martedì 21 luglio 2026

Cala Seregola: riqualificazione

 
Quando vado a giro si pensa che sia in gita a divertirmi... In realtà porto avanti progetti per conto della VER Holding. Ecco come sarà riqualificata Cala Seregola a breve. Se non vi piace, peggio per voi. 

Cala Seregola, Elba: Un Faro di Cultura e Storia

​Immaginate la vecchia struttura, non più un rudere fatiscente, ma un edificio vibrante, ricco di vita e significato. Ecco alcuni elementi chiave della riqualificazione:

  • Punto d'Informazione e Accoglienza: Al piano terra, un'area accogliente per i visitatori, con informazioni sulla storia della miniera, la flora e fauna locali, e i percorsi naturalistici dell'Elba.
  • Museo Minerario: Ai piani superiori, uno spazio espositivo dedicato alla storia dell'estrazione mineraria all'Elba. Pannelli informativi, reperti, attrezzature e fotografie storiche raccontano la vita dei minatori e l'evoluzione dell'attività estrattiva.
  • Terrazza Panoramica e Punto Ristoro: La terrazza sul tetto, accessibile anche alle persone con disabilità, offre una vista mozzafiato su Cala Seregola e il mare. Un piccolo chiosco o caffetteria serve prodotti locali e spuntini veloci.
  • Spazi per Mostre Temporanee ed Eventi: All'interno, aree flessibili per mostre temporanee d'arte, laboratori didattici per bambini, conferenze e presentazioni di libri, legati alla storia dell'Elba, alla geologia e alla sostenibilità ambientale.
  • Integrazione con la Spiaggia e il Paesaggio: La struttura è integrata armoniosamente nel paesaggio circostante. La vegetazione mediterranea autoctona, come ginestre, rosmarino e oleandri, è piantata intorno all'edificio. Un sentiero naturalistico collega la struttura alla spiaggia e ai percorsi interni dell'isola.
  • Sostenibilità Ambientale: La riqualificazione include soluzioni ecosostenibili, come pannelli solari per l'energia elettrica, un sistema di raccolta dell'acqua piovana e materiali edilizi a basso impatto ambientale.

Un Luogo per Tutti, un Luogo per Sempre

​Questa visione non è solo un sogno, ma una possibilità concreta di trasformare un rudere fatiscente in un luogo di cultura, storia e comunità. Un luogo dove passato e presente si incontrano, dove la storia dell'estrazione mineraria all'Elba viene raccontata e preservata per le generazioni future. Un luogo accessibile a tutti, senza scopi di lucro, che arricchisce la vita di residenti e turisti, e valorizza la bellezza unica di Cala Seregola.

Immaginate l'edificio come un nuovo faro di cultura e storia, che guida i visitatori alla scoperta delle meraviglie dell'Elba e della sua ricca eredità mineraria.


domenica 19 luglio 2026

Elba: anche spiagge #6

 

Oggi mi sono dedicato nuovamente ad andare in spiaggia, ma per comodo ne ho scelta una sola. Selvaggia ed a sud (con scirocco quindi non proprio l'ideale, ma soffiava così piano che non valeva la pena rinunciare per prudenza eccessiva). Nonostante mi svegli abbastanza presto rispetto alla media dei vacanzieri, oggi l'obiettivo principale era scegliere una spiaggia che non venisse presa d'assalto. Ho optato per la suggestiva Cala Seregola ed ho vinto la scommessa: anche se via via ha iniziato a riempirsi, lo ha fatto in maniera molto più godibile rispetto alle spiagge più gettonate.

Cala Seregola si trova tra Rio Marina e Cavo, sul versante orientale dell'isola, ed è tutt'altro che una spiaggia come le altre. È nata infatti nel cuore del distretto minerario di Rio Marina, lungo quella che viene chiamata la "Costa che Brilla" : il nome non è casuale, perché la sabbia rossastra e nerastra, ricca di ematite e altri minerali ferrosi, sotto il sole crea un effetto luccicante davvero particolare. Alle spalle dell'arenile si trovano i resti della miniera di Rio Albano, un tempo una delle più importanti d'Italia, e sulla destra si vedono ancora i ruderi dei magazzini e del vecchio pontile da cui il minerale veniva imbarcato per raggiungere gli altiforni di Piombino e Portoferraio, attivo tra i primi del Novecento e gli anni della guerra. Camminando dal parcheggio verso la spiaggia si respira ancora quell'atmosfera un po' sospesa da archeologia industriale, sebbene per molti sia soltanto degrado. 

Il resto della giornata è filato secondo copione: acqua limpida, caldo quasi sardo.

Album fotografico Elba: anche spiagge #6 

sabato 18 luglio 2026

Lucius Shepard - Le Stelle Senzienti


 
Autore: Lucius Shepard
Anno: 2007
Titolo originale: Stars Seen Through Stone
Pagine: 115
Voto e recensione: 3/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Nella cittadina di Black William, tra i monti della Pennsylvania, di tanto in tanto avvengono strani e inspiegabili fenomeni. La città viene improvvisamente avvolta da uno sciame di luci simili a stelle dalle quali provengono strane voci. Quando le luci scompaiono un'insolita creatività fa degli abitanti dei talenti nei campi più disparati. Ma non sempre i cambiamenti sono in senso positivo. Quando le "stelle" tornano si manifestano come una marea viscosa simile a catrame bollente, in mezzo alla quale si muovono delle luminescenze irte di aguzzi pungiglioni, e dalla massa informe, emergono figure che mutano le sembianze, passando dalla forma di uomini giganteschi a specie di lumache. E chi era dotato di talento scoprirà che il dono ricevuto aveva un prezzo.

Commento personale e recensione:
Continuo il mio percorso tra i volumetti della collana Odissea Fantascienza di Delos, che negli ultimi tempi sto centellinando volentieri: oltre ad averne ancora parecchi in casa, sono libri piccoli, leggeri, perfetti da infilare in borsa e leggere in spiaggia senza pesare troppo, né sulle spalle né sull'attenzione. Stavolta è toccato a "Le stelle senzienti" di Lucius Shepard.

Nonostante sia inserito in una collana di fantascienza, questo romanzo breve mi è parso più vicino al genere fantastico che a quello propriamente sci-fi, se proprio bisogna appiccicargli un'etichetta. In realtà, a lettura conclusa, credo che la definizione più onesta sia che si muove al confine tra più cerchi che si intersecano, senza appartenere del tutto a nessuno: c'è dentro qualcosa di fantascientifico, qualcosa di horror, e una buona dose di quello che potremmo chiamare realismo magico applicato alla provincia americana.

Il modo in cui è costruito mi ha ricordato non poco certe atmosfere di Stephen King: si parte da una descrizione quasi ordinaria di vita di paese, per poi lasciar entrare, di soppiatto, qualcosa di curioso e sovrannaturale che va a incrinare quella normalità. È una scrittura scorrevole, capace di tenere insieme il quadro sociale di una comunità e la sua deriva verso l'inspiegabile senza strappi eccessivi, cosa che rende la lettura piacevole anche per chi, come me, non cerca necessariamente il fantastico puro.

Un altro tassello godibile della mia rassegna estiva tra gli Odissea Delos, che continua a confermarsi la misura giusta per le mie letture da spiaggia.

Elba: anche spiagge #5

 

Sveglia alle 4.35 del mattino, con quel misto di incoscienza e voglia di novità che solo certe idee balzane sanno generare. Direzione Portoferraio, spiaggia delle Ghiaie, perché stamattina c'era in programma qualcosa che non capita tutti i giorni: un concerto all'alba.

L'appuntamento era per le 5.30, con Susanna Di Scala al violino e Matilde Galli al pianoforte a fare da cornice musicale al sorgere del sole sul mare, dentro la rassegna Summerissima promossa dal Comune di Portoferraio (con tanto di colazione offerta) . Hanno suonato soprattutto colonne sonore, tra cui la splendida Morricone di C'era una volta in America, ed è stato uno di quei momenti in cui la location fa la metà del lavoro (l'altra metà l'ha fatta la mancanza di sonno, che rendeva tutto ancora più onirico).

Dopo essermi goduto le Ghiaie durante il concerto mi sono spostato subito alla Padulella. Sono stato il primo a metterci piede, e mi sono conquistato il posto migliore e più ambito della spiaggia (soddisfazione che a quest'ora del giorno vale doppio). Tuffi rigeneranti e primissime ore godute in santa pace, prima che il tam tam mattutino richiamasse tutti quanti: già alle 9.00 era tutto pieno di gente.

Per la seconda parte della giornata mi sono spostato verso la più tranquilla Bagnaia, ombrellone e sdraio al Sunset Beach, giusto per bilanciare l'adrenalina da levataccia con un pomeriggio di puro dolce far niente.

Album fotografico Elba: anche spiagge #5 

mercoledì 15 luglio 2026

Doors - Light My Fire

 

Artista: Doors
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: vinile (non ufficiale)

Ieri Volpe mi ha aperto un ricordo chiedendomi se avessi visto il film The Doors con Val Kilmer... 
E per me la storia inizia da un vinile anomalo. Avevo preso non so assolutamente dove Light My Fire, pubblicato dalla Duchesse Records nel 1989, una di quelle etichette europee che negli anni Ottanta producevano ristampe economiche destinate ai discount e alle edicole, con poca cura editoriale e ancora meno scrupoli sulle licenze. Il titolo scelto era quello del singolo più famoso, Light My Fire appunto, e già questo avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Ma ci volle un po' prima che capissi cosa avessi tra le mani.

Il contenuto era sostanzialmente quello dell'album d'esordio ufficiale del 1967, The Doors, pubblicato dalla Elektra, con la tracklist leggermente riordinata e alcuni errori nelle attribuzioni in copertina (tra cui Alabama Song accreditata in modo scorretto). Una ristampa non ufficiale, insomma, camuffata da album autonomo grazie a un titolo diverso. Quando me ne accorsi, recuperai il CD del debut originale, anche perché ho usato raramente il supporto, preferendo appunto il lettore compact disc. 
I Doors sono una di quelle band che non hanno bisogno di presentazioni e al tempo stesso le richiedono sempre, perché chiunque conosca Jim Morrison come mito non necessariamente conosce la musica. Il quartetto di Los Angeles (Morrison alla voce, Ray Manzarek alle tastiere, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria) registrò l'esordio nel 1966, e il risultato fu qualcosa che non assomigliava a niente di quello che girava in quel momento. Niente basso (Manzarek copriva le linee di basso con la mano sinistra su un organo), niente psichedelia californiana solare e leggera, niente flower power. Al suo posto: blues, jazz, oscurità, e quella voce di Morrison che sembrava arrivare da un posto che non si riesce a localizzare con precisione.

Break On Through (To the Other Side) apre il disco come un manifesto: ritmo in 4/4 con accenti su ogni beat, chitarra tagliente, Morrison che canta con una sicurezza quasi insolente per un esordio. Soul Kitchen è un blues lento e lisergico che cresce senza fretta. Alabama Song, ripresa dal musical Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht e Weill, è la sorpresa del disco: una ballata quasi cabaret che non c'entra niente con il resto e funziona meglio di qualsiasi cosa più coerente avrebbe fatto. Light My Fire è ovviamente il brano che tutti conoscono: sette minuti nella versione album, con l'assolo di Manzarek e Krieger che occupa quasi metà del brano e che la versione singola dovette tagliare brutalmente per passare in radio. E poi c'è The End, undici minuti claustrofobici con il monologo edipico di Morrison nel mezzo che ancora oggi suona come qualcosa di difficile da guardare in faccia.

Non è un disco facile da catalogare, e non ha mai smesso di sembrare fuori tempo rispetto a qualsiasi epoca lo si ascolti. Che arrivi su un vinile Duchesse comprato al discount o sul CD originale Elektra, cambia poco: il suono è quello, e non si dimentica.

martedì 14 luglio 2026

Dream PAIRS sandali da trekking

 

Dopo che i sandali CMP Sahiph mi hanno abbandonato con la punta scollata, complice qualche stagione di troppo tra scogli e sentieri, mi sono guardato intorno per una sostituzione e sono finito su questi DREAM PAIRS, un marchio che non conoscevo ma che si è fatto un nome proprio in questa fascia di sandali sportivi chiusi. Il modello è praticamente un fratello concettuale dei CMP: punta completamente coperta e rinforzata per proteggere le dita dagli urti, suola antiscivolo per non scivolare sulle rocce bagnate, e un sistema di allacciatura rapida con cordino elastico che si stringe e si allenta in un secondo, molto più pratico del velcro tradizionale quando hai le mani occupate o bagnate. La tomaia è in tessuto tecnico traspirante, che si asciuga più in fretta della pelle dei CMP, un vantaggio non da poco per chi come me li usa anche per lavarsi i piedi o entrare in acqua senza pensarci.

Al tatto sembrano più leggeri dei vecchi CMP, e in effetti la costruzione è meno rigida: si piegano con più facilità, il che li rende comodi anche da infilare in uno zaino durante un cambio scarpe a metà escursione. Il prezzo, circa 30 euro, è nella norma per la categoria, e la sensazione generale è quella di un prodotto onesto anche se meno "premium" nella fattura rispetto al marchio tedesco che avevo prima. Li ho provati finora solo su terreni facili e in spiaggia, quindi la prova del nove sui sentieri più tecnici dell'Elba arriverà con calma, ma per l'uso quotidiano da post trekking o da giornata al mare sembrano promettere bene.

lunedì 13 luglio 2026

The Handmaid's Tale [Stagione 1]

 

Titolo originale: The Handmaid's Tale
Anno: 2017
Episodi: 10
Stagione: 1
Iscriviti a Prime Video

Ho finito da pochi minuti la prima stagione di The Handmaid's Tale, e ci tenevo a scriverne mentre le sensazioni sono ancora fresche. Sono un appassionato di fantascienza distopica, lo sapete, ma stranamente il romanzo di Margaret Atwood non l'ho mai letto, e sono andato dritto sulla serie senza passare dalla carta. Una scelta che forse rifarei, ma che mi lascia comunque la curiosità di recuperare il libro prima o poi, anche solo per vedere quanto la voce (e il volto) di Offred, da noi ovviamente Difred, sulla pagina sia diversa da quella che le ha dato Elisabeth Moss sullo schermo.

Questi mondi alternativi che sono uno specchio deformato, ma non troppo, di quello che potremmo diventare mi caricano sempre parecchio. Mi mettono addosso una rabbia sorda nel vedere certe situazioni, quella sensazione fisica di ingiustizia che ti fa stringere i pugni, ma allo stesso tempo mi lasciano anche un filo di speranza, perché ogni sopruso porta con sé, prima o poi, il seme del suo ribaltamento. È un meccanismo narrativo vecchio come il mondo, eppure funziona ancora benissimo quando è scritto bene.

Della prima stagione ho apprezzato molto la gestione della trama, nonostante la lentezza, soprattutto nelle prime puntate. Capisco che serva ad allungare il brodo, a costruire tensione, a farci abituare gradualmente all'orrore, ma qualche episodio in meno forse non avrebbe fatto male. Quello che però resta impresso è la chiarezza con cui viene mostrato che basta un passo alla volta, uno solo, per arrivare a una situazione drastica e apparentemente irreversibile. È un promemoria che dovremmo portarci dietro sempre, ogni volta che vediamo il mondo cambiare intorno a noi. Non possiamo permetterci di accettare le cose passivamente solo perché arrivano un pezzetto alla volta.

I flashback fanno un lavoro egregio nel ricostruire, poco alla volta, l'evolversi della situazione fino al regime teocratico totalitario di Gilead. Pian piano ci facciamo un'idea abbastanza precisa di questo posto orribile che ha sostituito gli Stati Uniti, con quel che resta del vecchio paese relegato in Alaska e, (forse?) , alle Hawaii. Un dettaglio che aggiunge un brivido in più, perché non stiamo parlando di un pianeta lontano o di un futuro remoto, ma di un'America che potrebbe essere la porta accanto.

Devo confessare che ho trovato un po' poco realistico il fatto che le "cerimonie", quella messa in scena raccapricciante dello stupro rituale sanzionato dallo Stato, abbiano preso piede così in fretta nella società e che tutti i pronta abbiano accettato ed imparato il rituale così velocemente. Ripensandoci però il terrore, unito alla depravazione e a una cieca malvagità collettiva, può moltissimo. La storia, quella vera, ci ha insegnato che l'essere umano si adatta all'orrore con una velocità sconcertante, quando gli viene imposto con la forza sufficiente e giustificato con la retorica giusta.

E poi c'è lei, Elisabeth Moss, che interpreta June/Offred. Una vera bomba, non solo il personaggio che porta in scena ma proprio lei come attrice: riesce a far passare rabbia, sottomissione apparente e ribellione interiore quasi solo con lo sguardo, cosa non semplice quando buona parte del tempo sullo schermo la passa in un ruolo di silenzio imposto. Al suo fianco Joseph Fiennes nei panni del comandante Fred Waterford, Yvonne Strahovski come la moglie Serena e una straordinaria Ann Dowd nel ruolo di Zia Lydia, la carceriera spirituale delle ancelle. Non a caso questa prima stagione ha portato a casa otto Emmy, incluso quello per la miglior serie drammatica, prima serie in streaming a riuscirci.

Sul fronte della fedeltà al romanzo mi sono documentato un po', dato che non avendolo letto ero curioso di capire quanto la serie si discostasse dalla fonte. La risposta è che questi primi dieci episodi seguono il libro piuttosto da vicino, arrivando sostanzialmente a coprirlo per intero: la stagione si chiude più o meno dove finisce anche il romanzo, con Difred portata via dalla casa del Comandante senza sapere se gli uomini che vengono a prenderla siano Occhi del regime o membri della resistenza, lasciando volutamente aperta l'ambiguità del finale originale. Da lì in poi, tutto quello che segue nelle stagioni successive è materiale scritto apposta per la televisione, con la benedizione della stessa Atwood che ha lavorato come consulente della produzione.

Ci sono comunque alcune differenze non banali già in questa prima stagione. Nel libro non veniamo mai a sapere il vero nome di Offred, mentre la serie lo rivela fin dal primo episodio, June appunto, un'ipotesi che gli stessi lettori avevano avanzato nel tempo e che Atwood ha definito plausibile pur non essendo un'intenzione originale. La June della serie è anche molto più attiva politicamente prima della caduta, partecipa alle proteste di piazza contro la privazione dei diritti delle donne, mentre nel romanzo Difred si tiene più ai margini per paura di mettere a rischio marito e figlia. Anche il destino di Luke, il marito, viene ampliato parecchio: nel libro resta un fantasma nella memoria della ragazza , di cui non sapremo mai davvero la sorte, mentre la serie ce lo mostra sopravvissuto in Canada, dove si unisce alla resistenza insieme a Moira. Sono scelte che allargano il respiro narrativo senza tradire lo spirito cupo e claustrofobico del romanzo, e che probabilmente hanno reso possibile costruire poi altre cinque stagioni su un materiale che, da solo, si esauriva con la fine del libro.

Un'ultima cosa che mi ha colpito è quanto la serie, pur ambientata in un futuro alternativo mai troppo definito con precisione, riesca a sembrare sempre più attuale col passare degli anni dalla sua uscita nel 2017. Non è un caso che le uniformi rosse delle ancelle siano diventate un simbolo usato in manifestazioni per i diritti delle donne in giro per il mondo. Quando la finzione comincia a essere presa in prestito dalla realtà come strumento di protesta, vuol dire che ha toccato un nervo scoperto vero. Ora aspetto la seconda stagione, curioso di vedere come la storia continuerà a camminare da sola oltre i confini del romanzo.

Xiaomi Smart Band 10

 

Quattro anni e passa. Se ripenso a quanto scrissi quando passai dal Mi Band 2 alla versione 6, mi rendo conto che stavolta il tempo è stato molto più generoso col vecchio bracciale: non un capriccio, ma una sostituzione vera e propria, visto che ieri è perito dopo aver vibrato inspiegabilmente per quindici minuti. Il display del Mi Band 6 è sopravvissuto a non so quante escursioni, scogli, botte a lavoro, corse e colpi di sole. Del cinturino avevo pure una fornita collezione di riserva visto che era l'unica cosa fragile e la batteria, dichiarata con autonomia di 14 giorni, durava quasi un mese.  Xiaomi nel frattempo ha cambiato nome alla linea togliendo il "Mi" e chiamandola semplicemente Smart Band, il salto generazionale che ho fatto è quello dalla sesta alla decima.

La prima cosa che si nota togliendolo dalla scatola è che il corpo è cresciuto, ma non stravolto: parliamo di un display AMOLED da 1,72 pollici, contro l'1,56 del Band 6, con una risoluzione di 212 per 520 pixel che porta la densità a 326 PPI, la stessa cifra tonda che Xiaomi ripeteva già tre generazioni fa, segno che quella densità evidentemente basta e avanza per un pannello di queste dimensioni. Il refresh rate resta fermo a 60 Hz, il che sulla carta suona quasi anacronistico nel 2026, ma nell'uso quotidiano di una smartband, dove si guarda l'orario o si scorre una notifica in un paio di secondi, non ho trovato nessuna scattosità fastidiosa. Anzi va tutto benissimo purché la batteria duri molto anche in questo caso. La luminosità massima invece è salita parecchio, fino a 1500 nit, e questo sì che si sente: nelle giornate di sole pieno, quelle in cui col Band 6 dovevo fare ombra con la mano per leggere i dati del percorso, adesso lo schermo resta leggibilissimo anche in piena controluce.

Il corpo in alluminio della versione standard misura 46,57 per 22,54 per 10,95 millimetri, sensore cardiaco escluso, per un peso dichiarato di 15,95 grammi senza cinturino: leggero al polso quasi quanto il vecchio modello, nonostante lo schermo più grande, merito di cornici simmetriche ridotte a 2 millimetri che portano il rapporto schermo-corpo dal 66 al 73 per cento. La resistenza all'acqua rimane fissata ai 5 ATM di sempre, quindi doccia, mare e sudore non sono un problema, ma per le immersioni vere e proprie il discorso resta un altro. La batteria, una unità da 233 mAh, è di fatto la stessa capacità della generazione precedente, e infatti l'autonomia dichiarata resta sui 21 giorni di utilizzo standard, che scendono a 9 con lo schermo sempre acceso o a 8 con un uso più intensivo dei sensori. Nel mio caso, sevza notifiche attive, monitoraggio del sonno e cardiofrequenzimetro impostato  non continuativo , spero di viaggiare nuovamente vicino alle tre settimane, il che per un dispositivo di questa fascia resta un valore che fa impallidire qualsiasi smartwatch vero. La ricarica, tramite il solito (diverso dal precedente però) connettore magnetico proprietario è una rottura di palle. 

Sul fronte software il salto è quello da MIUI per Xiaomi Wear alla nuova interfaccia basata su HyperOS 2, con oltre 200 quadranti disponibili . Le modalità sportive sono lievitate oltre le 150, con il calcolo di parametri come il VO2 max, il carico di allenamento e i tempi di recupero stimato, roba che quattro anni fa era riservata a fasce di prezzo ben superiori. È stata migliorata anche la modalità nuoto, con monitoraggio della frequenza cardiaca in acqua e un conteggio vasche più preciso grazie a un sensore di movimento a nove assi. Per il resto la dotazione sensoristica ricalca quella che conoscevo già: cardiofrequenzimetro continuo, SpO2, monitoraggio dello stress e del sonno con tanto di fasi REM, giroscopio, bussola elettronica e sensore di luce ambientale per la regolazione automatica della luminosità.

Quello che invece non è cambiato, ed è un peccato dirlo dopo quattro anni di attesa, è l'assenza di NFC e di GPS integrato nella versione base italiana: per chi come me si accontenta di agganciare i dati di posizione tramite lo smartphone durante le camminate non è un dramma, ma resta l'unico vero limite strutturale di una gamma che per il resto è cresciuta ovunque, tranne che nel prezzo , visto che si è rimasti intorno ai 35€ su Amazon (tra l'altro pagabile in tre rate a zero interessi) . Poca roba in assoluto , soprattutto se paragonata a quanto costerebbe uno smartwatch con le stesse funzioni. 

Tirando le somme, il decimo Mi Band, o Smart Band che dir si voglia, non stravolge nulla rispetto a quello che Xiaomi fa ormai da anni, ma affina quel poco che c'era da affinare: schermo più grande e luminoso, software più fluido, qualche sensore in più per chi si allena sul serio. Per uno come me, che di questi bracciali ne ha visti passare al polso fin dal primo Mi Band (sono passati oltre dieci anni) , resta la conferma che a volte non serve reinventare la ruota, basta oliarla bene.

domenica 12 luglio 2026

Bruce Sterling - Il Chiosco

 

Autore: Bruce Sterling 
Anno: 2007
Titolo originale: Kiosk
Pagine: 112
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Borislav è il proprietario di un chiosco che vende ai bambini figurine di giocattoli che possono essere trasformati in oggetti reali e tridimensionali mediante il passaggio attraverso un vecchio "fabbricatore". Un giorno, una ricca turista dall'Unione Europea acquista in blocco tutto il contenuto del suo chiosco, così, dopo aver concluso l'affare, Borislav rileva da uno zingaro un nuovo rivoluzionario fabbricatore che sembra capace di produrre oggetti indistruttibili partendo da una strana polvere gialla. Però Borislav, sottoposto a pressioni per motivi legati alla duplicazione e ai diritti di immagine, comincia a temere di perdere il chiosco e il suo macchinario, e finché è in tempo decide di cederlo. Ma scoprirà che dietro a questo prodotto c'è una guerra tecnologica ed economica che va bel al di là del suo piccolo giro d'affari, e coinvolge il futuro stesso dell'Europa e dei suoi mercati.

Commento personale e recensione:
Di Bruce Sterling sapevo quel poco che si sa di uno dei padri fondatori del cyberpunk, il nome che insieme a William Gibson viene sempre citato quando si parla delle origini del genere. "Il chiosco", uscito per Delos nella solita collana Odissea Fantascienza, mi ha dato modo di leggerlo nuovamente , e l'esperienza è stata a due velocità.

La prima parte funziona bene. Si segue Borislav, proprietario di un chiosco in una città dell'est Europa mai nominata esplicitamente ma che sembra ricalcare Belgrado, dove vende ai bambini figurine di giocattoli trasformabili in oggetti reali tramite un vecchio fabbricatore. Quando una turista dell'Unione Europea gli acquista in blocco tutto il contenuto del chiosco, Borislav ne approfitta per procurarsi da un ricettatore un nuovo fabbricatore, capace di generare oggetti indistruttibili partendo da una misteriosa polvere gialla. Fin qui la costruzione del mondo, il personaggio e l'atmosfera cupa tipica di Sterling mi avevano conquistato, con quel retrogusto di guerra civile jugoslava (almeno per ciò che mi immagino io) che si respira sotto la superficie fantascientifica.

Il problema arriva nella seconda metà, molto più breve della prima, dove tutto sembra precipitare senza il respiro necessario. Le pressioni sui diritti di duplicazione e di immagine che spingono Borislav a parlare quasi di politica, a farlo entrare all'interno della guerra tecnologica ed economica che coinvolge il futuro stesso dei mercati europei, tutto questo viene buttato giù con una fretta che ho trovato eccessiva. Ho avuto la sensazione che l'autore avesse in mano più materiale e più idee di quante ne servissero per un racconto di queste dimensioni, e che negli ultimi capitoli abbia deciso di chiudere in fretta piuttosto che sviluppare con calma quello che aveva costruito, risultando così un po' sconclusionato.

Peccato, perché l'idea di base e la prosa, pungente anche nella traduzione italiana curata dalla moglie dello stesso Sterling (Jasmina Tesanovic) insieme a Salvatore Proietti, meritavano una chiusura più solida. Anche se non sono sicuro che i "nanotubi di carbone" sia esatto o un errore rispetto a "carbonio". Resta comunque una lettura che si consuma in fretta e che, nonostante lo squilibrio tra le due metà, lascia intravedere perché Sterling sia ancora oggi una voce di riferimento della fantascienza.

sabato 11 luglio 2026

Anello del Matanna

 
Si ritorna a solcare i sentieri apuani. Il richiamo è talmente forte da usare la scusa di andare al fresco, consci del fatto che stiamo mentendo anche a noi stessi. A poco serve la sveglia alle 5.00 del mattino, Suzukina che percorre il Romito ancora deserto e la partenza intelligente da Casetta Giorgini. Il percorso lo conosciamo abbastanza bene, perché quei sentieri li abbiamo fatti più volte nel corso di altre escursioni. Prima parte coperti dal bosco seguendo il sentiero 5, poi deviando con il 5A per passare dal rifugio Forte dei Marmi. Allunghiamo un po' il percorso per stare ancora coperti dal sole malevolo come fossimo vampiri e iniziamo una parte della cresta. Riscendiamo a troncamacchia (anche se la macchia non c'è) per ricollegarci alla normale fino al Rifugio Alto Matanna. Pausa rinfrescante e disidratante per prendere il 109, aggirare il Matanna verso il Nona e Foce delle Porcelle. Da qui ridiscendiamo a chiudere l'anello. Ne vale davvero sempre la pena, che ci siano due gradi o quaranta.

Album fotografico Anello del Matanna 

venerdì 10 luglio 2026

Iron Maiden - The X Factor

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1995
Tracce: 11
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Per quanto riguarda gli Iron Maiden il periodo con Blaze Bayley lo avevo già affrontato con Virtual XI, il secondo disco della sua era. Ma prima di arrivare lì c'era stato The X Factor nel 95, il primo, e vale la pena raccontare come ci sono arrivato. Avevo un singolo, Virus, con la voce di Bayley, e credevo fosse contenuto in questo album. In realtà non è così: Virus finì nella raccolta Best of the Beast del 1996 (ma io non amo troppo le raccolte) come brano inedito, e The X Factor non lo contiene. Ma quella canzone mi aveva incuriosito abbastanza da spingere all'acquisto, e il disco lo presi tenendolo in considerazione proprio per il cambio di cantante, curioso di capire come stesse funzionando l'esperimento.

Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.

Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.

Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.

giovedì 9 luglio 2026

Connie Willis - L'Ultimo Dei Winnebago

 

Autore: Connie Willis 
Anno: 1988
Titolo originale: The Last Of The Winnebago 
Pagine: 115
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Ambientato in un'America post-disastro regredita a forme di governo decisamente dittatoriali, questo romanzo parla prevalentemente di estinzioni. Nel futuro immaginato dall'autrice a causa di epidemie virali si stanno estinguendo molte razze di animali. Ed è proprio il racconto dell'uccisione dell'ultimo dei cani che dà lo spunto a Connie Willis per narrare una storia di una Terra in cui molte cose che abbiamo si stanno estinguendo, così come i "Winnebago" che oltre a esssere un modello di camper è anche il nome di una tribù pellerossa del Minnesota.

Commento personale e recensione:

Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.

L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.

Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.

Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.

Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.

Il Grido (1957)

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Anno: 1957
Titolo originale: Il Grido 
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.6)
Pagina di I Check Movies 
Iscriviti a Prime Video

Il grido  è uno dei film più intensi e dolorosi di Antonioni, un'opera che racconta la solitudine umana con una forza silenziosa, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. È un viaggio nell'animo di un uomo che, dopo la fine della relazione con la donna che ama, vede sgretolarsi ogni certezza e si lascia trascinare in un lento e inesorabile vagabondaggio nella pianura padana, alla ricerca di un nuovo equilibrio che sembra non arrivare mai. Tutto ha origine da una frase tanto semplice quanto devastante: "Ti voglio bene, ti voglio ancora bene. Ma non è più come prima." In poche parole Antonioni racchiude la fine di un amore e, allo stesso tempo, l'inizio dello smarrimento del protagonista. Non c'è un litigio furioso né un colpo di scena: c'è soltanto la dolorosa presa di coscienza che alcuni sentimenti, pur rimanendo autentici, possono cambiare irrimediabilmente.

La trama, in sé, è estremamente semplice. Proprio questa apparente essenzialità gli permette  di concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi, sui loro silenzi, sugli sguardi e su quei vuoti emotivi che diventano il vero cuore del racconto. Il protagonista non affronta soltanto la perdita dell'amore, ma sembra perdere progressivamente anche il proprio posto nel mondo. Ogni incontro lungo il cammino offre una possibilità di rinascita che, puntualmente, si rivela fragile e destinata a dissolversi.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della narrazione. Le campagne della Pianura Padana non fanno semplicemente da sfondo agli eventi, ma riflettono lo stato d'animo di Aldo (Steve Cichran). La presenza costante della nebbia, della pioggia, delle strade fangose, dei cieli grigi e delle campagne di periferia contribuisce in maniera decisiva ad alimentare il profondo pessimismo che attraversa l'intera opera. Ogni inquadratura sembra trasmettere un senso di freddo, immobilità e smarrimento, come se il mondo stesso fosse incapace di offrire una via d'uscita. È un ambiente che soffoca nonostante i campi larghi, che accompagna la lenta discesa psicologica del protagonista e rende tangibile la sua disperazione.

Antonioni costruisce tutto questo con una regia rigorosa e misurata. I dialoghi sono ridotti all'essenziale e spesso è l'immagine a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. I lunghi tempi d'attesa, i silenzi e i movimenti apparentemente ordinari assumono così un peso emotivo enorme, invitando lo spettatore a condividere il senso di alienazione del protagonista anziché limitarsi a osservarlo.

Pur essendo stato realizzato alla fine degli anni Cinquanta, Il Grido appare sorprendentemente moderno. I temi dell'incomunicabilità, della crisi dell'identità e dell'incapacità di trovare un proprio posto nella società o nella coppia anticipano molti degli elementi che diventeranno normalità nel cinema successivo. Non è un film che cerca di consolare o di offrire risposte rassicuranti: accompagna invece lo spettatore in un percorso amaro, lasciandolo immerso nelle stesse domande esistenziali che tormentano il soggetto principale.

Il grido è un'opera che richiede pazienza e disponibilità ad accettarne il ritmo contemplativo, ma sa ricompensare con una straordinaria profondità emotiva. Un film cupo, malinconico e profondamente umano, capace ancora oggi di raccontare la fragilità dell'individuo con una sensibilità rara e con immagini che restano impresse nella memoria molto tempo dopo i titoli di coda.

Anche il finale, ambientato tra le operazioni di esproprio e un paesaggio ormai trasformato, assume un forte valore simbolico. Non è soltanto un luogo che cambia volto, ma sembra essere lo stesso protagonista a non trovare più uno spazio nel mondo, come se la sua crisi personale e quella del territorio finissero per riflettersi l'una nell'altra.

mercoledì 8 luglio 2026

Europe - The Final Countdown

 

Artista: Europe
Anno: 1986
Tracce: 10
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Stamattina entro al bar per la colazione e parte quel riff di tastiera. Quei quattro accordi che non servono presentazioni. E immediatamente si aprono i ricordi del liceo, l'audiocassetta, tutto. Ci sono canzoni che non invecchiano perché non appartengono a nessun tempo in particolare, e The Final Countdown degli Europe è una di quelle.

Il disco omonimo esce nel 1986 ed è il terzo album del quintetto svedese, il primo con il tastierista Mic Michaeli e il batterista Ian Haugland, e l'ultimo con il chitarrista John Norum prima che abbandonasse la band durante il tour successivo, non soddisfatto del nuovo sound più morbido e commerciale. L'uso delle tastiere e le chitarre un po' di contorno funzionano, ma il risultato è un pop-metal melodico e lucidato a specchio che all'epoca era esattamente ciò che il mercato voleva a discapito di una certa aggressività. 

Il riff della title track lo aveva scritto Joey Tempest già tra il 1981 e il 1982 su un sintetizzatore Korg Polysix prestato dallo stesso Michaeli; al tempo nessuno pensava che potesse diventare un singolo, tanto che alcuni membri della band volevano che il primo estratto fosse Rock the Night. Invece fu proprio The Final Countdown, e il risultato fu uno dei singoli più venduti della storia: numero uno in venticinque paesi, nove settimane in vetta alle classifiche italiane, dodici milioni di copie vendute del disco. Il tour promozionale portò gli Europe persino a Sanremo e a Domenica In, il che dice tutto su quanto fossero usciti fuori dal circuito strettamente rock. Norum lasciò la band prima ancora che il tour finisse.

Ma il disco vale ben oltre la title track. Rock the Night è adrenalina pura, hard rock diretto e senza fronzoli che regge ancora benissimo. Carrie è la power ballad perfetta degli anni Ottanta, quella melodia vocale di Tempest che si appoggia sulle tastiere con una naturalezza disarmante. Cherokee è la sorpresa del disco per chi si ferma ai singoli. Il resto tiene bene il livello, senza picchi ma senza cadute.

Non è musica per puristi, e chi la considerava commerciale e superficiale all'epoca non aveva tutti i torti. Ma certe canzoni entrano nei ricordi in modo indipendente da qualsiasi giudizio critico, e quando le senti al bar la mattina capisci che non se ne sono mai andate davvero.

martedì 7 luglio 2026

Dream Theater - Octavarium

 

Artista: Dream Theater
Anno: 2005
Tracce: 8
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Con i Dream Theater avevo già segnato il momento di svolta con Six Degrees of Inner Turbulence: il disco in cui la band aveva iniziato a scricchiolare nelle mie preferenze, con quel virtuosismo sempre più fine a se stesso che mi schiacciava invece di sollevarmi. Octavarium  è stato, per usare una parola sola, il colpo di grazia.

Il disco è tecnicamente superlativo, e sarebbe disonesto non dirlo. Petrucci alla chitarra è in uno stato di grazia, Rudess alle tastiere costruisce tappeti sonori di una complessità quasi accademica, Portnoy alla batteria non sbaglia un colpo. Il disco prende il nome dall'intervallo musicale di ottava, e tutta la struttura è costruita intorno a questo concetto: ogni brano è in una tonalità che segue la scala, il disco si apre e si chiude sulla stessa nota, ci sono rimandi interni pensati per chi conosce la teoria musicale. È un oggetto costruito con una cura maniacale, e si vede.

Il problema è che quella cura, ascoltandolo, la percepisci più come un esercizio che come un'emozione. The Root of All Evil funziona ancora abbastanza, con quel groove che richiama i momenti migliori di Awake. Panic Attack è forse il brano più diretto del disco, sette minuti di furia progressiva che almeno non perdono il filo. Ma poi c'è Octavarium, la suite conclusiva di ventiquattro minuti: architettura impressionante, costruzione impeccabile, citazioni di decine di band sparse lungo il percorso come una sorta di autoritratto del genere. Tutto giusto. Tutto perfetto. E tuttavia, alla fine, mi ritrovo a chiedermi cosa mi abbia lasciato davvero addosso, al di là dell'ammirazione per la tecnica.

Con Metropolis Pt. 2 la complessità aveva un cuore emotivo che giustificava tutto il resto. Con Images and Words c'erano melodie che non si dimenticavano. Octavarium ha la tecnica di entrambi, ma non ha il calore di nessuno dei due. È il disco in cui i Dream Theater hanno smesso di sorprendermi, e ho smesso di aspettarmi che lo facessero.

lunedì 6 luglio 2026

Black Sabbath - Born Again

 

Artista: Black Sabbath 
Anno: 1983
Tracce: 9
Formato: CD
Acquista su Amazon


Con i Black Sabbath avevo già un percorso avviato, da Paranoid a Vol. 4 fino a Sabotage; seguiti, come sempre, più per storia che per passione. Born Again  lo presi essenzialmente per Ian Gillan, voce storica dei Deep Purple, curioso di sentire cosa succedesse mettendo insieme due mondi così diversi. In realtà è stata quasi una delusione, e capendo meglio la storia (che posso studiare grazie a VIKI) dietro al disco si capisce anche perché.

La genesi è a dir poco caotica. Dopo l'uscita di Ronnie James Dio, Iommi si ritrova senza cantante e, su suggerimento del manager Don Arden (padre di Sharon Osbourne), finisce per proporre il posto a Gillan durante una serata di pesante consumo alcolico a Bearsville, New York. Gillan firma il contratto ubriaco fradicio e il mattino dopo non ricorda assolutamente nulla; scopre di essere il nuovo cantante dei Black Sabbath quando gli vengono presentati i documenti firmati. Il progetto nasce come supergroup senza nome preciso, ma a registrazioni ultimate la casa discografica insiste per pubblicarlo come Black Sabbath: i musicisti vengono praticamente scavalcati dal management. Come se non bastasse, il mixaggio finale risulta sbilanciato per un problema di umidità alle master tape: quando la band se ne accorge, il disco è già in stampa. Gillan ha raccontato di averlo lanciato fuori dal finestrino dell'auto al primo ascolto. Aveva un giradischi sul cruscotto molto probabilmente... 

Musicalmente il disco non è un disastro, anzi: Trashed apre con una furia hard rock convincente, Disturbing the Priest (il titolo viene dal fatto che durante le prove disturbavano davvero un sacerdote nei dintorni) è pesante e oscura in modo che i Sabbath sanno fare bene, e Zero the Hero ha un riff monolitico che cresce fino a diventare quasi claustrofobico. La title track è il momento più suggestivo del disco, malinconico e lento, con Gillan che costruisce qualcosa di genuinamente bello. Ma il problema rimane quello della produzione compromessa: le chitarre sono impastose, il basso troppo in primo piano, la batteria di Bill Ward (tornato per l'occasione ma ancora in difficoltà con i propri problemi personali) spesso coperta. Si sente che tutto è avvenuto di fretta e in condizioni non ideali.

Gillan del resto non si è mai sentito davvero a casa: durante il tour successivo, sul palco del Reading Festival del 1983, la band suonò improvvisamente Smoke on the Water, vanificando tutte le smentite di Butler sul fatto che "questa non è né Deep Sabbath né Black Purple". La collaborazione finì quasi subito, con Gillan incapace persino di ricordare i testi delle vecchie canzoni di Ozzy. I vari cambi di formazione succedutisi negli anni avevano inevitabilmente lasciato il segno, e Born Again ne porta tutte le ferite addosso. Un episodio isolato, interessante da conoscere, ma lontano da quello che mi aspettavo.

domenica 5 luglio 2026

Steal - La Rapina [Stagione 1]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Steal
Numero episodi: 6
Stagione: 1
 
Mini serie autoconclusiva di soli sei episodi che si guardano con piacere. Non totale, ma comunque senza quasi mai storcere il naso. Il primo episodio mi pareva corresse un po' troppo velocemente, perchè mi è addirittura salito il dubbio ancestrale che fosse un film e non una puntata: la rapina si conclude nei fatti proprio qui. E in altre circostanze, parlo di serie davvero più brutto, c'è chi la avrebbe tirata per le lunghe. In questa serie inglese si tira per le lunghe il movente e la struttura andando a complicarla e renderla più elaborata. Non c'è nessun miracolo come detto all'inizio, ma la formula mi è piaciuta. Anche se.. Occhio spoiler: vi avviso, dico chi è il colpevole, non andate avanti se non volete. Eccomi di nuovo, stavo dicendo che gli sceneggiatori nel loro porco lavoro di inserire i personaggi e dargli una certa importanza hanno infilato in maniera troppo silenziosa un investigatore finanziario troppo esagerato e  poco credibile. Sebbene nel finale si forzi a puntare su di lui e difficilmente lo spettatore si accorga che è lui il più invischiato di tutto, quando ci troviamo alla resa dei conti vediamo che tutto torna in maniera un po' troppo romanzata e forzata. Ma ci sta. Però come dice il mio mantra: non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto. E qui c'era da terminare il sesto episodio in un altro modo in cui la morale sarebbe dovuta essere messa da parte. Senza se e senza ma.

L'Ultima Missione: Project Hail Mary (2026)


 Regia: Phil Lord, Chris Miller
Anno: 2026
Titolo originale: Project Hail Mary
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (8.2)
Pagina di I Check Movies 
 Iscriviti a Prime Video

 

Ero arrivato a vedere "L'ultima missione: Project Hail Mary" con le aspettative parecchio gonfiate, lo ammetto. Non ho letto il romanzo di Andy Weir da cui è tratto, ma le recensioni che avevo letto in giro erano quasi tutte entusiaste, con paragoni pesanti tirati in ballo (

Qui invece, nonostante un budget che si vede tutto sullo schermo, Ryan Gosling praticamente da solo per gran parte del film, ed effetti speciali di livello alto, mi sono annoiato in maniera sorprendente. Il film dura quasi due ore e mezza, e si sente tutto: ci sono passaggi che si dilungano senza reale necessità (tipo la scena del karaoke) , con la sensazione di guardare l'orologio molto prima della fine.

Quello che mi ha infastidito di più però è l'approccio tutt'altro che scientifico con cui vengono trattati i problemi che il protagonista deve affrontare. Penso alla facilità con cui si inventa soluzioni a catena per ogni ostacolo, o al modo in cui l'astrofago, il microrganismo alla base di tutta la minaccia solare, si comporta in maniera funzionale alla trama più che a una qualche logica biologica plausibile: si muove, si riproduce, reagisce agli stimoli in modo che sembra scritto apposta per risolvere la scena successiva, senza che nulla venga davvero giustificato. Lo stesso vale per certi salti logici nella costruzione dell'astronave o nel sistema di comunicazione con l'alieno, tutti risolti con un colpo di genio improvviso del protagonista che arriva sempre al momento giusto.

E poi c'è quel tono da commedia che ho trovato francamente irritante. Capisco la scelta di alleggerire un racconto di sopravvivenza spaziale con battute e ironia, la stessa cosa funzionava benissimo in The Martian, ma qui è calcata così tanto che ogni momento di tensione viene smontato da una gag o da una battuta, come se il film avesse paura di prendersi sul serio anche per pochi minuti di fila. Il risultato è che la storia, che pure avrebbe elementi di dramma e di scoperta interessanti, resta sempre in superficie, senza mai lasciarmi davvero coinvolto.

Alla fine mi sono ritrovato a chiedermi se le recensioni entusiastiche che avevo letto prima non abbiano semplicemente alzato troppo l'asticella. Resta un film tecnicamente ben fatto, con Gosling sempre convincente nel suo ruolo, ma per me lontanissimo dall'esperienza che mi aveva lasciato Sopravvissuto, ma io. 

Toccata e fuga al Cavo

 
Toccata e fuga anche come articolo. Breve, giusto per tenere traccia dei miei umili spostamenti. Partiamo dal porto di Piombino con nave mattutina, mamma ed io, alla volta di Rio Marina. Viaggio breve e tranquillo, meno caotico rispetto alla più comune rotta per Portoferraio. Recuperiamo l'auto e ci dirigiamo subito al mare. Anche in questo caso qualcosa di meno battuto: il Cavo nonostante sia domenica, non è preso d'assalto dai turisti. Ed al Molo Beach, nostra base, si sta come picchi. Colazione vista mare, usufruiamo delle sdraine, facciamo il bagno, leggo, pranziamo leggeri più che vista mare, ma proprio con i piedi in spiaggia. Divino godimento della vita. Poi ripartiamo per Casetta degli Aranci e sistemiamo un po' di cose nel pomeriggio. È già ora di tornare, ma come si suole dire "basta attraversare il canale ed è come essere in gita lontani". 

Giampietro Stocco - Dalle Mie Ceneri



 Artista: Giampietro Stocco
Anno: 2008
Titolo originale: Dalle Mie Ceneri 
Pagine: 117
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Per le strade di Buenos Aires si aggira un reduce molto speciale di una guerra a sua volta molto particolare: l'Argentina non ha mai perso le isole Malvine. Rico è uno dei tanti volontari italiani che hanno aiutato il paese sudamericano a infliggere all'Inghilterra una sconfitta tanto sorprendente quanto umiliante, e a costruire il socialismo sotto la Croce del Sud e in gran parte del mondo. Di speciale, però, Rico ha anche altre doti, che qualcuno vuole mettere a frutto per invertire la tendenza politica. Un qualcuno potente e senza scrupoli, che non esiterà a scavare nelle debolezze di Rico e a mettere in campo una scoperta scientifica che aprirà nuove frontiere al genere umano. Ma di che umanità stiamo parlando?

Commento personale e recensione:

Ho finito "Dalle mie ceneri" di Giampietro Stocco in una sola giornata di spiaggia, cosa che dice già molto sulla scorrevolezza del libro. Di Stocco avevo già parlato qui sul blog quando lessi "La Corona Perduta" (trovate la recensione a questo link), e devo dire che l'ucronia è chiaramente il terreno dove questo autore si muove meglio e più volentieri.

Rispetto a "La Corona Perduta", qui la lettura scorre molto più veloce, e credo che il merito sia soprattutto dell'ambientazione, che definirei al limite del cyberpunk. Il libro è del 2008 ma i fatti si svolgono in un 2015 che, nonostante fosse all'epoca praticamente contemporaneo, viene reso quasi fantascientifico, con nanobot, intelligenze artificiali e proiezioni olografiche a farla da padrone. Stocco insomma non si limita a deviare la linea temporale sul piano sociale, politico e geografico (e qui secondo me esagera parecchio, con un Sudamerica che dopo la vittoria argentina alle Malvine si trasforma in una potenza socialista planetaria), ma ci aggiunge sopra anche una bella spinta tecnologica, come se il solo cambio di storia non fosse abbastanza.

Per un romanzo così breve, di carne al fuoco ce n'è fin troppa, almeno dal mio punto di vista. Tra la guerra delle Malvine vinta dagli argentini, il nuovo ordine mondiale socialista, i poteri speciali di Rico e le cospirazioni scientifiche che lo coinvolgono, ho avuto la sensazione che la trama fosse più che altro un pretesto per mostrare al lettore questo nuovo mondo, piuttosto che una storia che avesse davvero bisogno di tutti questi elementi per reggersi in piedi. Capisco la voglia di stupire e di costruire uno scenario ricco, ma in cento e passa pagine restano più suggestioni buttate lì che sviluppate a dovere.

Detto questo, resta una lettura godibile e via veloce, perfetta per chi come me la porta in spiaggia e vuole qualcosa che non richieda troppo sforzo ma nemmeno annoi. Stocco si conferma un narratore capace di tenere il ritmo, anche quando il mondo che racconta avrebbe meritato più spazio di quanto gliene abbia concesso.

sabato 4 luglio 2026

Robert Charles Wilson - Julian L'Eretico

 
Autore: Robert Charles Wilson 
Anno: 2005
Titolo originale: A Christmas Tale
Voto e recensione: 2/5
Pagine: 111
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
A seguito di un collasso tecnologico globale, nel 2176 gli Stati Uniti sono regrediti a un'epoca pre-industriale di limitate cognizioni scientifiche e di costumi puritani. Ogni ricordo del passato viene considerato una pericolosa eresia. Il tessuto sociale è composto da tre categorie di persone: gli aristoi, la classe intermedia dei mercanti e quella dei lavoratori a contratto. I Sessanta Stati dell'Unione sono governati dalla coalizione delle Chiese del Dominio, guidata dal presidente autocrate Deklan Comstock, che solo formalmente viene rieletto ogni quattro anni. In questo contesto si svolge la storia di Julian, nipote del presidente e figlio di un generale che, in disaccordo con il governo, viene giustiziato come traditore. Il presidente considera il ragazzo un rischio, vedendo in lui colui che potrebbe destituirlo. E le idee di Julian, impaziente di far avanzare verso il domani una società che ha paura del futuro, lo rendono ancora più pericoloso. 

Commento personale e recensione:
Ho chiuso "Julian l'eretico" di Robert Charles Wilson in un paio di sedute, il che la dice lunga sia sulla mole (siamo sulle 110 pagine, formato tascabile Delos, quello che ormai conosco bene da quando ho iniziato a portarmi questi volumetti in spiaggia) sia sulla scorrevolezza della scrittura. È il classico libro che si può affrontare tra un tuffo e l'altro senza perdere il filo, e per me questo è già un pregio non da poco.

L'ambientazione è quella di un futuro post apocalittico, un genere che non è mai stato tra i miei preferiti dentro la fantascienza, anche se a pensarci bene ci sono cresciuto in mezzo senza nemmeno accorgermene. Da ragazzo ho divorato i librogame de "I guerrieri della strada", ho visto e rivisto Ken il guerriero, e naturalmente tutta la saga di Mad Max è parte del mio bagaglio di immaginario condiviso. Quindi diciamo che il terreno mi era familiare, anche se non è quello che cerco per primo quando scelgo un libro.

Qui gli Stati Uniti, dopo un collasso tecnologico, sono regrediti a un'epoca pre industriale, con costumi puritani e un sospetto quasi religioso verso qualunque ricordo del passato scientifico, che viene bollato come eresia (da cui il titolo italiano ). Il potere è nelle mani delle Chiese del Dominio, e la storia segue Julian, nipote del presidente-dittatore in carica e figlio di un generale giustiziato come traditore. Le sue idee, curiose e in anticipo sui tempi rispetto a una società che ha paura del futuro, lo rendono un pericolo agli occhi dello zio.

Non conoscevo nulla di Wilson prima di questo libro, e proprio per questo, arrivato alla fine, mi è rimasto un dubbio: mi è sembrato che la storia fosse più che altro un'introduzione, il preludio a qualcosa di più ampio con lo stesso protagonista, come se il vero racconto dovesse ancora cominciare. Ho fatto una piccola verifica e in effetti è proprio così: questo testo nasce come novella breve (nel 2005 o 2006 e finalista al premio Hugo l'anno dopo), e Wilson l'ha poi ampliata in un romanzo vero e proprio, "Julian Comstock: A Story of 22nd-Century America", pubblicato nel 2009 e anch'esso candidato all'Hugo. Quindi il mio sospetto da lettore era fondato: quello che ho letto è la versione ridotta, quasi un assaggio, di una storia che altrove viene raccontata per intero.

Presa per quello che è, una novella e non un romanzo, "Julian l'eretico" fa il suo mestiere: costruisce con efficacia un mondo plausibile e inquietante nella sua regressione, senza bisogno di spiegoni, e lascia il protagonista sulla soglia della sua storia più grande. Non è il libro che mi ha fatto innamorare del post apocalittico, ma è stata una lettura piacevole, giusta per il ritmo delle vacanze, e mi ha lasciato la curiosità di capire, un giorno, se vale la pena rincorrere anche la versione estesa.

venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

​Se amate il cinema e le serie TV, è il miglior compagno di divano che possiate desiderare.


giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
Acquista su Amazon 



I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.