martedì 3 febbraio 2026

The Night Manager [Stagione 1]

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Night Manager
Numero episodi: 6
Stagione: 1
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The Night Manager è una di quelle serie che partono già con un vantaggio competitivo notevole: un romanzo di John le Carré come base, una produzione elegante e un cast che definire “di livello” è quasi riduttivo. Io le Carré lo conosco come autore, ma questo libro specifico non l’ho letto, quindi mi sono avvicinato alla serie senza l’ansia del confronto carta-schermo. E forse è stato un bene.
Siamo nel territorio classico dello spionaggio internazionale, contaminato da una forte componente action e da un’estetica molto curata. È una serie “possibile”, nel senso che potrebbe teoricamente accadere, ma anche piuttosto improbabile e non sempre realistica. Però è un difetto che qui diventa quasi una caratteristica del genere: The Night Manager non vuole spiegarti come funziona davvero l’intelligence, vuole raccontarti una storia ben orchestrata, con personaggi solidi, tensione costante e dialoghi scritti con intelligenza. Il realismo lo si mette consapevolmente da parte e ci si gode tutto il resto senza troppe paranoie.
Tom Hiddleston funziona bene nel ruolo del protagonista elegante e tormentato, ma il vero valore aggiunto è Hugh Laurie. Vedere il “Dr. House” nei panni di un cattivo carismatico, glaciale e per nulla sopra le righe è una piccola goduria: credibile, inquietante, perfettamente a suo agio nel ruolo. Attorno a loro, un contorno di personaggi ben caratterizzati e una messa in scena che viaggia tra hotel di lusso, armi, potere e ambiguità morali con grande sicurezza.
Tralasciando anche le parti (che comunque qui sono importanti) del classico complottone dei piani alti, The Night Manager è una serie che non va presa come un manuale di geopolitica o spionaggio, ma come un racconto raffinato, teso e ben recitato. Se accetti il patto implicito — sospendere un attimo l’incredulità — il risultato è più che soddisfacente. E sì, alla fine ti ritrovi a volerne ancora, così detto fatto inizierò la seconda stagione.

Jethro Tull - Aqualung


 
Artista: Jethro Tull
Anno: 1971
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon

Aqualung è l’album dei Jethro Tull che conosco meglio, quello a cui torno più spesso, anche se non posso dire di averlo mai “studiato” davvero fino in fondo. Ma siccome questa estate lo ho rispolverato per farne due chiacchiere con Zizzi e non risultare troppo impreparato, adesso fingiamo che sia addirittura esperto e buttiamo giù due righe per VER. È uno di quei dischi che ti rimane addosso per osmosi: lo ascolti, lo riascolti, e a un certo punto ti accorgi che fa parte del tuo paesaggio musicale senza che tu te ne sia reso conto.

Uscito nel 1971, Aqualung è il momento in cui i Jethro Tull smettono definitivamente di essere una band difficile da incasellare e diventano qualcosa di unico. Gli album precedenti, che conosco ancora meno, infatti non sono mai riuscito a capire bene dove volessero andare. Qui è tutto più chiaro e convivono rock duro, folk, blues, accenni prog e una scrittura che non ha nessuna voglia di compiacere. È un disco ruvido, a tratti sporco, lontano dall’idea di raffinatezza che spesso si associa al progressive.

La copertina è già una dichiarazione di intenti: quel barbone curvo, logoro, quasi sgradevole da guardare, mette subito in chiaro che questo non sarà un album elegante o consolatorio. Aqualung parla di emarginati, di ipocrisie, di religione, di solitudine, senza metafore rassicuranti. Ian Anderson scrive testi che osservano, giudicano, a volte sembrano persino sputare sentenze. Come lo so tutto questo? Mi son letto due o tre recensioni di chi quegli anni li ha vissuti. 

Musicalmente il disco è meno compatto di quanto si ricordi. Alterna brani aggressivi e taglienti a momenti molto più acustici e introversi, quasi come se fossero due anime che convivono senza fondersi del tutto. Ed è forse proprio questa irregolarità a renderlo interessante: Aqualung non scorre liscio, si incaglia, rallenta, poi riparte all’improvviso.

Anderson domina tutto, nel bene e nel male. Il flauto, che in mano a chiunque altro sarebbe un vezzo, qui diventa uno strumento rock a tutti gli effetti. La sua voce è teatrale, sarcastica, a volte persino fastidiosa, ma sempre riconoscibile. Non cerca empatia: pretende attenzione.

Riascoltato oggi, Aqualung non mi sembra un disco “perfetto”, né un album da venerare a prescindere. È un lavoro fortemente figlio del suo tempo, con qualche eccesso e qualche passaggio meno ispirato. Ma è anche uno di quei dischi che hanno personalità da vendere, e che non cercano mai di piacere a tutti.

Aqualung resta per me l’ingresso più naturale nel mondo dei Jethro Tull. Non perché sia il più completo o il più sofisticato, ma perché è diretto, scomodo, umano. Un album che non ho mai sentito il bisogno di idolatrare, ma che continua a tornare fuori dagli scaffali con una naturalezza che, alla lunga, dice molto più di qualsiasi entusiasmo momentaneo.

domenica 1 febbraio 2026

Oasi WWF Padule di Bolgheri

 
Il primo giorno di febbraio ci ha regalato una giornata limpida e quasi primaverile, perfetta per andare a curiosare (dopo aver compilato e spedito moduli digitali e cartacei) dentro uno dei luoghi più interessanti – e meno “urlati” – della costa toscana: l’Oasi WWF Padule di Bolgheri. Un posto che non è solo bello da visitare, ma anche densissimo di storia, natura e stratificazioni, come spesso accade quando il paesaggio non è frutto del caso ma di un equilibrio delicato tra intervento umano e processi naturali.
L’oasi viene istituita nel 1959, in un periodo in cui parlare di tutela ambientale non era esattamente di moda. Già questo basterebbe a farle guadagnare punti. Si trova all’interno della celeberrima Tenuta San Guido, la stessa che ha reso Bolgheri un nome mitologico nel mondo del vino grazie al Sassicaia. Ed è interessante notare come, accanto a una delle icone dell’eccellenza enologica italiana, sopravviva e venga protetto un ambiente naturale di straordinario valore ecologico. Due mondi apparentemente lontani che qui convivono, senza pestarsi i piedi.
Il Padule di Bolgheri si estende per circa 570 ettari, una superficie tutt’altro che trascurabile, soprattutto se si considera che rappresenta una delle più importanti aree umide costiere rimaste in Toscana. È ciò che resta di un sistema palustre molto più ampio, che in passato occupava vaste porzioni della pianura costiera e che è stato in gran parte cancellato dalle bonifiche tra Settecento e Novecento. Qui, invece, l’acqua è rimasta, e con lei tutto un mondo che senza acqua semplicemente non esisterebbe.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’oasi è la varietà degli ambienti: ben 11 habitat differenti concentrati in un’area relativamente compatta. Zone umide d’acqua dolce, canneti, stagni, prati allagati, fossi, aree di transizione, macchia mediterranea, boschi igrofili, lembi di pineta e ambienti retrodunali. Ogni habitat ha una funzione precisa e ospita comunità diverse, creando un mosaico ecologico estremamente complesso e dinamico. Camminando lungo i percorsi si ha la netta percezione di attraversare mondi diversi, separati da poche decine di metri.
Naturalmente il Padule è famoso soprattutto per l’avifauna. Qui transitano, sostano o nidificano decine e decine di specie di uccelli, rendendolo un punto di riferimento per gli appassionati di birdwatching ma anche un’area chiave lungo le rotte migratorie. L’elenco sarebbe lungo ed io non ci capisco quasi nulla quindi non perdo tempo a metterlo visto che tra l'altro cambia con le stagioni. Febbraio, in particolare, è un mese interessante perché segna una fase di passaggio, con presenze invernali ancora ben visibili e i primi segnali di movimento verso la primavera.
Ma ridurre il padule a una “riserva per uccelli” sarebbe un errore. Questo è un ecosistema completo, dove anfibi, rettili, insetti, piccoli mammiferi e una flora specializzata convivono in un equilibrio raffinato. Le zone umide svolgono inoltre un ruolo fondamentale come serbatoi di biodiversità, regolatori idrologici e filtri naturali, funzioni di cui ci ricordiamo solo quando le perdiamo.. Il Padule di Bolgheri è un luogo che insegna senza fare la morale, semplicemente mostrando cosa succede quando un’area viene lasciata vivere secondo i suoi tempi, con interventi mirati e non invasivi.
 
Terminata la visita comunque non ci fermiamo affatto: prendiamo Nera ed approfittiamo della bella giornata per arrivare a Baratti. Questa volta abbiamo diverse ore a disposizione prima che faccia buio così facciamo l'anello che dal Canessa arriva a Buca delle Fate e ci godiamo ancora una volta lo spettacolo. Tornati al Reciso saliamo per una passeggiatina Populonia e ridiscendiamo per la Romanella chiudendo il nostro anello e la giornata di trekking immersi nella natura in ogni sua forma.
 
Album fotografico Oasi WWF Padule di Bolgheri
Album fotografico Buca delle Fate 

sabato 31 gennaio 2026

​.p7m: Cos'è questa estensione e come leggere il contenuto

 
Anche questo articolo arriva ispirato da Zizzi. Ne approfitto quindi per scrivere un contenuto nuovo. Confesso comunque la mia più totale ignoranza sull'argomento, in quanto prima che lei mi chiedesse come riuscire ad aprire un file con estensione p7m non sapevo neanche cosa fosse. Lì per lì ho pensato ad un contenitore di compressione tipo Winzip o Winrar. Comunque dentro era palese che ci fosse un documento in pdf. Non che ci sia andato troppo lontano, ma ovviamente avevo fatto acqua al primo colpo. Mi son quindi messo un po' a cercare ed è venuto fuori che si tratta di un file firmato digitalmente tramite lo standard CAdES (Cryptographic Message Syntax). 

Questo formato garantisce tre cose fondamentali:

  1. Autenticità: La certezza dell'identità di chi ha firmato.
  2. Integrità: La garanzia che il documento non sia stato modificato dopo la firma.
  3. Valore Legale: In Italia, la firma digitale equivale a una firma autografa su carta. (ne avevo accennato qui e qui)
Si tratta quindi di un documento (spesso un PDF o un XML) a cui è stata apposta una firma digitale con valore legale, tipico della Pubblica Amministrazione o della fatturazione elettronica.

Perché non si apre con Acrobat?

​Il problema è che Adobe Acrobat (o qualsiasi lettore pdf generico) è progettato per leggere il contenuto del PDF, ma non sa come "rompere il sigillo" della busta .p7m. Per farlo, serve uno strumento che verifichi la firma e separi il certificato dal documento originale. Siccome non è avevo troppa voglia di installare e provare chissà quanti software (magari a pagamento o in prova limitata) sono andato a cercare servizi gratuiti online. Dopo un po' di escursioni a casaccio nella giungla ho deciso di affidarmi al servizio gratuito di Poste Italiane. La chiave di ricerca corretta si è rivelata essere "Postecert verificatore" che rimanda(va) fortunatamente qui: https://vol.postecert.poste.it/

Attualmente mentre sto scrivendo non si accede al sito, ieri sera sì ed ha funzionato


Ecco i passaggi seguiti:

  1. Caricamento: Si carica il file .p7m sul portale ufficiale di Poste Italiane.
  2. Verifica: Il sistema analizza la validità della firma (esito positivo).
  3. Estrazione: Una volta confermata la validità, il portale permette di cliccare su "Download file" (o "Salva file originale").

Il risultato? Viene scaricato un normale file .pdf, libero dalla "busta" p7m, che può essere finalmente aperto, letto e stampato con il classico Adobe Acrobat o qualsiasi altro lettore PDF.

Volevo far scrivere questo articolo a VIKI, ma non avrebbe inserito questa mia conclusione: ennesima rottura di cazzo burocratica, che sì, sarà pure utile per sicurezza e certezza delle firme digitali, ma resta una rottura di cazzo. 

venerdì 30 gennaio 2026

Dream Theater - Falling Into Infinity



 Artista: Dream Theater
Anno: 1997
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon

Premessa: volevo scrivere un altro pezzo, sugli Interpol. Ma mi stava risultando troppo complicato, così sono rimasto nella mia comfort zone, perché mi sento più preparato con generi che ho ascoltato all' "infinity". 

Però Falling Into Infinity non è mai stato tra i miei album preferiti dei Dream Theater, e probabilmente è anche per questo che rientra tra i meno ascoltati della mia collezione. Non perché sia un brutto disco, ma perché è un lavoro che mi ha sempre lasciato una sensazione di distanza, come se stessi ascoltando una band che non è del tutto a suo agio nella direzione che sta prendendo.

È un album strano, sospeso, che sembra continuamente trattenuto. Dopo dischi carichi di identità e tensione creativa, qui i Dream Theater appaiono più misurati, più controllati, a tratti quasi prudenti. La scrittura è più lineare, le strutture più convenzionali, le lunghe divagazioni strumentali ridotte al minimo da una parte e forse troppo lunghe e ripetitive dall'altra. Non è il Dream Theater che spinge in avanti i confini, ma quello che li osserva con una certa cautela.

Questo non significa che manchino i momenti riusciti, anzi. Ci sono passaggi intensi, melodie ispirate, atmosfere che funzionano e che, se prese singolarmente, reggono benissimo. Ma l’impressione generale è quella di un disco che non trova mai un vero centro emotivo, come se stesse cercando di tenere insieme anime diverse senza riuscire a farle convivere davvero.

È anche un album molto più emotivo che tecnico, più concentrato sulle canzoni che sull’esibizione strumentale. In teoria potrebbe essere un pregio, ma nel mio caso ha sempre avuto l’effetto opposto: invece di avvicinarmi, mi ha lasciato un passo indietro. Alcuni brani scorrono bene, altri mi risultano poco incisivi, e nel complesso faccio fatica a ricordare il disco come un’esperienza compatta, cosa che con i Dream Theater di solito non mi succede.

Riascoltandolo oggi, capisco meglio cosa stavano cercando di fare, e riesco ad apprezzarne certi dettagli che all’epoca mi erano sfuggiti. Ma resta un album che ascolto raramente dall’inizio alla fine, uno di quelli che non mi viene mai spontaneo scegliere quando ho voglia di Dream Theater. Non mi infastidisce, non lo boccio, semplicemente non mi coinvolge come altri.

Falling Into Infinity per me rimane un disco di passaggio, più interessante da analizzare che da amare davvero. Un lavoro che ha i suoi momenti, ma che non riesce mai a diventare indispensabile. Ed è probabilmente per questo che, ogni volta che lo rimetto "sul piatto" , ho la sensazione di riascoltarlo quasi come se fosse la prima volta.

giovedì 29 gennaio 2026

Il tasto WPS

 
Cari follower questo articolo è interamente sponsorizzato dalla Zizzi Holding Enterprise che mi permette di buttare giù due righe su uno dei "bottoni" più utili della storia informatica. Sto parlando del pulsante WPS, che risolve tanti problemi o difficoltà. Il sistema WPS, acronimo di Wi-Fi Protected Setup, rappresenta una sorta di "passpartout" digitale nato per risparmiare agli utenti la fatica di digitare lunghe e complicate chiavi di rete ogni volta che si desidera connettere un nuovo dispositivo. Immaginate di aver appena acquistato una stampante wireless: un tempo avreste dovuto navigare tra complessi menù su schermi minuscoli per inserire una password alfanumerica infinita; oggi, grazie al WPS, tutto si risolve spesso con la pressione coordinata di un tasto sul router e uno sulla stampante stessa.
​A livello tecnico, il WPS non è un nuovo tipo di connessione, ma un protocollo di "presentazione" assistita. Quando premiamo il pulsante fisico sul router, l’apparecchio apre una brevissima finestra temporale in cui smette di comportarsi come un guardiano severo e inizia a trasmettere un segnale di disponibilità. Nel momento in cui premiamo il tasto corrispondente sulla stampante o sul computer, i due dispositivi iniziano un dialogo silenzioso: il device chiede il permesso di entrare e il router, riconoscendo la "stretta di mano" avvenuta tramite i pulsanti, invia automaticamente le credenziali della rete crittografata. In pratica, è come se il router consegnasse una busta chiusa contenente la password direttamente nelle mani del nuovo dispositivo, che la memorizza e la usa da quel momento in poi per navigare in totale autonomia.
​Esistono diverse modalità per attivare questo scambio: la più comune è il PBC (Push Button Configuration), basato appunto sulla pressione dei tasti, ma è previsto anche il metodo tramite PIN, dove un codice numerico di otto cifre digitato sul dispositivo autorizza il router a inviare i dati della rete. Dal punto di vista della sicurezza, pur essendo un sistema estremamente pratico, il WPS apre una piccola porta nel perimetro della rete che, sebbene protetta, è bene chiudere una volta terminata la configurazione. Ma chi se ne frega. 
​In definitiva, il WPS resta uno strumento formidabile per semplificare la domotica, trasformando un'operazione tecnica potenzialmente frustrante in un gesto immediato. È il perfetto esempio di come la tecnologia cerchi di nascondere la propria complessità per mettersi al servizio dell'utente, eliminando l'attrito tra l'hardware appena spacchettato e la rete di casa, garantendo che la stampante o lo smart TV siano pronti all'uso in pochi secondi e con il minimo sforzo.