di aver lavato anche l'ultima forchetta prima di partire.

Se faccio l'host, il mio obiettivo è offrire un posto in cui le persone possano godersi le vacanze. E mi sembra ragionevole che, almeno al momento del check-out, possano pensare alla valigia anziché alle faccende domestiche.


sabato 24 ottobre 2026

Vinci, Leonardo e il carro armato

 

Ogni tanto basta una gitarella fuori porta per staccare dalla solita routine e ritrovarsi in un posto che ha qualcosa da raccontare. Stavolta la meta è stata Vinci, nel cuore delle colline toscane, un borgo che deve buona parte della sua fama a uno dei personaggi più straordinari della nostra storia: non Elon Musk, ma Leonardo da Vinci.

La visita aveva due obiettivi ben precisi: il Museo Leonardiano e la casa natale di Leonardo, ad Anchiano, a pochi chilometri dal centro. Vinci è naturalmente legata al suo cittadino più illustre, nato il 15 aprile 1452 (cosa che non tutti sanno), ma il bello è che qui non ci si limita a celebrare il pittore della Gioconda e dell'Ultima Cena. Il museo permette infatti di scoprire anche l'altro Leonardo, quello ingegnere, inventore e studioso che passava da un'idea all'altra con una curiosità praticamente inesauribile.

Il Museo Leonardiano è distribuito tra alcuni immobili come la Palazzina Uzielli e il Castello dei Conti Guidi, un edificio medievale che ospita anche una parte delle collezioni dedicate alle macchine da guerra, al volo e all'ingegneria. Quello che si osserva sono modelli e ricostruzioni realizzati a partire dai disegni e dagli appunti leonardeschi: non soltanto oggetti curiosi da guardare, ma tentativi di dare una forma concreta a idee che, in molti casi, erano decisamente avanti rispetto ai tempi. Alcune sembrano quasi uscite da un film di fantascienza, se pensiamo che furono concepite secoli prima che la tecnologia potesse davvero renderle possibili.

Tra tutte le opere esposte, però, ce n'è una che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi: il carro armato. Non è una sorpresa, visto che mi aveva colpito già durante una visita di circa trent'anni fa. Tanto che, all'epoca, finii persino per acquistare un modellino da portare a casa. Evidentemente certe passioni non passano: cambiano gli anni, ma davanti a certe invenzioni torno a essere quel visitatore di allora. Nonostante sia un pacifista, sia chiaro. 

Il progetto di Leonardo è affascinante soprattutto per come prova a risolvere un problema molto concreto: avanzare sul campo di battaglia proteggendo gli uomini al suo interno e permettendo loro di attaccare il nemico. La macchina ha una forma simile a quella di una grande testuggine, con una copertura che avrebbe dovuto proteggere l'equipaggio e una serie di cannoni disposti lungo il perimetro, capaci di sparare in diverse direzioni. Nella parte superiore è prevista una torretta con aperture per osservare ciò che accade intorno e coordinare le manovre.

A muovere il tutto, almeno nelle intenzioni del progetto, sarebbe stato un sistema di ingranaggi collegato alle ruote, azionato attraverso manovelle da un gruppo di uomini. Insomma, niente motore diesel, cingoli o telecomandi: soltanto ingegno, forza muscolare e una quantità notevole di meccanica. Il concetto richiama quello dei carri coperti utilizzati in guerra già in epoche precedenti, ma Leonardo lo rielabora a modo suo, cercando di concentrare in un unico mezzo protezione, mobilità e potenza di fuoco.



Il modello che si vede al museo rende tutto questo molto più immediato rispetto a un semplice disegno. Si può osservare la struttura, immaginare gli uomini impegnati a farla avanzare e provare a figurarsi l'effetto che una simile macchina avrebbe potuto produrre agli occhi di un soldato del Quattrocento. Non è difficile capire perché mi fosse rimasta impressa già da ragazzo: ha qualcosa di minaccioso, curioso e quasi fantastico allo stesso tempo.

Dopo il museo, la tappa alla casa natale di Anchiano aggiunge un altro tassello alla visita. Qui il contesto cambia completamente: lasciate le macchine e le sale espositive, si arriva a una semplice dimora di campagna immersa nel paesaggio del Montalbano, tra colline e ulivi. La tradizione identifica questo luogo come la casa in cui nacque Leonardo, anche se la ricostruzione storica delle sue origini non è priva di qualche incertezza. Oggi il percorso comprende contenuti multimediali che raccontano la sua vita e il legame con queste terre.



Acquista carro armato di Leonardo da Vinci
Album fotografico Gita familiare a Vinci 

venerdì 23 ottobre 2026

Green Day - Insomniac



Artista: Green Day 
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già raccontato Dookie come colonna sonora del pratone di Baratti, e Nimrod come il disco in cui la band cercava qualcosa di diverso da se stessa. Insomniac  sta nel mezzo, cronologicamente e spiritualmente, ed è il disco che meno assomiglia a quello che i fan si aspettavano dopo il successo enorme di Dookie.

Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.

È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.

Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.

giovedì 22 ottobre 2026

Senso (1954)

 

Regia: Luchino Visconti
Anno: 1954
Titolo originale: Senso 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.4)
Pagina di I Check Movies
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Lo dico subito con onestà, il film storico, romantico e in costume non è proprio il mio genere. Se ne parlo comunque è perché volevo recuperare un pezzo importante del nostro cinema che mi è stato suggerito, e armato di Santa Pazienza ho guardato Senso di Luchino Visconti fino in fondo. Il film è del 1954, tratto da una novella di Camillo Boito della fine dell'Ottocento (che non ho letto, ma so che qui è stata ampliata). Il cast è guidato da Alida Valli e Farley Granger, con Massimo Girotti a completare il terzetto principale.

La storia è ambientata a Venezia nel 1866, in piena occupazione austriaca e mentre l'Italia si prepara alla guerra. Tutto comincia a teatro, durante una rappresentazione del Trovatore di Verdi che si trasforma in una manifestazione contro gli austriaci. Da lì nasce la passione tra la contessa Livia Serpieri e un giovane tenente austriaco, Franz Mahler, un amore che la porta a rischiare famiglia, posizione sociale e patrimonio per un uomo che dall'altra parte della barricata sta con il nemico e soprattutto pensa a se stesso. Ve lo dico così per non rovinarvi il resto, perché la parte che viene dopo conviene vederla con i propri occhi.

Dal punto di vista scenografico e della ricostruzione degli ambienti, considerando appunto che è stato girato nel 1954, devo dire che mi trovo d'accordo: è monumentale e preciso. Interni, costumi, palazzi e luci sono curati in un modo che ancora oggi lascia a bocca aperta, con il Technicolor a dare un colore pieno e ricco a ogni inquadratura. Se c'è una cosa che ho apprezzato senza riserve, è questa. Perfino io, che non sono un fan del genere, ogni tanto mi fermavo a guardare lo sfondo più che i personaggi principali, accerchiati anche da un numero incredibile di comparse.  Il tema del tradimento, che è un argomento sostanzioso, non si limita al piano amoroso. Il tradimento di Livia è verso il marito, certo, ma anche verso i propri ideali e verso la causa patriottica, e il film sembra voler dire che la fedeltà e la lealtà sono cose che si rompono su più livelli insieme. Quindi non solo una storia di passione, ma qualcosa di più morale e generale, che dà un po' di sostanza a quello che altrimenti sarebbe un melodramma in costume.

Poi mi sono cercato qualche informazione extra su Wikipedia e ho scoperto che il film ha subito una forte censura e molti tagli. Per me è una cosa abbastanza inspiegabile per un film di questo genere, che a prima vista sembra solo una storia d'amore ottocentesca. Da quello che ho letto in giro, però, a dare fastidio sarebbe stato il modo in cui venivano mostrati i soldati italiani, non proprio da eroi, e addirittura il finale originale è stato rigirato su richiesta dei censori. Insomma, anche una storia in costume negli anni cinquanta poteva toccare nervi scoperti, e questa curiosità da sola mi ha fatto guardare il film con altri occhi.

 Un film lungo e solenne, da guardare con calma, e che per chi ama il cinema italiano classico è sicuramente un titolo da conoscere.

mercoledì 21 ottobre 2026

Il tempo libero è diventato un lavoro?

 
C'è una cosa curiosa nel modo in cui viviamo il tempo libero: sembra che non siamo più capaci di limitarci a godercelo. Dobbiamo riempirlo, organizzarlo, ottimizzarlo e, possibilmente, dimostrare di aver fatto qualcosa di interessante. Anche quando smettiamo di lavorare, insomma, rischiamo di continuare a comportarci come se fossimo in ufficio.

Prendiamo un fine settimana qualsiasi. Una passeggiata diventa un trekking da programmare con tanto di traccia GPS, dislivello, chilometri e tempi di percorrenza. Una visita a una città si trasforma in una lista di monumenti da spuntare. Un film non è più soltanto un film, ma qualcosa da vedere, giudicare, recensire e magari inserire in qualche classifica personale. Persino la lettura può diventare una gara contro il numero di libri dell'anno precedente.

Non c'è niente di male in tutto questo. Anzi, pianificare le proprie passioni può essere divertente e permette spesso di ottenere molto di più da una giornata. Il problema nasce quando l'organizzazione prende il posto del piacere e ogni attività sembra avere bisogno di una giustificazione.

Abbiamo davvero bisogno di tornare da un viaggio con la sensazione di aver visto tutto? È indispensabile raggiungere una vetta per poter dire di aver fatto una bella escursione? E se una domenica pomeriggio trascorsa a casa, magari leggendo qualche pagina o guardando un vecchio film, fosse semplicemente una domenica ben spesa?

Il sospetto è che una parte della questione abbia a che fare con il modo in cui oggi raccontiamo le nostre vite. I social network hanno trasformato molte esperienze in occasioni per produrre immagini e contenuti. Non basta più andare in un posto: sembra quasi necessario dimostrare di esserci stati. Il panorama diventa una fotografia, il concerto una sequenza di video sul telefono, la cena un piccolo servizio fotografico prima ancora di assaggiare quello che abbiamo nel piatto.

Naturalmente non è una novità assoluta. Anche prima di Internet le persone scattavano fotografie, collezionavano ricordi e raccontavano le proprie avventure. La differenza è che oggi possiamo farlo continuamente, raggiungendo un pubblico potenzialmente enorme e confrontando le nostre giornate con quelle, accuratamente selezionate, degli altri.

E così il tempo libero rischia di diventare una specie di curriculum personale. Bisogna essere sportivi, curiosi, viaggiatori, lettori, appassionati di cinema, frequentatori di mostre e possibilmente anche ottimi cuochi. Tutto contemporaneamente, perché altrimenti sembra di stare sprecando qualche opportunità.

La cosa paradossale è che spesso abbiamo organizzato le nostre passioni proprio per sfuggire alla routine quotidiana. Poi, però, finiamo per costruirne una nuova, con obiettivi, scadenze e risultati da raggiungere. Cambiano le attività, ma la mentalità rimane la stessa.

Forse la soluzione non consiste nel rinunciare a programmare, né nel fingere che vivere alla giornata sia sempre possibile. Chi ha un lavoro, impegni familiari e un budget da rispettare sa benissimo che un minimo di organizzazione è indispensabile. Si tratta piuttosto di ricordarsi perché facciamo determinate cose.

Camminare in montagna dovrebbe essere un piacere, non soltanto un numero da aggiungere al contatore dei chilometri. Leggere un libro non dovrebbe diventare una competizione con se stessi. Visitare una mostra non richiede necessariamente di conoscere ogni dettaglio dell'artista. E non c'è nulla di male nel trascorrere un pomeriggio senza produrre assolutamente niente di utile, interessante o raccontabile.

Anche annoiarsi, ogni tanto, potrebbe essere una buona abitudine. Non quella noia disperata che ci fa guardare l'orologio ogni trenta secondi, ma uno spazio vuoto nel quale non dobbiamo necessariamente decidere cosa fare dopo. Un tempo che non ha bisogno di essere riempito immediatamente da notifiche, video o programmi per il fine settimana successivo.

In fondo, il tempo libero dovrebbe essere proprio questo: tempo nel quale possiamo scegliere, anche di non scegliere niente.

Non è necessario trasformare ogni giornata in un'esperienza memorabile. Non tutte le domeniche devono diventare un'avventura, non tutte le serate meritano una fotografia e non tutti i momenti devono lasciare qualcosa da raccontare.

A volte una giornata è riuscita semplicemente perché siamo stati bene. Senza aver conquistato una vetta, visitato cinque musei o raggiunto un nuovo record personale sui 7km.

E forse il vero lusso, oggi, non è avere più tempo libero. È riuscire a viverlo senza sentirsi in dovere di dimostrare di averlo utilizzato nel modo migliore.

Se anche il divertimento comincia a sembrarci un impegno da portare a termine, forse è arrivato il momento di fermarci un attimo. Non per pianificare meglio la prossima giornata, ma per ricordarci che, qualche volta, non fare niente è già un ottimo programma. Maremma cane, come sono saggio. 

martedì 20 ottobre 2026

Tesla - Mechanical Resonance

 
Artista: Tesla
Anno: 1986
Tracce: 12
Formato: CD
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In attesa della nuova Tesla volante, parlo di un album d'esordio esplosivo di un gruppo che prende lo stesso nome del mitico scienziato ed inventore, il genio visionario che brevettò la corrente alternata e fu derubato di buona parte del merito storico da Edison Loro non inventano, ma piuttosto adattano un heavy metal a varie influenze blues, rock e progressive. 
I Tesla sono una di quelle band degli anni Ottanta che non si nominano per prime quando si parla del periodo, ma che chi le conosce difende con una fedeltà quasi sproporzionata. 
La prima metà è hard rock diretto e muscolare: EZ Come EZ Go apre con un riff squadrato e sincopato, Cumin' Atcha Live porta dentro intrecci chitarristici di Tommy Skeoch e Frank Hannon che sanno già di classe vera. La seconda metà è dove la band si apre davvero: Modern Day Cowboy, singolo di maggior successo, è una hard rock song con un immaginario western che funziona benissimo; Changes introduce il piano su un mid tempo malinconico dal ritornello travolgente; Little Suzi ha un'intro acustica e marcate influenze zeppeliniane; e Gettin' Better mescola arpeggio languido e riff risoluto in modo quasi senza sforzo. La voce di Jeff Keith, roca e graffiante,  è il centro di tutto: calda, diretta, con quella qualità blues che i cantanti hair metal dell'epoca quasi sempre non avevano. . Non rivoluzionario, non sperimentale, ma onesto, ben suonato, con le radici al posto giusto. Uno di quei dischi che si riscopre sempre con lo stesso piacere.

lunedì 19 ottobre 2026

AA. VV. - Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani

 

Autore: AA. VV
Anno: 2026
Titolo originale: Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani 
Pagine: 395
Voto e recensione: 3/5
Acquista ebook su Amazon 

Trama del libro e quarta di copertina:
Soltanto un nuovo sottogenere della fantascienza, oppure il solarpunk è una vera e propria estetica del futuro? "Solar" è l'energia alternativa ai combustibili fossili; "punk" è la ribellione a un modello di sviluppo insostenibile; insieme sono l'utopia che coltiva la speranza, la scintilla in grado di generare un mondo migliore. Il solarpunk non predica un anacronistico "ritorno alla natura", ma persegue un progresso consapevole, nel quale scienza e tecnologia, usate in maniera trasparente e democratica, ci consentano di raggiungere finalmente l'equilibrio con il pianeta. Undici autori e autrici per dieci racconti che gettano un nuovo sguardo sul domani.
I racconti:
  • “Non è l'essenza di conflitto” – Lorenzo Davia
  • “Gong” – Stefano Carducci e Alessandro Fambrini
  • “Fare cerchio” – Giovanna Repetto
  • “Semina di ossa e terra” – Irene Drago
  • “Tre lezioni di tenebre per il mercoledì ”– Franco Ricciardiello 
  • "Diagramma di flusso con svarione" – Fulvio Gatti
  • “Eloisa e la bomba” – Giulia Abbate
  • “Memetica del collasso” – Flavio Torba
  • “Cartolina dal Lago Maggiore” – Romina Braggion
  • “Gomma” – Silvia Treves

Commento personale e recensione:
Lo ammetto subito: i racconti non sono il mio forte. Io sono un tipo da romanzo, uno che vuole starsene settecento pagine con gli stessi personaggi, affezionarsi, soffrire un po' e poi sentire la mancanza quando finisce tutto. Le antologie le guardo sempre con sospetto, come i buffet degli hotel: tanta roba, qualcosa di buono, qualcosa che lasci nel piatto.

Però stavolta la curiosità ha vinto. Il numero speciale estivo di Urania, "Solarpunk - Nuovi sguardi sul domani", era di quelli che non potevo lasciarmi scappare, perché è da un po' che sento parlare di questa corrente "positiva" della fantascienza e volevo capire di che pasta fosse fatta. Dopo anni di distopie, futuri in rovina e catastrofi a rate, l'idea di qualcuno che prova a immaginare un domani decente mi attirava parecchio. E poi, diciamolo, un po' di ottimismo ogni tanto fa bene anche a uno che fa i turni all'alba.

Il punto di partenza è chiaro: il solarpunk parte dai problemi del nostro tempo, a cominciare da quello ambientale, e invece di piangerci sopra prova ad affrontarli in modo costruttivo. Il "punk" sta nella ribellione, quella dell'umanità che non si arrende alla crisi, un po' come quarant'anni fa i cyberpunk si ribellavano al dominio dell'informatica. Poi ognuno la prende dal suo lato: c'è chi spinge sulla tecnologia, chi sul sociale, chi ci costruisce sopra addirittura un giallo.

Il volume è curato da Franco Ricciardiello, che del solarpunk italiano è praticamente un fondatore (ha messo in piedi anche Solarpunk Italia), e si chiude con un'analisi del movimento firmata da lui e da Giulia Abbate, più una cronologia. Insomma, non è solo una raccolta di storie ma anche una specie di piccola guida al genere. 

Per quanto riguarda queste letture il rischio del solarpunk è appiattirsi su comunità autosufficienti e democrazia dal basso, un po' ripetitive e un po' naif, perché il conflitto resta il motore delle storie. I racconti che mi sono piaciuti di più, e sono in buona compagnia, sono quelli che si pongono i problemi scomodi, vecchiaia, malattia, morte, cose che nemmeno nel miglior futuro possibile si possono evitare. 

Poi ci sono i gusti, che è giusto restino gusti. Il primo racconto (quello di Lorenzo Davia) , per dire, mi ha convinto di più ed era sinceramente ciò che mi aspettavo da questa raccolta. 

 Invece in alcuni casi son rimasto un po' deluso, come se tutto fosse un po' forzato. Mi piacerebbe leggere un romanzo più lungo, per provare. Intanto mi tengo la sensazione che questo solarpunk, con tutti i suoi rischi di buonismo, sia un tentativo serio di guardare avanti senza farsi venire l'ansia. 

Che Dio Ci Perdoni (2016)

 
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Titolo originale: Que Dios Nos Perdone
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.1)
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Torniamo in Spagna con Che Dio Ci Perdoni, titolo originale Que Dios Nos Perdone. È un thriller del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen, che lo ha scritto insieme a Isabel Peña, ed è ambientato a Madrid nell'estate del 2011, con un caldo opprimente, le proteste del movimento 15-M e la città invasa dai pellegrini in attesa della visita del Papa. Come cornice per un thriller poliziesco è davvero bella, e già nei primi minuti si capisce che il film ci tiene a fare le cose per bene.

I protagonisti sono due ispettori di polizia che più diversi non si potrebbe, Velarde, introverso e tartaglione, interpretato da Antonio de la Torre, e Alfaro, impulsivo e iracondo, che ha il volto di Roberto Álamo. Devono dare la caccia a un assassino che colpisce donne anziane, e devono farlo in fretta e senza fare rumore, con il resto della città che ha la testa altrove. Come inizio mi aveva preso, perché il killer era misterioso e i due poliziotti stavano investigando, tra piste da seguire, dubbi e indizi da mettere insieme, e io stavo lì a incastrare i pezzi insieme a loro.

Poi succede una cosa che per me ha spezzato l'incantesimo. Gli sceneggiatori hanno deciso di mostrarci chi fosse l'assassino, e da quel momento la parte investigativa mi è sembrata sbrigativa e casuale, con indizi che arrivano quando servono e collegamenti che si fanno per fortuna più che per bravura. Il guaio è che noi spettatori sapevamo già chi fosse, quindi tutta quella fatica per stanare un colpevole che avevamo davanti agli occhi aveva poco senso. Il film perde la sua tensione migliore, quella del non sapere, e la sostituisce con una caccia in cui il destino dei personaggi mi interessava molto meno di prima.

Ha anche vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastián, e questo mi fa sorridere, perché evidentemente io e la giuria abbiamo visto due film diversi, o più probabilmente io mi aspettavo un mistero e loro hanno premiato altro. Ripeto, non è un brutto film e il clima che costruisce funziona, ma quel cambio di rotta a metà strada mi ha lasciato con un senso di occasione sprecata. Un buon inizio che si sgonfia, e a me è dispiaciuto parecchio.

domenica 18 ottobre 2026

Juventus 0 - Lazio 3

 
La si può definire la prima prova "seria" in Campionato? Non che la Lazio sia questa grande squadra, ma attualmente (risultati alla mano) è molto meglio rispetto ad Juventus che deve ancora ritrovarsi. O meglio, deve almeno fingere di non essere nelle posizioni giuste della classifica. Di passi falsi in Serie A ne abbiamo già collezionati almeno un paio (escludo la partita con il Cagliari per pietà ed ottimismo), quindi per risalire la china era auspicabile una vittoria. Senza se e senza ma. Anche quelle di corto muso, con qualche finalizzazione in attacco. Sempre se ne abbiamo uno. E comunque oltre a non essere pericolosi prendiamo nuovamente gol al primo tiro avversario in porta. Noi sempre lenti e prevedibili. Loro al secondo tiro, raddoppiano. Sembrerebbe sfortuna se non fosse che al ottantatreesimo noi ne abbiamo fatto solo uno. Da fuori area, centrale. Ed il secondo è pure centrale di Conceicao. Senza pretese. Velleitario. Sipario chiuso a due minuti dal termine dei minuti regolamentari. Schiacciati in casa. 

Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa

 


Domenica di pioggia, cielo grigio e voglia di fare qualcosa che non preveda di tornare a casa fradici. Quale occasione migliore per una visita a Palazzo Blu, a Pisa, dove è appena arrivata una mostra dedicata a Edward Hopper? Uno dei miei artisti preferiti (perché sì) , quindi la scelta era praticamente obbligata. Anche perché, quando c'è Hopper di mezzo, riesco a trovare una buona ragione per passare qualche ora davanti ai quadri, pure se fuori il tempo invita a fare tutt'altro.

Ho già avuto occasione di ammirare le sue opere sia a Chicago sia a Roma, ma ogni volta è un piacere ritrovarsi davanti a quella pittura così riconoscibile, capace di raccontare molto anche quando, apparentemente, non succede assolutamente niente. Naturalmente, in entrambe le occasioni mi è mancato l'incontro con I nottambuli (Nighthawks), il suo quadro più famoso, quello del locale illuminato nella notte americana. Un'assenza che ormai considero quasi personale. Per fortuna, comunque, ho l'originale a casa. E chi mi conosce sa benissimo che non sto scherzando. 🤭

La mostra di Palazzo Blu, intitolata Edward Hopper: New York e oltre, non è necessariamente una raccolta di tutti i suoi dipinti più celebri, quelli che si trovano riprodotti ovunque e che anche chi non conosce particolarmente l'arte potrebbe riconoscere al primo sguardo. È però un'esposizione piuttosto ampia, con oltre 150 opere che permettono di attraversare diversi momenti della carriera dell'artista americano, dagli esordi alle opere della maturità. Dipinti, acquerelli, disegni e incisioni restituiscono un'immagine più articolata del suo lavoro, senza limitarsi alle poche tele diventate ormai icone della cultura popolare.

Il percorso si sviluppa attorno ai luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua produzione artistica: Parigi, dove Hopper soggiornò più volte nei primi anni del Novecento, New York, città nella quale visse per gran parte della sua esistenza, e i paesaggi del New England (i miei preferiti) , con le sue case, le coste e gli edifici isolati. Sono ambienti diversi, ma legati da uno sguardo che riesce a trasformare scene quotidiane in qualcosa di molto più suggestivo.

Ed è proprio questo, almeno per me, il fascino di Hopper. La sua pittura sembra spesso raccontare una storia senza concederci il privilegio di conoscerla davvero. Ci sono persone ferme in una stanza, figure che guardano fuori da una finestra, strade quasi deserte, edifici colpiti da una luce netta, interni nei quali sembra essersi appena interrotto qualcosa. Non sappiamo cosa stiano pensando i protagonisti, cosa sia successo prima o cosa accadrà dopo. Eppure viene spontaneo immaginarselo.

La solitudine è certamente uno dei temi più evidenti, ma ridurre Hopper a un pittore di persone sole sarebbe un po' troppo facile. C'è anche il rapporto tra gli individui e gli spazi che abitano, tra la vita privata e il mondo esterno, tra la luce e le ombre. E c'è soprattutto quella sensazione di sospensione che rende le sue immagini così particolari: tutto sembra perfettamente normale, ma qualcosa, senza che si riesca a capire esattamente cosa, ci mette a disagio oppure ci costringe a fermarci a osservare.

La luce, poi, è una protagonista vera e propria. Hopper la usa per costruire gli ambienti, per isolare le figure e per dare una forma concreta a sensazioni che altrimenti sarebbero difficili da descrivere. È una pittura apparentemente semplice, almeno a un primo sguardo, ma proprio questa essenzialità contribuisce a renderla così efficace. Non servono scene spettacolari o composizioni complicate per lasciare il segno. A volte basta una finestra illuminata, una sedia, una strada vuota.

Un aspetto interessante della mostra è anche l'attenzione al rapporto tra Edward e sua moglie Josephine, detta Jo, a sua volta artista e figura fondamentale nella sua vita. Attraverso materiali d'archivio e documenti, il percorso permette di guardare oltre le tele e di avvicinarsi anche alla dimensione personale del pittore. Un modo per ricordare che dietro immagini tanto enigmatiche c'era una persona reale, con le proprie relazioni, abitudini e contraddizioni.

L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, ha quindi il merito di offrire una panoramica piuttosto completa, senza trasformarsi in una semplice sfilata di quadri celebri. Chi cerca esclusivamente Nighthawks e gli altri dipinti più iconici potrebbe forse desiderare qualcosa di diverso, ma chi vuole approfondire l'universo di Hopper ha abbastanza materiale per trascorrere una visita interessante.

Personalmente, non ho bisogno di trovare ogni volta il suo capolavoro più famoso per essere soddisfatto. Con alcuni artisti è bello anche semplicemente ritrovare un linguaggio che si conosce e che continua a funzionare, scoprendo magari un'opera meno nota o osservando con maggiore attenzione qualcosa che in precedenza era passato in secondo piano. E Hopper è uno di quelli che riescono a regalarmi questa sensazione.

Insomma, una domenica piovosa trasformata in un'ottima occasione culturale. Palazzo Blu si conferma una tappa gradita per chi ama le mostre d'arte e questa dedicata a Hopper merita una visita, soprattutto se si apprezza il suo modo particolare di raccontare l'America attraverso paesaggi, architetture e persone apparentemente comuni.

E se qualcuno dovesse chiedermi se, alla fine, mi sia mancato I nottambuli, la risposta è ovviamente sì. Ma non ditelo troppo in giro: l'originale è già impegnato a illuminare il mio salotto.

VERdetto: una mostra interessante e abbastanza completa, ideale per ritrovare uno dei grandi interpreti della pittura americana del Novecento. Non necessariamente una collezione di soli capolavori assoluti, ma un percorso che permette di apprezzare meglio l'evoluzione e la poetica di un artista che, anche quando dipinge il silenzio, ha sempre qualcosa da raccontare.

Album fotografico Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa 

sabato 17 ottobre 2026

U2 - Achtung Baby



 Artista: U2
Anno: 1991
Tracce: 12
Formato: CD 
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Con gli U2 avevo già fatto un bel percorso: da October a War, poi il salto in avanti fino a Zooropa, con tutte le perplessità che quel disco si è portato dietro. Ma il punto di svolta vero, quello che spiega tutto quello che è venuto dopo e che cambia il modo di guardare anche i dischi precedenti, è Achtung Baby . Ed era ora di affrontarlo.

La storia della genesi è già di per sé straordinaria. Gli U2 arrivano a Berlino nell'ottobre del 1990, agli Hansa Studios, gli stessi in cui David Bowie aveva registrato la sua trilogia berlinese, con l'intenzione di reinventarsi dopo il doppio album Rattle and Hum e il tour americano che li aveva resi il gruppo rock più grande del mondo. Il problema è che non si mettono d'accordo su niente. Da una parte Bono e The Edge vogliono spingere verso suoni moderni: dance rock, alternative, elettronica, noise. Dall'altra Larry Mullen Jr, Adam Clayton e il produttore Daniel Lanois non vogliono sentire parlare di abbandonare il suono classico degli U2. Le sessioni berlinesi diventano un disastro, e a un certo punto Edge si chiude in una stanza a piangere. Nel mezzo di tutto questo, arriva la notizia che il suo matrimonio con Aislinn O'Sullivan è finito: un trauma personale che diventa il concept emotivo involontario dell'intero disco. L'arrivo di Brian Eno calma le acque: ascolta i demo e convince la band che stanno costruendo qualcosa di importante, e che possono esplorare nuovi territori senza smettere di essere gli U2. Il disco viene completato a Dublino nel 1991.

Il risultato è un cambiamento radicale che lascia senza parole. Zoo Station apre con una chitarra distorta e una voce filtrata che non sembra quella di Bono — e non era mai successo prima. The Fly, primo singolo, spiazza i fan degli anni Ottanta: è noise rock, quasi industriale, con testi sarcastici sulla videocrazia e sull'Occidente dello spettacolo. Mysterious Ways porta dentro il funk e suoni africani in modo che funziona senza suonare forzato. Until the End of the World racconta il tradimento di Giuda dal punto di vista di Giuda stesso, con un riff di Bono e quel suono "sweeping" della chitarra che è uno dei momenti più belli del disco. E poi c'è One: completata la notte prima della fine delle registrazioni, nata durante una sessione in cui la band era ai ferri corti e stava quasi sciogliendosi, diventata poi uno degli inni della storia della musica degli ultimi trent'anni. Il titolo, ha spiegato Bono, è "un grande imbroglio": non parla di unità ma di separazione, di due persone che portano lo stesso peso in modo diverso.

Achtung Baby è considerato da molti il capolavoro assoluto degli U2, superiore persino a The Joshua Tree. Ascoltato dopo Zooropa, disco che da quel suono era nato quasi per caso durante un tour, si capisce dove stava andando tutto e perché. È il disco che spiega gli U2 degli anni Novanta, e uno di quelli che spiegano quel decennio in generale.

venerdì 16 ottobre 2026

In Ordine Di Sparizione (2014)

 
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2014
Titolo originale: Kraftidioten
Voto e recensione: 5/10 
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies 
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Questa volta si va in Norvegia, anche se in realtà la produzione è un misto con Svezia e Danimarca, con In ordine di sparizione, titolo originale Kraftidioten. Forse la prima volta in cui il titolo scelto nella nostra lingua è migliore: tradotto letteralmente sarebbe stato "gli idioti", È un film del 2014 diretto da Hans Petter Moland, ed il protagonista è Stellan Skarsgård, che non è un ultimo arrivato.

Skarsgård fa Nils, un uomo tranquillo e di poche parole che di lavoro guida lo spazzaneve tra le montagne innevate e che proprio all'inizio viene premiato come cittadino dell'anno. Poi il figlio muore, e da brava persona qualunque Nils si trasforma in una macchina da vendetta. Quello che comincia come una caccia personale finisce per innescare una guerra tra bande, con da una parte un boss vegano e dall'altra la mafia serba, il tutto in mezzo a una neve così bianca che il sangue ci sta benissimo sopra. Più la storia va avanti, più il numero dei personaggi cala in fretta, e il titolo, se ci pensate, è un avviso onesto di quello che vi aspetta.

Il film è interessante e carino, e mi ha un po' ricordato i fratelli Coen. Non tanto per la storia in sé, quanto per il tono, quel modo di raccontare cose violente e anche tragiche con una faccia impassibile, lasciando che l'umorismo nasca dalla assurdità delle situazioni e dalla serietà con cui i personaggi le affrontano. Skarsgård aiuta molto, perché tiene un'espressione quasi sempre ferma mentre intorno a lui succede di tutto, e funziona.

Un altro punto a favore è l'ambientazione, con questi paesaggi gelati che da soli fanno già mezza atmosfera e danno al film un fascino particolare. Non ho trovato niente di indimenticabile, la formula della vendetta è abbastanza collaudata e non mi ha sconvolto, ma è girato bene e si guarda con piacere dall'inizio alla fine. Se vi piace il cinema nordico e quel genere di commedia nera e secca, per me è una visione che vale la serata.

giovedì 15 ottobre 2026

Juice Newton - Juice

 

Artista: Juice Newton
Anno: 1981
Tracce: 10
Formato: vinile 
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Con Juice Newton il punto di partenza è uno solo: Angel of the Morning. La conosco, la amo, e quella voce calda e un po' graffiante che si appoggia sulla melodia è una di quelle cose che entrano dentro senza chiedere permesso. Ma da lì a comprare l'album ci vuole qualcosa in più, e la storia di quella canzone è già di per sé una buona ragione per approfondire. Per questo deve intervenire VIKI con i suoi atti di convinzione. 

Angel of the Morning non è originariamente di Juice Newton. La scrisse Chip Taylor nel 1967, musicista americano che aveva già firmato Wild Thing per i Troggs e che disse di averla composta ascoltando Ruby Tuesday dei Rolling Stones in auto mentre guidava verso New York, cercando di catturare quello stesso tipo di passione. Il brano fu offerto prima a Connie Francis, che lo rifiutò perché il testo le sembrava troppo licenzioso per la sua immagine (la storia di una donna che trascorre la notte con qualcuno senza promesse né sensi di colpa, e se ne va all'alba senza rimpianti). Lo rifiutò. Bene per tutti gli altri. La prima registrazione fu di Evie Sands nel giugno 1967; il primo successo vero arrivò nel 1968 con Merrilee Rush e i Turnabouts, che la portarono al numero 7 della Billboard Hot 100 e in vetta alle classifiche di Canada, Australia e Nuova Zelanda, guadagnando anche una nomination ai Grammy. In Italia, nello stesso anno, i Profeti ne fecero una versione con il titolo Gli occhi verdi dell'amore, testo decisamente più casto come da tradizione nostrana. Nel 2001 ci tornò su Shaggy, con risultati che è meglio non commentare per qualcuno rispetto alle edizioni più datate , ma che onestamente me l'ha fatta conoscere e piacere. Nel mezzo, decine di cover, tra cui Nina Simone nel 1971 e Olivia Newton-John.

Poi arriva Juice Newton, nel 1981, con la versione che ha battuto tutte le altre commercialmente e che è rimasta quella di riferimento nell'immaginario collettivo. Newton, nata in Virginia nel 1952, aveva già cinque album alle spalle senza grande fortuna. Juice  è il disco che le cambia la carriera: sesto album in studio, primo con Capitol Records, prodotto da Richard Landis, con un suono che mescola country pop e soft rock in modo morbido e immediato. Angel of the Morning apre il disco e va direttamente al numero 4 della Billboard Hot 100, certificata oro. La voce di Newton ci mette qualcosa di personale che le versioni precedenti non avevano: è più caldo, più diretto, meno legato al contesto country delle origini.

Il disco non si ferma lì. Queen of Hearts, secondo singolo, arriva al numero 2 in classifica e viene certificata oro anch'essa. The Sweetest Thing (I've Ever Known), terzo singolo, chiude il tris toccando il numero uno della classifica country. Tre singoli di successo dallo stesso album è roba che non capita spesso, e spiega perché Juice abbia venduto quanto ha venduto. Il resto del disco è country pop ben costruito, senza picchi clamorosi ma senza momenti morti: River of Love, scritta dalla stessa Newton, e Shot Full of Love sono i momenti più personali. Ride 'Em Cowboy è la traccia più energica, quasi rock nel contesto.

Non è un disco che stravolge il mondo, e non ci prova. Ma se Angel of the Morning ti ha preso come ha preso me, il resto di Juice è esattamente il contesto giusto in cui ritrovarla: un disco onesto, ben suonato, con una voce al centro che sa quello che fa. Vale l'ascolto, tutto quanto.

mercoledì 14 ottobre 2026

Radiohead - Pablo Honey



Artista: Radiohead
Anno: 1993
Tracce: 12
Formato: CD 
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Con i Radiohead ero partito da OK Computer, il disco che considero il loro più importante e che mi ha fatto capire cosa fossero davvero. Prima o poi però bisognava tornare all'inizio, e l'inizio è Pablo Honey, esordio registrato in tre settimane. 

Diciamolo subito: Pablo Honey è considerato il disco più debole della loro discografia, e i Radiohead stessi lo hanno più volte snobbato. È figlio del suo tempo, con influenze che vanno dagli U2 ai Pixies agli Smiths, in un 1993 in cui il rock alternativo americano dominava ovunque e i critici britannici erano già pronti a bollare la band come "Nirvana-lite". Non c'è ancora il suono che avrebbero trovato successivamente, e si sente: c'è qualcosa di incompiuto, di non del tutto a fuoco, di promessa non ancora mantenuta.

Eppure. C'è un motivo per cui Pablo Honey vale la pena, e quel motivo si chiama Creep. Lo so, lo amano tutti. Ma ci sarà un perché, no? Dice che il brano era stato registrato quasi per caso su suggerimento del produttore, che aveva convinto la band a riprenderlo durante le sessioni. La BBC Radio 1 lo bocciò come "troppo deprimente" per la messa in onda; in Gran Bretagna uscì come singolo nel settembre 1992 e arrivò appena al numero 78 in classifica, vendendo seimila copie. Poi qualcuno la fece girare negli Stati Uniti, e nel 1993 era già numero due nella classifica alternative americana. La ristampa del singolo la portò al numero 7 in Gran Bretagna. Thom Yorke nel 1993 dichiarò di avere "notevoli problemi nell'essere un uomo degli anni Novanta", che è forse la descrizione più precisa di quello che la canzone contiene.

Il testo parla di inadeguatezza, di sentirsi fuori posto, di desiderare qualcuno che non ti guarda. "I want a perfect body, I want a perfect soul": chi non l'ha sentita propria almeno una volta? Quel cambio di chitarra distorta prima del ritornello, quella dinamica dal sussurro all'urlo, è diventata una delle strutture più imitate degli anni Novanta. La band sviluppò poi un rapporto di amore-odio con il brano, arrivando a bandirla dai concerti per anni. Ad oggi è il singolo dei Radiohead più ascoltato su Spotify, con oltre duecentotrenta milioni di stream. Il doppio rispetto a qualsiasi altra loro canzone.

Il resto del disco vale meno, e non ha senso fingere il contrario. Blow Out, che chiude l'album, è il brano che la band ha continuato a suonare dal vivo più di qualsiasi altro di questo disco: diversi minuti di crescendo con una coda strumentale che anticipa qualcosa di quello che sarebbero diventati. Anyone Can Play Guitar è il singolo più diretto e immediato. Ma Pablo Honey resta soprattutto il contesto che ha prodotto Creep, e come tale merita ascolto. Un passaggio obbligato, acerbo ma onesto.

martedì 13 ottobre 2026

Don't Say A Word (2001)

 
Regia: Gary Fleder
Anno: 2001
Titolo originale: Don't Say A Word
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Se dico che i thriller non li fanno più come una volta, vorrei che fosse chiaro che non è solo nostalgia. Gli anni novanta da questo punto di vista sono stati grandiosi, e Don't Say a Word è del 2001, ma poco cambia, siamo in quel filone lì. La cosa che mi dà più credito è che l'ho guardato oggi per la prima volta, quindi niente effetto ricordi di un tempo, niente gioventù a fare da filtro rosa. Ho visto un film nuovo con gli occhi di adesso, e mi è piaciuto lo stesso.

Il regista è Gary Fleder, con  Michael Douglas che fa Nathan Conrad, uno psichiatra newyorkese stimato, di quelli bravi con gli adolescenti difficili, a cui in poche ore crolla il mondo addosso. Gli rapiscono la figlia e per riaverla gli viene dato un compito impossibile, convincere una giovane paziente a rivelare un numero che serve ai rapitori per mettere le mani su un gioiello nascosto. Il guaio è che la ragazza, interpretata da Brittany Murphy, non parla da dieci anni, e il tempo a disposizione è poco, una manciata di ore. Il cattivo è Sean Bean, che di mestiere fa il cattivo, e con lui a completare il quadro ci sono Famke Janssen come moglie (un po' tiepida in realtà), Oliver Platt come collega e Jennifer Esposito nei panni di una detective che nel frattempo si mette di mezzo. A parte Douglas nomi nella norma, ma già rivisti su numerose pellicole.

Insomma, è un thriller ben fatto e con un buon ritmo, di quelli in cui la tensione non ti molla mai e ogni scena spinge la successiva senza troppi giri a vuoto. Il conto alla rovescia fa il suo dovere, e la storia tiene su più fili contemporaneamente senza mai farti perdere l'orientamento. Certo, ogni tanto ci sono scene poco credibili, o forzate, di quelle in cui senti la sceneggiatura che spinge a mano il protagonista dove serve alla trama. Da lì a smontare il film però ce ne passa, perché a me quelle forzature sono scivolate addosso senza rovinarmi il gusto.

Non è un titolo di grido, e non mi aspetto di vederlo citato nelle liste dei grandi film del genere. Sono sicuro che ai critici dell'epoca sia sembrato un thriller piuttosto routine e che di recensioni più severe della mia ce ne siano a bizzeffe. Eppure riesce a tenerti piacevolmente seduto a guardarlo, che per un film del genere è già un buon traguardo. Se avete una serata libera e una voglia di thriller come si facevano una volta, per me questo se lo merita.

lunedì 12 ottobre 2026

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600 (EX01C10P02)

 
A pochi giorni dal precedente aggiornamento, il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. La versione è la CPH2769_16.0.10.600 (C10P02) e, questa volta, il download raggiunge gli 831,46 MB.
Una dimensione tutt'altro che trascurabile, soprattutto se si guarda alle note di rilascio, che risultano decisamente più scarne rispetto a quelle dell'aggiornamento precedente.
Quasi un gigabyte, ma cosa cambia?
Il changelog ufficiale è piuttosto essenziale: OnePlus segnala l'integrazione della patch di sicurezza Android di settembre 2026, con l'obiettivo di migliorare la protezione del sistema.
Nient'altro viene specificato. Nessuna nuova funzione, nessuna correzione dettagliata, nessun riferimento a miglioramenti della fotocamera o dell'autonomia. Almeno stando alle informazioni pubblicate dal produttore.
La domanda, quindi, viene spontanea: perché un aggiornamento dedicato apparentemente alla sola sicurezza richiede oltre 830 MB?
Non abbiamo elementi sufficienti per dare una risposta certa. Un pacchetto di queste dimensioni può comprendere anche componenti di sistema e altri interventi non descritti nelle note di rilascio, ma sarebbe azzardato attribuire a questo aggiornamento modifiche specifiche senza una conferma.
Anche la dimensione del download, da sola, non dimostra che siano state introdotte novità nascoste. Per scoprirlo servirebbe un'analisi tecnica del pacchetto oppure una comunicazione più dettagliata da parte di OnePlus.

Che cosa si dice in rete?
La versione 16.0.10.600 è stata annunciata anche nella community ufficiale OnePlus per il modello 15R, con distribuzione progressiva nelle diverse regioni. La build europea è identificata dal codice CPH2769.
Nelle discussioni degli utenti si trovano anche segnalazioni di possibili problemi di autonomia e rallentamenti dopo l'installazione. Si tratta però di testimonianze individuali, che non permettono di concludere che l'aggiornamento presenti effettivamente questi difetti.
È quindi opportuno non confondere le impressioni riportate nei forum con problemi confermati e diffusi. Per capire come si comporta il nostro dispositivo, resta fondamentale osservare il funzionamento concreto dopo l'installazione.
Un aggiornamento importante o una semplice manutenzione?
La patch di sicurezza è una componente importante della manutenzione di uno smartphone, anche quando non porta con sé novità visibili. Non tutti gli aggiornamenti devono necessariamente aggiungere funzioni o modificare l'interfaccia: correggere vulnerabilità e mantenere il sistema protetto è già un motivo valido per distribuire nuovo software.
Resta però una certa curiosità per le dimensioni del pacchetto. Dopo un aggiornamento precedente che introduceva diverse modifiche alle applicazioni di sistema, ritrovarsi con altri 831 MB accompagnati da una sola voce nel changelog lascia inevitabilmente qualche interrogativo.
Non significa che ci sia qualcosa che non va, né che il produttore stia nascondendo necessariamente delle novità. Semplicemente, le informazioni disponibili non consentono di andare oltre la patch di sicurezza dichiarata.

King Diamond - Abigail

 
Artista: King Diamond
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD
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Con i King Diamond ho fatto un errore di valutazione iniziale abbastanza comprensibile: credevo fossero un gruppo come tanti altri, e invece King Diamond è prima di tutto una persona, il danese Kim Bendix Petersen, che ha preso questo nome d'arte e ha costruito intorno a sé una band. Non un'entità collettiva alla pari, ma un progetto con un autore preciso al centro. Chiarito questo, Abigail  è arrivato nella mia collezione per una serie di motivi convergenti: è puramente anni Ottanta, è un concept album con una storia unica e misteriosa, e arriva dal nord Europa, il che per me già diceva qualcosa di diverso rispetto alla solita scena anglo-americana. In più mi sembrava vicino ai Blind Guardian, quella voglia di raccontare qualcosa attraverso la musica piuttosto che limitarsi a suonare.

King Diamond proveniva dai Mercyful Fate, band culto del black metal melodico degli anni Ottanta, e con il progetto solista si era spostato verso qualcosa di più narrativo e meno esoterico: heavy metal gotico con un'attenzione alle atmosfere horror che all'epoca non aveva molti precedenti nel genere. La band che lo accompagna su Abigail include il chitarrista Andy LaRocque, probabilmente il musicista più importante della formazione, con uno stile tecnico e melodico che tiene tutto in piedi anche nei passaggi più elaborati.

La storia al centro del disco è quella che mi aveva incuriosito. Una giovane coppia, Miriam e Jonathan, eredita una misteriosa villa di campagna appartenente agli antenati di Jonathan. Sessantotto anni prima, il conte LaFey aveva ucciso la moglie incinta buttandola giù dalle scale, per punirla di un'infedeltà, e il feto era nato morto il settimo giorno del settimo mese del 1777. Tutto ruota intorno al numero sette e ai suoi risvolti esoterici.E sta cosa mi aveva già preso con Seventh Son Of  Seventh Son degli Iron Maiden. Lo spirito di Abigail, la bambina mai nata, si è reincarnato nel corpo di Miriam, e Jonathan viene avvertito da un fantasma che deve uccidere la moglie per fermare il ritorno del male. Come finisce, lo lascio scoprire a chi non ha ancora ascoltato il disco: non è il tipo di storia che si racconta fino in fondo. E comunque sono canzoni, non un racconto facile da leggere in italiano.

Musicalmente il disco è heavy metal classico con venature gotiche e qualche influenza black metal nelle atmosfere più oscure, mai nel suono estremo. Funeral apre con una cerimonia funebre lugubre che stabilisce immediatamente il tono. Arrival e A Mansion in Darkness costruiscono la tensione narrativa brano dopo brano, come capitoli di un libro. The 7th Day of July 1777 è il pezzo più intenso, con la voce di King Diamond nel suo falsetto più acuto e teatrale che racconta l'omicidio originale. The Family Ghost e The Possession portano avanti la storia verso il finale. La voce di King Diamond merita un discorso a parte: un falsetto estremo che o si digerisce subito o non si digerisce mai, costruito su influenze che vanno da Arthur Brown a Mercyful Fate, capace di passare da toni quasi sussurrati a picchi acutissimi in pochi secondi.

La somiglianza con i Blind Guardian c'era, almeno nel senso del progetto: raccontare una storia attraverso un album intero, con una coerenza narrativa che va oltre la semplice sequenza di canzoni. La direzione musicale è diversa, più oscura e meno epica, ma quella voglia di costruire qualcosa che si possa seguire come una narrazione è la stessa. AllMusic lo ha definito il capolavoro solista di King Diamond e uno dei migliori concept album della storia del metal. Non avevo motivi per non crederci, e dopo averlo ascoltato devo dire che avevano ragione.

domenica 11 ottobre 2026

Cagliari 1 - Juventus 1

 
Dopo un'intera epoca senza campionato per l'immensa pausa nazionali, c'era la speranza che alcuni infortunati rientrassero e che la voglia di vincere tornasse prepotente nel cuore dei titolari. Si inizia votati all'attacco, con un buon controllo difensivo. Fino al ventesimo e fino alla prima ventata cagliaritana. I padroni di casa passano in vantaggio in maniera abbastanza improvvisa. Purtroppo la reazione della Juventus è complicata dalla lentezza organizzativa con cui cerca di portarsi in area di rigore avversaria. Il possesso palla avviene perlopiù per linee orizzontali senza portare grosse preoccupazioni ai sardi. Inizia in maniera più frizzante il secondo tempo, con noi sempre a spingere. Tanta fatica ad ogni modo, con la rete di testa di Muanì all'80 esimo. E sembra un caso anche questo perché poco dopo si mangia il raddoppio... Altri due punti persi. 

Crete Senesi e Sito Transitorio #2

 
Ci torno in questo caldo autunno con la convinzione di non ripercorrere quelle strade senza il pantano sensazionale di cinque anni fa. In realtà all'inizio ci avvolge la nebbia e ci accompagna almeno fino al famoso Sito Transitorio. Visto che sto in macchina (non guido io tranquilli) copio direttamente dalle parole di VIKI altrimenti vomito.

Il Site Transitoire (spesso italianizzato in Sito Transitorio) è una celebre installazione di arte contemporanea immersa nel paesaggio lunare delle Crete Senesi, situata su una collina tra le località di Leonina e Mucigliani, nel territorio comunale di Asciano.

Origine e significato

Realizzata nel 1993 dall’artista francese Jean-Paul Philippe, l'opera è scolpita in basaltina grigia (pietra lavica) ed è concepita per dialogare direttamente con lo spazio aperto, il cielo e il passaggio del tempo. Philippe scelse questa collina isolata per creare una sorta di "pietra miliare" laica e filosofica, un punto di meditazione dove l'opera umana non sovrasta la natura ma ne diventa una lente di osservazione.

Gli elementi scultorei

Il complesso si compone di diversi blocchi monumentali disposti secondo precise geometrie astronomiche e simboliche, che richiamano le posture umane fondamentali (in piedi, seduto, sdraiato):

  • La Finestra Monumentale: un grande portale rettangolare in pietra, composto da blocchi incisi con simboli, numeri, labirinti e citazioni. La feritoia incornicia un ritaglio esatto di colline e, nelle giornate limpide, lo skyline di Siena in lontananza.
  • La Sedia/Trono: una seduta monumentale rivolta verso la finestra. Un piccolo foro nello schienale permette a chi si siede di allineare lo sguardo esattamente con il centro della finestra.
  • Il Banco (o Sarcofago): una lastra orizzontale che evoca la figura distesa, con incisa una citazione dall'Ecclesiastico ("Col sol levante, col sol cadente").
  • La ruota solare spezzata e il labirinto a terra: elementi che evocano il cammino dell'uomo e il ciclo del tempo.

L'allineamento del Solstizio d'Estate

La particolarità più celebre del sito è il suo orientamento astronomico: la sera del solstizio d'estate (21 giugno), il disco solare al tramonto scende calando con precisione millimetrica all'interno dell'apertura della finestra in pietra, proiettando gli ultimi raggi direttamente verso la sedia. È un momento in cui il luogo si trasforma in una sorta di Stonehenge moderna, attirando visitatori, fotografi e piccoli eventi musicali o poetici.

Come raggiungerlo e consigli utili

  • Accesso: Si trova lungo la strada bianca panoramica che collega il Castello di Leonina con Mucigliani (accessibile dalla SP 438 Laurina). L'ultimo tratto è sterrato; molti lasciano l'auto negli slarghi consentiti per proseguire con una breve passeggiata a piedi o in bicicletta.
  • Momento migliore: Oltre al solstizio, le ore attorno all'alba e al tramonto offrono la luce ideale, quando le argille e i calanchi delle Crete Senesi cambiano tonalità passando dall'ocra dorata al blu cobalto.
  • Rispetto del luogo: L'opera sorge tra campi coltivati a grano; è vietato arrampicarsi sui monoliti o lasciare rifiuti, trattandosi di un sito privo di recinzioni o biglietterie, aperto liberamente alla contemplazione.

sabato 10 ottobre 2026

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.500 (EX01C10P02)

 

Nuovo aggiornamento software per il mio OnePlus 15R, che riceve la versione CPH2769_16.0.10.500 (C10P02), per un download di circa 332 MB. Non siamo di fronte a un aggiornamento che stravolge il telefono o introduce chissà quale nuova funzionalità, ma a un pacchetto di miglioramenti che interviene soprattutto su alcune applicazioni di sistema e sulla stabilità generale.

Le novità riguardano innanzitutto l'app Meteo, la cui schermata principale presenta adesso un grafico lineare che permette di seguire l'andamento delle temperature nell'arco di più giorni. Una piccola aggiunta che può rendere più immediata la consultazione delle previsioni, soprattutto per chi, come me, guarda spesso il meteo anche in funzione delle proprie escursioni e delle uscite all'aperto.

Interventi anche sulla Gestione telefono, con una pulizia della memoria più articolata. I file possono essere individuati e organizzati per categorie, distinguendo quelli di grandi dimensioni, quelli vecchi, i duplicati e i documenti. L'obiettivo è rendere più semplice liberare spazio senza dover andare a caccia di file inutili nelle varie cartelle. Naturalmente, prima di cancellare qualcosa, meglio dare un'occhiata a cosa si sta eliminando: la pulizia automatica è comoda, ma il contenuto della memoria resta responsabilità nostra.

Un'altra piccola novità riguarda le impostazioni rapide, dove è possibile aggiungere collegamenti alle funzioni di Accelerazione di sistema e Ricerca virus. In questo modo si possono raggiungere più velocemente alcuni strumenti di manutenzione del dispositivo, senza dover ogni volta navigare tra i menu.

La parte forse più importante, anche se meno appariscente, è quella relativa al sistema: OnePlus dichiara un miglioramento della stabilità. Come spesso accade con questo genere di aggiornamenti, però, le note ufficiali non entrano nei dettagli e non specificano quali problemi siano stati corretti. Difficile quindi aspettarsi cambiamenti immediatamente visibili nell'uso quotidiano.

VERdetto

Un aggiornamento piuttosto contenuto, almeno sulla carta, che punta più a rifinire l'esperienza d'uso che a introdurre novità sostanziali. Le modifiche alla gestione della memoria e alle impostazioni rapide sono utili, mentre il nuovo grafico dell'app Meteo rappresenta una piccola comodità in più. Il miglioramento della stabilità è naturalmente benvenuto, anche se sarà l'utilizzo quotidiano a dire se ci saranno differenze concrete.

Nessuna funzione rivoluzionaria, dunque, ma non tutti gli aggiornamenti devono necessariamente reinventare lo smartphone. L'importante è che il OnePlus 15R continui a funzionare bene, possibilmente con qualche piccolo miglioramento a ogni passaggio. Per ora, questo è quanto emerge dalle note ufficiali: per giudicare il comportamento effettivo dopo l'installazione servirà un po' di tempo.