domenica 5 luglio 2026

Steal - La Rapina [Stagione 1]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Steal
Numero episodi: 6
Stagione: 1
 
Mini serie autoconclusiva di soli sei episodi che si guardano con piacere. Non totale, ma comunque senza quasi mai storcere il naso. Il primo episodio mi pareva corresse un po' troppo velocemente, perchè mi è addirittura salito il dubbio ancestrale che fosse un film e non una puntata: la rapina si conclude nei fatti proprio qui. E in altre circostanze, parlo di serie davvero più brutto, c'è chi la avrebbe tirata per le lunghe. In questa serie inglese si tira per le lunghe il movente e la struttura andando a complicarla e renderla più elaborata. Non c'è nessun miracolo come detto all'inizio, ma la formula mi è piaciuta. Anche se.. Occhio spoiler: vi avviso, dico chi è il colpevole, non andate avanti se non volete. Eccomi di nuovo, stavo dicendo che gli sceneggiatori nel loro porco lavoro di inserire i personaggi e dargli una certa importanza hanno infilato in maniera troppo silenziosa un investigatore finanziario troppo esagerato e  poco credibile. Sebbene nel finale si forzi a puntare su di lui e difficilmente lo spettatore si accorga che è lui il più invischiato di tutto, quando ci troviamo alla resa dei conti vediamo che tutto torna in maniera un po' troppo romanzata e forzata. Ma ci sta. Però come dice il mio mantra: non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto. E qui c'era da terminare il sesto episodio in un altro modo in cui la morale sarebbe dovuta essere messa da parte. Senza se e senza ma.

L'Ultima Missione: Project Hail Mary (2026)


 Regia: Phil Lord, Chris Miller
Anno: 2026
Titolo originale: Project Hail Mary
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (8.2)
Pagina di I Check Movies 
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Ero arrivato a vedere "L'ultima missione: Project Hail Mary" con le aspettative parecchio gonfiate, lo ammetto. Non ho letto il romanzo di Andy Weir da cui è tratto, ma le recensioni che avevo letto in giro erano quasi tutte entusiaste, con paragoni pesanti tirati in ballo (

Qui invece, nonostante un budget che si vede tutto sullo schermo, Ryan Gosling praticamente da solo per gran parte del film, ed effetti speciali di livello alto, mi sono annoiato in maniera sorprendente. Il film dura quasi due ore e mezza, e si sente tutto: ci sono passaggi che si dilungano senza reale necessità (tipo la scena del karaoke) , con la sensazione di guardare l'orologio molto prima della fine.

Quello che mi ha infastidito di più però è l'approccio tutt'altro che scientifico con cui vengono trattati i problemi che il protagonista deve affrontare. Penso alla facilità con cui si inventa soluzioni a catena per ogni ostacolo, o al modo in cui l'astrofago, il microrganismo alla base di tutta la minaccia solare, si comporta in maniera funzionale alla trama più che a una qualche logica biologica plausibile: si muove, si riproduce, reagisce agli stimoli in modo che sembra scritto apposta per risolvere la scena successiva, senza che nulla venga davvero giustificato. Lo stesso vale per certi salti logici nella costruzione dell'astronave o nel sistema di comunicazione con l'alieno, tutti risolti con un colpo di genio improvviso del protagonista che arriva sempre al momento giusto.

E poi c'è quel tono da commedia che ho trovato francamente irritante. Capisco la scelta di alleggerire un racconto di sopravvivenza spaziale con battute e ironia, la stessa cosa funzionava benissimo in The Martian, ma qui è calcata così tanto che ogni momento di tensione viene smontato da una gag o da una battuta, come se il film avesse paura di prendersi sul serio anche per pochi minuti di fila. Il risultato è che la storia, che pure avrebbe elementi di dramma e di scoperta interessanti, resta sempre in superficie, senza mai lasciarmi davvero coinvolto.

Alla fine mi sono ritrovato a chiedermi se le recensioni entusiastiche che avevo letto prima non abbiano semplicemente alzato troppo l'asticella. Resta un film tecnicamente ben fatto, con Gosling sempre convincente nel suo ruolo, ma per me lontanissimo dall'esperienza che mi aveva lasciato Sopravvissuto, ma io. 

Giampietro Stocco - Dalle Mie Ceneri



 Artista: Giampietro Stocco
Anno: 2008
Titolo originale: Dalle Mie Ceneri 
Pagine: 117
Voto e recensione: 2/5
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Per le strade di Buenos Aires si aggira un reduce molto speciale di una guerra a sua volta molto particolare: l'Argentina non ha mai perso le isole Malvine. Rico è uno dei tanti volontari italiani che hanno aiutato il paese sudamericano a infliggere all'Inghilterra una sconfitta tanto sorprendente quanto umiliante, e a costruire il socialismo sotto la Croce del Sud e in gran parte del mondo. Di speciale, però, Rico ha anche altre doti, che qualcuno vuole mettere a frutto per invertire la tendenza politica. Un qualcuno potente e senza scrupoli, che non esiterà a scavare nelle debolezze di Rico e a mettere in campo una scoperta scientifica che aprirà nuove frontiere al genere umano. Ma di che umanità stiamo parlando?

Commento personale e recensione:

Ho finito "Dalle mie ceneri" di Giampietro Stocco in una sola giornata di spiaggia, cosa che dice già molto sulla scorrevolezza del libro. Di Stocco avevo già parlato qui sul blog quando lessi "La Corona Perduta" (trovate la recensione a questo link), e devo dire che l'ucronia è chiaramente il terreno dove questo autore si muove meglio e più volentieri.

Rispetto a "La Corona Perduta", qui la lettura scorre molto più veloce, e credo che il merito sia soprattutto dell'ambientazione, che definirei al limite del cyberpunk. Il libro è del 2008 ma i fatti si svolgono in un 2015 che, nonostante fosse all'epoca praticamente contemporaneo, viene reso quasi fantascientifico, con nanobot, intelligenze artificiali e proiezioni olografiche a farla da padrone. Stocco insomma non si limita a deviare la linea temporale sul piano sociale, politico e geografico (e qui secondo me esagera parecchio, con un Sudamerica che dopo la vittoria argentina alle Malvine si trasforma in una potenza socialista planetaria), ma ci aggiunge sopra anche una bella spinta tecnologica, come se il solo cambio di storia non fosse abbastanza.

Per un romanzo così breve, di carne al fuoco ce n'è fin troppa, almeno dal mio punto di vista. Tra la guerra delle Malvine vinta dagli argentini, il nuovo ordine mondiale socialista, i poteri speciali di Rico e le cospirazioni scientifiche che lo coinvolgono, ho avuto la sensazione che la trama fosse più che altro un pretesto per mostrare al lettore questo nuovo mondo, piuttosto che una storia che avesse davvero bisogno di tutti questi elementi per reggersi in piedi. Capisco la voglia di stupire e di costruire uno scenario ricco, ma in cento e passa pagine restano più suggestioni buttate lì che sviluppate a dovere.

Detto questo, resta una lettura godibile e via veloce, perfetta per chi come me la porta in spiaggia e vuole qualcosa che non richieda troppo sforzo ma nemmeno annoi. Stocco si conferma un narratore capace di tenere il ritmo, anche quando il mondo che racconta avrebbe meritato più spazio di quanto gliene abbia concesso.

sabato 4 luglio 2026

Robert Charles Wilson - Julian L'Eretico

 
Autore: Robert Charles Wilson 
Anno: 2005
Titolo originale: A Christmas Tale
Voto e recensione: 2/5
Pagine: 111
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Trama del libro e quarta di copertina:
A seguito di un collasso tecnologico globale, nel 2176 gli Stati Uniti sono regrediti a un'epoca pre-industriale di limitate cognizioni scientifiche e di costumi puritani. Ogni ricordo del passato viene considerato una pericolosa eresia. Il tessuto sociale è composto da tre categorie di persone: gli aristoi, la classe intermedia dei mercanti e quella dei lavoratori a contratto. I Sessanta Stati dell'Unione sono governati dalla coalizione delle Chiese del Dominio, guidata dal presidente autocrate Deklan Comstock, che solo formalmente viene rieletto ogni quattro anni. In questo contesto si svolge la storia di Julian, nipote del presidente e figlio di un generale che, in disaccordo con il governo, viene giustiziato come traditore. Il presidente considera il ragazzo un rischio, vedendo in lui colui che potrebbe destituirlo. E le idee di Julian, impaziente di far avanzare verso il domani una società che ha paura del futuro, lo rendono ancora più pericoloso. 

Commento personale e recensione:
Ho chiuso "Julian l'eretico" di Robert Charles Wilson in un paio di sedute, il che la dice lunga sia sulla mole (siamo sulle 110 pagine, formato tascabile Delos, quello che ormai conosco bene da quando ho iniziato a portarmi questi volumetti in spiaggia) sia sulla scorrevolezza della scrittura. È il classico libro che si può affrontare tra un tuffo e l'altro senza perdere il filo, e per me questo è già un pregio non da poco.

L'ambientazione è quella di un futuro post apocalittico, un genere che non è mai stato tra i miei preferiti dentro la fantascienza, anche se a pensarci bene ci sono cresciuto in mezzo senza nemmeno accorgermene. Da ragazzo ho divorato i librogame de "I guerrieri della strada", ho visto e rivisto Ken il guerriero, e naturalmente tutta la saga di Mad Max è parte del mio bagaglio di immaginario condiviso. Quindi diciamo che il terreno mi era familiare, anche se non è quello che cerco per primo quando scelgo un libro.

Qui gli Stati Uniti, dopo un collasso tecnologico, sono regrediti a un'epoca pre industriale, con costumi puritani e un sospetto quasi religioso verso qualunque ricordo del passato scientifico, che viene bollato come eresia (da cui il titolo italiano ). Il potere è nelle mani delle Chiese del Dominio, e la storia segue Julian, nipote del presidente-dittatore in carica e figlio di un generale giustiziato come traditore. Le sue idee, curiose e in anticipo sui tempi rispetto a una società che ha paura del futuro, lo rendono un pericolo agli occhi dello zio.

Non conoscevo nulla di Wilson prima di questo libro, e proprio per questo, arrivato alla fine, mi è rimasto un dubbio: mi è sembrato che la storia fosse più che altro un'introduzione, il preludio a qualcosa di più ampio con lo stesso protagonista, come se il vero racconto dovesse ancora cominciare. Ho fatto una piccola verifica e in effetti è proprio così: questo testo nasce come novella breve (nel 2005 o 2006 e finalista al premio Hugo l'anno dopo), e Wilson l'ha poi ampliata in un romanzo vero e proprio, "Julian Comstock: A Story of 22nd-Century America", pubblicato nel 2009 e anch'esso candidato all'Hugo. Quindi il mio sospetto da lettore era fondato: quello che ho letto è la versione ridotta, quasi un assaggio, di una storia che altrove viene raccontata per intero.

Presa per quello che è, una novella e non un romanzo, "Julian l'eretico" fa il suo mestiere: costruisce con efficacia un mondo plausibile e inquietante nella sua regressione, senza bisogno di spiegoni, e lascia il protagonista sulla soglia della sua storia più grande. Non è il libro che mi ha fatto innamorare del post apocalittico, ma è stata una lettura piacevole, giusta per il ritmo delle vacanze, e mi ha lasciato la curiosità di capire, un giorno, se vale la pena rincorrere anche la versione estesa.

venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

​Se amate il cinema e le serie TV, è il miglior compagno di divano che possiate desiderare.


giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
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Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
Acquista su Amazon 



I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.